
310 Il Punto
-Giovane discepolo: Quando ha avuto inizio questo mondo? Come è accaduto?
-Maestro antico: Non c’è stato un inizio, devi immaginare una dimensione di non-tempo, senza un prima e un poi.
-Giovane discepolo: E in quel non-tempo cosa c’era?
-Maestro antico: Un semplice punto, il Punto originario. Che nella nostra prospettiva temporale da sempre è stato, è e sarà.
-Giovane discepolo: Sto capendo poco. Cos’è questo punto di cui parli?
-Maestro antico: Non un punto geometrico, immobile e astratto, ma un atomo primordiale, attraversato da un moto assoluto, che si muove a velocità infinita, in infinite direzioni.
-Giovane discepolo: Però, se il punto non è nel tempo, come può muoversi?
-Maestro antico: Il movimento infinito è la sua natura. Il movimento non avviene nel tempo, ma è ciò da cui il tempo si genera. Il punto non si muove dentro tempo e spazio, è ciò che li rende possibili.
-Giovane discepolo: Sì, ma insisto: come può quell’atomo muoversi se non nel tempo? Se io mi sposto da qui a lì ci vuole qualche secondo, giusto?
-Maestro antico: Dipende. Se il Punto si muove a velocità infinita, quanto tempo ci vuole perché attraversi qualsiasi distanza e torni qui?
-Giovane discepolo: Uhm… se la velocità è infinita, direi un istante…
-Maestro antico: Neppure un istante. Qualsiasi distanza viene percorsa in un non-tempo. Partenza e arrivo si trovano a coincidere, in una immobilità apparente.
-Giovane discepolo: Perché immobilità “apparente”?
-Maestro antico: Perché così appare a un osservatore che non partecipa a quella velocità infinita. Una coscienza limitata vede il tempo, lo spazio, i fenomeni e tutto quello che chiamiamo mondo. Se pensiamo la velocità del Punto come una frequenza, il suo moto infinito può essere colto in un non-tempo solo da una coscienza di frequenza infinita.
-Giovane discepolo: Mi sembra di capire ancor meno di prima. Non c’è un modo più semplice?
-Maestro antico: In realtà, questo è un modo semplice. Ma io non sono qui per spiegare, voglio solo invitarti alla ricerca, suscitando il tuo desiderio di sapere.
-Giovane discepolo: Però, tornando al Punto: immaginiamo di rallentare il suo movimento fino a poterlo seguire passo dopo passo…
-Maestro antico: È esattamente quello che stai già facendo. Guardati intorno: il mondo che vedi manifestarsi nello spazio e nel tempo è proprio quel moto rallentato. La nostra coscienza limitata percepisce l’infinito in quella forma, come una molteplicità di fenomeni finiti e temporanei. È una visione parziale, frammentata, ma l’unica possibile per noi.
-Giovane discepolo: Quindi il mondo che vedo è l’infinito ridotto dalla mia coscienza a finito? Significa che è un’illusione?
-Maestro antico: Si, esattamente.
-Giovane discepolo: Dunque quello che vedo non esiste?
-Maestro antico: Non ho detto che non esiste. È che se non vedi l’intero la visione è parziale e in questo senso illusoria.
-Giovane discepolo: Fammi un esempio.
-Maestro antico: Immagina di voler vedere un elefante, ma di poter osservare solo una sua cellula. In questo caso la cellula sarebbe certo un fenomeno reale, ma tu staresti vedendo l’elefante?
-Giovane discepolo: Credo di aver capito. Se vedo le ultime tre cifre di un numero che ha un milione di cifre non posso capire di che numero si tratta. Se vedo una tessera di un immenso mosaico, non vedo il mosaico e ciò che rappresenta.
-Maestro antico: Esatto. Illusione è non vedere la cosa così come è, nel suo senso compiuto, nel suo intero. Torniamo però al punto primordiale. Quando si muove a velocità infinita si creano infinite traiettorie. Ogni traiettoria è una fenditura nello spazio, ogni incrocio di linee un evento, un fenomeno. Infiniti incroci, infiniti atomi e cose. Così nascono tutte le forme, i colori, le qualità, le quantità: ciò che chiamiamo universo non è che la trama sterminata di queste intersezioni. Sono tutte possibilità di possibilità.
-Giovane discepolo: Immagino che queste possibilità siano infinite.
-Maestro antico: Le trame e i fenomeni devono essere infiniti. Le combinazioni risultanti dall’infinito movimento sono tutte le combinazioni possibili nella dimensione dello spaziotempo.
-Giovane discepolo: Quindi infiniti colori, forme, qualità, relazioni, cause, effetti, ecc.?
-Maestro antico: Sì. Date le premesse, non può essere altrimenti. Nel campo vastissimo di possibilità si manifesta il nostro mondo, e certamente anche altri per noi inconcepibili.
-Giovane discepolo: Mi sto perdendo nella vertigine di questa infinità. Ma la prospettiva mi affascina.
-Maestro antico: Sei fortunato. Ti fai domande. Stai cercando il tuo perché e il tuo posto nell’universo.
-Giovane discepolo: Provo a riassumere: in questa prospettiva il cosmo appare come una proliferazione senza limite di combinazioni. Tutto ciò che è pensabile, immaginabile, e anche ciò che va oltre il pensiero stesso, trova posto in questa trama originaria.
-Maestro antico: Sì. Esiste un campo infinito di possibilità realizzate e realizzabili. L’essere non è statico: è un accadere continuo, una vibrazione primordiale che si articola in universi.
-Giovane discepolo: E noi? Perché prima parlavi di coscienza, e noi siamo quella. È anch’essa un fenomeno tra gli altri?
-Maestro antico: Qui dobbiamo introdurre un elemento decisivo: il punto originario non è solo movimento, è coscienza. È una potenzialità di consapevolezza che si dispiega attraverso le forme che essa stessa genera. Nel suo infinito movimento il punto vede gli eventi e i fenomeni prodotti come “altro” da sé, nel dualismo soggetto-oggetto. Poi, quando una configurazione raggiunge un certo grado di complessità, quando diventa capace di riflettere e di riconoscere il proprio apparire, allora accade qualcosa di straordinario: la coscienza diventa autocoscienza.
-Giovane discepolo: Qui forse ho capito. Se tutto ciò che esiste è creato dal punto primordiale che è coscienza, allora ogni cosa ha un certo grado di coscienza. E quando si supera una certa soglia la coscienza diventa consapevolezza di sé.
-Maestro antico: Sì. È come se il Punto, moltiplicato nelle sue infinite traiettorie, si ritrovasse. Come se, disperdendosi nell’infinito, producesse luoghi in cui può finalmente guardarsi. L’essere umano è uno di questi punti in cui l’origine torna a sé stessa e si riconosce. Quando il corpo-mente diventa capace di ricevere la coscienza nella sua forma particolare si crea una sintonia con il Punto originario, con la coscienza pura.
-Giovane discepolo: E il Punto torna a sé in modo compiuto?
-Maestro antico: No. Il ritorno non si compie mai. L’autocoscienza è sempre parziale: intravede l’intero, ma non lo possiede completamente. La proiezione del punto nel finito, ad esempio un essere umano, non potrà mai concepire l’infinito, non potrà mai raggiungerlo nella sua totalità. La parte non diventerà mai il Tutto. Tuttavia, più la coscienza si amplia, più si avvicina a quell’unità originaria da cui tutto scaturisce.
-Giovane discepolo: Quindi per la coscienza il cammino di ricerca della conoscenza sarà senza fine.
-Maestro antico: Sì. Ciò che vive nello spazio e nel tempo porta con sé una limitazione essenziale, originaria, insuperabile.
-Giovane discepolo: E questo limite deve rattristarci?
-Maestro antico: No, perché il cammino sarà infinitamente abbondante, pieno di novità, sorprese, esperienze inaspettate, voli dello spirito inenarrabili.
-Giovane discepolo: Però resta una domanda, impegnativa e inevitabile: il punto originario che crea ogni cosa è Dio?
-Maestro antico: Un principio infinito, creatore di spazio, tempo e coscienza, sembra avvicinarsi a ciò che molte tradizioni chiamano divino. Ma noi ci fermiamo. Chiamarlo Dio rischia di chiudere ciò che, per sua essenza, è apertura. Lasciamo la domanda come un grande punto interrogativo che può accompagnare la nostra vita.
-Giovane discepolo: Un’ultima domanda, la prima che volevo fare… Come fai a sapere che quello che dici è vero? Come puoi dimostrarlo?
-Maestro antico: Non c’è niente da dimostrare. Non ho mai detto che quello che affermo è verità. Non c’è nessun sapere da trasmettere, nessuna lezione da impartire.
-Giovane discepolo: Ma allora… Credi davvero in quello che affermi o per te è solo un gioco?
-Maestro antico: Anche questa domanda la lascio senza risposta. Io parlo con te perché così spontaneamente accade e la cosa mi fa piacere. Qualcuno mi chiama maestro, ma si sbaglia perché io non ho e non voglio discepoli. Ho solo compagni di viaggio con cui condividere parole.
-Giovane discepolo: Quello che dici mi fa sentire improvvisamente solo…
-Maestro antico: Forse riconoscere che siamo soli è un gesto di libertà. Così sarai tu a scegliere i tuoi passi nella ricerca del vero e lo farai senza appoggiarti a nulla. Non è necessario che tu trattenga ciò che abbiamo detto. Puoi anche lasciarlo andare.
-Giovane discepolo: E dopo?
-Maestro antico: Guardarti intorno, vivere, interrogarti, osservare. Restare con ciò che senti, coltivare la tua intelligenza, dare ascolto alla tua intuizione. Poi… se qualcosa dovrà accadere, accadrà.
17 aprile 2026









