
320 L’oceano senza rive
“In me, oceano senza rive, il mondo sorge come un’onda e si dissolve.”
(Ashtavakra Gita)
-Mi piace questo passo della Ashtavakra Gita. Lo trovo molto poetico.
-In queste parole non c’è solo poesia, c’è anche, in forma condensata, l’insegnamento della filosofia Advaita.
-Vorrei approfondire il significato, perché non mi è del tutto chiaro.
-Sì, dobbiamo smontare la frase parola per parola. Ci sono molte cose dentro. Le antiche tradizioni sono sempre dense nelle loro espressioni.
-Il primo passo?
-Vediamo l’esordio: “In me, oceano…”. La prima domanda è decisiva: chi parla?
-Già, chi è il soggetto? Quale “me”? Non è scontato.
-Al primo sguardo il “me” potrebbe sembrare l’io psicologico: la persona, la biografia, il carattere, la storia. Ma qui il riferimento è diverso: non è l’ego, bensì Atman, il Sé profondo, che nell’Advaita si identifica con la Realtà assoluta. E -dice- tu sei Quello.
-Io non sono ciò che penso di essere?
-L’idea centrale dell’Advaita è: non sei solo ciò che pensi di essere, sei molto di più.
-C’è un modo per capirlo?
-Osserva: pensieri, emozioni, identità cambiano continuamente. Così sensazioni, idee, esperienze. Che cosa resta costante e non cambia? Che cosa permane?
-Direi il “me stesso” che rimane stabile al mutare di quelle condizioni. Ovvero il fatto di essere cosciente.
-Sembra di sì. Ma è proprio qui che nasce il problema: siamo esseri dotati di coscienza, oppure siamo la coscienza in cui appare l’idea di essere qualcuno?
-Non l’ho mai pensata in questo modo.
-Per ora lasciamo questo punto, lo riprenderemo poi. E andiamo avanti.
-C’è una bella metafora: “L’oceano senza rive”.
-Sì, però l’immagine dell’oceano non è decorativa: è ontologica, riguarda l’essere. Rappresenta l’infinito della coscienza.
-Perché un oceano?
-L’oceano è uno, contiene le onde senza esserne limitato, rimane se stesso pur mutando in superficie, non ha una separazione reale tra le sue forme.
-Sì, ma non capisco il “senza rive”.
-Questa espressione suggerisce l’assenza di confini. La coscienza è senza limiti. Noi individui viviamo nei dualismi: io/altro, soggetto/mondo, interno/esterno. Ma l’Advaita suggerisce che questi confini siano apparenti, non assoluti. Tutto è un’unica coscienza, onnicomprensiva e infinita.
-Concetti impegnativi. Poi le parole: “Il mondo sorge”. Da dove e perché?
-Questa è la frase più destabilizzante. Si riferisce al carattere apparente del reale. L’Advaita non dice che il mondo non esiste, ma che il mondo “appare”.
-È questo il significato preciso di “sorgere”?
-Sì. Vuol dire: comparire, manifestarsi, emergere. Pensieri, sensazioni, emozioni sorgono nella coscienza. Così anche il mondo e tutte le nostre esperienze.
-Tutto esiste solo nella coscienza?
-L’Advaita parte da qui: tutto ciò che possiamo dire del mondo è quello che ci appare nella coscienza.
-È una visione davvero destabilizzante.
-Anche parte della filosofia moderna -pensiamo alla fenomenologia- sostiene che non incontriamo mai il ‘mondo in sé’, ma il mondo così come appare alla coscienza.”
-E noi uomini dove siamo? Cosa siamo?
-Guarda le parole successive: “come un’onda”. Si riferisce all’individualità senza separazione. È una metafora importante: noi siamo come l’onda, che sembra autonoma, ha una forma, un movimento, ha nascita e morte. Eppure non è altro dall’oceano, è sempre quello. L’onda può credersi individuo, ma non smette mai di essere mare. Lo stesso vale per noi: ci crediamo separati, ma restiamo onde della stessa coscienza.
-È il senso di separazione che ci crea angosce esistenziali?
-Sì. Da lì nascono problemi di identità personale, senso di isolamento, timore del futuro. Ma soprattutto la paura della morte. Anche noi, come l’onda, siamo destinati a finire. Per l’io separato è l’angoscia più grande.
-Le ultime parole dell’aforisma: “E si dissolve”. Nulla permane, tutto passa e scompare. Non è una visione negativa della vita?
-Quella dell’Advaita è coscienza dell’impermanenza. Ma non è nichilismo. La dissoluzione può sembrare tragica, ma non è annientamento.
-Non capisco. Se tu scompari, cosa rimane di te?
-L’onda finisce come forma, non come sostanza. Cessa una particolare configurazione, non l’essere in quanto tale. La forma muore, il fondamento permane.
-Sapere questo cambia il nostro modo di vivere?
-Torniamo al punto fondamentale che abbiamo lasciato: noi non siamo entità isolate gettate nel mondo. Non siamo degli io separati che attraversano il mondo.
-Cosa siamo allora? Me lo dici di nuovo?
-Siamo il campo di coscienza in cui ogni cosa appare. Siamo un oceano che per un istante prende forma di onda.
-Quindi onda e oceano: siamo e non siamo.
-Il nostro vero essere non è quello che appare e scompare, come l’onda che va e viene. È ciò che permane: un oceano di coscienza senza limiti, dove infinite onde-individuo compaiono e scompaiono. Nella danza infinita dell’esistenza c’è un solo danzatore.
29 maggio 2026