Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


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301 Perché c’è il mondo?
-Perché c’è il mondo?
-Potremmo dire che è una domanda davvero vecchia come il mondo. L’uomo si è sempre interrogato sul perché dell’esistente. Nell’epoca moderna il filosofo Leibniz l’ha riformulata così: “perché c’è qualcosa invece che il nulla”?
-È una domanda che mi dà la vertigine. Quando penso a una risposta la mia mente si ferma. Non riesco assolutamente a concepire il perché di quello che chiamiamo mondo, realtà, esistenza.
-Propongo di usare la parola “essere“. È onnicomprensiva, ovvia, semplice e immediata. E anche indefinibile.
-Perché indefinibile?
-Essendo il fondamento di tutto ciò che esiste, l’essere è un assoluto, il Tutto. Non può ridursi a una descrizione con termini relativi e particolari, perché comprende e supera ogni cosa. Inoltre, se vuoi parlare dell’essere lo devi già presupporre, devi usare la parola già prima di definirlo.
-È vero. Se comincio a dire “l’essere è…” definisco l’essere con il verbo essere. Un paradosso, una bella contraddizione. Sembra impossibile afferrarlo e circoscriverlo.
-Eppure è per noi il fatto più immediato e ovvio. È sempre davanti ai nostri occhi, è innegabile, inevitabile, in questo senso assoluto, certo, definitivo. E al tempo stesso misterioso, inesprimibile, inspiegabile.
-Noi viviamo nell’essere, vediamo l’essere, siamo l’essere. Chi può negare questo?
-Sì, e finché lo percepiamo non è un problema, è la cosa più naturale e scontata. Ma è molto diverso quando vogliamo pensarlo. Allora l’essere diventa un enigma inesplicabile, una vertigine, come dicevi tu, che manda la mente in tilt.
-Non è il paradosso più grande questo?
-Certo. Proviamo a dirlo così: quello che chiamiamo essere è la cosa per noi più ovvia e reale, sempre presente, immediata e indubitabile. Può essere vissuta, ma non spiegata dal pensiero. Sei dentro l’essere e ne hai esperienza, lo percepisci, lo vedi, lo senti, ci nuoti come un pesciolino nell’acqua. Ma appena cerchi di farlo diventare oggetto del pensiero ti sfugge, si sottrae a ogni calcolo, ragionamento, definizione, deduzione, teoria e conclusione.
-Quindi la domanda iniziale “perché c’è il mondo?” è diventata “perché c’è l’essere?”.
-È la prima domanda di tutta la filosofia, il primo enigma che si è posto il pensiero umano.
-Con “essere” intendiamo l’esistere in tutte le sue forme?
-Sì. Esserci, esistere, atto d’essere, presenza, vita, pensiero, coscienza: facciamo rientrare tutto nella categoria più ampia dell’essere. Comprende tutto ciò che ha una realtà, tutto ciò che è, tutto quello che appare, comunque lo intendiamo.
-Anche le fantasie, i sogni, le chimere, le utopie?
-Certo, anche quelle cose, a loro modo, sono. Magari non le trovi nella realtà concreta, ma esistono nell’immaginazione e nel pensiero o in una percezione distorta. Quello che sogni, pensi o immagini è per te un qualcosa che esiste, una realtà effettiva. E comunque le idee più astratte, le fantasie più sfrenate hanno spesso cambiato il mondo, dimostrando la loro “realtà”.
-Quindi l’essere è molto più vasto di quello che tocchiamo o vediamo.
-Sì. L’essere comprende la materia, ma anche il pensiero, le possibilità. Anche ciò che potrebbe essere, ma non è ancora. Un progetto, un sogno, un’ipotesi scientifica, una teoria filosofica. Tutto questo esiste almeno come possibilità pensata.
-Quindi l’essere non è solo ciò che è attuale, ma anche ciò che può diventarlo.
-Esatto. E a questo punto nasce un altro mistero. Se l’essere comprende tutto ciò che è e tutto ciò che può essere, allora che cosa resta fuori?
-Direi: nulla.
-Appunto: il nulla.
-Il nulla… Ma se è il niente, come se ne può parlare?
-È una grande domanda. Perché se è davvero il nulla assoluto, come possiamo dirne qualcosa? Ma noi lo nominiamo, perché lo pensiamo come il contrario dell’essere, il suo opposto. Come il buio rispetto alla luce. Ma il buio non è qualcosa: è l’assenza di luce.
-Dunque, l’essere e il nulla non si possono concepire, non si possono definire o comprendere col pensiero. Il mistero si fa ancora più fitto.
-E la domanda iniziale “perché esiste qualcosa?” ritorna ancora più potente.
-C’è una via di uscita?
-Potremmo tornare al filosofo Parmenide, che diceva una cosa tanto semplice quanto sconvolgente: l’essere è.
-Sembra una banalità, una tautologia che non spiega nulla.
-E invece è una rivoluzione. Perché se l’essere è, allora il non-essere non è.
-Uhm… non cambia molto. E poi dicevamo che il nulla non esiste e quindi non si può pensare né dire.
-Esatto. Partiamo quindi da una certezza: qualcosa esiste e per noi è un fatto innegabile. E qui arriva Parmenide che dice: se il nulla non esiste, allora l’essere non può nascere dal nulla e non può finire nel nulla.
-Quindi l’essere è eterno, senza inizio né fine.
-E unico. Perché se esistessero due esseri, dovrebbe esserci qualcosa che li separa. E quella separazione sarebbe non-essere. Ma il non- essere non è.
-Quindi per Parmenide esiste solo l’essere.
-Un essere unico, eterno, immutabile. Che non ha bisogno di spiegazioni o cause, perché è un assoluto che si pone come tale. L’essere è, punto. Non c’è altro da aggiungere.
-È una visione che dà la vertigine, il mio pensiero non ci sta dietro. Abbiamo dunque risposto alla domanda iniziale: perché c’è il mondo e non il nulla?
-Parmenide ci ha offerto un geniale tentativo di risolvere il mistero. Ma forse la domanda sull’essere non ha una risposta, si ripresenta sempre intatta, fresca, inscalfibile. E comunque ogni tentativo di spiegare cade inevitabilmente in contraddizione.
-Perché?
-Perché qualsiasi risposta rimane ancora qualcosa che è.
-Quindi resta sempre dentro l’essere.
-Per comprendere l’essere e il suo perché dovremmo poterlo vedere “da fuori”, come una totalità. Ma noi siamo confinati nell’essere, lo osserviamo da un piccolo, limitato punto di vista.
-Allora non riusciremo mai a sciogliere il mistero.
-Forse la filosofia, la ricerca di una risposta, non serve a questo. Serve a ricordarci che da sempre viviamo il mistero. E che questo rende la vita affascinante, inesplicabile, sempre nuova e sorprendente. È il fascino dell’inconoscibile.
-Devo quindi rinunciare a cercare il perché del mondo?
-No, continua. È qualcosa che dà senso al tuo essere qui. E comunque è una tendenza per noi uomini insopprimibile e irrinunciabile. Da lì poi partono infinite domande, una più intrigante dell’altra.
-Altre domande? Ad esempio?
-L’essere è un grande mistero. Ma la coscienza? Il fatto che nel mare dell’essere appare un punto di consapevolezza che si interroga sul mondo e sulla vita? Ti sembra poca cosa?
-Sento che adesso la mia mente è ancora più confusa e in preda alla vertigine…
-Allora devi rallegrarti.
-Rallegrarmi?
-Sì. Perché in questo momento sta accadendo qualcosa di straordinario. In un piccolo punto dell’universo, l’essere sta diventando cosciente di sé.
-E cosa fa?
-Si guarda intorno. E, cosa ancora più incredibile, pone a sé stesso la domanda più antica di tutte: perché?
16 marzo 2026

302 Seguire la luce
-Dicono che Proclo, il grande maestro neoplatonico, fosse solito alzarsi all’alba per intonare un inno al sole nascente. Cosa strana per un filosofo. Il saluto al sole sembra essere più un rito religioso…
-Per lui non era un rituale religioso, era un atto filosofico. Il sole era l’immagine visibile dell’intelligenza divina. La sua non era una preghiera, ma un riconoscimento della realtà del primo Principio.
-Quindi era un’espressione della metafisica dell’Uno, tipica del neoplatonismo.
-Sì, però devi sapere che anche un suo discepolo gli chiese il perché e gli fece un’obiezione: stava rendendo onore a un’immagine sensibile; non era invece compito del filosofo elevarsi oltre il visibile? Sappiamo che i neoplatonici vedevano la materia come limitazione, oscurità, il grado più basso dell’essere.
-Conosciamo la risposta di Proclo a quel suo allievo audace?
-Sembra abbia detto così: “Il mondo materiale è una soglia. Il filosofo non si ferma alla luce: la segue fino alla sua fonte.”
-Mi pare una risposta ermetica.
-Proclo distingue la luce materiale del cosmo da quella immateriale dell’Uno. Ma, al contrario di altri neoplatonici, ritiene che anche la realtà sensibile partecipi alla bontà del divino, per quanto in modo imperfetto e limitato. Il cammino del filosofo è un’ascesa dell’anima, che si eleva gradatamente dall’ombra alla luce dell’Uno.
-Mi sembra comunque un insegnamento piuttosto difficile.
-Un altro discepolo di Proclo la pensava così e gli chiese: “Perché la verità è così difficile da raggiungere?”
-E lui cosa rispose? Che era un giovane troppo impaziente?
-Nessun rimprovero. Sorrise e gli disse: “Non è la verità a essere difficile. È l’anima che deve diventare capace di sostenerla.” E aggiunse: “Se fosse semplice, non trasformerebbe nulla.”
-In effetti, una verità facile da conquistare sarebbe troppo ovvia e banale. E non servirebbe a migliorarsi.
-Forse la verità non è così difficile da raggiungere, siamo noi a essere complicati. Ciò che vogliamo scoprire è davanti ai nostri occhi, dobbiamo solo aprirli.
-Ci sono altri particolari su Proclo? Vorrei conoscerlo meglio.
-La biografia di un filosofo per noi non è semplice curiosità. Può dirci tante cose su di lui.
-Già, penso a Socrate, che conosciamo solo attraverso testimonianze da fonti disparate.
-Il che rende la sua figura poliedrica, enigmatica e inafferrabile. Ma torniamo al neoplatonico Proclo. Era apprezzato da tutti per la sua gentilezza e la sua intelligenza. Da piccolo era stato molto malato e aveva rischiato di morire. Poi era stato investito da una misteriosa luce ed era guarito. Da allora il ricordo di quella luce era diventata una inesausta ricerca dell’Uno divino.
-Hai ancora qualche aneddoto su di lui?
-Ti racconto un episodio singolare: durante una lezione sul primo Principio il maestro improvvisamente tacque. Il silenzio nell’aula si protrasse a lungo, tanto che gli allievi iniziarono a guardarsi preoccupati e confusi. Alla fine Proclo concluse: “Se avete sentito, questo è ciò che le parole non possono dire.”
-Bello. Un insegnamento senza parole. Forse il più profondo.
-Arrivati a un certo punto, di fronte al Principio supremo e all’impossibilità di descriverlo e definirlo, la parola tace. È il silenzio che parla. Per Proclo il vertice della filosofia non era un discorso o una dimostrazione, ma un oltrepassamento. Era spingere lo sguardo oltre il confine del mondo sensibile, nell’immateriale, nell’ineffabile, là dove il linguaggio è impotente a descrivere.
-Il silenzio a volte è più eloquente di qualsiasi spiegazione.
-Nei momenti più alti le parole appaiono insufficienti rispetto al sentire. Comunque Proclo non si atteggiava a grande sapiente, benché tutti lo considerassero tale.
-C’è qualche episodio anche su questo?
-Sì. Una notte fece un sogno. La sera prima si era arrovellato su un problema, senza venirne a capo. Poi si era addormentato e aveva sognato una figura luminosa che gli mostrava la soluzione. Il giorno dopo raccontò il fatto ai suoi allievi, dicendo: “Non tutto quello che insegno viene da me. Alcune verità si lasciano incontrare solo quando smettiamo di inseguirle.”
-Direi un bell’esempio di modestia.
-Forse non era modestia. Proclo era onesto, affermava una profonda verità. Quando abbiamo un’intuizione, questa sembra scaturire da un luogo “altro”, da una dimensione sconosciuta. È come dire: la verità non appartiene a nessuno, si manifesta in modo inaspettato.
-Comunque era un filosofo dal sentire profondo.
-È così. Un giorno, durante una passeggiata ad Atene, un discepolo gli chiese cosa rendesse una città veramente grande. Proclo indicò gli edifici, i templi, le strade, poi scosse il capo: “Tutto questo è solo la sua ombra.” E concluse: “La vera città è fatta dalle anime che sanno elevarsi. Tutto il resto è solo scenografia.”
-Sembra che la filosofia di Proclo sia stata guidata da un’idea fissa: seguire la luce.
-Bravo, questa espressione è molto adatta. Tutto il neoplatonismo è una metafisica della luce, un’ascesa dell’anima al divino. Questo però non significa che Proclo si ritirasse dal mondo, rifuggendo dalla vita materiale delle attività quotidiane. Diceva ai suoi discepoli: “Il filosofo non fugge dal mondo, impara a leggerlo.”
-Un insegnamento che vale anche per noi.
-È una visione che attraversa molta filosofia neoplatonica: il mondo sensibile non è un ostacolo, ma un passaggio. Non è qualcosa da negare, ma da interpretare. Ogni forma visibile è una traccia, ogni luce riflessa un segno e un invito. Unire l’alto e il basso, l’umano e il divino; vivere il mondo come un attraversamento; coltivare le virtù dell’anima per elevarsi: è il messaggio che da Proclo è arrivato a noi. Con le sue parole e i suoi silenzi.
19 marzo 2026

303 La seconda freccia
-Il Buddha ha parlato della sofferenza umana tracciando una distinzione tra sofferenza e dolore. Non sono la stessa cosa?
-Nel suo insegnamento il dolore è un fatto fisico, la sofferenza è mentale. Per marcare la differenza ha usato una metafora: quella delle due frecce.
-Non ne ho mai sentito parlare.
-È un esempio semplice, ma efficace. Una persona viene colpita da una freccia e prova dolore. Poi ne arriva una seconda, diversa, che aggiunge sofferenza al dolore.
-Cosa significa?
-La seconda freccia è tutto ciò che la mente aggiunge: “perché proprio a me?”, “non doveva succedere”, “non lo accetto”, “è ingiusto”, ecc.
-E questo lamentarsi raddoppia il dolore?
-Non solo, lo moltiplica. Però, nota: il dolore è qualcosa che accade. La sofferenza invece è costruita.
-La sofferenza non è un fatto inevitabile?
-Il dolore non si può evitare, ma la sofferenza mentale sì, almeno in gran parte.
-Però mi sembra normale reagire al dolore con lamenti, rimpianto, rabbia o paura.
-Certo. È il funzionamento abituale della mente. Ma l’insegnamento dice: non soffriamo solo per ciò che accade, ma anche per come lo interpretiamo. Il pensiero non si limita a registrare l’esperienza: la commenta, la giudica, la amplifica.
-Quindi la seconda freccia è il commento che accompagna le nostre esperienze dolorose?
-Sì. È la storia che costruiamo intorno al dolore, la reazione mentale che segue. Ed è questo che lo rende più tormentoso.
-C’è modo di evitare questo meccanismo?
-Non si può sempre e completamente. Però si può fare una cosa importante: osservare con attenzione l’accadere e cogliere il momento in cui la seconda freccia viene scagliata.
-Spiegami, non ho capito bene.
-Si tratta di vedere il momento in cui il dolore diventa “il mio dolore”, un’ingiustizia o un problema per me. La sofferenza nasce dall’identificazione, da un intreccio tra esperienza e pensiero.
-Quindi il dolore può non collegarsi all’io e al mio? È davvero possibile?
-Secondo il Buddha sì, è l’unica via per liberarsi dalla sofferenza. Senza un “io” che si appropria dell’esperienza, la seconda freccia perde forza e non fa più male.
-Quindi, se il fatto doloroso non è riferito al proprio io la sofferenza scompare o perlomeno diminuisce. Ma il dolore?
-Il dolore rimane. Ma senza la costruzione mentale che lo amplifica diventa sopportabile, si fa più semplice, diretto, meno narrato e drammatizzato. La nostra mente costruisce storie su ciò che accade e tutto diventa più angoscioso, se non tragico. La seconda freccia si riferisce a queste storie raccontate.
-Dunque, se non possiamo eliminare il dolore dobbiamo accettarlo.
-Sì, come un’esperienza universale che fa parte della vita e riguarda tutti. Ma si può evitare di aggiungere la sofferenza mentale, vedendone con chiarezza il processo che la origina. Soffrire per il turbinio di pensieri negativi è spesso peggiore del dolore in sé.
-Come fermare la seconda freccia?
-Bisogna osservare tutto senza fuggire, senza rifiutare ciò che accade, senza sentirsi vittime. E intercettare al volo il pensiero che segue il dolore, fermarlo sul nascere, capire che è una mera interpretazione. Prima c’è ciò che accade. Poi ciò che ne pensiamo. Tra le due cose nasce la sofferenza.
-Tutto parte sempre dal pensiero.
-Certo. E il rimedio è la consapevolezza. È l’inizio di una libertà nuova. Gli avvenimenti esterni non ci domineranno più come prima.
-Dunque, se mi capita di soffrire non devo più chiedermi: “Perché io, perché proprio a me?”
-Liberarti da questa domanda è il primo passo, quello più difficile, ma decisivo.
-E qual è la domanda giusta?
-Il Buddha forse direbbe: “Che cos’è questo dolore, prima che io lo interpreti facendone una storia?”. Accoglilo come un’opportunità per crescere in saggezza. Non è una via facile. Richiede attenzione, lucidità, un lavoro continuo su di te. Ma il punto non è ottenere qualcosa. È comprendere. E cessare di aggiungere dolore al dolore.
24 marzo 2026

304 L’armonia nascosta
-C’è qualche filosofo antico che parla del rapporto uomo-natura? Oppure è un tema più sentito nella contemporaneità?
-Tra le voci che nell’antichità si sono espresse sul tema ti propongo una delle più originali: quella di Eraclito.
-So che è uno dei più enigmatici pensatori del mondo greco.
-Siamo agli albori della filosofia e i primi pensatori hanno una freschezza di sguardo difficile da eguagliare. Senti la potenza di queste parole di Eraclito: “La natura ama nascondersi.
-La natura si nasconde? A me sembra di no: è sempre qui, aperta davanti ai nostri occhi. Noi viviamo immersi nella natura, la studiamo, la trasformiamo, la sfruttiamo. Cosa significa che “ama nascondersi?”
-Secondo il filosofo la natura non si offre mai completamente allo sguardo umano. Però per comprendere la profondità di questa affermazione bisogna fare un passo indietro. Quando noi parliamo di “natura” pensiamo a qualcosa di esterno: paesaggi, animali, boschi, oceani. Qualcosa che si può osservare, misurare, spesso anche controllare. Per i primi filosofi invece la phýsis era molto di più. Non era un insieme di cose, ma un processo: il principio originario che fa emergere, trasformare e finire tutto ciò che esiste. La natura è un continuo, eterno divenire.
-E l’uomo? Che parte ha in questo divenire?
-L’essere umano non è un semplice spettatore. È parte integrante di questo flusso, in esso vive e agisce.
-Però non ho ancora capito il “nascondersi” della natura.
-Se torniamo al significato di phýsis, la natura è questo movimento vitale, profondo, che non appare in superficie. Al nostro sguardo le cose sembrano stabili, ma in realtà cambiano costantemente. Il mondo sembra ordinato, ma è attraversato da tensioni e contrasti che si celano dietro l’apparenza. Eraclito ne dà una definizione magnifica, parla di “armonia nascosta”.
-In effetti lo dice anche la fisica moderna. Questo tavolo mi sembra un oggetto compatto, immobile, stabile. Ma dietro l’apparenza, la realtà subatomica è in continuo movimento: una vorticosa dinamica di energie e particelle per noi inimmaginabile.
-È questo il punto. Anche ciò che appare stabile è in perenne trasformazione. Eraclito ci invita a diffidare dell’immediatezza dello sguardo: la verità del cosmo non coincide con ciò che appare. La natura si nasconde perché il suo operare non è evidente, è un movimento sotterraneo e misterioso, che richiede attenzione e ascolto. Non si lascia afferrare facilmente, non fermare o possedere.
-Ma torniamo all’uomo. Qual è il suo compito in questo mondo? Perché siamo portati a pensare che debba essere il padrone della natura e possa farne ciò che desidera.
-Se comprendiamo cosa significhi davvero “natura”, diventa chiaro che l’uomo non può dominarla: è l’arché, il principio originario, la vita stessa in manifestazione. In questa prospettiva, cambia radicalmente il suo ruolo nel mondo. Non padrone, ma interprete. E forse custode.
-La modernità ha costruito un’immagine dell’essere umano come dominatore della natura, colui che vuole controllare, subordinare, manipolare le cose.
-Eraclito suggerisce una posizione diversa, più semplice e autentica. Conoscere la natura non significa imporre un ordine, ma cogliere un ordine che da sempre esiste, anche se non è immediatamente visibile. È un atto di umiltà, di riconoscimento della propria appartenenza al Tutto.
-Dunque, una lezione ancora attuale.
-La natura ama nascondersi: questa intuizione antica risuona con forza nel presente. Nonostante i progressi della scienza e della tecnologia, la natura continua a sorprenderci e a sfuggirci. I cambiamenti climatici, la complessità degli ecosistemi, l’imprevedibilità di molti fenomeni ci ricordano che c’è un limite: non tutto si può controllare. Anzi, questa pretesa può portare disastri. Ogni volta che l’uomo dimentica questo limite la natura glielo ricorda, spesso in modo imprevisto e violento.
-In effetti, mi chiedo se davvero conosciamo la natura nella sua essenza più profonda.
-La scienza moderna giunge al paradosso colto da Eraclito: più cerchiamo di rendere la natura trasparente, più troviamo zone d’ombra, fenomeni incomprensibili, misteri insolubili. Dobbiamo accettare un confine, quello tra ciò che è conoscibile e l’inconoscibile. Eraclito non ci invita a superarlo, ma a riconoscerlo. A capire che il mistero non è un difetto di conoscenza, ma la realtà di ciò che è. L’uomo deve imparare a vivere in un mondo che non si lascerà mai completamente svelare.
-Dunque la natura, anche quando crediamo di averla studiata e compresa, continua silenziosamente a eluderci.
-Sì, però non va dimenticato l’essenziale. Eraclito dice che dietro il velo della realtà si cela un’armonia più profonda, fatta di differenze e contrasti. È un mondo dove pólemos domina, eppure da questo conflitto nasce un equilibrio degli opposti, difficilmente concepibile per l’essere umano.
-Un’armonia nella disarmonia, un’unità nel contrasto. Un vero paradosso.
-C’è un frammento celebre in cui Eraclito afferma: “L’armonia nascosta è superiore a quella che appare”. Forse è proprio questa la lezione: ciò che conta non è svelare tutti i segreti della natura, ma imparare a intravedere l’armonia invisibile che la attraversa. E accettare che non saremo mai capaci di penetrare del tutto il suo mistero.
26 marzo 2026

305 Il significato della vita
-Discepolo: “La vita ha un significato?”. È una domanda che mi perseguita e mi inquieta.
-Maestro: È una delle domande più antiche e universali. Come uomini non possiamo fare a meno di interrogarci sul senso della nostra esistenza. Tutti noi la incontriamo prima o poi. Ma più cerchiamo un significato, più sembra sfuggirci. Un paradosso che può togliere la pace.
-Discepolo: Sì. Sembra difficile spiegare cosa è la vita. Il significato tradotto in parole appare vuoto, artificioso, inconcludente.
-Maestro: Magari non è così importante trovarlo. Guarda la bellezza della natura, la sua armonia: c’è bisogno di ridurla in spiegazioni? Il bello può essere goduto così com’è, non deve necessariamente “significare” qualcosa. Così è anche per il nostro esistere.
-Discepolo: Quindi siamo noi a voler tradurre tutto in significato. Perché lo facciamo?
-Maestro: L’essere umano non si limita a osservare il mondo, lo interpreta. È nella sua natura spiegare i fenomeni per dare un senso a quello che vede. Vuole dare ordine a una realtà diveniente che non può governare e che teme.
-Discepolo: La ricerca del significato nasce dalle nostre paure?
-Maestro: Non solo. Si origina anche dai desideri, dai bisogni, dalle nostre convinzioni e speranze. E soprattutto dalla nostra identità personale, dal fatto che ci percepiamo come un “io” separato.
-Discepolo: Vorrei capire perché il ruolo dell’io è così importante.
-Maestro: Il senso che attribuiamo alle cose si riferisce sempre a noi stessi, a quello che siamo e desideriamo. In questo non c’è nulla di male, è un fatto naturale. Quando però ci poniamo la domanda sul significato della vita il gioco si interrompe. Il significato diventa un limite. Dare un senso vuol dire delimitare, definire, chiudere qualcosa di vivo in un concetto. La vita invece appare come qualcosa di aperto, vasto, imprevedibile, inafferrabile.
-Discepolo: Forse ho capito. Si può dare significato ai singoli fenomeni, ma non all’esistenza nella sua totalità.
-Maestro: Sì. C’è una sproporzione insuperabile tra il pensiero umano incentrato sui desideri di un piccolo io personale e l’immensità della vita nelle sue infinite forme e possibilità. È come cercare di costringere il mare in un bicchiere.
-Discepolo: Quindi, nel tentativo di capire, rischiamo di ridurre la vita a…?
-Maestro: …a una cosa tra le altre, a un frammento, quando invece è un intero senza confini.
-Discepolo: L’idea che della vita non si possa trovare il senso mi spaventa non poco.
-Maestro: Cerca di vederlo come una liberazione, non come una perdita. Senza un significato imposto dall’esterno: non c’è un modo “giusto” di vivere; non c’è un fine da inseguire a tutti i costi; siamo liberi di dare al nostro vivere tutti i significati che vogliamo, o anche nessuno.
-Discepolo: Dicevi che la vita è un intero. Mi spieghi meglio?
-Maestro: È un intero indivisibile, non qualcosa da sezionare o spiegare. L’esperienza precede sempre il concetto. Vivere significa partecipare, con uno sguardo diverso: senza frammentare o interpretare.
-Discepolo: Mi dai un’indicazione pratica?
-Maestro: Osserva la vita, sentila, apprezzala, senza cercare subito il “perché”. Davanti a un tramonto, in un momento di silenzio, lascia che tutto possa scorrere senza precipitarti a una spiegazione. Se vorrai, quella verrà dopo. E forse non ce ne sarà più bisogno.
-Discepolo: Dunque, potremmo dire che il vero senso è non cercare un senso.
-Maestro: Hai espresso bene il paradosso. Il senso della vita non è qualcosa da trovare, ma infiniti modi di vivere da sperimentare senza ridurli a schemi e concetti.
-Discepolo: Voglio provare a vivere la vita senza preoccuparmi di “spiegarla”.
-Maestro: Bene. Però ricorda quello che dicevamo: quando ti poni la domanda “La vita ha un significato?” metti da parte il tuo io, sentiti l’intero, diventa quella vastità che guarda sé stessa. Allora, in quel silenzioso sguardo, può arrivare la risposta. O forse, semplicemente, nessuna risposta sarà più necessaria.
27 marzo 2026

306 La goccia d’acqua
Come un fiume che scorre incessante
verso l’abbraccio dell’oceano,
così tutta l’esistenza si muove,
attratta da una pienezza
che è memoria dell’origine.
È una nostalgia dell’infinito
che vibra in ogni forma vivente,
un richiamo silenzioso che muove
il corpo, il pensiero, il desiderio,
e spinge ogni cosa oltre sé stessa.

La goccia non vuole restare goccia.
Non sopporta il proprio limite,
la fragile identità che la separa
e la condanna alla solitudine.
Nella separazione nasce il dolore.
L’incompletezza genera angoscia.
Perché ciò che è parte anela al Tutto
e non trova pace finché non vi ritorna.

Lo slancio della vita è un superamento,
un continuo oltrepassare il confine
che separa e riduce a frammento.
Anche l’uomo condivide questo destino,
vive in cerca di quell’ultima meta.
Ma si smarrisce nel proprio riflesso,
nell’identità di un nome e di una forma
che lo rinchiude nel sogno del “me”:
il centro illusorio che chiamiamo “io”.

Davanti al fiume dell’universo
l’uomo resta solo uno spettatore,
ignaro della corrente di vita
che pure lo attraversa.
Ma l’onda della vita non si ferma.
Scorre, vince ogni resistenza,
trascina le gocce a gettarsi
nell’immensità dell’oceano,
dove nome e forma si sciolgono
in un Tutto senza confini.

Diventare oceano è il destino
di ogni singola individualità.
Quella è la meta ultima del viaggio.
Caduta ogni idea di separazione,
abbandonato ciò che credeva di essere,
il piccolo “me” infine si dissolve,
come fiocco di neve ai raggi del sole.

Il passaggio appare come una morte,
una vertigine, un abisso senza fondo.
Ma è la soglia di una vita più vasta.
Perdersi è lasciare ogni confine,
ogni difesa, desiderio o possesso.
È dire sì a un tuffo nell’immensità
per scoprire una presenza più vera.

La goccia che accetta di morire
non scompare: diventa oceano.
Quello che era stata da sempre.
E nell’oceano non vi è più paura,
non vi è più limite, non più mancanza.
Solo un’immensa, indivisa totalità,
che non conosce né nascita né morte.
28 marzo 2026

307 Non puoi conoscere te stesso
-Da Socrate ai mistici di Occidente e Oriente, tutte le antiche Sapienze insegnano: “conosci te stesso”. Ma dicono altresì che la vera conoscenza è “non sapere”, uno stato di ignoranza. Non è una contraddizione?
-È un paradosso che tutti i cercatori incontrano: la conoscenza di sé, intesa nel modo abituale, è in realtà impossibile. Ogni sapere implica una separazione del soggetto dall’oggetto. Questo vale per le cose e i fenomeni esteriori. Ma non per te. Non puoi creare una distanza da te stesso, non puoi vederti “da fuori”, in modo distaccato. Questa è la prima difficoltà.
-Non posso osservare i miei pensieri e le mie emozioni?
-Sì, ma tu non sei quello. Mentre li osservi chiediti: chi è colui che vede? Dov’è colui che conosce? Nota che c’è una distanza tra te e i tuoi pensieri, li vedi come su uno schermo. Dunque tu non sei i pensieri, che appaiono e scompaiono davanti a te, come oggetti della percezione. È il sapere come lo intendiamo comunemente. Ma noi ci stiamo interrogando sul soggetto conoscente, su colui che si sente “io”. L’osservatore non può dividersi in due. Non può mettersi davanti a sé stesso.
-Siamo quindi destinati a non conoscerci?
-Dal punto di vista della mente, sì. Il conoscere implica parole, definizioni, si basa sul pensare per concetti.
-Pensiero e ragione non parlano del soggetto che dice “io”?
-No, parlano del “me”, che è un’idea del soggetto, una costruzione concettuale. Il pensiero non può afferrare colui che osserva il pensiero. Se intendiamo il conoscere come il ‘dire di’, non c’è possibilità di arrivare alla conoscenza di sé.
-E cosa rimane?
-Rimane il silenzio della parola, il non sapere, quella che i sapienti chiamavano dotta ignoranza. Ma questo “ignorare” è solo per la mente. Non è un’assenza. È un “conoscere” a un livello completamente diverso. O meglio, un riconoscere.
-Un riconoscere cosa?
-Il fatto puro e semplice di essere. È passare dall’intelletto alla consapevolezza. È sentire con assoluta certezza, senza ombra di dubbio, di essere “io”. Un “ri-conoscere” nuovo, immediato, che è oltre le parole. È essere sé stessi.
-Quindi il saggio giunge a essere sé stesso e, in questo senso, a “riconoscersi”?
-Il riconoscersi non è una pratica o un processo. Non ha bisogno di tempo, concetti, teorie o dimostrazioni. È la consapevolezza di quello che sei e sei sempre stato: una pura presenza cosciente, oltre i limiti del pensiero.
-E allora che cosa mi resta da fare?
-Nulla di ciò che la mente intende come “fare”. Nessuno sforzo è necessario per realizzare quello che sei. Il “fare” ti allontana da te stesso. Devi abbandonare l’idea di cercarti come se fossi un oggetto. Ogni ricerca presuppone una separazione, ma tu non sei “altro” da te. Finché ti cerchi, ti pensi come un “qualcosa”, un’immagine, un pensiero. Tu non sei nulla di tutto questo.
-Qual è la via da seguire?
-Nessuna via. Il tuo vero sé è già qui. Nel momento in cui smetti di inseguire, definire, afferrare, resta solo una presenza che non ha bisogno di essere conosciuta. Rimani in quella presenza consapevole. È tutto.
-Alla fine, il “conosci te stesso” degli antichi ha ancora un valore per noi?
-Sì. Si tratta solo di interpretarlo nel modo giusto. Non puoi conoscere te stesso come conosci una cosa. Puoi solo essere te stesso. E per esserlo non devi fare nulla. Solo accorgerti che lo sei già.
29 marzo 2026

308 La tazza di tè
-Ho letto questa storia: un giovane studioso andò da un maestro zen per imparare la saggezza. Appena arrivato iniziò a parlare senza sosta, citando testi sacri e teorie. Voleva capire tutto, subito. Il maestro lo ascoltò in silenzio. Poi preparò il tè e lo versò nella tazza dell’ospite finché cominciò a traboccare. “Basta! La tazza è piena!” esclamò il giovane. Il maestro allora si fermò e disse con calma: “Come questa tazza, anche tu sei pieno. Come posso insegnarti qualcosa, se non hai la pazienza di svuotarti?”
-Possiamo interpretare questa storia in vari modi. Io scelgo una parola come chiave di lettura: pazienza.
-In effetti “pazienza” ha diversi significati: calma, serenità, sopportazione, costanza, forza d’animo. Per me è soprattutto la capacità di attendere.
-La pazienza qui non è solo attesa, è disponibilità interiore. È farsi da parte, lasciare spazio perché le cose possano accadere.
-Il giovane occupa la scena con un fiume di parole. È pieno di sé, del sapere accumulato nei libri, e proprio per questo non sa ascoltare.
-Senza la pazienza accumuliamo solo nozioni. Con la pazienza creiamo le condizioni per comprendere. Noi vogliamo sempre “aggiungere”: informazioni, opinioni, risposte. Pensiamo che così aumenti la comprensione. Ma l’aneddoto insegna cosa vuol dire essere pazienti: togliere, fare spazio, dare tempo, rallentare, fermarsi. Solo così ci disponiamo ad apprendere.
-È vero. Viviamo come tazze colme fino all’orlo, preoccupati di riempire ogni istante.
-Siamo pieni di pensieri, risposte, giudizi. Ma ciò che è pieno non accoglie. E qui emerge qualcosa di ancora più radicale: la pazienza è anche una forma di rinuncia all’io.
-Rinuncia all’io?
-Sì. Non nel senso di annullarsi, ma di sospendere, per un momento, quella parte di noi che vuole affermarsi, dimostrare, arrivare subito alle conclusioni. L’impazienza, in fondo, è un’urgenza dell’io che vuole capire prima degli altri, arrivare prima alla risposta. La pazienza, invece, è un passo indietro. È lasciare che al centro non ci sia il nostro bisogno di controllo, ma il ritmo naturale delle cose.
-In questo senso, svuotare la tazza significa anche svuotarsi un poco di sé?
-Certo. La pazienza è l’arte di non trattenere, di lasciare andare. Oltre il confine del
sapere immediato c’è un territorio più vasto, che va esplorato senza l’urgenza di riempirlo di spiegazioni. Lì le cose accadono, ma devono attendere il momento giusto, come frutti che maturano.
-Quindi l’impazienza porta a forzare, a non rispettare i tempi delle cose.
-Sì. Nasce da un’illusione: quella di poter accelerare ciò che, per sua natura, ha bisogno di evolversi pian piano. Un seme non germoglia più in fretta se il nostro sguardo è ansioso. Un ragionamento non diventa più profondo se lo forziamo a concludersi. Una trasformazione interiore non segue le scadenze del calendario.
-La pazienza si trasforma in qualcosa di più profondo.
-Sì. A un certo punto diventa presenza. Si avvicina a ciò che i filosofi orientali chiamano “non-azione” (wu wei): non inerzia, ma azione spontanea senza sforzo. Un fare che non costringe ma accompagna le cose nel loro fluire. La pazienza autentica si muove in equilibrio tra due estremi: il controllo e la resa. Non coincide con nessuno dei due. È un equilibrio instabile, che va costantemente riguadagnato.
-Mi sembra di avere capito che la pazienza è strettamente legata al tempo.
-Sì. Da una parte c’è il tempo che misuriamo, quello dell’orologio, fatto di scadenze e aspettative. Dall’altra c’è il tempo che viviamo, spazioso, aperto, non quantitativo ma qualitativo. La pazienza non è solo una virtù, ma una forma di percezione. Cambia il modo in cui il mondo ci appare.
-Sì, però non è facile rimanere saldi e imperturbati di fronte alle difficoltà.
-Succede: un momento di dubbio, di crisi, di introspezione. Sono situazioni di vita, soglie di trasformazione. Essere pazienti ci permette di restare in questi spazi senza fuggire, senza la fretta di risolverli.
-Dobbiamo quindi lavorare su noi stessi.
-È sempre così. Dunque chiediamoci: so aspettare? So restare su una domanda senza l’urgenza di chiuderla? So vivere senza riempire ogni vuoto? Oltre il confine dell’impazienza c’è un tempo diverso, da vivere, da ascoltare. E lì accade qualcosa di decisivo: anche se quello che arriva non è ciò che cercavamo, diventiamo capaci di accoglierlo. Una qualità rara, da coltivare.
-Un’ultima domanda: quale fu la reazione del giovane alle parole del maestro?
-Non lo sappiamo. Probabilmente ci fu un lungo silenzio. Ma forse fu proprio in quel silenzio che qualcosa si sciolse e aprì la sua mente. E iniziò davvero l’apprendimento.
3 aprile 2026

309 Uno sguardo nel tempo
-C’è un gesto antico come l’uomo: alzare lo sguardo verso il cielo. È solo curiosità?
-No, è molto di più: inquietudine, desiderio, vertigine. È il bisogno di superare il confine che separa la nostra finitezza dall’infinito che ci circonda.
-Molti grandi uomini ci hanno insegnato a volgere lo sguardo alle stelle.
-È un gesto in cui si fondono filosofia, scienza e contemplazione. Osservare le stelle significa interrogarsi su ciò che siamo: esseri limitati nel tempo, gettati in un universo che sembra non avere né inizio né fine.
-Il cosmo è un caos o un Tutto armonico?
-I Pitagorici descrivevano il cosmo come una sinfonia. Non un disordine, ma un ordine invisibile. Parlavano di legge cosmica che regola il movimento degli astri e di “musica delle sfere”.
-Musica delle sfere… un’immagine poetica.
-Non solo. È un’idea che ha attraversato i secoli fino alla scienza moderna. Le leggi fisiche che descrivono l’universo rivelano una sorprendente semplicità e coerenza. Il cosmo, dicevano già i Pitagorici prima di Galileo, parla un linguaggio matematico.
-Però questa armonia universale non è così evidente. La natura appare spesso frammentaria, caotica, anche distruttiva.
-Le antiche Sapienze dicevano che sembra così se la osserviamo da una prospettiva limitata, umana. Il particolare non può cogliere il significato dell’universale. Per capire dobbiamo metterci nella visione dell’intero, dell’eterno.
-L’eterno… Mi ha sempre affascinato questo concetto. Coincide con l’immortalità? Con ciò che non passa e dura per sempre?
-Di solito confondiamo eternità e immortalità, ma non sono la stessa cosa. L’immortalità è ciò che continua nel tempo: un’anima, un ricordo, un segno lasciato a chi verrà. Ma, anche se è una durata indefinita, appartiene ancora al tempo. L’eternità, invece, non è uno scorrere senza fine, è l’assenza del tempo. È una dimensione in cui i concetti di prima e dopo perdono senso.
-Ci sono filosofi antichi che hanno parlato di questa dimensione di non-tempo?
-Possiamo ricordare Platone che collocava le idee sovrasensibili nella dimensione dell’eternità, mentre il mondo sensibile vive nel tempo. Noi, esseri temporali, possiamo solo intuire l’eterno, nei momenti in cui il tempo sembra sospeso: nella contemplazione, nell’arte, nell’amore, nella meraviglia. Ciò che vive nel tempo non può comprendere ciò che è fuori di esso.
-Certo il tempo è un grande mistero. È risaputo che quando guardiamo le stelle vediamo corpi celesti che non sono nel presente. Stiamo osservando il passato.
-Sì. La luce delle stelle impiega anni, secoli, millenni per raggiungerci. Alcune delle stelle che vediamo potrebbero non esistere più. In questo senso, ogni sguardo al cielo è già un viaggio nel tempo.
-Il vuoto dello spazio a volte mi spaventa.
-Lo diceva anche il filosofo Pascal: “Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa.” Ma quel silenzio non è vuoto: è pieno di tempo, ma stratificato, dilatato, non unico né uniforme.
-Mi viene in mente la fisica moderna con Einstein che dice: il tempo non è assoluto, ma relativo, scorre in modo diverso a seconda della velocità e della gravità.
-Sappiamo che un astronauta che si muove su un razzo nello spazio invecchia più lentamente rispetto a chi resta sulla Terra, anche se la differenza è perlopiù irrilevante.
-Comunque l’idea che il tempo sia fatto di innumerevoli tempi resta affascinante.
-E questo non vale solo per la realtà fisica. Noi viaggiamo nel tempo continuamente: con la memoria che ricostruisce il passato e con l’immaginazione che anticipa il futuro. Il tempo non è solo una dimensione fisica, ma anche un’esperienza interiore. Esiste il tempo cosmico: quello delle stelle, delle galassie, dell’universo. Poi esiste il tempo umano, fatto di giorni, scadenze, memorie, aspettative. Un tempo soggettivo che coincide con la nostra vita concreta.
-Per una stella milioni di anni sono un battito di ciglia. Il nostro tempo è un nulla in confronto.
-Sì, ma questa sproporzione non rende il nostro tempo insignificante. Al contrario, lo rende prezioso. Per noi un istante può contenere un’intera vita, perché il significato non dipende dalla durata, ma dall’intensità dell’esperienza, dal suo senso ultimo. E poi, nella pluralità dei tempi l’uomo occupa una posizione singolare: è l’unico essere, per quanto ne sappiamo, capace di riflettere sul tempo stesso.
-È vero. Gli animali sembrano vivere nell’assenza di tempo.
-Gli animali vivono l’istante. Sono sempre in sintonia con il momento che accade. Non vivono nel prima o nel dopo come gli uomini, non colorano il tempo con la soggettività riflessiva.
-Ma se l’animale vive nella dimensione del non tempo, vuol dire che vive nell’eternità?
-È una bella domanda. Un bel mistero. Chissà. Forse abbiamo qualcosa da imparare dai nostri amici animali.
-Già. Noi siamo qua ancora a dibatterci nella dimensione temporale, mentre loro hanno già conquistato l’eterno.
-Aggiungiamo un’ultima cosa importante: noi uomini viviamo nel mondo, ma non siamo degli osservatori neutrali. Siamo dei punti di connessione. In noi il finito incontra l’infinito. Il tempo diventa consapevole di sé stesso. E forse anche l’eterno. Il cielo stellato al nostro sguardo si riempie di significato e di meraviglia. Solo noi alziamo gli occhi per scrutare il cosmo e domandarci chi siamo.
-Qualcuno ha detto che siamo fatti della stessa materia delle stelle.
-Viviamo nello stesso tempo del cosmo. E partecipiamo, consapevolmente o no, alla stessa armonia. Il confine tra noi e l’universo è forse solo una nostra idea. In realtà tutto è uno, un intero infinitamente diversificato al suo interno. Proprio come una grande orchestra che esegue una sinfonia senza inizio né fine.
-Per concludere, ancora una domanda: se il tempo è relativo e l’armonia è universale, qual è il nostro posto nell’eternità?
-Una domanda enorme, infinita come lo spazio cosmico… Meglio lasciarla aperta, sospesa, a brillare come una stella nella notte.
10 aprile 2026

310 Il Punto
-Giovane discepolo: Quando ha avuto inizio questo mondo? Come è accaduto?
-Maestro antico: Non c’è stato un inizio, solo una dimensione di non-tempo, senza un prima e un poi.
-Giovane discepolo: E in quel non-tempo cosa c’era?
-Maestro antico: Un semplice punto, il Punto originario. Che nella nostra prospettiva temporale da sempre è stato, è e sarà.
-Giovane discepolo: Sto capendo poco. Cos’è questo punto di cui parli?
-Maestro antico: Non un punto geometrico, immobile e astratto, ma un atomo primordiale, attraversato da un moto assoluto, che si muove a velocità infinita, in infinite direzioni.
-Giovane discepolo: Però, se il punto non è nel tempo, come può muoversi?
-Maestro antico: Il movimento infinito è la sua natura. Il movimento non avviene nel tempo, ma è ciò da cui il tempo si genera. Il punto non si muove dentro tempo e spazio, è ciò che li rende possibili.
-Giovane discepolo: Sì, ma insisto: come può quell’atomo muoversi se non nel tempo? Se io mi sposto da qui a lì ci vuole qualche secondo, giusto?
-Maestro antico: Dipende. Se il Punto si muove a velocità infinita, quanto tempo ci vuole perché attraversi qualsiasi distanza e torni qui?
-Giovane discepolo: Uhm… se la velocità è infinita, direi un istante…
-Maestro antico: Neppure un istante. Qualsiasi distanza viene percorsa in un non-tempo. Partenza e arrivo si trovano a coincidere, in una immobilità apparente.
-Giovane discepolo: Perché immobilità “apparente”?
-Maestro antico: Perché così appare a un osservatore che non partecipa a quella velocità infinita. Una coscienza limitata vede il tempo, lo spazio, i fenomeni e tutto quello che chiamiamo mondo. Se pensiamo la velocità del Punto come una frequenza, il suo moto infinito può essere colto in un non-tempo solo da una coscienza di frequenza infinita.
-Giovane discepolo: Mi sembra di capire ancor meno di prima. Non c’è un modo più semplice?
-Maestro antico: In realtà, questo è un modo semplice. Ma io non sono qui per spiegare, voglio solo invitarti alla ricerca, suscitando il tuo desiderio di sapere.
-Giovane discepolo: Però, tornando al Punto: immaginiamo di rallentare il suo movimento fino a poterlo seguire passo dopo passo…
-Maestro antico: È esattamente quello che stai già facendo. Guardati intorno: il mondo che vedi manifestarsi nello spazio e nel tempo è proprio quel moto rallentato. La nostra coscienza limitata percepisce l’infinito in quella forma, come una molteplicità di fenomeni finiti e temporanei. È una visione parziale, frammentata, ma l’unica possibile per noi.
-Giovane discepolo: Quindi il mondo che vedo è l’infinito ridotto dalla mia coscienza a finito? Significa che è un’illusione?
-Maestro antico: Si, esattamente.
-Giovane discepolo: Dunque quello che vedo non esiste?
-Maestro antico: Non ho detto che non esiste. È che se non vedi l’intero la visione è parziale e in questo senso illusoria.
-Giovane discepolo: Fammi un esempio.
-Maestro antico: Immagina di voler vedere un elefante, ma di poter osservare solo una sua cellula. In questo caso la cellula sarebbe certo un fenomeno reale, ma tu staresti vedendo l’elefante?
-Giovane discepolo: Credo di aver capito. Se vedo le ultime tre cifre di un numero che ha un milione di cifre non posso capire di che numero si tratta. Se vedo una tessera di un immenso mosaico, non vedo il mosaico e ciò che rappresenta.
-Maestro antico: Esatto. Illusione è non vedere la cosa così come è, nel suo senso compiuto, nel suo intero. Torniamo però al punto primordiale. Quando si muove a velocità infinita si creano infinite traiettorie. Ogni traiettoria è una fenditura nello spazio, ogni incrocio di linee un evento, un fenomeno. Infiniti incroci, infiniti atomi e cose. Così nascono tutte le forme, i colori, le qualità, le quantità: ciò che chiamiamo universo non è che la trama sterminata di queste intersezioni. Sono tutte possibilità di possibilità.
-Giovane discepolo: Immagino che queste possibilità siano infinite.
-Maestro antico: Le trame e i fenomeni devono essere infiniti. Le combinazioni risultanti dall’infinito movimento sono tutte le combinazioni possibili nella dimensione dello spaziotempo.
-Giovane discepolo: Quindi infiniti colori, forme, qualità, relazioni, cause, effetti, ecc.?
-Maestro antico: Sì. Date le premesse, non può essere altrimenti. Nel campo vastissimo di possibilità si manifesta il nostro mondo, e certamente anche altri per noi inconcepibili.
-Giovane discepolo: Mi sto perdendo nella vertigine di questa infinità. Ma la prospettiva mi affascina.
-Maestro antico: Sei fortunato. Ti fai domande. Stai cercando il tuo perché e il tuo posto nell’universo.
-Giovane discepolo: Provo a riassumere: in questa prospettiva il cosmo appare come una proliferazione senza limite di combinazioni. Tutto ciò che è pensabile, immaginabile, e anche ciò che va oltre il pensiero stesso, trova posto in questa trama originaria.
-Maestro antico: Sì. Esiste un campo infinito di possibilità realizzate e realizzabili. L’essere non è statico: è un accadere continuo, una vibrazione primordiale che si articola in universi.
-Giovane discepolo: E noi? Perché prima parlavi di coscienza, e noi siamo quella. È anch’essa un fenomeno tra gli altri?
-Maestro antico: Qui dobbiamo introdurre un elemento decisivo: il punto originario non è solo movimento, è coscienza. È una potenzialità di consapevolezza che si dispiega attraverso le forme che essa stessa genera. Nel suo infinito movimento il punto vede gli eventi e i fenomeni prodotti come “altro” da sé, nel dualismo soggetto-oggetto. Poi, quando una configurazione raggiunge un certo grado di complessità, quando diventa capace di riflettere e di riconoscere il proprio apparire, allora accade qualcosa di straordinario: la coscienza diventa autocoscienza.
-Giovane discepolo: Qui forse ho capito. Se tutto ciò che esiste è creato dal punto primordiale che è coscienza, allora ogni cosa ha un certo grado di coscienza. E quando si supera una certa soglia la coscienza diventa consapevolezza di sé.
-Maestro antico: Sì. È come se il Punto, moltiplicato nelle sue infinite traiettorie, si ritrovasse. Come se, disperdendosi nell’infinito, producesse luoghi in cui può finalmente guardarsi. L’essere umano è uno di questi punti in cui l’origine torna a sé stessa e si riconosce. Quando il corpo-mente diventa capace di ricevere la coscienza nella sua forma particolare si crea una sintonia con il Punto originario, con la coscienza pura.
-Giovane discepolo: E il Punto torna a sé in modo compiuto?
-Maestro antico: No. Il ritorno non si compie mai. L’autocoscienza è sempre parziale: intravede l’intero, ma non lo possiede completamente. La proiezione del punto nel finito, ad esempio un essere umano, non potrà mai concepire l’infinito, non potrà mai raggiungerlo nella sua totalità. La parte non diventerà mai il Tutto. Tuttavia, più la coscienza si amplia, più si avvicina a quell’unità originaria da cui tutto scaturisce.
-Giovane discepolo: Quindi per la coscienza il cammino di ricerca della conoscenza sarà senza fine.
-Maestro antico: Sì. Ciò che vive nello spazio e nel tempo porta con sé una limitazione essenziale, originaria, insuperabile.
-Giovane discepolo: E questo limite deve rattristarci?
-Maestro antico: No, perché il cammino sarà infinitamente abbondante, pieno di novità, sorprese, esperienze inaspettate, voli dello spirito inenarrabili.
-Giovane discepolo: Però resta una domanda, impegnativa e inevitabile: il punto originario che crea ogni cosa è Dio?
-Maestro antico: Un principio infinito, creatore di spazio, tempo e coscienza, sembra avvicinarsi a ciò che molte tradizioni chiamano divino. Ma noi ci fermiamo. Chiamarlo Dio rischia di chiudere ciò che, per sua essenza, è apertura. Lasciamo la domanda come un grande punto interrogativo che può accompagnare la nostra vita.
-Giovane discepolo: Un’ultima domanda, la prima che volevo fare… Come fai a sapere che quello che dici è vero? Come puoi dimostrarlo?
-Maestro antico: Non c’è niente da dimostrare. Non ho mai detto che quello che affermo è verità. Non c’è nessun sapere da trasmettere, nessuna lezione da impartire.
-Giovane discepolo: Ma allora… Credi davvero in quello che affermi o per te è solo un gioco?
-Maestro antico: Anche questa domanda la lascio senza risposta. Io parlo con te perché così spontaneamente accade e la cosa mi fa piacere. Qualcuno mi chiama maestro, ma si sbaglia perché io non ho e non voglio discepoli. Ho solo compagni di viaggio con cui condividere parole.
-Giovane discepolo: Quello che dici mi fa sentire improvvisamente solo…
-Maestro antico: Forse riconoscere che siamo soli è un gesto di libertà. Così sarai tu a scegliere i tuoi passi nella ricerca del vero e lo farai senza appoggiarti a nulla. Non è necessario che tu trattenga ciò che abbiamo detto. Puoi anche lasciarlo andare.
-Giovane discepolo: E dopo, cosa fare?
-Maestro antico: Guardarti intorno, vivere, interrogarti, osservare. Restare con ciò che senti, coltivare la tua intelligenza, dare ascolto alla tua intuizione. Poi… se qualcosa dovrà accadere, accadrà.
17 aprile 2026

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sito e testi di michele losanna – michele.losanna22@gmail.com