Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


pag.32

311 Sotto il porticato di Alessandria
-Ad Alessandria ho seguito le lezioni di Agrippa lo Scettico. Sono rimasto scosso da quanto ho sentito.
-Perché eri là? Hai dovuto fare un lungo viaggio.
-La mia sete di conoscenza non si è ancora spenta. Mi spinge a cercare il vero, anche nei luoghi più lontani.
-E cosa hai trovato? Racconta.
-Pieno di entusiasmo sono arrivato alla sua scuola, ma già al primo ascolto ero in profonda crisi. Agrippa sostiene che nessuna verità sia raggiungibile dall’uomo. E pensa di dimostrarlo, con alcuni argomenti che chiama tropi.
-Non so molto della filosofia scettica. Conosco solo il termine skeptomai: guardare attentamente, esaminare. Gli Scettici non sono cercatori del vero?
-Lo credevo anch’io. Poi ho incontrato la radicalità del loro pensiero, che nega la possibilità per l’uomo di conoscere la verità delle cose.
-Sono curioso. La filosofia è nata per conoscere il vero. Spiegami le idee di Agrippa.
-Ho parlato con lui. Un pomeriggio stava passeggiando da solo nel giardino della scuola, allora mi sono fatto coraggio e mi sono avvicinato. Dopo le sue lezioni la mia mente era in tumulto, avevo bisogno di un confronto diretto. E quella era l’occasione.
-Non ti ha allontanato? Spesso i filosofi assumono un atteggiamento di superiorità.
-No. Mi ha accolto con gentilezza e mi ha concesso un po’ del suo tempo. L’ho trovato paziente, profondo, acuto nell’argomentare. Ma anche implacabile.
-Perché implacabile?
-Agrippa non accetta compromessi. E una cosa mi divideva e mi divide ancora dalla sua dottrina: l’idea che la verità sia per l’uomo una chimera. Se così fosse, crollerebbe tutto il significato della ricerca filosofica.
-Quindi cosa accadde?
-Dopo i convenevoli di rito venni subito al punto. Gli chiesi perché la filosofia dovesse rinunciare a cercare la verità. E aggiunsi: noi uomini abbiamo una quantità di certezze che dimostrano che sapere è possibile.
-E Agrippa come reagì?
-Si fermò sotto il porticato, tra luce e ombra. Mi guardò e disse: “Credi davvero di sapere qualcosa?” Lo aspettavo al varco su questo, quindi risposi prontamente: “Non solo lo credo. Lo so.” E lui replicò: “Allora dimmi: cosa rende vera una tua convinzione?” Io esitai un istante, poi dissi: “Le prove. Le dimostrazioni. Le ragioni.” Agrippa si fece serio: “E da dove vengono queste ragioni?” La mia risposta fu pronta: “Da altre ragioni, naturalmente.” Il maestro annuì, come se avesse atteso proprio quelle parole: “Allora iniziamo da qui. Io insegno cinque tropi, cinque passi che smontano ogni certezza di sapere.”
-E tu? Non avevi il timore di affrontarlo?
-Ero pronto alla sfida. Ero certo di spuntarla, alla fine. Noi tutti viviamo di certezze, convinzioni, usi e costumi che appaiono verità indubitabili. Come si può vivere altrimenti? L’intelletto ci serve proprio per questo.
-Come continuò il dialogo?
-“Il primo tropo è il disaccordo“, esordì Agrippa, “Guarda il mondo. Gli uomini discutono su tutto: giusto e sbagliato, vero e falso, ciò che è e non è reale.” E io: “È normale, non tutti riflettono abbastanza. La verità si conquista lentamente, col ragionare.” Ma lui replicò: “‘Osserva con attenzione, non esiste mai un punto in cui il disaccordo si risolve davvero. I dibattiti non hanno fine. Rimane sempre qualcuno che dice: ‘Sì, ma…’ e il gioco ricomincia. Se persone intelligenti e oneste discutendo non concordano, come fai a scegliere chi ha ragione?”
-Avevi pronta una risposta?
-Rimasi in silenzio, dubbioso. E Agrippa continuò: “Il secondo tropo: il regresso all’infinito. Prendi una tua certezza e dimmi perché la ritieni vera.” E io dissi: “Perché è sostenuta da ragioni.” “E quelle ragioni?” “Sono sostenute da altre ragioni.” “E queste altre?”… A quel punto capii: “Non si può andare avanti all’infinito.” E il maestro, con un sorriso: “Vedi? È quello che accade. Ogni giustificazione ne richiede sempre un’altra e un’altra e un’altra ancora. E così via. Questo è il regresso all’infinito”.
-Qual era il terzo tropo?
-La relazione. Secondo Agrippa, ciò che chiami vero dipende sempre da qualcosa: dal punto di vista, dalle condizioni, dalla cultura, dalle circostanze. Non esiste una verità assoluta, perché la realtà oggettiva non si incontra mai. Noi vediamo fenomeni sempre in relazione tra loro, mai isolati. Da qui confusione e incertezza.
-Queste idee non mi sembrano così strampalate. Anzi, il discorso è interessante. Passiamo al quarto tropo.
-È quello della ipotesi. A un certo punto, dice Agrippa, cercando di fondare il sapere su un terreno stabile, per fermare il regresso all’infinito, dobbiamo accettare principi di base che non sono dimostrabili.
-È per forza così. Non possiamo evitare di ammettere postulati, principi primi, dogmi, ecc.
-Certo. Ma Agrippa dice che, se è così, allora questo è un credere. Non è un sapere. Assumiamo verità accettate senza prova.
-Di fronte a queste argomentazioni anch’io mi trovo in difficoltà. Che gli dèi esistano è per me un dogma assoluto, ma come faccio a dimostrarlo? Devo accettarlo come una verità e basta.
-Capisco. Anche il divino rischia di diventare solo un’ipotesi. È un discorso scivoloso.
-Rimane il quinto tropo.
-È quello del circolo. Agrippa me lo spiegò così: “Spesso giustifichiamo qualcosa usando ciò che dovrebbe essere dimostrato. È un ragionamento che si regge su sé stesso. E così ritorniamo al punto di partenza.”
-Mi fai un esempio di ragionamento circolare?
-Eccone uno: “Thymos è una persona affidabile perché mantiene sempre le promesse. Come faccio a saperlo? Perché io so che è un tipo affidabile.” Invece di dimostrare la tesi, la assumo come vera fin dall’inizio, creando un circolo vizioso che confonde causa e conseguenza.
-Sono un po’ disorientato. Questi argomenti mi tolgono la terra di sotto ai piedi. Alla fine, come hai risposto?
-Col silenzio. Ero davvero in difficoltà. Avevo compreso che ogni ragionamento ricade inevitabilmente in uno dei cinque tropi e si rivela insostenibile.
-Fu questa la conclusione del vostro dialogo?
-Alla fine, Agrippa mi guardò con comprensione e disse: “Lasciamo cadere l’illusione di possedere la verità. Ma qualcosa resta: il dubbio. Non come debolezza, ma come spazio, apertura. Noi continuiamo comunque a vivere e ad agire. Possiamo farlo ponendoci domande, sapendo però che ogni certezza è fragile.”
-Dunque Agrippa non chiudeva del tutto la porta alla ricerca.
-Sì. È un pensatore intelligente. Ma io rimango della mia idea che la verità esista e si possa raggiungere col retto filosofare.
-Ti ho ascoltato e mi sono fatto una mia idea: la skepsis di Agrippa non vuole distruggere l’idea di verità, vuole solo mostrarci i nostri limiti. Quello, per lui, è l’inizio della vera filosofia. È facile aggrapparsi a convinzioni non messe alla prova. È più difficile sottoporre tutto a esame, anche ciò che sembra ovvio e consolidato.
-Uhm… Mi stai aiutando a vedere in modo diverso il mio incontro con Agrippa. Forse è vero: la filosofia non inizia dove troviamo risposte, ma dove mettiamo in discussione quelle che abbiamo.
-Allora continuerai a cercare? Come?
-Certamente la mia ricerca continuerà. Camminando come ho fatto sotto quel porticato di Alessandria. Tra luce e ombra.
19 aprile 2026

312 Dotta ignoranza
-Il filosofo Cusano parla di dotta ignoranza. Con questa espressione intende un sapere o un non sapere?
-Entrambe le cose. È una concezione del conoscere umano che afferma l’impossibilità di raggiungere l’ultima verità.
-Una forma nobile di scetticismo?
-No, è una teoria della conoscenza che parte da questo assunto: conoscere è comparare, misurare, rapportare, stabilire analogie. La mente umana opera sempre attraverso confronti: determina il noto a partire dal noto.
-Fin qui seguo il ragionamento: conoscere è confrontare il noto con il nuovo. Ma perché dotta ignoranza?
-Il sapere entra in crisi nel momento in cui si confronta con ciò che eccede ogni misura. È il caso che si verifica quando pretende di indagare l’infinito. Un grande paradosso: sapere di non poter sapere.
-Cusano indagava l’assoluto? Il divino?
-Sì. Si domandava: possiamo sapere qualcosa di Dio? Tieni presente che stiamo parlando di un filosofo del XV secolo, una personalità profondamente religiosa. La sua risposta era: quando ci interroghiamo sul divino incontriamo il nostro limite, che non è un difetto, ma una caratteristica strutturale della mente umana.
-Capisco. Tra finito e infinito non vi è proporzione. Alla fine ci arrendiamo al fatto che non possiamo conoscere cose troppo grandi.
-L’assoluto non è semplicemente “troppo grande” per essere conosciuto. È, più radicalmente, incommensurabile. Si sottrae a ogni forma di conoscenza e di immaginazione.
-È la lezione socratica del “sapere di non sapere”?
-Sì, ma con una differenza importante: il “non sapere” per Socrate è un punto di partenza, per Cusano è un punto di arrivo. L’ignoranza non è il contrario del sapere, ma il suo esito più rigoroso, quando l’intelletto tocca il confine dell’ignoto.
-Cusano ci aiuta a capire con qualche immagine o metafora?
-Sì, ci suggerisce l’approssimazione infinita. Immagina un poligono inscritto in un cerchio: quanti lati può avere quel poligono?
-Direi tanti, ma non infiniti.
-In effetti è così. All’aumentare dei lati, il poligono si avvicina sempre più alla circonferenza, senza però mai coincidere con essa. L’approssimazione può essere indefinita, ma la coincidenza è impossibile.
-Il quadrato e il cerchio non potranno mai sovrapporsi, per loro natura. Potranno solo avvicinarsi con l’aumentare dei lati del poligono. Arrivati al limite, i lati finirebbero per diventare un punto… quindi scomparirebbero.
-Sì. Cusano dice che la conoscenza è un processo di approssimazione, aperto indefinitamente. Ma l’incremento del sapere, per quanto illimitato, non può eliminare la distanza con l’infinito. Il sapere non conduce al possesso della verità ultima, solo alla chiara comprensione della sua inaccessibilità.
-Dobbiamo quindi riconoscere questo confine invalicabile. E dopo? Si può fare ancora filosofia?
-Il pensiero si colloca necessariamente su un confine: tra ciò che può essere misurato e ciò che eccede ogni misura. È in questo spazio che la filosofia trova il suo compito più proprio. La dotta ignoranza non invita a rinunciare alla conoscenza, ma a trasformarne il senso: da possesso a ricerca; da definizione ad approssimazione; da certezza a consapevolezza del limite.
-È una resa della ragione?
-No, è la sua espressione più alta. Il pensiero è costretto a riconoscere che non tutto è comparabile, non tutto è conoscibile. Ma va bene così. L’impossibilità diventa un principio regolativo: non paralizza la ricerca, la orienta. In questo senso, la dotta ignoranza non restringe l’orizzonte del sapere, anzi lo libera, gli impedisce di irrigidirsi.
-È una lezione valida anche per noi oggi?
-Può essere un antidoto al pensiero che crede di poter conoscere tutto e dominare il mondo. Non vale solo per ciò che chiamiamo divino, assoluto, infinito. Vale anche per la natura e ogni cosa che l’esperienza incontra. Ogni realtà è a suo modo infinita, perché vive nel tempo e non si può predire in futuro cosa sarà e diventerà. Lo stesso vale per il passato, su cui possiamo fare solo congetture, perché ciò che è andato vive solo nel ricordo e ha sempre margini di incertezza.
-E ciò che è nel presente? Almeno questo è conoscibile in modo certo?
-Ogni realtà che incontriamo si sottrae allo sguardo, conservando gelosamente la sua verità. Cosa puoi dire, con assoluta certezza, di quel filo d’erba che cresce là nell’aiuola? Puoi solo darne una descrizione esteriore e approssimativa. Non puoi penetrare il segreto della sua esistenza.
-Cusano si spingeva fin qui nel suo ragionamento?
-No. Per lui l’importante era rimarcare la distanza infinita tra l’uomo e Dio. E gettare uno sguardo nell’eterno, nel mistero insondabile che permea ogni realtà e ci spinge alla ricerca.
-Dunque, secondo Cusano, cosa si può dire dell’infinito, del divino?
-Che è una coincidenza di opposti, una realtà assoluta che oltrepassa i limiti della ragione. Che è la possibilità infinita di creare tutto ciò che è e diviene.
-E noi uomini? Se cerchiamo di rappresentarci Dio cadiamo in errore?
-È un tentativo caratteristico dell’umano. Ma ogni uomo lo fa attraverso la sua soggettività: se lo sguardo è amorevole, irato, accogliente o timoroso, Dio appare di conseguenza in certe forme. Essendo infinito è il volto di tutti i volti, la Realtà su cui si può proiettare ogni idea, sentimento e aspettativa.
-Alla fine, per Cusano, c’è un modo giusto per mettersi in rapporto con il divino?
-Per lui il modo migliore per avvicinarsi a Dio è appartenere a sé stessi. Non si tratta di rinunciare alla propria soggettività, perché è la cosa più preziosa. Essere pienamente sé stessi riconoscendo e accettando i propri limiti: è la via che più avvicina all’assoluto. È questo ciò che il nostro filosofo chiama dotta ignoranza.
3 maggio 2026

313 Nel tempio di Sais
Noi sogniamo di viaggi per l’universo:
ma l’universo non è forse dentro di noi?

(Novalis)

Giunse al tempio di Sais alle luci dell’alba.
La statua della dea, nella penombra,
lo attendeva, avvolta dal silenzio.
Era la divinità della Grande Magia,
la Iside “dai diecimila nomi”, la Madre,
la Signora della vita e della morte.

Il giovane era arrivato da lontano
alle fonti della sapienza più antica,
la sola che può dire il mistero del mondo.
Aveva varcato monti, vallate e deserti,
attratto da un misterioso richiamo.
Si era spinto fino alle sabbie dell’Egitto,
oltre i limiti del mondo conosciuto,
di là del confine tra desiderio e destino,
mosso dalla voce che da tempo correva
tra i più illuminati cercatori del vero:
la dea di Sais custodiva l’ultimo segreto,
la chiave che apre al perché dell’universo
-ciò che solo natura e sogno conoscono.

Si diceva della statua del tempio di Sais
che avesse il capo coperto da un velo.
Al coraggioso che lo avesse sollevato
sarebbe toccata la rivelazione del Mistero.

E la cosa avvenne, in un momento.
Ardente di scrutare quel volto divino,
di leggere in esso la suprema verità,
il giovane alzò il velo della dea Iside.
E vide, con grande meraviglia,
il suo stesso volto. Vide sé stesso.

Il giovane divenne così un Iniziato.
La grande Maga aveva fatto il miracolo.
L’uomo era approdato alle rive del vero,
scoprendosi uno con la natura e lo spirito.
Non era caduto solo il velo della dea,
si era dissolto il velo della separazione.
E ciò che appariva non era un “Altro”,
non un dio inaccessibile e lontano,
ma la forma eterna del proprio essere,
l’essenza riconosciuta del proprio sé.
5 maggio 2026

314 Ciò che cerchi ti sta cercando
-Ho incontrato una frase del poeta-filosofo Novalis nella sua opera “I discepoli di Sais”: «Noi sogniamo di viaggi attraverso l’universo: ma l’universo non è forse in noi?». È uno spunto che merita una riflessione.
-Di solito pensiamo la ricerca come un movimento verso qualcosa: un luogo, un’esperienza, oppure conoscenza, bellezza, verità. Ma Novalis ci aiuta a rompere con questa convinzione: e se non fosse così? Se fosse il contrario?
-Il contrario? Non capisco. Un viaggio di ricerca è sempre un cammino verso qualcosa che non possediamo o che è lontano da noi.
-Rovesciamo la prospettiva aggiungendo una suggestione di Rumi, un grande mistico Sufi: «Ciò che cerchi ti sta cercando». Proviamo a vedere la frase non solo come un’espressione poetica, ma come un fatto reale.
-Mi sembrano belle parole che però non corrispondono alla realtà. Il movimento parte sempre da noi, da un desiderio, da un’aspirazione. Sono io che cerco ciò che è fuori di me, con l’azione e la volontà, non viceversa.
-Potrebbe esserci una relazione invisibile tra te e una realtà che ti chiama a sé. Ma per ora rimaniamo al paradigma comune: l’uomo è il soggetto che cerca verità, felicità, senso. Il mondo e le sue “diecimila cose” sono oggetti da raggiungere, da conquistare. C’è una separazione tra sé e ciò cui si aspira.
-Direi che la forza che ci muove nel mondo è proprio questa: il desiderare ciò che ci manca.
-Il termine desiderio viene dal latino de-siderare che si può interpretare liberamente così: “sentire la mancanza delle stelle”. Allude alla distanza tra noi e ciò che desideriamo, che ci appare lontano, sfuggente, a volte irraggiungibile. Ma la frase di Rumi «ciò che cerchi ti sta cercando» -in sintonia con il pensiero di Novalis- suggerisce che noi non siamo solo soggetti attivi in ricerca di ciò che manca. Siamo anche “chiamati”. Il desiderio non è solo vuoto e brama. È anche un segno, l’invito di una luce che ci attira a sé.
-Mi fai un esempio concreto? Per aiutarmi a capire.
-Perché stai dialogando? Cosa ti ha portato qui a parlare con me?
-Direi che sono stato spinto dal desiderio di confrontarmi per chiarire i miei dubbi, per rispondere alle mie domande.
-Dunque sei qui perché qualcosa ti attrae, come una calamita. Vogliamo chiamarlo verità? O significato, senso? Oppure conoscenza del mondo? Conoscenza di te?
-Ho capito cosa intendi. Cercare e essere cercati diventano lo stesso movimento. La cosa che mi chiama e mi attrae a sé coincide con il mio desiderio di possederla e il mio movimento verso di essa.
-Il confine tra soggetto e oggetto, cercatore e cercato, pian piano svanisce. Scopriamo che la nostra identità non è chiusa, è sempre in relazione col mondo. Come il movimento reciproco di due poli che si attraggono.
-Ma basta questo per dire che una cosa cercata mi cerca a sua volta? Un oggetto inanimato non pensa, non vuole, non ha desideri o scopi da perseguire.
-È vero, a meno che la “cosa” cercata non sia dotata di coscienza. Allora cambia tutto. In quel caso ci sono pensiero, volontà, desideri e scopi.
-Forse ho capito: la cosa dotata di coscienza ha a che fare con me? Sono io stesso?
-Esattamente. Se cerchi te stesso sei a un tempo colui che cerca e ciò che è cercato. Accade quando fai tuo il “conosci te stesso”. È quando il desiderio diventa “memoria” di ciò che siamo. Cercare allora è riconoscere, non conquistare.
-È per questo che Novalis dice “l’universo che vogliamo attraversare è dentro di noi”? Siamo noi quell’universo?
-La ricerca -dicono Novalis e Rumi- porta a scoprire che esterno e interno sono un’unica cosa. Nel romanzo “I discepoli di Sais” il giovane cercatore solleva il velo dal capo della dea Iside… e trova il suo stesso volto, riconosce il proprio sé. È il senso della frase di Rumi “ciò che cerchi ti sta cercando”. Un grande paradosso esistenziale.
-Certo. Ti sposti in lungo e in largo nel mondo per tornare alla fine a te stesso! Quello che cercavi sei tu. Una cosa quasi comica.
-In effetti, dove devi andare per trovarti? Quanto tempo ci vuole se tu stesso sei ciò che cerchi? Quello che vuoi conoscere è già presente, adesso.
-Dunque non c’è bisogno di andare al tempio di Sais. Posso conoscermi rimanendo qui. Non servono viaggi nel cosmo. Il cosmo è dentro di me.
-Lo stesso è per la verità. È già dentro di te. Devi solo togliere il velo e portarla alla luce. Come il giovane con la dea Iside: non è lui a trovare la dea, è il Mistero che lo chiama e lo riconduce a sé. Il viaggio non come conquista, ma come rivelazione. Però non dobbiamo illuderci: le nostre ora sono solo parole. Ci vuole una lunga, appassionata ricerca perché diventino fatti. Conoscere sé stessi è un compito arduo, un viaggio senza fine.
-Farò tesoro di queste parole. Capisco che poi bisogna mettersi alla prova perché non rimangano solo una fantasia poetica.
-Prendi quello che abbiamo detto solo come un invito alla ricerca. Abbiamo parlato per simboli, metafore, immagini, intuizioni. Sono solo suggestioni, indicazioni. Sta a te poi farne un cammino di scoperta.
-Per finire… Ci sono altre citazioni di Novalis che ritornano sul tema?
-Te ne suggerisco alcune. Saranno utili per la tua meditazione: «L’interno è anche l’esterno; e ciò che è fuori è dentro»
«Ogni cosa visibile poggia su un invisibile»
«L’uomo è un simbolo profondo e oscuro»

-Voglio comprenderle a fondo. Voglio farle mie. Sarà anche per me come togliere un velo…
6 maggio 2026

315 La ruota che gira
-Immagina di avere di fronte una ruota che gira in senso orario.
-Sì, è un’esperienza piuttosto comune. Riesco a vederla.
-Ora pensa di spostarti sul lato opposto. Com’è adesso il movimento della ruota?
-Da questa parte la vedo girare in senso antiorario.
-Come possono coesistere due moti opposti? Mi dici qual è quello corretto?
-Mi sembrano giusti entrambi. I due punti di osservazione registrano movimenti differenti. E ciascuno è sicuro di essere nel vero.
-C’è una certezza che prescinda dal punto di vista particolare?
-Ogni visione è soggettiva, dipende dalla prospettiva. Questo significa che possono coesistere più verità, che non esiste nessuna certezza?
-Forse qualcosa di certo si può trovare.
-A pensarci bene, una cosa è sicuramente vera: il girare della ruota.
-Una cosa può apparire diversa in base al punto di vista. Ma questo non ci deve far rinunciare all’idea di verità. La ruota gira: su questo concordiamo tutti, è un fatto certo.
-Dobbiamo evitare di cadere nel relativismo?
-Sì, ma anche nel suo opposto: l’assolutismo. Se tutto è relativo il rischio è il nichilismo del “nulla è vero”. Se esiste una verità unica il rischio è il dogmatismo del “solo uno ha ragione”. Noi preferiamo il prospettivismo: ci sono diverse interpretazioni dello stesso fenomeno; si possono trovare delle certezze provvisorie, anche se la verità ultima è inafferrabile.
-Le diverse prospettive hanno tutte lo stesso valore?
-Non sono tutte equivalenti, si possono fare delle scelte. Ma la verità, se esiste, non si può cogliere mai del tutto. Il “vero” è sempre una costruzione parziale, richiede un confronto continuo tra posizioni.
-È come osservare un oggetto da più lati, senza privilegiare un particolare punto di vista.
-Sì. È anche come un dialogo tra persone. Il confronto è necessario per evitare prese di posizione unilaterali. L’umiltà è un antidoto all’assolutismo. È consapevolezza di poter sbagliare. Il sapere è una ricerca in comune, sempre in costruzione.
-Tornando alla ruota, abbiamo dunque una certezza: la ruota gira. Almeno su questo, dicevamo, non ci sono dubbi.
-No. Questo vale per la nostra prospettiva umana. Dire che è una verità assoluta è azzardato.
-Ma prima dicevi… il moto della ruota è un fatto certo, senza discussioni.
-Sì, se ci riferiamo a noi uomini, al nostro modo di percepire le cose. Rimane sempre una certezza provvisoria e parziale.
-In effetti, noi percepiamo e conosciamo solo entro i limiti delle nostre umane possibilità.
-È così. Però ora proviamo un approccio più critico.
-Sono curioso. Da dove si comincia?
-Da qui: il percepire avviene nel tempo. La realtà appare come un fluire continuo. La ruota gira, vediamo i raggi muoversi in circolo. Ma ora immaginiamo di scomporre il movimento in fotogrammi, come in un film. Le immagini si susseguono veloci e danno l’illusione del movimento.
-Illusione? Mi pare che il movimento della ruota sia ben reale.
-Ricerche della fisica moderna mettono in crisi la nostra intuizione del tempo e del movimento. Affermano che ciò che percepiamo come reale -il fluire del tempo, il divenire- è una costruzione della coscienza.
-Faccio fatica a seguirti.
-Secondo queste ricerche, la nostra percezione non coglie il mondo “in sé”, ma lo organizza secondo forme umane di esperienza, tra le quali la più importante è il tempo. Per riprendere la metafora cinematografica: il mondo si può pensare come una sequenza di fotogrammi; appare come movimento continuo, ma è un insieme di immagini statiche. L’illusione del moto nasce dalla rapida successione creata dalla forma- tempo della percezione.
-Quindi il divenire dei fenomeni è un prodotto del nostro modo di percepire? Il movimento non esiste?
-Forse conosci il paradosso del filosofo Zenone: la freccia scagliata occupa in ogni istante un punto preciso, quindi, in quell’istante, è ferma. Da dove nasce allora il movimento?
-Già, può davvero assomigliare a un’illusione cinematografica.
-Le più ardite ricerche della fisica affermano: tutto esiste simultaneamente, passato e futuro sono “già qui”, il fluire del tempo è un prodotto della coscienza. Non è il tempo a scorrere, ma la nostra coscienza a “scorrere”, creando l’illusione della temporalità.
-Dunque, se è così, vuol dire che il mondo è irreale, un sogno?
-Non vuol dire che sia un’allucinazione, ma che è una realtà prodotta dalla mente. La ruota può girare simultaneamente in modi differenti, le cose possono girare in innumerevoli direzioni, perché infiniti sono i modi di costruire i fenomeni nello spaziotempo. L’esistente è un campo di possibilità senza limiti. È l’osservatore che produce l’osservato.
-Dunque tutto dipende dall’osservatore? È lui che costruisce il mondo?
-L’osservatore, la coscienza, è il creatore della realtà. Il mondo è una proiezione, come in un film: realtà e illusione a un tempo. Infiniti istanti statici, organizzati in sequenze, prendono forma di innumerevoli storie di vita.
-E queste storie di vita sono le nostre vite?
-Sì, più precisamente ognuna di esse è quello che comunemente chiamiamo “io”. L’io è un’entità che si costruisce come una storia nello spazio-tempo.
-Siamo una storia che si svolge nel tempo. Ma dicevi che il tempo è un’illusione. Quindi cosa siamo veramente?
-Siamo anche noi una realtà illusoria, un film tra gli infiniti possibili. Siamo un’entità fittizia che ha bisogno di girare continuamente, come una ruota, per mantenere l’illusione della propria esistenza.
-A questo punto mi sono perso. Ma poi… non posso accettare di essere un nulla.
-Non sei un nulla. Illusorio è ciò che chiami “io”. Ma tu non sei quello, non sei la storia che lo costruisce.
-Dunque, cosa sono?
-Tu non sei l’entità che si muove sulla scena del mondo. Non sei il film. Sei il regista del film. Sei l’Osservatore.
-E chi è l’Osservatore?
-Il Tutto che vede sé stesso.
15 maggio 2026

316 Dimentica la strada percorsa
-Sui filosofi antichi sono fioriti una quantità di aneddoti, ora drammatici ora divertenti, però sempre significativi. Me ne racconti alcuni dei meno conosciuti?
-Ce ne sono tanti. Possiamo cominciare da “Il filosofo che parlava soltanto di notte”. Riguarda un maestro alessandrino quasi dimenticato: Edesio di Cappadocia. Si dice che Edesio evitasse le discussioni filosofiche durante il giorno. Riceveva gli allievi solo dopo il tramonto. Quando gli chiesero perché, rispose: “Di giorno gli uomini difendono sé stessi. Di notte le difese diminuiscono.”
-Una chiave di lettura per questo aneddoto?
-Contiene un’intuizione di tipo psicologico: la luce irrigidisce le persone; l’oscurità le rende più permeabili. Di giorno domina l’energia maschile. Di notte prevale quella femminile. Il femminile sa accogliere, è più disponibile ad ascoltare. Comunque, le parole di Edesio non nascono da un’idea filosofica astratta. Sono una teoria dell’ego nata da un’attenta osservazione degli esseri umani.
-In effetti, la notte è un momento magico, quello delle “chiacchiere al buio”, delle confidenze. Protetti dall’oscurità siamo più disposti a lasciarci andare, aprendo il flusso interiore.
-Da sempre la notte è conosciuta come spazio di mistero, segreti profondi e rivelazioni. L’oscurità ci avvolge con il suo manto e apre l’intuizione. Tutti i poeti lo sanno.

-Hai un secondo aneddoto?
-Sì, lo intitoliamo così: “Il sapiente persiano che portava scarpe spaiate”. Di Baha al-Din Walad, il maestro Sufi, si racconta che camminasse spesso con scarpe diverse tra loro. Un discepolo pensò fosse distrazione dovuta alla sua età avanzata e glielo fece notare. Il maestro rispose: “Così almeno un piede è sempre straniero.”
-Questo aneddoto è più difficile da capire. Il maestro era un tipo eccentrico?
-Il significato della storia non è per nulla banale: la nostra identità si fonda sulla simmetria e sull’abitudine. Il nostro io cerca stabilità e sicurezza in rituali ripetitivi. Rompere la continuità quotidiana è utile per incrinare il senso del sé, di solito granitico e scontato.
-È una pratica che può mettere in discussione la rappresentazione che abbiamo di noi stessi.
-Sì. Apre le porte alla creatività e alla trasformazione. Un io rigido e monolitico ha bisogno di un bello scossone, ogni tanto.
-Domani mi metterò due scarpe scompagnate… Anzi no, non è più originale, mi inventerò qualcos’altro.

-Passiamo a un terzo aneddoto: “Il monaco bizantino che rideva durante le dispute teologiche”. È la storia di Simeone il Nuovo Teologo. Durante una disputa sulla natura divina, mentre gli studiosi litigavano accaniti citando testi sacri, Simeone iniziò a ridere. Uno dei presenti lo rimproverò d’essere blasfemo. Lui rispose: “State parlando di Dio come mercanti che discutono pesi al mercato.”
-È una storia molto attuale. Quante volte assistiamo a dispute sterili, dove gli animi si accendono, tutti alzano la voce e nessuno ascolta. Sembra davvero di essere al mercato, dove la spunta chi grida più forte.
-L’episodio è notevole perché contiene una critica importante: la verità spirituale può morire quando diventa linguaggio tecnico, occasione di scontro o sfoggio di erudizione.

-Un altro aneddoto: “L’eretico che insegnava a perdersi”. Il gnostico Basilide diede ai discepoli una strana istruzione: “Una volta al mese percorrete una strada senza cercare di ricordarla.”
-Il significato di questa storia è ancora più difficile.
-Secondo alcune tradizioni gnostiche, l’uomo trasforma tutto in mappa, per orientarsi e muoversi con sicurezza nella realtà.
-Non vedo nulla di sbagliato. Tutti noi vogliamo sapere le vie che percorriamo.
-Quello di Basilide è un discorso sottile, che allude al nostro atteggiamento nei confronti della vita. Ci assicuriamo di avere una mappa in ogni aspetto della nostra esistenza, perché abbiamo paura di incontrare l’ignoto. Cerchiamo le coordinate per proteggerci dall’esperienza del nuovo. Dimenticare la strada significa abbandonare il bisogno di guida e orientamento, accettare di tuffarsi nella vita senza protezione e garanzie.
-È una posizione estrema, ma riesco a capirla. Percorrere le strade conosciute è comodo e facile, ma non insegna nulla di nuovo. Imboccare vie sconosciute apre nuove possibilità. È una sfida, una messa alla prova.

-C’è un’altra la storia: “Il filosofo armeno che temeva gli specchi.” Sì racconta che Gregorio di Narek evitava gli specchi lucidati nei monasteri. Quando un novizio gli domandò il motivo, rispose: “L’anima impara troppo in fretta la propria faccia.”
-Parole enigmatiche. Cosa significano?
-È un aneddoto che contiene un’intuizione sulla nostra identità: più ci vediamo rappresentati, più rischiamo di diventare imitazione della nostra immagine. L’anima, secondo Gregorio, non ha un volto o un profilo, perché non è rappresentabile in forma materiale. Non guardarsi nello specchio significa: non essere ammaliati dal proprio viso, non rimanere legati al corpo, ricordare di essere un principio immateriale, libero ed eterno.
-Però è sorprendente quanto questa idea sembri parlare a noi, che viviamo nell’epoca dei selfie e dei profili digitali. Rischiamo di perderci nella nostra immagine e annegare in questa autorappresentazione, come Narciso.

-Un ultimo aneddoto: “Il sapiente che cancellava i propri appunti.” Il filosofo islamico Al-Farabi aveva l’abitudine di distruggere molte annotazioni dopo averle scritte. Un allievo gli chiese: “Perché eliminare idee preziose?” Lui rispose: “Per vedere quali tornano da sole.”
-Stavolta credo di aver capito. Non tutto quello che ci passa per la mente merita di essere ricordato. Solo ciò che conta ritorna da solo.
-Sì. Per Al-Farabi, non tutte le idee sono così importanti da meritare di affollare la memoria. Alcune sopravvivono soltanto perché vengono conservate artificialmente. Le intuizioni autentiche, le idee degne di considerazione, invece, ritornano senza sforzo e non si cancellano dalla memoria.
-Mi capita. Le idee senza valore si perdono nel nulla, da sole. Ma quelle che hanno significato non scompaiono, si ripresentano anzi con maggiore forza.

-Dunque, cosa dici di queste storie? Sono troppo strane?
-Sono aneddoti intriganti, situazioni che escono dai canoni consueti e sorprendono.
-È proprio questo il loro compito. Non indicarci una strada, ma farci dimenticare per un momento quelle conosciute e lasciarci soli. Spezzare gli automatismi con cui abitiamo il mondo. Costringerci a guardare di nuovo, con occhi limpidi, ciò che credevamo di conoscere già.
-In fondo, tutti questi maestri insegnano la stessa cosa: uscire dall’abitudine, trovare il nostro modo di essere, la nostra irriducibile originalità.
-Sì. Perché l’abitudine protegge, ma addormenta. E a volte basta una notte buia, una strada sconosciuta, una risata fuori posto o una scarpa spaiata per incrinare il muro invisibile dell’io.
-E da quella crepa entra qualcosa di inatteso.
-L’inatteso è sempre il benvenuto. Forse la filosofia comincia proprio lì.
18 maggio 2026

317 Non spiegarmi il mare. Portami sulla riva
-Altri aneddoti sui filosofi antichi?
-C’è solo l’imbarazzo della scelta. Alcuni potrebbero essere apocrifi, inventati o attribuiti erroneamente a un personaggio famoso. Ma ogni storia, vera o presunta che sia, può contenere un nucleo filosofico autentico. Ed è questo che ci interessa.

-Fammi un primo esempio.
-Un episodio attribuito a Eraclito. Potremmo intitolarlo “Non spiegarmi il mare”. Si racconta: Eraclito ascoltò a lungo un uomo parlare della natura dell’acqua, delle correnti e dei mari. Poi disse soltanto: “Non spiegarmi il mare. Portami sulla riva.”
-Capisco: parlare di una cosa non è fare esperienza di quella cosa.
-Se vuoi conoscere il sapore del miele, non serve consultare l’enciclopedia. Basta un assaggio, l’esperienza dice tutto. La realtà va attraversata, vissuta, non soltanto descritta o studiata sui libri.
-È un aneddoto che richiama un frammento eracliteo che dice più o meno: ti tuffi nel fiume e trovi acque sempre nuove.
-Ma devi tuffarti davvero, altrimenti non saprai mai cosa sia l’esperienza di nuotare nelle acque di un fiume.

-Hai un aneddoto più strano?
-Sì, questo: “Il Cinico che entrò nel tempio sporco di fango”. Un giorno Diogene di Sinope entrò in un tempio con i piedi inzaccherati di fango. I sacerdoti protestarono scandalizzati. Diogene rispose: “Non trovo un luogo più sporco dove pulirli.”
-Era una provocazione, tipica dei filosofi Cinici.
-Sì. Diogene era un pensatore “randagio” che metteva alla berlina la stupidità e il conformismo della gente. In questo caso il messaggio era: la sporcizia si nasconde spesso proprio nei luoghi che pretendono purezza. Dietro la patina di perfezione, la bontà di facciata, possiamo trovare mediocrità, bassezza morale, rituali vuoti ripetuti per abitudine.

-C’erano altri filosofi come Diogene?
-Sì, Cratete di Tebe, anche lui un Cinico, “Il filosofo che camminava contromano”. Di lui si racconta che attraversasse di proposito le zone più affollate andando contro il flusso delle persone. Quando gli chiesero il motivo, rispose: “Per ricordarmi quanto sia facile essere trascinati“.
-È noto che i Cinici insegnassero con l’esempio.
-Sì. Poche teorie, piuttosto gesti per suscitare scandalo, atteggiamenti provocatori, modi di vivere fuori dalle regole sociali.
-Abbiamo bisogno di persone così, che provocano in modo intelligente.
-Cratete era consapevole della forza trascinante della folla. Resistere al conformismo richiede osservazione di sé e una lunga preparazione. Leggi, costumi, abitudini e mode devono essere oggetto di una critica spassionata se vogliamo essere persone autonome e cittadini capaci di contribuire al progresso della società.

-La critica alla società massificata non è un fatto recente nel pensiero umano.
-No. Era già stata abbozzata nell’antichità. Anche Seneca ci ha lasciato una riflessione importante. Un episodio che chiamiamo “La folla è un cattivo specchio”. Una frase attribuita a Seneca: “La folla è un cattivo specchio: restituisce un volto deformato dal desiderio di piacere.”
-Sembra scritta per il giorno d’oggi. La smania di apparire, l’uso sfrenato dei network, il desiderio di essere riconosciuti e apprezzati: è davvero un gioco di specchi con la massa che ci osserva e ci giudica.
-Sì. Seneca aggiunge l’immagine del “volto deformato”. È un’intuizione importante. Lo specchio della folla non restituisce la verità del nostro essere. Ma spesso noi accettiamo di presentarci con un volto che non è il nostro, pur di piacere a chi ci guarda.

-C’è qualche filosofo che si è occupato di questi temi criticando quello che noi chiameremmo l’uomo-massa?
-Sì, con le dovute differenze, perché l’uomo-massa di oggi ha caratteristiche molto diverse da quello dell’antichità. Però alcuni aspetti di fondo tornano, sono un leitmotiv universale. Ad Anassimene si attribuisce questa domanda, rivolta a un uomo troppo preso dagli affari: “Da quanto tempo non guardi il cielo?”. L’uomo rise: “Che utilità avrebbe?” E Anassimene: “Nessuna. È per questo che è importante.
-È una critica all’ossessione dell’utile. Antica, ma attualissima.
-Anche Aristotele diceva: la filosofia è “inutile”, ma nel senso che non è sottomessa all’utile, non è schiava di nessuno. Chi guarda solo l’interesse materiale si lascia sfuggire la cosa più importante: lo sguardo al cielo.
-Sembra di sentire anche il Kant del “cielo stellato sopra di me”.
-Solo se sollevi lo sguardo a qualcosa di più alto incontri le grandi domande. Quelle che, come dice il Socrate dell’Apologia, rendono la vita degna di essere vissuta.

-Immagino la difficoltà di questi filosofi antichi a farsi comprendere, magari anche dagli stessi discepoli.
-Infatti, ho un aneddoto proprio per questo: “Il maestro che ascoltava il silenzio”. Il neoplatonico Plotino, secondo alcune testimonianze, interrompeva talvolta le lezioni per lunghi silenzi. Quando gli studenti diventavano perplessi e nervosi, diceva: “State ascoltando me perché non sapete ascoltare il resto.”
-Il resto… il silenzio è un vuoto?
-No, è un pieno. Puoi sentire e vedere milioni di cose, fuori e dentro di te. Plotino direbbe che il silenzio è la cosa più preziosa da ascoltare.

-Ci sono storie simili che riguardano anche maestri dell’Oriente?
-Certamente. Te ne propongo una: “Le parole diventano muri”. Una frase attribuita al taoista Chuang-tzu: “Quando le parole diventano troppo importanti, smettiamo di vedere ciò che indicano.”
-Anche qui il tema ricorrente: non perderti nelle parole, guarda cosa c’è dietro di esse.
-È una delle intuizioni più profonde in tutta la filosofia antica d’Oriente e d’Occidente.

-Anche i maestri orientali erano capaci di gesti estremi per trasmettere il loro messaggio?
-Sì. C’è un episodio del maestro Linji Yixuan: “Il maestro che bruciò un testo sacro”. Una leggenda zen racconta: un discepolo custodiva gelosamente un testo sacro pieno di annotazioni. Linji lo gettò nel fuoco. Il discepolo gridò disperato: “Maestro! Quello conteneva i miei anni di studio!” Linji rispose: “Appunto.”
-Nello zen è importante il gesto, le parole sono ridotte al minimo essenziale. I testi sono un fardello inutile se rimani attaccato alla lettera e non vai oltre.
-Linji non stava disprezzando lo studio o la conoscenza. Voleva colpire l’attaccamento mentale. Un testo sacro può diventare un ostacolo se si trasforma in rifugio o accumulo sterile di concetti.
-Dunque è un tema che ritorna spesso nell’antichità.
-Certo. Molti filosofi e maestri spirituali hanno capito che il linguaggio rischia di sostituirsi all’esperienza viva. Le parole nascono per indicare la realtà, ma a un certo punto finiscono per prenderne il posto. E allora si smette di vedere.
-È quello che dice il famoso aforisma: guarda la luna, non il dito che indica.
-Sì. Per questo tanti insegnamenti antichi assumono forme provocatorie o paradossali. Non vogliono semplicemente trasmettere informazioni. Vogliono mettere in crisi il nostro modo abituale di percepire il mondo. Diogene che entra sporco nel tempio, Cratete che cammina contromano, Plotino che tace, Linji che brucia un libro: sono tutti gesti che cercano di rompere i nostri automatismi.

-La filosofia antica era dunque meno teorica di quanto immaginiamo.
-Per gli antichi la filosofia non era soltanto giochi del pensiero, ma un modo di vivere, una trasformazione dello sguardo. Non serviva a riempire la mente di nozioni, ma a cambiare il rapporto con sé stessi, con gli altri e con il mondo.

-Gli aneddoti servono ancora a questo?
-Sì. Un aneddoto filosofico non dimostra: suggerisce. Non impone una conclusione, apre uno spazio interiore. Basta una frase, un gesto o un’immagine assurda che resta nella memoria più di un intero trattato.
-In una battuta: cosa ci insegnano i filosofi di cui abbiamo parlato?
-A non confondere le parole con le cose.
-Vuol dire: non confondere la descrizione del mare con il mare.
-Sì. Ogni tanto bisogna lasciare da parte le spiegazioni. Lasciarsi portare sulla riva e mettere i piedi in acqua.
21 maggio 2026

318 Il riso dei filosofi
-Calisto: I filosofi sono animali strani. Ho sentito su di loro le storie più bizzarre, tanto che a volte sembrano inventate di sana pianta.
-Kosmas: Si dice questo di loro: così seri, ma anche eccentrici e imprevedibili. Raccontami qualche curiosità.
-Calisto: L’altro giorno sentivo una storia su Pirrone di Elide.
-Kosmas: Chi? Quel filosofo fuori di testa? Come tutti gli Scettici radicali non credeva a nulla, si divertiva a demolire ogni certezza.
-Calisto: Sì, dubitava di tutto, al punto che andava a sbattere contro gli alberi, rischiava di finire nei precipizi o sotto i carri. Gli amici, a quanto pare, dovevano correre a salvarlo perché lui era indifferente ai pericoli.
-Kosmas: Se essere scettici ti porta a questo preferisco credere alle sirene o al mito dei Cavalli Divini. Però forse ho capito: Pirrone, col suo comportamento estremo, voleva mettere alla berlina le facili convinzioni.
-Calisto: Sì, non penso siano buffonate gratuite, c’è sotto qualcosa di più. Un altro filosofo protagonista di una vicenda strampalata è Empedocle.
-Kosmas: Empedocle è stato un pensatore importante nella nostra tradizione. Non dirmi che…
-Calisto: Dicono che voleva sembrare un dio. Si vestiva con tuniche porpora e sandali di bronzo e assumeva atteggiamenti teatrali. Secondo la leggenda, per convincere tutti della propria natura divina si gettò nell’Etna.
-Kosmas: E l’Etna cosa fece? Era d’accordo?
-Calisto: Secondo testimoni il vulcano risputò fuori uno dei suoi sandali.
-Kosmas: Incredibile. Ma perché solo un sandalo?
-Calisto: Chissà. Andremo dall’Etna a chiederglielo. Forse Empedocle voleva soltanto tornare alla terra, là da dove vengono tutte le cose.
-Kosmas: Tra i filosofi c’è qualche altro mostro sacro da abbattere?
-Calisto: Veniamo a Crisippo lo Stoico. Si dice che morì ridendo di un asino ubriaco.
-Kosmas: Racconta.
-Calisto: Questa è la storia: Crisippo vide un asino mangiare fichi. A quel punto disse al servo: “Dategli anche del vino di prima qualità!”. La scena dell’asino dai gusti raffinati che accompagnava fichi e vino lo fece ridere così tanto da morire.
-Kosmas: Be’, diciamo che è un bel modo di lasciare il mondo. E di esorcizzare la morte. Ma l’asino non aveva sensi di colpa?
-Calisto: No, visse il resto dei suoi giorni tranquillo. Se vuoi c’è un’altra storia con protagonista un asino. Riguarda ancora Pirrone.
-Kosmas: Un asino lo ha ucciso calpestandolo sotto i suoi zoccoli?
-Calisto: No, anche se ci sarà andato vicino. Siamo in mare. Durante una tempesta, mentre tutti erano terrorizzati sulla nave, Pirrone indicò un asino che continuava tranquillamente a mangiare. Ridendo disse: “Ecco il vero saggio!”
-Kosmas: Già, anche l’asino aveva imparato l’apatia degli scettici. Però, devo dire che questa volta Pirrone non aveva tutti i torti.
-Calisto: Queste storie non sono così insulse come sembrano.
-Kosmas: Sì. Sto imparando qualcosa.
-Calisto: Parliamo di Democrito. Sai che è stato chiamato “il filosofo che ride”. Si racconta che passasse ore seduto ai margini del mercato osservando gli uomini correre dietro a denaro, litigi e ambizioni. Rideva continuamente.
-Kosmas: E la gente come reagiva?
-Calisto: Gli abitanti della città pensavano fosse impazzito e un giorno chiamarono persino Ippocrate per visitarlo.
-Kosmas: E lui quale rimedio trovò? Fichi e vino? Cicuta?
-Calisto: Oggi sei spiritoso. Sai come finì? Ippocrate dichiarò che Democrito era il più sano di tutti. Forse rideva vedendo uomini affannarsi per cose che il tempo avrebbe divorato.
-Kosmas: Già, secondo la sua filosofia, tutto è un gioco di atomi che vorticano nel vuoto, mossi dal caso.
-Calisto: Il riso di Democrito era lo sguardo del saggio che guarda con distacco le miserie umane.
-Kosmas: Altri filosofi che ridevano?
-Calisto: Si menziona un certo Menedemo di Eretria. Si racconta che ridesse spesso mentre camminava da solo. Qualcuno gli domandò: “Perché ridi se non c’è nessuno con te?” Risposta: “Appunto.”
-Kosmas: Risposta perfetta. E molto sottile. Perché dovremmo rendere conto agli altri di ciò che siamo e di quello che facciamo? E poi, non è la presenza degli altri che ci rende troppo seri?
-Calisto: Un personaggio certamente non serio era Diogene di Sinope.
-Kosmas: Conosco le sue imprese. Neanche Omero aveva tanta fantasia.
-Calisto: Ti racconto un episodio dei più gustosi. Platone aveva definito l’uomo “bipede senza piume”. Allora Diogene entrò nell’Accademia con un pollo spennato gridando: “Ecco l’uomo di Platone!”
-Kosmas: Una provocazione tipica di Diogene. Ma sono curioso di sapere come reagì Platone.
-Calisto: Dicono che la definizione di “uomo” venne modificata così: “bipede senza piume con unghie larghe”.
-Kosmas: Non credevo che Platone avesse questo spirito ironico. E Diogene cosa ribatté?
-Calisto: Non si sa. Era sconfitto. Forse per consolarsi si mangiò il pollo.
-Kosmas: Hai qualche storia su Eraclito? Era soprannominato “l’oscuro”. Dicono fosse un misantropo estremo.
-Calisto: Infatti, a un certo punto si ritirò sui monti in solitudine, vivendo di erbe. Una tradizione racconta che, malato, cercò di curarsi coprendosi di sterco bovino riscaldato dal sole. Morì in questo modo.
-Kosmas: Un episodio grottesco. Eraclito non era solo oscuro, anche strambo e imprudente.
-Calisto: Concludiamo con Socrate.
-Kosmas: Socrate era famoso per la sua ironia e il suo carattere imprevedibile. Cosa ha combinato?
-Calisto: Un giorno, dopo una lunga sfuriata, la moglie Xantippe gli rovesciò addosso un secchio d’acqua, davanti ai suoi discepoli. Socrate rise: “Dopo il tuono, ecco la pioggia.”
-Kosmas: Lo riconosco, è proprio lui.
-Calisto: Pare dicesse che convivere con Xantippe fosse un ottimo allenamento per imparare la pazienza con tutti gli altri esseri umani.
-Kosmas: Ridere della situazione gli permetteva di osservarla senza essere coinvolto.
-Calisto: È così che impariamo a vivere. E a filosofare.
-Kosmas: Alla fine, ho capito che i filosofi non sono statue di marmo, sono spesso eccentrici, litigiosi, ironici e umani, più di quanto crediamo. Sono pensatori venerati che a volte fanno cose assurde. Almeno in apparenza.
-Calisto: Sì, l’hai detto, non fermiamoci al gesto ridicolo o provocatorio. Il riso dei filosofi non nasce dalla superficialità. È un modo per prendere distanza dalle illusioni collettive, dalle smanie di potere, dalla paura della morte, dall’eccessiva serietà con cui gli uomini vivono e difendono le proprie idee.
-Kosmas: I filosofi ridevano perché avevano guardato a fondo l’abisso delle cose umane e conoscevano tutti i paradossi del vivere.
-Calisto: E avevano scoperto che prendere troppo sul serio le cose della vita è già di per sé una forma di follia. Il loro riso è un farmaco, un rimedio, un insegnamento per imparare ad affrontare l’esistenza con un tocco di leggerezza.
23 maggio 2026

319 In quello spazio accade il mondo
-Discepolo: I grandi cercatori raccontano delle loro lotte e dei sacrifici compiuti per elevarsi, ampliare la propria coscienza, superare l’illusione dell’io e diventare uno col Tutto. Per fare questo meditano, praticano la rinuncia, vivono una vita giusta e moralmente irreprensibile. Quali meriti hanno acquisito grazie alla loro ricerca?
-Maestro: Nessun merito.
-Discepolo: Nessun merito? Non è la via giusta per spezzare le catene dell’ego e raggiungere l’illuminazione?
-Maestro: L’io è un fenomeno complesso. Pur essendo solo apparenza, si ripresenta in modi sempre più sottili. È molto difficile da smontare, pur essendo un miraggio, un nulla, un non-esistente.
-Discepolo: Non esistente? L’io non è un “qualcosa”, per quanto ingannevole? Il fine della meditazione non è abbattere l’io monolitico per aggiungere la pace interiore e il risveglio?
-Maestro: Se, come avevi detto, l’io è illusorio, se non è ciò che siamo ed è pura parvenza, chi c’è da abbattere? È come cercare di sconfiggere un sogno: non c’è qualcosa da “fare”, solo realizzare che è un sogno. Quindi è un non-fare.
-Discepolo: Però, quale io ci può essere ancora in una persona che ha rinunciato a tutto e si dedica solo alla preghiera e alla meditazione? Non dovrebbe averlo già superato? E poi… non fa del bene al mondo e agli altri?
-Maestro: Andiamo alla radice del problema, anche se il linguaggio è limitato e non ci permette di dire ciò che è per sua natura paradossale. Bisogna evitare la trappola dell’ego spirituale, il grande inganno sulla via della conoscenza. Nessuno dice che, in senso relativo, non sia un bene meditare o essere compassionevoli. Ma, andando dritti al punto: se l’io è un’illusione, chi medita e perché? E poi, chi sono gli altri? Dove sono? Dove sei tu? Chi sei? Se ti accorgi di aver preso un abbaglio scambiando l’ombra di un albero per un mostro, cosa c’è da fare, migliorare o cambiare?
-Discepolo: Nulla, basta accorgersi che era un abbaglio.
-Maestro: Sulla via del cercatore c’è una fase che ognuno prima o poi attraversa: il desiderio di diventare spirituali, buoni, saggi, comprensivi, equanimi. Ma se il fine è sgretolare quello che chiamiamo ego -visto come la fonte di tutti i mali- il rischio è di costruire un io ancora più astuto, travestito da grande meditatore e magari da salvatore del mondo.
-Discepolo: Dobbiamo rinunciare a un cammino di perfezionamento?
-Maestro: Dobbiamo togliere ciò che nutre l’ego, invece di alimentarlo.
–Discepolo: Ma se una persona fa sacrifici e rinunce, se soffre per frenare i desideri e governare gli impulsi, in cosa sbaglia?
-Maestro: La risposta è semplice in una prospettiva non duale: l’io è un’illusione, qualcosa che appare solido ma non ha nessuna realtà. Dunque, tutto quello che si riferisce all’io-persona non è una via di risveglio: io, mio, me, tu, tuo, ecc. sono una riaffermazione della credenza che un io esista. E non vale solo per il “mio” corpo, le mie idee, i miei impulsi, le mie cose, la mia famiglia ecc. Anche per altro.
-Discepolo: Che sarebbe…?
-Maestro: La “mia” bravura, la mia bontà, la mia compassione, la mia spiritualità, i miei progressi. E anche la mia sofferenza, il mio dolore. Tutto questo, sottilmente, riconferma la falsa esistenza di un ego.
-Ma il dolore, ad esempio, non è reale?
-Sì, a livello relativo, ma non è “tuo”. Non c’è il “mio” dolore, c’è solo ciò che accade qui e ora in ciò che è.
-Discepolo: Però, insisto, quando agiamo in modo sincero, non egoistico, non è diverso?
-Maestro: Il problema non è l’egoismo o il non egoismo, ma il fatto che c’è un io che rimane al centro della situazione, sempre protagonista. Se è vero, in accordo con la Tradizione non duale, che l’io è il problema, allora è chiaro che ogni azione o pensiero riferito a una presunta identità non porta al risveglio. È come dire che io mi sono illuminato… abbattendo il mio io. Un’assurdità. Il rischio è di diventare un ego che si atteggia a spirituale fingendo di annullare sé stesso.
-Discepolo: Ma allora, se non c’è nessuno io, nessun mio o me, se noi come individui siamo un’illusione: chi agisce? Chi pensa, chi fa le cose?
-Maestro: L’esistenza, il flusso della vita, il Tutto.
-Discepolo: Dunque anche i pensieri non sono miei? Le azioni non sono mie?
-Maestro: È il Tutto che fa, pensa, agisce, creando il miraggio di un io stabile, un punto di consapevolezza che si guarda intorno e dice: io sono. Come quando si dice: fa caldo, fa freddo, piove, si fa sera, è arrivato l’autunno. Qual è il soggetto? Chi fa? Chi piove?
-Discepolo: Un principio impersonale?
-Maestro: Le cose semplicemente accadono, senza “qualcuno” che le fa.
-Discepolo: Se non c’è un io, chi realizza che non c’è un io?
-Maestro: Nessuno. Accade.
-Discepolo: E poi, cosa rimane?
-Maestro: Rimane ciò che è, che è reale e irreale a un tempo. Scompare la cristallizzazione che creava un punto di coscienza. Tu, il tuo io, è soltanto una delle tante forme che appaiono in uno spazio di consapevolezza senza centro. In quello spazio accade il mondo.
-Discepolo: Quindi tornando alla domanda iniziale: per la via della ricerca, nessun merito?
-Maestro: Nessun merito se tu ti appropri di un fare, se ti identifichi col meditante, se ti senti speciale, magari investito del sacro compito di illuminarti e cambiare il mondo. Se osservi con distacco tutto questo, se diventi il puro Osservare, allora la tua azione è senza macchia, in sintonia con il Tutto. O meglio, diventa il Tutto che agisce consapevolmente attraverso un apparente “te”, un’immagine di sogno.
-Discepolo: Dimmi ancora due parole su questo Tutto.
-Maestro: Il Tutto-Vita-Esistenza si manifesta e nella manifestazione appaiono infiniti punti di consapevolezza, capaci di dire “io”. Questi io non hanno esistenza propria, non sono sostanze autonome, sono forme- miraggio che, come lucciole, in un attimo di tempo-non tempo si spengono nella notte. Dopo aver vissuto l’illusione di una vita individuale. Oppure dopo aver spezzato il sogno che tutto abbraccia e aver penetrato il mistero. Che è una seconda vita.
27 maggio 2026

320 L’oceano senza rive
In me, oceano senza rive, il mondo sorge come un’onda e si dissolve.”
(Ashtavakra Gita)
-Mi piace questo passo della Ashtavakra Gita. Lo trovo molto poetico.
-In queste parole non c’è solo poesia, c’è anche, in forma condensata, l’insegnamento della filosofia Advaita.
-Vorrei approfondire il significato, perché non mi è del tutto chiaro.
-Sì, dobbiamo smontare la frase parola per parola. Ci sono molte cose dentro. Le antiche tradizioni sono sempre dense nelle loro espressioni.
-Il primo passo?
-Vediamo l’esordio: “In me, oceano…”. La prima domanda è decisiva: chi parla?
-Già, chi è il soggetto? Quale “me”? Non è scontato.
-Al primo sguardo il “me” potrebbe sembrare l’io psicologico: la persona, la biografia, il carattere, la storia. Ma qui il riferimento è diverso: non è l’ego, bensì Atman, il Sé profondo, che nell’Advaita si identifica con la Realtà assoluta. E -dice- tu sei Quello.
-Io non sono ciò che penso di essere?
-L’idea centrale dell’Advaita è: non sei solo ciò che pensi di essere, sei molto di più.
-C’è un modo per capirlo?
-Osserva: pensieri, emozioni, identità cambiano continuamente. Così sensazioni, idee, esperienze. Che cosa resta costante e non cambia? Che cosa permane?
-Direi il “me stesso” che rimane stabile al mutare di quelle condizioni. Ovvero il fatto di essere cosciente.
-Sembra di sì. Ma è proprio qui che nasce il problema: siamo esseri dotati di coscienza, oppure siamo la coscienza in cui appare l’idea di essere qualcuno?
-Non l’ho mai pensata in questo modo.
-Per ora lasciamo questo punto, lo riprenderemo poi. E andiamo avanti.
-C’è una bella metafora: “L’oceano senza rive”.
-Sì, però l’immagine dell’oceano non è decorativa: è ontologica, riguarda l’essere. Rappresenta l’infinito della coscienza.
-Perché un oceano?
-L’oceano è uno, contiene le onde senza esserne limitato, rimane se stesso pur mutando in superficie, non ha una separazione reale tra le sue forme.
-Sì, ma non capisco il “senza rive”.
-Questa espressione suggerisce l’assenza di confini. La coscienza è senza limiti. Noi individui viviamo nei dualismi: io/altro, soggetto/mondo, interno/esterno. Ma l’Advaita suggerisce che questi confini siano apparenti, non assoluti. Tutto è un’unica coscienza, onnicomprensiva e infinita.
-Concetti impegnativi. Poi le parole: “Il mondo sorge”. Da dove e perché?
-Questa è la frase più destabilizzante. Si riferisce al carattere apparente del reale. L’Advaita non dice che il mondo non esiste, ma che il mondo “appare”.
-È questo il significato preciso di “sorgere”?
-Sì. Vuol dire: comparire, manifestarsi, emergere. Pensieri, sensazioni, emozioni sorgono nella coscienza. Così anche il mondo e tutte le nostre esperienze.
-Tutto esiste solo nella coscienza?
-L’Advaita parte da qui: tutto ciò che possiamo dire del mondo è quello che ci appare nella coscienza.
-È una visione davvero destabilizzante.
-Anche parte della filosofia moderna -pensiamo alla fenomenologia- sostiene che non incontriamo mai il ‘mondo in sé’, ma il mondo così come appare alla coscienza.”
-E noi uomini dove siamo? Cosa siamo?
-Guarda le parole successive: “come un’onda”. Si riferisce all’individualità senza separazione. È una metafora importante: noi siamo come l’onda, che sembra autonoma, ha una forma, un movimento, ha nascita e morte. Eppure non è altro dall’oceano, è sempre quello. L’onda può credersi individuo, ma non smette mai di essere mare. Lo stesso vale per noi: ci crediamo separati, ma restiamo onde della stessa coscienza.
-È il senso di separazione che ci crea angosce esistenziali?
-Sì. Da lì nascono problemi di identità personale, senso di isolamento, timore del futuro. Ma soprattutto la paura della morte. Anche noi, come l’onda, siamo destinati a finire. Per l’io separato è l’angoscia più grande.
-Le ultime parole dell’aforisma: “E si dissolve”. Nulla permane, tutto passa e scompare. Non è una visione negativa della vita?
-Quella dell’Advaita è coscienza dell’impermanenza. Ma non è nichilismo. La dissoluzione può sembrare tragica, ma non è annientamento.
-Non capisco. Se tu scompari, cosa rimane di te?
-L’onda finisce come forma, non come sostanza. Cessa una particolare configurazione, non l’essere in quanto tale. La forma muore, il fondamento permane.
-Sapere questo cambia il nostro modo di vivere?
-Torniamo al punto fondamentale che abbiamo lasciato: noi non siamo entità isolate gettate nel mondo. Non siamo degli io separati che attraversano il mondo.
-Cosa siamo allora? Me lo dici di nuovo?
-Siamo il campo di coscienza in cui ogni cosa appare. Siamo un oceano che per un istante prende forma di onda.
-Quindi onda e oceano: siamo e non siamo.
-Il nostro vero essere non è quello che appare e scompare, come l’onda che va e viene. È ciò che permane: un oceano di coscienza senza limiti, dove infinite onde-individuo compaiono e scompaiono. Nella danza infinita dell’esistenza c’è un solo danzatore.
29 maggio 2026

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