Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


312 Dotta ignoranza

-Il filosofo Cusano parla di dotta ignoranza. Con questa espressione intende un sapere o un non sapere?
-Entrambe le cose. È una concezione del conoscere umano che afferma l’impossibilità di raggiungere l’ultima verità.
-Una forma nobile di scetticismo?
-No, è una teoria della conoscenza che parte da questo assunto: conoscere è comparare, misurare, rapportare, stabilire analogie. La mente umana opera sempre attraverso confronti: determina il noto a partire dal noto.
-Fin qui seguo il ragionamento: conoscere è confrontare il noto con il nuovo. Ma perché dotta ignoranza?
-Il sapere entra in crisi nel momento in cui si confronta con ciò che eccede ogni misura. È il caso che si verifica quando pretende di indagare l’infinito. Un grande paradosso: sapere di non poter sapere.
-Cusano indagava l’assoluto? Il divino?
-Sì. Si domandava: possiamo sapere qualcosa di Dio? Tieni presente che stiamo parlando di un filosofo del XV secolo, una personalità profondamente religiosa. La sua risposta era: quando ci interroghiamo sul divino incontriamo il nostro limite, che non è un difetto, ma una caratteristica strutturale della mente umana.
-Capisco. Tra finito e infinito non vi è proporzione. Alla fine ci arrendiamo al fatto che non possiamo conoscere cose troppo grandi.
-L’assoluto non è semplicemente “troppo grande” per essere conosciuto. È, più radicalmente, incommensurabile. Si sottrae a ogni forma di conoscenza e di immaginazione.
-È la lezione socratica del “sapere di non sapere”?
-Sì, ma con una differenza importante: il “non sapere” per Socrate è un punto di partenza, per Cusano è un punto di arrivo. L’ignoranza non è il contrario del sapere, ma il suo esito più rigoroso, quando l’intelletto tocca il confine dell’ignoto.
-Cusano ci aiuta a capire con qualche immagine o metafora?
-Sì, ci suggerisce l’approssimazione infinita. Immagina un poligono inscritto in un cerchio: quanti lati può avere quel poligono?
-Direi tanti, ma non infiniti.
-In effetti è così. All’aumentare dei lati, il poligono si avvicina sempre più alla circonferenza, senza però mai coincidere con essa. L’approssimazione può essere indefinita, ma la coincidenza è impossibile.
-Il quadrato e il cerchio non potranno mai sovrapporsi, per loro natura. Potranno solo avvicinarsi con l’aumentare dei lati del poligono. Arrivati al limite, i lati finirebbero per diventare un punto… quindi scomparirebbero.
-Sì. Cusano dice che la conoscenza è un processo di approssimazione, aperto indefinitamente. Ma l’incremento del sapere, per quanto illimitato, non può eliminare la distanza con l’infinito. Il sapere non conduce al possesso della verità ultima, solo alla chiara comprensione della sua inaccessibilità.
-Dobbiamo quindi riconoscere questo confine invalicabile. E dopo? Si può fare ancora filosofia?
-Il pensiero si colloca necessariamente su un confine: tra ciò che può essere misurato e ciò che eccede ogni misura. È in questo spazio che la filosofia trova il suo compito più proprio. La dotta ignoranza non invita a rinunciare alla conoscenza, ma a trasformarne il senso: da possesso a ricerca; da definizione ad approssimazione; da certezza a consapevolezza del limite.
-È una resa della ragione?
-No, è la sua espressione più alta. Il pensiero è costretto a riconoscere che non tutto è comparabile, non tutto è conoscibile. Ma va bene così. L’impossibilità diventa un principio regolativo: non paralizza la ricerca, la orienta. In questo senso, la dotta ignoranza non restringe l’orizzonte del sapere, anzi lo libera, gli impedisce di irrigidirsi.
-È una lezione valida anche per noi oggi?
-Può essere un antidoto al pensiero che crede di poter conoscere tutto e dominare il mondo. Non vale solo per ciò che chiamiamo divino, assoluto, infinito. Vale anche per la natura e ogni cosa che l’esperienza incontra. Ogni realtà è a suo modo infinita, perché vive nel tempo e non si può predire in futuro cosa sarà e diventerà. Lo stesso vale per il passato, su cui possiamo fare solo congetture, perché ciò che è andato vive solo nel ricordo e ha sempre margini di incertezza.
-E ciò che è nel presente? Almeno questo è conoscibile in modo certo?
-Ogni realtà che incontriamo si sottrae allo sguardo, conservando gelosamente la sua verità. Cosa puoi dire, con assoluta certezza, di quel filo d’erba che cresce là nell’aiuola? Puoi solo darne una descrizione esteriore e approssimativa. Non puoi penetrare il segreto della sua esistenza.
-Cusano si spingeva fin qui nel suo ragionamento?
-No. Per lui l’importante era rimarcare la distanza infinita tra l’uomo e Dio. E gettare uno sguardo nell’eterno, nel mistero insondabile che permea ogni realtà e ci spinge alla ricerca.
-Dunque, secondo Cusano, cosa si può dire dell’infinito, del divino?
-Che è una coincidenza di opposti, una realtà assoluta che oltrepassa i limiti della ragione. Che è la possibilità infinita di creare tutto ciò che è e diviene.
-E noi uomini? Se cerchiamo di rappresentarci Dio cadiamo in errore?
-È un tentativo caratteristico dell’umano. Ma ogni uomo lo fa attraverso la sua soggettività: se lo sguardo è amorevole, irato, accogliente o timoroso, Dio appare di conseguenza in certe forme. Essendo infinito è il volto di tutti i volti, la Realtà su cui si può proiettare ogni idea, sentimento e aspettativa.
-Alla fine, per Cusano, c’è un modo giusto per mettersi in rapporto con il divino?
-Per lui il modo migliore per avvicinarsi a Dio è appartenere a sé stessi. Non si tratta di rinunciare alla propria soggettività, perché è la cosa più preziosa. Essere pienamente sé stessi riconoscendo e accettando i propri limiti: è la via che più avvicina all’assoluto. È questo ciò che il nostro filosofo chiama dotta ignoranza.
3 maggio 2026

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