
319 In quello spazio accade il mondo
-Discepolo: I grandi cercatori raccontano delle loro lotte e dei sacrifici compiuti per elevarsi, ampliare la propria coscienza, superare l’illusione dell’io e diventare uno col Tutto. Per fare questo meditano, praticano la rinuncia, vivono una vita giusta e moralmente irreprensibile. Quali meriti hanno acquisito grazie alla loro ricerca?
-Maestro: Nessun merito.
-Discepolo: Nessun merito? Non è la via giusta per spezzare le catene dell’ego e raggiungere l’illuminazione?
-Maestro: L’io è un fenomeno complesso. Pur essendo solo apparenza, si ripresenta in modi sempre più sottili. È molto difficile da smontare, pur essendo un miraggio, un nulla, un non-esistente.
-Discepolo: Non esistente? L’io non è un “qualcosa”, per quanto ingannevole? Il fine della meditazione non è abbattere l’io monolitico per aggiungere la pace interiore e il risveglio?
-Maestro: Se, come avevi detto, l’io è illusorio, se non è ciò che siamo ed è pura parvenza, chi c’è da abbattere? È come cercare di sconfiggere un sogno: non c’è qualcosa da “fare”, solo realizzare che è un sogno. Quindi è un non-fare.
-Discepolo: Però, quale io ci può essere ancora in una persona che ha rinunciato a tutto e si dedica solo alla preghiera e alla meditazione? Non dovrebbe averlo già superato? E poi… non fa del bene al mondo e agli altri?
-Maestro: Andiamo alla radice del problema, anche se il linguaggio è limitato e non ci permette di dire ciò che è per sua natura paradossale. Bisogna evitare la trappola dell’ego spirituale, il grande inganno sulla via della conoscenza. Nessuno dice che, in senso relativo, non sia un bene meditare o essere compassionevoli. Ma, andando dritti al punto: se l’io è un’illusione, chi medita e perché? E poi, chi sono gli altri? Dove sono? Dove sei tu? Chi sei? Se ti accorgi di aver preso un abbaglio scambiando l’ombra di un albero per un mostro, cosa c’è da fare, migliorare o cambiare?
-Discepolo: Nulla, basta accorgersi che era un abbaglio.
-Maestro: Sulla via del cercatore c’è una fase che ognuno prima o poi attraversa: il desiderio di diventare spirituali, buoni, saggi, comprensivi, equanimi. Ma se il fine è sgretolare quello che chiamiamo ego -visto come la fonte di tutti i mali- il rischio è di costruire un io ancora più astuto, travestito da grande meditatore e magari da salvatore del mondo.
-Discepolo: Dobbiamo rinunciare a un cammino di perfezionamento?
-Maestro: Dobbiamo togliere ciò che nutre l’ego, invece di alimentarlo.
–Discepolo: Ma se una persona fa sacrifici e rinunce, se soffre per frenare i desideri e governare gli impulsi, in cosa sbaglia?
-Maestro: La risposta è semplice in una prospettiva non duale: l’io è un’illusione, qualcosa che appare solido ma non ha nessuna realtà. Dunque, tutto quello che si riferisce all’io-persona non è una via di risveglio: io, mio, me, tu, tuo, ecc. sono una riaffermazione della credenza che un io esista. E non vale solo per il “mio” corpo, le mie idee, i miei impulsi, le mie cose, la mia famiglia ecc. Anche per altro.
-Discepolo: Che sarebbe…?
-Maestro: La “mia” bravura, la mia bontà, la mia compassione, la mia spiritualità, i miei progressi. E anche la mia sofferenza, il mio dolore. Tutto questo, sottilmente, riconferma la falsa esistenza di un ego.
-Ma il dolore, ad esempio, non è reale?
-Sì, a livello relativo, ma non è “tuo”. Non c’è il “mio” dolore, c’è solo ciò che accade qui e ora in ciò che è.
-Discepolo: Però, insisto, quando agiamo in modo sincero, non egoistico, non è diverso?
-Maestro: Il problema non è l’egoismo o il non egoismo, ma il fatto che c’è un io che rimane al centro della situazione, sempre protagonista. Se è vero, in accordo con la Tradizione non duale, che l’io è il problema, allora è chiaro che ogni azione o pensiero riferito a una presunta identità non porta al risveglio. È come dire che io mi sono illuminato… abbattendo il mio io. Un’assurdità. Il rischio è di diventare un ego che si atteggia a spirituale fingendo di annullare sé stesso.
-Discepolo: Ma allora, se non c’è nessuno io, nessun mio o me, se noi come individui siamo un’illusione: chi agisce? Chi pensa, chi fa le cose?
-Maestro: L’esistenza, il flusso della vita, il Tutto.
-Discepolo: Dunque anche i pensieri non sono miei? Le azioni non sono mie?
-Maestro: È il Tutto che fa, pensa, agisce, creando il miraggio di un io stabile, un punto di consapevolezza che si guarda intorno e dice: io sono. Come quando si dice: fa caldo, fa freddo, piove, si fa sera, è arrivato l’autunno. Qual è il soggetto? Chi fa? Chi piove?
-Discepolo: Un principio impersonale?
-Maestro: Le cose semplicemente accadono, senza “qualcuno” che le fa.
-Discepolo: Se non c’è un io, chi realizza che non c’è un io?
-Maestro: Nessuno. Accade.
-Discepolo: E poi, cosa rimane?
-Maestro: Rimane ciò che è, che è reale e irreale a un tempo. Scompare la cristallizzazione che creava un punto di coscienza. Tu, il tuo io, è soltanto una delle tante forme che appaiono in uno spazio di consapevolezza senza centro. In quello spazio accade il mondo.
-Discepolo: Quindi tornando alla domanda iniziale: per la via della ricerca, nessun merito?
-Maestro: Nessun merito se tu ti appropri di un fare, se ti identifichi col meditante, se ti senti speciale, magari investito del sacro compito di illuminarti e cambiare il mondo. Se osservi con distacco tutto questo, se diventi il puro Osservare, allora la tua azione è senza macchia, in sintonia con il Tutto. O meglio, diventa il Tutto che agisce consapevolmente attraverso un apparente “te”, un’immagine di sogno.
-Discepolo: Dimmi ancora due parole su questo Tutto.
-Maestro: Il Tutto-Vita-Esistenza si manifesta e nella manifestazione appaiono infiniti punti di consapevolezza, capaci di dire “io”. Questi io non hanno esistenza propria, non sono sostanze autonome, sono forme- miraggio che, come lucciole, in un attimo di tempo-non tempo si spengono nella notte. Dopo aver vissuto l’illusione di una vita individuale. Oppure dopo aver spezzato il sogno che tutto abbraccia e aver penetrato il mistero. Che è una seconda vita.
27 maggio 2026