Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


pag.30

291 Nella quiete il canto delle cicale

Oh, quiete —
nella roccia penetra
il canto delle cicale

(Bashō)

Il satori giunge sempre all’improvviso.
Un lampo dischiude la percezione
e il mondo non è più quello di prima.
Tutto si arresta nella contemplazione.
Un istante sospeso nel tempo.

Questo ci dicono le parole di Bashō.
La natura invita lo sguardo del poeta
a posarsi con levità sulle cose,
a vederle come fosse la prima volta.

Nella luce accecante del meriggio
ogni vita riposa nella quiete.
L’atmosfera vibra, quasi irreale,
apertura a un oltre senza nome.

Ed ecco, accade:
si leva improvviso il canto delle cicale.

Vite effimere, inconsce di sé,
fragili come tutte le cose che vivono.
Vite innocenti, senza progetto,
a cantare il loro tempo breve.

La cicala canta senza saperlo.
Un gesto semplice, privo di scopo,
che nasce dal silenzio e lì ritorna.
Vita che si offre così com’è.

La roccia, immobile, risponde.
Non viene scalfita dal suono, lo accoglie.
Il canto delle cicale la attraversa,
ma non è forza dirompente, è grazia.
Perché l’eterno essere non resiste,
accoglie in sé ogni cosa che passa.

Poi d’improvviso: è il satori.
Il mondo non è più quel mondo.

Nell’impermanente l’eterno.

Il canto della cicala e la roccia
non si oppongono più tra loro.
Contemplati nella quiete della mente
si fondono in un’unica realtà.

Cadono i confini:
tra materia e spirito,
tra alto e basso,
tra istante ed eternità.
Ogni separazione è svanita.
Solo l’accadere, semplice, compiuto.

Osservare senza nominare,
restare in ascolto, senza parola:
è la via di una mente pura.

Il canto delle cicale si fonde col silenzio.
È la soglia di una dimensione interiore,
dove ogni cosa è al suo posto,
dove il mondo non è più un problema.

Tutto è semplicemente ciò che accade.
In quell’innocenza lo sguardo si libera.
Lì può nascere un sentire nuovo.
20 gennaio 2026

292 Sunīta l’intoccabile
-Chi era Sunīta?
-Un umile spazzino. Un “fuori casta”, un emarginato dell’India antica. Il suo compito era raccogliere rifiuti e pulire le strade. Viveva con la convinzione, inculcata dalla tradizione, di non essere degno di avvicinarsi alle persone di casta più elevata.
-La società indiana di quei tempi era molto chiusa.
-Sì, il sistema delle caste poneva barriere invalicabili. Sunīta viveva ai margini, ignorato e disprezzato dalla collettività. E lui stesso si sentiva “impuro”, per le sue origini nella casta più bassa e povera.
-È la cosa più dolorosa: sentirsi indegno, senza aver colpa.
-Siamo quello che pensiamo di essere. Se un’idea è penetrata in profondità viviamo e ci comportiamo di conseguenza. Sunīta era convinto che la sua vita valesse nulla, che fosse già stata decisa dal caso o dal destino.
-E dunque cosa accadde?
-Un giorno passò di lì il Buddha con alcuni suoi monaci. Sunīta si ritrasse in disparte, per non “contaminare” con la sua presenza il Sublime e la sua comunità. Rimase immobile, in silenzio. Non osava alzare lo sguardo. Sapeva qual era il suo posto.
-Voleva scomparire. Si vergognava di esistere.
-Ma il Buddha si fermò. Non tirò dritto. Non lo evitò. Non lo ignorò. Gli rivolse invece parole impossibili da immaginare per un “intoccabile”: “Vieni, monaco.” E con queste sole parole, lo ordinò nella Sangha.
-Non un giudizio, non una parola più del necessario. Non una domanda o una spiegazione. Un gesto semplice, che abbatteva ogni confine.
-Sì. Non miracoli né parole di compassione o conforto. Il Buddha semplicemente si fermò. Un gesto radicale, che sovvertiva in un istante l’ordine di un mondo profondamente ingiusto.
-E Sunīta?
-Dicono che rimase senza fiato. Nessuno lo aveva mai guardato come essere umano. E l’invito del Buddha… era qualcosa di inaspettato e inconcepibile. E poi furono lacrime, quelle di un uomo che per la prima volta sentiva di avere valore, di essere degno di vivere.
-Dunque Sunīta l’”intoccabile” fu accolto nella comunità del Buddha.
-Non solo accolto. Il Buddha non “includeva” Sunīta, perché l’inclusione presuppone che resti valido il sistema che discrimina. Era qualcos’altro: la distinzione stessa tra puro e impuro, alto e basso, degno e indegno perdeva ogni significato. Se guardiamo l’uomo dall’esterno vediamo azioni, errori, mancanze. Quando lo sguardo si volge all’interno, il giudizio cade. In profondità c’è una coscienza che non appartiene a nessuna storia, nome o ruolo.
-E in seguito?
-Accolto tra i discepoli, Sunīta si dedicò alla meditazione con l’intensità di chi ha conosciuto una vita di esclusione. E alla fine raggiunse l’illuminazione diventando un arhat, un essere liberato.
-Ha lasciato qualche testimonianza?
-Di lui rimangono nel Theragāthā pochi versi che raccontano la sua trasformazione: “Inferiore tra gli inferiori ero, disprezzato da tutti. Ma il Beato, colmo di compassione, mi vide e mi chiamò a sé.” E ancora: “Ora, con la mente liberata, cammino come un re tra gli uomini.
-Una storia significativa. Quando cadono le barriere diventiamo pienamente umani.
-Sì. È un esempio di compassione che annulla ogni confine. Il Buddha non predicava solo la liberazione interiore, ma anche la fine di ogni discriminazione sociale e spirituale. Questa è la vera spazzatura: etichette, gerarchie, giudizi interiorizzati che ci separano e ci rinchiudono in gabbie.
-Viene dunque messa in discussione quella che chiamiamo identità.
-Per il Buddha ciò che chiamiamo identità non ha consistenza propria: muta, dipende da cause, non è mai definitiva. L’“io” è una costruzione fragile. Se accettiamo questa visione non abbiamo nulla da difendere: status, reputazione, ruolo, ricchezza… nulla di tutto questo è essenziale.
-Quindi la liberazione non è diventare qualcuno.
-No. È liberarsi da ciò che si credeva di essere. Siamo ciò che resta quando ogni definizione è caduta. In quella assenza di attaccamento si apre un vuoto. Liberi da ogni vincolo possiamo approfondire la nostra ricerca. E allora tutto può accadere. Anche il risveglio.
23 gennaio 2026

293 Rohitassa il viandante cosmico
La notte era quieta come l’acqua di un lago.
Il Buddha sedeva sotto il banyan, in silenzio.
D’improvviso una luce apparve all’orizzonte,
un chiarore dalla forma di un vivente.
Un essere divino si presentò al Maestro,
il corpo radioso sfolgorante di luce,
il volto segnato da una malinconia antica.

Era Rohitassa, il deva.
Raccontò d’essere stato un tempo un uomo,
un asceta dotato di un potere straordinario:
la capacità di muoversi ovunque nello spazio.
E di aver vissuto con un solo desiderio:
raggiungere la “fine del mondo”,
il limite oltre il quale nascita dolore e morte
non possono più toccare l’essere umano.

Così aveva intrapreso un viaggio titanico.
Con i suoi poteri aveva varcato i continenti,
pianure, monti, oceani, ogni angolo del mondo.
Aveva viaggiato per anni, con volontà indomita,
nell’intero cosmo, come un eroe epico.
Ma nonostante il peregrinare e gli sforzi
non era giunto al confine agognato,
il luogo della cessazione di ogni sofferenza.
E la morte lo aveva colto all’improvviso,
lasciando irrealizzato il suo desiderio.

Dopo averlo ascoltato, il Buddha disse:
Amico Rohitassa,
la fine del mondo non si raggiunge
viaggiando nello spazio.
Eppure, senza raggiungere la fine del mondo
non c’è liberazione dal dolore.

Rohitassa rimase confuso a quelle parole.
Un grande paradosso, una sfida al pensiero.
Ma il Beato aggiunse la chiave:
È in questo corpo lungo un braccio,
piccolo, fragile e mutevole,
con la sua percezione e i suoi pensieri,
che si trova il mondo: la sua origine,
la sua dissoluzione e il sentiero
che conduce alla sua fine
.”

Il messaggio del Buddha era chiaro:
non parlava del mondo come luogo fisico,
ma dello spazio interiore dell’esperienza:
quel mondo di desideri, paure e proiezioni
che ci confina nella gabbia del dolore.

Rohitassa aveva attraversato il cosmo,
ma non aveva attraversato sé stesso.
Comprese allora che gli spazi solcati
erano la distanza che lo separava da sé;
che il confine del mondo non è un luogo,
ma un segreto custodito nella mente;
che la soglia non si oltrepassa in volo,
ma con un atto di visione interiore.

La luce di Rohitassa si accese,
come una fiamma che rinasce
a un improvviso alito di vento.
Si inchinò al Buddha con gratitudine.
Poi, senza pronunciare parola,
svanì nel buio vellutato della notte.

Restò solo il silenzio.

La risposta più bella e più vera,
quella che nasce dalla quiete
di un’anima che ha ritrovato sé stessa.
23 febbraio 2026

294 Lao Tzu lascia il vecchio mondo
Sentiva che il suo tempo era finito.
La corruzione dilagava nella società,
feroci dispute laceravano il regno.
Un mondo rumoroso e avido di potere
non era più il posto per un vecchio saggio.

Così Lao Tzu montò su un bufalo d’acqua
e all’alba partì verso le terre dell’Ovest.
Lo attendevano le grandi montagne,
segreti e silenziosi luoghi di meditazione.

Non aveva mai fondato una scuola,
né cercato seguaci o creato tradizioni.
Aveva vissuto in armonia col Tutto.
E ora semplicemente se ne andava,
senza proclami, discorsi o spiegazioni.
Portava con sé un immenso tesoro
frutto di una intera vita di ricerca:
l’esperienza diretta della via del Tao.

Lao Tzu giunse al passo della frontiera.
Una guardia di nome Yin Xi lo osservò,
vide in lui un uomo di rara saggezza.
Gli chiese un dono prima di andarsene:
mettere per iscritto il suo insegnamento,
la sua comprensione della Via.

Lao Tzu comprese il suo gesto e accettò.
Con la china tracciò caratteri sulla carta,
scrisse versi poetici, enigmatici, essenziali.
Lo scritto che oggi chiamiamo Tao te Ching.

Poi Tzu attraversò il confine e scomparve.
Di lui non si ebbe più notizia.

Il Tao te Ching nasceva su un confine,
ai margini di una civiltà decadente.
Era il segno lasciato da un uomo saggio
prima di congedarsi e andare oltre.
In esso c’è il cuore dell’insegnamento:
La Via non si lascia rinchiudere in sistemi.
Si manifesta nei momenti di soglia
là dove qualcosa finisce e altro comincia.
È la corrente di vita che fluisce e va.
Ci parla per segni, simboli, visioni.
Solo la parola poetica può sfiorarla.

Lao Tzu ha lasciato il vecchio mondo,
ma la Via cammina con lui, eternamente.
E la sua voce ancora risuona per noi:

Il saggio compie la sua opera
e poi non vi dimora.
Proprio perché non vi dimora,
nulla gli viene tolto.

Compi l’opera,
porta a termine il lavoro,
e poi ritirati.
Questa è la Via del cielo.

25 febbraio 2026

295 Non santi non peccatori
Era un giovane monaco del Buddha.
Camminava composto, sguardo basso,
la postura austera del perfetto discepolo.
Evitava ogni contatto col mondo.
La santità era la sua ossessione.

Un giorno girava per l’elemosina.
Si fermò davanti alla casa di una donna
conosciuta come prostituta.
Lei lo vide e si affacciò sull’uscio,
guardò la sua ciotola e sorridendo:
“Anche tu, santo uomo, vuoi il mio cibo?”
Il monaco arrossì, pieno di vergogna.
Tornò in comunità e raccontò il fatto.

Il Buddha per caso udì le sue parole,
sentì il tono di sdegno e di disprezzo.
Allora lo chiamò a sé e gli disse:
Cosa hai provato davanti alla donna?”
Disgusto, Maestro” rispose il monaco.
Il Beato lo guardò a lungo, poi:
E tu credi che il tuo disgusto
sia più puro della sua vita?

Il giovane rimase senza parole.
Seguì un lungo silenzio.
Poi il Maestro riprese:
Chi giudica crea distanza.
Chi comprende scioglie distanza.
La compassione non cerca la purezza.
Vede la sofferenza nascosta
dietro ogni comportamento
“.
Il discepolo era muto, confuso.
Intanto una porta si apriva.

L’indomani il Buddha venne in paese,
passò davanti alla casa della donna.
La salutò con rispetto e si fermò.
Parlò con lei a lungo, dolcemente.
Nessuna predica, nessuna superiorità.
Solo presenza. E profonda cura.
Il giovane monaco era al seguito
e osservava tutto, la testa china.
Non vedeva più una prostituta,
ora vedeva un essere umano.
La vera compassione non giudica,
non si mette su un piedistallo,
accoglie senza porre condizioni.

Si narra che anche la donna fu colpita.
Si inchinò al Buddha con sincero rispetto.
Col tempo si avvicinò alla meditazione.
La sua vita cambiò per sempre.

Ma la trasformazione più profonda
avvenne nel cuore del monaco.
Aveva compreso:
la compassione non è egoismo;
non è ostentare purezza morale;
non è fuggire ciò che si crede “impuro”;
è disarmare il giudizio che separa;
è incontrare l’altro senza difese;
è rendere puro il proprio sguardo
prima ancora delle azioni.
È chiedersi di fronte a qualcuno:
quale ferita porta con sé?
Per chiedere poi a sé stessi:
quale ferita ho dentro di me?
2 marzo 2026

296 La trasparenza dell’io
-Ci sono personaggi quasi sconosciuti che hanno vissuto vite esemplari. Tra questi Evagrio Pontico, nell’Egitto nel IV secolo. È annoverato tra i grandi mistici dell’antichità.
-Sì, un personaggio singolare. Nelle torride giornate del deserto Evagrio sedeva davanti alla sua capanna di paglia e fango, non lontano dalle acque del Nilo. Era il suo eremitaggio, un confine tra sé e il mondo. Rifletteva sulla purificazione dell’intelletto e sulla dissoluzione dell’ego.
-Cercava una visione del trascendente?
-Non cercava visioni, non compiva riti o magie. Cercava solo una cosa: diventare trasparente.
-Trasparente? Voleva essere un nessuno? Un asceta che ha rinunciato a tutto?
-Sì. Ma il paradosso è che proveniva da una realtà diametralmente opposta. Era stato un uomo brillante e famoso. A Costantinopoli era un maestro di eloquenza, un fine conoscitore di teologia e retorica.
-Un grande sapiente acclamato… Allora cosa lo spinse a cambiare vita in modo radicale?
-Non era solo un dotto. Portava avanti la sua ricerca interiore con sincerità e dedizione. Gli studi erano un mezzo per avvicinarsi sempre più al divino.
-E scoprì qualcosa di interessante?
-Sì, una realtà che lo riguardava e lo lasciò scioccato: capì che non desiderava soltanto conoscere Dio, desiderava essere colui che lo conosceva meglio degli altri.
-E cosa c’era di sbagliato?
-Vide in questo presunzione e vanagloria, un tradimento della sua ricerca.
-Ma dicevi che era sincero.
-Certo, lo era. E proprio la sua onestà gli fece vedere il rovescio della medaglia: comprese che anche il pensiero più santo può trasudare egoismo. Il desiderio di essere il primo, il più spirituale, il migliore, contaminava la purezza del suo intento.
-E quindi cosa fece?
-Fuggì nel deserto. Lasciò il vecchio mondo con tutte le “sirene” che alimentavano l’immagine di sé. Divenne un eremita, senza riserve, dubbi o ripensamenti.
-Fu facile questo passaggio?
-No, Evagrio passò un momento di crisi profonda. Non perché si fosse pentito del gesto. Si rese conto di portare con sé ancora tutto il suo passato: la sua immagine di uomo colto, l’orgoglio intellettuale, il bisogno di essere ammirato. E in più un gravoso bagaglio di idee, teorie, concetti e giudizi su sé e sul mondo.
-Meditava?
-La sua meditazione era semplice: rimanere in silenzio e osservare. Voleva ripulire la mente, ma si accorse che i pensieri disturbanti non si dissolvevano, anzi diventavano sempre più invadenti, togliendogli la quiete. Li chiamava loghismòi, pensieri che si insinuano. Però proprio grazie ad essi scoprì una cosa fondamentale.
-Quale?
-Che proprio questi pensieri incessanti costruiscono il “me”, una falsa identità che si pone al centro di ogni cosa. È così che nasce quello che chiamiamo “io”.
-L’io è quindi solo un prodotto del pensiero? È un’illusione?
-Non l’io in sé, ma l’io costruito dall’identificazione. È quella voce interiore che afferma: io parlo, io comprendo, io sono migliore, io sono avanzato. Evagrio capì che la vera lotta dell’asceta non è contro il corpo, con digiuni e rinunce, ma contro quella voce interna che dice: io sono.
-Evagrio arrivò da solo a questa consapevolezza?
-No, ci fu un incontro molto importante. Un anziano del deserto gli disse che se voleva trovare Dio doveva smettere di essere “qualcuno”. Evagrio non comprese subito il messaggio. Ma per anni praticò il discernimento: osservava ogni pensiero come una nuvola che attraversa il cielo. Non lo scacciava con forza, non lo accoglieva con compiacimento. Lo lasciava passare, semplicemente.
-E quale fu il risultato di questo continuo osservare?
-Realizzò che l’io non è un monolite, ma un intreccio di abitudini mentali. Ogni volta che smetteva di identificarsi con un pensiero, uno strato cadeva. Il passato diventava un turbine di foglie secche al vento. Ma non diventava più debole, diventava più leggero, più trasparente, più libero.
-La meditazione dunque era un togliere, un sottrarre.
-Sì. Accumulare conoscenze era quello che aveva fatto per tutta la vita. Ora voleva levarsi di dosso tutto il sapere e le esperienze del passato. E accadde… Un giorno, mentre il sole incendiava la sabbia del deserto, Evagrio sperimentò un silenzio nuovo. Non una assenza di suoni, ma l’assenza di centro. Non c’era più un osservatore che dicesse “sto meditando”. C’era solo presenza, una coscienza vigile, senza desiderio di appropriazione.
-Un’esperienza di distacco.
-Evagrio chiamava apatheia lo stato di libertà dalle passioni dell’ego che nasceva dal lungo esercizio di discernimento. Aveva capito che rinunciare all’io non è distruggere la propria identità, significa non aggrapparsi ad essa, smettere di difenderla. L’io si nutre di confronto; l’anima si nutre di apertura. L’io vuole possedere Dio come un oggetto di conoscenza; l’anima vuole essere attraversata dal divino.
-Come finì la sua storia?
-Continuò la sua vita di asceta, in pace con tutto e con tutti, riconciliato con sé stesso.
-Ha lasciato un messaggio?
-Abbiamo una testimonianza. Quando qualcuno gli chiese quale fosse la vetta della vita spirituale, rispose: “È quando non c’è più nessuno che sale.” E poi aggiunse: “Allora resta solo la luce”.
-Cosa possiamo imparare noi da Evagrio?
-Il deserto di Evagrio Pontico non è soltanto un luogo geografico. È uno spazio interiore. Non viviamo anche noi immersi nei nostri loghismòi? Pensieri ricorrenti, opinioni da difendere, giudizi da sostenere. Non costruiamo continuamente un “qualcuno” da mostrare, da affermare, da proteggere?
-Sì, siamo sempre pronti a difendere il nostro io. E da lì tanti dei nostri guai.
-Evagrio comprese che l’io si alimenta con l’identificazione. Ogni volta che diciamo “io sono questa opinione, questa immagine, questo giudizio”, aggiungiamo un mattone a quel centro che poi è fonte di paure, desideri e passioni scomposte.
-Non dobbiamo quindi fuggire nel deserto.
-Il suo insegnamento non invita alla fuga dal mondo, ma a un gesto più radicale e semplice: osservare senza appropriarsi. Agire senza costruire un idolo di sé stessi. Conoscere senza voler essere “colui che conosce”. Diventare quello spazio in cui rinunciamo a essere “qualcuno” per essere presenza, apertura, ascolto.
E forse, come suggeriva il vecchio asceta, è proprio lì che resta solo la luce.
4 marzo 2026

297 Pregare Dio di liberarci da Dio
-Mi affascinano le figure dei mistici di ogni tempo. Possiamo dire qualcosa sulla loro ricerca del divino?
-Ci sono mistici che cercano Dio. E altri che hanno il coraggio di andare persino oltre questa parola.
-Andare oltre Dio? Un’idea inconcepibile per un mistico.
-È un paradosso sorprendente. Eppure questo è il cuore del pensiero di Meister Eckhart, frate domenicano del XIII secolo. Uomo colto, predicatore brillante, professore a Parigi. Ma soprattutto, un esploratore dell’interiorità.
-Come orientava la sua ricerca?
-Non cercava nella spiritualità consolazione o facili credenze. Indagava il fondo dell’anima, quel luogo in cui l’uomo non è più diviso e si volge totalmente al divino.
-E quale fu la sua scoperta?
-Arrivò a questa conclusione: il più grande ostacolo tra l’uomo e Dio è l’idea che l’uomo ha di Dio.
-Non riesco a capire…
-Ogni volta che pensiamo Dio lo trasformiamo in un oggetto. Può essere l’oggetto più alto e perfetto, ma resta qualcosa di fronte a noi. Rimane una distanza. C’è sempre un “io” che contempla Dio come separato.
-È quello che accade nella fede. La devozione può diventare un limite?
-Sì. Eckhart arriva a una conclusione sconcertante: bisogna pregare Dio di liberarci da Dio.
-È una frase impegnativa, quasi blasfema.
-Così sembra. Ma il significato è questo: bisogna essere liberati dal Dio che l’io possiede come concetto o immagine. Finché Dio è un prodotto della mia coscienza, la visione resta limitata, è solo una proiezione dei miei desideri.
-E dunque, qual è la via di uscita?
-Eckhart propone ciò che chiama Gelassenheit: abbandono, lasciar- essere. Non è passività, ma totale rinuncia alla pretesa di possedere.
-Rinuncia a cosa, esattamente?
-A tutto. Non solo alle cose materiali, non solo all’immagine di sé. Anche al merito spirituale, al desiderio di ricompensa, all’idea di poter definire il divino. Ma soprattutto rinuncia al bisogno di sentirsi “uniti a Dio”.
-Mi sembra un cammino molto più estremo di quello di un asceta comune.
-Sì. Perché qui non si tratta di migliorare l’io, ma di svuotarlo. L’io deve farsi da parte per lasciare spazio al divino che, nel fondo increato dell’anima, nasce continuamente.
-Quindi che ne è del rapporto uomo-Dio?
-Non c’è più un uomo che ama Dio e un Dio che viene amato. Non c’è più il due. C’è un’unica realtà che riconosce sé stessa. Un’assoluta unità, una luce che annulla ogni separazione.
-E questo il picco dell’esperienza mistica?
-È un’esperienza assolutamente semplice, ma anche la più difficile. È prendere coscienza di una realtà che è sempre davanti agli occhi, ma sfugge continuamente per la smania dell’io di possedere. È un morire prima di morire. Non nel senso fisico, ma nel senso di estinguere ogni desiderio di appropriazione.
-Sono curioso di sapere: come viveva Meister Eckhart?
-Nessun fatto eclatante. Esteriormente era un frate come gli altri: predicava, insegnava, viaggiava. Interiormente, cercava il punto in cui nessuna immagine potesse alimentare il suo io, dissolvendo la separazione tra sé e l’Assoluto.
-Era questa per lui la vera libertà?
-Sì, libertà era essere così vuoti interiormente da non possedere nulla e nessuno, nemmeno sé stessi.
-C’è qualcosa nel messaggio di Eckhart ancora valido per noi?
-Oggi costruiamo identità, profili, puntiamo a versioni abbellite di noi stessi. Eckhart ci porrebbe una domanda scomoda: chi siamo, se smettiamo di raccontarci? La rinuncia dell’io non è diventare invisibili, non è fuggire dal mondo. È togliere sé stessi dal centro della scena. È lasciare spazio a ciò che accade, a ciò che è.
E forse proprio allora, nel fondo dell’anima, può nascere qualcosa di più semplice e più vero: l’esperienza di un essere umano intero.
6 marzo 2026

298 La rivelazione della luce
Fu nel silenzio di una limpida mattina
che la luce gli apparve in modo nuovo.
Non era la semplice radianza del giorno
che offre il mondo allo sguardo.
Era una forza più sottile e misteriosa,
una corrente che attraversava le cose.
Tutto in essa nasceva e si dissolveva.
La materia perdeva la sua consistenza,
diventando un fragile velo sulla realtà.

Altre volte aveva visto quello scenario,
ma il turbinio dei pensieri quotidiani
tratteneva lo sguardo alla superficie.
Quel giorno la mente era silenziosa.
L’occhio innocente, libero dall’attesa,
vedeva la luce accarezzare la terra.
E in un attimo il segreto si svelò:
tutto vive per mezzo della luce.
Ma nulla e nessuno può possederla.
Essa anima tutte le forme del reale,
ma nello stesso tempo le oltrepassa.

La luce visibile è solo il riflesso
di una luce immateriale originaria
che non ha la sua nascita nel mondo.
Quando siamo travolti dai pensieri
questa luce rimane nascosta e velata,
come la stella che si cela
nel chiarore diffuso del giorno.
Ma quando la mente si fa quieta
e il cuore è libero dal desiderio,
qualcosa si accende nell’interiorità:
una chiarezza intima e silenziosa,
che sgorga dal fondo dell’essere.

Allora il mondo non è più soltanto
uno spettacolo offerto agli occhi.
Ciò che prima sembrava separato
si rivela parte di un medesimo tutto.
Lo sguardo, liberato dal pensiero,
non tenta più di possedere ciò che vede.
In quella luce ogni cosa trova il suo luogo
e anche il cuore dell’uomo riconosce
il proprio segreto legame con il mondo.

La luce esterna si fa luce interiore.
Il raggio che prima illuminava le cose
finisce per illuminare l’uomo stesso.
Ciò che egli cercava fuori nel mondo
è contemplato dallo sguardo interno.
E si rivela come la presenza silenziosa
che da sempre dimorava nel suo essere.
10 marzo 2026

299 L’elefante non dice “io sono”
-Un discorso attribuito al Buddha dice: “L‘elefante che vede la sua forma riflessa nel lago e la scambia per un altro elefante è più saggio dell‘uomo che, vedendo il proprio volto riflesso, dice: sono io. Perché il suo vero Sé non è nel mondo della mutabilità, ma in quello del Non Essere, il solo mondo al di là delle insidie di Maya. Quello solo, che non ha causa né autore, che è auto-esistente, eterno, è il vero Io, il Sé dell‘Universo.”
-Il discorso usa concetti tipici della filosofia indiana e buddhista. È probabilmente una rielaborazione successiva al Buddha, perché mescola istanze di filosofie diverse. Ma è comunque interessante, proviamo a capire il significato.
-Cominciamo dall’elefante.
-L’elefante vede il proprio riflesso nel lago e lo scambia per un altro elefante.
-Come accadde a Narciso?
-Non proprio, l’elefante non è infatuato della sua immagine riflessa. La guarda per un attimo, beve l’acqua e se ne va. Il punto che qui interessa è: l’elefante vede una figura ma non la identifica come “sé stesso”. Quindi non costruisce l’illusione dell’io.
-Il Buddha dice che l’elefante è più saggio dell’uomo.
-Sì, perché l’uomo, quando vede il proprio riflesso e dice “sono io”, crea l’illusione di una identità stabile e indipendente. Secondo il pensiero buddhista classico, credere in un io permanente e autonomo è l’errore della mente umana.
-Perché l’uomo si inganna?
-Il buddismo elenca una serie di cause che generano l’illusione dell’io e la sofferenza: ignoranza, sensazioni, desideri, attaccamento a nome e forma, ecc. Nell’universo ogni cosa dipende da qualcos’altro, nulla ha un sé autonomo. L’io è solo un’apparizione temporanea nella rete infinita delle cause.
-Il testo parla anche di Maya. Non è una divinità?
-Maya rappresenta il potere dell’illusione cosmica che fa apparire stabile ciò che in realtà è mutevole e condizionato. Essa genera la credenza nell’io come una realtà separata e permanente. Una trappola in cui l’uomo cade inevitabilmente.
-Dunque non esiste un vero io?
-Il testo parla del “vero Sé”, eterno, senza causa, il Sé del Tutto. Questa però è una concezione tipica della filosofia vedantica. Invece il buddhismo originario di Siddhartha Gautama non parla di un Sé eterno universale, ma del superamento dell’illusione del sé, il nirvana.
-Quindi il testo, come dicevi, è una reinterpretazione tarda che mescola concetti provenienti da tradizioni indiane e buddhiste.
-Sì, ma la sostanza non cambia. Il significato è lo stesso: l’errore umano è identificarsi con l’immagine di sé. L’uomo vede il proprio riflesso psicologico, costruisce l’idea di identità e si attacca ad essa. Così entra nel ciclo delle cause e delle illusioni. Qui è l’origine di desiderio, paura e sofferenza.
-Si può sfuggire a tutto questo?
-La liberazione spirituale consiste nel vedere con chiarezza che ciò che chiamiamo “io” è solo un processo, non una sostanza. La saggezza, in questa prospettiva, non consiste nel migliorare il proprio io, ma nel comprendere che esso è illusorio e mutevole, solo una forma momentanea, un riflesso nel grande fiume dell’esistenza.
-Certo è una prospettiva molto alta e impegnativa. Mettere in discussione il proprio io è un cammino impervio, che mi sembra per pochi. Scendendo a un livello più semplice per noi: c’è qualcosa che possiamo imparare dal paradosso dell’elefante per la vita quotidiana?
-Sì, una lezione importante: non dobbiamo scambiare le nostre immagini mentali e i nostri concetti per verità ultime. Siamo una realtà transitoria e in continuo mutamento. È bene non aggrapparsi ai concetti e mantenere sempre un atteggiamento di vigilanza, vivere in modo lucido e consapevole.
-E così sfuggire alle grinfie di Maya.
-Maya è sempre in agguato. È quando scambiamo le nostre immagini mentali per la realtà, quando ci aggrappiamo a un’idea ingannevole di ciò che siamo, quando dimentichiamo che ogni cosa è dipendente e in intima connessione con tutte le altre. Il paradosso dell’elefante allora diventa una piccola lezione di saggezza. L’animale vede un’ombra e se ne va; l’uomo invece costruisce un’identità fittizia e la difende per tutta la vita. Forse il primo passo del risveglio consiste proprio in questo: accorgersi che l’“io” a cui siamo così affezionati non è altro che un riflesso sull’acqua. Quando l’acqua si increspa, l’immagine scompare. Ma il fiume dell’esistenza continua a scorrere.
12 marzo 2026

300 Quando l’io scompare
-Vorrei tornare su un insegnamento del Buddha: l’idea che l’io sia solo un’illusione. È un’idea radicale e confesso che faccio fatica ad accettarla.
-Innanzitutto, per il Buddha l’inesistenza dell’io non è una teoria, ma un’esperienza reale, il riconoscimento diretto della propria natura che lui chiama nirvana o risveglio. Inoltre, non devi accettare nulla prima che non sia una tua personale realizzazione. Se un’idea ti intriga e ti attrae, porta avanti la tua ricerca con mente libera.
-C’è qualche storia o discorso del Buddha che torna su questo tema?
-Sì, nel Bahiya Sutta. Si racconta che un asceta chiamato Bahiya venne dal Buddha e gli chiese di insegnargli la verità. Dopo un lungo silenzio il Maestro disse: “Nel visto ci sia solo il visto. Nell’udito solo l’udito. Nel percepito solo il percepito. Nel pensato solo il pensato.” E poi aggiunse: Quando per te ci sarà solo il visto nel visto, solo l’udito nell’udito, solo il percepito nel percepito e solo il pensato nel pensato, allora non sarai “in esso”. E quando non sarai “in esso”, non sarai né qui né altrove né tra i due.” Questa, concluse il Buddha, è la fine della sofferenza.
-Parole piuttosto oscure, anche se mi sembra di intuire qualcosa del significato: nell’esperienza del mondo l’io deve farsi da parte.
-Sì. Noi non facciamo semplicemente esperienza dei fenomeni. La mente interviene continuamente, aggiungendo una rete di interpretazioni: “sono io che vedo”, “mi piace”, “non mi piace”, “questo suono è piacevole”, “questo sapore è troppo aspro”. Ricordi, preferenze, identità e aspettative colorano ciò che percepiamo.
-E quindi dov’è il problema?
-Tu cosa dici? Che cosa compare invariabilmente in tutte le interpretazioni dell’esperienza?
-Ora, a pensarci… le idee possono essere infinitamente diverse, ma c’è un denominatore comune: il mio “io” è sempre implicato, “io” sono sempre presente.
-Ecco, secondo questo insegnamento è proprio qui che nasce l’illusione dell’io. Il Buddha dice che l’esperienza, nella sua forma più immediata, non contiene ancora questa costruzione. C’è semplicemente il vedere, il sentire, il percepire, il gustare, il toccare.
-E come si forma l’io?
-L’idea di un soggetto stabile che fa l’esperienza appare solo dopo: è una specie di commento mentale. Prima c’è il vedere. Solo dopo appare colui che vede. Ci raccontiamo di essere un soggetto separato dall’oggetto, un io che osserva il mondo. Ma secondo questo insegnamento quella separazione è una costruzione: nasce dal pensiero che interpreta l’esperienza.
-Cerco di capire… Se il commento mentale si interrompe, cosa ne è di me e dell’esperire?
-Se il commento si ferma, rimane una forma di esperienza diretta, immediata, non filtrata dal senso di “io” e “mio”. Un “vedere” puro, un “ascoltare” puro, un “sentire” puro, ecc. Si dissolve la separazione tra soggetto e oggetto. C’è il vedere, non “colui che vede” e “ciò che è visto” come due cose distinte.
-Sembra un insegnamento troppo radicale, quasi improponibile al giorno d’oggi.
-La filosofia occidentale ne ha ricalcato le tracce secoli dopo, esplorando questi problemi. La fenomenologia, ad esempio, tenta di descrivere l’esperienza così come appare prima che intervengano le interpretazioni concettuali. Ma con il Buddha troviamo qualcosa di ancora più radicale. Non abbiamo solo una teoria della percezione, ma una trasformazione concreta e totale del modo di percepire.
-Percepire senza un “io”.
-Sì, vedere senza aggiungere un “io che vede”, sentire senza un “io che ascolta”, pensare senza identificarsi con il pensiero.
-Però l’esperienza del mondo rimane.
-L’esperienza rimane semplicemente ciò che è: vedere, udire, percepire, pensare. Allora non si è più “dentro” quell’esperienza, né “fuori” da essa. Non si nega la realtà dell’esperire, ma si osserva come il pensare costruisce continuamente un centro immaginario che ne diventa il soggetto.
-E realizzare questa intuizione dove ci porta?
-Quando questa costruzione comincia a cadere, il rapporto con il mondo cambia. L’esperienza diventa più semplice, più immediata, meno prigioniera del conosciuto. E soprattutto meno carica di tensione. Un vedere spontaneo senza ansia, aspettativa o paura. Per questo il Buddha afferma che questa intuizione è la fine della sofferenza. Non perché il dolore fisico scompaia, ma perché la mente smette di costruire continuamente una storia intorno a ciò che accade.
-Da dove partire per fare questo cammino?
-Osserva attentamente ciò che accade nel percepire: l’esperienza si presenta prima come un evento semplice: un colore appare, un suono emerge, una sensazione viene avvertita. Solo una frazione di secondo dopo la mente introduce il pensiero: “io vedo”, “io sento”, “questo è mio”. Il soggetto sembra apparire all’interno dell’esperienza come una specie di descrizione mentale. Con il tempo poi si vede qualcosa di sorprendente: ciò che chiamiamo “io” non è il centro dell’esperienza, ma una costruzione concettuale che la mente sovrappone a ciò che accade. Il Buddha non ci chiede di credere a una teoria, ma di osservare con attenzione e porre una semplice domanda: che cosa rimane quando nell’esperienza c’è soltanto il vedere?
-Il suo insegnamento è una sorta di metafisica dell’esistenza?
-Il Buddha non propone una teoria metafisica sull’esistenza o la non- esistenza del sé. Invita a guardare l’esperienza prima delle teorie. E a chiedersi: se nel vedere c’è semplicemente il vedere, dove si trova il soggetto? È qualcosa che appare nella percezione stessa, oppure è un’interpretazione che la mente introduce dopo? In questo senso il suo è un rovesciamento di prospettiva: invece di partire dall’idea di un soggetto che osserva il mondo, si parte dall’esperienza stessa. E dentro quell’esperienza l’io appare come una costruzione narrativa, un centro che organizza ciò che accade.
-E quando questo “io” molla la presa è la fine della sofferenza?
-Sì, perché l’esperienza diventa meno centrata sull’idea di un io che possiede, controlla o difende il percepito. La sofferenza umana nasce dal continuo tentativo di proteggere e rafforzare questa identità costruita. Quando l’esperienza non viene più interpretata costantemente attraverso la lente dell’“io” e del “mio”, la tensione si allenta. Allora rimane soltanto il semplice vedere, sentire, gustare, toccare. Senza un io che se ne appropria. È questo che il Buddha chiama risveglio. È questo che chiama nirvana.
15 marzo 2026

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