Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


311 Sotto il porticato di Alessandria

-Ad Alessandria ho seguito le lezioni di Agrippa lo Scettico. Sono rimasto scosso da quanto ho sentito.
-Perché eri là? Hai dovuto fare un lungo viaggio.
-La mia sete di conoscenza non si è ancora spenta. Mi spinge a cercare il vero, anche nei luoghi più lontani.
-E cosa hai trovato? Racconta.
-Pieno di entusiasmo sono arrivato alla sua scuola, ma già al primo ascolto ero in profonda crisi. Agrippa sostiene che nessuna verità sia raggiungibile dall’uomo. E pensa di dimostrarlo, con alcuni argomenti che chiama tropi.
-Non so molto della filosofia scettica. Conosco solo il termine skeptomai: guardare attentamente, esaminare. Gli Scettici non sono cercatori del vero?
-Lo credevo anch’io. Poi ho incontrato la radicalità del loro pensiero, che nega la possibilità per l’uomo di conoscere la verità delle cose.
-Sono curioso. La filosofia è nata per conoscere il vero. Spiegami le idee di Agrippa.
-Ho parlato con lui. Un pomeriggio stava passeggiando da solo nel giardino della scuola, allora mi sono fatto coraggio e mi sono avvicinato. Dopo le sue lezioni la mia mente era in tumulto, avevo bisogno di un confronto diretto. E quella era l’occasione.
-Non ti ha allontanato? Spesso i filosofi assumono un atteggiamento di superiorità.
-No. Mi ha accolto con gentilezza e mi ha concesso un po’ del suo tempo. L’ho trovato paziente, profondo, acuto nell’argomentare. Ma anche implacabile.
-Perché implacabile?
-Agrippa non accetta compromessi. E una cosa mi divideva e mi divide ancora dalla sua dottrina: l’idea che la verità sia per l’uomo una chimera. Se così fosse, crollerebbe tutto il significato della ricerca filosofica.
-Quindi cosa accadde?
-Dopo i convenevoli di rito venni subito al punto. Gli chiesi perché la filosofia dovesse rinunciare a cercare la verità. E aggiunsi: noi uomini abbiamo una quantità di certezze che dimostrano che sapere è possibile.
-E Agrippa come reagì?
-Si fermò sotto il porticato, tra luce e ombra. Mi guardò e disse: “Credi davvero di sapere qualcosa?” Lo aspettavo al varco su questo, quindi risposi prontamente: “Non solo lo credo. Lo so.” E lui replicò: “Allora dimmi: cosa rende vera una tua convinzione?” Io esitai un istante, poi dissi: “Le prove. Le dimostrazioni. Le ragioni.” Agrippa si fece serio: “E da dove vengono queste ragioni?” La mia risposta fu pronta: “Da altre ragioni, naturalmente.” Il maestro annuì, come se avesse atteso proprio quelle parole: “Allora iniziamo da qui. Io insegno cinque tropi, cinque passi che smontano ogni certezza di sapere.”
-E tu? Non avevi il timore di affrontarlo?
-Ero pronto alla sfida. Ero certo di spuntarla, alla fine. Noi tutti viviamo di certezze, convinzioni, usi e costumi che appaiono verità indubitabili. Come si può vivere altrimenti? L’intelletto ci serve proprio per questo.
-Come continuò il dialogo?
-“Il primo tropo è il disaccordo“, esordì Agrippa, “Guarda il mondo. Gli uomini discutono su tutto: giusto e sbagliato, vero e falso, ciò che è e non è reale.” E io: “È normale, non tutti riflettono abbastanza. La verità si conquista lentamente, col ragionare.” Ma lui replicò: “‘Osserva con attenzione, non esiste mai un punto in cui il disaccordo si risolve davvero. I dibattiti non hanno fine. Rimane sempre qualcuno che dice: ‘Sì, ma…’ e il gioco ricomincia. Se persone intelligenti e oneste discutendo non concordano, come fai a scegliere chi ha ragione?”
-Avevi pronta una risposta?
-Rimasi in silenzio, dubbioso. E Agrippa continuò: “Il secondo tropo: il regresso all’infinito. Prendi una tua certezza e dimmi perché la ritieni vera.” E io dissi: “Perché è sostenuta da ragioni.” “E quelle ragioni?” “Sono sostenute da altre ragioni.” “E queste altre?”… A quel punto capii: “Non si può andare avanti all’infinito.” E il maestro, con un sorriso: “Vedi? È quello che accade. Ogni giustificazione ne richiede sempre un’altra e un’altra e un’altra ancora. E così via. Questo è il regresso all’infinito”.
-Qual era il terzo tropo?
-La relazione. Secondo Agrippa, ciò che chiami vero dipende sempre da qualcosa: dal punto di vista, dalle condizioni, dalla cultura, dalle circostanze. Non esiste una verità assoluta, perché la realtà oggettiva non si incontra mai. Noi vediamo fenomeni sempre in relazione tra loro, mai isolati. Da qui confusione e incertezza.
-Queste idee non mi sembrano così strampalate. Anzi, il discorso è interessante. Passiamo al quarto tropo.
-È quello della ipotesi. A un certo punto, dice Agrippa, cercando di fondare il sapere su un terreno stabile, per fermare il regresso all’infinito, dobbiamo accettare principi di base che non sono dimostrabili.
-È per forza così. Non possiamo evitare di ammettere postulati, principi primi, dogmi, ecc.
-Certo. Ma Agrippa dice che, se è così, allora questo è un credere. Non è un sapere. Assumiamo verità accettate senza prova.
-Di fronte a queste argomentazioni anch’io mi trovo in difficoltà. Che gli dèi esistano è per me un dogma assoluto, ma come faccio a dimostrarlo? Devo accettarlo come una verità e basta.
-Capisco. Anche il divino rischia di diventare solo un’ipotesi. È un discorso scivoloso.
-Rimane il quinto tropo.
-È quello del circolo. Agrippa me lo spiegò così: “Spesso giustifichiamo qualcosa usando ciò che dovrebbe essere dimostrato. È un ragionamento che si regge su sé stesso. E così ritorniamo al punto di partenza.”
-Mi fai un esempio di ragionamento circolare?
-Eccone uno: “Thymos è una persona affidabile perché mantiene sempre le promesse. Come faccio a saperlo? Perché io so che è un tipo affidabile.” Invece di dimostrare la tesi, la assumo come vera fin dall’inizio, creando un circolo vizioso che confonde causa e conseguenza.
-Sono un po’ disorientato. Questi argomenti mi tolgono la terra di sotto ai piedi. Alla fine, come hai risposto?
-Col silenzio. Ero davvero in difficoltà. Avevo compreso che ogni ragionamento ricade inevitabilmente in uno dei cinque tropi e si rivela insostenibile.
-Fu questa la conclusione del vostro dialogo?
-Alla fine, Agrippa mi guardò con comprensione e disse: “Lasciamo cadere l’illusione di possedere la verità. Ma qualcosa resta: il dubbio. Non come debolezza, ma come spazio, apertura. Noi continuiamo comunque a vivere e ad agire. Possiamo farlo ponendoci domande, sapendo però che ogni certezza è fragile.”
-Dunque Agrippa non chiudeva del tutto la porta alla ricerca.
-Sì. È un pensatore intelligente. Ma io rimango della mia idea che la verità esista e si possa raggiungere col retto filosofare.
-Ti ho ascoltato e mi sono fatto una mia idea: la skepsis di Agrippa non vuole distruggere l’idea di verità, vuole solo mostrarci i nostri limiti. Quello, per lui, è l’inizio della vera filosofia. È facile aggrapparsi a convinzioni non messe alla prova. È più difficile sottoporre tutto a esame, anche ciò che sembra ovvio e consolidato.
-Uhm… Mi stai aiutando a vedere in modo diverso il mio incontro con Agrippa. Forse è vero: la filosofia non inizia dove troviamo risposte, ma dove mettiamo in discussione quelle che abbiamo.
-Allora continuerai a cercare? Come?
-Certamente la mia ricerca continuerà. Camminando come ho fatto sotto quel porticato di Alessandria. Tra luce e ombra.
19 aprile 2026

Home Articoli