
316 Dimentica la strada percorsa
-Sui filosofi antichi sono fioriti una quantità di aneddoti, ora drammatici ora divertenti, però sempre significativi. Me ne racconti alcuni dei meno conosciuti?
-Ce ne sono tanti. Possiamo cominciare da “Il filosofo che parlava soltanto di notte”. Riguarda un maestro alessandrino quasi dimenticato: Edesio di Cappadocia. Si dice che Edesio evitasse le discussioni filosofiche durante il giorno. Riceveva gli allievi solo dopo il tramonto. Quando gli chiesero perché, rispose: “Di giorno gli uomini difendono sé stessi. Di notte le difese diminuiscono.”
-Una chiave di lettura per questo aneddoto?
-Contiene un’intuizione di tipo psicologico: la luce irrigidisce le persone; l’oscurità le rende più permeabili. Di giorno domina l’energia maschile. Di notte prevale quella femminile. Il femminile sa accogliere, è più disponibile ad ascoltare. Comunque, le parole di Edesio non nascono da un’idea filosofica astratta. Sono una teoria dell’ego nata da un’attenta osservazione degli esseri umani.
-In effetti, la notte è un momento magico, quello delle “chiacchiere al buio”, delle confidenze. Protetti dall’oscurità siamo più disposti a lasciarci andare, aprendo il flusso interiore.
-Da sempre la notte è conosciuta come spazio di mistero, segreti profondi e rivelazioni. L’oscurità ci avvolge con il suo manto e apre l’intuizione. Tutti i poeti lo sanno.
-Hai un secondo aneddoto?
-Sì, lo intitoliamo così: “Il sapiente persiano che portava scarpe spaiate”. Di Baha al-Din Walad, il maestro Sufi, si racconta che camminasse spesso con scarpe diverse tra loro. Un discepolo pensò fosse distrazione dovuta alla sua età avanzata e glielo fece notare. Il maestro rispose: “Così almeno un piede è sempre straniero.”
-Questo aneddoto è più difficile da capire. Il maestro era un tipo eccentrico?
-Il significato della storia non è per nulla banale: la nostra identità si fonda sulla simmetria e sull’abitudine. Il nostro io cerca stabilità e sicurezza in rituali ripetitivi. Rompere la continuità quotidiana è utile per incrinare il senso del sé, di solito granitico e scontato.
-È una pratica che può mettere in discussione la rappresentazione che abbiamo di noi stessi.
-Sì. Apre le porte alla creatività e alla trasformazione. Un io rigido e monolitico ha bisogno di un bello scossone, ogni tanto.
-Domani mi metterò due scarpe scompagnate… Anzi no, non è più originale, mi inventerò qualcos’altro.
-Passiamo a un terzo aneddoto: “Il monaco bizantino che rideva durante le dispute teologiche”. È la storia di Simeone il Nuovo Teologo. Durante una disputa sulla natura divina, mentre gli studiosi litigavano accaniti citando testi sacri, Simeone iniziò a ridere. Uno dei presenti lo rimproverò d’essere blasfemo. Lui rispose: “State parlando di Dio come mercanti che discutono pesi al mercato.”
-È una storia molto attuale. Quante volte assistiamo a dispute sterili, dove gli animi si accendono, tutti alzano la voce e nessuno ascolta. Sembra davvero di essere al mercato, dove la spunta chi grida più forte.
-L’episodio è notevole perché contiene una critica importante: la verità spirituale può morire quando diventa linguaggio tecnico, occasione di scontro o sfoggio di erudizione.
-Un altro aneddoto: “L’eretico che insegnava a perdersi”. Il gnostico Basilide diede ai discepoli una strana istruzione: “Una volta al mese percorrete una strada senza cercare di ricordarla.”
-Il significato di questa storia è ancora più difficile.
-Secondo alcune tradizioni gnostiche, l’uomo trasforma tutto in mappa, per orientarsi e muoversi con sicurezza nella realtà.
-Non vedo nulla di sbagliato. Tutti noi vogliamo sapere le vie che percorriamo.
-Quello di Basilide è un discorso sottile, che allude al nostro atteggiamento nei confronti della vita. Ci assicuriamo di avere una mappa in ogni aspetto della nostra esistenza, perché abbiamo paura di incontrare l’ignoto. Cerchiamo le coordinate per proteggerci dall’esperienza del nuovo. Dimenticare la strada significa abbandonare il bisogno di guida e orientamento, accettare di tuffarsi nella vita senza protezione e garanzie.
-È una posizione estrema, ma riesco a capirla. Percorrere le strade conosciute è comodo e facile, ma non insegna nulla di nuovo. Imboccare vie sconosciute apre nuove possibilità. È una sfida, una messa alla prova.
-C’è un’altra la storia: “Il filosofo armeno che temeva gli specchi.” Sì racconta che Gregorio di Narek evitava gli specchi lucidati nei monasteri. Quando un novizio gli domandò il motivo, rispose: “L’anima impara troppo in fretta la propria faccia.”
-Parole enigmatiche. Cosa significano?
-È un aneddoto che contiene un’intuizione sulla nostra identità: più ci vediamo rappresentati, più rischiamo di diventare imitazione della nostra immagine. L’anima, secondo Gregorio, non ha un volto o un profilo, perché non è rappresentabile in forma materiale. Non guardarsi nello specchio significa: non essere ammaliati dal proprio viso, non rimanere legati al corpo, ricordare di essere un principio immateriale, libero ed eterno.
-Però è sorprendente quanto questa idea sembri parlare a noi, che viviamo nell’epoca dei selfie e dei profili digitali. Rischiamo di perderci nella nostra immagine e annegare in questa autorappresentazione, come Narciso.
-Un ultimo aneddoto: “Il sapiente che cancellava i propri appunti.” Il filosofo islamico Al-Farabi aveva l’abitudine di distruggere molte annotazioni dopo averle scritte. Un allievo gli chiese: “Perché eliminare idee preziose?” Lui rispose: “Per vedere quali tornano da sole.”
-Stavolta credo di aver capito. Non tutto quello che ci passa per la mente merita di essere ricordato. Solo ciò che conta ritorna da solo.
-Sì. Per Al-Farabi, non tutte le idee sono così importanti da meritare di affollare la memoria. Alcune sopravvivono soltanto perché vengono conservate artificialmente. Le intuizioni autentiche, le idee degne di considerazione, invece, ritornano senza sforzo e non si cancellano dalla memoria.
-Mi capita. Le idee senza valore si perdono nel nulla, da sole. Ma quelle che hanno significato non scompaiono, si ripresentano anzi con maggiore forza.
-Dunque, cosa dici di queste storie? Sono troppo strane?
-Sono aneddoti intriganti, situazioni che escono dai canoni consueti e sorprendono.
-È proprio questo il loro compito. Non indicarci una strada, ma farci dimenticare per un momento quelle conosciute e lasciarci soli. Spezzare gli automatismi con cui abitiamo il mondo. Costringerci a guardare di nuovo, con occhi limpidi, ciò che credevamo di conoscere già.
-In fondo, tutti questi maestri insegnano la stessa cosa: uscire dall’abitudine, trovare il nostro modo di essere, la nostra irriducibile originalità.
-Sì. Perché l’abitudine protegge, ma addormenta. E a volte basta una notte buia, una strada sconosciuta, una risata fuori posto o una scarpa spaiata per incrinare il muro invisibile dell’io.
-E da quella crepa entra qualcosa di inatteso.
-L’inatteso è sempre il benvenuto. Forse la filosofia comincia proprio lì.
18 maggio 2026