Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
221 Il guerriero della dualità Se vivi a fondo l’esperienza della dualità, se sai di esistere in un mondo diviso, se riconosci il gioco eterno degli opposti, allora sei pronto a fare il grande salto. Non puoi pensare di abbracciare il Tutto se non sai accettarne ogni sua parte. Ogni realtà richiama il suo opposto, con quello si intreccia, lotta e gioca, trova un senso solo se può rispecchiarsi in quella limitazione che la definisce. E finché non si riflette nell’opposto non può venire realmente alla luce. Il divenire è un oceano senza fine, un mare di esperienze e situazioni. Ogni sua onda deve essere cavalcata, tutto deve essere vissuto e compreso. Non c’è modo di evitare piacere e dolore, non c’è via di fuga dal bene e dal male, ogni realtà verrà a cercarti prima o poi, ogni esperienza ti tenderà il suo agguato. Sarà l’arte del guerriero a tracciare la via: rimanere all’erta, sempre sveglio e vigile, pronto ad affrontare la prossima battaglia, sapendo che non ci sono vincitori e vinti in quel grande gioco che chiamiamo vita. Il guerriero è sempre pronto al sacrificio, vive in bilico tra paradiso e inferno, ma con cuore saldo e intento incrollabile prepara il momento della sua rinascita, con la comprensione della dualità si fa artefice della realizzazione dell’Unità. Amare ciò che piace non è un problema, è per tutti una cosa ovvia e naturale. Ma non c’è alcun merito in questo, anzi può essere un insidioso abbaglio se è l’illusione di evitare il negativo, scampando alla morsa del dolore, riparati in una personale isola felice, rinchiusi in una vita grigia e dimezzata. Se non getti uno sguardo nell’inferno, come puoi apprezzare il paradiso? Se non rimetti insieme tutti i pezzi, come puoi cogliere l’intero del puzzle? Ogni realtà ti reca sempre il suo opposto e lo dovrai cavalcare inevitabilmente. Il pensiero si muove in modo lineare, ma il movimento della vita è ciclico, tutto va e viene in un moto a spirale. Ogni cosa ha una frequenza e un ritmo, ogni situazione si muove come un’onda. Devi cogliere quel ritmo e allinearti ad esso e fluire con le cose accettando la loro legge. Nel movimento della vita tutto è compreso, nulla è lasciato da parte, nulla è trascurato, niente può essere considerato superfluo. L’esistenza è come un grande affresco che contiene tutte le tinte e le sfumature. Ogni colore ha un suo posto e una ragione nella creazione dell’opera più grande. Comprendere questo è capire la vita. Ma vivere a fondo il mondo della dualità è anche il passo decisivo per superarla. Dopo aver conosciuto la frammentazione sorge dal profondo un desiderio di unità. Un’intuizione ci solleva sopra le dicotomie, dall’esperienza del particolare all’universale, all’essenza fondamentale di tutte le cose. Ricomporre i pezzi del mondo fuori di sé, collegare i frammenti dell’io dentro di sé, questa è la via del guerriero nella dualità. Non c’è altra battaglia più degna di questa. 12 aprile 2025
-Spinoza mi sembra un pensatore molto interessante, ma faccio fatica a capirlo. C’è un famoso passo dell’Ethica spinoziana che recita: “L’amore intellettuale della mente verso Dio è parte dell’amore infinito con cui Dio ama se stesso“. Quando il filosofo parla di “amore intellettuale” non riesco a capire esattamente cosa intende, anche perché il suo freddo razionalismo mal si accorda con l’idea di un sentimento come l’amore… -La filosofia di Spinoza è un’ardua sfida per il pensiero. Il passo che hai citato è un esempio della sua complessità. Possiamo comunque provare a renderlo più semplice, sperando di non tradirne il senso. -Sì, sono molto interessato. -Partiamo dal principio spinoziano fondamentale: Dio esiste ed è l’unica realtà esistente. Deus sive natura, Dio e la Natura sono un’unica cosa, un Tutto indivisibile. Tralasciamo per ora la dimostrazione di questo concetto cardine. -Una forma di monismo e di panteismo, quindi… -Sì, tutto ciò che esiste è un’unica realtà che lui chiama Sostanza, cioè il puro essere, autosufficiente, esistente in sé e per sé. È l’Assoluto che si manifesta come infinita realtà, eterna e immutabile. -Insomma, è il tradizionale concetto di Dio come Creatore del mondo, la suprema Realtà onnipotente, onnisciente, onnipresente, eccetera… -No, è proprio questo il punto. È qui che Spinoza rompe nettamente con la tradizione. Per questo è stato perseguitato e ha rischiato più volte la morte. Le autorità religiose ebraiche e cristiane non tolleravano una visione razionalistica come la sua che concepisce Dio come puro oggetto di ragione. -Sì, so che la sua Ethica parte dall’esistenza di Dio con un procedimento geometrico simile a quello di Euclide, fatto di assiomi, teoremi e corollari. Ben poco viene lasciato allo spirito mistico e poetico… -Appunto per questo capiamo che Spinoza quando parla di “amore intellettuale” verso Dio non intende un legame di tipo sentimentale, una fede piena di calore e di trasporto. Questo è concepibile solamente con un Dio-persona. Ma qui non c’è una concezione dualistica, la visione è rigorosamente monistica e panteistica, quindi non ammette una relazione, un legame tra un io e un tu, fra un io e un Dio. -Vediamo se ho capito: finché accettiamo una visione dualistica possiamo concepire un Dio-persona con cui ci si può mettere in relazione. Ma se tutto ciò che esiste è un’unica cosa, un’unica realtà, non si può pensare a un rapporto che implica sempre una separazione, tantomeno a un legame di tipo emotivo e fideistico. Allora quell’amore di Dio di cui parla Spinoza che cosa è? -Se il divino è il solo esistente l’amore non può che essere amore di Dio per sé stesso. L’Uno si ama e il suo è un amore intellettuale, inteso come una conoscenza di sé che è totale pienezza, autocoscienza infinita, puro essere senza limiti che nel suo esistere si autocomprende. -Però, tornando all’aforisma citato, pensavo che l’espressione “amore intellettuale” si riferisse soprattutto all’uomo, al suo sguardo rivolto all’assoluto… -In realtà è così, stiamo parlando soprattutto dell’uomo, di noi stessi. Partiamo dal nostro punto di vista di esseri umani, quello che conosciamo, per quanto parziale e limitato. Ma, come dicevamo, noi scopriamo con l’ausilio della ragione che l’uomo non è qualcosa di separato dal tutto, è una sua manifestazione tra le infinite possibili. Dunque, se l’uomo è una parte di Dio, l’amore dell’uomo verso Dio è l’amore di Dio verso se stesso. E questo può darsi solo in forma intellettuale, come amor intellectualis dei, come comprensione di ciò che è, consapevolezza della necessità e della perfezione del tutto, che si raggiunge quando il mondo viene visto sub specie aeternitatis, dalla prospettiva dell’eterna sostanza divina. -Affascinante, mi chiedo però quale ruolo rimane davvero all’uomo in questa totalità infinita… -Va detto che la visione di Spinoza è un superamento della concezione finalistica e antropocentrica del mondo. Dio non fa le cose per l’uomo, è una pura sostanza immobile che non ha altri fini oltre sé stessa, perché come la Natura non manca di nulla, è la perfezione e l’ordine geometrico dell’universo. Quando questo viene compreso si realizza il compito dell’uomo per la sua vita. In un certo senso si diventa come Dio che osserva se stesso in una delle sue infinite manifestazioni e si ama. È un’esperienza che non si può tradurre in parole perché non c’è linguaggio capace di rappresentarla nella sua realtà. -Però mi chiedo… quale libertà rimane all’uomo nella perfezione geometrica dell’universo dove sembra tutto già ordinato e prestabilito? Se l’unica volontà è quella di Dio, cosa rimane in potere dell’uomo? -La risposta è proprio nel concetto di amor intellectualis dei e nella visione sub specie aeternitatis. Quando l’uomo arriva alla comprensione geometrica dell’unica Realtà raggiunge la stessa pienezza del divino, vive in totale pace e appagamento. Il suo amore per il Tutto non è l’eros platonico che innalza a una dimensione sovrasensibile. L’esistenza è tutta qui, ora, completa, eterna, perfetta e infinita. Non c’è bisogno di andare altrove, basta il riconoscimento immediato che si dà nello sguardo che tutto abbraccia e comprende: il punto di vista della sostanza eterna che dà la consapevolezza della matematica perfezione del Tutto. -Dunque l’uomo non ha un vero libero arbitrio, non può agire in base alla sua personale volontà… -Sarebbe come se una cellula del nostro corpo decidesse di agire da sola in base alla propria scelta individuale. Quando questo succede sappiamo che grossi guai possono derivare all’organismo. La vera libertà è la possibilità di vedere ogni singolo fenomeno nella prospettiva dell’eternità, sguardo che assegna ad ogni cosa il suo significato nel mondo. -La visione filosofica di Spinoza è davvero molto profonda. Ma si può fare ricadere anche nella nostra vita quotidiana? Non è troppo alta per essere concreta e utile nella vita di tutti i giorni? -Spinoza risponderebbe così: se ampliamo la nostra visione delle cose, se guardiamo dall’alto con distacco ciò che accade, possiamo vedere meglio la perfezione di ogni momento di vita. In un orizzonte più vasto ogni particolare va al suo posto, il concatenamento di cause è visto con chiarezza. Come nella natura, tutto è correlato e ha un suo senso e ruolo. Anche le cose spiacevoli e dolorose possono trovare la loro ragione. Questo modo di affrontare il mondo dà la quiete interiore, libera dall’idea di torto e ingiustizia. Non c’è un Dio-persona che decide, premia, castiga, interviene, comanda, ecc. Questa è proprio la vecchia visione incentrata sull’uomo e sul rapporto uomo-Dio che Spinoza vuole superare. -Dobbiamo quindi accettare che noi non siamo il centro dell’universo… -In una realtà senza limiti dove esistono infiniti fenomeni ogni cosa è centro e periferia a un tempo. Nessun ente è particolarmente privilegiato, non ci sono gerarchie, tutto avviene come deve essere, secondo una assoluta, inesorabile necessità. -Se non sbaglio Spinoza dice che ciascuno di noi è come un’onda dell’oceano che appare per un attimo e poi scompare, un fenomeno mutevole e momentaneo. -Sì, però ricordiamo che l’onda non è separata dall’oceano, è l’oceano stesso in una delle sue tante espressioni. Questo ci rappacifica con l’esistenza, è la risposta che cerchiamo. Tutto quello che accade è semplicemente quello che deve essere. Ordine geometrico poi non significa assenza di errori o dolore o fallimenti, perché anche quelli fanno parte della grande Perfezione… -Mi è difficile accettare questa visione quando penso alle ingiustizie e ai mali che travagliano il mondo. Vorrei poter fare qualcosa con la mia libera volontà… -Capisco, Spinoza chiede molto, non è facile accettare un razionalismo così radicale. Però prova comunque ad ascoltarlo, fai tuo il suo messaggio, poniti per un attimo dal punto di vista dell’eterno, guarda il mondo sub specie aeternitatis. Forse anche tu comincerai a vedere la perfezione ovunque. E allora sboccerà l’amor intellectualis dei e la tua mente si illuminerà… 30 marzo 2025
-Mi chiamo Basilide. Come Stoico partecipo di una grandiosa visione: tutto ciò che esiste è manifestazione della provvidenza divina, del logos universale che tutto ordina e regge come fuoco e pneuma. Il cosmo è un unico grande essere, che vive, muore e ciclicamente rinasce, sempre uguale a se stesso, secondo una legge di assoluta perfezione e razionalità. -Io sono un filosofo che si interroga senza pregiudizi, mi chiamo Carneade. La tua visione è affascinante, ma vorrei approfondirne alcuni aspetti. -Noi stoici abbiamo le nostre risposte pronte, chiedi pure. -Dicevi che il primo principio ordinatore è un dio di ragione, giusto? -Certo, come ti dicevo, il cosmo è retto da un logos ordinatore, è somma perfezione in ogni suo aspetto. -Quindi, se è governato dalla ragione divina, il mondo è comprensibile anche per l’uomo, l’essere dotato di intelletto. -Sì, è certamente così. Ogni cosa ha la sua ragione d’essere, è perfetta così com’è, esprime una immutabile necessità. E noi lo possiamo comprendere con la nostra ragione, come uomini ci è dato di conoscere le prime cause. -Sì, ma quando cerco di capire la tua prospettiva mi imbatto in contraddizioni insolubili. -Quali, ad esempio? -Cominciamo da qui: tu affermi che il divino esiste e coincide con l’universo, che è un essere vivente. Ma allora, poiché tutto ciò che vive partecipa della sensibilità dobbiamo ammettere che Dio subisce le sensazioni: amaro e dolce, piacere e dolore, ecc. Se Dio è suscettibile di mutamento è un essere corruttibile come lo sono tutti i viventi. Di conseguenza non può essere un principio di immutabile perfezione, non può essere il divino. La conclusione è che Dio non esiste. -La tua conclusione mi sembra un azzardo, un abile sofisma. Dio è una realtà innegabile, la ragione stessa ce lo dice. -Non ricorro a sofismi, il mio è un argomentare che si fonda sulla pura ragione. Piuttosto è la tua posizione che è criticabile perché dogmatica, non fondata su una dimostrazione, esposta al principio di non contraddizione. -I principi primi sono di per sé evidenti, non hanno bisogno di dimostrazione alcuna. -Ma se non reggono all’esame della ragione mostrano tutta la loro inconsistenza. Aggiungo un altro problema: secondo la dottrina che tu abbracci, esistente è solo ciò che è corporeo. -Certo, l’universo-Dio è una realtà concreta, vivente, non una fantasia. È tutto quello che ti sta di fronte agli occhi, è il reale vero e innegabile. -Allora anche questa affermazione si espone alla critica. Possiamo concordare sul fatto che Dio non può essere incorporeo, poiché in questo caso sarebbe un niente, non potrebbe agire, provvedere e fare nulla. -Sì, su questo sono d’accordo sicuramente. -Va bene, adesso proviamo ad esaminare l’altra soluzione: Dio è corporeo. E allora ci sono due possibilità: è un essere semplice o composto. Se è composto è un insieme di parti che possono sempre disunirsi disgregando la totalità. Se è semplice è uno dei quattro elementi, terra, acqua, fuoco o aria, ma, essendo ogni elemento particolare e limitato, Dio non può essere completo e perfetto. In entrambi i casi sembra impossibile pensare il divino come logos e provvidenza universale. E dunque dobbiamo ribadire la stessa conclusione: Dio non esiste. -Non posso accettare queste sciocchezze! Mi sembrano elucubrazioni bizzarre di un filosofo che corre con la fantasia a briglie sciolte. -Aggiungo al resto ancora una domanda: pensi che l’uomo è speciale perché dotato di ragione? E che questo è un dono elargito da Dio? -Non ho dubbi, lo dicono poeti e filosofi e anche la gente comune. E almeno questo penso me lo concederai. Ma dimmi dove vuoi arrivare… -A questo ragionamento: se la ragione è per gli uomini un dono divino, come mai gli uomini sono capaci di orribili delitti? Il mondo e la storia sono pieni di tremende ingiustizie e perversioni compiute con la lucida ragione. Pensa alla Medea della tragedia. Pensa alle orrende azioni che gli uomini compiono ogni giorno, in ogni dove. Dio non è colpevole di questo? -No, cosa dici, mi sembra un’assurdità bella e buona! Gli uomini sono liberi di usare l’intelletto e di fare il bene o il male. Cosa c’entra il divino con gli errori umani? -Ma dimmi allora, perché il dio perfetto non ha donato agli uomini una ragione capace di tenerli lontano dall’errore, dalle efferatezze, dall’infamia? Non era meglio non l’avesse data del tutto? -Gli uomini hanno avuto in dono la ragione, devono solo saperla usare bene. Sono loro i soli responsabili di quello che fanno. -No, se proviamo a ragionare senza pregiudizi: Dio doveva dare a tutti gli umani la capacità di discernere il bene e il male, invece sembra aver elargito quel dono a pochi, la maggioranza degli uomini continua a usare la ragione in modo indegno e vizioso, con effetti rovinosi. In questo senso la divinità è colpevole di aver concesso la ragione a chi sapeva ne avrebbe fatto cattivo uso. A meno che non pensiamo che Dio fosse inconsapevole di quello che poi sarebbe stato. Accetteresti mai un dio del genere? -Quindi, alla fine del tuo discorso, Carneade, pensi di aver dimostrato che la divinità non esiste? È questo che davvero pensi? -Niente affatto, forse non hai colto il punto. Dio può esistere, non sono per nulla contro questa possibilità. Oggetto della mia critica è il modo dogmatico in cui il divino viene affermato. Le prove addotte mi sembrano inconsistenti e prive di senso, non reggono all’esame della ragione. È la ragione stessa a pretendere che ogni dimostrazione sia non contraddittoria e convincente. E comunque, se la divinità esiste, probabilmente non è affatto quello che crediamo e ci raffiguriamo. -Non è giusto interrogarsi sul primo principio? Non dobbiamo usare l’intelletto per capire le prime cause del mondo? È un così grande errore affermare che Dio esiste e siamo convinti che sia un essere perfetto? -Tutto è lecito, noi uomini siamo fatti così, non possiamo non interrogarci sulle cause del mondo. Ma quando pronunciamo verità assolute che sono solo credenze dogmatiche finiamo per tradire proprio quel principio di razionalità che consideriamo pilastro della conoscenza. E infine, forse dobbiamo accettare che non è in nostro potere svelare del tutto il mistero di Dio, perché il nostro intelletto, lo dice l’esperienza, è fallibile e limitato… -(dopo una lunga pausa) Devo dire che, dopo questo dialogo, mi sento un po’ scosso e confuso… -Non è mia intenzione mettere in crisi le tue certezze, Basilide. Io stesso sono pieno di dubbi. Molte volte mi sono rifugiato in credenze che ritenevo la verità definitiva e incontrovertibile. Mi sentivo rassicurato, ogni cosa sembrava andare al suo posto, tutto era spiegato e giustificato. Poi è stata la realtà concreta a disilludermi, allora ho ricominciato e approfondito la mia ricerca. Ora sono fatto così: quello che mi appare contraddittorio o infondato lo metto da parte, ho imparato ad esercitare una sana epochè. -Credo che dovrò ripensare a fondo le mie certezze, è giusto riportarle alla luce della ragione evitando pregiudizi e facili scorciatoie. Non so sinceramente quale sarà il risultato, magari confermerò di nuovo la mia visione del mondo. Però mi sembra giusto mantenere un atteggiamento di apertura e di ascolto. Per questo lo farò… -Sì, perché sei una persona seria e onesta, sei un vero ricercatore. Però ora non fare di me un altro maestro di sapienza, perché non lo sono, se hai avuto questa impressione ti prego di abbandonarla. Anch’io rimango un semplice ricercatore, un amante della filosofia. Cerchiamo tutti nella ragione la luce della chiarezza. Non possiamo fermarci e rintanarci nel bozzolo di credenze definitive. Lo spirito del vero filosofo è essere sempre in cammino. 20 marzo 2025
-Vengo dall’Epiro, dalla città di Nicopoli. Ho frequentato per qualche tempo la scuola filosofica di Epitteto. Sono rimasto fortemente impressionato dai suoi insegnamenti. -Dicono che è uno stoico che riprende la tradizione del socratismo. Cosa hai imparato da lui? -Non certo una dottrina o un sistema filosofico come quelli di Platone e Aristotele. Epitteto non ama discutere su principi primi o scenari cosmologici, preferisce rivolgersi alla vita concreta di tutti i giorni, propone una filosofia che sia una pratica di libertà. -Certo, per un saggio come lui che era uno schiavo liberato questo tema deve essere molto sentito… -Sì, ne ha fatto il fulcro della sua filosofia, ma certamente lui non intende solamente la libertà esteriore, c’è una libertà interiore più grande che dobbiamo preservare se aspiriamo a una vita virtuosa e felice. -È una domanda anche per me. È una cosa che mi chiedo tutti i giorni: quale sia il modo giusto di vivere per rimanere equanime in ogni circostanza. -Epitteto ci dà una regola molto semplice per vivere da uomini liberi e mantenere una pace imperturbabile in ogni momento della nostra vita. -Dimmi, sono interessato, sono pronto ad ascoltare i saggi maestri che hanno più esperienza e indicano la via per realizzare sé stessi. -Naturalmente, per parlare dell’uomo e della sua realtà non si può prescindere da una visione cosmologica, per quanto tratteggiata in grandi linee. In accordo con la concezione stoica Epitteto vede il cosmo come un Tutto retto da un ordine razionale che è espressione del logos divino. -Sì, ho presente questa visione del stoicismo e devo dire che mi affascina, anche se non ne ho mai pensato fino in fondo le conseguenze sulla vita dell’uomo. -Beh, è molto semplice. Se tutto l’esistente è una concatenazione di eventi che trovano la loro ragion d’essere nel logos divino, è chiaro che ogni cosa è governata da una necessità superiore. Tutto è ciò che deve essere, nulla può essere modificato. In questa concezione provvidenziale la libertà come la intendiamo di solito non ha spazio. Non è il fare indiscriminatamente ciò che si vuole, ma accettare le nostre limitazioni riconoscendo di essere solo una infinitesima parte del Tutto-che-è. -Ma allora perché Epitteto parla di libertà, di virtù, di felicità? Non si sta contraddicendo? Oppure l’uomo conserva ancora un briciolo di libertà nel suo agire? -Sì, è così. Ed è qui che si inserisce la Regola di Epitteto. Una volta che abbiamo riconosciuto la nostra condizione di uomini, sapendo che non possiamo modificare gli eventi stabiliti dalla volontà del dio, possiamo però assumere un atteggiamento virtuoso di fronte a ciò che accade. Una volta compreso l’ordine razionale e necessario del mondo, possiamo scegliere di accettarlo e accordarci ad esso, oppure ribellarci e seguire la nostra propria volontà individuale. -Immagino che, nel secondo caso, non possano che arrivare disastri per noi. Chi può mai pensare di ribellarsi al divino? Come può un uomo pensare di sfidare la ragione del dio immortale? -Infatti, quando ci troviamo di fronte ad una ragione che supera il nostro intelletto e ne riconosciamo la sapienza non possiamo che sottometterci. Questa non è una privazione di libertà, è la conquista di una libertà più grande, è vivere in armonia con il cosmo. C’è una frase molto bella del maestro Epitteto che mi è rimasta in mente: “Tu non devi cercare che le cose procedano a modo tuo ma volere che vadano così come fanno”. -Parole molto belle. Ma comunque rimane il problema di come usare quella libertà che ci riguarda come umani mortali. Cosa suggerisce la sua filosofia? Come dobbiamo vivere? -Dicevamo che, se non possiamo cambiare gli eventi, possiamo però decidere quale atteggiamento mantenere nelle situazioni di vita. La Regola applicata in modo intelligente consiste innanzitutto nel distinguere quali cose sono in nostro potere e quali non lo sono. È chiaro che se una cosa non dipende da noi non possiamo farci nulla e allora in questo caso dobbiamo rimanere del tutto indifferenti. Non abbiamo nessuna libertà di scegliere o decidere, quindi siamo costretti ad accettare le cose come sono. -Fammi qualche esempio di cose che sono indipendenti da noi… -L’elenco sarebbe infinito: i mali del corpo, gli eventi naturali, le guerre, le carestie, la fortuna, la ricchezza, la miseria, la fama, la reputazione e così via… -Certo, in tutti questi casi possiamo davvero trovarci impotenti a cambiare le cose e allora sembra saggio doverle accettare con animo fermo. -Ma quando le cose dipendono da noi, allora lì si apre per noi uno spazio di libertà che non è poca cosa. Sono in nostro potere quegli atti che ci appartengono: pensieri, desideri, avversioni, giudizi, stati d’animo, scelte, azioni, moti della volontà, ecc. -Come dire, dobbiamo distinguere ciò che viene dall’interno o dall’esterno… -Sì, si tratta di riconoscere le cose che provengono da noi e quelle che provengono da altro o altri. Nel primo caso possiamo esercitare la nostra libertà, nel secondo siamo in schiavitù. -Questa è dunque la vera schiavitù dell’uomo… -Sì, però possiamo sempre mantenere un atteggiamento distaccato e indifferente quando non è in nostro potere farci qualcosa. È il passo decisivo per raggiungere uno stato di quiete imperturbabile. È la saggezza che conduce l’uomo alla felicità. -Fammi anche qui qualche esempio del maestro… -Nelle sue Diatribe Epitteto afferma che il bene e il male esistono solamente nel nostro giudizio. Le cose che non sono in nostro potere non devono essere fonte di ansia o angoscia: l’errore sta nel fatto di definirle utili o inutili, buone o cattive, amiche o nemiche, giuste o ingiuste, ecc. Dobbiamo mantenere il potere interiore che consiste nel distacco e nell’imperturbabilità. Ecco un esempio del maestro: se per disgrazia la nave sta affondando e io sto annegando faccio ciò che posso, ma non grido e non mi lamento, non accuso dio o il destino. So che ciò che nasce deve morire e quindi, in quanto uomo, accetto la mia condizione. Questo atteggiamento è una nostra scelta, il principio di libertà di cui disponiamo. -Il distacco deve quindi diventare una costante pratica di vita… -Sì, una pratica di saggezza da portare nel quotidiano, nelle piccole e grandi cose che accadono. Col tempo si diventa inattaccabili in qualsiasi situazione. Si vive con una serenità che non può essere incrinata, qualunque cosa succeda. Solo allora si è in accordo con il logos divino, si è in pace con il mondo e con sé stessi. -Dunque, per seguire la Regola di Epitteto, cosa devo fare domani mattina uscendo di casa? -Devi osservare ciò che vedi e chiederti: che cosa ho visto, cosa ho sentito o incontrato? Se è una cosa che non dipende dalla tua scelta morale: toglila di mezzo, lasciala perdere, passa oltre, perché non serve, non ha valore, non ti riguarda. -Spesso mi succede. Vedo qualcosa che accade e mi viene da dire: io che c’entro? E me la lascio scivolare addosso… -Bravo, così devi fare. Se esci di casa e vedi che piove e questo ti mette di malumore fai una cosa stupida. La pioggia è semplicemente la pioggia, né buona né cattiva in sé. È il tuo giudizio proiettato sulla cosa che crea l’idea di bene e male. Nel cosmo ogni evento è quello che è, partecipa all’immutabile perfezione del divino Tutto. -Quindi ho capito: devo osservare con indifferenza quello su cui non posso intervenire, evitando di lamentarmi, compiangere, inveire, protestare, amare, odiare… Questi sono solo miei giudizi trasferiti alle cose. Giudicare è rinunciare alla possibilità di fare la giusta scelta morale, di essere libero e felice. -Vedo che hai compreso perfettamente il messaggio di Epitteto. Non fermarti alle rappresentazioni che vanno e vengono, agisci sui giudizi che hai di esse e fai piazza pulita. È un esercizio da fare ogni momento, dall’alba al tramonto, senza stancarsi. Poi il premio per te sarà grande. -Hai ancora un esempio del maestro che mi aiuti a ricordare il suo insegnamento? -Ti lascio questa sua immagine: un raggio di luce che cade sulla superficie dell’acqua quando questa si muove sembra muoversi anch’esso; ma quando l’acqua si ferma anche il raggio torna al suo stato di quiete, sembrava essersi alterato ma in realtà non lo era. Ecco, in questa metafora il raggio di luce con i suoi riflessi sono le rappresentazioni dei fenomeni, il mondo; l’acqua è la nostra mente. -Dunque la nostra ragione deve essere curata e preservata dall’errore, altrimenti vivremo nel turbamento e nell’afflizione. Conserverò questa immagine che mi sembra racchiudere tutta la Regola di Epitteto. -Tu puoi vivere la vita del saggio, se vuoi, anche ora. Non aspettare che siano altri a farlo per te, non sarebbe comunque possibile. L’intenzione deve nascere all’interno di te, deve essere sincera e incrollabile. Poi devi agire, sempre ricordando quello che è davvero in tuo potere. 16 marzo 2025
210 In questo preciso istante Questo istante è tutto quello che c’è. Questo preciso istante è l’unica vera realtà. In questo istante sei tutto quello che sei. In questo preciso istante c’è tutto quello che cerchi. Questo momento è quello in cui hai la possibilità di volere, essere ed esprimere la tua natura. Il tuo potere è in questo istante, nell’adesso. “Ora” è per te l’unico, assoluto momento di libertà dove puoi inventarti e farti creatore del mondo. L’unico tempo in cui puoi incontrare gli altri. L’unico tempo in cui puoi incontrare te stesso. Il passato non lo puoi cambiare, non dà libertà, è un cumulo di attimi morti, frammenti senza vita. Solo il presente è vivo, multiforme, inesauribile. Il futuro non esiste, quindi non puoi farci nulla, è solo vana fantasia, esiste solo in astratto. Il presente è accadere concreto, un evento. Solo in questo “ora” puoi agire sulle cose. Solo in questo “ora” puoi trasformare te stesso. Nell’istante sei il punto focale di tutto l’universo. Tutto sorge e ruota intorno alla tua coscienza. Come un faro la coscienza illumina il reale, mette a fuoco la profonda verità del vivente. Tutto l’esistente è condensato in questo adesso. Tutto l’esistente è raccolto in questo momento. E poiché tutto è ora, il presente è il senza-tempo. Eternità è l’istante che si dissolve mentre appare. Eternità è l’adesso in cui tutto accade e niente muta. Il mutamento è illusione della memoria che rievoca, collega istanti morti, attimi fuggevoli, brandelli di ricordi. È illusione del pensiero che costruisce e proietta una fittizia immagine del tempo, legata al trascorso, un falso futuro che allontana dalla verità dell’adesso. Tu nasci e muori continuamente, come una fenice. Devi morire per rinascere al prossimo momento, lasciare spazio libero a un nuovo altro te stesso. Mancare il presente è il male oscuro dell’anima. Vivere il presente è realizzare appieno chi sei, la cosa più semplice e insieme la più difficile, il fatto più reale e la decisione più impegnativa. Nessuno può sfuggire alla forza del presente. L’”ora” comprende tutto e nulla e molto di più. Solo in questo preciso istante puoi vedere. Solo in questo preciso istante puoi capire. Solo in questo preciso istante sei vivo e reale. Solo in questo istante puoi essere te stesso. 1 marzo 2025
-Voglio conoscere la verità… -La verità di che cosa? -La verità di me stesso, voglio sapere chi sono… -Perché lo chiedi a me? -Penso che tu puoi farmi da guida. Hai più esperienza di vita, forse mi puoi dire come si fa a conoscere sé stessi… -Partiamo da un fatto ovvio: io posso conoscere me, ma non posso sapere di te. Non posso mettermi nei tuoi panni. Anzi, a dire il vero, non so neppure se tu sei reale o frutto della mia immaginazione. -Beh, allora lo stesso vale anche per me. In effetti, come faccio a dire con certezza che tu sei reale e non sei un miraggio? -Accade così per tutti. E vale per ogni cosa ed esperienza. È una realizzazione semplice e innegabile. Tutto quello che vedi e conosci potrebbe essere solo un tuo sogno, completamente illusorio, pura fantasia. L’unica certezza che hai è quella di esistere, di esserci. Questa è la sola verità possibile: il fatto concreto, immediato e indubitabile della tua esistenza personale. -Quindi il vero è l’esperienza diretta di sé, non una conoscenza, un sapere come si intende di solito… -La verità non è una cosa che puoi trasmettere come se fosse una teoria, un concetto, un’immagine o un simbolo. Tutte queste cose potrebbero avere un opposto che le contraddice. Invece il fatto di esistere non può essere contraddetto o negato, è puro essere assoluto, privo di opposizioni. -In effetti, tolta la percezione che ho di me stesso, che è intuitiva e immediata, tutto il resto, tutto quello che conosco, mi è derivato dall’esterno, quindi non posso dimostrarne la realtà e la verità. Posso sottoporre al dubbio tutto quanto… -E devi farlo, se aspiri a una verità che sia davvero tale, senza infingimenti e preconcetti. Vero è ciò che è, non ciò che pensiamo che sia o dovrebbe essere. Ci vuole molto coraggio a guardare le cose come sono. La verità costa, non puoi trovarla a buon mercato su una bancarella, nelle parole di un altro o in un libro. Parti da qui: tu sei… e lo sai, senza ombra di dubbio, senza dimostrazioni, verifiche o ragionamenti. -Mi rendo conto che davvero la mia esistenza è l’unica verità accessibile e certa per me. E capisco che nessuno può aiutarmi a conseguirla: non ce n’è alcun bisogno, perché è già mia, qui e ora. -Nessuno può negare la tua verità, la percezione che hai di te stesso. In questa ricerca ognuno è completamente solo. Però guarda la libertà che ne deriva: ci si scopre soggetti autonomi, capaci di trovare la propria verità senza dipendere da nulla e da nessuno. -In effetti, affidarsi ad altri per conoscere sé stessi mi sembra la vera contraddizione. Non avendo certezza dell’esistenza degli altri -poiché potrebbero essere immagini di sogno- cosa potrei aspettarmi da loro? Sarebbe un circolo vizioso: cercare il vero in chi non offre nessuna garanzia di realtà. -Tutto torna sempre a te stesso e al tuo giudizio. Guarda, anche nelle cose ordinarie, ogni cosa che ritieni “vera” sembra tale perché tu dai il tuo assenso, sei convinto o persuaso e dici di sì. Se segui un’autorità e le dai credito è perché tu hai stabilito che quella sia una voce autorevole e degna di fiducia. -Dunque tutto torna sempre a me stesso. È esagerato dire che il mondo che abito è vero nella misura in cui io lo ritengo tale? Che ogni verità parte da me, anzi è in me? -Ogni verità viene da te perché tu sei la sola cosa definibile come verità -tu come coscienza di te stesso, come consapevolezza di essere pienamente presente nel qui e ora, oltre ogni sogno o immaginazione o fantasia. Il solo vero, il solo reale. -Ma questa non è una forma di solipsismo? Sono io il solo esistente nell’universo? La sola coscienza in questa sterminata realtà? Gli “altri” non ci sono? -Non abbiamo detto che non ci sono, ma solo che non possiamo dimostrarlo. -Però mi inquieta l’idea che ogni cosa possa essere irreale e che anche tu sia solo una mia proiezione… -Se tutto ciò che vedi e conosci è una tua proiezione, allora è il frutto della tua immaginazione, non è separato da te e dalla tua coscienza, appartiene sempre alla tua verità, alla verità di te stesso. E in ogni caso, anche se è solo un sogno, puoi viverlo come assoluta realtà, se vuoi. Puoi anche cambiarlo, scrivendo un’altra trama, giocando con il tuo personaggio sulla scena del mondo… -È una visione che mi destabilizza non poco. E che mi dà una grande responsabilità… -Sì, quella di essere te stesso fino in fondo e di farlo nel modo più alto e più bello. Così il sogno si modellerà sulla tua coscienza, sulla tua volontà, sulla tua verità. -Ma se l’altra persona è reale, se ha veramente una coscienza come la mia? Cosa cambia per me? -Questo devi deciderlo tu, non posso dirtelo io. Non vedermi come un’autorità, altrimenti ricadiamo nell’errore che volevamo evitare. Io ti ho solo suggerito uno spunto di riflessione, adesso continua camminando sulle tue gambe, fidati di te stesso. -Però, voglio insistere… Se tu sei reale e la tua coscienza è come la mia, cosa ne è della mia verità? -Rimane tale, non si sposta di un millimetro la certezza del tuo sentire. E comunque, se quello è vero, allora la mia coscienza è come la tua, è la tua, io vedo dal tuo punto di vista, sento quello che tu senti, conosco quello che tu conosci. -Vuoi dire che noi non siamo realmente separati? Che sogno o non sogno, tutto è uno? -Indaga su questo. Io ho fatto la mia ricerca che mi ha portato a una conclusione che è il “sentire” del mio sogno: c’è un’unica coscienza in fondo a tutto il sogno-realtà che noi chiamiamo Esistenza. -Questa prospettiva mi attrae profondamente, anche se penso di non comprenderla del tutto. Ma giustamente, come abbiamo detto, se è davvero così o no, questo dovrò scoprirlo da solo. Nessuno può fare il cammino per me. Non posso aggrapparmi a nulla, devo trovare le mie certezze. Devo navigare a vista nel grande oceano della vita, alla ricerca della verità di me stesso… -Beh, che dici… ti pare che ci sia qualcosa di più bello? 25 febbraio 2025
Cosa vuol dire essere in relazione? Come avviene la magica alchimia? L’io è sempre mancante di qualcosa, è sempre insoddisfatto e inquieto. Non può esserlo per sua natura, la sua stessa identità è la barriera che crea la separazione dagli altri. Gli umani sono esseri relazionali, non possono vivere come isole, cercano la presenza del simile per riempire un vuoto interiore. Ma i rapporti sono problematici: ci si relaziona in modo inconscio con un “altro” che appare distante, esterno alla propria sfera personale, portatore di asimmetriche differenze che spingono a difesa e isolamento. Come gettare un ponte tra le rive? Come creare l’incontro tra diversità? La relazione chiede un sacrificio: l’offerta di sé, per comporre la frattura che preclude ai due di diventare uno. Chi cerca l’altro per rafforzare l’io va incontro a inevitabile frustrazione. Il desiderio di colmare le mancanze distoglie lo sguardo dall’altra persona, mette al centro il proprio io bisognoso, crea distanza e senso di estraneità, dubbio e timore per la propria identità. Da qui la complessità della relazione, la sua fondamentale ambivalenza e l’insicurezza che la accompagna.
La relazione fiorisce solo nella verità, quando cadono i muri e le difese, quando ci si espone senza coperture, fiduciosi che anche l’altro farà lo stesso. L’alchimia dell’incontro richiede l’arte di trasformare le paure in opportunità, lasciando cadere le barriere dell’ego per uno scambio autentico tra pari, illuminati dalla consapevolezza che indica la via da seguire: vincere le paure e le inibizioni che creano senso di separazione; creare in sé stessi quell’armonia che sarà portata nello scambio; accogliere la verità degli altri evitando illusioni e idealizzazioni: accettare le sfide dell’incontro e apprezzarne l’unicità e la bellezza; vivere la relazione come insegnamento per farne una possibilità evolutiva.
Negli altri mi vedo rispecchiato come sono, ogni “altro” restituisce un’immagine di me, in lui vedo riflesso uno dei miei tanti volti. L’incontro e lo scambio con una persona rivelano la relazione che ho con me stesso. Sono capace di accettare tutte le mie facce? So riconoscere tutto ciò che mi appartiene? Perché solo così posso ricompormi in unità, sperare di essere pienamente chi sono. La relazione è creazione nel momento, apertura all’altro e a nuove possibilità, è libertà, capacità di fluire con la vita, è esplorazione, scoperta dell’inatteso. Ma perché questa magia possa accadere si devono spezzare le catene dell’io, vivendo lo scambio in piena coscienza, accettando l’altro in modo incondizionato. È il passo decisivo per capire il mondo, per essere responsabili di sé stessi, per liberarsi della solitudine dell’ego, per ritrovare l’unità con tutto l’Esistente. 23 febbraio 2025
-Caro Socrate, tu continui a dire di “non sapere”, di essere ignorante delle cose del mondo, ma noi abbiamo l’impressione che tu sai più di tutti gli altri, per questo ti consideriamo un maestro. Ma questo è il mio dubbio: come conciliare le due cose? -Caro Simmìa, sai bene che io non mi reputo un maestro. Sapendo di non sapere nulla, cosa potrei mai insegnare? Parlo perché mi piace interrogarmi e dialogare con voi, non sulle cose divine di cui sanno solo gli dei, solo sulle cose umane che ci riguardano. Ma non pretendo di avere in mano alcuna verità. Sono solo un amico un po’ balzano che si diverte a pungolare con domande insistenti chi gli capita a tiro. -Certo, ci dici sempre che bisogna partire dal dubbio, che dobbiamo essere consapevoli della nostra ignoranza. Eppure le tue parole rivelano una profondità e una saggezza che non troviamo altrove. Cosa è dunque questo “sapere” che sta dietro il tuo “non sapere”? -Molti si sentono uomini di conoscenza e talvolta sono davvero esperti di un’arte. Ma al di là delle tecniche che praticano, non sanno nulla delle cose che contano nella vita. Inoltre non possono mai essere certi di qualcosa in questo mondo dove tutto diviene e i sensi sono confusi. Per conto mio, sono sicuro solo di una cosa: so di non sapere nulla. Ma almeno questa è una certezza. È un punto fermo che mi riporta alla dimensione dell’umano e mi rammenta ogni momento il mio limite. -Beh, sapere di non sapere può essere un buon punto di partenza, ma alla fine perché è così importante per te? -Ha un valore inestimabile per la libertà che mi regala. Il non sapere mi libera dal peso di accumulare conoscenza e dalla pena di dover difendere una mia “verità” contendendo le opinioni altrui. Che sarebbe come una disputa fra ciechi sul colore del limone. Da ignorante sono libero di ricercare e di interrogarmi. Come Socrate non riconosco alcuna autorità se non la mia e non devo rispondere a nessuno, sono responsabile di quello che penso e dico, parlo solo sulla base della mia ragione ed esperienza. E in più vivo le mie giornate con leggerezza e ironia, senza l’obbligo di portare maschere, meno che mai quella di sapiente. -Dunque studiare non ha nessun valore? È tempo sprecato leggere Omero o Esiodo? -Puoi leggere e studiare tutto quello che vuoi, Simmia, non c’è niente di male nel conoscere, se è una cosa che fai per dovere, per piacere o se ti è utile nella vita. Il punto è un altro: accumulare conoscenze per la smania di sapere diventa un fardello per la memoria e un velo per la coscienza. Se il tuo sapere è preso dall’esterno è un cumulo di convincimenti non fondati sulla tua esperienza. È credere di avere una sapienza sulle cose del mondo e di aver compreso il loro perché, la più sciocca delle illusioni. -In effetti, Socrate, a pensarci bene sono davvero poche le cose che posso dire di conoscere in base alla mia personale esperienza, il resto è ricavato dai libri o da cose che ho sentito o mi hanno riferito. A volte vorrei davvero fare una bella piazza pulita di tutto quel ciarpame e ricominciare da zero… -Caro Simmia, vedo che sei molto onesto e hai lo spirito del vero indagatore. Dunque continua la tua ricerca e chiediti sempre: cosa conosco davvero di mio? Sto solo ripetendo le parole di altri? Confido ciecamente nel pensiero comune e nelle tradizioni? Che valore ha ciò che non ho scoperto con la mia personale investigazione? E soprattutto: cosa vale la pena di cercare in questo mondo dove esisto come piccolo essere mortale? -Già, Socrate, quali sono le cose su cui si può indagare e quali quelle su cui non si può indagare e che hanno il massimo valore? -Noi ci interroghiamo sull’uomo. Le nostre domande sono su cosa siano il giusto, il vero, il buono, il bello, ecc. nel mondo umano. E sulla nostra possibilità di vivere bene ed essere felici. Ma sui supremi valori della verità e della bellezza non possiamo esprimerci, possiamo solo fare congetture che rimangono trastulli di bimbi. Il divino e le sue ragioni sono per noi un reame inaccessibile, non ci è dato superare la barriera che ci divide da ciò che è in alto. -Dunque possiamo solo partire dalla conoscenza di noi stessi… -“Conosci te stesso”, così suona il motto dell’oracolo di Delfi. L’invito è a indagare sul nostro essere, ma la ricerca non si conclude mai perché siamo un abisso senza fondo dove a scoperta segue scoperta, un cammino che non ha fine. E non potremo mai toccare le verità ultime e attingere al mistero delle cose più grandi che appartengono solo al dio. Ma accettando la nostra ignoranza e continuando a esplorare, con le nostre domande possiamo farne un cammino in assoluta libertà, da soli e con gli altri. Guarda la vita di piante e animali: credi forse che loro si chiedano perché esistono? Aspirano forse a diventare grandi eruditi? Nulla sanno e tuttavia vivono lo stesso con una grande forza tranquilla, perché seguono la loro natura e non si sognano di cercare di andare oltre se stessi. -È vero, ma l’uomo è sempre spinto a superare i propri limiti, come ci mostra anche Omero con i suoi eroi e con la storia di Ulisse. -Certo, Simmia, il desiderio di conoscenza è sempre lodevole e nobile e va incoraggiato. Ma tentare di andare oltre le proprie possibilità è una hybris, un tentativo di scalare il cielo che alla fine risulterà insensato e vano. Invece, interrogarsi sulle cose di noi uomini ci aiuterà a vivere meglio e a cercare qui tra noi le piccole verità che ci competono. Non è comunque poca cosa, è la via per costruire un mondo migliore e dare senso al nostro esistere. Ricorda che una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. È la ricerca in sé che ha valore, non le conoscenze che possiamo accumulare, perché la vita non sta mai ferma, ci sorprende in ogni momento con qualcosa di inaspettato e così rinnova il dubbio e fa ripartire la domanda. -Detto così, la via dei ricercatore mi sembra un cammino entusiasmante. È quella che anch’io voglio seguire, Socrate. Voglio diventare filosofo, anche se so che dovrò accettare la mia ignoranza e non potrò mai svelare gli ultimi misteri del mondo. -Sei già un filosofo Simmia, non è necessaria un’attestazione delle autorità per essere una guida a te stesso. Appena poni una domanda che nasce dal tuo profondo con urgenza, se per quella ricerca sei disposto a mettere in gioco tutto di te, allora sei già sul sentiero della filosofia. -Quindi l’ignoranza di cui parli è in realtà la somma intelligenza… -Sì, i sensi si fanno acuti, la mente sveglia e vivi con uno sguardo fresco e nuovo, senza portarti dietro il passato, pronto a osservare con spassionato intento l’accadere della tua vita in questo mondo. Non sapere vuol dire essere innocenti e puri nel rapporto con tutto ciò che esiste. Ed è accettare che il mistero ultimo delle cose rimanga inviolabile. -A pensarci bene, Socrate, è proprio quel mistero insondabile che ci spinge a cercare. Se tutto fosse conosciuto e scontato non ci sarebbe più nessuna motivazione a esplorare, la vita sarebbe una noia… -E poiché la vita è movimento, fermarsi sarebbe per noi una morte dello spirito. La nostra anima è movimento eterno, è vita che si esprime, è la nostra vera natura e noi non possiamo tradirla. -E riguardo la possibilità di essere felici, cosa dici Socrate? Il filosofo può esserlo? Basta la ricerca per riempire la vita e darle un senso? -Dimmi tu, Simmia, come ti senti ora? Affrontare questi discorsi ti rattrista o ti fa sentire più ricco interiormente? Solo tu puoi saperlo, solo tu puoi avere la risposta. Ricorda, tu sei maestro di te stesso quando si tratta della tua esperienza. Una volta posta una domanda che ti riguarda direttamente, rispondi in base a quello che vedi e senti e comprendi… -Quando faccio questi discorsi, ecco… mi sento bene, sono appagato, sento che questo risponde ad un mio profondo bisogno, a un desiderio insopprimibile. Mi sembra di non aver bisogno di altro nella vita per sentirmi me stesso. E se questo mi porterà solo a riconoscere la mia ignoranza non importa, per me sarà comunque una conquista, un cammino di saggezza… -Vedi Simmia, hai dato la risposta che era già dentro di te… 9 febbraio 2024
-Vorrei tornare su un problema dibattuto nei secoli dai filosofi: il rapporto tra l’Assoluto e il relativo, tra l’Uno e i molti, tra il Divino e l’uomo. Se l’Assoluto è uno, completo e mancante di nulla, perché genera il relativo? Perché c’è il mondo? -Posto che un essere finito come noi non potrà mai capire le ragioni di una causa infinita, possiamo tentare una spiegazione guardando a quello che mistici e realizzati dell’Occidente e dell’Oriente ci hanno detto: l’Assoluto per conoscersi deve generare il mondo, deve dividersi, anche se solo apparentemente, entrando in uno stato di dimenticanza, di illusoria separazione. Ma penso che il discorso vada affrontato con calma, ripartendo dall’inizio… -Sì, vorrei seguire il filo del ragionamento avanzando per piccoli passi… -Va bene, proviamo a procedere scandendo alcuni passaggi. -Qual è il primo passo? -Dobbiamo partire da un assioma: l’Assoluto esiste ed è l’unica, vera Realtà. È un punto di partenza che assumiamo come vero e che eventualmente discuteremo dopo. Cosa deriva da questo assunto? -Beh, direi, ne consegue che l’Assoluto è un essere infinito, il Tutto… -Bene, ed essendo infinito non ha limiti, quindi contiene infinite possibilità. -E poi aggiungerei che, essendo la totalità di quello che c’è, è un intero indivisibile, un tutto omogeneo e indifferenziato, un Uno senza secondo, privo di opposizioni… -Sì, sono d’accordo, altrimenti sarebbe una realtà finita, limitata, non più assoluta. Ma ora ci chiediamo: l’Uno si conosce? -Mah… direi di sì, certo. Come si può pensare altrimenti? -Questo è il punto: essendo uno e intero, senza opposti, l’Assoluto non può conoscersi direttamente. Non essendoci alcuna distanza tra sé e sé non può vedersi per così dire “dal di fuori”, come l’occhio che non può vedere sé stesso. Essendo un intero indivisibile non può osservarsi in una sua parte, non può distinguere un suo dettaglio o un suo aspetto particolare. -Mi sembra ovvio, l’infinito non può restringersi nel finito, l’oceano non può stare in una goccia… -Dunque l’Assoluto può conoscersi solo indirettamente, uscendo dalla sua unità, deve dividersi creando due parti che si oppongono. Solo nella dualità di soggetto e oggetto, conoscente e conosciuto, si crea una distanza che dà la possibilità di “vedere”. -E cioè la possibilità di conoscere sé. Ma abbiamo detto che l’Uno non si può dividere… -Sì, a meno che la sua divisione in parti sia solo virtuale, pensata, immaginata, “sognata”. E questa realtà sognata, fatta di dualismi e opposizioni, è quello che noi chiamiamo mondo. -Quindi l’Assoluto per potersi conoscere proietta il cosmo, la realtà che vediamo con i sensi… -Sì, una realtà che è finita, limitata, costituita di innumerevoli parti in contrasto tra loro, un coacervo di contraddizioni, un insieme sterminato di enti, cose, individui, fenomeni, eventi, situazioni. Dove tutto può essere osservato, definito e quindi conosciuto. -Ma il nostro universo, alla fine, è reale o no? Come si concilia il finito frammentato in parti con l’infinito che è intero e indivisibile? -Lo dicevamo prima: il mondo è solo apparenza. Quello che viene proiettato dall’Assoluto non è reale nel senso che non è la realtà vera. È una realtà parziale, distorta, limitata, legata sempre a un punto di vista individuale, soggettivo. È come un sogno, il sogno dell’Assoluto che solo in quello stato può immaginarsi separato e “confinato” in enti e fenomeni individuali. E così conoscersi nella propria infinità. -Quindi l’Assoluto-Uno non crea un mondo come altro da sé… -No, tutto avviene senza che l’Uno esca mai da sé stesso. L’universo è solo un pensiero, una realtà concepita da quella Intelligenza infinita, in sé non ha consistenza, è un divenire solo apparente, come le ombre o le figure su uno schermo. -Allora è come quando noi sogniamo mondi immaginari o fantastichiamo su qualcosa. Tutto esiste solo nella nostra mente, appare reale, ma non lo è. E ce ne rendiamo conto solo al risveglio… -L’universo con le sue “diecimila cose” è una realtà di sogno, è la Maya del Vedanta, un’illusione cosmica, è la caverna di Platone. -Dunque l’unica realtà vera è l’Assoluto, l’Uno indivisibile… -La verità è sempre un intero, non può essere parziale o un insieme di frammenti. Solamente l’intero è verità, perché nulla gli si oppone, non può essere contraddetto, non è un’opinione tra le tante nella caotica lotta degli opposti. L’Assoluto nella sua interezza è l’unica verità possibile, il mondo della dualità è la realtà di sogno in cui sembra avvenire la frammentazione di quella unità originaria. -E gli individui? Noi uomini? Quale è il nostro ruolo nel mondo? -Attraverso i soggetti individuali l’Assoluto prende coscienza e sperimenta in modo virtuale tutte le sue possibilità. Il Soggetto universale, l’Uno, può immaginare di vivere un’infinita varietà di esperienze, belle e brutte, negative o positive, buone o cattive. Tutte queste “esperienze” sono però pura apparenza, anche se dai soggetti individuali nel sogno vengono vissute come qualcosa di vero e indubitabile. -Gli stessi soggetti individuali però sono realtà illusorie… -Certo, ed è esattamente come accade quando facciamo un sogno che svanisce al risveglio. Dove finiscono tutti quei personaggi che popolavano la scena onirica? Semplicemente si dissolvono, rimane solo il soggetto che sognava, il Sognatore, la coscienza che proiettava la storia. Quella è alla fine l’unica e indubitabile verità. -Beh, è ovvio, per capire che stai vivendo un sogno devi svegliarti. Allora si rivela la verità delle cose con una certezza che supera ogni dubbio. -In quel momento ti accade quello che succede all’Assoluto, il mondo ritenuto reale scompare o meglio si risolve in un apparire senza sostanza. Un sogno riconosciuto come tale perde ogni carattere di verità e si dilegua. -Ma in che modo può l’Assoluto risvegliarsi? -Quando uno degli individui proiettati nella realtà di sogno intuisce la propria irrealtà e inizia la ricerca della vera fonte del suo essere, allora si apre la possibilità che l’Assoluto si risvegli, si ricordi di sé. È come nei sogni lucidi, dove il sognatore si rende conto che sta sognando, magari perché la realtà che sperimenta gli sembra troppo assurda e contraddittoria. È una cosa che accade infinite volte negli spazi e nei tempi dell’eternità, una illuminazione, ma che nessuno può decidere, provocare o prevedere. È un gioco cosmico che va avanti senza fine, è il respiro dell’Uno che segue il suo ritmo muovendosi tra dimenticanza e risveglio, tra unità e molteplicità, tra essere e divenire. -Ma perché accade proprio così? -È la natura dell’Uno, che può essere contemplata e ammirata, ma non compresa da piccoli enti individuali come noi. Ma, alla fine, che bisogno c’è di comprendere le ultime ragioni del Tutto? È come voler capire perché il colore giallo è giallo e il verde è fatto in quel modo e il rosso è proprio così come appare. Godiamoci lo spettacolo del mondo finché dura, sapendo che siamo sognati dall’Assoluto e quindi siamo noi stessi l’Uno che pensando noi pensa sé stesso. -Vorrei tornare però alla questione iniziale. Dovremmo dimostrare l’assioma di partenza: l’Assoluto esiste, è l’unica, vera Realtà. È possibile farlo? -L’esistenza dell’Assoluto è un’intuizione immediata che non ha bisogno di dimostrazione. È una sorta di sapere diretto di cui può fare esperienza chi medita con mente libera e sgombra da preconcetti. Ma tuttavia, se vogliamo provare a spiegarlo anche su una base logica: partendo dal principio intuitivo che “nulla nasce dal nulla” e dalla constatazione che un mondo, reale o immaginario, esiste, dobbiamo logicamente accettare che “ciò che è” sia scaturito da una causa prima creatrice e che questa, per essere tale, deve necessariamente essere libera, non limitata, eterna, indipendente da ogni altra causa e condizione e quindi infinita e assoluta. Dopodiché l’Assoluto, contenendo infinite possibilità, include anche quella dell’illusione spazio-temporale, cioè dell’universo che noi conosciamo. L’Uno-Infinito rimane perfetto e immobile in sé stesso, ma contiene in sé anche l’apparenza del divenire. È esattamente come quando noi sognando creiamo mondi mentali fantastici senza però spostarci nel tempo e nello spazio, l’Assoluto può creare una realtà in movimento come pensiero virtuale, senza mai mutare, rimanendo perfetto nel suo essere. -L’Assoluto è quindi l’unica vera realtà senza causa… -Gli effetti derivanti da una causa appartengono solo alla dimensione dello spazio-tempo. Ciò che crea il mondo spazio-temporale è per definizione al di fuori di esso, è causa incausata che mai è stata e sarà effetto di altro. -Sono concetti un po’ ardui per me… -E in realtà è improprio anche questo modo di esprimermi che vorrebbe spiegare sul piano logico ciò che si pone al di là di ogni concetto. Il nostro linguaggio è puramente metaforico, non va preso alla lettera, stiamo solo usando parole e suggestioni per mettere in moto l’intuizione. -Ci rifletterò sopra, ma penso di avere comunque intuito qualcosa. Ho capito soprattutto che le nostre parole sono un approssimarsi senza fine a ciò che non sarà mai compreso fino in fondo… -È così. Noi parliamo sempre in termini umani. Dire ad esempio che l’Assoluto “vuole conoscere sé stesso” è solo un modo di raccontare in concetti per noi comprensibili una favoletta che pretende di interpretare il grande Mistero dell’esistenza. -Questi nostri discorsi quindi valgono solo sul piano del relativo… -Proprio così, ma noi viviamo in quello, è il solo mondo che conosciamo, dobbiamo dunque accettare il nostro limite. E comunque dobbiamo continuare a interrogarci. Finché forse un giorno, dopo tanto meditare, un’intuizione superiore ci metterà le ali… 14 gennaio 2025
Partimmo con i cammelli prima dell’alba sotto un firmamento brulicante di stelle, guidati dalla scia luminosa di una cometa. La lunga carovana si snodava nel deserto come un sinuoso serpente colorato, scandita dai passi e da un fermento di vita, accompagnata dal dolce sussurro del vento tra i profondi silenzi dei monti e delle vallate. Quel viaggio lungo e periglioso era per noi il più sacro dei cammini mai intrapreso. Mossi dal richiamo di una divina voce, da un’urgenza che nasceva imperiosa, avevamo subito risposto senza esitazione. C’è uno spirito immortale che vive in noi e sempre ci parla e ci guida e ci insegna, dobbiamo saper riconoscere la sua voce nel frastuono confuso di questo mondo e quando è il momento accogliere il suo invito. Diventammo dunque tre viandanti in cammino sulla via da Oriente verso Gerusalemme, -noi principi persiani e sommi sacerdoti- in cerca della fonte originaria della verità. Eravamo esperti di tutte le arti magiche, conoscitori di ogni sapienza e filosofia, ma la sete di sapere non era placata, qualcosa mancava alla nostra saggezza. Conoscevamo ogni tipo di agio e ricchezza, l’abbondanza e il lusso della vita materiale. Conoscevamo il potere di questo mondo, quello che nasce dall’avere e dalla forza. Ma non conoscevamo quel potere supremo che solo il Divino possiede e svela agli uomini. Avevamo sentito della nascita di un Bambinello che sarebbe stato il Redentore dell’umanità. Le nostre carte astrologiche e sapienziali davano conferma di quell’evento prodigioso, non potevamo dunque che metterci in viaggio per portare a compimento la nostra ricerca. Recavamo in omaggio oro, incenso e mirra, ma sapevamo che non sono doni che contano, le cose materiali non riempiono le nostre vite, non possono soddisfare quella sete di verità che ci porta al di là del conosciuto e di noi stessi.
Guidati dall’astro luminoso e dall’intuito dell’anima arrivammo dopo giorni di cammino alla capanna, di fronte a quel bambino che era il vero Principe, il Redentore del mondo, l’Agnello tanto atteso. Lì, davanti a quella miracolosa Epifania, capimmo che il nostro viaggio era finito. Il Divino si manifesta quando noi lo cerchiamo, apre le sue porte a ogni ricercatore sincero, non rimane inaccessibile in un altrove. Ma ci chiede in dono il sacrificio più alto, l’offerta di sé, del nostro piccolo io smarrito, la rinuncia a essere qualcuno in questo mondo e la resa al supremo Principio creatore, alla verità ultima che oltrepassa ogni ragione. Questo fu il nostro dono, umile e semplice, lì fummo capaci del sacrificio più grande e da allora diventammo servitori della verità. Davanti al Bambino scoprimmo l’innocenza e l’affidarsi fiduciosi alla mano che ci guida, tornando a essere anche noi come bambini.
Oggi come comete giriamo nel mondo e se incontriamo nuovi ricercatori del vero con la nostra piccola luce mostriamo la via. Ma non pretendiamo di possedere la verità, noi siamo solo i suoi umili messaggeri, siamo gli antichi testimoni di quell’Epifania che ha donato all’uomo un nuovo destino. Adesso sappiamo che ogni momento di vita, ogni evento e palpito, è sempre un’epifania, uno svelarsi del divino -a chi ha occhi per vedere. Non c’è nulla che debba essere disprezzato, non c’è esperienza che non abbia il suo valore, non c’è uomo che non sia degno di rispetto. Tutti siamo impegnati nello stesso cammino, principi, mendicanti, uomini e donne e schiavi. Nessun potere del mondo è eguagliabile all’abbeverarsi alla fonte dell’eterna verità.
Oggi che sono un vecchio con la barba bianca, mentre l’ultimo giorno si avvicina a grandi passi, ripensando alle vicende della mia vita trascorsa, una sola cosa non rimpiango e tengo preziosa: quel lungo cammino nel deserto sotto le stelle. Ogni passo era una preghiera Ogni parola un’invocazione Ogni sguardo un perdono Ogni gesto un rito sacro Era un viaggio dell’anima, senza ritorno. Alla ricerca del vero, alla ricerca di me stesso. 10 gennaio 2025