Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Lacrime di venerazione tingono le foglie rosse che cadono. (Matsuo Basho)
Dall’albero grondano stille di rugiada, lacrime lucenti sulle rosse foglie che silenziose cadono volteggiando in un’estrema danza di morte. Nella bella immagine che sgorga dal sentimento poetico di Basho lacrime di venerazione scendono ad accompagnare la vita che se ne va. Ogni accadimento del mondo, quando osservato in profondità, mostra sempre la vita e la morte abbracciate in un circolo eterno. La pianta vive un momento sacro. Nelle sue lacrime tristezza e gioia, rimpianto e speranza si intrecciano. Il tempo fugge con le sue creature, pronto a tornare con nuovi colori, con il rosso della foglia appassita che sarà poi di gemma che spunta e di fiore impaziente avido di vita. L’albero sa da tempo immemorabile che la morte non è mai davvero tale, è sempre il preludio a una rinascita, basta saper attendere la primavera. L’esistenza cambia le sue forme. Dal senza-forma dell’immateriale un’energia prorompe e si muove a disegnare il volto di nuovi esseri. Ma le forme che da lì scaturiscono non sono destinate a permanere, né possono impedire ad altre realtà di affacciarsi sulla scena del mondo. Ogni ente deve accettare il suo destino e fare spazio nel suo declinare a ciò che deve venire ad esistere. È un morire solo apparente che apre le porte a un nuovo vivere. Lo spogliarsi del verde è per l’albero il sacrificio più alto e più bello. In ogni foglia che si stacca dal ramo c’è tutto lo spirito dell’essere arboreo che parla con le sue lacrime per dire di ciò che è inesprimibile. È l’unica vera preghiera che conta: venerare il miracolo dell’esistenza che si rinnova in ogni momento in un generoso slancio pieno di vita, anche nella rossa foglia che cade. 15 settembre 2023
Quanti punti di vista interpretano una situazione? E qual è quello riconoscibile come “vero”? Immaginiamo la scena di una partita di calcio vista da diversi soggetti in differenti modi: le riprese delle telecamere da ogni lato, gli sguardi dei calciatori impegnati in campo, i punti di osservazione dei vari spettatori, l’angolo visuale di un insetto che vola intorno, la prospettiva di un uccello, di un filo d’erba… Potendo esaminare tutte le vedute dell’evento non riusciremmo facilmente a riconoscerle come una riproduzione della stessa scena. Ogni ‘punto di vista’ è sempre soggettivo, perché localizzato, limitato e parziale. Certo ha una sua qualità speciale, porta con sé una comprensione unica, si accompagna a un sentire incomunicabile. Ma per sua natura è singolare e limitato, coglie solo una delle possibilità, mai l’intero. L’idea di riprodurre la realtà così com’è, in modo del tutto oggettivo, è un’illusione. Una visione oggettiva, cioè assoluta, dovrebbe integrare tutti i punti di vista, una miriade di eventi particolari, in un unico “vedere” onnicomprensivo: sarebbe quella di un Essere onnisciente. Ma ogni punto di vista individuale possiede in sé un valore inestimabile. Per quanto parziale e frammentario contiene tutta la verità del momento. Ogni “vedere” è vero in quanto tale, è un evento assoluto e perfetto. La Verità non è l’esattezza di un dato, è la totalità di quello che accade, la pienezza dell’essere testimoniata da ogni singolo sguardo sul mondo. Concentrata in quel punto di vista c’è tutta la comprensione dell’essere, realizzata in un modo irripetibile. È la bellezza della soggettività, è l’incanto di uno sguardo puro che si dà solo nella singolarità. Nell’esperienza individuale la vita rifulge al massimo grado. Il singolo vive il suo punto di vista, un modo proprio di sentire il mondo di cui nessuno potrà mai sapere. È la ricchezza di un’esperienza che si pone come fatto assoluto e si sottrae a ogni comparazione perché completa e buona in sé. Tutte le Sapienze della tradizione affermano che ogni istante è prezioso e va vissuto con consapevolezza perché è unico e non tornerà mai più. Il ‘punto di vista’ è un atto di coscienza che rivela l’assoluto nel relativo, l’eterno essere immortale nel transeunte, la cosa più preziosa nel gesto più semplice. Un insetto sul filo d’erba guarda il mondo. È uno degli infiniti occhi sulla Realtà. Non sa ancora che nel suo vedere si riflette tutta la verità della vita. 20 agosto 2023
-Le grandi vie di meditazione raccomandano la pratica dell’osservazione della mente… -Sì, perché la mente che conosce il mondo non è altro che il mondo stesso. -Puoi spiegare meglio la tua affermazione? -Il mondo appare sempre solo nella mente, lì si forma la sua realtà. Non può esistere un oggetto senza il soggetto conoscente. -Quindi quello che vediamo e sperimentiamo, cioè quello che chiamiamo “mondo”, esiste sempre solo nella mente che conosce. -Certo, tenendo presente che in quel “tutto” è compresa anche la nostra realtà interiore, cioè noi stessi e il nostro universo di pensiero. -Ma quali sono i vantaggi di osservare la mente? -Forse non hai ancora fatto un lavoro approfondito su di te, altrimenti sapresti già la risposta. Ma niente di male, è nell’ordine delle cose, sei giovane e hai tutto il tempo. -Se osservo la mia mente vedo solo un grande coacervo di pensieri, immagini, sensazioni… -…insieme a ricordi, emozioni, sentimenti, fantasie, intuizioni, che si susseguono e si accavallano, perlopiù in modo caotico. -Ho tentato alcune pratiche di controllo della mente e delle emozioni, ma con scarsi risultati. -In effetti servono a poco. Più tenti di dominare il pensiero più crei un conflitto dentro di te tra il controllore e il controllato… che sei sempre tu. La mente divisa in due si ribella come un animale in gabbia. -E quindi? -Il processo mentale va solo osservato con pazienza e distacco, poi col tempo tende ad acquietarsi perché non viene più alimentato. Allora si aprono spazi di consapevolezza ed è facile realizzare che non siamo il nostro pensiero. -Già, la mente e i suoi contenuti se osservati ci appaiono come “cose”, oggetti tra i tanti che costituiscono il cosiddetto “mondo”… -…mentre il soggetto, ciò che veramente siamo, non può e non potrà mai essere osservato. -Si dice infatti che l’occhio non può vedere sé stesso. Anche allo specchio o in una fotografia non vede mai sé ma solo un’immagine. -Sì, però quell’occhio che guarda può essere e sapere di esistere, come il nostro io-coscienza è ciò che è senza poter mai diventare un oggetto, cioè altro da sé. -Su questo mi trovo in sintonia, mi sembra di capirlo, almeno intuitivamente. Ma tornando all’osservazione della mente, come cavarsela in quel groviglio di pensieri ed emozioni? -Se guardi con attenzione ti accorgi che il processo mentale si muove in modo molto simile al sognare. Pensieri, emozioni e immagini si collegano, si disgiungono e si mescolano in modo disordinato e confuso, proprio come accade nelle scene oniriche, dove la regia appare di solito incomprensibile: personaggi e cose in continua metamorfosi, tempi e luoghi che si confondono, storie strane e paradossali. -È vero, di giorno mi sorprendo spesso a seguire inconsciamente catene di pensieri che sembrano un ‘sognare’ e rasentano davvero l’assurdo. Sto studiando i logaritmi e dopo pochi minuti mi trovo proiettato in luoghi e tempi lontanissimi, senza capire perché. A volte con pazienza riesco a ricostruire il percorso del mio pensiero e trovo collegamenti casuali, voli pindarici, salti logici, scene e fantasie senza capo né coda… -Magari un filo a volte si può anche trovare, ma qui entriamo nell’universo sterminato dell’inconscio che però ora non ci interessa. Non vogliamo analizzare i particolari di un processo di pensiero, puntiamo a vedere il fenomeno-mente nella sua globalità, per coglierne l’essenza e il significato. -In effetti mi sembra la cosa più interessante. Cercare di interpretare una fantasia immaginativa è come interpretare un sogno: ci si dibatte tra tante intelligenti spiegazioni e non si viene mai a capo di nulla! -(ridendo) Vedi che non ti sentano i cultori della psicoanalisi! L’approccio meditativo è totalmente diverso: non cerca di “aggiustare” o migliorare la mente e l’io, perché sono proprio quelli in sé “il problema”. Ma qui il discorso ci porterebbe lontano, per ora ci accontentiamo di tornare al focus di oggi. -Quello del vivere e pensare come un sognare? -Sì, sai che nella storia fior di pensatori hanno insistito su questo concetto: Platone, Shakespeare, Calderon de la Barca, Schopenhauer… solo per citarne alcuni rimanendo in Occidente. In Oriente da millenni si dà per certo che la vita sia un sogno. -Ricordo che già Eraclito parlava delle persone non filosofe, cioè i più, come i “dormienti”, coloro che vivono e agiscono come in sonno. A volte anche noi ci comportiamo come individui addormentati. -Sicuro, su questo possiamo metterci il cuore in pace. Nelle vie di meditazione si preferisce parlare di mancanza di consapevolezza, ma il senso è lo stesso: vivere in uno stato di confusione mentale fatto di idee distorte, emozioni mal vissute, volontà cieche, fantasie insensate, follie di ogni genere. -Oggi lo si vede in giro molto facilmente, anche tra persone che hanno ruoli di potere e dovrebbero dare l’esempio. -Per conoscere la mente bisogna prima osservarla a lungo. Le vie di meditazione chiedono di portare l’attenzione sui pensieri e sul loro movimento finché un fatto diviene evidente: il nostro pensare durante il giorno e il sognare nel corso della notte non sono così differenti fra loro. -Posso confermare, la mia mente nello stato di veglia lavora senza tregua, come una corrente sotterranea, anche se posso non esserne consapevole. C’è come una voce dentro di me, un dialogo continuo, un commento su tutto quello che succede. E sembra accadere da solo senza che io possa impedirlo. -Questo ci dice quanto siamo padroni di noi stessi! Dunque se la mente è il mondo… -…allora ne consegue che se non sappiamo governare la mente non possiamo illuderci di poter governare il mondo. -Sì, ammesso che questo sia il nostro obiettivo e ne valga la pena. -Mi viene da pensare che coloro che vogliono dominare il mondo sono proprio quelli che hanno seri problemi con la propria mente. Gli farebbe bene un po’ di pratica meditativa. Glielo suggeriamo? -Per ora rimane fantascienza. Una mente malata fugge lontano mille miglia da discorsi su meditazione e ricerca personale. Ma non credere che noi siamo così diversi: ripercorrere i nostri pensieri dell’ultima mezz’ora è assistere a un film dell’assurdo, su una trama ideata da un regista poco sobrio. -Non può essere anche divertente? -Sì, se non ci perdiamo lì dentro, nel Paese dei Balocchi. Ma se vogliamo capire qualcosa della vita dobbiamo andare oltre. -Ed è qui che si apre la via della meditazione… -Certo, prima devi essere stufo di giocare col mondo e uscire dall’infanzia. Se osservi la mente abbastanza a lungo ti accorgi che ti fa vivere in un film. Ma un film non è la realtà. Se invece di vedere il mondo reale vedi solo i tuoi fantasmi mentali come puoi dire di essere nel vero? È esattamente come essere in un sogno tra chimere, personaggi da favola, fantasie oniriche, cose che come i miraggi compaiono e scompaiono lasciando il vuoto. -E poi, di giorno? -Il sognare della notte continua poi durante il giorno, in altre forme ma è sostanzialmente lo stesso. Tranne rari sprazzi di lucidità che annunciano ma non sono ancora un vero risveglio. -Curioso, al mattino ci svegliamo, ma in realtà siamo ancora immersi nel sonno della mente. Cosa fare allora per vedere il mondo così com’è? -Bisogna liberare la mente da tutti i sogni che la obnubilano. Qui si apre lo spazio della meditazione su cui però non ci soffermiamo perché il discorso merita un’altra occasione. Per ora insistiamo sul concetto di “risveglio”. Risvegliarsi vuol dire ripulire la mente come una lente per vedere la realtà così com’è, la realtà vera del mondo. E poiché il mondo è ciò che si muove nella nostra mente, è anche un vedere noi stessi per la prima volta in quello che siamo realmente. L’ordine e la chiarezza della mente presenteranno il mondo come un cosmo ordinato. La vera conoscenza non è altro che seguire questa via. -Che compito immane, mi fa quasi paura! -La vera conoscenza fa sempre paura, paura di scoprire se stessi. Ma in fondo, se guardiamo bene, anche quella non è altro che l’ennesimo sogno della mente. E ti voglio rassicurare, coloro che sono giunti al risveglio non si sono pentiti e oggi vengono considerati saggi illuminati. -Allora la paura mi è già passata, mi sento pieno di energia e pronto all’avventura. Quando si comincia? -Si comincia ora. Se invece rimandiamo a un ‘dopo’ non muoveremo un passo, perché il domani non arriva mai. -Perché anche il domani fa parte del sogno… -Bravo, vedo che hai capito! E se guardi bene, noi abbiamo già cominciato il cammino con quello che stiamo dicendo, teoria che pian piano diventa pratica. Ma visto che sei così acuto, aggiungo un’ultima cosa, la più importante: non solo la mente sogna e con quel sognare crea il suo mondo, in realtà quella che chiamiamo mente è il sognare, la mente è il sogno stesso. -Questo concetto è davvero arduo, credo di non averlo compreso del tutto. -Allora fallo diventare la tua meditazione finché non lo avrai realizzato… 17 agosto 2023
Ricorderò sempre finché vivrò quella calda mattina di fine estate che cambiò la mia esistenza. I più grandi discepoli del Buddha erano raccolti davanti al Maestro per ricevere il suo insegnamento. Io ero lì, tra quei monaci fortunati, nella grazia della sua presenza. Un fervore percorreva l’uditorio in un clima di gioia e di attesa. Le parole del Buddha erano luce che illuminava le coscienze e donava la virtù della chiara visione. Quando il Maestro ci fu davanti cadde tra noi un profondo silenzio. Quel giorno attendevamo come sempre di udire da lui le Nobili Verità del Dharma. Ma accadde qualcosa di straordinario che lasciò tutti sorpresi e stupiti. Il Buddha si era seduto in silenzio, tra le dita della mano un fiore di loto. I suoi occhi irradiavano serenità, ma quello sguardo non era per noi. Il Maestro contemplava quel fiore con un dolce sorriso sul volto, come assorto in una visione estatica. Il silenzio si fece più profondo, si udivano le fronde delle mangrovie e lontani richiami di uccelli nel bosco. Ma intanto il tempo trascorreva, un disagio cominciava a serpeggiare tra i monaci seduti nell’uditorio. Perché il Risvegliato non parlava? Cosa significava quel silenzio? Perché teneva in mano quel fiore? Fu allora che si udì una sonora risata levarsi dalle ultime file dei presenti. Anch’io come tutti mi voltai indignato verso il monaco che aveva riso, irritato per la sua impudenza. Era l’anziano discepolo Mahakasyapa. Nessuno aveva mai osato tanto, sembrava un affronto al Maestro. Preoccupati ci volgemmo al Buddha che era rimasto quieto e imperturbato. E fu allora che il santo Risvegliato, distogliendo lo sguardo dal fiore di loto, si rivolse di nuovo a noi e parlò: “Quello che si può dire con le parole l’ho offerto a tutti voi in questi anni. Quello che con le parole non si può dire io lo dono con questo fiore a Mahakasyapa”. Lo sconcerto aleggiava tra i presenti, sentimenti contrastanti si agitavano in noi. Ma in molti affiorò una comprensione. Anch’io fui pervaso da un nuovo sentire, una lucida consapevolezza mi illuminava. Il gesto del Maestro aveva rimosso antichi strati profondi della mia mente, polvere che volava via nella vacuità e lasciava la coscienza limpida e viva. Vidi contenuto in quel fiore di loto, espresso nel linguaggio del silenzio, il cuore più puro dell’Insegnamento: la chiara visione, l’assenza di io, il silenzio, la compassione e la via della meditazione, il non attaccamento e la pace interiore, le Nobili Verità e la grazia del Maestro. Quel fiore di loto era stato offerto a tutti noi, ma non eravamo stati capaci di riceverlo, tranne il vecchio monaco ora silenzioso. La risata di Mahakasyapa era una voce che celebrava la bellezza dell’esistenza, era la comprensione più alta e definitiva, il canto estatico di un altro Liberato. Fu per me la più bella lezione del Buddha, un dono che mi giunse certo immeritato. Tu che mi ascolti fa’ la stessa cosa, non fermarti alle mie misere parole, vedi quello che si nasconde dietro negli spazi tra di esse, nelle pause… Un silenzio che parla dell’amore per la vita, un canto di lode a tutto l’Esistente, un fiore di loto tra le dita delle mani che indica anche a te la Via del Risveglio. 11 agosto 2023
Nel non-tempo prima del Big Bang tutto ciò che esisteva nel non-universo era un solo singolo atomo di essere. Una realtà assoluta per noi inconcepibile, fuori da tempo, spazio e movimento, di cui si può ‘dire’ solo per negazioni: un Nulla potenziale, una prima non-Realtà, un Essere privo di forma, quantità e qualità, un Vuoto dalle possibilità illimitate… Poi l’esplosione, un’Onda inimmaginabile, per forza, vastità e potenza creatrice, e da quel Nulla-Caos la nascita del Cosmo. Attraverso interminabili eoni di tempo si sono formate galassie, stelle e pianeti, quanto vediamo nel mondo conoscibile, fino alla comparsa della vita cosciente. Ora noi uomini siamo qui a interrogarci, infiammati da un desiderio insopprimibile: sapere cosa c’era prima di quel Big Bang. E da dove è spuntato quel seme originario, quell’uovo cosmico da cui tutto è scaturito. E come tutto è iniziato ad un certo ‘momento’ visto che il tempo non esisteva ancora. Quella che si volge a indagare sul “prima” è la domanda più semplice e tremenda. Il “dopo” è in qualche modo spiegabile, appartiene alla linearità di spazio e tempo, ma il “perché” sulle origini rimane intatto, un mistero che sfugge alla comprensione e ci concede solo fuggevoli intuizioni. Sorge però anche un’altra riflessione: se tutto è nato da un primo seme cosmico, da una realtà pura, unica e atemporale che preesisteva al mondo e al Big Bang, allora ogni cosa esistente è quella realtà, è quel primo atomo che ancora si riproduce, si divide, si differenzia e si trasforma, manifestandosi in infinite forme di vita. Le antiche Scritture dicono che “tutto è Uno”. Questa verità sembra dunque confermata dalle più avanzate teorie della scienza: il cosmo e noi umani siamo quell’atomo che continua a creare infiniti mondi ed esseri, senza però mai uscire da sé stesso, perché è l’unica sola cosa che esiste. Il mondo è un gigantesco caleidoscopio, un immenso movimento cosmico a spirale, un fantasmagorico spettacolo di forme in cui tutto si mescola incessantemente. Ma ciò che muta è un solo unico essere, di cui noi e tutte le cose facciamo parte. Possono cambiare le forme esteriori, ma la sostanza prima rimane eterna, nulla può toccare il suo essere indistruttibile. L’atomo iniziale prima del Big Bang, energia intelligente infinita senza forma, è in ogni cosa, è in verità ogni cosa e la sua eco percorre tutto l’esistente. Il seme dell’Unità originaria è ancora in noi, è rimasto annidato nella memoria più antica e continuamente riaffiora nella nostra vita come domanda, nostalgia o desiderio. In realtà ogni forma di vero conoscere è solo un ricordare quell’unità perduta, un “vedere” l’essere puro in ogni cosa al di là di tutte le mutevoli apparenze. E alla fine: chi è colui che conosce? È ancora quel primo atomo di essere che nell’entusiasmo di un infinito creare si è perso nei suoi mondi, dimentico di sé. Ora attraverso di noi vuole conoscere e interrogandosi sull’origine del cosmo è consapevole di domandare su sé stesso: “Cosa c’era nel non-tempo prima del Big Bang?” 9 agosto 2023
Il sasso è lì immobile in mezzo al fiume. Comparso sulla Terra nella notte dei tempi, agli albori di una lontana era indefinibile, dopo cicli incalcolabili di albe e tramonti è ancora pronto a giocare la sua parte di antico e fedele testimone del mondo. Saldamente aggrappato alla terra resiste alla forza dilavante delle acque che scorrono pure nel loro moto infinito.
L’acqua è una forza dolce e insistente che agisce ora delicata, ora impetuosa, a limare le asperità e i tratti irregolari. Il sasso si è nel tempo levigato e rifinito, i milioni di anni di vita in quel torrente l’hanno modellato e reso tondeggiante.
L’acqua lo ha scolpito come un’opera d’arte, con la sua azione amorevole e costante gli ha donato una forma più gentile e raffinata. Ma tutto è avvenuto in modo spontaneo, senza una volontà, un progetto o uno scopo. Ed è questo l’incanto della natura, che continuamente trasforma e rinnova con la sua potenza di sorgente creatrice assolutamente libera e illimitata.
Il sasso col tempo diventerà sabbia, sarà portato dalla corrente fino al mare, ma non sarà davvero scomparso se non nell’apparenza esteriore, perché in realtà avrà solo mutato forma, schiudendo nuove dimensioni di possibilità. Forse diventerà parte di quella spiaggia su cui giocano e si rincorrono i bambini. Forse si mescolerà con il fondo marino che dà rifugio e nutrimento a tanti esseri. Oppure si fonderà con altri minerali per creare nuove rocce, scogliere e coralli. Ma sarà ancora testimone del mondo, osserverà sempre l’accadere della vita con la sua calma paziente forgiata nei secoli. Ormai diviso in una miriade di frammenti si lascerà trasportare dalla corrente, come le nuvole bianche sospinte dal vento.
Nei cicli della Terra e dei tempi cosmici il sasso continuerà ad esistere in tante forme, offrendo sé stesso alla creatività della natura, pronto a scomparire e rinascere mille volte. In realtà nessun “sasso” esiste come tale, solo una materia viva che gioca con sé stessa assumendo infinite forme, acqua terra o fuoco, diventando pietra o fiume o sabbia o nuvola, perpetuando il grande miracolo dell’universo.
Come il sasso che si dissolve in sabbia anche noi vedremo sciogliersi il vecchio io per rinascere ad un nuovo modo di essere. È un’alchimia che ha solo bisogno di tempo, un cammino che nessuno può fermare, un destino che appartiene a tutte le cose. Questo ci insegna il sasso in mezzo al fiume. 6 agosto 2023
È nota la singolare vicenda di Banzan che ebbe un’illuminazione improvvisa udendo un macellaio replicare a un cliente che aveva chiesto il migliore taglio di carne: “Ogni pezzo di carne qui è il migliore!” Può essere un insegnamento per noi? Possiamo anche noi pensare che ogni momento che viviamo, ogni situazione che affrontiamo, ciò che sentiamo e vediamo, tutto quello che ci accade intorno, ciò che si presenta nel momento sia sempre comunque la “cosa migliore”? Quando non facciamo resistenza all’adesso e accettiamo incondizionatamente il presente senza chiedere di essere altro o altrove, stiamo dando piena fiducia all’esistenza. ‘Ciò che è‘ è ciò che deve essere: bene e male, gioia e dolore, genio e follia, tutto fa parte della danza della vita. Ma accettare non significa passivo fatalismo, né rinuncia al vivere, al pensare e all’agire, perché anch’essi fanno parte di ciò che è. Se mi oppongo a quello che ritengo un male, se rifuggo da quello che per me è dolore se mi allontano da ciò che per me è follia, se rispondo a una situazione o la evito, ciò che mi capita di volere, fare e pensare, tutto fa parte del ‘ciò che è’ esistente, realtà innegabile che io accetto totalmente, senza condizioni o recriminazioni, senza dividere un ‘dentro’ da un ‘fuori’. Il mondo e la vita, sub specie aeternitatis, appaiono come un grande fluire di eventi che scaturiscono dalla stessa Sorgente, un’intelligenza infinita che trapela ovunque. Tutto viene dalla stessa Perfezione assoluta, è un divenire che si origina dal non-relativo, dunque si può pensare come ‘la cosa migliore’ sempre e in ogni caso, anche se è dolore, anche se non sottostà ai nostri desideri. Il ‘meglio’ è semplicemente ciò che accade, l’essere delle cose e il loro offrirsi a noi con semplicità, immediatezza e innocenza. Ogni cosa è sempre comunque ‘la migliore’. Il pensiero che divide, confronta e giudica può avere una sua funzione nel relativo, ma l’accadere di un fatto, in senso assoluto, si sottrae al pensiero separativo e dualistico che non può comprenderne il senso ultimo. La mente umana non può cogliere una totalità, per sua natura può solo vedere il frammento. Per ‘vedere’ l’intero si deve diventare quell’intero in una visione intuitiva che accoglie ciò che è e pur distinguendo non separa e non limita. Perché l’esistente è il reale vero e irrefutabile, l’essere che si pone come assoluto nel relativo. Sì, ogni cosa è sempre la cosa migliore se uscendo dalla prigione asfittica dell’io incontriamo la vita nella sua totalità, se accettiamo che ogni cosa sia ciò che è e aprendoci alla nuova comprensione vediamo. 3 agosto 2023
Non puoi essere te stesso finché sei diviso. Solamente nell’unità la persona è un in-dividuo, un intero che non si può dividere in parti. Noi viviamo nella separazione e nel conflitto, sballottati tra istanze e pulsioni contraddittorie. Le realtà che chiamiamo conscio e inconscio nel loro contrasto creano una dicotomia, una struttura bifronte dell’essere umano. Un desiderio inconscio è spesso in conflitto con una norma morale che consciamente è stata assunta e deve essere rispettata. Da qui le lotte incessanti, gli squilibri interiori, gli impulsi caotici e i sentimenti contraddittori che creano in noi tensione e disarmonia. Da qui i giochi di maschere e di identità, originati inconsciamente dalla contesa tra l’io-persona e la realtà esterna, tra le pulsioni, la volontà e la ragione. Un teatro di situazioni, ruoli e relazioni di cui non siamo quasi mai gli autori, una commedia ora comica ora tragica scritta da forze di cui non siamo padroni. Portare alla luce quello che si nasconde, il non-detto, il non-saputo, l’impensato; dare voce a quello che non è visto ma opera nell’ombra e dice per segni; trovare il punto di equilibrio tra le energie perché si muovano e agiscano in accordo; far cadere la barriera fra conscio e inconscio perché non ci siano residui e resistenze; ritrovare l’unità perduta che era solo dimenticata: questa è la via dell’uomo saggio e illuminato. Allora il carro può viaggiare saldo e stabile. Le tre parti dell’uomo non confliggono più: mente, corpo ed emozioni sono in armonia, la ‘biga alata’ può attraversare senza scosse tutte le dimensioni e le vicende della vita e puntare di nuovo in alto per il ritorno a casa. Platone ci ricorda che siamo esseri composti, ma che le parti dell’anima possono collaborare, ciascuna nel proprio ruolo insostituibile, a rendere l’uomo completo, indiviso, armonico, bilanciato e padrone di sé e del suo destino. Portare alla luce ciò che agisce dietro il velo è conoscere sé stessi, realizzare l’aletheia, disvelare la nostra realtà più vera e originaria. È tornare ad essere uno come l’Uno-principio che nel processo diadico diventa mondo, realtà che è solo sogno e falsa apparenza, incarnazione mutevole e caduca dell’Idea. È ritrovare l’unità come esseri umani interi, per scoprire che ogni divisione era immaginata e che la separazione dal mondo è una credenza, il più affascinante, potente e ingannevole dei miti. 2 agosto 2023
La coscienza che dà significato al mondo, sempre orientata a cercare il senso delle cose, non può dare un significato a sé stessa. Il senso ultimo dell’esistenza umana non si può dare con la coscienza ordinaria, né può essere colto dalla mente pensante. Finché ci muoviamo nell’ambito del conosciuto e cerchiamo i significati al di fuori di noi intrecciamo percorsi di senso in orizzontale e la visione rimane parziale e limitata. Un movimento in verticale è possibile solo quando la coscienza si volge all’interno cambiando radicalmente la sua qualità diventando pura consapevolezza. Lo sguardo penetra il mistero dell’io e giunge al punto del non-movimento dove la coscienza e l’essere si fondono nell’unità che non contempla il tempo. Consapevolezza è coscienza autorivelata: nessun movimento, silenzio vibrante, luminosità dell’essere puro, quiete, sono i segni di quello stato ultimo che ha i tratti della non-esperienza. Allora il significato della vita si svela, trascende l’ambito del pensiero pensante come risposta esistenziale e senso vissuto. La ragione cerca il senso del mondo, ma sempre nei termini di causa e fine, non può accettare la prospettiva radicale di un esistere senza come e senza perché, dove la vita si offre a sé e per sé stessa. Di fatto tutto ciò che dipende da altro, da una ragione o da un fine estrinseco, non può dirsi mai veramente libero: legato a una causa o a una motivazione non può svincolarsi dai ceppi esteriori che lo fanno prevedibile e meccanico. Giunti al confine del conosciuto, nel tentativo di guardare più in là, ci arrendiamo ad una verità profonda: l’esistenza è gratuità, spontaneità, vita libera, imprevedibile, senza limiti, che non ha bisogno di un “significato”, di una gabbia del pensiero pensante, di etichette, spiegazioni o dimostrazioni per essere pienamente quella che è. Ci muoviamo dal significato intellettuale al vero senso esistenziale quando siamo. Allora viviamo la vita con lucida intensità, in un tempo che è riflesso del non-tempo, in uno spazio di consapevolezza pura che la ragione ragionante non comprende. E troviamo il senso ultimo senza cercarlo. 1 agosto 2023
Vedo un’onda correre sull’oceano, l’azzurro dell’acqua solcato da una linea bianca, e sorge inevitabile la domanda: quando è comparsa la prima increspatura, quando è nata la prima onda sull’oceano? Certo, non si dà un oceano senza onde, sarebbe uno specchio di acqua stagnante. L’oceano è sempre in movimento, anzi è movimento in quanto tale, e l’onda è espressione di quel moto perenne. Non è pensabile una distesa marina che non sia già e da sempre mossa, dunque l’oceano e le sue onde non possono che essere nati insieme. E insieme forse scompariranno in quel nulla da cui sono venuti, oppure per sempre continueranno la loro incessante danza ritmica e ipnotica. Quanto all’onda, essa è solo un’illusione prodotta dal movimento delle masse di acqua che ritmicamente si alzano e si abbassano. Nulla “corre” veramente su quella superficie, la mente è ingannata da un gioco prospettico e subito costruisce una ‘cosa’ dall’evento. L’oceano è fatto di onde in movimento, ma nessuna di esse davvero “corre”, perché non esiste alcuna onda come ente separato dal tutto e con una propria realtà, con una vita e una ‘storia’ individuali. L’onda è solo un’ombra illusoria, un miraggio che compare e si dissolve, per quanto possa apparire “reale”. Un’immagine-onda prende forma e altre ancora in ogni momento, in una sequenza di fotogrammi che dà l’illusione della continuità. L’oceano non esiste prima delle onde, non è separabile da esse, è ogni sua goccia d’acqua. Anch’esso quindi appare e scompare, esiste e non esiste al tempo stesso, si ricrea nuovo in ogni istante come tutte le cose del mondo, nel flusso infinito dell’Esistenza. È nella percezione e nella memoria che si crea la “fotografia” dell’istante, da cui l’illusione della presenza di “cose” permanenti e stabili nel mondo. In realtà esiste solo un insieme di processi, infinite onde apparenti che vanno e vengono, un grandioso scenario di cose-eventi che “sono” soltanto nell’istante presente e lì si compiono in tutta la loro verità.
Quella dell’oceano è un’antica metafora che dipinge l’esistenza in un quadro, un’immagine vivida, potente e suggestiva. L’esistenza di ogni ‘cosa’ è effimera, è il movimento fugace di un’onda di vita. Noi anche ‘siamo’ sempre solo nell’istante come la bianca increspatura di un’onda, pronti a scomparire per rinascere, di momento in momento, fragili e forti, nell’oceano sterminato dell’essere. 31 luglio 2023