Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Quanti punti di vista interpretano una situazione? E qual è quello riconoscibile come “vero”? Immaginiamo la scena di una partita di calcio vista da diversi soggetti in differenti modi: le riprese delle telecamere da ogni lato, gli sguardi dei calciatori impegnati in campo, i punti di osservazione dei vari spettatori, l’angolo visuale di un insetto che vola intorno, la prospettiva di un uccello, di un filo d’erba… Potendo esaminare tutte le vedute dell’evento non riusciremmo facilmente a riconoscerle come una riproduzione della stessa scena. Ogni ‘punto di vista’ è sempre soggettivo, perché localizzato, limitato e parziale. Certo ha una sua qualità speciale, porta con sé una comprensione unica, si accompagna a un sentire incomunicabile. Ma per sua natura è singolare e limitato, coglie solo una delle possibilità, mai l’intero. L’idea di riprodurre la realtà così com’è, in modo del tutto oggettivo, è un’illusione. Una visione oggettiva, cioè assoluta, dovrebbe integrare tutti i punti di vista, una miriade di eventi particolari, in un unico “vedere” onnicomprensivo: sarebbe quella di un Essere onnisciente. Ma ogni punto di vista individuale possiede in sé un valore inestimabile. Per quanto parziale e frammentario contiene tutta la verità del momento. Ogni “vedere” è vero in quanto tale, è un evento assoluto e perfetto. La Verità non è l’esattezza di un dato, è la totalità di quello che accade, la pienezza dell’essere testimoniata da ogni singolo sguardo sul mondo. Concentrata in quel punto di vista c’è tutta la comprensione dell’essere, realizzata in un modo irripetibile. È la bellezza della soggettività, è l’incanto di uno sguardo puro che si dà solo nella singolarità. Nell’esperienza individuale la vita rifulge al massimo grado. Il singolo vive il suo punto di vista, un modo proprio di sentire il mondo di cui nessuno potrà mai sapere. È la ricchezza di un’esperienza che si pone come fatto assoluto e si sottrae a ogni comparazione perché completa e buona in sé. Tutte le Sapienze della tradizione affermano che ogni istante è prezioso e va vissuto con consapevolezza perché è unico e non tornerà mai più. Il ‘punto di vista’ è un atto di coscienza che rivela l’assoluto nel relativo, l’eterno essere immortale nel transeunte, la cosa più preziosa nel gesto più semplice. Un insetto sul filo d’erba guarda il mondo. È uno degli infiniti occhi sulla Realtà. Non sa ancora che nel suo vedere si riflette tutta la verità della vita. 20 agosto 2023
-Le grandi vie di meditazione raccomandano la pratica dell’osservazione della mente… -Sì, perché la mente che conosce il mondo non è altro che il mondo stesso. -Puoi spiegare meglio la tua affermazione? -Il mondo appare sempre solo nella mente, lì si forma la sua realtà. Non può esistere un oggetto senza il soggetto conoscente. -Quindi quello che vediamo e sperimentiamo, cioè quello che chiamiamo “mondo”, esiste sempre solo nella mente che conosce. -Certo, tenendo presente che in quel “tutto” è compresa anche la nostra realtà interiore, cioè noi stessi e il nostro universo di pensiero. -Ma quali sono i vantaggi di osservare la mente? -Forse non hai ancora fatto un lavoro approfondito su di te, altrimenti sapresti già la risposta. Ma niente di male, è nell’ordine delle cose, sei giovane e hai tutto il tempo. -Se osservo la mia mente vedo solo un grande coacervo di pensieri, immagini, sensazioni… -…insieme a ricordi, emozioni, sentimenti, fantasie, intuizioni, che si susseguono e si accavallano, perlopiù in modo caotico. -Ho tentato alcune pratiche di controllo della mente e delle emozioni, ma con scarsi risultati. -In effetti servono a poco. Più tenti di dominare il pensiero più crei un conflitto dentro di te tra il controllore e il controllato… che sei sempre tu. La mente divisa in due si ribella come un animale in gabbia. -E quindi? -Il processo mentale va solo osservato con pazienza e distacco, poi col tempo tende ad acquietarsi perché non viene più alimentato. Allora si aprono spazi di consapevolezza ed è facile realizzare che non siamo il nostro pensiero. -Già, la mente e i suoi contenuti se osservati ci appaiono come “cose”, oggetti tra i tanti che costituiscono il cosiddetto “mondo”… -…mentre il soggetto, ciò che veramente siamo, non può e non potrà mai essere osservato. -Si dice infatti che l’occhio non può vedere sé stesso. Anche allo specchio o in una fotografia non vede mai sé ma solo un’immagine. -Sì, però quell’occhio che guarda può essere e sapere di esistere, come il nostro io-coscienza è ciò che è senza poter mai diventare un oggetto, cioè altro da sé. -Su questo mi trovo in sintonia, mi sembra di capirlo, almeno intuitivamente. Ma tornando all’osservazione della mente, come cavarsela in quel groviglio di pensieri ed emozioni? -Se guardi con attenzione ti accorgi che il processo mentale si muove in modo molto simile al sognare. Pensieri, emozioni e immagini si collegano, si disgiungono e si mescolano in modo disordinato e confuso, proprio come accade nelle scene oniriche, dove la regia appare di solito incomprensibile: personaggi e cose in continua metamorfosi, tempi e luoghi che si confondono, storie strane e paradossali. -È vero, di giorno mi sorprendo spesso a seguire inconsciamente catene di pensieri che sembrano un ‘sognare’ e rasentano davvero l’assurdo. Sto studiando i logaritmi e dopo pochi minuti mi trovo proiettato in luoghi e tempi lontanissimi, senza capire perché. A volte con pazienza riesco a ricostruire il percorso del mio pensiero e trovo collegamenti casuali, voli pindarici, salti logici, scene e fantasie senza capo né coda… -Magari un filo a volte si può anche trovare, ma qui entriamo nell’universo sterminato dell’inconscio che però ora non ci interessa. Non vogliamo analizzare i particolari di un processo di pensiero, puntiamo a vedere il fenomeno-mente nella sua globalità, per coglierne l’essenza e il significato. -In effetti mi sembra la cosa più interessante. Cercare di interpretare una fantasia immaginativa è come interpretare un sogno: ci si dibatte tra tante intelligenti spiegazioni e non si viene mai a capo di nulla! -(ridendo) Vedi che non ti sentano i cultori della psicoanalisi! L’approccio meditativo è totalmente diverso: non cerca di “aggiustare” o migliorare la mente e l’io, perché sono proprio quelli in sé “il problema”. Ma qui il discorso ci porterebbe lontano, per ora ci accontentiamo di tornare al focus di oggi. -Quello del vivere e pensare come un sognare? -Sì, sai che nella storia fior di pensatori hanno insistito su questo concetto: Platone, Shakespeare, Calderon de la Barca, Schopenhauer… solo per citarne alcuni rimanendo in Occidente. In Oriente da millenni si dà per certo che la vita sia un sogno. -Ricordo che già Eraclito parlava delle persone non filosofe, cioè i più, come i “dormienti”, coloro che vivono e agiscono come in sonno. A volte anche noi ci comportiamo come individui addormentati. -Sicuro, su questo possiamo metterci il cuore in pace. Nelle vie di meditazione si preferisce parlare di mancanza di consapevolezza, ma il senso è lo stesso: vivere in uno stato di confusione mentale fatto di idee distorte, emozioni mal vissute, volontà cieche, fantasie insensate, follie di ogni genere. -Oggi lo si vede in giro molto facilmente, anche tra persone che hanno ruoli di potere e dovrebbero dare l’esempio. -Per conoscere la mente bisogna prima osservarla a lungo. Le vie di meditazione chiedono di portare l’attenzione sui pensieri e sul loro movimento finché un fatto diviene evidente: il nostro pensare durante il giorno e il sognare nel corso della notte non sono così differenti fra loro. -Posso confermare, la mia mente nello stato di veglia lavora senza tregua, come una corrente sotterranea, anche se posso non esserne consapevole. C’è come una voce dentro di me, un dialogo continuo, un commento su tutto quello che succede. E sembra accadere da solo senza che io possa impedirlo. -Questo ci dice quanto siamo padroni di noi stessi! Dunque se la mente è il mondo… -…allora ne consegue che se non sappiamo governare la mente non possiamo illuderci di poter governare il mondo. -Sì, ammesso che questo sia il nostro obiettivo e ne valga la pena. -Mi viene da pensare che coloro che vogliono dominare il mondo sono proprio quelli che hanno seri problemi con la propria mente. Gli farebbe bene un po’ di pratica meditativa. Glielo suggeriamo? -Per ora rimane fantascienza. Una mente malata fugge lontano mille miglia da discorsi su meditazione e ricerca personale. Ma non credere che noi siamo così diversi: ripercorrere i nostri pensieri dell’ultima mezz’ora è assistere a un film dell’assurdo, su una trama ideata da un regista poco sobrio. -Non può essere anche divertente? -Sì, se non ci perdiamo lì dentro, nel Paese dei Balocchi. Ma se vogliamo capire qualcosa della vita dobbiamo andare oltre. -Ed è qui che si apre la via della meditazione… -Certo, prima devi essere stufo di giocare col mondo e uscire dall’infanzia. Se osservi la mente abbastanza a lungo ti accorgi che ti fa vivere in un film. Ma un film non è la realtà. Se invece di vedere il mondo reale vedi solo i tuoi fantasmi mentali come puoi dire di essere nel vero? È esattamente come essere in un sogno tra chimere, personaggi da favola, fantasie oniriche, cose che come i miraggi compaiono e scompaiono lasciando il vuoto. -E poi, di giorno? -Il sognare della notte continua poi durante il giorno, in altre forme ma è sostanzialmente lo stesso. Tranne rari sprazzi di lucidità che annunciano ma non sono ancora un vero risveglio. -Curioso, al mattino ci svegliamo, ma in realtà siamo ancora immersi nel sonno della mente. Cosa fare allora per vedere il mondo così com’è? -Bisogna liberare la mente da tutti i sogni che la obnubilano. Qui si apre lo spazio della meditazione su cui però non ci soffermiamo perché il discorso merita un’altra occasione. Per ora insistiamo sul concetto di “risveglio”. Risvegliarsi vuol dire ripulire la mente come una lente per vedere la realtà così com’è, la realtà vera del mondo. E poiché il mondo è ciò che si muove nella nostra mente, è anche un vedere noi stessi per la prima volta in quello che siamo realmente. L’ordine e la chiarezza della mente presenteranno il mondo come un cosmo ordinato. La vera conoscenza non è altro che seguire questa via. -Che compito immane, mi fa quasi paura! -La vera conoscenza fa sempre paura, paura di scoprire se stessi. Ma in fondo, se guardiamo bene, anche quella non è altro che l’ennesimo sogno della mente. E ti voglio rassicurare, coloro che sono giunti al risveglio non si sono pentiti e oggi vengono considerati saggi illuminati. -Allora la paura mi è già passata, mi sento pieno di energia e pronto all’avventura. Quando si comincia? -Si comincia ora. Se invece rimandiamo a un ‘dopo’ non muoveremo un passo, perché il domani non arriva mai. -Perché anche il domani fa parte del sogno… -Bravo, vedo che hai capito! E se guardi bene, noi abbiamo già cominciato il cammino con quello che stiamo dicendo, teoria che pian piano diventa pratica. Ma visto che sei così acuto, aggiungo un’ultima cosa, la più importante: non solo la mente sogna e con quel sognare crea il suo mondo, in realtà quella che chiamiamo mente è il sognare, la mente è il sogno stesso. -Questo concetto è davvero arduo, credo di non averlo compreso del tutto. -Allora fallo diventare la tua meditazione finché non lo avrai realizzato… 17 agosto 2023
Per caso mi fu concesso dal destino di assistere a quella scena incredibile, anche se adesso sono convinto che il caso non esiste nella vita e tutto accade quando è il momento, quando noi siamo pronti a ricevere. Passavo di lì, al villaggio dei pescatori, dovevo visitare la mia vecchia madre, quando comparve quell’Uomo. C’era qualcosa nel suo incedere che aveva una particolare grazia, e qualcosa nel suo sguardo che sentii subito magnetico. Non saprei dire cosa mi attraesse, io sono una persona semplice, so fare scarpe ma non bei discorsi e non so capire sempre le persone. Ma vidi che accadeva qualcosa e allora da lontano osservai discreto. Conoscevo quel Simone, il pescatore, noto per l’onestà e la purezza di cuore, per la sua totale dedizione alla famiglia. Simone aveva appena gettato le sue reti nelle acque del lago come ogni mattina quando giunse a lui il fratello Andrea conducendo con sé quell’Uomo. Non so dire se già si conoscessero o se fosse per loro il primo incontro. Ma quello che accadde tra i due mi lasciò sconcertato e meravigliato. Lo Sconosciuto si avvicinò a Simone e si fermò di fronte a lui in silenzio. Entrambi si guardarono negli occhi per alcuni interminabili istanti. Poi l’Uomo pronunciò poche parole che risuonano ancora nella mia mente: “Seguimi e non temere Ti farò pescatore di uomini“ Le parole colpirono come dardi Simone che abbandonò le sue reti e lo seguì, subito, senza neppure voltarsi indietro. Da allora nessuno di noi l’ha più rivisto. Questo è ciò di cui sono stato testimone, il resto è quello che mi hanno raccontato: Simone il pescatore se ne è andato via e insieme ad altri segue quell’Uomo in una missione che nessuno capisce, perché per noi contano solo famiglia e lavoro. Io sono un uomo semplice e ignorante, ma sento parlare di tempi della Grande Attesa. Molti aspettano l’Avvento di un Messia, si dice che grandi santi circolino in Galilea, c’è speranza e grande fermento ovunque. Per questo ora sono lacerato dal dubbio. Mi chiedo se quello Sconosciuto non sia davvero uno di quei Giusti. Quando ricordo la luce nel suo sguardo qualcosa si muove dentro di me, una nostalgia mai provata mi colma e questo sentire diventa un tormento, una dolce ossessione che mi pervade. E una domanda ogni giorno ritorna: quale messaggio può avere tale forza da spingere un uomo a lasciare tutto e a cambiare totalmente la sua vita? Ma devo dire che dopo il primo sconcerto ho compreso la grandezza di Simone. Andare via senza voltarsi indietro in un viaggio nell’ignoto senza ritorno richiede un incredibile coraggio. Vorrei trovare belle parole per il pescatore che ci insegnò a vivere la vita senza paura, facendo la scelta più difficile e coraggiosa, per diventare pescatore di uomini nel mondo. La luce di uno sguardo lo ha trasformato, le parole l’hanno trafitto come frecce d’amore. Certo deve essere stato un miracolo di quell’Uomo che viene chiamato Gesù. 13 agosto 2023
Ricorderò sempre finché vivrò quella calda mattina di fine estate che cambiò la mia esistenza. I più grandi discepoli del Buddha erano raccolti davanti al Maestro per ricevere il suo insegnamento. Io ero lì, tra quei monaci fortunati, nella grazia della sua presenza. Un fervore percorreva l’uditorio in un clima di gioia e di attesa. Le parole del Buddha erano luce che illuminava le coscienze e donava la virtù della chiara visione. Quando il Maestro ci fu davanti cadde tra noi un profondo silenzio. Quel giorno attendevamo come sempre di udire da lui le Nobili Verità del Dharma. Ma accadde qualcosa di straordinario che lasciò tutti sorpresi e stupiti. Il Buddha si era seduto in silenzio, tra le dita della mano un fiore di loto. I suoi occhi irradiavano serenità, ma quello sguardo non era per noi. Il Maestro contemplava quel fiore con un dolce sorriso sul volto, come assorto in una visione estatica. Il silenzio si fece più profondo, si udivano le fronde delle mangrovie e lontani richiami di uccelli nel bosco. Ma intanto il tempo trascorreva, un disagio cominciava a serpeggiare tra i monaci seduti nell’uditorio. Perché il Risvegliato non parlava? Cosa significava quel silenzio? Perché teneva in mano quel fiore? Fu allora che si udì una sonora risata levarsi dalle ultime file dei presenti. Anch’io come tutti mi voltai indignato verso il monaco che aveva riso, irritato per la sua impudenza. Era l’anziano discepolo Mahakasyapa. Nessuno aveva mai osato tanto, sembrava un affronto al Maestro. Preoccupati ci volgemmo al Buddha che era rimasto quieto e imperturbato. E fu allora che il santo Risvegliato, distogliendo lo sguardo dal fiore di loto, si rivolse di nuovo a noi e parlò: “Quello che si può dire con le parole l’ho offerto a tutti voi in questi anni. Quello che con le parole non si può dire io lo dono con questo fiore a Mahakasyapa”. Lo sconcerto aleggiava tra i presenti, sentimenti contrastanti si agitavano in noi. Ma in molti affiorò una comprensione. Anch’io fui pervaso da un nuovo sentire, una lucida consapevolezza mi illuminava. Il gesto del Maestro aveva rimosso antichi strati profondi della mia mente, polvere che volava via nella vacuità e lasciava la coscienza limpida e viva. Vidi contenuto in quel fiore di loto, espresso nel linguaggio del silenzio, il cuore più puro dell’Insegnamento: la chiara visione, l’assenza di io, il silenzio, la compassione e la via della meditazione, il non attaccamento e la pace interiore, le Nobili Verità e la grazia del Maestro. Quel fiore di loto era stato offerto a tutti noi, ma non eravamo stati capaci di riceverlo, tranne il vecchio monaco ora silenzioso. La risata di Mahakasyapa era una voce che celebrava la bellezza dell’esistenza, era la comprensione più alta e definitiva, il canto estatico di un altro Liberato. Fu per me la più bella lezione del Buddha, un dono che mi giunse certo immeritato. Tu che mi ascolti fa’ la stessa cosa, non fermarti alle mie misere parole, vedi quello che si nasconde dietro negli spazi tra di esse, nelle pause… Un silenzio che parla dell’amore per la vita, un canto di lode a tutto l’Esistente, un fiore di loto tra le dita delle mani che indica anche a te la Via del Risveglio. 11 agosto 2023
Neti neti, né questo né quello, dice l’antica sapienza indiana per l’uomo che cerca sé stesso sulla via del non attaccamento. Restare distaccato da ogni cosa per scoprire la propria essenza, allontanarsi da ogni pensiero per vedere con chiarezza il primo essere risplendente, luce originaria del mondo: questa è la via dell’uomo saggio. Lasciare andare il superfluo per riconoscere l’essenziale, rimanere con ciò che definisce la reale percezione di sé stessi, la nuda coscienza di essere: questo è il sentiero del risveglio. Neti neti, né questo né quello, prendere le distanze dal mondo che sempre incanta e irretisce nelle vesti di una Maya danzante. Se tolgo tutto ciò che non è mio, abitudini, modi di essere, impulsi, meccanismi fisici e psicologici, tutto ciò che è esterno e acquisito da società, cultura e linguaggio, alla fine di tutto che cosa rimane? Se elimino gli strati formatisi negli anni che sono la mia prima identificazione, se mi spoglio di tutto ciò che passa e non resiste alla forza del tempo, se tralascio il corpo e le emozioni e tutto quello che non è realtà stabile, che cosa resta saldo e immutabile? Resta qualcosa che non si può togliere, una realtà che non si può allontanare, un essere che non si può negare, una coscienza che precede tutto e dà spazio e luce ad ogni fenomeno, del mondo visibile e dell’invisibile. Una meditazione semplice e pura: neti neti, né questo né quello, perché io non sono ‘questo’ o ‘quello’, non mi riconosco in nulla che abbia un nome, una definizione o un perché. Sono lo spettatore del teatro della vita che mette in scena il tempo e lo spazio, la quantità, la qualità, i modi e le forme, le menti e i corpi, gli eventi e le storie. In questa ragnatela trovo anche l’io, la realtà che sento e penso di essere, che però si rivela solo un epifenomeno, un oggetto fittizio creato dal pensiero, un piccolo granello di polvere che fluttua nello spazio senza confini della coscienza. L’attaccamento crea ansia e sofferenza, incatena la persona alla propria maschera, a ruoli, nomi e finzioni della vita sociale, un gioco continuo di identificazioni che prima o poi si riveleranno inconsistenti. Cadrà quindi ogni tentativo di rispondere alla cruciale domanda “chi sono io?”, perché sarà ancora l’ennesima etichetta che si sovrappone alla pura esistenza, realtà ultima al di là di ogni descrizione, atto di essere che è pieno in sé stesso, presenza cosciente che è tutto ciò che è. La vera risposta sarà oltre le parole, non più come esperienza nel tempo, ma come stato naturale dell’essere che trascende ogni tempo ed esperienza. Il semplice e puro ‘io sono’. E dunque: neti neti, né questo né quello, neti neti… neti neti… …
Nessuno vuole vivere una vita anonima che lo veda essere un semplice numero. Ogni individuo è sempre unico e speciale, vuole manifestare le sue qualità personali, ciò che lo rende riconoscibile nel mondo. La vita frenetica della contemporaneità lascia milioni di persone nell’anonimato. Da qui il disperato desiderio di contare, di apparire sulla scena, di essere qualcuno, per conquistare quel minuto di notorietà che faccia spuntare dalla massa amorfa dove il destino è rimanere nell’oblio.
Ma a volte capita l’imponderabile. Dopo aver lottato per dimostrare agli altri di esistere, di essere qualcosa, di valere, di fronte alla frustrazione e al vuoto che accompagnano sempre quel tentativo, alla fine può emergere una scelta radicale: accettare di essere nulla e passare dalla vita anonima alla ‘vita senza nome’. Vivere senza nome è rifiutare le etichette che ci sono state imposte dalla società, significa rigettare tutte le identità fittizie che vorrebbero definirci e imprigionarci. Vita senza nome è vivere nella libertà, affrancati dal peso del dover essere, liberati dal bisogno di approvazione altrui, sciolti da dipendenze e condizionamenti.
Molti mistici cristiani di lontani secoli affermavano la bellezza di essere nulla. Non possedere niente e annullarsi era la via diretta per ascendere al Divino. Vivere senza nome per elevare l’anima alla visione più alta, dove perdersi per ritrovarsi nell’unione con l’Eterno. Questa era la scelta estrema del mistico che nella rinuncia realizzava sé stesso, vivendo il più grande dei paradossi: spogliarsi di ogni cosa e avere il Tutto. Ne Il Nulla divino Meister Eckhart ci conduce su l’impervia via dell’ascesi: Tutto il tuo essere / deve annullarsi, allontana ogni qualcosa e ogni nulla! Lascia il luogo, lascia il tempo, e anche le immagini! / Procedi senza strada / sullo stretto sentiero e troverai la traccia del deserto. Parole potenti di uno spirito libero che non teme il sacrificio ultimo di sé e scioglie l’anima in un canto d’amore: O anima mia, esci, che Dio entri! Affonda tutto il mio essere nel nulla divino, affonda nel flutto senza fondo! Parole piene di silenzio e di gloria dove non arrivano il chiacchiericcio, la superficialità, l’urgenza di apparire, la smania di possedere e dominare. Il mistico sa che rinunciare a sé è la via, si deve diventare un nulla per fare spazio, per far sì che il divino possa irrompere con tutta la sua potenza e la sua luce. Perché non ci possono essere “altri” se il divino è uno ed è tutto ciò che è. È la grande lezione che ci lascia Eckhart. Vivere senza nome è il dono più grande per un essere umano che cerca il vero. È abbandonare ogni identificazione per tornare al proprio sé autentico. È spazzare via dalla propria coscienza ogni egoismo e senso di superiorità, ogni negatività e pensiero di separazione. È ritrovare l’innocenza e la semplicità, la fiducia, la compassione e la quiete. È vivere appieno la propria libertà e la propria manifestazione nell’umano. Non importa avere un nome o una fama, queste sono cose esteriori che cadranno con la morte e non lasceranno traccia. Il fine ultimo della vita è essere uno con l’Uno, solo a questo si volge il vero spirito religioso nella ricerca di ciò che non muore, di ciò che non passa e non tramonta, di ciò che non si coprirà della polvere del tempo. 6 marzo 2023
-Molte vie di ricerca spirituale affermano che ciò che esiste è una sola Realtà. Le espressioni usate per descriverla sono Uno, Primo Principio, Assoluto… -Ogni termine e solo un povero tentativo di definire l’esistere di tutte le cose. Quale tra i diversi nomi ti attira di più? -Mi attrae e mi sconcerta l’espressione Tutto-Nulla, che appare paradossale, contraddittoria, ma al tempo stesso seducente per l’intelletto. -I paradossi sono sempre estremamente intriganti e ricchi di implicazioni. Tutto-Nulla è una coppia di opposti che appaiono incompatibili perché dovrebbero escludersi a vicenda. -In effetti sembra un’espressione vuota che non serve a descrivere il reale. Come fa un Tutto ad essere Nulla? Come fa il Nulla a coincidere col Tutto? Forse è una burla filosofica, un sofisma o un termine fumoso inventato da persone che non sanno niente. -Vediamo allora se il concetto è pensabile, proviamo a prenderlo sul serio, senza precipitarci alle conclusioni. -È molto difficile pensare il Tutto-Nulla come una realtà effettiva, concreta e descrivibile. -Sì, accade per molte cose della vita che non si possono spiegare con le parole, nella logica della ragione. Ma in alternativa possiamo usare delle metafore, oppure esempi, analogie, suggestioni. -Bene, allora mi piacerebbe un esempio concreto di come si possa concepire un Tutto-Nulla. -Immagina un oggetto che si muove nello spazio a velocità crescente e che tu puoi osservare quando ti passa davanti. Man mano che aumenta la velocità sempre più difficilmente tu riesci a distinguerne i particolari, il colore o la forma o un qualsiasi dettaglio. -Be’, se si muove con la rapidità di un fulmine credo di non poter vedere davvero come è fatto. Oltre un certo limite sarà come se non lo vedessi più… -Bene, facciamo che quell’oggetto possa raggiungere una velocità infinita muovendosi in uno spazio senza limiti. Allora dove sarà quel ‘qualcosa’? -In questo caso si troverà in infiniti luoghi contemporaneamente, sarà ovunque in quella infinità… -E quindi? -Quindi dobbiamo pensare che sarà dappertutto e al tempo stesso… in nessun luogo! -Perché ogni luogo sarà raggiunto istantaneamente e l’oggetto sarà in tutti gli infiniti punti reali e pensabili dello spazio. Dovunque e da nessuna parte. -Dunque questa è una metafora per raffigurarci il Tutto-Nulla: qualcosa che è in tutti luoghi, ma al tempo stesso non si trova in nessun luogo preciso perché è impossibile dire dove è in un certo momento… -Sì, diciamo che potrebbe essere la soluzione del paradosso. L’essere si mostra dovunque, è ovunque, ma al tempo stesso non si trova da nessuna parte, non è realmente né qui né là. Quindi è… e non è! È un Tutto-Nulla. -Questo però solo nel caso che il movimento di quel ‘qualcosa’ si dia ad una velocità infinita… -Sì, perché una velocità finita, cioè misurabile, rimarrà sempre un nulla rispetto all’infinito. Se io viaggio a miliardi di chilometri al secondo, rispetto all’infinità dello spazio è comunque come sé stessi fermo. La distanza di miliardi di chilometri rispetto all’infinito è un niente. Eoni di tempo rispetto all’eternità non sono neanche un battito di ciglia. -Ma Einstein ha dimostrato che non si può superare la velocità della luce, è una legge fisica assoluta. -Certo, è un limite insuperabile… per la luce! -Perché, c’è forse qualcosa che può infrangere quel limite? -Sì, un principio immateriale che non soggiace alle leggi fisiche del cosmo materiale: la Coscienza. Immagina una luce che può illuminare simultaneamente ogni angolo di uno spazio. La luce non è solo nello spazio, è quello spazio. Allo stesso modo la coscienza può essere istantaneamente ovunque e dà una realtà a quel vuoto. Perché senza la coscienza non ci può essere alcuna realtà. -Be’, io posso immaginare un mondo lontanissimo nello spazio che non è e non sarà mai percepito da alcun essere cosciente… -Non direi, in questo momento la tua coscienza lo sta raffigurando, lo sta concependo, lo sta creando, anche se solo come idea. Un oggetto di fantasia ha sempre bisogno di un qualcuno che lo vede. -Quindi la coscienza non è nel mondo, ma è il mondo stesso… -In questa prospettiva, la coscienza e il mondo sono la stessa cosa. -È una visione che mi dà la vertigine. È come vedere la realtà dissolversi, perdere ogni concretezza… -Se andiamo alla fisica delle particelle della realtà subatomica troviamo il famoso principio di indeterminazione della Fisica quantistica, che afferma l’impossibilità di stabilire la posizione esatta di una particella in un dato istante. Se l’elettrone si muove a velocità relativistiche in uno spazio infinitesimale, dove puoi trovarlo e come puoi definirlo se non in termini probabilistici? -La realtà scivola via davanti ai nostri occhi, come il divenire di Eraclito. Se penetriamo nella profondità della materia, in quel brulicare pazzesco degli atomi ogni cosa diventa incerta, indeterminata, sfuggente, indefinibile… -Tutto si muove a una tale velocità che possiamo dire che è e non è al tempo stesso. È la manifestazione microcosmica di quel Tutto-Nulla di cui stavamo parlando. -Dunque nulla sta mai fermo, in questo senso non si può mai determinare la struttura di una cosa come una sostanza perché tutto diviene, tutto muta incessantemente passando dal nulla al nulla, pur essendo qualcosa… -E avendo una velocità infinita il Tutto-Nulla accade in un momento, senza un prima e un dopo. Non ci può essere tempo o distanza che non siano immediatamente superati. -Quindi, se consideriamo l’esistenza nella sua totalità, tutto è già compiuto, nulla accade realmente… da sempre e per sempre… -Se guardi bene, tutto l’esistente è una sola cosa che accade in un singolo momento, anche se, nella percezione della mente individuale, tempo e spazio si dilatano, si srotolano come mondo, nella forma dell’universo come noi lo conosciamo. -È una forma di panteismo? -Lasciamo le etichette, non servono molto quando vogliamo descrivere la realtà. Sono concettualizzazioni limitanti, che creano solo contrapposizioni e fraintendimenti. -Dunque il Tutto-Nulla che è Coscienza rallenta la sua velocità infinita, frena la sua corsa, per…? -…Per percepire sé stesso nel gioco di tutte le sue infinite apparizioni, nella indeterminatezza del divenire, nel contrasto e convivenza di tutto e nulla che è l’essenza di ogni ente reale. -E la nostra individuale coscienza? -Fa parte di quel gioco cosmico, di cui rappresenta un frammento, una visione parziale, un livello più basso di frequenza in cui percezioni, memorie, pensieri, emozioni prendono forma e svaniscono un attimo dopo in quel nulla da cui sono spuntati. Oppure, se preferisci, la coscienza singola è separazione, limitazione, punto prospettico, ente individuale che per un attimo sembra reale. -“Sembra” reale o lo è davvero? Noi esistiamo realmente o siamo solo un ‘sogno’ di quella infinita Coscienza Tutto-Nulla? Confesso che ho timore a trarre la conclusione… -(ridendo) Da quello che abbiamo visto fino ad adesso, tu cosa dici? 12 aprile 2023
Fu chiamato dal Poeta la selva oscura quel folto intrico di pensieri ed emozioni, che con la sua fitta trama preclude ogni luce e confonde lo sguardo che cerca il sentiero. In quel bosco misterioso incrociano tortuose vie, fiere e animali di sogno si aggirano inquieti a cercare la preda che ingenua si addentra. La selva oscura è la nostra realtà interiore, luogo ove la mente e il corpo si avviluppano in una festa di vita tumultuosa e scomposta, dove l’uomo si trova rapito e dimentico di sé. Laggiù la coscienza giace addormentata, ignara dell’accadere di ogni bene e male, in attesa di un primo timido raggio di luce che rechi l’annuncio del vicino risveglio. In quel luogo di conflitto e non libertà la mente separativa celebra il suo dominio: ragione calcolante, schiavitù dai desideri, eccessi di volontà e pulsioni ingovernabili, immaginazione inetta a scorgere il nuovo, sentimento e intuizione prigionieri dell’io. Qui si apre la porta della discesa agli inferi, ineludibile passaggio per ogni essere umano. È l’incontro con ignoranza, illusione e dolore che fa nascere la domanda sacra su sé stessi. La coscienza può essere risvegliata dal sonno solo attraverso un lungo e periglioso cammino che non rifugge dall’esperienza del negativo, ma lo affronta e lo integra in un sentire superiore. La selva oscura è il mondo del corpo-mente che, se trasceso, apre alla consapevolezza, alla chiara coscienza del bene e del male, alla conciliazione dialettica degli opposti, come conoscenza di sé che tutto abbraccia. Ogni fase di vita deve avere i suoi maestri, guide che ispirano e orientano nella ricerca, ma capire la giusta via è compito di ognuno, ne va della propria verità di persone libere. La coscienza risvegliata si fa consapevolezza, sguardo acuto sul mondo e limpida saggezza. È poi l’intuizione spirituale a sollevare oltre, fino alla visione dei più alti reami dell’essere. Ma la realizzazione più grande e gloriosa non può mai dimenticare le antiche radici: nella selva oscura si è rivelato il senso di un viaggio terreno fatto di gioia e dolore; abbiamo vissuto solitudine e sperdimento; abbiamo imparato la fiducia e l’amore; ci siamo trasformati in spiriti forti e liberi. Così comincia il sentiero di ascesa alla luce. Così è possibile tornare a riveder le stelle. 26 giugno 2023
Quelle che vediamo nel mondo non sono “cose” ma processi, trasmutazioni, vita in movimento. Nulla è statico nella realtà, nulla sta fermo, niente è semplicemente quello che appare, ciò che è ora non è mai ciò che era e sarà. La legge del cambiamento regna e dispone perché la vita possa rigenerarsi all’infinito. Nascita e morte si alternano nel moto esistenziale, l’una apre le porte all’altra, la invita, la prepara, un legame profondo tra le discordi forze si rivela nel gioco che conduce ogni ente al suo destino. La realtà ultima di ogni esistenza è inafferrabile, nessuna definizione può contenere e descrivere, nessun numero può misurare e parola spiegare ciò che rimane indecifrabile nella sua essenza. Non possiamo sapere cosa siano il rosso o il verde se non abbiamo mai visto il rosso e il verde. Non possiamo capire cosa siano il dolce o l’amaro se non li abbiamo assaggiati almeno una volta. Non possiamo comprendere il piacere e il dolore se non ci siamo ancora passati attraverso. Ma anche quando ne abbiamo fatto esperienza ci accorgiamo di non avere afferrato l’essenziale. La conoscenza resta sempre ai lati della cosa, è un maldestro tentativo di rendere ragione di qualcosa che rimane ad un’abissale distanza. Quell’essenza che sempre sfugge allo sguardo è incomprensibile perché non obbedisce a ordini, è il principio di libertà che è la natura di ogni ente, è lo spazio incontaminato dove ogni cosa è ciò che è. Nulla è meccanico, risaputo e prevedibile nel nucleo profondo di ogni reale esistente: come dimensione di interiorità e luogo di verità l’essenza non sottostà al tempo e a condizioni, non si fa rinchiudere negli schemi dell’intelletto. Dall’archetipo eterno di un’intelligenza infinita ogni ente si origina e intraprende il suo corso compiendo in sé stesso il proprio essere, mostrandosi nella trasparenza della forma, offrendo la ricchezza dei suoi mille volti, ma rimanendo al tempo stesso puro e inviolato perché il mutamento è solo parvenza fenomenica. Nella profondità insondabile della sostanza reale nulla davvero si muove o cambia o trascorre. Gli eventi del mondo si avvicendano tumultuosi in una girandola di colori, fenomeni ed emozioni, in una festa di vita che celebra l’illusione e la bellezza, ma il centro della ruota rimane quieto e immobile, non scalfito o perturbato dalle onde in superficie. Il centro dell’ente è la sua vera essenza immortale. È lo spazio di libertà che non contempla opposti. È l’affermazione sacra della propria origine eterna. È il senso profondo dell’esistenza come miracolo. È il supremo mistero che in eterno sarà custodito. È creazione pura che si dischiude solo nella libertà. 22 giugno 2023
Nel gioco dei riflessi del mondo puoi vedere te stesso e tutto il senso della vita che ti corre accanto. Nella foglia che cade si rivela la transitorietà delle cose, in quel germoglio che cresce l’esuberanza della natura. Il vento spazza la pianura e rinnova il canto del vivente, rigenerando ogni cosa come una pura acqua di fonte. Ovunque la vita ferve, si muove inquieta, si espande, perché non ci può esser fine a ciò che non ha principio. Infinite forme si incontrano e lottano e si intrecciano come gli elementi di una grande orchestra cosmica, in una sinfonia che accorda tutte le voci ed ogni diversità. Tutto si mescola e partecipa ad un complesso gioco, in un apparente caos che è in realtà un ordine superiore. I fenomeni si alternano in una immensa danza che confonde i confini delle cose e i loro destini, mentre il danzatore scompare nel vorticoso movimento. Il bene e il male non si riconoscono più separati, ogni cosa è anche il suo contrario e molto di più. Miracolo e peccato sono le facce di una stessa realtà che non risponde a imperativi e tutto vuole contenere e si muove nella contraddizione e nel paradosso, in un luogo ove né speranza né oblio sono il rimedio, dove odio e amore convivono circondati di rose e spine, Ogni momento si sporge sull’orlo dell’eterno abisso e diventa un glorioso, assoluto ‘ora’ esistente, asserzione definitiva di un essere-nulla che inquieta e soggioga l’immaginazione nel pensare oltre il limite. Dunque in ogni riflesso e palpito di vita vedi te stesso, ti osservi apparire in mille forme, modi, volti e identità. E comprendi di essere tutto questo che risuona in te, catturato dalla melodia di una cetra incantatrice, ma al tempo stesso partecipe di una chiarezza che anche nella più fatua illusione scorge il vero. Perché questo è ciò che sei nella tua essenza, anche se te ne sei dimenticato da molto tempo, avviluppato nelle spire di un piccolo io informe che pretende di negare l’ultima inalterabile verità. Tutto ciò che vedi racconta di te e ti appartiene, ti attende mascherandosi nelle vesti di un “altro”. Ma l’illusione ingannevole non può durare a lungo. E allora ecco che nel momento più impensato, quando meno te lo aspetti, un velo cade dagli occhi. Lo sguardo si leva in alto e scruta oltre il confine, poi torna giù, fattosi limpido, alle cose di sempre e ‘vede’ ciò che già dall’inizio era lì in attesa. Ogni situazione di vita può essere il momento. In un rosso tramonto puoi scoprire la chiara visione che nel gioco dei colori si trasfigura in desiderio, in un inestinguibile sentimento di nostalgia dell’Oltre che ti conduce a superare la separazione dal mondo. La parola che si librava a fissare i contorni delle cose ora è muta, sospesa a restituire lo spazio del silenzio. Alla fine il gioco dei riflessi del mondo ti ha rivelato, vedi una parte di te in tutto ciò che vive e accade, in innumerevoli specchi e immagini e simboli sacri. Ogni segreto si schiude allo sguardo contemplativo. in un cammino senza principio né fine né ragione. Un viaggio di scoperta, di ricordo, di ritorno a te stesso.