Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Impegnato nella gara di corsa con la tartaruga davanti al pubblico vociante delle Olimpiadi il prode Achille veniva sconfitto nell’ignominia. Il Piè Veloce che già pregustava una facile vittoria tentava invano di raggiungere la testuggine e alla fine si arrendeva cadendo nella polvere, umiliato nella sua immagine di Imbattibile, sconfitto dalla sua vanità e dal suo orgoglio, vinto dalla smania di combattere e dominare -il solo modo di vivere che aveva fatto suo. Il grande eroe non era mai stato filosofo, pagava così la sua selvatica ignoranza. Non conosceva la tradizione degli Eleati, gli sarebbe stata utile per comprendere che la sua impresa era destinata a fallire, la ragione già lo condannava senza appello.
L’implacabile logica dialettica di Zenone dimostra che non potrai mai raggiungere chi fugge davanti a te con un vantaggio, perché lui sarà sempre un tratto più in là, quando gli sarai vicino si sarà spostato, anche se di poco. E così di nuovo, all’infinito… È l’eterno conflitto tra i sensi e la ragione: i sensi ci attestano il mondo del diveniente, un molteplice fatto di forme, colori e suoni, -dunque anche la contesa di Achille e tartaruga, scena fatta di vivide immagini in movimento- mondo che non dubita mai della sua verità; il logos invece si pronuncia solo sull’essere, -immobile, ingenerato, perfetto e incorruttibile- affermando che il mondo del divenire è illusione, la molteplicità è un sogno, solo l’Uno esiste. Nel mondo dei sensi Achille supera la tartaruga. Nella verità della ragione Achille è sconfitto, anche perché nulla accade realmente, non esiste Achille, non tartaruga, né movimento, non colori suoni o azioni, né vinti o vincitori. I sensi frammentano la realtà in parti separate apparentemente autonome e in lotta fra loro, ma ciò che appare è solo un gioco chimerico, la vera realtà dell’essere è l’unità di ogni cosa. Nella prospettiva razionale dell’Eleatismo l’essere esiste come realtà ultima e innegabile. Fedele al principio di non contraddizione la ragione giunge alla conclusione più radicale: ciò che non è puro essere non ha esistenza, è solo apparenza del mondo della percezione -spazio, tempo, mondo delle cose e noi stessi. Dunque a chi affidarsi? Ai sensi o alla ragione? Scegliamo la via della verità o della doxa? Vogliamo cogliere l’essenza di ciò che è o vivere cullati nel mondo delle illusioni? Sulle orme di Parmenide, venerando e terribile, Zenone con la sua dialettica inesorabile taglia d’un colpo il nodo di quel paradosso che vede la tartaruga battere l’eroe Achille. C’è solo l’Uno ingenerato che non diviene. Dunque, contro chi o cosa può lottare l’Uno se è tutto ciò che esiste? Contro se stesso? Dove finiscono la competizione e la lotta in una realtà increata che è perfetta quiete?
Ma rimane comunque il mondo della dualità. Privato della sua realtà e spoglio di ogni verità è pur sempre capace di operare l’incanto. Finché un qualcuno sente di essere un “io”, finché si aggrappa ai sensi e alle apparenze, abita ancora nel Paese dei Balocchi, ammaliato dalla danza delle forme. E qui ritrova tutti i personaggi delle fiabe -pure Achille e la tartaruga alle Olimpiadi. Nel mondo della doxa tutto è incerto e caotico, ma anche immensamente dilettevole e istruttivo per chi è disposto a imparare, in attesa di approdare alle rive della ragione. E allora ecco di nuovo la nostra tartaruga che dà al prode Achille una bella lezione, vincendo con la forza della lentezza, paziente come l’acqua che leviga la pietra. La tartaruga vince col sorriso, senza lottare, anche perché vincere è il suo ultimo pensiero. E lei vivrà a lungo, mentre l’invincibile Achille ben presto vedrà abbreviarsi i suoi giorni e perderà la vita nella maniera più sciocca, colpito nel tallone a rivelare la sua fragilità.
Ma la lezione deve valere anche per noi. Alla fine capiamo che siamo tutti degli Achille quando viviamo nell’angoscia di arrivare primi, buttati in una competizione che non ha mai vincitori. La saggezza può aiutarci nel mondo del diveniente. La ragione ci apre alla verità del mondo dell’essere. È la tartaruga di Zenone a indicarci la via. 12 novembre 2024
-Le grandi Sapienze del mondo ci insegnano: “non giudicare”. Sento che questo principio è giusto, però mi chiedo: se ci asteniamo dal giudicare allora non possiamo esprimerci su nulla, possiamo solo rimanere in silenzio… -Be’, non sarebbe poi così male, molti mistici e sapienti hanno scelto il silenzio meditativo e non sembra si siano mai pentiti. Ma noi non siamo in un monastero o in una grotta sull’Himalaya, viviamo in una società complessa dove il linguaggio ha un ruolo importante. Siamo obbligati a usare le parole e quindi, volenti o no, a giudicare. Si tratta di capire qual è il modo di giudicare che possiamo considerare buono, lecito e giusto. -È possibile esprimersi sulle cose senza che diventi un giudicare negativo o distruttivo? E come riconoscere un giudizio buono da uno che non lo è? -Dobbiamo distinguere il “giudicare” da quello che definiamo constatare, prendere atto di una situazione, osservare e descrivere un fatto. Io posso esprimere un’opinione e dire qualcosa su una situazione o una persona, posso fare delle scelte, ma senza “giudicare”, senza per questo diventare un giudice e pronunciare sentenze. -È davvero possibile? Quindi come faccio a capire se sto semplicemente “constatando” o sto “giudicando” le persone? -Il primo passo è cercare di essere oggettivi nel comprendere ciò che accade, essere sempre informati, accurati e lucidi nell’approccio ai fatti e, per quel che si può, scevri da pregiudizi. Bisogna mettere al primo posto sempre la verità. E pronti, se necessario, a smascherare i giochi di potere e dire che il re è nudo. Ma bisogna stare molto attenti, è facile perdere la misura e trovarsi a dispensare giudizi nel peggiore dei modi e fare del male ad altri. Il nostro deve essere un vagliare con coscienza, un discernere, un agire unito a equanimità e senso di responsabilità. Ci vuole tempo per impararlo. -C’è un indizio, un segno che ci aiuta a capire che stiamo agendo nel modo giusto? -Sì, quando non te la prendi personalmente, quando la tua soggettività non si sovrappone all’osservare e al comprendere. -Temo di non avere capito… -Se di fronte a un fatto o una situazione vedi che questi rimbalzano dentro di te e creano una reazione e che sei coinvolto in prima persona, se insorgono forti passioni, se ti senti soggettivamente toccato, disturbato, maltrattato o anche lodato e apprezzato, è molto probabile che tu sia nel mondo del “giudicare”. C’è di mezzo il tuo ego. Il tuo discernimento non è più oggettivo, è inquinato dalle tue istanze personali. -Questo mi accade spesso, direi ogni giorno… -Accade a tutti, stai tranquillo, non fartene una colpa. Si tratta di lavorare su di sé, mettersi alla prova e osservarsi costantemente. Stai giudicando anche quando, osservando un’azione che ritieni sbagliata, accusi la persona e pensi che è lei sbagliata, lei in quanto tale è l’errore. -Perché, non è così? È la persona che sbaglia… -Sì, ma questo non vuol dire che la persona sia sbagliata in sé. Devi distinguere l’individuo dalle sue azioni e giudicare solo quelle. Anche una persona intelligente può fare un errore madornale, mentre quella mediocre può fare un’azione lodevole. Noi non conosciamo mai la storia di un altro individuo fino in fondo, non siamo lui, non possiamo giudicarlo applicandogli un’etichetta. Non sappiamo mai davvero il perché di quell’azione che potrebbe essere molto diverso da quello che noi immaginiamo. Dobbiamo mantenere sempre un sano dubbio per non cadere nel senso di onnipotenza. Dobbiamo dare sempre a chiunque la possibilità di riparare, cambiare e dimostrare di saper fare meglio. Ogni persona è per noi in quanto tale un valore e quindi degna di rispetto. -In effetti vedo che spesso giudichiamo cercando in giro un colpevole da additare, quello che riteniamo la causa del nostro stare male e di tutti i nostri guai. È chiaro che in quel caso stiamo sfogando i nostri impulsi, gli istinti peggiori, le paranoie, le paure, le frustrazioni… -Quando accade così sei sempre “contro” qualcuno o qualcosa, cerchi il conflitto, ti crei un nemico per portare avanti una crociata da valoroso paladino del vero. Non ti devi mai sentire un dio in terra dispensatore di giustizia, non devi sentirti dalla parte del giusto senza che un dubbio affiori e ti faccia dire “forse”. Non devi sentire di fare parte di un gruppo eletto di persone speciali o superiori, devi sempre pensare di non essere superiore o inferiore a nessuno e che questo vale anche per tutti gli altri. -Si dice “non giudicare altrimenti sarai giudicato”… -Se giudichi sarai giudicato a tua volta e magari da te stesso. Devi lasciare le persone libere, mai opprimerle, sminuirle o deriderle, i tuoi giudizi possono ferire come spade e pesare come macigni. -Dunque prima di giudicare gli altri devo saper giudicare me stesso… -Anche l’autogiudizio può essere pernicioso e distruttivo, conviene essere sempre cauti ed equilibrati. Ma se comprendi che negli altri critichi le stesse cose che tu stesso fai o hai fatto, gli stessi errori che hai commesso e i problemi che hai incontrato, sei sulla strada giusta per liberarti una volta per tutte dal dominio del “giudicare”. -C’è anche un modo di giudicare utile e positivo, diciamo un “buon giudicare”? -Sì, ma il “buon giudicare” deve nascere da una continua meditazione, un intenso lavoro su di te. -Puoi darmi qualche indicazione concreta? -Quando giudichi un altro chiediti sempre se anche tu stesso non soffri dello stesso difetto; guarda la situazione da una posizione ampia e panoramica; fai in modo che il tuo ego non sia coinvolto; non giudicare gli altri in base a nome, provenienza, status, ricchezza, bellezza, ecc., cose legate ai tuoi gusti personali o alle tue proiezioni e idiosincrasie; non criticare l’altro se si discosta dal tuo modo di pensare, dal tuo modo di vedere la vita, da quello che fai e da quello che scegli, perché la sua libertà è sacra, compresa la libertà di sbagliare. -Ma poi cosa posso fare come azione in positivo? -Il “buon giudicare” se hai capito è alla fine semplicemente un non giudicare. Alla fine sostituisci al giudizio separante una relazione con l’altro basata su compassione, comprensione, empatia, sintonia, sentimento di appartenenza. Riconosci nell’altra persona la stessa umanità che ti appartiene. Accogli anche la possibilità di sbagliare che fa cadere, rialzare e progredire, che fa diventare uomini. Sai che tutto questo vale anche per te. E comunque puoi sempre constatare, valutare una situazione, dialogare, esprimere un parere e in questo senso formulare un giudizio, che però sarà sempre costruttivo, amorevole e guarderà sempre al bene dell’altro e di tutti. -Qual è la prima qualità che si deve avere per agire nel non giudizio? -Essere sempre veri ed onesti. Ci si deve esporre per primi. Il nostro non-giudicare non deve essere una maschera di perbenismo che invece nasconde sentimenti negativi, falsità o paure. Deve partire da un atteggiamento di apertura all’altro. Deve creare comunicazione, intimità e solidarietà. Deve essere un vivere con gli altri in pace. Solo allora il giudicare diventa sano, giusto, umano e regala qualcosa di bello al mondo. 10 novembre 2024
In un mondo dove tutto si trasforma anche noi siamo in costante cambiamento. I pensieri e le azioni si susseguono in una lunga catena senza fine, le emozioni e i sentimenti si alternano in un incessante girotondo interiore. Gli esseri umani sono un flusso, non una realtà statica e definita, vivono il momento creando se stessi, modellando e mutando la propria identità. Ma la realtà dell’uomo è duplice: da una parte la continua metamorfosi, l’aspetto diveniente della personalità; dall’altra un’essenza permanente, una coscienza che rimane stabile e non soggiace alla legge del tempo. C’è in noi un nucleo che non muta e rimane sempre identico a se stesso in mezzo al vorticoso cambiamento, nel fiume delle azioni e dei pensieri. Siamo un incomprensibile paradosso, una realtà che vive in due dimensioni, sempre in bilico tra il divenire e l’essere. È quello che rende l’uomo speciale, imprevedibile, sfuggente ed enigmatico, non riducibile ai calcoli della logica. Da qui gli inestricabili problemi e i dubbi quando vogliamo esprimerci sull’umano: Si può davvero giudicare una persona? Quale verità si può scoprire di un uomo? E da quale punto dobbiamo cominciare? Cosa rappresenta la nostra vera identità? Possiamo guardare le azioni compiute e giudicare un uomo dal loro risultato, ma nulla sappiamo delle vere intenzioni, vediamo dell’altro solo l’aspetto esteriore, la realtà interiore rimane inaccessibile. Azioni ispirate dai propositi più elevati spesso producono risultati disastrosi, azioni spinte da motivazioni egoistiche possono produrre risultati esaltanti. Finché noi giudicheremo dall’esterno la persona rimarrà sempre un mistero, potremo solo costruirne un’immagine che non sarà mai la sua ultima verità. Ma l’essere umano ha una vita interiore, una realtà profonda e incontaminata, un suo centro inalterabile: la coscienza. Quando volgiamo ad essa lo sguardo entriamo in sintonia con le persone su un piano che non è più del divenire. Le diversità esteriori allora non contano, lo sguardo che va oltre la superficie percepisce quel nucleo immortale che è l’ultima, vera realtà di ciascuno. L’uomo diveniente giudica il bene e il male, è subito pronto a emettere verdetti, si sente crociato di una giustizia terrena, ma non vede oltre l’apparenza esteriore. L’uomo interiore non conosce il giudizio, non si ferma alle azioni cattive o buone, non pronuncia mai sentenze definitive, sa che le cose vanno, vengono e cambiano, e così gli umani con le loro contraddizioni. In superficie tutto è un gioco di bene e male, in profondità tutto è immobile e perfetto, le onde sono in incessante movimento ma il fondo del mare è calmo e silenzioso. Le domande sull’uomo possono avere risposta solamente nella prospettiva dell’uomo interiore, dove l’intelligenza si fa capacità di vedere che punta sempre solo al cuore delle cose, uno sguardo che si volge a ciò che non muta e sa cogliere la verità più alta dell’umano e osservando la purezza interiore dell’essere riconosce la sacralità dell’intera esistenza. 7 novembre 2024
-Si dice che siamo noi stessi a creare i nostri problemi. Sei d’accordo con questa affermazione? -Sì, ma in un modo particolare, per cui vanno chiarite alcune cose. Cominciamo col dire che un “problema” lo puoi creare solo riferendolo al passato, altrimenti ci sono solo situazioni di vita da affrontare nel presente. I nostri cosiddetti “problemi personali” sono sempre collegati al passato, mentre nell’adesso c’è solo ciò che si pone come una situazione, un fatto che richiede una risposta e un agire. -Non è giusto andare a cercare nel passato l’origine dei nostri problemi per risolverli? La psicoanalisi e le psicologie in genere affermano con forza che questa è la strada da seguire. -Sì, possiamo esplorare problemi risalenti a tempi trascorsi, all’infanzia, alle esperienze vissute. Puoi riflettere su un problema, ricercarne le cause, la genesi, per cercare di sradicarlo dalla mente come una pianta infestante. È la via dell’analisi che si volge al passato, ai ricordi, alla tua storia personale. In parte può essere d’aiuto, ma non è la vera soluzione. -Se non si torna al passato, a quello che siamo stati e a quello che abbiamo vissuto, come ci muoviamo? -Dobbiamo innanzitutto comprendere che ogni problema si intreccia con infiniti altri, in una catena senza fine. Un episodio ne richiama un altro, cause ed effetti si moltiplicano in mille direzioni. È un labirinto da cui non uscirai mai, se vuoi esplorare un problema nei dettagli ne vedrai spuntare infiniti, rimarrai intrappolato in un dedalo inestricabile. -In effetti devo confessare che spesso mi capita: quanto più cerco di analizzare un problema tanto più questo sembra ingarbugliarsi, perché vengono fuori mille risvolti, sfaccettature, collegamenti con altre situazioni. Più provo a sciogliere i miei problemi, più sono nei guai, mi ritrovo sempre al punto di partenza… -Sei acuto nelle tue osservazioni. In effetti è così che si comincia a studiare le cose, guardando con onestà e senza pregiudizi ciò che accade, per vedere se il nostro approccio alle cose funziona o no. -Quindi guardare al passato è una falsa via di uscita, dobbiamo rassegnarci e tenerci in eterno i nostri bei problemi… -No, possiamo partire da questo fatto irrefutabile: il passato è passato, è una cosa morta, andata, finita. È impossibile tornarci e farci qualcosa, non ha più alcuna realtà, è solo una pallida memoria, un fantasma che ci segue come un’ombra. -È quindi questa la fonte dell’errore? -Osserva bene. Di ciò che è stato rimane solo un ricordo incerto e frammentario e perlopiù distorto. Non puoi tornare indietro a riparare o modificare le cose avvenute, se ci provi vivi solo frustrazione e senso di impotenza. Quando ti rendi che non ci puoi fare più niente, rimani deluso e amareggiato, puoi solo rimpiangere, interpretare, ripercorrere il passato con mestizia. L’errore è proprio nel fatto di identificarsi con il proprio passato, di convincersi -nel presente- di essere il risultato di ciò che è stato. -Ma in fondo non facciamo così? -Certo, lo facciamo tutti ed è proprio questo l’unico, reale problema, il fatto che poi diventiamo sempre quello che pensiamo di essere. Se pensi di essere un individuo pieno di problemi come risultante del tuo passato, alla fine quello diventerai. In realtà tu rinasci ogni momento, sei sempre nuovo, non sei mai l’individuo di ieri o di dieci anni fa. -Come dire che l’uomo di ieri è morto col suo passato? -Sì, quindi a che pro trascinarsi dietro una zavorra di ricordi di un tempo che fu? Quelli lasciali nel museo della tua memoria, come anticaglie inutili e impolverate, da rivisitare ogni tanto. -Dunque, se ho capito, non devi pensare, o peggio sentire, di essere i tuoi problemi. Devi vivere nel qui-ora e da lì partire per l’azione. Però non è facile rinunciare all’idea che analizzare il passato sia utile per comprendere le cause dei problemi personali… -Allora metti alla prova quel metodo e vedrai: la via del sezionare, esaminare, scandagliare il proprio passato non risolve mai i problemi. Finisci solo per nutrirli, accrescerli, drammatizzarli, ne fai la causa di tutti i tuoi difetti, mancanze, negatività e desideri frustrati. Questo ti impedisce di vedere cosa sei ora e quali sono le tue potenzialità. Non sentirti mai condannato dal passato a una vita grama e infelice, è ciò che accade quando ti identifichi col “problema” e cerchi di attaccarlo nel modo sbagliato. Ci può essere una situazione difficile e drammatica che stai vivendo nel presente, ma devi vederla come un fatto da affrontare con mente libera e coscienza vigile. Lascia andare il passato con tutti i suoi drammi, non stare lì a piangere, non perderci tempo, lascia ciò che è morto a se stesso. -Allora qual è la chiave per venirne fuori? Una volta capito che quella via non funziona, cosa fare dopo? -La via da percorrere è sempre la più semplice: diventare consapevoli. Rimani nella tua consapevolezza e guarda cosa succede. Non identificarti con i problemi del passato, guardali con distacco, sono solo ectoplasmi, liberatene subito, ora. È vero che essi sono nella memoria e ci condizionano, ma solo a livello della mente. Non credere di essere la tua mente, tu sei coscienza libera e pura. La consapevolezza rimane sempre fresca e incontaminata ed è la parte di noi più vera, reale, inviolabile. Quando sei stabile nella tua coscienza vedi i problemi dall’alto, da una prospettiva più ampia, allora è facile capire la loro inconsistenza e la futilità del tentativo di andare a risolverli uno per uno. Si può solo spazzarli via tutti con un gesto radicale, vedendo che sono solo una costruzione fittizia, proiezioni della mente, una zavorra inutile che ti trattiene in basso, invischiato nel pantano. -Quindi la comprensione deve avvenire tutta d’un colpo? -I problemi devono cadere alla fine tutti insieme, come un castello di carte, alla luce della consapevolezza, come quando ti rendi conto che ciò che vedevi era solo un sogno o un miraggio. Tu sei reale solo nel presente, quindi cosa puoi fare del passato se non lasciarlo andare e svanire? Però non ti puoi disfare di quei problemi con la stessa mente che li ha creati, il pensiero è sempre rivolto al passato o al futuro, mentre tu esisti nel presente, solo nell’adesso puoi veramente agire, con la coscienza chiarificatrice che è ora. -Ma se anche non la chiamiamo più “problema” rimarrà sempre una qualche situazione che sarà estrema, irrisolvibile, come la morte… -Certo e noi affronteremo anche quella, comunque sia. Se non è un problema ma solo una situazione presente da affrontare, cosa possiamo fare se non cercare di comprenderla e agire nel modo che riteniamo appropriato, illuminati dalla nostra consapevolezza? -Mi chiedo se gli uomini possano vivere davvero senza problemi, perché a volte ho l’impressione che in fondo non possano farne a meno, che li coltivino per sentirsi vivi… -Hai ragione, per la maggioranza delle persone è così. I problemi sono una stampella che sorregge il loro vivere minato dall’insignificanza. Col distacco della consapevolezza ti libererai dal peso di infiniti problemi e da un modo di vivere immaturo. Lascia perdere tutto questo e domandati chi sei tu. Sei il tuo carico di problemi o qualcosa che sta oltre? Se dai un calcio al tuo passato pieno di drammi, perdi qualcosa o la tua vita si fa più leggera? Una situazione può essere dolorosa, ma, priva della sofferenza psicologica che la accompagna se vista come un problema del passato, una volta osservata con distacco e compassione sarà solo ciò che accade nel momento, una sfida che l’esistenza ti pone davanti. Niente più rimpianti, lamentele, rabbia, angosce, malinconie, risentimenti, pensieri di autocommiserazione. Sarai un essere umano sano e autentico, non malato del passato, ma vivo nel presente. -In questo momento da dove posso cominciare il mio cammino? -Qual è un problema che sei convinto di avere come persona? -Sono sempre stato troppo timido nei rapporti con gli altri. E la causa forse… -Lascia stare le cause, non ci interessano e non contano. E guarda: il fatto che sei consapevole di ciò, il fatto che puoi prenderne le distanze, vuol dire che già non sei più identificato con la tua timidezza, hai fatto il primo passo al di là di essa, per liberartene. Lavora su questo “problema” osservandoti con costanza e vedrai, in breve tempo lo vedrai dissolversi. La timidezza rimarrà una situazione che sarà solo un aspetto, magari il più intrigante e il più bello, del tuo modo di essere. Non ci sarà però sofferenza, accettandoti per come sei vivrai in pace. Accadrà che la timidezza sarà il tuo dono prezioso al mondo. -In effetti, a ben vedere, cosa c’è di male nell’essere timidi? Perché non posso essere come sono? E poi, se vedo la mia timidezza vuol dire che ne ho già preso le distanze. Prima ero timido, ora lo sono ancora, ma me ne importa qualcosa? L’unico vero problema è che scioccamente me ne facevo un problema… -(ridendo) Ti vedo già sulla via della guarigione… Poi, quando con la pratica la tua consapevolezza si sarà rinforzata, potrai fare la stessa cosa con gli altri tuoi problemi. Un giorno li prenderai tutti insieme e li butterai nel fosso… e passerai oltre, camminando col sorriso di un cuore lieve. 5 novembre 2024
Finché vivi come una macchina non sei ancora diventato un uomo. Trascinato dalle abitudini di vita, condizionato dai pensieri ripetitivi, costretto da impulsi, brame e bisogni come umano ti riduci a meccanismo, a funzionare come una rotella dentata nella matrix sociale che tutto pervade. Finché non vedi di essere una macchina, finché non lo hai davvero compreso, non hai ancora scoperto chi sei in verità. Fai parte di una grande scena teatrale di cui altri hanno scritto il copione, inconsapevole pedina di quel gioco, ingenuo interprete di un canovaccio dove il finale della vicenda è la morte, la fine di una triste storia senza storia. Se non ti accorgi di vivere una non-vita, ghermito dal meccanismo del sistema, non puoi aspirare a una vera libertà. Lo schiavo può sognare di essere libero o sperare che lo diventerà un domani, ma se non sa come spezzare i ceppi il suo rimane un pensiero consolatorio, un inganno e la condanna più atroce. Tu nasci come essere umano potenziale, con la possibilità di realizzarti in essenza, ma questo non basta per diventare uomo, serve un cammino lungo e appassionato, un arduo percorso nel labirinto sociale. La prima necessità è la difesa del corpo, segue lo sviluppo di una mente razionale per l’acquisizione di conoscenze e capacità e l’inserimento nella vita della collettività. Quindi le scienze, le morali e religioni, lo studio di arti, metodi e sistemi di pensiero per la struttura di una società complessa che richiede disciplina e specializzazione. È un processo necessario e obbligato, ma per diventare te stesso non basta. Rimanere al livello del corpo e della mente è vivere una vita limitata e meccanica, quella di un essere umano incompiuto che resta una promessa mancata. Devi fare il salto in una nuova dimensione, risvegliarti a una nuova consapevolezza, solo così puoi trascendere la meccanicità. Se capisci di vivere come una macchina hai già fatto il primo passo fuori dal gioco. La coscienza non è mai un fatto meccanico, svincolata dalla materialità e dal bisogno ti può illuminare con uno sguardo profondo a demolire le maschere dei ruoli sociali, svelando gli automatismi inconsapevoli, dissolvendo sogni, inganni e illusioni, restituendoti al tuo essere autentico. Non c’è nulla di male nelle macchine se rimangono al servizio dell’umano, ma se l’uomo vive come una macchina si degrada e viene meno al suo compito: diventare l’essere che conosce la libertà. Per dare dignità e gloria alla tua esistenza devi volgere la coscienza a te stesso: indaga con costante attenzione chi sei; osserva tutto quello che fai, senti e pensi; riconosci ciò che non è una tua scelta ma solo frutto di abitudini e condizionamenti; prendi le distanze da ciò che non approvi anche se devi navigare controcorrente; rimani comprensivo e umano nel gioco sociale; vivi da individuo sveglio e autonomo, sarà il miglior contributo alla società e l’azione appropriata seguirà da sé… Non c’è bisogno di spiegare oltre, le parole possono solo indicare e invitare, tocca poi a ciascuno intraprendere il cammino. E non fare di queste parole un comandamento, tieniti sempre saldo nella tua consapevolezza, essa è già tutto quello che serve per vivere, è la fonte di ogni reale vera comprensione, è il principio di libertà che illumina e trasforma e fa sì che l’essere incompiuto diventi uomo. 4 novembre 2024
Nell’intervallo tra essere e dover essere si cela tutta la miseria dell’umano. L’essere è la nostra natura più vera, la realtà della nostra essenza primigenia, ma non c’è bisogno che essa sia realizzata, non deve essere raggiunta in un altrove, perché è da sempre già viva e presente, così vicina da sfuggire allo sguardo, così luminosa da abbagliare la mente -la realtà di noi ultima, vera e insondabile. Nell’intervallo tra essere e dover essere domina la forza irresistibile del desiderio. Nulla può rimanere mai quello che è nel mondo tumultuoso del divenire, tutto appare in costante cambiamento. Il fiume scende impetuoso a valle spinto dalla gravità che cerca il basso, inesorabile voglia di vita che arde di sé nella frenesia dell’attesa di un dopo. Le cose del mondo si trasformano, ma non possono vedere e non sanno del loro mutare nel reame dell’apparenza, vivono l’istante nel cieco desiderio, trascinate qua e là dalla corrente, in un’inconsapevole dimenticanza, senza memoria, rimpianto o pena. Ma l’essere umano è lo strano ente che sa e può pensare il suo esistere. In quella coscienza sorge la mente e con essa lo sdoppiarsi della realtà in un inarrestabile gioco di opposti. Da lì lo scarto tra essere e dover essere che diventa per l’uomo fonte di angustia. Il desiderio adesso non è solo istinto, diventa una propria scelta consapevole che porta con sé il carico del dubbio e il senso di una penosa mancanza e il dolore di una volontà frustrata e il tormento della sete non placata o l’effimera gioia che presto svanisce lasciando cenere là dove era piacere. Riposare nel proprio essere primevo è la fine di tutti i giochi del desiderio, visto ormai come tensione e conflitto, svelato come essenza del divenire. Quando l’uomo dimentica il suo essere e si lascia ammaliare dal transeunte vive nel divario tra il presente e il futuro, tra ciò che è e ciò che è immaginato, abita un luogo illusorio di finzioni, il mondo dell’apparire e della irrealtà. Con il tormento del desiderio cosciente la vita diventa ciò che deve ancora venire, mentre l’essere si oscura e rimane obliato. Vivere nel futuro è vivere nell’illusione, è non accettare la realtà di quello che si è, è aspettare invano ciò che dovrà arrivare, vivendo nel sogno che distoglie dall’ora. Nell’intervallo tra l’essere il dover essere la vita umana cade nell’inconsapevolezza. Non puoi riconoscere ciò che sei da sempre se pensi di dover ancora diventare te stesso. 1 novembre 2024
D. Mi par udir cosa molto nuova: volete forse che non solo la forma dell’universo, ma tutte quante le forme di cose naturali siano anima? T. Sì. D. Sono dunque tutte le cose animate? T. Sì… D. È comune senso che non tutte le cose vivono… T. Il senso più comune non è il più vero. Sia pur cosa quanto piccola e minima si voglia, ha in sé parte di sostanza spirituale… perché quello spirito si trova in tutte le cose. (Giordano Bruno)
Le parole di Bruno sono della più alta sapienza. Se usciamo dalla prigionia del senso comune e ci affidiamo alla nostra intuizione interiore riusciamo a liberarci e a contemplare il mondo non solo con gli angusti mezzi dell’intelletto, ma con una visione interiore che ci illumina, uno slancio dell’anima che sa cogliere il vero senza che un dubbio possa frenarne il volo. Uno sguardo profondo si volge alle cose e le scopre tutte animate e piene di vita. La sostanza spirituale dell’inconcepibile Uno percorre tutto il reame dell’esistente come materia-forma che vivifica e crea, popolando di innumerevoli esseri l’universo. Il panteismo bruniano ci ispira e ci affascina, è una sapienza che non conosce il tempo e da cui possiamo imparare molte cose. Se tutto l’universo è un solo grande Essere ogni esistente ha un assoluto valore e dignità, nulla è da considerarsi inferiore o indegno, anche nel più piccolo granello dimora il divino. Se l’universo è infinito come il Primo Principio allora nel Tutto non c’è centro né periferia, il grande cosmo è aperto in ogni direzione, esclude qualsiasi confine, limite o gerarchia. L’infinità dell’Uno come Mens super omnia si rivela nella produzione di infiniti mondi: la materia ha una sua vitalità intrinseca, è la matrice divina che opera nel fenomenico manifestandosi in tutta la sua forza creativa. E se in tutte le cose vibra un’unica coscienza allora ogni cosa ha una sua ragion d’essere, in accordo con il principio dell’Uno-Sapienza che permea tutto della sua sostanza spirituale. Le cose che vediamo sono “ombre delle idee”, sono il pensiero divino attuato nell’immanenza, nei limiti della necessità dei fenomeni naturali, non ci sono quindi sostanze ma solo apparenze, forme mutevoli dell’unica materia vivente. Tutte le cose del mondo sono vive e animate, non solo le piante, gli animali e gli uomini, pure la terra e le rocce si trasformano anche se ciò avviene in tempi lunghissimi ed è difficile vedere il loro movimento. In questo cosmo vivente si compie il viaggio che l’uomo intraprende per esplorare l’infinito. E l’ultima comprensione per Bruno decisiva: se come ogni cosa noi siamo l’infinito-Uno per trovarlo non dobbiamo andare altrove, basta cercare e scavare dentro noi stessi, nel nostro spazio più intimo Esso è presente. È poi lo slancio d’amore dell’Eros filosofico a condurci nell’ultimo tratto del cammino: nel sacro fuoco della passione amorosa bruciamo come una falena sulla fiamma, ogni tratto dell’individualità si dissolve, rimane solo Quello, l’Uno-Tutto Inviolato, l’Innominabile Perfetto, Luce di Luce. 24 giugno 2024
Non è nulla di ciò che noi o qualche altro degli esseri conosce, e non è nessuna delle cose che non sono e delle cose che sono; né gli esseri la conoscono secondo ciò che ella è, né Ella conosce gli esseri nel modo in cui essi esistono. (Dionysios)
La Prima Causa di tutto non è conoscibile, nessun termine o concetto può definirla, nessun attributo, sia esso positivo o negativo. Ogni affermazione implica una negazione: se diciamo che il Primo Principio è luce subito è richiamato il concetto di oscurità, se diciamo dell’Uno che è vita nell’eternità subito sono contemplati la morte e il tempo. L’Essere perfetto è al di là di tutti gli opposti, al di sopra di tutte le cose che sono e non sono. Possiamo vedere un oggetto illuminato, ma non conoscere la Luce nella sua essenza. Possiamo vedere ovunque la Prima Causa sempre in atto nella sua manifestazione, ma non conoscere quel Primo Principio che elude ogni movimento del pensiero. Secondo Dionigi il vero Essere è ineffabile, la povertà e la limitatezza del linguaggio ci impediscono di rapirlo nel concetto, resta solo la possibilità di accennare, lasciando all’intuizione dello spirito il presentimento della Trascendenza.
Ma se noi non possiamo attingere all’Uno, l’Assoluto non può conoscere il relativo. Il Tutto non può confinarsi in una sua parte restringendosi in un particolare limitato, riducendo il suo essere allo spazio-tempo o a una forma-pensiero condizionata. La Prima Causa è pura coscienza di sé, inconsapevole di ciò che da essa procede. Da essa tutto scaturisce senza un perché, come manifestazione di una Fonte eterna, Causa Prima che origina senza intento, Primo Immobile che nulla sa del mondo, nulla sa del suo essere causa dell’infinito.
Ma ciò significa che ogni ente dell’universo vive di una sua propria inviolabile libertà, una libertà nel relativo, nel non-permanente, illusoria come lo è il mondo del divenire, ma concreta, reale per l’essere che la vive. Nella necessità dell’Uno che non trascorre si manifesta e vive la libertà dei Molti, una libertà che però ha il suo prezzo: ogni azione, ogni sentimento e pensiero avrà conseguenze, nel bene e nel male, la volontà del singolo traccerà la direzione.
Per l’ascesa al divino l’uomo ha due strade, la via dell’affermazione o della negazione. La via negativa è la più diretta all’Assoluto: la sottrazione di ogni attributo dell’Uno porta l’anima a ritirarsi sola nel silenzio, nella contemplazione del Principio ineffabile. Non sarà mai conoscenza della Prima Causa, perché il Limite non può concepire l’Illimitato, ma slancio di uno spirito affamato del Vero che nel trascendimento di sé stesso vuole intravedere un barlume di Quello. Dionigi ci offre la sua “teologia negativa” come via di liberazione e illuminazione, ma ci ricorda altresì con parole potenti il confine invalicabile tra uomo e Trascendente: Se uno, avendo visto Dio, ha capito ciò che ha visto, non ha visto Dio… 21 giugno 2024
-Ho letto il brano Le tre Metamorfosi dallo Zarathustra. Mi sembra che Nietzsche con le immagini del cammello, del leone e del fanciullo riesca a rappresentare in modo efficace le tappe fondamentali dell’evoluzione umana. -Le tre figure possono essere viste come modalità esistenziali legate al tempo: passato, futuro e presente. Cominciamo da quella che rappresenta il passato. -Beh, mi sembra evidente che l’uomo-cammello sia la figura orientata al passato, perché conosce solo l’obbedienza e la sottomissione, sopporta umilmente i pesi, non sa opporsi e dire di no, fa solo quello che gli è stato comandato, soprattutto non riesce a concepire un altro modo di vivere… -Sì, nel significato che il filosofo propone il cammello è il servo fedele che accetta il “tu devi” senza ribellarsi e porta il suo carico nel deserto arido e desolato. -Siamo a volte tutti un po’ cammelli, non è vero? -Certamente, è una realtà che tutti conosciamo. Lo siamo quando viviamo nella paura, quando siamo privi di autonomia e di coraggio, dipendiamo dagli altri, vogliamo essere guidati e non siamo capaci di reagire all’ingiustizia. -Ma di cosa abbiamo paura? Di vivere? -Abbiamo paura di essere liberi, di assumerci delle responsabilità. Le regole della tradizione in fondo ci rassicurano, meglio quelle piuttosto che il salto nel buio che un gesto di libertà comporta. Essere schiavi a volte è la posizione più comoda, basta obbedire ed eseguire gli ordini, alla fine potremo sempre dire di non essere noi i responsabili di torti ed errori. -Un modo di vivere limitato e misero, mi sembra… -Sì, ma guarda che questo accade ed è accaduto a tutti noi. Per mancanza di coraggio o di volontà preferiamo soffrire piuttosto che affrontare una situazione che richiede una scelta. A volte ci illudiamo che accettare e dire sempre di sì sia un merito e magari ci sentiamo uno spirito superiore. In realtà quel “sì” è solo un gesto di impotenza, indica scarsa consapevolezza e mancanza di immaginazione. -Non è comunque necessario a volte farsi carico di un peso e sopportarlo per il bene nostro e di tutti? -Sì, certo, dobbiamo darci da fare, lavorare e a volte sacrificarci per qualche situazione. Ma non è questo il punto. Nietzsche in realtà vuole stigmatizzare lo spirito di dipendenza e di sottomissione, la paura di vivere liberi e fieri. Tutto questo si riassume nella figura emblematica del cammello che è la prima metamorfosi. -Però il cammello è un animale buono, paziente, affidabile… -Sì, lo riconosciamo, ma noi vogliamo che anche lui un giorno possa liberare la sua anima prigioniera. Non ci piace vivere in un mondo di schiavi, perché se qualcuno è ridotto a schiavo ci sentiamo anche noi oppressi e sconfitti. -Quindi, perché il cammello possa emanciparsi deve trasmutarsi e diventare un leone… -Questa è in effetti la seconda metamorfosi. Secondo Nietzsche il leone rappresenta il futuro. Mosso da un’incrollabile brama di libertà trova nel motto “io voglio” la sua vera essenza. È la figura del ribelle che vive fiero e indipendente, in un indomabile spirito di libertà. -L’immagine tradizionale del leone è quella della forza e dell’orgoglio, quella del dominatore del territorio che non teme nessuno e non si arrende mai… l’opposto del cammello, direi… A volte anche noi siamo dei leoni e tiriamo fuori insperate energie… -Accade quando siamo capaci di dire di no, assumendoci tutte le responsabilità e le conseguenze del gesto. Succede quando vogliamo liberarci da vincoli e prigionie, quando vogliamo fare piazza pulita del passato per immaginare un nuovo futuro. È quando rivendichiamo la nostra dignità di esseri umani, quando ci ribelliamo ad ogni schiavitù, nostra o degli altri. -È una scelta di vita che però ha i suoi rischi… -La libertà comporta sempre dei rischi, laggiù ci aspetta l’ignoto e le cose possono anche andare storte, si possono creare conflitti di volontà per una fierezza che diventa orgoglio smisurato, senso di onnipotenza. -Dunque il cammello e il leone sono due polarità estreme, due possibilità esistenziali completamente differenti, una rivolta al passato, l’altra al futuro. -Sì, ma Nietzsche preferisce la figura del leone perché è dinamica, forte e volitiva, è capace di spazzare via tutto il ciarpame del passato con un gesto imperioso. È la vita dell’uomo che non sopporta le ipocrisie e agisce senza paura. Risoluto e incurante delle regole della tradizione l’uomo-leone disprezza i deboli che chinano sempre il capo. -Ma questa non è l’ultima metamorfosi, c’è ancora quella del fanciullo, la più intrigante e direi la più difficile da capire… Perché essere un leone non basta? -Nella metafora nicciana il leone è capace di distruggere il passato e guardare al futuro, ma non sa costruire nel presente, manca di quell’immaginazione che permette di edificare il nuovo, manca di quella forza creativa che è solo di un essere nello stato primigenio. È dunque il fanciullo ad incarnare la figura dell’uomo che vive totalmente nel presente e costruisce il mondo con la sua fantasia. -Come terza metamorfosi mi aspettavo l’avvento dell’Oltreuomo… -È proprio questo l’Oltreuomo, l’uomo che è andato oltre se stesso. Il fanciullo è un sacro dire di sì, un sì alla vita e a tutto quello che offre, al di là del bene e del male. Il fanciullo non si preoccupa di distruggere le regole come fa il leone perché non le conosce, viene prima di ogni norma, prima di ogni considerazione e obbligo sociale, prima di ogni vincolo materiale o morale. Da qui la sua innocenza e il suo fascino. -Il fanciullo è anche gioco e immaginazione, tutti noi lo sappiamo perché l’abbiamo vissuto, abbiamo costruito castelli sulla sabbia… -Sì, il bambino è un piccolo dio che crea. Il gioco è creazione della vita e di modi di esistenza, è apertura al nuovo, è assoluta fiducia in ciò che è. È un inizio, è invenzione, è utopia, ma rimane sempre ancorato al presente, all’istante, perché solo questo momento per lui esiste. Guarda i bambini come sono concentrati in quello che fanno, nell’attimo assoluto del vivere. Nel fanciullo non troviamo la sottomissione triste del cammello né il velleitarismo esasperato del leone, troviamo invece la gioia e la purezza di un’anima libera che vive la vita mentre la sta modellando con la sua potenza creativa. Questo secondo Nietzsche è la vetta più alta che lo spirito umano può raggiungere nel suo cammino in questo mondo. -Sento dire spesso che dovremmo essere capaci di tornare ad essere come dei bambini… -Sappiamo che diversi testi sacri e poetici usano questa metafora. Ma naturalmente non si intende il ritornare ad un modo di vivere infantile. Anche per Nietzsche l’immagine dell’uomo-fanciullo non è quello di un bambino inconsapevole, ma quello di un uomo che, giunto al più alto vertice della coscienza umana, sa conservare l’autenticità, la purezza e la voglia di vivere ed esplorare che è del bambino. -Certo, una meta affascinante, ma per ora sono attratto di più dalla figura del leone, dalla sua forza e dal suo coraggio impavido… -La forza del fanciullo è di un tipo superiore, è una forza spirituale, interiore, quella che nasce dalla purezza dell’intento, da una mente sgombra del passato e libera dalle insidie dell’ego. Non è la libertà di chi recalcitra, si oppone e lotta contro le regole o gli altri, ma la libertà che non conosce il bene e il male e quindi è sempre fresca, spontanea, totalmente aperta alla vita. -Volevo chiederti se le tre metamorfosi di Nietzsche ti convincono… -Quella di Nietzsche è una pagina affascinante, piena di suggestioni e intuizioni preziose. Ma visto che stiamo giocando anche noi con il pensiero filosofico, che ne dici di proporre una “quarta metamorfosi” che troviamo nelle filosofie dell’Oriente? -Interessante, qual è allora la prossima figura? -Nessuna figura, la quarta metamorfosi è il passaggio dalla forma alla non-forma. È uno stato dell’essere ineffabile e indescrivibile, è quando la forma si dissolve e rimane solo una pura coscienza senza qualità, oltre ogni definizione e caratteristica. È Turiya, il “quarto stato” di colui che è andato definitivamente oltre il relativo e sperimenta la verità ultima dell’assoluto. -E le prime tre metamorfosi che fine fanno? -Sono superate e assorbite nel quarto stato dell’essere. Ogni forma è sempre per definizione limitata, ha precise caratteristiche che diventano vincoli e barriere insuperabili. Il cammello e il leone sono vecchie pelli ormai abbandonate, il fanciullo è cresciuto e sperimenta una libertà piena e consapevole. Solo trascendendo ogni limitazione la coscienza si fa pura e incondizionata e la vita può diventare libera creazione. 17 giugno 2024
-La vita a volte sembra ricca di gioie e prodiga di promesse, a volte un deserto arido e vuoto… -Sì, capita spesso di sentirsi in un deserto, ma non è detto che sia sempre un male. La traversata nel deserto è un’antica e profonda metafora della vita umana e ha significati importanti… -I deserti non mi piacciono, mi danno un senso di desolazione e di abbandono… -In effetti la parola deserto viene dal latino desertum cioè “luogo abbandonato”. Ma aspettiamo a giudicarlo in modo negativo, proviamo a farne uno spunto di riflessione, forse scopriremo qualcosa di interessante. Cominciamo col distinguere il deserto fuori di noi fatto di sabbie e spazi vuoti e l’esperienza del “deserto interiore”. Se di questa hai già preso coscienza sei fortunato, probabilmente non sarai tentato di fuggire da lì per rifugiarti nel conosciuto. -Non ho capito cosa intendi, spiegami meglio… -Cominciamo con l’immagine tipica del deserto come spazio vuoto, arido, fatto di solitudine e di silenzio. Cosa accade se ti trovi solo in quel vuoto? -Beh, lì non puoi contare sugli altri, non ti puoi aggrappare a nulla… -Giusto, sei solo con te stesso, devi trovare le risorse per vivere in quella natura impervia. Rimanendo in questa immagine, il deserto è il luogo estremo dove puoi capire quali sono le tue risorse, le tue abilità, la tua capacità di farcela da solo. Ma è chiaro che il vero desertum che ci interessa ora non è il Sahara, ma quell’esperienza interiore di cui parlavo prima. Arriva per tutti prima o poi il momento del “passaggio nel deserto”. Ogni essere umano conosce quell’esperienza, anche se pochi cercano di comprenderne il significato. -Dunque il “passaggio nel deserto” è un viaggio dentro di sé… -Un viaggio iniziatico che ha profondità proprio perché avviene in un panorama vuoto, arido, senza punti di riferimento. Lì possiamo cercare le risposte ai nostri interrogativi, in quel silenzio e in quella solitudine ci vediamo allo specchio. È un momento importante, un punto di svolta, se però resistiamo alla tentazione di fuggire. -Il deserto, la tentazione… mi ricorda qualcosa… -Ci sono molte tradizioni religiose che parlano del deserto come luogo di ritiro spirituale ed eremitaggio, dove il ricercatore deve spesso ingaggiare un’aspra battaglia con le tentazioni di esseri demoniaci. In quel luogo di desolazione e di abbandono l’uomo deve rivelare la sua forza e innalzarsi al divino con la purezza del suo intento. Ma scendendo a un livello più accessibile per noi: l’esperienza del deserto è una formidabile esperienza di vita che può trasformarci. Come tutti i viaggi compiuti in piena coscienza, se ci si mette in gioco davvero non si torna indietro come si era prima. -Ma alla fine cosa puoi cercare in un deserto? Cosa ti può attrarre in quel luogo dove c’è il nulla? -Chi fa la traversata del deserto può fare l’esperienza di una libertà conquistata. La libertà comporta sempre dei rischi, ma offre incredibili opportunità. -Qual è la più importante? -La possibilità di andare oltre i propri limiti. È questo il fascino del deserto, luogo di incontro con se stessi, luogo di introspezione e sconfinata libertà. -In effetti, il deserto non ha confini definiti, è uno spazio aperto… -…aperto a tutto ciò che può essere. In quel luogo senza barriere l’orizzonte non può mai essere raggiunto perché si sposta continuamente. Nel deserto vedi il vuoto, il nulla, non c’è direzione né via obbligata o costrizione nel tuo peregrinare. Senti la libertà più assoluta e insieme il brivido di decidere quale direzione intraprendere. Puoi anche fare un passo falso e perderti, puoi smarrirti, dimenticare perché sei lì. -Certo, si può provare una tremenda solitudine in quel luogo dove non c’è nulla e nessuno, la paura dell’ignoto… -Se la solitudine viene abbracciata ogni paura scompare. Nel deserto si torna al centro di sé, al centro della propria ricerca. Come dicevamo prima, a nulla ti puoi aggrappare, nulla ti può salvare, niente può sottrarti alla visione di te stesso. Ed è vero, nel deserto c’è sempre una grande tentazione, quella di fuggire e tornare nel mondo conosciuto, nel paese dei balocchi dove tutto è più facile, semplice, scontato. E dove perso nella folla dimentichi te stesso, ti crogioli nella banalità quotidiana e puoi anche raccontarti di essere felice. -Credo di capire cosa vuol dire deserto interiore, a volte ci si sente soli in mezzo alla folla, ci si sente abbandonati nel bel mezzo di una festa dove tutti ridono e apparentemente si godono la vita. Ma in senso positivo stare nel deserto può essere una propria scelta, la volontà di non farsi intrappolare nella banalità del quotidiano. -Naturalmente noi non condanniamo chi preferisce vivere una vita che cerca il piacere immediato e l’oblio di sé. Non siamo dei fustigatori di costumi, comprendiamo gli altri perché anche noi siamo passati per quelle esperienze. Ma la metafora del passaggio nel deserto per noi ha un significato importante proprio perché possiamo scegliere volontariamente quell’esperienza. Quando vediamo che le cose intorno sono futili e che i desideri sono una scatola vuota, allora viene l’impulso a indagare più in profondità la nostra esistenza. Nella realtà sociale è facile distrarsi e fuggire, ci sono mille occasioni e siamo in buona compagnia, deve essere un atto di volontà che ci fa decidere di vivere come “eremiti nel deserto”. Il deserto è sempre qui con noi, può essere per molti solitudine e sentimento di abbandono, per noi invece è l’azzeramento di tutto ciò che porta all’inconsapevolezza. Prima o poi tutti capiscono che quel deserto deve essere attraversato. -Una scelta radicale per niente facile che può fare davvero paura… -Forse, ma quando la si accetta si scopre che il deserto non è così vuoto e morto come si pensava, c’è vita anche lì, animali e piante e il vento che soffia e la sabbia che si muove e le notti e i giorni e le stelle del firmamento e il sole e la luna: tutto fa parte di un grande gioco che anima il deserto e lo riempie di vita. Prova a spostare un sasso, prova a incontrare un’oasi e vedrai la vita ovunque. Questo fa del deserto un luogo sacro. -Quindi il passaggio nel deserto non è da intendere per forza come un momento buio, di crisi, di sofferenza… -Può essere l’approssimarsi di una nuova alba, il riscatto della propria libertà, il risveglio della coscienza di quello che siamo. E questo porta con sé una felicità diversa, profonda, stabile, inalterabile. Alla fine gli unici confini che ci bloccano sono quelli che noi pensiamo tali. È come sentirsi in gabbia quando intorno non ci sono muri e non c’è nessuno che ci trattiene e fa la guardia. Si può credere di essere in schiavitù quando in realtà si è liberi. Gli unici ostacoli che possono frenare l’espansione della coscienza sono quelli che noi riteniamo tali, quelli che immaginiamo. L’immaginazione creduta vera diventa sempre la realtà. -Lo spazio dell’anima libero e aperto è quindi il vero deserto interiore? -Sì, se lo vogliamo e lo scegliamo così sarà. In quel vuoto scopriremo la maggiore ricchezza e riposeremo nella nostra verità. Se invece lo pensiamo come un inferno sarà un doloroso cammino nel buio. Ma anche questo fa parte della crescita interiore, come ogni esperienza significativa ti porterà a interrogarti su te stesso. -È un discorso complesso, ma sento che mi attrae. Mi sembra un percorso che apre le porte a una spiritualità senza dogmi, una ricerca fatta in piena libertà… -Facciamo un ultimo passo, il più impegnativo. Noi cerchiamo sempre un Assoluto che è oltre i confini del relativo. Ma poiché l’Assoluto è il senza-limite, sciolto da ogni vincolo, quando siamo oltre i limiti del relativo siamo di fatto nell’Assoluto. E inoltre poiché l’unico limite è solo quello che noi pensiamo, esistere confinati nel relativo è un’illusione creata dal pensiero. In verità noi siamo sempre e da sempre nell’Assoluto, anche quando pensiamo di non esserlo. Comunque anche l’illusione fa parte dell’Eterno Essere che rimane inesplicabile, insondabile, indescrivibile per il pensiero dualistico. -Che meta lontana e affascinante! Ed eravamo partiti dal deserto… -La meta è in realtà la cosa più vicina, è già qui con noi, ora. Ma non c’è fretta nell’eternità, prepariamoci al viaggio. Ecco dove la traversata del deserto può portare, se solo si ha il coraggio di spingersi oltre e andare fino in fondo. 8 giugno 2024