Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Due parole incise sul frontone del tempio di Apollo a Delfi hanno ispirato per millenni gli uomini nella loro ricerca: “γνῶϑι σεαυτόν”… “Conosci te stesso” Questo è il primo imperativo per l’uomo che cerca la verità. Ogni esperienza torna sempre al centro di coscienza che chiamiamo “io”, il mistero più grande dell’universo. Nella vita dell’individuo prima o poi si affaccia una domanda, la più alta, urgente, ineludibile e sacra: “Chi sono io?” Non sono sempre i pensieri e le parole a darle voce, a volte basta un sguardo silente al cielo stellato, un profondo sentimento di nostalgia o un vago desiderare, una sensazione di incompletezza per un’unità perduta e la domanda sorge con tutta la sua forza dirompente. Allora cerchiamo risposte, ma nessuna sembra soddisfare quella sete di conoscenza che la domanda contiene. La nostra essenza è una realtà così abissale e insondabile che nessuna parola può descriverla o concetto catturarla, e l’impresa sembra destinata ad un frustrante peregrinare. Ma nel momento in cui la risposta sembra sfuggirci, proprio lì si intravede una chiave per affrontare l’enigma. Se voglio conoscermi davvero per quello che sono devo partire dall’osservare me stesso qui e ora. Non posso aggrapparmi a concetti, pensieri e memorie, perché ciò che è nella mente può solo riprodurre il passato, è il racconto di una storia personale perlopiù immaginata che vuole costruire un io idealizzato credendolo realtà. Lasciando quindi da parte ogni idea su me stesso rimane l’osservazione di quello che si presenta come “io”… Da qui comincia il solitario cammino di indagine che ciascuno deve compiere alla ricerca dell’io perduto. Molte sorprese accompagneranno questa meditazione, molte realizzazioni definiranno il senso della ricerca, molti strati di coscienza verranno attraversati e conquistati. Ma di ciò nulla si può dire, perché non è in potere delle parole descrivere le esperienze e gli stati che le oltrepassano. La via del “conosci te stesso” può essere solo indicata -come il dito che indica la luna ma non è la luna- il resto sarà un cammino individuale di scoperta senza fine per gli uomini che avranno il coraggio di fare il grande passo. 13 agosto 2022
-“Conosci te stesso”… Faccio mio questo antico motto, ma il problema è: come e cosa devo fare? -Devi solo fermarti e guardare. Vedere te stesso è conoscere te stesso. Non devi “fare” nulla, perché il fare è tensione, è puntare a un risultato. Fare è sempre un movimento per qualcosa, diretto a un ‘dopo’. E se tu ti proietti in un futuro non sei qui ora e non puoi vedere quello che sei. Rimani rilassato e silenzioso, non muoverti da qui sporgendoti in un altrove, osserva con totale attenzione. Questa è la via. -Quindi devo rinunciare a ogni tipo di azione… -Non fare non vuol dire solo non agire. È anche rimanere al di qua di pensieri ed emozioni. In uno spazio vuoto dove solo l’attenzione consapevole rimane. -Spiegami meglio… -Dallo strato esterno più superficiale ti muovi verso l’interno. Dai sensi e dalle sensazioni distraenti ti ritiri in te stesso. Nello spazio interiore c’è quiete, ma ancora non basta. Devi ritirarti da tutto: dalle emozioni, osservandole come non tue, poiché vanno e vengono e quindi non ti appartengono; dai pensieri, osservandoli come non tuoi, poiché vanno e vengono e quindi anch’essi non ti appartengono. -I pensieri e le emozioni che provo non sono miei? -Guarda da dove vengono, scava a fondo e vedrai che è proprio così. Sono abitudini acquisite, moti istintivi, meccanismi inconsci, idee che vengono dall’educazione e da una particolare cultura. Pensiamo pensieri già pensati dall’umanità infinite volte. Anche quelli che sembrano nuovi nascono da quelli precedenti in una catena senza fine. -E poi, una volta che ne hai preso le distanze? -Devi arrivare al centro di te dove semplicemente esisti, dove la coscienza-consapevolezza è pura e luminosa. Lì hai la prima percezione chiara di ciò che sei veramente. -Che tecnica si deve usare? -Il senso di esistere non può essere insegnato, non è una tecnica, una pratica, non è un metodo. Io so di esistere… punto. Chi me lo deve dimostrare? È la cosa più naturale del mondo, quindi non ha bisogno di essere appresa. Al tempo stesso, proprio perché è la cosa più ovvia e immediata, è molto difficile da realizzare. -È vero, accade spesso che ti sfugga la cosa che hai sotto gli occhi. Cerchi affannato gli occhiali che hai sul naso… -Siamo condizionati fin da piccoli a guardare fuori, non sappiamo più guardare dentro. -È quello che viene chiamato meditazione? -Se vogliamo proprio darle un nome… Ma detto così sembra una tecnica, quindi di nuovo un fare… e siamo daccapo nella contraddizione. -Non riesco a capire come si può meditare senza che ci sia un “fare qualcosa”… -La vera meditazione non è un aggiungere, è un togliere tutto, spogliarsi di ogni cosa. È come lo sfogliarsi di una cipolla. -Sì, ma alla fine al centro della cipolla non c’è nulla, ciò significa che non rimane più niente di noi… -Non rimane più niente a livello di forma, qualità e descrizioni. Rimane uno stato dell’essere. In realtà non è neanche esatto dire che rimane, è uno stato che c’era già, era da sempre lì, non si raggiunge e non si conquista. -Una sorta di vuoto comunque simile al nulla. -La nuda coscienza come tale può apparire vuota, ma non lo è in realtà. È l’essere puro senza qualificazioni, cioè senza limitazioni. È come lo schermo vuoto su cui può apparire qualsiasi immagine. È un assoluto che non dipende, non ha causa o scopi, è non condizionato, non generato, libero e cosciente di sé. -Ehi, questa mi sembra la definizione dell’essere divino! -Lasciamo anche qui categorie ed etichette che ci riportano nel mondo del fare. Puntiamo al puro e semplice esistere. Il resto si rivelerà da sé, senza sforzo. -Ma come faccio a non fare se devo fare qualcosa per… -Capisco la difficoltà di addentrarti in questo cammino. Comincia a osservarti quando fai o senti o pensi e lascia cadere il tutto, come un castello di carte. E riportati qui di nuovo e di nuovo, senza arrenderti, finché ti sarai liberato di tutto… Non sarà un processo breve perché dovrai sciogliere vecchie incrostazioni fatte di abitudini, paure, desideri, circuiti emotivi e di pensiero. -E che ne sarà delle mie facoltà? E delle mie capacità di raziocinio? -Non preoccuparti, non perderai affatto la capacità di pensare, anzi avrai maggiore chiarezza perché diminuirà la confusione mentale. Non ci sarà l’ansia di fare, conoscere, conquistare, ottenere, che è ciò che ti allontana da te. -Spiegami ancora questo punto… -Cosa succede se un soldato è convinto di essere la sua armatura? -Beh, direi che guarda alla superficie di se stesso, crede di essere ciò che non è. -Appunto, e se si toglie l’armatura? Si conoscerà meglio, giusto? Ma per togliere il vestito con cui ti sei identificato non è necessaria l’azione concreta. Basta la comprensione di non essere il vestito. -Dunque, arrivato al nucleo di te hai scoperto chi sei… ma così non sei più tu, non hai più nulla che ti distingua come individuo… -Infatti, in quel centro di coscienza sei oltre l’individualità. Sei anche oltre lo spazio e il tempo, eppure sei tu, un “io” più grande, non limitato da nulla e pienamente consapevole di sé. -E gli altri io esistenti nel mondo che fine fanno? -Quando arrivano a realizzare se stessi si trovano anche loro lì, nello stesso stato di consapevolezza, nell’essere vero, unico e reale. -Ancora non capisco… -È chiaro che stiamo usando un linguaggio figurato e limitato, perché quando si parla di coscienza non ci sono un qui o un lì, un realizzare o un raggiungere, né qualità o quantità. Per noi è come cercare di descrivere i colori dell’ultravioletto di cui non abbiamo alcuna percezione. -Le parole non sono mai l’esperienza reale, lo sappiamo… -Ma dobbiamo provare comunque a dire qualcosa: chi raggiunge quello stato non è un’altra coscienza, ma la medesima, unica Coscienza che si riconosce in un’altra forma. Non ci sono mai state in realtà due o più coscienze. -Questo mi sconvolge… allora è vero che in essenza siamo tutti Uno? -Non è quello che dicono tutte le vie della meditazione? Non si tratta solo di una metafora poetica. È il fatto più vero, reale e direi davvero… sconvolgente. -Ma per il Realizzato che ha conosciuto sé stesso la forma esteriore rimane comunque… -Sì, sarà ancora il suo veicolo per vivere nel mondo e comunicare. Ma le forme esteriori non potranno più ingannarlo. E in quello stato di esistenza sarà in contatto con gli altri oltre la forma, oltre le parole, oltre ogni barriera fisica e mentale. -Una sorta di comunione… -Se vogliamo usare questa parola impegnativa… È come per due amanti che diventano uno nello spazio interiore dove possono incontrarsi e fondersi. -Conoscere se stessi e amare il mondo sono quindi la stessa cosa? -Non può essere altrimenti, si diventa amanti del mondo, amanti di tutto ciò che esiste. -E si ama anche se stessi… -Certo, abbiamo detto che cadono tutti i confini, quindi tutte le distinzioni tra sé e l’altro si dissolvono. -Allora il Realizzato non potrà mai far del male, essendo consapevole di essere ogni cosa. -Come tratti questa mano se sai con certezza che è la tua? -Capisco, in questa comprensione ogni violenza è eliminata alla radice… -Sì, così vive il Realizzato. Quando agisce, il suo è un “fare” spontaneo, più simile a un non-fare e all’amare senza condizioni, che nasce dalla consapevolezza di essere il tutto. È un vivere in pace, in equilibrio, in armonia con ogni cosa, in unità con tutta l’esistenza. -Voglio concludere il nostro dialogo con una provocazione… Se noi siamo tutti uno, perché siamo qui a parlare in due? -(Ridendo) Questo è quello che appare a te… perché guardi quello che accade dal punto di vista del fare, che ti proietta subito nella mente e porta a separare le cose. -Ma in questo momento non stai anche tu usando la mente? -Proprio così, l’hai detto, sto usando la mia mente, ma so di non essere la mia mente. Se non mi identifico in ciò che non sono e guardo a ciò che accade dallo stato di pura coscienza non vedo più due persone qui… È solo così che posso dire di conoscere me stesso. 16 ottobre 2023
-Da dove viene la realtà, questo universo che noi conosciamo e abitiamo? -Tu cosa dici? Da dove si può partire per una riflessione filosofica sulle origini del cosmo? -Io partirei da qui: il pensiero greco ci ha lasciato un assioma che sembra assolutamente irrefutabile: “nulla viene dal nulla”. -Sì, certo, purché il “nulla” sia inteso in senso assoluto, come il niente totale e permanente. Parmenide diceva che il nulla non può essere pensato né predicato. E noi aggiungiamo: non può essere neppure immaginato come un semplice vuoto, perché altrimenti sarebbe un “qualcosa”, una dimensione dello spazio concreta e definibile. -Noi comunque vediamo che c’è un universo – è un fatto immediato e innegabile -e non possiamo fare a meno di interrogarci sulla sua origine. Ma se è vero che il cosmo non può essere spuntato dal nulla, allora ci sono due possibilità: esiste da sempre così com’è oppure è derivato da altro… -La realtà del mondo fisico non è assoluta e perfetta, altrimenti non muterebbe e non presenterebbe tante contraddizioni, imperfezioni e limiti… -… quindi non potendo derivare dal nulla e non potendo essersi creata da sola per le sue intrinseche limitazioni deve avere avuto una prima Causa, un Assoluto che non soggiace ai vincoli dello spazio e del tempo. -Sì, noi sappiamo che lo spazio e la materia sono finiti, relativi, sempre in movimento. La realtà fisica è meccanica, misurabile, quantitativa. I Greci usavano il termine “divenire”: tutto muta e si trasforma e non sta mai fermo. Ma questo è un segno di imperfezione. -La finitezza vale anche per il tempo? -Certo, poiché dipende dallo spazio e dal movimento, il tempo è anch’esso relativo e meccanico. -E quindi…? -Di conseguenza tutto ciò che esiste nella realtà spazio-temporale deve essere necessariamente derivato da un Principio primo che non ha le limitazioni del finito. -E quindi è infinito e da sempre e per sempre esistente… -Sì, un principio eterno che si pone come Realtà assoluta creatrice e senza limiti. Però dobbiamo chiarire il concetto di eternità, perché l’ Assoluto non vive in un tempo che va avanti senza fine, ma ‘è’ in un tempo infinito da intendere come non-tempo, assenza di divenire, ‘tempo’ dove tutto è già accaduto e compiuto. La sua ‘esistenza’ è puro essere non relativo, non limitato né dipendente da altro. -Dunque l’Assoluto è infinito, perfetto, indivisibile, immutabile… è la descrizione che ci ha lasciato proprio Parmenide. -Se concepiamo l’Essere come eterno, ingenerato, perfetto e indistruttibile, siamo in sintonia con gli Eleati, ma anche con altri filosofi, tra cui il grande Spinoza. -Sì, ricordo che nella sua Ethica Spinoza procede more geometrico dal Primo principio dicendo che esso comprende tutte le infinite possibilità del finito, ma è una totalità, è Uno, indivisibile ed eterno. Non essendo limitato o ostacolato da altro, l’Assoluto è infinito in tutti i suoi attributi e manifestazioni, è la sorgente di illimitate possibilità di esistenza. -Il cosmo finito deve essere derivato dunque necessariamente da un Principio infinito, da sempre e per sempre esistente, onnipotente, sorgente di tutto ciò che è. Ma da ciò deriva anche che il nostro è solo uno degli innumerevoli universi possibili che furono, sono e saranno… -Mi sembra di sentire qui le parole di Giordano Bruno, ebbro di infinito, che parla di un’illimitata creazione di mondi e di esseri, una visione eretica per i suoi tempi, rivoluzionaria ed entusiasmante ancora oggi. -Nella filosofia di Bruno l’Assoluto è trascendente e al tempo stesso immanente in tutto ciò che esiste: enti, intelligenze, situazioni, storie, vite. -Rimane però una grande domanda: come pensare, pur nei nostri limiti umani, un Assoluto che non è nel tempo e nello spazio, dove insomma non ci sono accadimenti e distinzioni? Non sembra più un Nulla che un Essere? -In effetti l’Assoluto in sé si può pensare solo come un Nulla, una totale assenza di materia, luce, movimento, divenire, trasformazione. Ma quando si manifesta diventa un Tutto, le ‘diecimila cose’ che vediamo nel mondo. Tieni presente però che qui il Nulla non è il nulla assoluto di cui parlavamo all’inizio, qui qualcosa c’è e questo Qualcosa è la fonte di tutta la realtà proiettata nello spazio e nel tempo. -Può essere un’intelligenza? -Sì, in quel ‘vuoto’ c’è una Coscienza/Intelligenza infinita, immateriale, che tutto conosce e crea in un ‘tempo senza tempo’ che è l’eternità. -Dunque l’Assoluto è Tutto e Nulla al tempo stesso. Ma com’è possibile questa coincidenza degli opposti? Come si può pensare questa contraddizione? -È possibile se il Tutto viene concepito esso stesso come fatto di contraddizioni e opposizioni che si sommano e si bilanciano lasciando il Nulla immutato, con il risultato finale che è sempre Zero. Ti faccio un esempio con la matematica : +2-2 +5-5 +7-7 +9-9 +33-33 … ecc. all’infinito… (Tutto) = 0 (Nulla) L’universo è fatto di opposizioni e dualismi che si integrano e si annullano dando come risultante zero, cioè il nulla. Il cosmo viene dal Nulla che è un Infinito con illimitate potenzialità, fatto di contraddizioni che si manifestano, lottano, si alternano nel gioco della vita, ma che alla fine si neutralizzano a vicenda sommando zero… -Questo mi fa pensare al cammino del nostro cosmo, dal Big Bang iniziale all’entropia di un universo morto… Dal nulla sorge un cosmo brulicante di eventi che pian piano si spegnerà nel buio e nel silenzio… -Il tuo paragone in qualche misura può aiutarci a pensare il rapporto tra il Principio immateriale e la realtà manifesta: da un primo punto-nulla iniziale al tutto e poi al nulla finale. Ma rimane una differenza decisiva: la realtà cosmica generata dall’Assoluto è un viaggio che non avrà mai fine, perché, come già Bruno aveva intuito, ciò che deriva da un principio infinito è anch’esso infinito, anche se manifestato nel tempo e nello spazio. -In questo caso ‘infinito’ nel senso di ‘senza fine’, divenire perpetuo. Comunque capisco la vertigine e l’entusiasmo di chi arriva a ‘vedere’ la realtà come un viaggio inesauribile. -Per chi vive nell’illusione del tempo tutto appare così, come una realtà concreta dove non c’è mai fine al nuovo e alle possibili esperienze. Attraverso gli esseri senzienti l’Assoluto conosce sé stesso, fa esperienza di sé in ogni forma possibile, si ama in ogni sua manifestazione e illumina ogni angolo del suo essere. Naturalmente queste mie espressioni sono del tutto inadeguate a esprimere ciò che non si può descrivere. -Ma perché per l’Assoluto c’è questa necessità? Perché le cose vanno così? -Per il Principio la necessità coincide con la totale libertà. Possiamo dire che è la sua natura, la sua volontà, il suo fiat, la sua essenza… Oltre non è possibile andare. -Dunque l’Uno deve diventare i molti e, per così dire, sdoppiarsi in Nulla e Tutto per manifestarsi coscientemente, per essere pienamente quello che è… -Ci rendiamo conto che le nostre parole sono un pallido tentativo di comprendere un mistero insondabile. Ma dobbiamo ogni tanto sollevare lo sguardo al di sopra delle piccolezze del mondo per tentare di approdare ad una visione più alta… -Un’ultima domanda: oggi abbiamo riflettuto sul cosmo e così siamo arrivati a parlare del Primo principio… Come facciamo a sapere tante cose dell’Assoluto? -Noi sappiamo perché lo siamo… 5 febbraio 2023
Nei vortici c’è tutta la realtà dell’uomo secondo la scienza sacra dello Yoga. L’energia scorre attraverso sette porte, centri rotanti dove la forza vitale fluisce definendo i caratteri dell’individualità. Dall’equilibrio armonico di quei vortici dipendono la vita, la salute e la serenità, la qualità delle relazioni e l’autonomia, la lucidità e l’elevazione della coscienza, la consapevolezza del destino spirituale. L’energia si muove verso l’alto a spirale dal greve materiale al puro immateriale, si affina e si purifica nell’alchimia interiore, crea un equilibrio tra corpo, mente e spirito. Se non viene bloccata, deviata o interrotta dona all’individuo armonia e chiarezza, altrimenti si tramuta in forza distruttiva. Troviamo nel rosso del primo vortice la sorgente di tutta l’energia vitale. Da lì la prima sensazione “io esisto”, l’atavica originaria volontà di essere, legata all’elemento terra che nutre e procura la stabilità del radicamento sul piano della sicurezza materiale. Solo il demone della paura può impedire il farsi del bozzolo di una prima identità. È nel secondo vortice il regno del sentire. Emozioni e sensazioni si muovono fluide richiamando la natura dell’elemento acqua. È la sfera del desiderio e del piacere, la fonte della creatività e dell’intimità. Se non subentra il senso di colpa a inibire il piacere creativo dei sensi l’individuo conosce un mondo più pieno, arricchito di percezioni ed emozioni. Nel terzo vortice si ha la nascita dell’ego. È l’affermazione della volontà del singolo, del potere personale in azione nel mondo che trova nell’elemento fuoco il suo simbolo. Qui fioriscono i talenti e l’autonomia, la capacità di operare con determinazione. Se l’energia non è bloccata dalla vergogna, se non deborda in atteggiamenti di orgoglio, l’individuo rafforza la sua personalità ponendo e realizzando i suoi obiettivi. Il quarto vortice è il luogo della relazione. Solo nel rapporto con altri esseri umani possono fiorire i sentimenti più elevati, le emozioni più belle e profonde. Da qui gli ideali di amicizia e fratellanza con cui l’individuo va oltre sé stesso per riconoscersi in una comunità di eguali. È l’aria il simbolo di questa sottile energia che rende la persona leggera e armonica. Quando la coscienza può espandersi non bloccata da emozioni negative o dall’ansia della competizione sociale, allora con il risveglio e la fioritura del cuore si compie il cammino dei primi quattro vortici legati alla natura e alla realtà del visibile. Il quinto vortice è la dimora del linguaggio. Oltre il piano terreno dei quattro elementi si apre quello dell’invisibile e dell’immateriale. L’elemento etere percorre lo spazio infinito dove la comunicazione si muove libera nei territori esoterici della realtà spirituale. La ricerca del vero si fa urgenza ineludibile in un mondo dove la parola si smarrisce e la mente naviga nella confusione. Se l’ipocrisia della non verità è superata la comunicazione purificata e autentica dona grande chiarezza e consapevolezza. Il sesto vortice è il regno dell’intuizione. Ora la visione spazia nell’immateriale toccando nuove vette di comprensione. L’occhio spirituale vede oltre le apparenze svelando le più intime trame del reale. È la luce della coscienza che si proietta a illuminare l’interno con l’introspezione, l’esterno con l’immaginazione creativa. Un mondo di simboli e archetipi si forma a segnare la via che conduce al risveglio. Il settimo vortice, il “loto dai mille petali”, è la suprema fioritura dell’essere umano. La consapevolezza si apre al divino collegando l’uomo all’assoluto infinito. È il momento del risveglio spirituale, la realizzazione del destino ultimo: l’energia si muove totalmente libera, i centri operano in perfetta armonia, le migliori qualità interiori sbocciano, la conoscenza apre realtà inesplorate, la saggezza si fa azione spontanea, l’intuizione creativa tocca il suo apice. Secondo la scienza sacra dello Yoga sette sono le dimensioni dell’essere che descrivono la complessità umana, sette sono i vortici della realtà interiore che l’uomo deve saper attraversare per conoscere e realizzare sé stesso. 21 settembre 2023
Lacrime di venerazione tingono le foglie rosse che cadono. (Matsuo Basho)
Dall’albero grondano stille di rugiada, lacrime lucenti sulle rosse foglie che silenziose cadono volteggiando in un’estrema danza di morte. Nella bella immagine che sgorga dal sentimento poetico di Basho lacrime di venerazione scendono ad accompagnare la vita che se ne va. Ogni accadimento del mondo, quando osservato in profondità, mostra sempre la vita e la morte abbracciate in un circolo eterno. La pianta vive un momento sacro. Nelle sue lacrime tristezza e gioia, rimpianto e speranza si intrecciano. Il tempo fugge con le sue creature, pronto a tornare con nuovi colori, con il rosso della foglia appassita che sarà poi di gemma che spunta e di fiore impaziente avido di vita. L’albero sa da tempo immemorabile che la morte non è mai davvero tale, è sempre il preludio a una rinascita, basta saper attendere la primavera. L’esistenza cambia le sue forme. Dal senza-forma dell’immateriale un’energia prorompe e si muove a disegnare il volto di nuovi esseri. Ma le forme che da lì scaturiscono non sono destinate a permanere, né possono impedire ad altre realtà di affacciarsi sulla scena del mondo. Ogni ente deve accettare il suo destino e fare spazio nel suo declinare a ciò che deve venire ad esistere. È un morire solo apparente che apre le porte a un nuovo vivere. Lo spogliarsi del verde è per l’albero il sacrificio più alto e più bello. In ogni foglia che si stacca dal ramo c’è tutto lo spirito dell’essere arboreo che parla con le sue lacrime per dire di ciò che è inesprimibile. È l’unica vera preghiera che conta: venerare il miracolo dell’esistenza che si rinnova in ogni momento in un generoso slancio pieno di vita, anche nella rossa foglia che cade. 15 settembre 2023
Orfeo non lo aveva compreso: Euridice non poteva essere posseduta, doveva solo essere riconosciuta e amata come una parte di sé. Euridice ammaliata dal suo canto e di lui follemente innamorata, morta innocente per infausto destino, era caduta nel freddo e buio Averno. Era il Femminile lasciato da Orfeo nella separazione e nell’abbandono, nel luogo oscuro della dimenticanza. Accade con l’amore ancora immaturo, intriso di ego e di brama del possesso. Accade quando l’uomo smarrisce la parte di sé che lo rende completo: la donna interiore che vive in lui. Allora la perdita si fa gorgo di dolore e comincia una ricerca angosciosa per riunire ciò che si era separato. Si racconta di un Orfeo disperato per aver perduto la donna amata che ricorreva alla sua arte del canto, capace di sciogliere ogni cuore, per scendere da umano negli Inferi e riportare alla luce del vivente la sua Euridice sepolta nell’oblio. La grazia era dagli dei concessa. Ma per ricondurre l’amata alla luce la magia della lira non bastava, né lo poteva la bellezza dei carmi. Un’ultima condizione era imposta, un atto di fiducia senza riserve, la prova decisiva per ogni uomo: confidare nel proprio Femminile per riguadagnare insieme la luce, di nuovo riuniti nell’Uomo intero. È la via della consapevolezza, della piena coscienza dell’alterità. Ciò che appare riflesso al di fuori è ciò che avviene nell’interiorità, nella coscienza dell’essere umano che deve sapersi e volersi Uno. Gettare sull’altro lo sguardo dell’avere è ridurre la persona a proprietà, disconoscendo quella Presenza che può vivere solo nella libertà. Il Femminile visto come altro da sé non può integrarsi e completare l’uomo egoico diviso in sé stesso. Cade nel buio dell’incoscienza ciò che non è amato senza condizioni, perché l’attaccamento e il desiderio creano un’insuperabile distanza, incatenano e privano di ogni libertà. Orfeo smanioso di riprendersi Euridice falliva dunque nel momento decisivo: impaziente di riavere la sua amata si voltava per vederla e assicurarsi di possedere il suo oggetto d’amore, rompendo così il patto e l’incantesimo. La perdita irrimediabile dell’alterità significava anche per Orfeo la fine: dilaniato da oscure forze demoniche precipitava in una morte interiore. Rimaneva di lui solo il canto solitario, sempre più lontano e malinconico, velato dal rimpianto e dal rimorso.
Ma Euridice non è ancora perduta. Ci sarà per Orfeo un’altra possibilità. Nulla muore nell’essenza dell’uomo perché ogni fine è sempre un inizio, tutto torna nel ciclo di morte e rinascita come avviene sempre nell’eterna natura. Orfeo incontrerà ancora una Euridice che risveglierà in lui la donna interiore e riproporrà la grande sfida dell’Unione, la conquista più importante e decisiva: l’incontro di Maschile e Femminile che solo all’interno di sé può avvenire. Se imparerà l’amore senza possesso Orfeo potrà diffondere il suo canto non più per sedurre e rapire i sensi, ma per liberare le anime dai lacci, per dare linfa allo spirito affamato, per ricongiungere ciò che si era diviso. Il compito per lui più alto e più degno. 31 agosto 2023
Nel cielo gli uccelli sono svaniti E ora anche l’ultima nuvola si dissolve Sediamo insieme la montagna ed io Fino a che solo la montagna rimane (Li Po)
Le parole di Li Po non sono solo poesia, sono il canto della sua realizzazione, la celebrazione della bellezza del Tutto che si svela solo quando l’io si dissolve. L’io giudica, separa e concettualizza, ma la vita ridotta ai concetti della mente perde tutta la sua potenza e profondità. Il fenomeno è inquinato dalla memoria, ingabbiato negli schemi della ragione non può mostrarsi nel suo puro essere. Il soggetto pensante porta con sé il suo greve carico di idee e memorie, si fa sfuggire l’ovvio seguendo il banale, non vede la vita che gli scorre accanto come fonte perenne di fresche acque. Guardare gli uccelli svanire in cielo o le nuvole dissolversi all’orizzonte è ascoltare il richiamo dell’esistenza al sé, una lezione sull’impermanenza delle cose, sull’importanza di cogliere l’attimo che va. La vita si può contemplare ma non afferrare, è libera creazione che a nessuno appartiene. Possedere una cosa vuol dire distruggerla, farne una preda da mettere nel carniere come una realtà morta, priva di bellezza. Ma le parole di Li Po vanno oltre, toccano le corde più intime dell’anima, aprono la via della più alta meditazione. Quando sediamo insieme alla montagna siamo l’esistenza che contempla sé stessa. La montagna rimane solo una roccia se l’io giudicante è presente nella scena. La montagna non è solo una montagna se si sa vedere al di là dell’apparenza. L’esistenza è una, è un’infinita rete di eventi interconnessi e inseparabili. La si può contemplare solo quando sorge un puro vedere senza centro, senza un io che separa e divide. Allora “solo la montagna rimane”, -ma in realtà è tutta l’esistenza- a mostrare la potenza della vita e nel suo apparire a ricordarci l’unità sacra di tutto l’esistente. Dissolvere il roccioso sé personale, risvegliare la coscienza meditativa, vivere lo spazio della contemplazione dove l’essere si rivela a sé stesso in tutte le cose che abitano il mondo: è il cammino che ci indica Li Po, poeta illuminato che siede in silenzio. 24 agosto 2023
Quanti punti di vista interpretano una situazione? E qual è quello riconoscibile come “vero”? Immaginiamo la scena di una partita di calcio vista da diversi soggetti in differenti modi: le riprese delle telecamere da ogni lato, gli sguardi dei calciatori impegnati in campo, i punti di osservazione dei vari spettatori, l’angolo visuale di un insetto che vola intorno, la prospettiva di un uccello, di un filo d’erba… Potendo esaminare tutte le vedute dell’evento non riusciremmo facilmente a riconoscerle come una riproduzione della stessa scena. Ogni ‘punto di vista’ è sempre soggettivo, perché localizzato, limitato e parziale. Certo ha una sua qualità speciale, porta con sé una comprensione unica, si accompagna a un sentire incomunicabile. Ma per sua natura è singolare e limitato, coglie solo una delle possibilità, mai l’intero. L’idea di riprodurre la realtà così com’è, in modo del tutto oggettivo, è un’illusione. Una visione oggettiva, cioè assoluta, dovrebbe integrare tutti i punti di vista, una miriade di eventi particolari, in un unico “vedere” onnicomprensivo: sarebbe quella di un Essere onnisciente. Ma ogni punto di vista individuale possiede in sé un valore inestimabile. Per quanto parziale e frammentario contiene tutta la verità del momento. Ogni “vedere” è vero in quanto tale, è un evento assoluto e perfetto. La Verità non è l’esattezza di un dato, è la totalità di quello che accade, la pienezza dell’essere testimoniata da ogni singolo sguardo sul mondo. Concentrata in quel punto di vista c’è tutta la comprensione dell’essere, realizzata in un modo irripetibile. È la bellezza della soggettività, è l’incanto di uno sguardo puro che si dà solo nella singolarità. Nell’esperienza individuale la vita rifulge al massimo grado. Il singolo vive il suo punto di vista, un modo proprio di sentire il mondo di cui nessuno potrà mai sapere. È la ricchezza di un’esperienza che si pone come fatto assoluto e si sottrae a ogni comparazione perché completa e buona in sé. Tutte le Sapienze della tradizione affermano che ogni istante è prezioso e va vissuto con consapevolezza perché è unico e non tornerà mai più. Il ‘punto di vista’ è un atto di coscienza che rivela l’assoluto nel relativo, l’eterno essere immortale nel transeunte, la cosa più preziosa nel gesto più semplice. Un insetto sul filo d’erba guarda il mondo. È uno degli infiniti occhi sulla Realtà. Non sa ancora che nel suo vedere si riflette tutta la verità della vita. 20 agosto 2023
-Le grandi vie di meditazione raccomandano la pratica dell’osservazione della mente… -Sì, perché la mente che conosce il mondo non è altro che il mondo stesso. -Puoi spiegare meglio la tua affermazione? -Il mondo appare sempre solo nella mente, lì si forma la sua realtà. Non può esistere un oggetto senza il soggetto conoscente. -Quindi quello che vediamo e sperimentiamo, cioè quello che chiamiamo “mondo”, esiste sempre solo nella mente che conosce. -Certo, tenendo presente che in quel “tutto” è compresa anche la nostra realtà interiore, cioè noi stessi e il nostro universo di pensiero. -Ma quali sono i vantaggi di osservare la mente? -Forse non hai ancora fatto un lavoro approfondito su di te, altrimenti sapresti già la risposta. Ma niente di male, è nell’ordine delle cose, sei giovane e hai tutto il tempo. -Se osservo la mia mente vedo solo un grande coacervo di pensieri, immagini, sensazioni… -…insieme a ricordi, emozioni, sentimenti, fantasie, intuizioni, che si susseguono e si accavallano, perlopiù in modo caotico. -Ho tentato alcune pratiche di controllo della mente e delle emozioni, ma con scarsi risultati. -In effetti servono a poco. Più tenti di dominare il pensiero più crei un conflitto dentro di te tra il controllore e il controllato… che sei sempre tu. La mente divisa in due si ribella come un animale in gabbia. -E quindi? -Il processo mentale va solo osservato con pazienza e distacco, poi col tempo tende ad acquietarsi perché non viene più alimentato. Allora si aprono spazi di consapevolezza ed è facile realizzare che non siamo il nostro pensiero. -Già, la mente e i suoi contenuti se osservati ci appaiono come “cose”, oggetti tra i tanti che costituiscono il cosiddetto “mondo”… -…mentre il soggetto, ciò che veramente siamo, non può e non potrà mai essere osservato. -Si dice infatti che l’occhio non può vedere sé stesso. Anche allo specchio o in una fotografia non vede mai sé ma solo un’immagine. -Sì, però quell’occhio che guarda può essere e sapere di esistere, come il nostro io-coscienza è ciò che è senza poter mai diventare un oggetto, cioè altro da sé. -Su questo mi trovo in sintonia, mi sembra di capirlo, almeno intuitivamente. Ma tornando all’osservazione della mente, come cavarsela in quel groviglio di pensieri ed emozioni? -Se guardi con attenzione ti accorgi che il processo mentale si muove in modo molto simile al sognare. Pensieri, emozioni e immagini si collegano, si disgiungono e si mescolano in modo disordinato e confuso, proprio come accade nelle scene oniriche, dove la regia appare di solito incomprensibile: personaggi e cose in continua metamorfosi, tempi e luoghi che si confondono, storie strane e paradossali. -È vero, di giorno mi sorprendo spesso a seguire inconsciamente catene di pensieri che sembrano un ‘sognare’ e rasentano davvero l’assurdo. Sto studiando i logaritmi e dopo pochi minuti mi trovo proiettato in luoghi e tempi lontanissimi, senza capire perché. A volte con pazienza riesco a ricostruire il percorso del mio pensiero e trovo collegamenti casuali, voli pindarici, salti logici, scene e fantasie senza capo né coda… -Magari un filo a volte si può anche trovare, ma qui entriamo nell’universo sterminato dell’inconscio che però ora non ci interessa. Non vogliamo analizzare i particolari di un processo di pensiero, puntiamo a vedere il fenomeno-mente nella sua globalità, per coglierne l’essenza e il significato. -In effetti mi sembra la cosa più interessante. Cercare di interpretare una fantasia immaginativa è come interpretare un sogno: ci si dibatte tra tante intelligenti spiegazioni e non si viene mai a capo di nulla! -(ridendo) Vedi che non ti sentano i cultori della psicoanalisi! L’approccio meditativo è totalmente diverso: non cerca di “aggiustare” o migliorare la mente e l’io, perché sono proprio quelli in sé “il problema”. Ma qui il discorso ci porterebbe lontano, per ora ci accontentiamo di tornare al focus di oggi. -Quello del vivere e pensare come un sognare? -Sì, sai che nella storia fior di pensatori hanno insistito su questo concetto: Platone, Shakespeare, Calderon de la Barca, Schopenhauer… solo per citarne alcuni rimanendo in Occidente. In Oriente da millenni si dà per certo che la vita sia un sogno. -Ricordo che già Eraclito parlava delle persone non filosofe, cioè i più, come i “dormienti”, coloro che vivono e agiscono come in sonno. A volte anche noi ci comportiamo come individui addormentati. -Sicuro, su questo possiamo metterci il cuore in pace. Nelle vie di meditazione si preferisce parlare di mancanza di consapevolezza, ma il senso è lo stesso: vivere in uno stato di confusione mentale fatto di idee distorte, emozioni mal vissute, volontà cieche, fantasie insensate, follie di ogni genere. -Oggi lo si vede in giro molto facilmente, anche tra persone che hanno ruoli di potere e dovrebbero dare l’esempio. -Per conoscere la mente bisogna prima osservarla a lungo. Le vie di meditazione chiedono di portare l’attenzione sui pensieri e sul loro movimento finché un fatto diviene evidente: il nostro pensare durante il giorno e il sognare nel corso della notte non sono così differenti fra loro. -Posso confermare, la mia mente nello stato di veglia lavora senza tregua, come una corrente sotterranea, anche se posso non esserne consapevole. C’è come una voce dentro di me, un dialogo continuo, un commento su tutto quello che succede. E sembra accadere da solo senza che io possa impedirlo. -Questo ci dice quanto siamo padroni di noi stessi! Dunque se la mente è il mondo… -…allora ne consegue che se non sappiamo governare la mente non possiamo illuderci di poter governare il mondo. -Sì, ammesso che questo sia il nostro obiettivo e ne valga la pena. -Mi viene da pensare che coloro che vogliono dominare il mondo sono proprio quelli che hanno seri problemi con la propria mente. Gli farebbe bene un po’ di pratica meditativa. Glielo suggeriamo? -Per ora rimane fantascienza. Una mente malata fugge lontano mille miglia da discorsi su meditazione e ricerca personale. Ma non credere che noi siamo così diversi: ripercorrere i nostri pensieri dell’ultima mezz’ora è assistere a un film dell’assurdo, su una trama ideata da un regista poco sobrio. -Non può essere anche divertente? -Sì, se non ci perdiamo lì dentro, nel Paese dei Balocchi. Ma se vogliamo capire qualcosa della vita dobbiamo andare oltre. -Ed è qui che si apre la via della meditazione… -Certo, prima devi essere stufo di giocare col mondo e uscire dall’infanzia. Se osservi la mente abbastanza a lungo ti accorgi che ti fa vivere in un film. Ma un film non è la realtà. Se invece di vedere il mondo reale vedi solo i tuoi fantasmi mentali come puoi dire di essere nel vero? È esattamente come essere in un sogno tra chimere, personaggi da favola, fantasie oniriche, cose che come i miraggi compaiono e scompaiono lasciando il vuoto. -E poi, di giorno? -Il sognare della notte continua poi durante il giorno, in altre forme ma è sostanzialmente lo stesso. Tranne rari sprazzi di lucidità che annunciano ma non sono ancora un vero risveglio. -Curioso, al mattino ci svegliamo, ma in realtà siamo ancora immersi nel sonno della mente. Cosa fare allora per vedere il mondo così com’è? -Bisogna liberare la mente da tutti i sogni che la obnubilano. Qui si apre lo spazio della meditazione su cui però non ci soffermiamo perché il discorso merita un’altra occasione. Per ora insistiamo sul concetto di “risveglio”. Risvegliarsi vuol dire ripulire la mente come una lente per vedere la realtà così com’è, la realtà vera del mondo. E poiché il mondo è ciò che si muove nella nostra mente, è anche un vedere noi stessi per la prima volta in quello che siamo realmente. L’ordine e la chiarezza della mente presenteranno il mondo come un cosmo ordinato. La vera conoscenza non è altro che seguire questa via. -Che compito immane, mi fa quasi paura! -La vera conoscenza fa sempre paura, paura di scoprire se stessi. Ma in fondo, se guardiamo bene, anche quella non è altro che l’ennesimo sogno della mente. E ti voglio rassicurare, coloro che sono giunti al risveglio non si sono pentiti e oggi vengono considerati saggi illuminati. -Allora la paura mi è già passata, mi sento pieno di energia e pronto all’avventura. Quando si comincia? -Si comincia ora. Se invece rimandiamo a un ‘dopo’ non muoveremo un passo, perché il domani non arriva mai. -Perché anche il domani fa parte del sogno… -Bravo, vedo che hai capito! E se guardi bene, noi abbiamo già cominciato il cammino con quello che stiamo dicendo, teoria che pian piano diventa pratica. Ma visto che sei così acuto, aggiungo un’ultima cosa, la più importante: non solo la mente sogna e con quel sognare crea il suo mondo, in realtà quella che chiamiamo mente è il sognare, la mente è il sogno stesso. -Questo concetto è davvero arduo, credo di non averlo compreso del tutto. -Allora fallo diventare la tua meditazione finché non lo avrai realizzato… 17 agosto 2023
Per caso mi fu concesso dal destino di assistere a quella scena incredibile, anche se adesso sono convinto che il caso non esiste nella vita e tutto accade quando è il momento, quando noi siamo pronti a ricevere. Passavo di lì, al villaggio dei pescatori, dovevo visitare la mia vecchia madre, quando comparve quell’Uomo. C’era qualcosa nel suo incedere che aveva una particolare grazia, e qualcosa nel suo sguardo che sentii subito magnetico. Non saprei dire cosa mi attraesse, io sono una persona semplice, so fare scarpe ma non bei discorsi e non so capire sempre le persone. Ma vidi che accadeva qualcosa e allora da lontano osservai discreto. Conoscevo quel Simone, il pescatore, noto per l’onestà e la purezza di cuore, per la sua totale dedizione alla famiglia. Simone aveva appena gettato le sue reti nelle acque del lago come ogni mattina quando giunse a lui il fratello Andrea conducendo con sé quell’Uomo. Non so dire se già si conoscessero o se fosse per loro il primo incontro. Ma quello che accadde tra i due mi lasciò sconcertato e meravigliato. Lo Sconosciuto si avvicinò a Simone e si fermò di fronte a lui in silenzio. Entrambi si guardarono negli occhi per alcuni interminabili istanti. Poi l’Uomo pronunciò poche parole che risuonano ancora nella mia mente: “Seguimi e non temere Ti farò pescatore di uomini“ Le parole colpirono come dardi Simone che abbandonò le sue reti e lo seguì, subito, senza neppure voltarsi indietro. Da allora nessuno di noi l’ha più rivisto. Questo è ciò di cui sono stato testimone, il resto è quello che mi hanno raccontato: Simone il pescatore se ne è andato via e insieme ad altri segue quell’Uomo in una missione che nessuno capisce, perché per noi contano solo famiglia e lavoro. Io sono un uomo semplice e ignorante, ma sento parlare di tempi della Grande Attesa. Molti aspettano l’Avvento di un Messia, si dice che grandi santi circolino in Galilea, c’è speranza e grande fermento ovunque. Per questo ora sono lacerato dal dubbio. Mi chiedo se quello Sconosciuto non sia davvero uno di quei Giusti. Quando ricordo la luce nel suo sguardo qualcosa si muove dentro di me, una nostalgia mai provata mi colma e questo sentire diventa un tormento, una dolce ossessione che mi pervade. E una domanda ogni giorno ritorna: quale messaggio può avere tale forza da spingere un uomo a lasciare tutto e a cambiare totalmente la sua vita? Ma devo dire che dopo il primo sconcerto ho compreso la grandezza di Simone. Andare via senza voltarsi indietro in un viaggio nell’ignoto senza ritorno richiede un incredibile coraggio. Vorrei trovare belle parole per il pescatore che ci insegnò a vivere la vita senza paura, facendo la scelta più difficile e coraggiosa, per diventare pescatore di uomini nel mondo. La luce di uno sguardo lo ha trasformato, le parole l’hanno trafitto come frecce d’amore. Certo deve essere stato un miracolo di quell’Uomo che viene chiamato Gesù. 13 agosto 2023