
214 Il male è solo ignoranza del bene
-Nella discussione l’interlocutore di Socrate era Polo…
-Chi? Polo il retore? Quel sofista pieno di sé che si crede un genio dell’arte dell’eloquenza?
-Sì, sappiamo che ha molto successo presso i politici qui in Atene. E anche la folla ateniese non cessa di tributargli la sua ammirazione.
-Già, e sappiamo anche che Polo è tremendamente attratto da tutto ciò che riguarda potere, ricchezza e fama. Questa sembra la sua ragione di vita. Ma quale era l’oggetto del contendere con Socrate?
-Discutevano del potere dei retori. Polo affermava con foga che, come i tiranni possono dominare le persone con la forza, così i retori possono dominare i cittadini grazie alle raffinate tecniche della parola. L’arte oratoria gli permette di fare ciò che desiderano, manovrano le folle secondo la loro volontà.
-Immagino che Socrate, che conosciamo bene, non fosse molto d’accordo con questa posizione di Polo.
-Infatti ha cominciato col ribattere che il potere del retori nella città è misera cosa, poiché, come i tiranni, non fanno ciò che vogliono, ma solo ciò che ad essi sembra.
-Non ho capito bene questa distinzione…
-Socrate la spiegava così: quando compiamo un’azione, buona o cattiva che sia, noi vogliamo raggiungere un fine che è il bene, ciò che è meglio. Ognuno desidera sempre il bene, nessun uomo può scegliere il male volontariamente. Se questo accade è perché la persona da insipiente ha confuso il fine con i mezzi. Il tiranno ad esempio può togliere la libertà a una persona e comportarsi in maniera malvagia a causa della sua ignoranza. Non sapendo che cosa è davvero un bene si lascia trascinare dai suoi impulsi e smarrisce il vero fine del suo operare. Così il mezzo diventa il fine, uccidere o esiliare diventa per lui fonte della sua ingannevole “felicità” . Il tiranno si ferma a ciò che sembra, alla superficie delle cose, non sa ciò che è il vero bene per sé e per gli altri. In questo senso allora non fa ciò che veramente vuole, il suo è un potere illusorio. È una persona disgraziata che si può solo compatire.
-Certo, conosco Socrate e so quanto è importante per lui che la persona sia padrona di sé stessa, responsabile delle proprie azioni e capace di scegliere ciò che è buono in modo consapevole.
-E proprio su questo punto Socrate insisteva: non è possibile conoscere il bene e tuttavia compiere il male. Quello che noi chiamiamo tale è solo frutto dell’ignoranza. Nessuno può far del male coscientemente. Nessuno è davvero in sé e per sé malvagio.
-Sì, colui che si comporta in modo sconsiderato è come un bambino immaturo che ancora non capisce la distinzione tra il bene e il male, però il piccolo è giustificato dal fatto che ha poca esperienza di vita…
-Polo rifiutava l’idea che la persona che ha un potere sugli altri debba essere vista come un individuo da compatire. E si scaldava e annaspava ribadendo la sua tesi.
-In effetti, se una persona è smaniosa di dominare il mondo, viene da chiedersi: cosa le manca? Perché non se ne sta in pace? Perché vive in questo modo miserabile?
-Secondo Socrate è perché non si rende conto di quello che fa, altrimenti smetterebbe di essere un tiranno… o un sofista da quattro soldi. Ma poi Socrate andava oltre e rincarava la dose, dicendo che il male supremo, il peggiore che possa capitare, è commettere ingiustizia. E affermava che per un uomo saggio è preferibile patire un’ingiustizia piuttosto che commetterla.
-Devo dire che anch’io su questo punto ho avuto per lungo tempo delle perplessità. Ascoltando Socrate e pur avendo piena fiducia in lui non riuscivo ad accettare una posizione così estrema. Per la nostra tradizione non potersi difendere, dover subire il male, è vivere soggetti alla volontà altrui, come schiavi. Oggi però, dopo che per anni ho meditato a fondo, capisco questo insegnamento e lo sento vero e giusto. La prima cosa da conservare sempre è la nostra integrità e la nostra verità, dobbiamo fare prima i conti con noi stessi, rimanere sempre fedeli alla giustizia e, guidati dalla ragione, perseguire il bene massimo per noi e per gli altri.
-È vero, per Socrate l’ingiustizia è una sorta di malattia dell’anima, una rinuncia all’intelletto, la negazione della propria umanità.
-Immagino che Polo reagisse in modo vivace a queste affermazioni di Socrate…
-Sì, rimaneva aggrappato all’idea che il potere del retore è agire secondo il proprio arbitrio, come il tiranno che manda a morte o in esilio una persona semplicemente perché lo vuole. L’oratore usa le armi della persuasione, ma anche lui ottiene quello che desidera, il potere che ne deriva sulle persone è lo stesso.
-In che modo Polo sosteneva la sua tesi? È un esperto dell’arte della dialettica?
-No, la sua era semplicemente una argomentazione retorica, quella tipica dei sofisti che cercano di fare leva sull’elemento emotivo. A questa Socrate contrapponeva la confutazione dialettica, quella che non si ferma all’opinione ma si fonda sulla forza del logos e cerca sempre la parola di verità. Ricordo le sue parole a Polo: “tu mi sembri eccellentemente preparato in retorica, mentre mi pare che tu non abbia curato affatto la dialettica”. Per sostenere la propria posizione Polo affermava che la sua idea era condivisa dalla maggior parte della gente in Atene. E poi cercava di screditare Socrate definendolo un ipocrita, lo accusava di non credere davvero in quello che diceva. Naturalmente queste sue argomentazioni apparivano fragili e pretestuose, non avevano per noi alcun valore di verità.
-Già, bisogna giudicare le idee che l’altro porta nella discussione, sono queste la cosa che conta. Non è corretto invece formulare critiche, insinuazioni o manifestare disprezzo nei confronti dell’avversario. In questo modo il dialogante dimostra di non avere argomenti spendibili…
-Sono d’accordo, in effetti era evidente a tutti la debolezza dell’arte retorica quando viene messa a confronto con la confutazione dialettica della vera filosofia.
-Certo, ricordiamo che il fine è molto diverso. Non si tratta di far prevalere le proprie idee con artifici oratori, si tratta di dialogare insieme per raggiungere l’omologhìa, l’accordo su ciò che oggettivamente e spassionatamente riconosciamo vero. E come è terminata la contesa?
-L’ultimo argomento era quello della felicità dell’uomo. Per Polo il tiranno e il retore non possono che essere felici, perché il potere e il dominio sugli altri sono la più grande fonte di piacere e appagamento. Socrate invece ribatteva che sono proprio quelli gli uomini più infelici. Solo il senso della misura, l’uso della ragione, una vita dedicata alla saggezza al bene e alla giustizia possono dare la vera felicità.
-Alla fine Polo ha mostrato di rivedere almeno in parte le sue posizioni? Socrate è riuscito a portarlo a una maggiore comprensione?
-Sembra proprio di no. Polo ha chiuso il dialogo e se ne è andato rimanendo fermo nelle sue convinzioni. Ma tu conosci Socrate, la cosa non lo ha toccato minimamente. Il maestro non cerca di convincere o persuadere gli altri come fanno i sofisti, invita a ragionare insieme, sostiene i suoi argomenti, poi ciascuno è libero di trarre le sue conclusioni. Se Polo crede che inseguire il potere sia la via per realizzarsi, ha tutto il diritto di farlo e di vivere come gli pare. Nessuno deve diventare per forza filosofo. E poi, con il tempo, chissà…
-Questo è il bello della filosofia. Io sono impegnato in quel cammino, ma non mi sento costretto da nulla e nessuno. È una cosa che mi rende… sì, posso dirlo, libero e felice.
-Anch’io ho capito questa cosa importante: il potere è una trappola mortale se non è messo al servizio dell’anima, se non è la capacità di dominare sé stessi governando gli impulsi inferiori.
-Dunque, andiamo anche noi a dirlo a Polo, domani? Magari stavolta ci ascolta…
-(ridendo) No, non c’è bisogno. Capirà da solo attraverso le esperienze di vita. Alla fine è un giovane vivace e intelligente che deve ancora crescere un po’, lasciamolo sperimentare in libertà. Il tempo lavorerà con lui e per lui…
14 marzo 2025









