
245 Esistenza / 4 / Abramo
-Trattando la filosofia di Kierkegaard abbiamo visto due esempi di esistenza, la vita estetica di Don Giovanni e la vita etica del giudice Wilhelm. Abbiamo capito che i due personaggi sono destinati entrambi alla sconfitta, perché i loro sono modi di esistere limitati, incapaci di interrogarsi sulla condizione umana. Adesso vorrei sapere qualcosa della terza possibilità di esistenza, quello che il filosofo chiama “stadio religioso”…
-Per capire bene l’ultima parte della filosofia di Søren Kierkegaard è necessario dire prima qualcosa della sua vita. Le sue vicende esteriori sono scarne e banali, ma vengono vissute in modo drammatico dalla sua anima tormentata, afflitta da una profonda sensibilità e un costante senso di colpa. Nato in una famiglia di rigida religiosità luterana, Søren vivrà tutta la vita interrogandosi continuamente sulla sua condizione di uomo e sul rapporto con Dio. Una volta attraversate le esperienze della vita estetica ed etica, approderà alla vita religiosa come possibilità di avvicinarsi al mistero divino.
-Anche Kierkegaard ha conosciuto i primi due stadi di esistenza?
-Certo, una gioventù spensierata come tante, poi un fidanzamento con Regine Olsen fino alla rottura, questi sono stati i passi e le esperienze che hanno preceduto il “salto” nella vita religiosa. Non si può evitare nessun gradino nell’evoluzione del proprio spirito, ogni livello di vita deve essere sperimentato e poi trasceso.
-È giusto, come posso superare uno stadio di vita se non l’ho conosciuto a fondo fino a vederne i limiti? Solo così posso aprirmi a nuove possibilità e andare oltre…
-Sì, e la possibilità più alta per un uomo è quella di cercare l’incontro con il divino. Noi non possiamo sapere dell’esperienza religiosa di Kierkegaard, che rimane personale e non comunicabile. Possiamo però capire qualcosa attraverso i personaggi che sceglie per rappresentare lo stadio religioso. La figura che incarna la più alta forma di spiritualità è secondo lui quella di Abramo.
-Sì, tutti conosciamo la vicenda drammatica di Abramo e Isacco raccontata nella Bibbia. È una storia che mi ha sempre turbato, perché sembra sfidare la nostra comprensione. Dio chiede ad Abramo di sacrificare il proprio amatissimo figlio, Isacco. Abramo ha il cuore spezzato, ma sta per eseguire il comando quando un angelo lo ferma e gli dice che ha superato la prova, ha dimostrato la sua fede assoluta. Certo, non è facile capire il senso di questo evento…
-Dobbiamo ricordare che Abramo è un uomo che parla con Dio. Questa è per lui un’esperienza, una certezza assoluta che gli fa vincere ogni timore e superare ogni dubbio.
-Capisco che questa è la potenza della fede, il suo tratto distintivo e la sua bellezza. Ma vista da fuori la situazione appare assurda: Dio che ordina a un padre di uccidere il proprio figlio…
-Qui entriamo nel mistero divino, ma anche nel vivo del discorso di Kierkegaard, che critica aspramente quella che definisce “la religione della domenica”: non basta andare a messa e fare opere pie per essere un buon cristiano, questa è la religiosità della vita etica, del giudice Wilhelm per intenderci. Nella visione kierkegaardiana il rapporto uomo/Dio è vissuto in modo angoscioso e drammatico. La vera religione non è mai facile e accomodante, scuote la coscienza nel profondo, non è una pratica pacificatrice, è un impegno in cui tutto il nostro essere è coinvolto, in ogni attimo di vita.
-La fede può arrivare anche a degli estremi come nel caso di Abramo e Isacco?
-Sì, per Kierkegaard la vera religione è sempre paradosso e scandalo. Il principio religioso va contro la morale comune, ne è l’antitesi più radicale, perché non riguarda il generale, le regole che valgono per tutti, ma è un rapporto diretto, unico e personale con Dio, con sola guida ispiratrice la fede. E la fede può chiedere prove apparentemente assurde e incomprensibili. Questo è il senso della religione come “scandalo”. Ecco perché “da fuori” non si può capire Abramo. La ragione è impotente a penetrare questo territorio. Qui inizia un cammino fatto in solitudine, dove si assume la completa responsabilità delle proprie scelte.
-La fede non può essere anch’essa una via comoda? Basta credere alle Scritture e pregare e rispettare i comandamenti, sarà poi la volontà di Dio a decidere ciò che è buono e giusto per noi…
-No, abbiamo capito che non è questa la concezione di Kierkegaard. La fede per lui è un’esperienza angosciosa, sempre esposta agli assalti del dubbio, è interrogarsi e mettersi a nudo, è un travaglio dell’anima fatto di “timore e tremore”. Non è vivere tranquilli la propria fede, con la certezza di essere già sulla via della salvezza.
-Qui riconosco chiaramente un tratto fondamentale del luteranesimo…
-Sì, in questa vita l’uomo non può mai avere la certezza di essere salvo, sarà Dio a giudicarlo un giorno. Questo richiede un impegno costante e profondo per combattere la tendenza al peccato insita nella natura umana.
-Ma aggiungevi che la vera religione è anche “paradosso”…
-Sì, perché presenta una contraddizione insanabile e incomprensibile per la ragione. La scelta fondamentale è tra credere e non credere, avere o non avere fede. Ma il paradosso è che la vera fede può derivare solo da Dio, è un suo dono, non può essere una conquista dell’uomo, che è limitato, peccatore e fallibile per sua natura.
-Certo, capisco la contraddizione: l’uomo è costretto a scegliere la fede senza poterla davvero scegliere, perché tutto il bene viene da Dio, è una grazia che viene dalla sua volontà imperscrutabile. Questo spiega l’angoscia che percorre tutta la sua vita.
-L’angoscia è il sentimento che più ci caratterizza come umani. L’animale non è angosciato, perché non vive la nostra libertà. È Adamo, il primo uomo, dice Kierkegaard, a scoprire il sentimento della libertà, il potere di scegliere.
-Che cosa lo spinge a fare questo salto?
-Il divieto divino, che risveglia in lui un sentimento nuovo, quello del possibile. Adamo trasgredisce il comando divino, con il peccato originale conquista la sua libertà, ma la paga a caro prezzo, perché ora nella sua innocenza si è insinuato anche il sentimento dell’angoscia, l’esperienza dolorosa e tormentosa della “possibilità”. Da qui il cammino di ogni uomo tra disperazione e fede, tra mondo materiale e realtà spirituale, tra il tempo e l’eterno.
-L’uomo può ricongiungersi a Dio? Può sperare di comprenderlo, vederlo, comunicare con lui?
-Kierkegaard ribadisce che tra umano e divino rimane sempre una “differenza assoluta”. Dio si può rivelare nell’istante, ma rimane fuori dalla portata di ogni ricerca umana, non può essere compreso nella sua verità e realtà assoluta. Questo spiega ancora una volta il paradosso della religione. Quando Dio si manifesta nel mondo l’eternità si inserisce nel tempo, il divino tocca l’umano, la verità illumina il mondo della non-verità… non c’è paradosso più grande e incomprensibile di questo.
-Capisco che da questo punto in poi si può solo tacere. Rimane l’esperienza religiosa, che è una dimensione tutta interiore e personale, della quale nulla si può dire, se non per metafore e simboli…
-Ecco, direi che questo è il modo giusto di approcciare la filosofia di Søren Kierkegaard: una grande metafora dell’umano, un racconto dell’esperienza religiosa come culmine della ricerca, uno sguardo all’esistenza come la più grande avventura e la possibilità di inventarsi, di essere anche quello che non si pensava di diventare.
19 giugno 2025









