Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Non ci sarà più un momento come questo che stai vivendo. La vita non ripete mai sé stessa, non si stanca mai di creare. Sempre impegnata nella ricerca di nuove storie, modi e forme, non può fermarsi a ciò che è, non si accontenta del conosciuto, inventa di continuo e va oltre. Questo momento di vita è prezioso perché non tornerà mai più così. La situazione, le persone, i volti, l’atmosfera, i sentimenti e i pensieri, tutto quello che c’è in questo istante non può essere fermato e posseduto. Ogni cosa svanirà nel nulla da cui viene per lasciare spazio al nuovo che nasce, vita e morte che si abbracciano nell’adesso. Guardiamo con stupore ed emozione a questo “ora” sacro, unico e irripetibile che non sarà più vissuto e assaporato, dovesse il tempo continuare senza fine. Non è mai un eterno ritorno dell’uguale, è un eterno cominciamento del nuovo, la più alta celebrazione dell’esistenza, vita che percorre le strade dell’essere, mai paga di esplorare e sperimentare. E dunque, amico, non farti sfuggire l’attimo, tu sei l’unico, prezioso testimone di ciò che accade in questo “ora”. Vedi piccole luci nel buio della notte, lucciole del grano nella serata estiva come stelle sul velluto del firmamento e percepisci la sacralità di un istante che ha in sé tutto il significato della vita. Nessuno vedrà e vivrà questa situazione come tu la stai ora vedendo e vivendo. Nessuno proverà la medesima emozione, né avrà gli stessi pensieri e sensazioni, né giudicherà nello stesso tuo modo, perché questo è il tuo personale gusto, questo è il sigillo della tua individualità. Dunque, caro Meneceo, cogli l’attimo, immergiti nella vita con tutto te stesso, senza riserve, senza dubbi e rimpianti. Non perdere tempo a guardare indietro, questo momento è tutto ciò che conta, è completo, giusto e perfetto così com’è. E se lo manchi hai mancato il tuo vivere. Sappi dunque che hai la responsabilità di quello vedi, di quello che senti e fai in ogni situazione ed esperienza di vita. Sei qui per portare ricchezza nel mondo con il tuo sguardo e la tua presenza, con quello che vuoi e scegli di essere. Sei qui per avere la ricchezza del mondo nell’irripetibile attimo che è l’esistenza in tutta la sua gioia, forza ed entusiasmo. E alla fine comprenderai perché sei qui. La bellezza ti travolgerà come un’onda. Perché la vita esiste per questo. 26 febbraio 2023
Sulle ali di un pensiero errante un’immagine crepuscolare prende forma, incerta nei contorni ma vivida nei colori, a sfidare gli angusti confini dell’intelletto. Spuntata nella mente come un’epifania, aggrappata ai tenui fili di un’intuizione nata chissà come, chissà dove, vive nel presente dello spazio interiore, luogo che non contempla la memoria. La parola non può esprimere l’essere, può solo indicare per cenni e segni, con simboli poveri dagli oscuri sensi. Intelletto e discorso incontrano un limite, oltre non possono gettare lo sguardo. Non è dato al pensiero rigido e meccanico di trascendere sé stesso e il conosciuto. Non può esserci spazio di creatività nel mondo del calcolo, della misura razionale, di ciò che prepara e attende il predicibile. Sui versanti scoscesi del pensiero obliquo può invece irrompere una forza intuitiva, uno sguardo che coglie d’un balzo un senso, sperimentando nuovi territori ed emozioni, al di fuori di ogni percorso conosciuto. L’immagine può librarsi oltre l’ovvio, aprire nuove vie di comprensione, indicare il picco di un’esperienza che resta singolare e non comunicabile. Perché ogni esperienza è incomunicabile, rimane celata nello scrigno dell’interiorità, sacra e inviolabile nel suo senso ultimo. Sulle ali di un pensiero nomade immagini appaiono e si mescolano con la vitalità e la forza ancestrale di ciò che si sottrae ad ogni comando. Qui è la differenza insuperabile tra due ordini di realtà dell’umano: la dimensione razionale di non libertà che offre sequenze di pensiero obbligate entro i circuiti della logica calcolante; la dimensione super-razionale di libertà che non prevede mappe, modelli e norme, ma li costruisce via via in modo nuovo. Tutti noi conosciamo le due forme di vita, le frequentiamo e le viviamo ogni giorno, anche se spesso in modo inconsapevole. Quando la parola non basta più può accadere: un’intuizione fa balenare un’immagine; un sentimento ci guida infallibile a capire; una percezione ci svela ciò che non è detto; un gesto si compie spontaneo senza pensiero; una visione ci proietta nel reame del numinoso; una consapevolezza più fine ci anima e offre un senso più profondo e pieno della vita. Dal pensiero discorsivo alla visione intuitiva: questa è la via per chi ha condotto l’intelletto ad esaurire le proprie possibilità di inventare per aprirsi a pensieri che fluttuano errabondi, liberi di muoversi a concepire l’impossibile nell’insondabile spazio della fonte dell’essere. 6 luglio 2023
Il sonno della ragione può generare mostri, ci ricorda Goya nel suo celebre dipinto. Quando abdichiamo alla nostra ragione per inseguire una fantasia malata messa al servizio degli istinti più efferati il cieco impulso prevale sull’intelligenza, esiliando la razionalità e il buonsenso. Le grandi mostruosità nascono sempre dalla rinuncia al bene dell’intelletto. Allora regnano la violenza e l’ignoranza orientate all’egoismo e all’oblio di sé.
Ma c’è un altro sonno della mente altrettanto pericoloso e distruttivo. È quando la ragione si addormenta in uno stato di inconsapevolezza e agisce nell’illusione e nell’orgoglio, piegata ai rigidi meccanismi dell’ego. La ragione si sente padrona del mondo, convinta di poter tutto sapere e controllare. Si ferma all’idea che non esista altra realtà oltre a quella conosciuta dai sensi o costruita sulla logica dell’astrazione. Allora il pensiero non e più luogo di libertà, restringe il suo raggio e diventa una barriera che preclude l’esplorazione di altre dimensioni al di là dei confini della realtà sensoriale. Perché non esiste solo la ratio ragionante e ciò che le sta sotto nella forma di impulsi, desideri scomposti e brame insaziabili. Ci sono realtà al di sopra della ragione, dimensioni che oltrepassano i cinque sensi e richiedono un’altra capacità di vedere, una disposizione all’ascolto non arrogante, un’apertura al nuovo, semplice e naturale. Quando l’intelletto si crogiola nell’apatia certo di possedere già tutto lo scibile, il vero e sano spirito di ricerca è perduto. La scienza comincia a creare i suoi dogmi e ciò che trascende la realtà dei sensi è svalutato o guardato con sospetto. È il sonno di una ragione che rinuncia, si assopisce e perde ogni vitalità. Ma quando un’altra intelligenza si muove nuove porte si aprono alla percezione, nuove realtà irrompono nell’esperienza. Oltre la razionalità ci sono molti modi di conoscere e vivere l’esistente e altrettanti mondi che si dischiudono: l’intuizione, i sentimenti e le emozioni, le arti, la poesia, la musica e la danza, l’immaginazione, i sogni, la creatività, sono portali che aprono altre dimensioni. Ma soprattutto le conquiste dello spirito che si elevano al di sopra della ragione, nelle più svariate forme di intelligenza: sentimento della natura, senso dell’infinito, pratiche religiose, sciamaniche e magiche, vie di meditazione e di autoconoscenza, ampliamento dello spazio di coscienza, viaggio nei reami inesplorati dell’essere, intuizione di realtà e dimensioni sottili, esperienze metafisiche e transpersonali. L’esistenza è molto più ampia e varia di quello che la ragione può immaginare. Realtà inconcepibili e sempre nuove ci lasciano nello stupore e nella meraviglia, con il desiderio di vedere e sapere di più. Non un sonno dunque, ma un risveglio, un cammino senza fine dentro e fuori di sé attraverso e oltre i confini della razionalità alla ricerca delle segrete fonti dell’essere. 2 marzo 2023
Nessuno vuole vivere una vita anonima che lo veda essere un semplice numero. Ogni individuo è sempre unico e speciale, vuole manifestare le sue qualità personali, ciò che lo rende riconoscibile nel mondo. La vita frenetica della contemporaneità lascia milioni di persone nell’anonimato. Da qui il disperato desiderio di contare, di apparire sulla scena, di essere qualcuno, per conquistare quel minuto di notorietà che faccia spuntare dalla massa amorfa dove il destino è rimanere nell’oblio.
Ma a volte capita l’imponderabile. Dopo aver lottato per dimostrare agli altri di esistere, di essere qualcosa, di valere, di fronte alla frustrazione e al vuoto che accompagnano sempre quel tentativo, alla fine può emergere una scelta radicale: accettare di essere nulla e passare dalla vita anonima alla ‘vita senza nome’. Vivere senza nome è rifiutare le etichette che ci sono state imposte dalla società, significa rigettare tutte le identità fittizie che vorrebbero definirci e imprigionarci. Vita senza nome è vivere nella libertà, affrancati dal peso del dover essere, liberati dal bisogno di approvazione altrui, sciolti da dipendenze e condizionamenti.
Molti mistici cristiani di lontani secoli affermavano la bellezza di essere nulla. Non possedere niente e annullarsi era la via diretta per ascendere al Divino. Vivere senza nome per elevare l’anima alla visione più alta, dove perdersi per ritrovarsi nell’unione con l’Eterno. Questa era la scelta estrema del mistico che nella rinuncia realizzava sé stesso, vivendo il più grande dei paradossi: spogliarsi di ogni cosa e avere il Tutto. Ne Il Nulla divino Meister Eckhart ci conduce su l’impervia via dell’ascesi: Tutto il tuo essere / deve annullarsi, allontana ogni qualcosa e ogni nulla! Lascia il luogo, lascia il tempo, e anche le immagini! / Procedi senza strada / sullo stretto sentiero e troverai la traccia del deserto. Parole potenti di uno spirito libero che non teme il sacrificio ultimo di sé e scioglie l’anima in un canto d’amore: O anima mia, esci, che Dio entri! Affonda tutto il mio essere nel nulla divino, affonda nel flutto senza fondo! Parole piene di silenzio e di gloria dove non arrivano il chiacchiericcio, la superficialità, l’urgenza di apparire, la smania di possedere e dominare. Il mistico sa che rinunciare a sé è la via, si deve diventare un nulla per fare spazio, per far sì che il divino possa irrompere con tutta la sua potenza e la sua luce. Perché non ci possono essere “altri” se il divino è uno ed è tutto ciò che è. È la grande lezione che ci lascia Eckhart. Vivere senza nome è il dono più grande per un essere umano che cerca il vero. È abbandonare ogni identificazione per tornare al proprio sé autentico. È spazzare via dalla propria coscienza ogni egoismo e senso di superiorità, ogni negatività e pensiero di separazione. È ritrovare l’innocenza e la semplicità, la fiducia, la compassione e la quiete. È vivere appieno la propria libertà e la propria manifestazione nell’umano. Non importa avere un nome o una fama, queste sono cose esteriori che cadranno con la morte e non lasceranno traccia. Il fine ultimo della vita è essere uno con l’Uno, solo a questo si volge il vero spirito religioso nella ricerca di ciò che non muore, di ciò che non passa e non tramonta, di ciò che non si coprirà della polvere del tempo. 6 marzo 2023
Sui quadri bianchi e neri della scacchiera si combattono le più accanite battaglie. I pezzi del gioco si muovono inesorabili, in perfette ed eleganti geometrie dove nulla è lasciato al caso, perché affidare le sorti alla fortuna sarebbe votarsi a sicura sconfitta. Due intelligenze si confrontano su un infido campo di battaglia, in un gioco sottile di strategie dove ciò che conta è la salvezza. Saranno l’astuzia e la perspicacia a decretare il vincitore della contesa, non l’improvvisazione scomposta che sempre soccombe all’avvedutezza. Ecco allora i pezzi schierarsi sul campo e comporre l’esercito in ogni reparto. Sono tutte figure maschili, tranne una che però risulta essere la più importante e decisiva per l’esito della battaglia: Il Cavallo imprevedibile nelle sue mosse L’Alfiere micidiale e sempre in agguato La Torre rocciosa a presidiare il territorio I Pedoni combattenti umili e affidabili, temibili quando agiscono insieme. Ma è la Regina il pezzo più potente, che esprime l’energia del movimento e le scelte della strategia più fine. Il Re è la sovranità da proteggere, l’estremo baluardo da difendere per il quale vale ogni sacrificio. La vittoria sarà alla fine conquistata con l’azione di due principi-forza, gli elementi del maschile e del femminile: estro e razionalità, prudenza e azione, calcolo e fantasia, attesa e rapidità, irruenza, sacrificio, inventiva, dono, calma, disciplina, astuzia ed eroismo -tutte le possibilità della vita umana- protagoniste di uno scontro esiziale tra le sponde della vita e della morte. Le regole del gioco sono ferree, ma rendono la contesa vera e leale. Quando la battaglia si infiamma non sono ammesse iniziative individuali, fughe, rinunce o capricci narcisistici. La forza è sempre nell’unità di gruppo, ciascuno al servizio di tutti gli altri, per un bene più grande e collettivo. Non si deve sbagliare una mossa, ogni errore è punito in modo impietoso e ricade sulla strategia generale. Ma non sempre c’è lo sconfitto, a volte una situazione di stallo o una posizione di equilibrio decretano la parità finale, senza vinti né vincitori. Accade anche che un semplice pedone possa diventare una nuova regina e capovolgere le sorti della battaglia quando tutto sembrava perduto. Innumerevoli sono le situazioni e le scelte possibili su quel quadrato, infinite le varianti che ad ogni passo offrono nuove aperture e soluzioni, moltiplicandosi in modo esponenziale. Gli scacchi sono una metafora della vita con tutte le sue gioie e i suoi drammi, raccontata su 64 riquadri bianchi e neri, percorsi in ogni direzione immaginabile. Nel grande gioco dell’esistenza si dà anche il momento della lotta, per una causa, per un fine di giustizia, per una volontà, un desiderio, un’idea. Quando lo scontro si fa inevitabile dobbiamo prepararci a interpretare tutti i possibili ruoli nella battaglia, di re o di regina, di torre o di pedone, di eroe, di sconfitto o di vincitore. Importante non è però solo la vittoria quanto l’aver combattuto lealmente, con correttezza e rispetto per l’avversario, con intelligenza, saggezza e senso del limite, accettando anche la sconfitta, se accade, come parte del grande gioco esistenziale, come inevitabile esperienza dell’umano. 14 marzo 2023
Nella mirabile architettura del cosmo contemplava le perfette geometrie degli astri e il loro camminare lungo la volta celeste secondo leggi di una ragione superiore che sfugge alla comprensione dei mortali. E nel movimento regolare dei pianeti scandito dai numeri dell’aritmetica divina vedeva l’intreccio dei destini degli uomini e tutto il senso del loro esistere. Lo spettacolo del firmamento pieno di luci conquistava il suo spirito e lo nutriva, ispirando le più alte meditazioni filosofiche sull’uomo e sulla verità del conoscere. La matematica si faceva scienza suprema della vita cosmica e delle sue meraviglie, ma con essa una sapienza innocente di spirito filosofico sempre in ricerca, in quella disposizione al sapere che sola può dare all’uomo la dignità, non come dono, ma come conquista. Si chiamava Ipazia quell’anima inquieta volta a scoprire i segreti del mondo. Osservando le forme della realtà vivente, indagando le leggi e i moti del cielo, Ipazia voleva cogliere l’Idea che li governa e ne dà ragione nei termini umani. Ma il sapere non doveva essere disgiunto dalla saggezza, da una composta serenità, dallo studio paziente che sembrava riflettere l’equilibrio e la quieta armonia dell’universo. Ipazia riassumeva in sé la grande eredità delle antiche filosofie dello spirito greco: il Numero e l’Idea, la Materia e la Forma, Il Divenire e il Logos, l’Uno e i Molti erano i fondamenti di una visione che apriva all’uomo la via per comprendere ciò che trascende l’opaca vista dei sensi. Erano gli anni di un’indagine appassionata, offerta a chiunque, nella scuola e nelle piazze, con libertà di discorso e bellezza di parola, sulle orme di Socrate maestro di saggezza, nella sacra aura della visione neoplatonica. Gli antichi saperi assumevano un respiro nuovo, una trasfigurata aspirazione interiore, la volontà di raggiungere con l’assidua ricerca una sapienza da trasformare in stile di vita. Ma un’anima pura dedita alla ricerca del vero non è perdonata dalla coscienza comune. Il messaggio di Ipazia era troppo alto e nobile per un mondo avvolto nelle infime trame della politica e del dogmatismo religioso. Furono la violenza e il furore cieco le armi con cui si tentò di cancellare il suo nome dalla gloriosa storia del pensiero umano. Nulla però poté fermare quell’intelligenza al servizio del sapere che Ipazia incarnava con dignità, fierezza e profonda umanità. L’ammirazione e l’amore dei suoi discepoli che vedevano in lei la Guida al vero filosofare trovano nelle parole del poeta Pallada il sigillo: “Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole, vedendo la casa astrale della Vergine. Verso il cielo è rivolto ogni tuo atto Ipazia sacra, bellezza dell’eloquenza, astro incontaminato della sapiente cultura“. 28 marzo 2023
Nella mente scorre un fiume inarrestabile di pensieri. È un processo spontaneo, un movimento incessante. Immagini e scenari si mescolano e si accavallano, emozioni e sentimenti fanno irruzione nell’adesso. Il pensare si struttura in un ‘prima’ e in un ‘dopo’ come sequenza di percezioni, idee e memorie. La mente vive nel tempo, crea il tempo, è il tempo. Non può esistere l’una senza l’altro, l’altro senza l’una. Ma se le immagini svaniscono e la mente è silenziosa, quando cessa il lavorio inesauribile del pensare, si arresta quel fluire ininterrotto che ne è l’essenza. Allora si ferma anche il tempo come è conosciuto: non più corpo, non più mente, non più mondo, non più cose, né fenomeni o identità e descrizioni. È un ritorno alla sorgente originaria degli eventi che in sé non muta e non vive nella temporalità. Ciò che rimane è un vuoto creativo atemporale, l’eternità come istante di un tempo non-tempo in cui lo scorrere delle cose è pura apparenza. In quell’istante c’è tutto quello che è stato, è e sarà, in esso ogni cosa sorge, vive e si dissolve. È lo stato di colui che cerca nello spazio interiore un diverso e più alto livello di consapevolezza. Quando il senso di presenza si fa più intenso il flusso di pensieri si acquieta e si estingue in modo semplice e naturale, senza sforzo, come il diradarsi delle nuvole all’orizzonte. Nella quiete silente di un vuoto senza confini per la prima volta riluce un riflesso di eternità. Il corpo e la mente continuano nel tempo come fenomeni apparenti della realtà sensoriale, ma colui che osserva rimane imperturbato. Nel momento in cui emerge la coscienza di sé colui che vede è già al di fuori di quello scorrere. La foglia trasportata dalla corrente del fiume non si accorge del fluire perché vi partecipa, ma il sasso immobile in mezzo al torrente può vedere il movimento delle acque. Così è per chi osserva ogni cosa con distacco, realizzando la verità del sé e l’illusorietà del mondo. Meditare è la via maestra per fermare il tempo. La coscienza atemporale emerge vivida e luminosa solo quando la mente è immobile, silente e pura. Allora il frastuono del mondo si perde lontano, di là dai confini di un tempo che si scioglie nell’eterno. 31 marzo
Conoscere richiede un occhio puro, uno sguardo spassionato e limpido sul mondo, perché la vera conoscenza è assenza dell’io. L’ego è solo una prospettiva limitata e parziale, un coacervo di problemi, pretese e idiosincrasie che sovrappongono al ‘visto’ le vecchie memorie. Il passato traccia un solco nella coscienza, offusca con una miriade di desideri la visione, condiziona e manipola ciò che è di fronte, obnubila la realtà che sempre ci sfida e ci parla. Il desiderio di sapere è connaturato all’uomo, è la spinta fondamentale che avvia la ricerca, è energia viva che erompe, forgia e trasforma. Dalle acque stagnanti dell’incoscienza animale l’uomo è emerso con la sua coscienza inquieta, pronto a conquistare e possedere il mondo. Conoscere è la chiave del suo illimitato potere che tutto travolge e riscrive in nuovi paradigmi. Ma la smania di sapere può diventa hybris, tracotante senso di sé, impenitente orgoglio, ansioso tentativo di controllare la realtà per renderla docile strumento del proprio io. Quando l’ego prende le redini della situazione il conoscere è asservito a istanze estrinseche, perde la sua innocenza, la purezza dell’intento, diventa ragione che calcola, usa e soggioga, celebrando come trionfi le proprie malattie. Un sapere autentico è apertura e ascolto, un vedere pieno di meraviglia e di rispetto che mette da parte l’ego e lascia spazio, concedendo a ogni cosa di essere e di rivelarsi. È un conoscere che è ‘dotta ignoranza’, un ‘sapere di non sapere’ che è libertà. Quando il soggetto-io non interferisce c’è pura conoscenza finalmente liberata, visione di una verità semplice e innegabile che va oltre l’apparenza e coglie la sostanza. E non è una fredda osservazione delle cose: la volontà, le passioni e i sentimenti rimangono, non centrati sulle pretese insaziabili dell’io, ma a loro volta liberati da comandi e imposizioni, dalla schiavitù dell’istinto e del calcolo personale. Dove non c’è ‘io’ scompaiono la confusione, l’errore, l’inganno di una prospettiva ristretta e parziale. Allora la conoscenza è davvero al servizio di tutti, perché nessuno la possiede e la controlla, non dipende da alcuno, è libertà in essenza. Quando si osserva il mondo con spassionato intento non c’è più separazione tra la coscienza e la realtà. Conoscere coincide con l’essere e con l’esistere, è spontaneo movimento di vita e armonia con il Tutto: un sapere svincolato dall’antico retaggio animale; una dotta ignoranza che nel non sapere è sapienza; un conoscere disinteressato che vive appagato di sé; un approccio al mondo autentico e pienamente umano. 4 luglio 2023
-Mi stavo interrogando sul significato del termine ‘religione’… -L’etimo viene dal Latino religare. Deriva dalle parole res e ligare. -Quindi potremmo tradurla come “legare le cose”, raccoglierle, metterle insieme. -Ci sono diversi significati che possiamo esplorare. Il primo è legare le persone in una comune prospettiva spirituale. Religione è ciò che unisce gli esseri umani in uno stesso cammino di ricerca… -…la ricerca di un senso, di un perché, di un fine ultimo per la nostra vita terrena. -Sì, con lo sguardo che si volge alla trascendenza, a ciò che sta al di là della realtà ordinaria, una Realtà che oltrepassa i nostri sensi. –Religare è quindi creare una comunità che si riconosce in una figura religiosa, in un testo sacro, in una tradizione e in un destino ultimo. -È un fenomeno che troviamo in ogni civiltà e cultura umana. Nasce dal bisogno di stabilire un rapporto con una Realtà superiore, nell’orizzonte di valori spirituali e principi morali condivisi. -Qual è il compito di una religione? -Fine delle religioni è affratellare, unire gli uomini nel sentimento comune di una fede, superando le barriere e le differenze. È offrire la prospettiva di un destino oltre la vita terrena, un senso ultimo. È predicare l’amore, la concordia e la pace universali. -Certo, anche se poi, nel corso della storia, nel nome delle fedi religiose si sono scatenate guerre, crociate e crimini orrendi. Perché il dialogo è così difficile tra credenti di diverse confessioni? -Ogni religione offre una verità suprema e assoluta che il credente non deve mettere in dubbio, almeno nei suoi fondamenti dogmatici. È chiaro che la difesa di un Libro sacro può produrre negli stolti un atteggiamento di intolleranza e fanatismo, con tutte le conseguenze che conosciamo dai disastri del passato. -Già, quante guerre al grido “Dio e con noi!” abbiamo visto nella storia… Mi chiedo se colui che uccide un suo simile ‘nel nome di Dio’ abbia davvero letto le parole e seguito gli insegnamenti del Testo sacro che difende con tanta veemenza. Ma come uscire da questo gorgo? -Dobbiamo vedere le religioni come sentieri diversi che conducono alla stessa meta. Gli insegnamenti fondamentali delle varie fedi non appaiono così dissimili, perché si parla sempre del divino e di amore, compassione, altruismo e pace. Le differenze tra confessioni sono più esteriori e riguardano i riti, i linguaggi, le tradizioni storiche, gli aspetti organizzativi e gerarchici. -Non sembra così difficile da comprendere… -Quando una fede è usata come arma di offesa entrano in gioco molti aspetti e problemi di tipo culturale, sociale, politico, psicologico, identitario, ecc. La situazione è sempre molto complessa, al punto che la motivazione religiosa sembra spesso scavalcata e strumentalizzata da altre istanze. -Certo, capisco che il discorso qui ci porterebbe molto lontano. Lo affronteremo più a fondo in altra occasione. Ora ritorniamo ai significati della parola religione. -Mi pare molto bello il significato di religare come ‘raccogliersi”, ricomporre i pezzi sparsi della propria esistenza nella direzione del Trascendente. Diceva il grande Agostino “In interiore homine habitat veritas“. Qui c’è una chiave importante: nello spazio dell’interiorità, nella coscienza meditante, nel silenzio di una profonda comunione con il divino, lì siamo tutti uguali, siamo tutti cercatori del vero, oltre le differenze esteriori di ritualità, simboli, parole sacre, usi e costumi religiosi. -È quindi un cammino molto individuale, dove ciò che conta è lasciato alla responsabilità e alla serietà del singolo. -Quando le fedi si istituzionalizzano e diventano organizzazioni rischiano di perdere il loro spirito originario. Le ragioni del gruppo e dell’identità spesso prevalgono sulla purezza del messaggio. -Si crea spesso una relazione dialettica tra l’individuo e la struttura religiosa basata su ruoli, regole e vincoli. Nasce un conflitto tra l’obbedienza e la libertà, tra la forma e la sostanza. -Alla fine è comunque sempre la persona che compie il suo cammino spirituale. È sempre il singolo, come affermava Søren Kierkegaard, che vive, soffre, medita, prega, cerca il divino. Il momento collettivo può essere la cornice, ma la realizzazione più alta è sempre solo dell’individuo, nella sua libertà di coscienza, nella sincerità del suo proposito. -Spesso si distinguono la via delle istituzioni religiose e quella del misticismo come realtà contrapposte: rituale esteriore e ricerca interiore, religione collettiva e religiosità individuale, fede e ascesi… -Sì, religione e religiosità, troviamo sempre nella storia questi due modi di vivere l’esperienza spirituale, ma non sono necessariamente in contraddizione. Molti santi hanno vissuto esperienze estatiche non descrivibili nei termini delle religioni tradizionali, tuttavia non per questo il loro misticismo li ha portati ad abbandonare la tradizione religiosa cui appartenevano. -Va detto che i grandi santi erano di solito controcorrente rispetto alla mentalità dei loro tempi, a volte hanno fatto una brutta fine perché proponevano una religiosità troppo alta e incomprensibile per la massa. -Ma è così che hanno portato una nuova coscienza nel mondo, favorendo l’evoluzione spirituale dell’umanità, al di là di confini nazionali, geografici e culturali. Così come possiamo essere ispirati dai testi sacri e dagli insegnamenti delle tradizioni religiose di ogni tempo e di ogni parte del mondo. -Il termine religare mi fa pensare anche al significato di relegare, rinchiudere, confinare… –Religare si può intendere effettivamente anche come riconoscere i confini del sacro, il recinto del numinoso, l’olimpo degli dei. Un confine invalicabile che stabilisce le distanze fra gli esseri umani e una Realtà superiore perfetta, ineffabile, inviolabile, quello che chiamiamo ‘il divino’. -Mi viene in mente anche il significato di ‘legarsi al cielo’, stringere un legame con ciò che è lassù… -E dunque come desiderare, da de sideribus, partecipare di quella realtà che immaginiamo di vedere tra le stelle, in un cielo o paradiso o luogo del sublime. -Quindi vuol dire elevarsi oltre la condizione umana, aspirare all’eterno, sentirsi parte di un destino comune più grande e glorioso. -E se vogliamo significa anche abbandonare tutti i desideri mondani per mantenere un solo, estremo desiderio, quello di sapere chi siamo, perché siamo qui e se per noi c’è un ‘dopo’. Un mistero che racchiude tutto il senso del nostro esistere. -Non pensavo di trovare così tanti significati nella parola religione – e so che non sono tutti. Ciascuno di essi apre nuovi orizzonti di comprensione e mondi di esperienza. -È così un po’ per tutte le cose che conosciamo, la ricerca è senza fine, il rigagnolo diventa un fiume possente che si ramifica senza che si possa vedere un termine. -Sento che dobbiamo concludere, anche se nessun dialogo si può mai dire davvero concluso. Alla fine vorrei tornare sul significato che amo di più: religare come sentimento di amore universale, legame spirituale e unio mystica… -…ricordando che la parola amor si può intendere liberamente come a-mors, non morte, vittoria sulla transitorietà della vita, sguardo nell’Oltre, speranza in un dopo, in una giustizia superiore, in una ri-unione con chi è scomparso prima di noi, amore per tutto ciò che è e sarà… -Discorso profondo, senza fine, come lo è l’esperienza religiosa… -Certo, come potrebbe mai esaurirsi lo sguardo che cerca l’Infinito? 2 aprile 2023
Tra due estremi c’è sempre un punto che è il luogo mediano di equilibrio. Non è facile individuarlo e rispettarlo nelle esperienze del vivere quotidiano. In un mondo fatto di opposti e dualismi ci muoviamo sempre tra due sponde, tra gli estremi poli di ogni situazione. È come per l’acrobata in bilico sul filo che deve in ogni momento guadagnare il bilanciamento che non lo fa cadere. Il punto di equilibrio è il giusto mezzo, è il luogo di stabilità, misura e armonia che porta al compiersi di un’esperienza nel suo significato e nella sua pienezza. Come la corda che solo alla giusta tensione può produrre un suono puro e definito, così ogni esperienza deve modularsi nella giusto rapporto tra il poco e il troppo. Digiunare o abbuffarsi, tacere o straparlare, afferrare o rinunciare, attaccare o fuggire, tante sono le situazioni con gli opposti che confliggono e si negano a vicenda. Il poco crea insoddisfazione e chiusura, è fonte di aridità, inibizione e rinuncia. Il troppo crea tensione e irrequietezza è fonte di ansia, eccesso e distruttività. Non è saggio indulgere in un’esperienza, ma neppure privarsi di una nuova possibilità. Individuare il punto esatto di equilibrio non significa raggiungere un compromesso, non è un adattarsi o un rimanere a metà, è cercare quella che i saggi dell’antichità insegnavano come ‘giusta misura’. Dopo aver conosciuto i due estremi nella loro forza trascinante e distruttiva siamo pronti per seguire la via di mezzo che richiede grande consapevolezza, intuito, cura e fine osservazione. Allora è possibile trascendere la dualità: non più esperienze estreme ed eccessi, non più rinunce che bloccano e puniscono. La via dell’equilibrio supera le polarità, le accetta senza riserve e le fa incontrare. Giocando con grazia tra le due sponde si intrecciano i colori di tutte le diversità, sempre però tornando al punto di quiete, il più stabile, elegante, bello e armonico. Il punto di equilibrio è il luogo neutro che dà la prospettiva più ampia e limpida, è riposo, riflessione, visione imparziale. È il punto medio tra i due piatti della bilancia, lo zero da cui si diparte ogni possibile scelta, il luogo dove le due polarità si toccano, ma senza scontro, conflitto e distruttività. Quanto più si frequentano i limiti estremi tanto più diminuisce il livello di coscienza, tra caotiche passioni e disordine interiore. Per arrivare a scoprire il luogo di quiete i poli estremi vanno però conosciuti, direttamente nella propria esperienza, indirettamente nell’esperienza degli altri, oppure attraverso l’immaginazione creativa e la rappresentazione nelle forme dell’arte. Non c’è bisogno di andare in battaglia per comprendere i dolori della guerra. Non c’è bisogno di una pace stagnante per vedere che l’inerzia è rinuncia a vivere. Per capire bastano l’osservazione, l’empatia, l’immedesimazione e la saggia riflessione, oppure il raccontare e il rappresentare con il gioco, l’arte, la fantasia, il dialogo. La vita è sempre là dove c’è equilibrio, dove il movimento è fluido e armonioso. La via di mezzo non è fare le cose a metà, è integrare gli estremi a un livello più alto, superando la loro parzialità e limitazione. È vivere con la calma serena del saggio, nello sguardo indulgente che accoglie, nella moderazione che lascia appagati. Una volta fatto nostro il segreto possiamo diventare punto di equilibrio per gli altri nelle varie situazioni di vita. La vicenda umana diventa un’avventura. Allora tutta l’esistenza ci viene incontro. Come l’acrobata ci muoviamo sul filo perdendo e ritrovando l’equilibrio, grati di poter sentire il brivido di vita che in quei passi incerti ci percorre. 7 aprile 2023