Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Una storia Zen: Un uomo inseguito da una tigre giunse in prossimità di un dirupo, dove si rifugiò afferrandosi alla radice di una vite selvatica. Guardando in giù, si accorse che una seconda tigre lo aspettava pronta a divorarlo. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare la vite che presto avrebbe ceduto. L’uomo allora vide accanto a sé una bella fragola rossa. Mentre si teneva con una mano, con l’altra colse la fragola. Com’era dolce!
Sospesi sempre fra passato e futuro, possiamo gioire dell’istante presente? Noi viviamo braccati da due tigri: quella del passato ci insegue minacciosa, quella del futuro ci attende famelica. Entrambe osservano le nostre mosse con sguardo freddo e inesorabile. Nella vita irrompe poi il caso, come un furetto comparso all’improvviso che viene a mettere tutto a soqquadro. Il corso degli eventi è imprevedibile, tutto è appeso al girare di una ruota dove può uscire il bianco oppure il nero, colori che si alternano e convivono. Il nostro destino si decide in un attimo, ma proprio quell’istante è prezioso, in esso c’è il vero significato della vita che esiste tutta solo nel momento, perché passato e futuro sono illusioni della memoria e dell’immaginazione. E le due tigri terribili e minacciose alla fine sono solo nostri fantasmi. Cogliere e assaporare la fragola è dunque vivere il momento che viene come pieno e dolce istante di vita. È la capacità di stare nel presente, sciolti dal rimpianto per ciò che fu, liberi dall’angoscia per ciò che sarà. La vita contiene già in sé il suo opposto, la morte, la grande Signora con la falce, che ci attende là in fondo al dirupo, come un felino acquattato nell’ombra. La scorgiamo nel tempo che scivola via e sgretola il terreno dietro i nostri passi, la vediamo nel trapassare delle cose che scompaiono nel nulla da cui vennero, perché ogni morire è un nuovo vivere. Noi sempre sospesi tra la vita e l’Oltre, nel nostro breve tragitto d’esistenza, siamo sempre di fronte ad una scelta: possiamo godere del momento presente, oppure vivere nella paura e nel rimorso. Non c’è attimo di vita che non porti con sé il suo dolore e la sua gioia, inseparabilmente, perché gli opposti si muovono sempre insieme. L’uomo che riesce a vedere il bene nel male, la gioia nell’afflizione, la serenità nel dolore, ha trovato le chiavi della vita e della morte. Ora può apprezzare ogni istante vissuto perché ha fatto suo il più grande segreto. 30 gennaio 2023
-Da dove viene la realtà, questo universo che noi conosciamo e abitiamo? -Tu cosa dici? Da dove si può partire per una riflessione filosofica sulle origini del cosmo? -Io partirei da qui: il pensiero greco ci ha lasciato un assioma che sembra assolutamente irrefutabile: “nulla viene dal nulla”. -Sì, certo, purché il “nulla” sia inteso in senso assoluto, come il niente totale e permanente. Parmenide diceva che il nulla non può essere pensato né predicato. E noi aggiungiamo: non può essere neppure immaginato come un semplice vuoto, perché altrimenti sarebbe un “qualcosa”, una dimensione dello spazio concreta e definibile. -Noi comunque vediamo che c’è un universo – è un fatto immediato e innegabile -e non possiamo fare a meno di interrogarci sulla sua origine. Ma se è vero che il cosmo non può essere spuntato dal nulla, allora ci sono due possibilità: esiste da sempre così com’è oppure è derivato da altro… -La realtà del mondo fisico non è assoluta e perfetta, altrimenti non muterebbe e non presenterebbe tante contraddizioni, imperfezioni e limiti… -… quindi non potendo derivare dal nulla e non potendo essersi creata da sola per le sue intrinseche limitazioni deve avere avuto una prima Causa, un Assoluto che non soggiace ai vincoli dello spazio e del tempo. -Sì, noi sappiamo che lo spazio e la materia sono finiti, relativi, sempre in movimento. La realtà fisica è meccanica, misurabile, quantitativa. I Greci usavano il termine “divenire”: tutto muta e si trasforma e non sta mai fermo. Ma questo è un segno di imperfezione. -La finitezza vale anche per il tempo? -Certo, poiché dipende dallo spazio e dal movimento, il tempo è anch’esso relativo e meccanico. -E quindi…? -Di conseguenza tutto ciò che esiste nella realtà spazio-temporale deve essere necessariamente derivato da un Principio primo che non ha le limitazioni del finito. -E quindi è infinito e da sempre e per sempre esistente… -Sì, un principio eterno che si pone come Realtà assoluta creatrice e senza limiti. Però dobbiamo chiarire il concetto di eternità, perché l’ Assoluto non vive in un tempo che va avanti senza fine, ma ‘è’ in un tempo infinito da intendere come non-tempo, assenza di divenire, ‘tempo’ dove tutto è già accaduto e compiuto. La sua ‘esistenza’ è puro essere non relativo, non limitato né dipendente da altro. -Dunque l’Assoluto è infinito, perfetto, indivisibile, immutabile… è la descrizione che ci ha lasciato proprio Parmenide. -Se concepiamo l’Essere come eterno, ingenerato, perfetto e indistruttibile, siamo in sintonia con gli Eleati, ma anche con altri filosofi, tra cui il grande Spinoza. -Sì, ricordo che nella sua Ethica Spinoza procede more geometrico dal Primo principio dicendo che esso comprende tutte le infinite possibilità del finito, ma è una totalità, è Uno, indivisibile ed eterno. Non essendo limitato o ostacolato da altro, l’Assoluto è infinito in tutti i suoi attributi e manifestazioni, è la sorgente di illimitate possibilità di esistenza. -Il cosmo finito deve essere derivato dunque necessariamente da un Principio infinito, da sempre e per sempre esistente, onnipotente, sorgente di tutto ciò che è. Ma da ciò deriva anche che il nostro è solo uno degli innumerevoli universi possibili che furono, sono e saranno… -Mi sembra di sentire qui le parole di Giordano Bruno, ebbro di infinito, che parla di un’illimitata creazione di mondi e di esseri, una visione eretica per i suoi tempi, rivoluzionaria ed entusiasmante ancora oggi. -Nella filosofia di Bruno l’Assoluto è trascendente e al tempo stesso immanente in tutto ciò che esiste: enti, intelligenze, situazioni, storie, vite. -Rimane però una grande domanda: come pensare, pur nei nostri limiti umani, un Assoluto che non è nel tempo e nello spazio, dove insomma non ci sono accadimenti e distinzioni? Non sembra più un Nulla che un Essere? -In effetti l’Assoluto in sé si può pensare solo come un Nulla, una totale assenza di materia, luce, movimento, divenire, trasformazione. Ma quando si manifesta diventa un Tutto, le ‘diecimila cose’ che vediamo nel mondo. Tieni presente però che qui il Nulla non è il nulla assoluto di cui parlavamo all’inizio, qui qualcosa c’è e questo Qualcosa è la fonte di tutta la realtà proiettata nello spazio e nel tempo. -Può essere un’intelligenza? -Sì, in quel ‘vuoto’ c’è una Coscienza/Intelligenza infinita, immateriale, che tutto conosce e crea in un ‘tempo senza tempo’ che è l’eternità. -Dunque l’Assoluto è Tutto e Nulla al tempo stesso. Ma com’è possibile questa coincidenza degli opposti? Come si può pensare questa contraddizione? -È possibile se il Tutto viene concepito esso stesso come fatto di contraddizioni e opposizioni che si sommano e si bilanciano lasciando il Nulla immutato, con il risultato finale che è sempre Zero. Ti faccio un esempio con la matematica : +2-2 +5-5 +7-7 +9-9 +33-33 … ecc. all’infinito… (Tutto) = 0 (Nulla) L’universo è fatto di opposizioni e dualismi che si integrano e si annullano dando come risultante zero, cioè il nulla. Il cosmo viene dal Nulla che è un Infinito con illimitate potenzialità, fatto di contraddizioni che si manifestano, lottano, si alternano nel gioco della vita, ma che alla fine si neutralizzano a vicenda sommando zero… -Questo mi fa pensare al cammino del nostro cosmo, dal Big Bang iniziale all’entropia di un universo morto… Dal nulla sorge un cosmo brulicante di eventi che pian piano si spegnerà nel buio e nel silenzio… -Il tuo paragone in qualche misura può aiutarci a pensare il rapporto tra il Principio immateriale e la realtà manifesta: da un primo punto-nulla iniziale al tutto e poi al nulla finale. Ma rimane una differenza decisiva: la realtà cosmica generata dall’Assoluto è un viaggio che non avrà mai fine, perché, come già Bruno aveva intuito, ciò che deriva da un principio infinito è anch’esso infinito, anche se manifestato nel tempo e nello spazio. -In questo caso ‘infinito’ nel senso di ‘senza fine’, divenire perpetuo. Comunque capisco la vertigine e l’entusiasmo di chi arriva a ‘vedere’ la realtà come un viaggio inesauribile. -Per chi vive nell’illusione del tempo tutto appare così, come una realtà concreta dove non c’è mai fine al nuovo e alle possibili esperienze. Attraverso gli esseri senzienti l’Assoluto conosce sé stesso, fa esperienza di sé in ogni forma possibile, si ama in ogni sua manifestazione e illumina ogni angolo del suo essere. Naturalmente queste mie espressioni sono del tutto inadeguate a esprimere ciò che non si può descrivere. -Ma perché per l’Assoluto c’è questa necessità? Perché le cose vanno così? -Per il Principio la necessità coincide con la totale libertà. Possiamo dire che è la sua natura, la sua volontà, il suo fiat, la sua essenza… Oltre non è possibile andare. -Dunque l’Uno deve diventare i molti e, per così dire, sdoppiarsi in Nulla e Tutto per manifestarsi coscientemente, per essere pienamente quello che è… -Ci rendiamo conto che le nostre parole sono un pallido tentativo di comprendere un mistero insondabile. Ma dobbiamo ogni tanto sollevare lo sguardo al di sopra delle piccolezze del mondo per tentare di approdare ad una visione più alta… -Un’ultima domanda: oggi abbiamo riflettuto sul cosmo e così siamo arrivati a parlare del Primo principio… Come facciamo a sapere tante cose dell’Assoluto? -Noi sappiamo perché lo siamo… 5 febbraio 2023
Nei vortici c’è tutta la realtà dell’uomo secondo la scienza sacra dello Yoga. L’energia scorre attraverso sette porte, centri rotanti dove la forza vitale fluisce definendo i caratteri dell’individualità. Dall’equilibrio armonico di quei vortici dipendono la vita, la salute e la serenità, la qualità delle relazioni e l’autonomia, la lucidità e l’elevazione della coscienza, la consapevolezza del destino spirituale. L’energia si muove verso l’alto a spirale dal greve materiale al puro immateriale, si affina e si purifica nell’alchimia interiore, crea un equilibrio tra corpo, mente e spirito. Se non viene bloccata, deviata o interrotta dona all’individuo armonia e chiarezza, altrimenti si tramuta in forza distruttiva. Troviamo nel rosso del primo vortice la sorgente di tutta l’energia vitale. Da lì la prima sensazione “io esisto”, l’atavica originaria volontà di essere, legata all’elemento terra che nutre e procura la stabilità del radicamento sul piano della sicurezza materiale. Solo il demone della paura può impedire il farsi del bozzolo di una prima identità. È nel secondo vortice il regno del sentire. Emozioni e sensazioni si muovono fluide richiamando la natura dell’elemento acqua. È la sfera del desiderio e del piacere, la fonte della creatività e dell’intimità. Se non subentra il senso di colpa a inibire il piacere creativo dei sensi l’individuo conosce un mondo più pieno, arricchito di percezioni ed emozioni. Nel terzo vortice si ha la nascita dell’ego. È l’affermazione della volontà del singolo, del potere personale in azione nel mondo che trova nell’elemento fuoco il suo simbolo. Qui fioriscono i talenti e l’autonomia, la capacità di operare con determinazione. Se l’energia non è bloccata dalla vergogna, se non deborda in atteggiamenti di orgoglio, l’individuo rafforza la sua personalità ponendo e realizzando i suoi obiettivi. Il quarto vortice è il luogo della relazione. Solo nel rapporto con altri esseri umani possono fiorire i sentimenti più elevati, le emozioni più belle e profonde. Da qui gli ideali di amicizia e fratellanza con cui l’individuo va oltre sé stesso per riconoscersi in una comunità di eguali. È l’aria il simbolo di questa sottile energia che rende la persona leggera e armonica. Quando la coscienza può espandersi non bloccata da emozioni negative o dall’ansia della competizione sociale, allora con il risveglio e la fioritura del cuore si compie il cammino dei primi quattro vortici legati alla natura e alla realtà del visibile. Il quinto vortice è la dimora del linguaggio. Oltre il piano terreno dei quattro elementi si apre quello dell’invisibile e dell’immateriale. L’elemento etere percorre lo spazio infinito dove la comunicazione si muove libera nei territori esoterici della realtà spirituale. La ricerca del vero si fa urgenza ineludibile in un mondo dove la parola si smarrisce e la mente naviga nella confusione. Se l’ipocrisia della non verità è superata la comunicazione purificata e autentica dona grande chiarezza e consapevolezza. Il sesto vortice è il regno dell’intuizione. Ora la visione spazia nell’immateriale toccando nuove vette di comprensione. L’occhio spirituale vede oltre le apparenze svelando le più intime trame del reale. È la luce della coscienza che si proietta a illuminare l’interno con l’introspezione, l’esterno con l’immaginazione creativa. Un mondo di simboli e archetipi si forma a segnare la via che conduce al risveglio. Il settimo vortice, il “loto dai mille petali”, è la suprema fioritura dell’essere umano. La consapevolezza si apre al divino collegando l’uomo all’assoluto infinito. È il momento del risveglio spirituale, la realizzazione del destino ultimo: l’energia si muove totalmente libera, i centri operano in perfetta armonia, le migliori qualità interiori sbocciano, la conoscenza apre realtà inesplorate, la saggezza si fa azione spontanea, l’intuizione creativa tocca il suo apice. Secondo la scienza sacra dello Yoga sette sono le dimensioni dell’essere che descrivono la complessità umana, sette sono i vortici della realtà interiore che l’uomo deve saper attraversare per conoscere e realizzare sé stesso. 21 settembre 2023
Orfeo non lo aveva compreso: Euridice non poteva essere posseduta, doveva solo essere riconosciuta e amata come una parte di sé. Euridice ammaliata dal suo canto e di lui follemente innamorata, morta innocente per infausto destino, era caduta nel freddo e buio Averno. Era il Femminile lasciato da Orfeo nella separazione e nell’abbandono, nel luogo oscuro della dimenticanza. Accade con l’amore ancora immaturo, intriso di ego e di brama del possesso. Accade quando l’uomo smarrisce la parte di sé che lo rende completo: la donna interiore che vive in lui. Allora la perdita si fa gorgo di dolore e comincia una ricerca angosciosa per riunire ciò che si era separato. Si racconta di un Orfeo disperato per aver perduto la donna amata che ricorreva alla sua arte del canto, capace di sciogliere ogni cuore, per scendere da umano negli Inferi e riportare alla luce del vivente la sua Euridice sepolta nell’oblio. La grazia era dagli dei concessa. Ma per ricondurre l’amata alla luce la magia della lira non bastava, né lo poteva la bellezza dei carmi. Un’ultima condizione era imposta, un atto di fiducia senza riserve, la prova decisiva per ogni uomo: confidare nel proprio Femminile per riguadagnare insieme la luce, di nuovo riuniti nell’Uomo intero. È la via della consapevolezza, della piena coscienza dell’alterità. Ciò che appare riflesso al di fuori è ciò che avviene nell’interiorità, nella coscienza dell’essere umano che deve sapersi e volersi Uno. Gettare sull’altro lo sguardo dell’avere è ridurre la persona a proprietà, disconoscendo quella Presenza che può vivere solo nella libertà. Il Femminile visto come altro da sé non può integrarsi e completare l’uomo egoico diviso in sé stesso. Cade nel buio dell’incoscienza ciò che non è amato senza condizioni, perché l’attaccamento e il desiderio creano un’insuperabile distanza, incatenano e privano di ogni libertà. Orfeo smanioso di riprendersi Euridice falliva dunque nel momento decisivo: impaziente di riavere la sua amata si voltava per vederla e assicurarsi di possedere il suo oggetto d’amore, rompendo così il patto e l’incantesimo. La perdita irrimediabile dell’alterità significava anche per Orfeo la fine: dilaniato da oscure forze demoniche precipitava in una morte interiore. Rimaneva di lui solo il canto solitario, sempre più lontano e malinconico, velato dal rimpianto e dal rimorso.
Ma Euridice non è ancora perduta. Ci sarà per Orfeo un’altra possibilità. Nulla muore nell’essenza dell’uomo perché ogni fine è sempre un inizio, tutto torna nel ciclo di morte e rinascita come avviene sempre nell’eterna natura. Orfeo incontrerà ancora una Euridice che risveglierà in lui la donna interiore e riproporrà la grande sfida dell’Unione, la conquista più importante e decisiva: l’incontro di Maschile e Femminile che solo all’interno di sé può avvenire. Se imparerà l’amore senza possesso Orfeo potrà diffondere il suo canto non più per sedurre e rapire i sensi, ma per liberare le anime dai lacci, per dare linfa allo spirito affamato, per ricongiungere ciò che si era diviso. Il compito per lui più alto e più degno. 31 agosto 2023
Nel cielo gli uccelli sono svaniti E ora anche l’ultima nuvola si dissolve Sediamo insieme la montagna ed io Fino a che solo la montagna rimane (Li Po)
Le parole di Li Po non sono solo poesia, sono il canto della sua realizzazione, la celebrazione della bellezza del Tutto che si svela solo quando l’io si dissolve. L’io giudica, separa e concettualizza, ma la vita ridotta ai concetti della mente perde tutta la sua potenza e profondità. Il fenomeno è inquinato dalla memoria, ingabbiato negli schemi della ragione non può mostrarsi nel suo puro essere. Il soggetto pensante porta con sé il suo greve carico di idee e memorie, si fa sfuggire l’ovvio seguendo il banale, non vede la vita che gli scorre accanto come fonte perenne di fresche acque. Guardare gli uccelli svanire in cielo o le nuvole dissolversi all’orizzonte è ascoltare il richiamo dell’esistenza al sé, una lezione sull’impermanenza delle cose, sull’importanza di cogliere l’attimo che va. La vita si può contemplare ma non afferrare, è libera creazione che a nessuno appartiene. Possedere una cosa vuol dire distruggerla, farne una preda da mettere nel carniere come una realtà morta, priva di bellezza. Ma le parole di Li Po vanno oltre, toccano le corde più intime dell’anima, aprono la via della più alta meditazione. Quando sediamo insieme alla montagna siamo l’esistenza che contempla sé stessa. La montagna rimane solo una roccia se l’io giudicante è presente nella scena. La montagna non è solo una montagna se si sa vedere al di là dell’apparenza. L’esistenza è una, è un’infinita rete di eventi interconnessi e inseparabili. La si può contemplare solo quando sorge un puro vedere senza centro, senza un io che separa e divide. Allora “solo la montagna rimane”, -ma in realtà è tutta l’esistenza- a mostrare la potenza della vita e nel suo apparire a ricordarci l’unità sacra di tutto l’esistente. Dissolvere il roccioso sé personale, risvegliare la coscienza meditativa, vivere lo spazio della contemplazione dove l’essere si rivela a sé stesso in tutte le cose che abitano il mondo: è il cammino che ci indica Li Po, poeta illuminato che siede in silenzio. 24 agosto 2023
Quanti punti di vista interpretano una situazione? E qual è quello riconoscibile come “vero”? Immaginiamo la scena di una partita di calcio vista da diversi soggetti in differenti modi: le riprese delle telecamere da ogni lato, gli sguardi dei calciatori impegnati in campo, i punti di osservazione dei vari spettatori, l’angolo visuale di un insetto che vola intorno, la prospettiva di un uccello, di un filo d’erba… Potendo esaminare tutte le vedute dell’evento non riusciremmo facilmente a riconoscerle come una riproduzione della stessa scena. Ogni ‘punto di vista’ è sempre soggettivo, perché localizzato, limitato e parziale. Certo ha una sua qualità speciale, porta con sé una comprensione unica, si accompagna a un sentire incomunicabile. Ma per sua natura è singolare e limitato, coglie solo una delle possibilità, mai l’intero. L’idea di riprodurre la realtà così com’è, in modo del tutto oggettivo, è un’illusione. Una visione oggettiva, cioè assoluta, dovrebbe integrare tutti i punti di vista, una miriade di eventi particolari, in un unico “vedere” onnicomprensivo: sarebbe quella di un Essere onnisciente. Ma ogni punto di vista individuale possiede in sé un valore inestimabile. Per quanto parziale e frammentario contiene tutta la verità del momento. Ogni “vedere” è vero in quanto tale, è un evento assoluto e perfetto. La Verità non è l’esattezza di un dato, è la totalità di quello che accade, la pienezza dell’essere testimoniata da ogni singolo sguardo sul mondo. Concentrata in quel punto di vista c’è tutta la comprensione dell’essere, realizzata in un modo irripetibile. È la bellezza della soggettività, è l’incanto di uno sguardo puro che si dà solo nella singolarità. Nell’esperienza individuale la vita rifulge al massimo grado. Il singolo vive il suo punto di vista, un modo proprio di sentire il mondo di cui nessuno potrà mai sapere. È la ricchezza di un’esperienza che si pone come fatto assoluto e si sottrae a ogni comparazione perché completa e buona in sé. Tutte le Sapienze della tradizione affermano che ogni istante è prezioso e va vissuto con consapevolezza perché è unico e non tornerà mai più. Il ‘punto di vista’ è un atto di coscienza che rivela l’assoluto nel relativo, l’eterno essere immortale nel transeunte, la cosa più preziosa nel gesto più semplice. Un insetto sul filo d’erba guarda il mondo. È uno degli infiniti occhi sulla Realtà. Non sa ancora che nel suo vedere si riflette tutta la verità della vita. 20 agosto 2023
Per caso mi fu concesso dal destino di assistere a quella scena incredibile, anche se adesso sono convinto che il caso non esiste nella vita e tutto accade quando è il momento, quando noi siamo pronti a ricevere. Passavo di lì, al villaggio dei pescatori, dovevo visitare la mia vecchia madre, quando comparve quell’Uomo. C’era qualcosa nel suo incedere che aveva una particolare grazia, e qualcosa nel suo sguardo che sentii subito magnetico. Non saprei dire cosa mi attraesse, io sono una persona semplice, so fare scarpe ma non bei discorsi e non so capire sempre le persone. Ma vidi che accadeva qualcosa e allora da lontano osservai discreto. Conoscevo quel Simone, il pescatore, noto per l’onestà e la purezza di cuore, per la sua totale dedizione alla famiglia. Simone aveva appena gettato le sue reti nelle acque del lago come ogni mattina quando giunse a lui il fratello Andrea conducendo con sé quell’Uomo. Non so dire se già si conoscessero o se fosse per loro il primo incontro. Ma quello che accadde tra i due mi lasciò sconcertato e meravigliato. Lo Sconosciuto si avvicinò a Simone e si fermò di fronte a lui in silenzio. Entrambi si guardarono negli occhi per alcuni interminabili istanti. Poi l’Uomo pronunciò poche parole che risuonano ancora nella mia mente: “Seguimi e non temere Ti farò pescatore di uomini“ Le parole colpirono come dardi Simone che abbandonò le sue reti e lo seguì, subito, senza neppure voltarsi indietro. Da allora nessuno di noi l’ha più rivisto. Questo è ciò di cui sono stato testimone, il resto è quello che mi hanno raccontato: Simone il pescatore se ne è andato via e insieme ad altri segue quell’Uomo in una missione che nessuno capisce, perché per noi contano solo famiglia e lavoro. Io sono un uomo semplice e ignorante, ma sento parlare di tempi della Grande Attesa. Molti aspettano l’Avvento di un Messia, si dice che grandi santi circolino in Galilea, c’è speranza e grande fermento ovunque. Per questo ora sono lacerato dal dubbio. Mi chiedo se quello Sconosciuto non sia davvero uno di quei Giusti. Quando ricordo la luce nel suo sguardo qualcosa si muove dentro di me, una nostalgia mai provata mi colma e questo sentire diventa un tormento, una dolce ossessione che mi pervade. E una domanda ogni giorno ritorna: quale messaggio può avere tale forza da spingere un uomo a lasciare tutto e a cambiare totalmente la sua vita? Ma devo dire che dopo il primo sconcerto ho compreso la grandezza di Simone. Andare via senza voltarsi indietro in un viaggio nell’ignoto senza ritorno richiede un incredibile coraggio. Vorrei trovare belle parole per il pescatore che ci insegnò a vivere la vita senza paura, facendo la scelta più difficile e coraggiosa, per diventare pescatore di uomini nel mondo. La luce di uno sguardo lo ha trasformato, le parole l’hanno trafitto come frecce d’amore. Certo deve essere stato un miracolo di quell’Uomo che viene chiamato Gesù. 13 agosto 2023
Ricorderò sempre finché vivrò quella calda mattina di fine estate che cambiò la mia esistenza. I più grandi discepoli del Buddha erano raccolti davanti al Maestro per ricevere il suo insegnamento. Io ero lì, tra quei monaci fortunati, nella grazia della sua presenza. Un fervore percorreva l’uditorio in un clima di gioia e di attesa. Le parole del Buddha erano luce che illuminava le coscienze e donava la virtù della chiara visione. Quando il Maestro ci fu davanti cadde tra noi un profondo silenzio. Quel giorno attendevamo come sempre di udire da lui le Nobili Verità del Dharma. Ma accadde qualcosa di straordinario che lasciò tutti sorpresi e stupiti. Il Buddha si era seduto in silenzio, tra le dita della mano un fiore di loto. I suoi occhi irradiavano serenità, ma quello sguardo non era per noi. Il Maestro contemplava quel fiore con un dolce sorriso sul volto, come assorto in una visione estatica. Il silenzio si fece più profondo, si udivano le fronde delle mangrovie e lontani richiami di uccelli nel bosco. Ma intanto il tempo trascorreva, un disagio cominciava a serpeggiare tra i monaci seduti nell’uditorio. Perché il Risvegliato non parlava? Cosa significava quel silenzio? Perché teneva in mano quel fiore? Fu allora che si udì una sonora risata levarsi dalle ultime file dei presenti. Anch’io come tutti mi voltai indignato verso il monaco che aveva riso, irritato per la sua impudenza. Era l’anziano discepolo Mahakasyapa. Nessuno aveva mai osato tanto, sembrava un affronto al Maestro. Preoccupati ci volgemmo al Buddha che era rimasto quieto e imperturbato. E fu allora che il santo Risvegliato, distogliendo lo sguardo dal fiore di loto, si rivolse di nuovo a noi e parlò: “Quello che si può dire con le parole l’ho offerto a tutti voi in questi anni. Quello che con le parole non si può dire io lo dono con questo fiore a Mahakasyapa”. Lo sconcerto aleggiava tra i presenti, sentimenti contrastanti si agitavano in noi. Ma in molti affiorò una comprensione. Anch’io fui pervaso da un nuovo sentire, una lucida consapevolezza mi illuminava. Il gesto del Maestro aveva rimosso antichi strati profondi della mia mente, polvere che volava via nella vacuità e lasciava la coscienza limpida e viva. Vidi contenuto in quel fiore di loto, espresso nel linguaggio del silenzio, il cuore più puro dell’Insegnamento: la chiara visione, l’assenza di io, il silenzio, la compassione e la via della meditazione, il non attaccamento e la pace interiore, le Nobili Verità e la grazia del Maestro. Quel fiore di loto era stato offerto a tutti noi, ma non eravamo stati capaci di riceverlo, tranne il vecchio monaco ora silenzioso. La risata di Mahakasyapa era una voce che celebrava la bellezza dell’esistenza, era la comprensione più alta e definitiva, il canto estatico di un altro Liberato. Fu per me la più bella lezione del Buddha, un dono che mi giunse certo immeritato. Tu che mi ascolti fa’ la stessa cosa, non fermarti alle mie misere parole, vedi quello che si nasconde dietro negli spazi tra di esse, nelle pause… Un silenzio che parla dell’amore per la vita, un canto di lode a tutto l’Esistente, un fiore di loto tra le dita delle mani che indica anche a te la Via del Risveglio. 11 agosto 2023
Nel non-tempo prima del Big Bang tutto ciò che esisteva nel non-universo era un solo singolo atomo di essere. Una realtà assoluta per noi inconcepibile, fuori da tempo, spazio e movimento, di cui si può ‘dire’ solo per negazioni: un Nulla potenziale, una prima non-Realtà, un Essere privo di forma, quantità e qualità, un Vuoto dalle possibilità illimitate… Poi l’esplosione, un’Onda inimmaginabile, per forza, vastità e potenza creatrice, e da quel Nulla-Caos la nascita del Cosmo. Attraverso interminabili eoni di tempo si sono formate galassie, stelle e pianeti, quanto vediamo nel mondo conoscibile, fino alla comparsa della vita cosciente. Ora noi uomini siamo qui a interrogarci, infiammati da un desiderio insopprimibile: sapere cosa c’era prima di quel Big Bang. E da dove è spuntato quel seme originario, quell’uovo cosmico da cui tutto è scaturito. E come tutto è iniziato ad un certo ‘momento’ visto che il tempo non esisteva ancora. Quella che si volge a indagare sul “prima” è la domanda più semplice e tremenda. Il “dopo” è in qualche modo spiegabile, appartiene alla linearità di spazio e tempo, ma il “perché” sulle origini rimane intatto, un mistero che sfugge alla comprensione e ci concede solo fuggevoli intuizioni. Sorge però anche un’altra riflessione: se tutto è nato da un primo seme cosmico, da una realtà pura, unica e atemporale che preesisteva al mondo e al Big Bang, allora ogni cosa esistente è quella realtà, è quel primo atomo che ancora si riproduce, si divide, si differenzia e si trasforma, manifestandosi in infinite forme di vita. Le antiche Scritture dicono che “tutto è Uno”. Questa verità sembra dunque confermata dalle più avanzate teorie della scienza: il cosmo e noi umani siamo quell’atomo che continua a creare infiniti mondi ed esseri, senza però mai uscire da sé stesso, perché è l’unica sola cosa che esiste. Il mondo è un gigantesco caleidoscopio, un immenso movimento cosmico a spirale, un fantasmagorico spettacolo di forme in cui tutto si mescola incessantemente. Ma ciò che muta è un solo unico essere, di cui noi e tutte le cose facciamo parte. Possono cambiare le forme esteriori, ma la sostanza prima rimane eterna, nulla può toccare il suo essere indistruttibile. L’atomo iniziale prima del Big Bang, energia intelligente infinita senza forma, è in ogni cosa, è in verità ogni cosa e la sua eco percorre tutto l’esistente. Il seme dell’Unità originaria è ancora in noi, è rimasto annidato nella memoria più antica e continuamente riaffiora nella nostra vita come domanda, nostalgia o desiderio. In realtà ogni forma di vero conoscere è solo un ricordare quell’unità perduta, un “vedere” l’essere puro in ogni cosa al di là di tutte le mutevoli apparenze. E alla fine: chi è colui che conosce? È ancora quel primo atomo di essere che nell’entusiasmo di un infinito creare si è perso nei suoi mondi, dimentico di sé. Ora attraverso di noi vuole conoscere e interrogandosi sull’origine del cosmo è consapevole di domandare su sé stesso: “Cosa c’era nel non-tempo prima del Big Bang?” 9 agosto 2023
Il sasso è lì immobile in mezzo al fiume. Comparso sulla Terra nella notte dei tempi, agli albori di una lontana era indefinibile, dopo cicli incalcolabili di albe e tramonti è ancora pronto a giocare la sua parte di antico e fedele testimone del mondo. Saldamente aggrappato alla terra resiste alla forza dilavante delle acque che scorrono pure nel loro moto infinito. l’acqua è una forza dolce e insistente che agisce ora delicata, ora impetuosa, a limare le asperità e i tratti irregolari. Il sasso si è nel tempo levigato e rifinito, i milioni di anni di vita in quel torrente l’hanno modellato e reso tondeggiante, l’acqua lo ha scolpito come un’opera d’arte, con la sua azione amorevole e costante gli ha donato una forma più gentile e raffinata. Ma tutto è avvenuto in modo spontaneo, senza una volontà, un progetto o uno scopo. Ed è questo l’incanto della natura, che continuamente trasforma e rinnova con la sua potenza di sorgente creatrice assolutamente libera e illimitata. Il sasso col tempo diventerà sabbia, sarà portato dalla corrente fino al mare, ma non sarà davvero scomparso se non nell’apparenza esteriore, perché in realtà avrà solo mutato forma, schiudendo nuove dimensioni di possibilità. Forse diventerà parte di quella spiaggia su cui giocano e si rincorrono i bambini. Forse si mescolerà con il fondo marino che dà rifugio e nutrimento a tanti esseri. Oppure si fonderà con altri minerali per creare nuove rocce, scogliere e coralli. Ma sarà ancora testimone del mondo, osserverà sempre l’accadere della vita con la sua calma paziente forgiata nei secoli. Ormai diviso in una miriade di frammenti si lascerà trasportare dalla corrente, come le nuvole bianche sospinte dal vento. Nei cicli della Terra e dei tempi cosmici il sasso continuerà ad esistere in tante forme, offrendo sé stesso alla creatività della natura, pronto a scomparire e rinascere mille volte. In realtà nessun “sasso” esiste come tale, solo una materia viva che gioca con sé stessa assumendo infinite forme, acqua terra o fuoco, diventando pietra o fiume o sabbia o nuvola, perpetuando il grande miracolo dell’universo. Come il sasso che si dissolve in sabbia anche noi vedremo sciogliersi il vecchio io per rinascere ad un nuovo modo di essere. È un’alchimia che ha solo bisogno di tempo, un cammino che nessuno può fermare, un destino che appartiene a tutte le cose. Questo ci insegna il sasso in mezzo al fiume. 6 agosto 2023