Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Mi trovai all’improvviso nel labirinto senza capire come ci ero arrivato. Si diceva là dentro ci fossero mostri che si aggiravano inquieti e affamati. Ma, superata la porta dell’antro segreto, era ormai impossibile tornare sui passi. Allora decisi di andare avanti comunque, per mettermi alla prova e vedere fino a che punto sapevo affrontare l’ignoto. Come le spire di un grande serpente il labirinto si snoda in cunicoli e angoli, secondo la sacra geometria universale di ogni discesa nel mondo degli inferi. Un intricato corridoio con una sola uscita, un dedalo di vie pieno di insidie e pericoli si presenta a colui che osa varcare la soglia. Molti si affacciano a quel luogo oscuro e fuggono, altri accettano la sfida ma poi là dentro si perdono. Io sono uscito da quel groviglio che mi avviluppava e adesso posso raccontare quello che ho visto. Posso dirvi che il labirinto non è un luogo reale, quella via tortuosa e oscura è un simbolo antico del viaggio più folle che possiamo immaginare, quello che ci conduce dentro noi stessi. Sì, questo l’ho imparato proprio laggiù mentre affrontavo le mie paure, i miei mostri, annidati minacciosi nei meandri della psiche. Lì ho capito come possiamo vincerli: ciò che ci fa paura può essere sconfitto portandolo semplicemente alla luce del sole. Come l’ombra è un non essere, non ha consistenza, così anche il mondo dei minotauri interiori alla luce della coscienza si dissolve nel nulla, si rivela solo una nostra costruzione immaginaria. Non dirò i particolari di ciò che è accaduto laggiù, ognuno deve fare da solo il suo personale viaggio, deve incontrare i fantasmi del proprio mondo inferiore e sconfiggerli semplicemente guardandoli in faccia, senza un tremito, vedendoli come ombre evanescenti. Il filo che ti riporta indietro è la consapevolezza che ciò che trovi dentro di te è una tua creazione, che nulla può farti del male se non glielo permetti. Qualcosa può avere potere su di te e dominarti solo se tu da sconfitto gli concedi quell’autorità. Quando si è conosciuta la verità di tutto questo si può uscire dal labirinto rigenerati e più maturi. Il viaggio al centro di sé stessi è alla fine compiuto, ha lasciato una nuova comprensione di sé e del mondo. Forse altri viaggi seguiranno, sempre più intensi e profondi. La spirale interiore si aggira su sé stessa e si avvolge per condurre il coraggioso al luogo nascosto della sapienza. Il mistero dell’io però si svela solo con un cammino individuale fatto di prove, esperienze e lotte contro formidabili ostacoli. Entrare in quel mondo di verità e poi tornare dal buio alla luce è una profonda iniziazione ai misteri della vita e della morte. Non temere dunque la discesa nel tuo labirinto, la sua forma perfetta a spirale è quella dell’intero universo, dai boccioli dei fiori che crescono alle galassie che ruotano, è il movimento della vita che si manifesta in infiniti modi. Labirinto è tutto ciò che ci attrae e ci mette alla prova, è il momento di crisi che risveglia le energie migliori, è ogni singolo irripetibile itinerario nella ricerca di sé. Sappiamo che il Labirinto non è un pozzo senza fondo, se non siamo noi a perderci offre sempre la via di uscita. 9 ottobre 2022
Viviamo nella società dell’informazione ma non sappiamo più come comunicare. Un fiume di parole ci travolge ogni giorno, invade inesorabile il nostro spazio personale con una babele di notizie che ci frastorna. Gli antichi Greci già vedevano questo problema e tracciavano un netto confine tra doxa e verità. L’opinione non dice la realtà, è sempre soggettiva, ogni interpretazione è una visione parziale delle cose. Con le nostre forze non possiamo cogliere l’intero, ciascuno racconta solo un frammento del mondo, che è troppo vasto perché possiamo davvero capirlo. Le idee sono sempre condizionate da variabili personali, sono l’aspetto più superficiale della nostra identità perché volubili, emotive, spesso fragili e contraddittorie. Se quindi vogliamo conoscere la vera comunicazione, quella che crea una risonanza tra due esseri umani, dobbiamo cercare una via che vada oltre la doxa. Compreso che la battaglia di opinioni non porta risultati, una volta abbandonata ogni sterile contesa intellettuale, possiamo approdare ad un altro linguaggio universale, quello che tutti gli uomini per loro natura conoscono: la comunicazione che non nasce dall’intelletto, ma è il linguaggio della nostra realtà più profonda. Le persone entrano in sintonia, in un contatto empatico, solo quando tutte le opinioni sono lasciate cadere o comunque messe da parte come irrilevanti e con esse le polemiche, le divisioni e i circuiti egoici. Superate le trappole della doxa, c’è solo spontaneità: un gesto o uno sguardo, parole intense o il silenzio, azioni che nascono in modo naturale e innocente. Ora c’è spazio per l’intuizione e i sentimenti profondi, importano solo il legame, l’armonia, l’apertura, il non giudizio, lo spirito di finezza e l’accoglienza. Le idee e le convinzioni rimarranno ancora necessarie nella vita pubblica dove noi interpretiamo dei ruoli sociali, ma per il linguaggio profondo dell’anima saranno vuote. In una vera relazione umana la doxa è solo un primo passo, poi la via è quella di togliere tutto ciò che oppone e divide per arrivare al nucleo dell’umanità dove ci ritroviamo uguali. Quando resta la pura coscienza spogliata da ogni opinione tra le persone si crea un nuovo spazio comunicativo in cui possono fiorire parole e dialoghi di una diversa qualità. La verità non è in nessuna opinione, non è un fatto mentale, è un’esperienza esistenziale, è essere al centro di sé stessi, dove il legame empatico è più importante dell’essere d’accordo. Le nostre idee mutano continuamente, rimangono alla periferia, appartengono ad un mondo che segue la logica della doxa. Se comprendiamo che non siamo le nostre credenze e giudizi, che la verità è al di là di ogni schema e gioco intellettuale, allora possiamo far sì che la comunicazione diventi comunione. L’essere umano che abbiamo di fronte è la cosa più preziosa, è la verità che si manifesta e richiama la nostra stessa verità. Gli esseri umani si riconoscono nel loro valore essenziale, lasciano da parte tutti i conflitti di opinioni come giochi infantili, guardano a ciò che unisce in modo indissolubile le loro coscienze e così vivono una delle realtà più belle ed esaltanti per l’uomo. Da quell’esperienza si può ripartire per ritornare nel mondo, portando nelle relazioni di tutti i giorni la qualità della comunicazione conquistata al centro di sé stessi, che esprime ciò che davvero siamo. Una doxa finalmente purificata, liberata e messa al servizio del Vero. 12 ottobre 2022
Dobbiamo imparare a rispondere, non a reagire. Azione e reazione sono i poli di un meccanismo che presiede ai fenomeni del mondo fisico e naturale. È il modo in cui piante e animali vivono e si difendono, spinti da un infallibile istinto che li guida ad azioni rigidamente determinate e prevedibili. Anche l’uomo nella sua esistenza è mosso da impulsi volti a proteggere la sua integrità fisica e biologica. Il movimento istintivo è una risposta immediata, una reazione finalizzata alla pura sopravvivenza, un programma che opera secondo rigide istruzioni. Ma reagire richiede un basso o nullo grado di coscienza, è un automatismo che funziona senza consapevolezza, non può quindi essere il modo di vivere dell’essere umano che nei rapporti con gli altri deve agire in piena coscienza. Noi dobbiamo essere capaci di rispondere alle situazioni con scelte che siano frutto di un processo consapevole. Reagire è un atto aggressivo che tende allo scontro in un mondo considerato luogo ostile di lotta e di pericolo. Rispondere invece nasce dalla propria totalità cosciente, è agire in un modo non centrato sul proprio io personale, è dare spazio a chi sta di fronte per capirne le ragioni, lasciando che l’azione giusta nasca libera e spontanea. Lo scatto di rabbia impulsivo appartiene ancora all’animalità, è segno di un livello di coscienza sotto la soglia di attenzione, è una reazione che proviene da una parte di sé non cresciuta, non dall’insieme armonioso di pensiero, sentimento e intuizione. Nella risposta invece c’è sempre anche l’altro con il suo mondo, offriamo il nostro tempo per osservare e capire la sua situazione, ci prendiamo cura di lui e ci immedesimiamo nella sua realtà perché la nostra azione possa creare un ponte tra diversi, un dialogo tra vite che devono conoscersi e integrarsi. Nella reazione è assente ogni comprensione per gli altri, vissuti attraverso emozioni negative quali ira, disprezzo e paura. Nella risposta che nasce dalla cura e dal riconoscimento reciproco fioriscono invece i sentimenti positivi di fiducia, solidarietà e amore. Dal latino respondere viene anche la bella parola ‘responsabilità’, il farsi carico pienamente delle conseguenze delle proprie azioni, la capacità di scegliere e far fronte a quello che il momento richiede. Rispondere è agire muovendo dalla situazione presente che è sempre una sfida, un’avventura e un evento unico, cercando soluzioni e spesso aprendo strade non ancora battute. Non partiamo più dal passato per ripetere tutto in modo uguale, non accettiamo più di muoverci in modo meccanico e inconsapevole, vogliamo invece capire i dettagli, le sfumature e i particolari minuti che sono proprio ciò che dà ad ogni istante la sua preziosa unicità. Saper rispondere con piena coscienza ad ogni situazione di vita è ciò che ci fa essere uomini liberi, dignitosi, padroni di noi stessi. È un’arte che vale la pena di imparare se vogliamo un mondo migliore, un agire che sarà spesso imprevedibile e fuori dagli schemi, ma sempre attento ai bisogni delle persone e rispettoso dei loro tempi, al di là delle reazioni primitive che non ci qualificano ancora come uomini. 15 ottobre 2022
Mentre ascoltava le note che si levavano dalla cetra, osservando il musico che suonava con maestria, Pitagora ebbe d’improvviso una grande intuizione. Da allora anch’egli prese a sperimentare su un cordofono misurando le linee, gli spazi e i punti di appoggio delle dita, studiando le corrispondenze fra la lunghezza delle corde e i suoni e il combinarsi di accordi e melodie con il ritmo scandito. Tutto era regolato da perfette geometrie e rapporti matematici, in un’armonia che non era solo quella della musica, ma era la forma razionale e regolare dell’intero universo. La corda premuta nel punto equidistante dagli estremi produce un suono che sale esattamente di un’ottava, la quinta nota rispetta sempre la proporzione dei due terzi, tutti gli altri suoni e i loro armonici compongono una scala dove ogni nota ha il suo posto e una relazione con tutte le altre. Grande meraviglia destava poi il mistero dell’armonia: il primo, il terzo e il quinto suono si uniscono armoniosamente, altre note invece si accostano stridendo in modo disarmonico, rifiutando per la loro natura ogni connubio e combinazione. La melodia che sale e scende sembra rappresentare il mondo dove tutto si muove come un’onda che ha il picco e la valle, la tensione e il riposo, l’alto e il basso, in un moto sinusoidale. E poi il ritmo che riproduce il battito del nostro cuore, come la pulsazione di vita che vediamo vibrare in ogni cosa e ci rassicura con il suo procedere uguale e misurato. Per Pitagora la relazione fra suoni, spazi e tempi era una chiave, egli aveva trovato finalmente la congiunzione tra numero e mondo, tra il principio immutabile che governa ogni cosa e la realtà diveniente. La quantità e la qualità, il corporeo e l’incorporeo si univano nel fenomeno della musica che svelava l’essenza ultima di tutto: geometria di numeri e misura nella realtà visibile dei corpi, proporzione e armonia nella realtà invisibile dell’incorporeo. La musica era il legame tra l’altro il basso, fra l’umano e il divino, offriva la visione di un universo ordinato nei suoi movimenti ciclici dai quali la celestiale sinfonia della grande Orchestra del Cosmo, sublime musica delle sfere che ci accompagna nella nostra vita. Fu proprio l’idea di armonia a guidare lo sguardo del Filosofo quando si volse a scandagliare l’essenza dell’umano mortale. L’armonia dell’anima e l’armonia musicale hanno la stessa origine, procedono dal principio della giusta e ordinata disposizione delle parti. Dike e la Bellezza si incontrano là, nelle simmetrie del numero, celebrando la divinità dell’anima che, memore del suo ultimo destino, impaziente cerca di sciogliere i legami con il corpo e con gli elementi per preparare il ritorno nel Luogo immortale che fu cantato da Orfeo. Tutto questo era la musica per Pitagora e per i suoi discepoli, non solo sapiente combinazione di suoni per incantare gli animi, ma disvelamento delle trame del reale e del ciclo degli eventi, canto di vita e di bellezza nella forma del calcolo razionale, visione di un cosmo armonico retto dall’infallibile legge del Numero. 5 ottobre 2022
La figura a cavallo si stagliava fiera e imponente di fronte a Diogene il Cinico sdraiato sulla nuda terra. Lo chiamavano Alessandro il Grande, il Macedone, l’uomo più potente e temuto di tutto il mondo antico. Si era messo a capo di un formidabile esercito, per andare alla conquista delle terre ad Est. L’invincibile Alessandro non conosceva nulla dell’Oriente. Avesse saputo che là era la fonte della più antica saggezza avrebbe forse capito di preparare la sua inesorabile sconfitta e che non sarebbe più tornato indietro da quel viaggio, perché ci si può bruciare anche al fuoco della sapienza quando non se ne conosce la potenza annichilente. L’incontro con Diogene fu il primo avvertimento che la sua immagine di vincitore sarebbe presto crollata. L’aveva portato lì la curiosità di vedere quell’uomo ritenuto un grande saggio ancorché fuori da ogni schema. Il Cinico ama vivere come un cane randagio senza patria, sciolto da ogni legame vive nel momento e lo assapora, rinunciando ad ogni teoria per una vita pratica di saggezza. Una botte come abito e dimora, un cane come compagnia, una vita semplice e ascetica, fatta di nulla ma piena di tutto, questo era ciò che il saggio Diogene insegnava agli altri, senza pensarsi maestro perché ciò diventava un’altra prigione. I due uomini si guardarono negli occhi quel giorno fatidico. Era l’incontro tra il mondo della guerra e quello della filosofia, tra una vita consumata alle conquista del mondo esteriore e una vita tutta votata alla conoscenza del mondo interiore. Alessandro con la sua brama e il furore delle armi, Diogene con la serenità di chi è in pace con sé stesso. Dicono che fu il grande Alessandro a venire dal filosofo -come sempre accade tra allievo e maestro- che ebbe da lui alcuni brevi e profondi insegnamenti e che rimase turbato da quell’uomo che non pareva temere il suo nome, né la sua fama, né il suo tremendo potere. Possiamo immaginare che Alessandro vide in Diogene una serenità e una quiete che lui non aveva mai conosciuto. La fascinazione del vecchio saggio fu così profonda che -dicono- per un istante anche il Macedone si fermò e pensò di congedare l’esercito e sdraiarsi in riva al fiume per godere di quella magnifica giornata di sole, cominciando una nuova vita da essere umano libero. Ma subito l’identità del conquistatore riprese il comando. Alessandro non era ancora pronto per un salto di coscienza, doveva compiere grandi gesta, la gloria del mondo lo attendeva, non era ancora il momento di fermarsi lì, presso sé stesso. Ma la scena che si racconta fu davvero straordinaria. Per ringraziarlo dei suoi insegnamenti Alessandro promise a Diogene che avrebbe esaudito qualsiasi suo desiderio. Ma la risposta del vecchio saggio non sfiorò nulla di quello che per lui era importante: non il denaro, non la fama o il potere. L’unica richiesta fu di poter godere appieno di quel giorno e così Diogene, rivolgendosi all’uomo che gli si ergeva di fronte: “Per favore, spostati un poco dal mio sole, non farmi ombra!” La frase doveva apparire temeraria e offensiva per il sovrano, ma Alessandro sicuramente capì la lezione e non si adirò. Per un istante la sua verità gli era apparsa con chiarezza: egli tentava di oscurare il sole con la sua immagine di potenza, voleva diventare un invincibile dio mortale sulla terra, impresa che ogni vera saggezza ha sempre visto come follia. Facendo ombra egli copriva con un velo la parola di Diogene e così oscurava anche la luce della propria intelligenza, tornando nelle tenebre delle grevi passioni umane. Con un solo gesto Diogene aveva distrutto l’immagine di potere che Alessandro aveva costruito e coltivato per tutta la vita. Quell’uomo semplice e randagio era stato il solo a smascherarlo, ma gli aveva anche indicato il cammino che porta dall’ombra alla luce. Quell’insegnamento del Cinico Diogene vale ancora per noi oggi: ‘non fare ombra’ è lasciare che la luce della coscienza risplenda, sia negli altri sia in noi stessi, come un sole che illumina e dà vita. Allora il potere della saggezza comincia ad operare dissolvendo i sogni di grandezza e gli imperi costruiti sul nulla, le false immagini di sé e gli errori di un ego ancora immaturo, restituendo all’essere umano la sua dignità e la sua bellezza. La luce del sole è la stessa della famosa lampada di Diogene che cerca l’uomo e lo trova anche là dove sembra impossibile, nella figura di Alessandro il Macedone, il grande conquistatore. 18 ottobre 2022
Una bella storia Zen: Due monaci in viaggio incontrarono una giovane donna in difficoltà perché non riusciva ad attraversare il fiume. Il vecchio monaco allora la prese in braccio e la portò sull’altra riva. Il cammino dei due proseguì per ore, finché il giovane monaco sbottò: “Sai bene che secondo la regola non dobbiamo mai toccare una donna!” “Quella donna l’ho lasciata giù al fiume, tu la stai portando ancora con te?”
Ci sono tante cose che dobbiamo lasciare giù al fiume, perché se le portiamo con noi sono un inutile fardello. Il passato deve andarsene e con esso le recriminazioni, i sensi di colpa, le lamentele e le accuse vittimistiche. Sappiamo che ciò che è stato non si può più cambiare, possiamo però cambiare noi stessi imparando da quello. Libertà è spezzare il legame interiore con ciò che è accaduto, è uscire dalla prigione psicologica che ci rinchiude nello ieri, fatta di memorie ed emozioni negative non rielaborate. Questa storia però ci lascia anche un altro insegnamento: un’azione fatta con innocenza non lascia residui e rimpianti, se vissuta con animo impeccabile è compiuta e perfetta in sé. il monaco può anche toccare una donna contro la sua regola perché se lo fa con cuore puro non ci può essere errore. Il bene o il male, la lussuria o la gentilezza prima che nell’azione sono nella coscienza di colui che fa, anche violando le regole se la cura per l’altro richiede una scelta personale più alta e libera. Colui che invece giudica e accusa per una parola o un gesto sta proiettando sé stesso nella situazione e si immedesima. Il suo rimprovero denuncia un desiderio nascosto e represso, un problema non ancora superato, una coscienza immatura. Ogni vera via di ricerca non chiede di condannare il mondo, richiama sempre all’osservazione e alla conoscenza di sé. Quando giudichiamo gli altri in realtà raccontiamo solo noi stessi, i nostri problemi, le manie e le follie, le brame e le frustrazioni. Gli altri sono solo uno specchio della nostra realtà interiore, negli incontri e scontri della quotidianità ci aiutano a conoscerci, a capire chi siamo e dove andiamo, le nostre capacità e i nostri limiti.
Non sappiamo se la saggia risposta del vecchio monaco fu per il giovane un momento di illuminazione, un ‘satori’ dello Zen. Ci piace pensare che una nuova comprensione sia sbocciata in lui, come momento di risveglio a una nuova consapevolezza di sé. Forse il monaco anziano aveva colto l’occasione per il compagno, per portarlo a osservarsi e a confrontarsi su un problema spinoso, un aspetto ancora non trasceso nella sua giovane vita di monaco.
Ci piacerebbe concludere la storia Zen aggiungendo un’ultima scena: Gli anni sono passati e il giovane monaco è anch’egli diventato anziano. Nel suo cammino con un novizio si ritrova di nuovo allo stesso fiume con una giovane donna in difficoltà perché non riesce ad attraversarlo. Il giovane monaco vorrebbe intervenire in aiuto, ma esita… La regola dice… Allora il vecchio lo guarda negli occhi, sorride e gli fa un cenno col capo. 20 ottobre 2022
È il momento delle scelte difficili quello che i Greci chiamavano κρίσις. Quando tutto sembra crollare intorno nel turbine della vita che si rigenera inizia una profonda trasformazione che riscrive il rapporto tra io e mondo. Krisis demolisce le vecchie strutture, crea nuovi paradigmi esistenziali, apre a nuove scale di valori. Krisis non è una divinità o un destino, nel conflitto tra l’individuo e la realtà è la potenza creatrice del divenire e insieme la capacità di giudicare, la volontà di operare una scelta, l’intelligenza che cerca un equilibrio nella situazione che si presenta. La legge universale del mutamento è un fatto naturale e ineludibile. È vano il tentativo di bloccare o evitare ciò che viene dalla fonte dell’essere, la vita non può mai fermarsi e ristagnare, deve scorrere libera come un torrente. Mille paure trattengono nel bozzolo del rassicurante mondo conosciuto, ma la vita è un continuo sviluppo volto a liberare le infinite potenzialità che sono l’essenza dell’essere umano. Quando le strutture dell’io si cristallizzano e tutto diventa statico e ripetitivo è l’esistenza stessa a dare uno scossone nei modi più impensati e imprevedibili. Se l’individuo si oppone al cambiamento, se non sa allinearsi e scorrere fluido con gli eventi e con i nuovi scenari, arriva krisis a portare sconvolgimento. Come una tempesta si abbatte sull’io travolgendo abitudini, barriere e difese, costringendo a rimettere tutto in gioco, identità, convinzioni e modi di vita. La metamorfosi è spesso dolorosa, ma se l’individuo non si sottrae, se accetta di affrontare i suoi problemi liberandosi da falsità, contraddizioni, emozioni e comportamenti distruttivi, allora si crea un nuovo equilibrio. Krisis porta sempre con sé un messaggio, un significato profondo da decifrare. Se la coscienza risvegliata lo comprende la crescita interiore si fa più armoniosa, ciò che accade rivela un senso nuovo, la prospettiva si fa più ampia e integrata. Krisis è per l’uomo una forza amica: è distruzione di tutto ciò che è vecchio e superato dalle nuove sensibilità; è apertura alla possibilità di riprogettarsi rinnovando il proprio mondo interiore; è il sentirsi responsabili di ciò che si è accettando con fiducia il cambiamento; è battere nuove vie cercando soluzioni senza aspettare la fortuna o il destino. È un lavoro personale di introspezione che prepara a nuove e più alte sfide e offre una chiave per affrontarle: nuotare nella corrente della vita forti della nuova comprensione; non resistere a ciò che si presenta perché la resistenza è il problema; non temere l’arrivo della tempesta, ma preparare la nave, i remi e le vele per far fronte ai marosi più severi, sapendo che di là attende un approdo. 19 ottobre 2023
-“Conosci te stesso”… Faccio mio questo antico motto, ma il problema è: come e cosa devo fare? -Devi solo fermarti e guardare. Vedere te stesso è conoscere te stesso. Non devi “fare” nulla, perché il fare è tensione, è puntare a un risultato. Fare è sempre un movimento per qualcosa, diretto a un ‘dopo’. E se tu ti proietti in un futuro non sei qui ora e non puoi vedere quello che sei. Rimani rilassato e silenzioso, non muoverti da qui sporgendoti in un altrove, osserva con totale attenzione. Questa è la via. -Quindi devo rinunciare a ogni tipo di azione… -Non fare non vuol dire solo non agire. È anche rimanere al di qua di pensieri ed emozioni. In uno spazio vuoto dove solo l’attenzione consapevole rimane. -Spiegami meglio… -Dallo strato esterno più superficiale ti muovi verso l’interno. Dai sensi e dalle sensazioni distraenti ti ritiri in te stesso. Nello spazio interiore c’è quiete, ma ancora non basta. Devi ritirarti da tutto: dalle emozioni, osservandole come non tue, poiché vanno e vengono e quindi non ti appartengono; dai pensieri, osservandoli come non tuoi, poiché vanno e vengono e quindi anch’essi non ti appartengono. -I pensieri e le emozioni che provo non sono miei? -Guarda da dove vengono, scava a fondo e vedrai che è proprio così. Sono abitudini acquisite, moti istintivi, meccanismi inconsci, idee che vengono dall’educazione e da una particolare cultura. Pensiamo pensieri già pensati dall’umanità infinite volte. Anche quelli che sembrano nuovi nascono da quelli precedenti in una catena senza fine. -E poi, una volta che ne hai preso le distanze? -Devi arrivare al centro di te dove semplicemente esisti, dove la coscienza-consapevolezza è pura e luminosa. Lì hai la prima percezione chiara di ciò che sei veramente. -Che tecnica si deve usare? -Il senso di esistere non può essere insegnato, non è una tecnica, una pratica, non è un metodo. Io so di esistere… punto. Chi me lo deve dimostrare? È la cosa più naturale del mondo, quindi non ha bisogno di essere appresa. Al tempo stesso, proprio perché è la cosa più ovvia e immediata, è molto difficile da realizzare. -È vero, accade spesso che ti sfugga la cosa che hai sotto gli occhi. Cerchi affannato gli occhiali che hai sul naso… -Siamo condizionati fin da piccoli a guardare fuori, non sappiamo più guardare dentro. -È quello che viene chiamato meditazione? -Se vogliamo proprio darle un nome… Ma detto così sembra una tecnica, quindi di nuovo un fare… e siamo daccapo nella contraddizione. -Non riesco a capire come si può meditare senza che ci sia un “fare qualcosa”… -La vera meditazione non è un aggiungere, è un togliere tutto, spogliarsi di ogni cosa. È come lo sfogliarsi di una cipolla. -Sì, ma alla fine al centro della cipolla non c’è nulla, ciò significa che non rimane più niente di noi… -Non rimane più niente a livello di forma, qualità e descrizioni. Rimane uno stato dell’essere. In realtà non è neanche esatto dire che rimane, è uno stato che c’era già, era da sempre lì, non si raggiunge e non si conquista. -Una sorta di vuoto comunque simile al nulla. -La nuda coscienza come tale può apparire vuota, ma non lo è in realtà. È l’essere puro senza qualificazioni, cioè senza limitazioni. È come lo schermo vuoto su cui può apparire qualsiasi immagine. È un assoluto che non dipende, non ha causa o scopi, è non condizionato, non generato, libero e cosciente di sé. -Ehi, questa mi sembra la definizione dell’essere divino! -Lasciamo anche qui categorie ed etichette che ci riportano nel mondo del fare. Puntiamo al puro e semplice esistere. Il resto si rivelerà da sé, senza sforzo. -Ma come faccio a non fare se devo fare qualcosa per… -Capisco la difficoltà di addentrarti in questo cammino. Comincia a osservarti quando fai o senti o pensi e lascia cadere il tutto, come un castello di carte. E riportati qui di nuovo e di nuovo, senza arrenderti, finché ti sarai liberato di tutto… Non sarà un processo breve perché dovrai sciogliere vecchie incrostazioni fatte di abitudini, paure, desideri, circuiti emotivi e di pensiero. -E che ne sarà delle mie facoltà? E delle mie capacità di raziocinio? -Non preoccuparti, non perderai affatto la capacità di pensare, anzi avrai maggiore chiarezza perché diminuirà la confusione mentale. Non ci sarà l’ansia di fare, conoscere, conquistare, ottenere, che è ciò che ti allontana da te. -Spiegami ancora questo punto… -Cosa succede se un soldato è convinto di essere la sua armatura? -Beh, direi che guarda alla superficie di se stesso, crede di essere ciò che non è. -Appunto, e se si toglie l’armatura? Si conoscerà meglio, giusto? Ma per togliere il vestito con cui ti sei identificato non è necessaria l’azione concreta. Basta la comprensione di non essere il vestito. -Dunque, arrivato al nucleo di te hai scoperto chi sei… ma così non sei più tu, non hai più nulla che ti distingua come individuo… -Infatti, in quel centro di coscienza sei oltre l’individualità. Sei anche oltre lo spazio e il tempo, eppure sei tu, un “io” più grande, non limitato da nulla e pienamente consapevole di sé. -E gli altri io esistenti nel mondo che fine fanno? -Quando arrivano a realizzare se stessi si trovano anche loro lì, nello stesso stato di consapevolezza, nell’essere vero, unico e reale. -Ancora non capisco… -È chiaro che stiamo usando un linguaggio figurato e limitato, perché quando si parla di coscienza non ci sono un qui o un lì, un realizzare o un raggiungere, né qualità o quantità. Per noi è come cercare di descrivere i colori dell’ultravioletto di cui non abbiamo alcuna percezione. -Le parole non sono mai l’esperienza reale, lo sappiamo… -Ma dobbiamo provare comunque a dire qualcosa: chi raggiunge quello stato non è un’altra coscienza, ma la medesima, unica Coscienza che si riconosce in un’altra forma. Non ci sono mai state in realtà due o più coscienze. -Questo mi sconvolge… allora è vero che in essenza siamo tutti Uno? -Non è quello che dicono tutte le vie della meditazione? Non si tratta solo di una metafora poetica. È il fatto più vero, reale e direi davvero… sconvolgente. -Ma per il Realizzato che ha conosciuto sé stesso la forma esteriore rimane comunque… -Sì, sarà ancora il suo veicolo per vivere nel mondo e comunicare. Ma le forme esteriori non potranno più ingannarlo. E in quello stato di esistenza sarà in contatto con gli altri oltre la forma, oltre le parole, oltre ogni barriera fisica e mentale. -Una sorta di comunione… -Se vogliamo usare questa parola impegnativa… È come per due amanti che diventano uno nello spazio interiore dove possono incontrarsi e fondersi. -Conoscere se stessi e amare il mondo sono quindi la stessa cosa? -Non può essere altrimenti, si diventa amanti del mondo, amanti di tutto ciò che esiste. -E si ama anche se stessi… -Certo, abbiamo detto che cadono tutti i confini, quindi tutte le distinzioni tra sé e l’altro si dissolvono. -Allora il Realizzato non potrà mai far del male, essendo consapevole di essere ogni cosa. -Come tratti questa mano se sai con certezza che è la tua? -Capisco, in questa comprensione ogni violenza è eliminata alla radice… -Sì, così vive il Realizzato. Quando agisce, il suo è un “fare” spontaneo, più simile a un non-fare e all’amare senza condizioni, che nasce dalla consapevolezza di essere il tutto. È un vivere in pace, in equilibrio, in armonia con ogni cosa, in unità con tutta l’esistenza. -Voglio concludere il nostro dialogo con una provocazione… Se noi siamo tutti uno, perché siamo qui a parlare in due? -(Ridendo) Questo è quello che appare a te… perché guardi quello che accade dal punto di vista del fare, che ti proietta subito nella mente e porta a separare le cose. -Ma in questo momento non stai anche tu usando la mente? -Proprio così, l’hai detto, sto usando la mia mente, ma so di non essere la mia mente. Se non mi identifico in ciò che non sono e guardo a ciò che accade dallo stato di pura coscienza non vedo più due persone qui… È solo così che posso dire di conoscere me stesso. 16 ottobre 2023
Comincia da lontano il cammino di Psiche. Per i Greci è il soffio vitale che anima il corpo e da esso non si può mai disgiungere. È il doppio che viaggia nei mondi del sogno, nelle visioni della mantica e del delirio. È il fantasma che va peregrinando alle porte dell’Ade quando il tempo è finito. Per i primi sapienti della Grecia antica l’anima è strettamente legata alla terra, alla dimensione naturale del divenire. È poi l’Orfismo a darle una nuova libertà nella nuova visione sacrale dei Misteri che sarà di Pitagora, Socrate e Platone. Ormai pensata indipendente dal corpo, smaniosa di sciogliersi dalla materia, Psiche vede per sé un più alto destino, la dimensione superiore dell’immateriale, una Realtà perfetta oltre il sensibile in cui ritrova le sue lontane origini. Là anela di tornare con un colpo d’ala, pervasa da una profonda nostalgia. Il corpo ora è solo una buia prigione: schiavo delle ingannevoli sensazioni, preda dei desideri più bassi e meschini, trascina Psiche nel gorgo della materia dove l’originario splendore è oscurato. L’anima, attratta per un momento dal mondo di quaggiù, ha perso le ali ed è caduta nel soma, obliosa di sé. Da qui comincia il cammino di ritorno, il volo del carro verso la luce dell’Idea, la riconquista della memoria dell’eterno che da sempre porta nella sua essenza. Saranno le esperienze nel mondo a risvegliare il ricordo e l’intuizione. Quando saprà di essere altro dal corpo, Psiche potrà volgersi di nuovo verso l’alto con le vie di purificazione e conoscenza. E ricorderà la sua natura incorruttibile, la propria immortalità e trascendenza, l’appartenenza ad una dimensione atemporale, ingenerata e imperitura, dove tutto è perfezione e bellezza. 14 ottobre 2023
Racconto un vivido sogno di stanotte. In un lento movimento a spirale un Mandala, il ‘Cerchio sacro’ vedico, si espande ruotando su se stesso a manifestare tutte le cose dell’universo. La vita appare come un’energia pulsante che muove dall’interno verso l’esterno, dallo spazio dell’interiorità verso il mondo, per tornare dopo un immenso circolo al centro immobile della grande Ruota. In quel punto tutte le cose diventano Uno. Molti sensi si rivelano nella visione: nel Mandala vedo gli archetipi del mondo, la natura e il destino di infinite esistenze, i cicli inesorabili degli eventi cosmici, l’essenza di ciò che noi umani siamo. Per chi sa vedere più in profondità, per gli spiriti inquieti votati alla ricerca, il Mandala è un rito di arte sacra, uno sguardo sulla realtà oltre il velo, uno straordinario viaggio dentro di sé. Il processo di evoluzione del cosmo è rappresentato in simboli semplici: punti, triangoli, cerchi e quadrati tracciano la grammatica del mondo; colori in infinite sfumature riproducono le energie e l’armonia dell’universo. I colori, le linee, le forme geometriche sono simboli della potenza della vita colta in un particolare ‘ora’ cosmico, là dove tempo ed eternità si toccano. L’architettura complessa del Mandala racconta anche la verità del nostro io, i luoghi del cosmo segreto di noi umani sempre in intima relazione con l’infinito. Nel Mandala c’è tutto l’essere dell’uomo, stratificato e differenziato in molti livelli. Nel primo strato più esterno un quadrato ci ricorda lo stretto rapporto col mondo, la realtà concreta dei quattro elementi, i limiti della nostra corporeità materiale e l’epilogo con il ritorno finale alla terra. Poi un cerchio che racchiude ogni cosa in un infinito intreccio di nodi e relazioni. E ancora una miriade di elementi e segni, splendide forme mimetiche e cangianti, colori mescolati in un gioco sapiente. Le cornici e gli intrecci rappresentano le varie stratificazioni della personalità, risonanti con le forze macrocosmiche, convergenti al centro della Ruota sacra, la sorgente di ogni luce e consapevolezza. Il sogno poi proietta una festa di colori: in alcuni vedo la forza e la passione, in altri la serenità, la pace e la gioia. Ci sono colori che sembrano aprire le più profonde dimensioni dello spirito, altri che ricordano la purezza della luce, la forza della creatività e delle emozioni. Il Mandala è una realtà piena di vita dove la chiave è il costante mutamento. Non c’è tempo e modo di fermare le cose che sfuggono e si dileguano ai sensi, subito dimenticate nel ‘dopo’ che arriva. Nel sogno ora vedo un monaco intento, concentrato nell’arte sacra del mandala. Il lavoro appena finito viene subito distrutto con un solo gesto, senza alcuna esitazione. È questo il più importante insegnamento: in un mondo dove tutto è impermanente ogni attaccamento deve essere superato. La vita è un circolo che ruota incessante, una spirale che si espande senza fine. Anche noi dobbiamo rimanere in cammino, c’è tanto da scoprire nel grande Mandala, simbolo dell’Assoluto che genera il Tutto, il mistero cosmico, il segreto più grande. 12 ottobre 2023