Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
“Gorgia, dicci chi sei!”… Le parole del maestro risuonarono improvvise creando un momento di silenzio sospeso. Il Sofista attonito rimase privo di quella parola che, agile e pungente, non gli era mai mancata. Ora si trovava in difficoltà di fronte a Socrate, la sua mente alla vana ricerca di una risposta. I vecchi giochi verbali, gli artifici della retorica non funzionavano più di fronte al vecchio saggio. “Non mi importa cosa racconti degli altri e del mondo, non bramo chiacchiere effimere o sterili discorsi. Non chiedo che tu mi parli del tuo fare e pensare, io voglio solo sapere qualcosa del tuo essere…!” Era l’invito alla pura filosofia della maieutica, che comincia sempre dall’indagine su sé stessi. Nel duro compito di comprendere la tua realtà il vero maestro ti riporta sempre a te stesso. Non si fa incantare dai tuoi discorsi e dall’oratoria. Ti guarda ma non giudica, ti accompagna sulla via di ogni ricercatore che vuole conoscere sé stesso, partendo da quel ‘sapere di non sapere’ che è sempre l’inizio della vera intelligenza. C’è da credere che Gorgia rimase molto scosso. Avvezzo a dispute verbali sui più disparati argomenti, non era però abituato a interrogarsi su sé stesso. Nella vera filosofia l’oggetto è lo stesso ricercatore. Il soggetto che indaga diventa anche il fine di quell’indagare. Via quindi le frasi ridondanti e gli espedienti della dialettica, non servono più i discorsi dell’eristica, per quanto ingegnosi. Ora la pratica è quella di una sincera osservazione di sé, che implica una rinuncia ad ogni ruolo e immagine per tornare continuamente a quello che si è, ora. Socrate sapeva che non è facile parlare di sé, che il ‘conosci te stesso’ è il compito di un’intera vita, mai esauribile pur con una profonda e seria ricerca. Ma questo era il suo insegnamento più puro, era ciò cui aveva dedicato tutta la sua esistenza ed ora lo offriva agli altri come un dono di saggezza. La sofistica era per lui una ingannevole via di sapienza, perché evitava sempre la domanda più importante, quella che non si interroga sui problemi in generale, ma sulla propria personale esistenza individuale. Possiamo credere che Gorgia se ne andò turbato ma che, da uomo intelligente qual era, ancora a lungo avrà ripensato a quelle terribili, potenti parole di Socrate, capaci di smontare ogni falsa costruzione intellettuale: “Gorgia, non girare intorno con le tue belle parole, adesso fermati e dicci chi sei!” 13 settembre 2022
-Chi era costui? -Si chiamava Carneade, il filosofo scolarca della Nuova Accademia. Giunto a Roma in ambasceria, tenne un famoso discorso sulla Giustizia. La popolazione era curiosa e accorse eccitata e numerosa all’evento. -Qual era la sua filosofia? -Come altri filosofi del tempo pensava che nella realtà contingente non è possibile trovare la verità delle cose che sono in costante mutamento, perché sensi e intelletto si confondono lasciandoci nel pantano del dubbio. Nulla, egli affermava, è in sé stesso vero o falso, bello o brutto, buono o cattivo, tutto dipende dalle umane convenzioni che stabiliscono il merito delle cose. Le stesse filosofie sempre in lotta fra loro, diceva Carneade, lo dimostrano: tante visioni del mondo si scontrano e non c’è modo di stabilire la migliore, né è possibile giungere ad un accordo su un criterio universale di verità. -Era quindi uno scettico radicale? Predicava di ritirarsi dal mondo? -No, non si spingeva fino al punto di insegnare l’epochè e l’afasia. Per lui rimaneva la possibilità di seguire il ragionevole e il probabile, rinunciando però all’idea di una conoscenza certa e assoluta, sapienza che non può mai essere degli uomini per le loro limitate facoltà. -Quindi come poteva Carneade fare un discorso “vero” sulla giustizia? Avrà potuto solo esprimere una posizione personale, un’opinione tra le tante… -Ecco, proprio qui troviamo la geniale mossa di questo singolare filosofo. Ovviamente anche la giustizia era per lui un fatto dipendente dalle tradizioni. Non si potrà mai trovare un criterio universale che dirima il giusto e l’ingiusto: usi e costumi dei popoli produrranno risposte diverse e spesso contraddittorie. Carneade in effetti non era venuto a Roma per insegnare cosa fosse la giustizia. Per quanto acclamato e atteso con entusiasmo non aveva viaggiato da Atene per esporre una dottrina e persuadere la folla e guadagnarne l’applauso. -Il fatto che tenesse un discorso pubblico poteva farlo pensare… -Così in effetti sembrò il primo giorno quando parlò per la prima volta. In realtà egli creò una situazione che lasciò i Romani sorpresi e disorientati. -La cosa si fa interessante… -Sì, ora capirai che Carneade non è stato quel personaggio scolorito, una specie di ‘filosofo per caso’ come ancora oggi spesso si crede. Nel primo discorso egli si espresse nel modo che tutti si aspettavano: con parole forbite e un’eloquenza impareggiabile esaltò la Giustizia, dicendo che solo essa in quanto legge universale permette la convivenza civile. La folla applaudì euforica, soddisfatta per quelle parole così alte e convincenti. Carneade era ormai diventato la nuova star filosofica di quei giorni, tutti parlavano di lui e lo ammiravano come maestro di sapienza. Ma il vero piano che aveva in mente non era ancora concluso, mancava ancora la seconda parte dell’opera, la più importante. -Vediamo se indovino quello che Carneade stava preparando: in quella conferenza non aveva espresso le sue vera concezione filosofica, non erano quelle le sue idee sulla giustizia, come prima mi spiegavi. Quindi forse stava creando un sottile gioco filosofico, una sorpresa, però non riesco a immaginare quale potesse essere davvero… -Qui comincia la parte più seria e divertente di quella situazione, perché evidentemente Carneade era anche grande uomo di spirito oltre che capace di dare ad ogni evento un profondo significato filosofico. Quando alcuni giorni dopo si presentò di nuovo al pubblico romano fece un discorso che capovolgeva completamente le posizioni della prima conferenza. Di fronte ad una folla sconcertata affermò che la giustizia è una chimera, perché essa, variando in base ai tempi e alle culture dei popoli, è sempre diversa e indeterminabile, e non potrà mai essere legge universale. Inoltre aggiunse che la giustizia è e sarà sempre in contrasto con la saggezza: su questo punto, con un’argomentazione ancora più audace e scandalosa, Carneade affermò che se i Romani avessero voluto praticare davvero la giustizia, avrebbero dovuto restituire agli altri popoli ciò che avevano sottratto con le armi, tornando a casa in povertà. Ma in tal caso essi sarebbero stati per nulla saggi, il che dimostrava che saggezza e giustizia non possono mai andare insieme. -Coraggioso il nostro filosofo! Poteva godersi il successo ottenuto, poteva tornare ad Atene come un Greco vincitore, lodato e ricoperto di allori. Ora capisco che era un pensatore intelligente e acuto, per nulla banale, e riesco forse ad intravedere qual era lo scopo di tutta la sua messinscena… -Certo la sua intenzione non era semplicemente quella di suscitare scalpore e di scioccare i Romani con la recita di uno stupido scherzo sofistico. Carneade non era in cerca di fama, seguiva invece il suo spirito di filosofo, voleva far capire una cosa importante a chi era venuto alle sue conferenze: bisogna essere capaci di pensare in autonomia usando il proprio intelletto, senza lasciarsi ammaliare dai discorsi per quanto raffinati ed eleganti. Dobbiamo liberarci dai dogmi e dalle facili credenze accettate per pigrizia, vedendo come le convinzioni derivino spesso solo dalla suggestione delle parole. Questo era il suo insegnamento: sii una luce a te stesso, esci dalla massa plaudente, se ho detto cose contraddittorie nelle mie conferenze e ora ti senti confuso questo è un bene, vivi questo momento di incertezza per trovare la tua risposta. Solo questo ti libererà e in futuro non darai così facilmente il tuo assenso agli altri, prima vorrai vagliare le cose e seguire la tua idea anche senza il consenso generale. -Quale fu alla fine la reazione dei Romani, capirono il suo vero messaggio? -Come sempre accade, la massa non capì quello che Carneade stavo offrendo, però possiamo pensare che qualche individuo in mezzo a quella folla comprese e fece di quel prezioso insegnamento di libertà una guida per la propria vita. -Allora forse possiamo rispondere così alla mia domanda iniziale: Chi era costui? …Era un grande filosofo che ha dato all’umanità uno degli insegnamenti più nobili, qualcosa che dopo più di duemila anni è ancora un patrimonio intellettuale inestimabile. -Un insegnamento trasmesso non con teorie, ma con una situazione esemplare, non con l’autorità dell’uomo in cattedra, ma con l’umiltà e lo spirito di un grande pensatore, quel Carneade che, dimentico di sé, ha vissuto con animo libero al servizio dell’umanità. 16 settembre 2022
Quando ritrovai la pecorella smarrita la gioia fu immensa. Del grande gregge che portavo al pascolo ogni giorno era l’unica che aveva osato fuggire per cercare la propria libertà. Si era smarrita perché voleva vedere il mondo oltre il recinto. Nella sua ingenuità aveva però intuito che chi rimane nel gregge non conoscerà mai qualcosa che vada oltre il livello e i limiti del branco. Dopo il primo momento di rabbia, sentii subito affetto per quella pecorella, perché costringendomi a cercarla mi obbligava a comprenderla nel suo gesto. Lei mi stava mostrando con i fatti una scelta e un coraggioso spirito di ricerca che gli altri individui del gregge non erano ancora capaci di immaginare. Quella pecorella sognatrice doveva aver viaggiato con la fantasia, scavalcando i rigidi confini del gruppo cui per nascita apparteneva. Superando l’istinto che comanda sull’individuo nel nome della specie aveva preso la sacra decisione di fare un balzo fuori dallo steccato per correre libera verso il verde che la invitava col suo dolce richiamo, incurante delle conseguenze e dei pericoli di quella mossa avventata. Ora un’altra diversa intelligenza la animava in un gioioso impeto, un’innata saggezza sembrava guidare il suo cammino là fuori, un entusiasmo nuovo la travolgeva e la spingeva in quell’avventura. Per me adesso c’era il dilemma: andare alla sua ricerca o abbandonarla, pensando prima al gregge che ancora pascolava quieto e silenzioso. Fu questione di un attimo: la decisione era già presa, d’un balzo andai… Quella pecorella che cercava la propria libertà aveva aperto una via, stava insegnando anche a me la cosa più sacra e più bella. Anch’io volevo partecipare a quell’avventura ardita e folle. Quanto al gregge, sapevo che l’avrei ritrovato esattamente dov’era, che non avrebbe azzardato un passo oltre il limite del conosciuto, incapace anche solo di concepire la possibilità di una nuova libertà. E mentre correvo qua e là per campi e boschi alla ricerca di Libera, -perché avevo deciso che quello da ora sarebbe stato il suo nome- sentivo anch’io di diventare pian piano come lei, libero dentro, perché la prima libertà nasce sempre nel nostro mondo interiore. Camminavo e mi immergevo sempre più nella natura rigogliosa, perdendo le tracce del mondo, ma ritrovando il vero me stesso. Non so se fosse fantasia o realtà, ma qualcosa stava accadendo, la natura mi appariva meravigliosa e di stupefacente bellezza, una festa panica di colori vividi, di suoni e profumi inebrianti. Quello intorno a me era il mondo che frequentavo ogni giorno, eppure era come se lo vedessi veramente per la prima volta. Nel sentimento di libertà ogni cosa appare diversa, più luminosa, tutto sembra acquistare un nuovo e profondo significato e anche le cose più ordinarie e semplici si caricano di senso. In realtà non è il mondo che è cambiato, ma noi stessi, è il nostro sguardo che è nuovo e può contemplare la realtà gettando una luce sulle cose che ora si animano e parlano. Non so dire per quanto tempo rimasi in quello stato di incanto, alla fine di quella folle corsa mi ritrovai sdraiato sull’erba soffice.. Non c’era scopo in quel girovagare, ma mi sentivo pieno e felice. Quando risollevai il capo incrociai gli occhi di Libera. La pecorella era di fronte a me e tranquilla mi osservava, con uno sguardo intenso e dolce che appariva umano. Poi tornammo insieme là dove il gregge paziente attendeva che qualcuno indicasse la via di casa e desse il comando di rientrare. Gli eventi straordinari di quella giornata mi avevano insegnato molte cose: che quando una persona vive la sua libertà non commette mai peccato; che non c’è mai errore là dove si vive con coraggio e animo puro; che perdersi e ritrovarsi fa parte della logica seducente della vita; che colui che si smarrisce è un dono prezioso che vale più di tutto; che la natura dentro e fuori di noi è luogo di bellezza e rinascita… Stavo riflettendo su tutto questo quando… improvvisamente mi risvegliai! Era stato tutto un sogno! Mi ero assopito in quel fresco pomeriggio, disteso tra l’erba verde vicino al mio gregge che pascolava sereno. La pecorella Libera, la corsa pazza nella natura, nulla di ciò era accaduto! Ora, risvegliato alla vera realtà, capivo che era stato solo un sogno, per quanto bello. E già sentivo un piccolo moto di delusione quando… …quando l’impulso di contare il mio gregge si fece d’un tratto imperioso. Allora contai e ricontai e ancora ricontai le pecore che dovevano essere cento… Alla fine dovetti arrendermi all’evidenza: le pecore erano novantanove…! Rimasi sconvolto da un’idea che mi trafisse con la forza di un dardo. Poi un sorriso illuminò il mio volto librandosi sulle ali di un pensiero: “Vai Libera, vai…!” 17 settembre 2022
Si racconta che, all’approssimarsi della morte, il Santo si mise a cantare pieno di gioia. La melodia che sgorgava dalla sua bocca era quella che tante volte aveva sentito ricamata dalle rondini e dagli usignoli in volo sulle dolci colline dell’Umbria. Si chiamava Francesco l’uomo morente che nulla sapeva dell’essere santo, perché questo mai era stato nel suo pensiero. Ma per le altre persone che lo conoscevano era già un maestro di vita e di preghiera. Una folla si era radunata di fronte alla porta nell’approssimarsi della sua dipartita, tutto era sospeso in una silenziosa attesa. La voce di Francesco era dolce e forte e nel piccolo paese tutti potevano udirla, come tante volte era accaduto in passato. Era quella la sua ultima preghiera, un canto che diventava Cantico, un umile ringraziamento all’Eterno, alla magnificenza del Creato e al Sole e alla Luna e alla Luce che illumina il mondo e all’Acqua e al Fuoco e a Sorella Morte che si avvicinava gentile… Per chi era capace di capire quel linguaggio era l’estremo insegnamento, il più alto: abbracciare la morte con serenità, così come con letizia si era accolta la vita. Quel canto melodioso era un messaggio: accettare con gioia il proprio destino, credere in un’altra vita che sarà quella vera, nulla chiedere per sé e non temere quello che giunge perché è la divina volontà che muove il mondo. Ma un fratello dell’Ordine, di fronte a quel canto si sentiva in imbarazzo e disse a Francesco: “Nell’ultimo momento prima del trapasso forse non è conveniente che tu ti metta a cantare! Cosa potrebbe pensare la gente di te in questo momento così grave e triste? Forse dovresti rimanere composto e serio, perché non si può gioire di fronte alla morte…” Il Santo -si dice- ascoltò quelle parole, sorrise e continuò a cantare ancora più forte. Quella fu la sua risposta. E la melodia fluì ancora con la beatitudine che traboccava sul volto luminoso. Francesco stava facendo semplicemente quello che aveva sempre fatto con gli uomini e la natura, diffondere il suo canto di vita, la sua gioia di esistere. Era l’umiltà di un uomo rivolto al Divino, che non teme quello che la gente dirà, che vuole essere sé stesso, libero e lieto anche in quell’ultimo momento, con le note che sgorgano spontanee. Non era più Francesco che cantava, era la vita stessa che si celebrava in lui diventato ormai strumento del divino… Non sappiamo se questa storia risponda al vero, ma c’è da credere che sia andata davvero così, con il Santo che cantava pieno di gioia mentre lasciava le sue spoglie mortali abbandonandosi alla volontà dell’Altissimo. Fu il canto delle allodole ad accompagnarlo quella sera nel momento dell’ultimo respiro. Pur schive delle ombre del crepuscolo, le allodole erano venute a donargli le ali. Loro avevano da sempre capito il linguaggio dell’anima di Francesco e ora erano qui a restituire quel canto che lui aveva intonato e offerto per tutta la vita, tra i verdi monti e le valli con i campi di girasoli, ringraziando il Divino per la bellezza di ogni cosa. 19 settembre 2022
-Sto studiando il pensiero di Socrate e il suo ‘dialogare’ che sembra essere stato il vero inizio della filosofia, se la intendiamo come comune ricerca della verità… -Certo il dialogare socratico è un pilastro fondamentale di tutta la cultura occidentale come noi la conosciamo. -Mi piace l’immagine di Socrate che parla al gruppo di persone cercando di guidarle a definire i grandi temi filosofici… -Sì, però va chiarita una cosa molto importante: Socrate non hai mai parlato alla folla, non faceva conferenze. Il suo dialogare era sempre quello tra due persone, un Io e un Tu, anche se apparentemente parlava a tutto il gruppo dei presenti. La stessa parola dia-logos indica questa divisione tra due parti che si riconoscono e si rapportano individualmente. -Capisco, Socrate non parlava mai a un gruppo, alla folla, alla gente, perché queste, a ben vedere, sono solo astrazioni, concetti generali. Chi esiste realmente è sempre e solo l’individuo… -… e anche un gruppo è sempre un insieme di un Tu più un Tu più un Tu, ecc. Quell’uomo di Atene era il maestro che ci ha insegnato la vera comunicazione tra due esseri umani che entrano in relazione. Solo in un rapporto diretto, intenso, individuale possono emergere i due singoli con tutto il loro mondo da confrontare e scambiare… -E immagino che così ogni dialogo sia un evento originale, unico, irripetibile, qualcosa che si costruisce sul momento e non si sa da che parte finirà, perché non c’è qualcuno che dirige il gioco verso una conclusione già prestabilita. -Esattamente, nel vero dialogo non ci sono autorità che impongono o capi che comandano, retaggio della vecchia cultura patriarcale. La verità si cerca e si costruisce insieme, in un rapporto Io-Tu alla pari. In questo senso è giusto usare proprio il verbo ‘dialogare’ che rende tutto più fluido e libero, imprevedibile e coinvolgente. -Ma se non ci sono autorità che prescrivono, costringono e minacciano, in che senso diciamo che Socrate era un maestro? -Dove non c’è autorità ci può essere l’autorevolezza di colui che ha una chiara visione delle cose, conquistata dopo una vita di ricerca. Il saggio può solo invitare, non è lì per fare proseliti o forzare o persuadere con un funambolismo verbale. Chi lo fa dimostra di non rispettare chi ha di fronte perché lo vede come inferiore, bisognoso di ricevere una verità già confezionata… -Chi cerca di convincere gli altri a diventare seguaci alla fine appare come un insicuro, ha forse qualche dubbio o paura riguardo a quello che predica, non è così? -Sì, è evidente, se sei certo che due più tre fa cinque non hai bisogno di convincere gli altri, puoi solo invitare a contare, provare e vedere cosa risulta, riservandoti comunque che anche tu possa essere in errore, anche quando credi di planare nella certezza. -Mai dire mai… mi piace questo approccio libero e scanzonato anche di fronte ai grandi e profondi problemi filosofici. -Così dev’essere se vuoi un dialogo aperto, serio e giocoso insieme, soprattutto un rapporto sano e senza violenza, dove coloro che vi partecipano si sentano a casa e felici, dove anche i contrasti possano diventare opportunità di scambio, crescita, mediazione amichevole. -E se non si raggiunge nessuna “verità”, nessuna conclusione soddisfacente? -In questo caso nessun problema, ci sarà un’altra occasione, la cosa più importante era comunicare tra esseri umani pur con tutti i propri limiti, parlare ed essere ascoltati, essere riconosciuti come individui singoli capaci di pensare. -E la folla che segue compatta e fedele il discorso di un capo, invece? -Ti faccio notare che l’uomo della folla, oggi diciamo l’uomo-massa, non è e non si sente un singolo, essendo catturato dell’anima di gruppo. Se si entusiasma lo fa solo perché quella è la reazione collettiva, cioè non ascolta davvero il capo valutando quello che proclama, guarda al comportamento della massa cui vuole appartenere e si adegua per sentirsi ‘dentro’ il gruppo. -Quindi agisce in base a suggestioni, emozioni e passioni, invece di ragionare come singolo. -Sì, tutti comunque a volte lo facciamo o lo abbiamo fatto in passato, è una tendenza irresistibile a rifugiarsi tra le braccia protettive della specie. Ecco perché bisogna uscire dalla trappola del rapporto verticale, diseguale, oppressivo che spesso noi stessi accettiamo come la soluzione più comoda, ma che è la negazione della nostra individualità. -Se io non penso e qualcuno lo fa per me e mi dà ordini, sono sollevato dalla responsabilità delle mie azioni, dal pensare come individuo, mi preservo dall’errore che, anche se ci sarà, non sarà “mio” perché condiviso dalla collettività, è di tutti e di nessuno… -…e sappiamo quanti guai questo ha prodotto nella storia. Con visione preveggente Socrate ci ha messi in guardia dal dimenticare l’in-dividuo, colui che non si può dividere perché ha una sua integrità, è un uno, un tutto che pensa, sente, vuole, decide, domanda, dialoga, cerca… -Io voglio essere così e desidero che lo siano anche gli altri, ho capito che il dialogare alla pari con le persone è il modo più efficace per costruire un mondo più bello e più giusto… -Vedi come, dopo tanti secoli, Socrate può esserti ancora maestro? Non ti ha imposto nulla, ti ha solo mostrato la bellezza del comunicare come singolo individuo libero, poi qualcosa è risuonato in te e ora tu ne vedi il valore e la forza. È un rapporto Io-Tu che sta avvenendo adesso fra voi, a distanza di millenni… -Come si chiama quest’arte dell’Io-Tu che era sicuramente il più grande insegnamento di Socrate? -Il Maestro la chiamava semplicemente Maieutica. 22 settembre 2022
Su che cosa poggia la nostra realtà? Se per realtà intendiamo il mondo, allora abbiamo una curiosa immagine che viene dagli antichi testi dell’India: la Terra appare come una calotta semisferica sorretta da tre enormi elefanti bianchi a loro volta poggianti su una gigantesca tartaruga che si regge su un immenso serpente attorcigliato simbolo dell’infinito come in molte tradizioni. Ma la domanda che sorge inevitabile subito: su che cosa poggia alla fine quel serpente cosmico? La risposta sembra piuttosto ovvia: sul niente. Quella indiana non pare una descrizione molto scientifica. In effetti non lo è, però, al di là della scena pittoresca, capiamo che si tratta di una profonda simbologia mitica: i tre pilastri del mondo poggiano su un unico principio che riposa in un infinito che appare senza alcun fondamento. È la rappresentazione allegorica della legge dell’Impermanenza, nobile verità che troviamo alla base della filosofia del Buddismo: nella vita dell’universo non ci sono realtà che perdurano, non ci sono punti di appoggio nello spazio e nel tempo, ogni cosa è destinata prima o poi a finire la sua esistenza. La scienza astronomica dice che la Terra ruota e si muove in un sistema solare che si sposta anch’esso nella galassia. La Via Lattea a sua volta ha un suo movimento a spirale e viaggia nello spazio infinito come tutte le altre galassie, in un cosmo dove tutto va e viene e nulla poggia su niente. Tutto cambia costantemente, nulla rimane com’era, né torna mai nello stesso luogo e nello stesso modo. Il mutamento è la prima legge del nostro universo nomade. È l’impermanenza di ogni cosa vista nella concreta realtà, legge del cosmo e della vita che dobbiamo dunque accettare. Noi desideriamo la stabilità, qualcosa cui aggrapparci, vorremmo che le cose che amiamo durassero in eterno, ma per il Buddha proprio questa è la causa della sofferenza. Quando però non abbiamo paura di affrontare ciò che è nuovo, allora capiamo che il cambiamento è un movimento creativo: è così che possiamo avere l’avvicendarsi delle stagioni, il crescere del seme che altrimenti non diventerebbe albero, l’impazienza di quel bambino che ha fretta di farsi uomo, il mutare del cielo in infiniti colori, la corsa dei fiumi verso il mare, il gioco dei sentimenti, l’arte e la musica, il dolore e la gioia… Solo se c’è mutamento si può cambiare il mondo e noi stessi, immaginare utopie e fantasticare, desiderare e conquistare, solo lì c’è vita che scorre come linfa che nutre e rigenera. La consapevolezza della transitorietà può aiutarci a vivere rimanendo nel presente e apprezzando ciò che ci è dato ora, pur nella fragilità delle cose che inevitabilmente se ne vanno, cogliendo la bellezza, preziosa proprio perché presto sfiorisce. È un viaggio interiore di trasmutazione del nostro sentire, dove la caducità non toglie ma aggiunge valore alle cose, insegnando la via del non attaccamento e della saggezza. Le possibilità rimangono tutte aperte, oltre ogni confine, dentro e fuori di noi tutto si trasforma incessantemente, come le onde del mare che vanno e vengono senza riposo. Gettati nel movimento a spirale della grande danza cosmica noi anche viaggiamo come quei pianeti e quelle galassie che non sanno dove stanno andando ma continuano a farlo, esplorando con stupore e meraviglia i segreti dell’universo. 23 settembre 2022
Viviamo ogni giorno in un mondo popolato di specchi. Continuamente ci riflettiamo in ciò che è fuori di noi. Tutto rimanda la nostra immagine, ovunque vediamo noi stessi. I gesti, le parole, i pensieri, le emozioni che proviamo sono il riflesso del nostro mondo interiore, del nostro vero io, che si manifesta nell’incontro con la realtà esterna e con gli altri. Questa è l’identità che abbiamo costruito nel tempo con le esperienze, l’educazione, la vita sociale e personale. Fu l’acqua a mostrare per prima in un giorno lontano il riflesso di un volto. L’uomo che si specchiava era pervaso da paura ed eccitazione mentre osservava per la prima volta l’immagine di sé stesso. Da lì nasceva la coscienza di una propria identità individuale, come accade al bambino che un giorno si guarda nello specchio e si riconosce e comprende di non essere uno con il mondo e ora sa di poter pensare sé come qualcosa di separato. In quella separazione nasce l’intelligenza razionale e relazionale che permette di giudicare le cose in rapporto al proprio io. Lì comincia anche quel processo di autoconoscenza che si dà in ogni essere umano e che durerà tutta la vita. Lo specchio ci insegna una lezione importante, la riflessione, l’osservazione di sé, il confronto interiore con quello che siamo. Sappiamo che lo specchio rimanda un’immagine rovesciata, ci mostra un mondo capovolto dove i riferimenti si confondono. Al tempo stesso però ci offre un gioco di prospettive che è un invito a guardare la realtà da nuovi angoli visuali, dove tutto può essere ripensato, sovvertito e rivoluzionato, superando la rigida identità che ingessa le cose e le persone. Impariamo così che noi non vediamo mai le cose come sono, ma una loro immagine deformata, già carica di interpretazioni e giudizi. Gli specchi poi ci seducono perché hanno qualcosa di misterioso: quando poniamo due specchi uno di fronte all’altro si crea un rimando reciproco all’infinito, come in una magia. In quell’infinito possiamo immergerci, varcando una soglia, allora è come attraversare un portale che ci conduce nell’Oltre: di là di quel confine possiamo trovare ciò che è più vero di noi stessi. E se lo specchio non ha già catturato la nostra anima, se non ci fermiamo all’apparenza più superficiale delle cose, se non siamo caduti in trappola innamorati della nostra immagine, allora possiamo usare ogni superficie riflettente, cioè ogni realtà, per approfondire la conoscenza e far luce sul mondo e su noi stessi. Sappiamo che l’occhio non può vedersi e mai potrà farlo, così anche noi non possiamo direttamente osservarci dal di fuori, siamo costretti a ricostruire continuamente il simulacro del nostro sé guardandoci negli innumerevoli specchi che sono le cose e le persone. E può accadere alla fine di un lungo percorso che noi cominciamo a vedere in quella giostra di immagini spesso confuse e contraddittorie qualcosa che rappresenta la nostra verità ultima. L’ossessione per la propria immagine esteriore allora si dissolve, tutti i giochi davanti agli specchi delle nostre brame cadono nella polvere. Sì scopre qualcosa che non potrà mai essere riflesso da nulla, la coscienza, che è lo Specchio universale in cui tutti gli infiniti riflessi si manifestano, puro e incontaminato spazio di possibilità in cui tutto il mondo appare. 25 settembre 2022
Sono tante le cose che noi possiamo desiderare, amore, amicizia, salute, ricchezza, conoscenza… Ma ci sono alcune cose che non possiamo desiderare perché il desiderio stesso le allontana da noi. Non possiamo cercare la serenità, la pace, la felicità senza cadere in contraddizione, in un paradosso esistenziale. Tutto dipende dalla natura del desiderio, o meglio del ‘desiderare’. Ad uno sguardo attento capiamo subito che in ogni brama si cela una mancanza, un vuoto, una sensazione di privazione. In ogni desiderio c’è sempre inquietudine, un’affannosa ricerca e quindi un perenne stato di tensione e di insoddisfazione. E se anche a volte riusciamo ad ottenere ciò che vogliamo, mille altri desideri spuntano, pronti a ricominciare il gioco, all’infinito. Da qui la paradossale verità che tutti possiamo intendere: quanto più si aspira ad avere la serenità, tanto più la si perde. La mente si proietta nel futuro, la cosa desiderata diviene un’ossessione, esperienza drammatica che rende irraggiungibile proprio ciò che si cercava. Per vivere in pace ci vuole un po’ di leggerezza, una libertà dello spirito, si deve restare lontani dagli eccessi del volere e dalla smania di raggiungere. Un’esistenza saggia richiede la capacità di accettare quello che siamo e quello che la vita ci presenta, con le sue luci e le sue ombre. Certo dobbiamo comunque muoverci, agire, pensare e progettare, ma stando sempre attenti ad evitare quegli impulsi ciechi e senza freni che ci trascinano in una lotta estenuante contro tutto e tutti. Qui ci viene in aiuto l’antica filosofia greca dell’Ellenismo, che ha sempre raccomandato la giusta misura e l’ordine nei desideri. Nel loro insegnamento gli Epicurei, condannati come edonisti per secoli, non negavano e anzi ritenevano naturale la ricerca del piacere, ma asserivano in modo fermo che, quando si va oltre la misura, il desiderio diventa distruttivo, toglie la pace, il riposo e il senno. E nel loro esame della mente umana vedevano con chiarezza il principale problema per l’uomo, il meccanismo che chiamavano prolessi: proiettare il pensiero al di là del momento in un dopo che non arriva mai, rimanendo inquieti o angosciati ad attendere ciò che è desiderato o temuto. Epicuro invitava a vivere l’attimo e a cogliere il piacere momentaneo, ma assecondando i desideri naturali che sono quelli di ogni essere umano, evitando quelli distruttivi e non naturali che sorgono dalle pretese dell’io egoistico, pozzo senza fondo di brame di potere, fama, ricchezza e piaceri smodati. Quando tutto si riduce all’essenziale si crea un altro tipo di vuoto, che non è la sensazione spiacevole di un’assenza che va riempita, è invece la spaziosità di una mente che ha ridotto al minimo i desideri. Ora la persona sperimenta una vita libera, equilibrata e serena, ha spezzato i legami con tutto ciò che alimenta voglie inutili, non solo le situazioni esterne, ma anche le tendenze interne che creano la trappola di un penoso desiderare senza requie. La pace viene raggiunta con la quiete di una saggia e felice sobrietà, non aggiungendo l’inutile, piuttosto togliendo la zavorra del superfluo. Questa è la via per liberarci dalla schiavitù oppressiva del desiderare. Mettendo nella giusta prospettiva le esperienze di ogni giorno torniamo alle cose vere ed essenziali che danno significato alla vita. 27 settembre 2022
In un istante per la monaca Chiyono svanì l’incantesimo: il secchio pieno di acqua in cui stava guardando riflessa la luna si ruppe, lasciando il vuoto nelle sue mani e nella sua mente, portandola all’illuminazione che aveva cercato per tutta la vita. Nella bella storia che la filosofia dello Zen ci tramanda troviamo le parole di Chiyono che descrivono quel momento: “In un modo e nell’altro ho cercato di sorreggere il secchio sperando che il debole bambù non si sarebbe mai spezzato. Improvvisamente il sostegno si è rotto. Non più acqua, non più luna nell’acqua, il vuoto nelle mie mani”. La luna piena che vediamo riflessa nell’acqua non è la vera luna. Quando il secchio si rompe e l’acqua scorre via c’è uno shock, per un momento la nostra mente rimane sospesa in silenzio, si ferma improvvisamente il chiacchiericcio che sempre la ingombra. Come anche per Talete che cadde nel pozzo, in mille situazioni di vita può succedere qualcosa che ci lascia scossi e senza parole. L’inaspettato irrompe nella nostra esperienza e scombina i giochi, ci costringe a ripensare noi stessi e il nostro rapporto col mondo. E allora ci rendiamo conto che non conosciamo la realtà come è in sé, vediamo la sua immagine riflessa attraverso il filtro della nostra mente. Tutte le antiche Vie di meditazione insistono su questo insegnamento: se non riusciremo a liberarci dalla zavorra del passato il nostro sguardo sul mondo rimarrà confuso e frammentario, non potremo vedere le cose nella loro vera realtà, ci fermeremo alla descrizione del riflesso sull’acqua, non contempleremo la luna reale, ma solo la sua immagine. Il secchio di Chiyono è una metafora della nostra mente sempre dibattuta tra sensazioni, pensieri, ricordi ed emozioni, appesantita dai giudizi e dalla descrizione concettuale delle cose. Quando però si crea un momento di vuoto il pensiero si ferma, si fa più chiara e profonda la percezione del presente, i sensi si fanno più vivi, la coscienza si eleva e si espande. La nostra mente si volge sempre al passato conosciuto dove trova credenze e convinzioni che la rassicurano per ciò che riguarda l’interpretazione del mondo, ma così si lascia sfuggire la verità del presente. Meditazione è uscire dalla descrizione delle cose creando un vuoto, uno spazio dove può darsi il silenzio della contemplazione. La vera luna, cioè la vera realtà, ora è di fronte ai nostri occhi. Il debole bambù che sosteneva la nostra visione del mondo si è spezzato facendo crollare tutte le false certezze. Caduto il velo dell’ignoranza, sconfitti i demoni del passato, sorge un’esperienza di illuminazione, di risveglio alla vita. Una luce nuova si riverbera sulle cose e le rende piene di significato, come fu per Chiyono che da quel giorno vide con occhio puro la Realtà e in quella coscienza risvegliata visse luminosa il resto dei suoi giorni. 30 settembre 2022
Nella ricerca della verità ciascuno deve tracciare il proprio sentiero. Non ci sono mappe o guide già pronte per il cammino interiore. Sì tratta di esplorare un nuovo territorio che ci pone una sfida, che ci attrae e ci spaventa ad un tempo, come tutto ciò che è ignoto. Le grandi filosofie del passato danno grande risalto a questo fatto: la via del ‘conosci te stesso’ è per sua natura personale e singolare, non ci sono scorciatoie o espedienti che possano facilitare il compito, la scelta e la responsabilità sono sempre della coscienza dell’individuo. La verità è unica e immutabile, la meta ultima è la stessa per tutti, ma le vie e i modi di raggiungerla sono di un’infinita diversità. Le testimonianze di innumerevoli cercatori del vero lo confermano: ogni cammino è sempre particolare, genuino e imprevedibile. Ma se la ricerca è un’esperienza del tutto personale e soggettiva, allora nessun sistema di pensiero o di credenze può essere d’aiuto, nulla può condurre come un automatismo alle soglie della verità. Ciascuno di noi vive in una società con peculiari caratteristiche che definiscono i lineamenti della sua identità e i valori comuni. Dobbiamo fare i conti con una tradizione che ci dà le coordinate, i punti di riferimento e gli strumenti per interpretare il mondo. Da qui i sistemi di pensiero e le credenze che ogni società elabora con la finalità di educare e formare al meglio l’uomo e il cittadino. Da qui il fiorire di morali, filosofie e religioni che si assumono questo compito e sono in un primo momento indispensabili per lo sviluppo della persona. La coscienza individuale si amplia nel contesto delle relazioni sociali, col tempo si irrobustisce esplorando idee, valori e modi di vivere. È una fase che però, per il vero cercatore, non può durare a lungo. Viene il momento in cui l’amante del vero deve fare un salto mettendo in discussione tutto ciò che gli è stato insegnato, un gesto di libertà con cui comincia l’autentica ricerca. Il sentiero della verità è solo per colui che ha abbandonato ogni credo, lasciando alle spalle ogni sistema di pensiero, dogma e pregiudizio. Solo una coscienza libera dal fardello delle cose apprese dagli altri può avere quella libertà di esplorare che è essenziale per la ricerca. Solo una mente e un cuore liberi possono detenere le chiavi del sapere e lasciare fluidi i punti di vista sul mondo senza attaccarsi a nulla, rinnovando continuamente lo sguardo sulla realtà oltre il conosciuto, perché nulla deve diventare una gabbia per lo spirito libero che indaga. La via della conoscenza è sempre unica e individuale, è più un togliere e un liberarsi dai vincoli che un aggiungere lacci, è sciogliere ciò che ci tiene aggrappati alle credenze del passato per cercare una verità che deve essere assolutamente nostra. Il cercatore che ha abbandonato ogni rassicurante certezza alla fine è solo con sé stesso, totalmente responsabile di sé. Senza aderire a nulla, senza mappe, volando libero e leggero egli può investigare scavando nei misteriosi reami dell’interiorità. Ora conosce il sentiero della vera rinuncia: spogliato di tutto, tornato al punto zero dove conta solo ciò che è essenziale, come nuda vigile coscienza adesso può vedere Ciò che rimane… 3 ottobre 2022