Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Gli allegri paperi sono tornati ad allietare le nostre giornate. Da tempo li aspettavamo per apprezzarne la compagnia. Ma oggi si offre un inopinato, sconcertante spettacolo, i paperi sono impegnati ciascuno in una performance: il primo saltella su una zampa, il secondo intona uno yodel, il terzo dipinge con il becco, il quarto si rotola nel fango, il quinto sventola bandierine, il sesto siede in posizione di loto, il settimo e l’ottavo raccontano barzellette da taverna, il nono e il decimo fingono di darsele di santa ragione… E appena finito, firmano autografi a una folla plaudente! Cosa mai è successo? I paperi sono cambiati, irriconoscibili. Perché tutto questo attivismo, questa smania di apparire? La risposta è semplice: i palmipedi hanno imparato dagli umani, frequentando la società degli uomini e studiando i loro gesti si sono trasformati, hanno perso la loro naturale simpatia, diventando degli astuti, egoisti, goffi e cinici pennuti. E non bastano le loro esibizioni ad occultare la tragedia: diventando ridicoli replicanti dell’uomo si sono snaturati, hanno perso la grazia che il loro istinto magicamente donava. Nel tentativo di essere altro da ciò che sono si sono smarriti, hanno imparato tutte le ipocrisie e gli inganni del mondo, hanno tradito se stessi dimenticando la propria bellezza, allontanandosi da quell’Eden senza macchia che li ospitava. La loro innocenza, la spontaneità, la loro innata eleganza erano il dono che offrivano agli altri semplicemente vivendo. Dopo essere stati per qualche tempo a contatto con gli uomini hanno imparato il piacere del successo e della fama, hanno imparato a fingere, perdendo la fiducia in se stessi, abbandonando il loro cuore di piume e la gioia di esistere.
È ciò che accade a tutti noi uomini nel processo di crescita: la gioia e la purezza dell’infanzia devono incontrare il mondo, il bambino deve lasciare il suo Eden per l’autocoscienza, deve diventare uomo, secondo l’ordine naturale delle cose. Accade poi che da adulto debba inserirsi negli schemi sociali, sviluppando l’intelletto e interpretando diversi ruoli e identità, intrecciando relazioni e scambi sul palcoscenico del mondo. E accade anche che la convenienza e il calcolo prevalgano, che l’innocenza perduta lasci il posto alla contesa sociale, alle basse pulsioni, alla separazione e al conflitto con gli altri. Obliata la propria natura, la gioia infantile è dimenticata, rimane solo qualche fugace piacere in una vita monocorde. Si pone allora il problema di recuperare il proprio essere, l’essenza originaria che è la cifra della propria umanità. Come ritrovare la gioia semplice di essere ciò che si è? Come tornare all’innocenza senza ritornare bambini? Come ricostruire il legame con la propria vera natura? E così si cerca un’ispirazione, un’intuizione, un’utopia…
Ma adesso, cosa accade? I paperi si sono radunati insieme. Dopo avere incontrato un anziano e con lui a lungo parlato, illuminati forse da una saggezza che ancora mancava, hanno gettato via tutti i trucchi, i giochi e le maschere, hanno chiuso per sempre il Carrozzone delle Meraviglie congedando gli spettatori, loro sì rimasti a becco asciutto. I paperi si sono semplicemente ricordati di essere paperi, gli occhi si sono aperti e con essi la consapevolezza di sé. La loro comunità ha recuperato lo spirito di un tempo e ora sguazzano felici e starnazzanti nello stagno. È bastato un gesto di liberazione coraggioso e radicale per recuperare la propria dignità e l’orgoglio perduto.
Tutto nel mondo è uno specchio per la nostra coscienza. Anche un semplice pennuto può insegnarci a vivere, ricordandoci che tradire se stessi è il più grande delitto e che non è necessario fare grandi cose per essere felici, basta essere ciò che si è in accordo con la propria natura, confidando nell’innata saggezza che da sempre ci appartiene. 22 giugno 2024
Non è nulla di ciò che noi o qualche altro degli esseri conosce, e non è nessuna delle cose che non sono e delle cose che sono; né gli esseri la conoscono secondo ciò che ella è, né Ella conosce gli esseri nel modo in cui essi esistono. (Dionysios)
La Prima Causa di tutto non è conoscibile, nessun termine o concetto può definirla, nessun attributo, sia esso positivo o negativo. Ogni affermazione implica una negazione: se diciamo che il Primo Principio è luce subito è richiamato il concetto di oscurità, se diciamo dell’Uno che è vita nell’eternità subito sono contemplati la morte e il tempo. L’Essere perfetto è al di là di tutti gli opposti, al di sopra di tutte le cose che sono e non sono. Possiamo vedere un oggetto illuminato, ma non conoscere la Luce nella sua essenza. Possiamo vedere ovunque la Prima Causa sempre in atto nella sua manifestazione, ma non conoscere quel Primo Principio che elude ogni movimento del pensiero. Secondo Dionigi il vero Essere è ineffabile, la povertà e la limitatezza del linguaggio ci impediscono di rapirlo nel concetto, resta solo la possibilità di accennare, lasciando all’intuizione dello spirito il presentimento della Trascendenza.
Ma se noi non possiamo attingere all’Uno, l’Assoluto non può conoscere il relativo. Il Tutto non può confinarsi in una sua parte restringendosi in un particolare limitato, riducendo il suo essere allo spazio-tempo o a una forma-pensiero condizionata. La Prima Causa è pura coscienza di sé, inconsapevole di ciò che da essa procede. Da essa tutto scaturisce senza un perché, come manifestazione di una Fonte eterna, Causa Prima che origina senza intento, Primo Immobile che nulla sa del mondo, nulla sa del suo essere causa dell’infinito.
Ma ciò significa che ogni ente dell’universo vive di una sua propria inviolabile libertà, una libertà nel relativo, nel non-permanente, illusoria come lo è il mondo del divenire, ma concreta, reale per l’essere che la vive. Nella necessità dell’Uno che non trascorre si manifesta e vive la libertà dei Molti, una libertà che però ha il suo prezzo: ogni azione, ogni sentimento e pensiero avrà conseguenze, nel bene e nel male, la volontà del singolo traccerà la direzione.
Per l’ascesa al divino l’uomo ha due strade, la via dell’affermazione o della negazione. La via negativa è la più diretta all’Assoluto: la sottrazione di ogni attributo dell’Uno porta l’anima a ritirarsi sola nel silenzio, nella contemplazione del Principio ineffabile. Non sarà mai conoscenza della Prima Causa, perché il Limite non può concepire l’Illimitato, ma slancio di uno spirito affamato del Vero che nel trascendimento di sé stesso vuole intravedere un barlume di Quello. Dionigi ci offre la sua “teologia negativa” come via di liberazione e illuminazione, ma ci ricorda altresì con parole potenti il confine invalicabile tra uomo e Trascendente: Se uno, avendo visto Dio, ha capito ciò che ha visto, non ha visto Dio… 21 giugno 2024
-Ho letto il brano Le tre Metamorfosi dallo Zarathustra. Mi sembra che Nietzsche con le immagini del cammello, del leone e del fanciullo riesca a rappresentare in modo efficace le tappe fondamentali dell’evoluzione umana. -Le tre figure possono essere viste come modalità esistenziali legate al tempo: passato, futuro e presente. Cominciamo da quella che rappresenta il passato. -Beh, mi sembra evidente che l’uomo-cammello sia la figura orientata al passato, perché conosce solo l’obbedienza e la sottomissione, sopporta umilmente i pesi, non sa opporsi e dire di no, fa solo quello che gli è stato comandato, soprattutto non riesce a concepire un altro modo di vivere… -Sì, nel significato che il filosofo propone il cammello è il servo fedele che accetta il “tu devi” senza ribellarsi e porta il suo carico nel deserto arido e desolato. -Siamo a volte tutti un po’ cammelli, non è vero? -Certamente, è una realtà che tutti conosciamo. Lo siamo quando viviamo nella paura, quando siamo privi di autonomia e di coraggio, dipendiamo dagli altri, vogliamo essere guidati e non siamo capaci di reagire all’ingiustizia. -Ma di cosa abbiamo paura? Di vivere? -Abbiamo paura di essere liberi, di assumerci delle responsabilità. Le regole della tradizione in fondo ci rassicurano, meglio quelle piuttosto che il salto nel buio che un gesto di libertà comporta. Essere schiavi a volte è la posizione più comoda, basta obbedire ed eseguire gli ordini, alla fine potremo sempre dire di non essere noi i responsabili di torti ed errori. -Un modo di vivere limitato e misero, mi sembra… -Sì, ma guarda che questo accade ed è accaduto a tutti noi. Per mancanza di coraggio o di volontà preferiamo soffrire piuttosto che affrontare una situazione che richiede una scelta. A volte ci illudiamo che accettare e dire sempre di sì sia un merito e magari ci sentiamo uno spirito superiore. In realtà quel “sì” è solo un gesto di impotenza, indica scarsa consapevolezza e mancanza di immaginazione. -Non è comunque necessario a volte farsi carico di un peso e sopportarlo per il bene nostro e di tutti? -Sì, certo, dobbiamo darci da fare, lavorare e a volte sacrificarci per qualche situazione. Ma non è questo il punto. Nietzsche in realtà vuole stigmatizzare lo spirito di dipendenza e di sottomissione, la paura di vivere liberi e fieri. Tutto questo si riassume nella figura emblematica del cammello che è la prima metamorfosi. -Però il cammello è un animale buono, paziente, affidabile… -Sì, lo riconosciamo, ma noi vogliamo che anche lui un giorno possa liberare la sua anima prigioniera. Non ci piace vivere in un mondo di schiavi, perché se qualcuno è ridotto a schiavo ci sentiamo anche noi oppressi e sconfitti. -Quindi, perché il cammello possa emanciparsi deve trasmutarsi e diventare un leone… -Questa è in effetti la seconda metamorfosi. Secondo Nietzsche il leone rappresenta il futuro. Mosso da un’incrollabile brama di libertà trova nel motto “io voglio” la sua vera essenza. È la figura del ribelle che vive fiero e indipendente, in un indomabile spirito di libertà. -L’immagine tradizionale del leone è quella della forza e dell’orgoglio, quella del dominatore del territorio che non teme nessuno e non si arrende mai… l’opposto del cammello, direi… A volte anche noi siamo dei leoni e tiriamo fuori insperate energie… -Accade quando siamo capaci di dire di no, assumendoci tutte le responsabilità e le conseguenze del gesto. Succede quando vogliamo liberarci da vincoli e prigionie, quando vogliamo fare piazza pulita del passato per immaginare un nuovo futuro. È quando rivendichiamo la nostra dignità di esseri umani, quando ci ribelliamo ad ogni schiavitù, nostra o degli altri. -È una scelta di vita che però ha i suoi rischi… -La libertà comporta sempre dei rischi, laggiù ci aspetta l’ignoto e le cose possono anche andare storte, si possono creare conflitti di volontà per una fierezza che diventa orgoglio smisurato, senso di onnipotenza. -Dunque il cammello e il leone sono due polarità estreme, due possibilità esistenziali completamente differenti, una rivolta al passato, l’altra al futuro. -Sì, ma Nietzsche preferisce la figura del leone perché è dinamica, forte e volitiva, è capace di spazzare via tutto il ciarpame del passato con un gesto imperioso. È la vita dell’uomo che non sopporta le ipocrisie e agisce senza paura. Risoluto e incurante delle regole della tradizione l’uomo-leone disprezza i deboli che chinano sempre il capo. -Ma questa non è l’ultima metamorfosi, c’è ancora quella del fanciullo, la più intrigante e direi la più difficile da capire… Perché essere un leone non basta? -Nella metafora nicciana il leone è capace di distruggere il passato e guardare al futuro, ma non sa costruire nel presente, manca di quell’immaginazione che permette di edificare il nuovo, manca di quella forza creativa che è solo di un essere nello stato primigenio. È dunque il fanciullo ad incarnare la figura dell’uomo che vive totalmente nel presente e costruisce il mondo con la sua fantasia. -Come terza metamorfosi mi aspettavo l’avvento dell’Oltreuomo… -È proprio questo l’Oltreuomo, l’uomo che è andato oltre se stesso. Il fanciullo è un sacro dire di sì, un sì alla vita e a tutto quello che offre, al di là del bene e del male. Il fanciullo non si preoccupa di distruggere le regole come fa il leone perché non le conosce, viene prima di ogni norma, prima di ogni considerazione e obbligo sociale, prima di ogni vincolo materiale o morale. Da qui la sua innocenza e il suo fascino. -Il fanciullo è anche gioco e immaginazione, tutti noi lo sappiamo perché l’abbiamo vissuto, abbiamo costruito castelli sulla sabbia… -Sì, il bambino è un piccolo dio che crea. Il gioco è creazione della vita e di modi di esistenza, è apertura al nuovo, è assoluta fiducia in ciò che è. È un inizio, è invenzione, è utopia, ma rimane sempre ancorato al presente, all’istante, perché solo questo momento per lui esiste. Guarda i bambini come sono concentrati in quello che fanno, nell’attimo assoluto del vivere. Nel fanciullo non troviamo la sottomissione triste del cammello né il velleitarismo esasperato del leone, troviamo invece la gioia e la purezza di un’anima libera che vive la vita mentre la sta modellando con la sua potenza creativa. Questo secondo Nietzsche è la vetta più alta che lo spirito umano può raggiungere nel suo cammino in questo mondo. -Sento dire spesso che dovremmo essere capaci di tornare ad essere come dei bambini… -Sappiamo che diversi testi sacri e poetici usano questa metafora. Ma naturalmente non si intende il ritornare ad un modo di vivere infantile. Anche per Nietzsche l’immagine dell’uomo-fanciullo non è quello di un bambino inconsapevole, ma quello di un uomo che, giunto al più alto vertice della coscienza umana, sa conservare l’autenticità, la purezza e la voglia di vivere ed esplorare che è del bambino. -Certo, una meta affascinante, ma per ora sono attratto di più dalla figura del leone, dalla sua forza e dal suo coraggio impavido… -La forza del fanciullo è di un tipo superiore, è una forza spirituale, interiore, quella che nasce dalla purezza dell’intento, da una mente sgombra del passato e libera dalle insidie dell’ego. Non è la libertà di chi recalcitra, si oppone e lotta contro le regole o gli altri, ma la libertà che non conosce il bene e il male e quindi è sempre fresca, spontanea, totalmente aperta alla vita. -Volevo chiederti se le tre metamorfosi di Nietzsche ti convincono… -Quella di Nietzsche è una pagina affascinante, piena di suggestioni e intuizioni preziose. Ma visto che stiamo giocando anche noi con il pensiero filosofico, che ne dici di proporre una “quarta metamorfosi” che troviamo nelle filosofie dell’Oriente? -Interessante, qual è allora la prossima figura? -Nessuna figura, la quarta metamorfosi è il passaggio dalla forma alla non-forma. È uno stato dell’essere ineffabile e indescrivibile, è quando la forma si dissolve e rimane solo una pura coscienza senza qualità, oltre ogni definizione e caratteristica. È Turiya, il “quarto stato” di colui che è andato definitivamente oltre il relativo e sperimenta la verità ultima dell’assoluto. -E le prime tre metamorfosi che fine fanno? -Sono superate e assorbite nel quarto stato dell’essere. Ogni forma è sempre per definizione limitata, ha precise caratteristiche che diventano vincoli e barriere insuperabili. Il cammello e il leone sono vecchie pelli ormai abbandonate, il fanciullo è cresciuto e sperimenta una libertà piena e consapevole. Solo trascendendo ogni limitazione la coscienza si fa pura e incondizionata e la vita può diventare libera creazione. 17 giugno 2024
-La vita a volte sembra ricca di gioie e prodiga di promesse, a volte un deserto arido e vuoto… -Sì, capita spesso di sentirsi in un deserto, ma non è detto che sia sempre un male. La traversata nel deserto è un’antica e profonda metafora della vita umana e ha significati importanti… -I deserti non mi piacciono, mi danno un senso di desolazione e di abbandono… -In effetti la parola deserto viene dal latino desertum cioè “luogo abbandonato”. Ma aspettiamo a giudicarlo in modo negativo, proviamo a farne uno spunto di riflessione, forse scopriremo qualcosa di interessante. Cominciamo col distinguere il deserto fuori di noi fatto di sabbie e spazi vuoti e l’esperienza del “deserto interiore”. Se di questa hai già preso coscienza sei fortunato, probabilmente non sarai tentato di fuggire da lì per rifugiarti nel conosciuto. -Non ho capito cosa intendi, spiegami meglio… -Cominciamo con l’immagine tipica del deserto come spazio vuoto, arido, fatto di solitudine e di silenzio. Cosa accade se ti trovi solo in quel vuoto? -Beh, lì non puoi contare sugli altri, non ti puoi aggrappare a nulla… -Giusto, sei solo con te stesso, devi trovare le risorse per vivere in quella natura impervia. Rimanendo in questa immagine, il deserto è il luogo estremo dove puoi capire quali sono le tue risorse, le tue abilità, la tua capacità di farcela da solo. Ma è chiaro che il vero desertum che ci interessa ora non è il Sahara, ma quell’esperienza interiore di cui parlavo prima. Arriva per tutti prima o poi il momento del “passaggio nel deserto”. Ogni essere umano conosce quell’esperienza, anche se pochi cercano di comprenderne il significato. -Dunque il “passaggio nel deserto” è un viaggio dentro di sé… -Un viaggio iniziatico che ha profondità proprio perché avviene in un panorama vuoto, arido, senza punti di riferimento. Lì possiamo cercare le risposte ai nostri interrogativi, in quel silenzio e in quella solitudine ci vediamo allo specchio. È un momento importante, un punto di svolta, se però resistiamo alla tentazione di fuggire. -Il deserto, la tentazione… mi ricorda qualcosa… -Ci sono molte tradizioni religiose che parlano del deserto come luogo di ritiro spirituale ed eremitaggio, dove il ricercatore deve spesso ingaggiare un’aspra battaglia con le tentazioni di esseri demoniaci. In quel luogo di desolazione e di abbandono l’uomo deve rivelare la sua forza e innalzarsi al divino con la purezza del suo intento. Ma scendendo a un livello più accessibile per noi: l’esperienza del deserto è una formidabile esperienza di vita che può trasformarci. Come tutti i viaggi compiuti in piena coscienza, se ci si mette in gioco davvero non si torna indietro come si era prima. -Ma alla fine cosa puoi cercare in un deserto? Cosa ti può attrarre in quel luogo dove c’è il nulla? -Chi fa la traversata del deserto può fare l’esperienza di una libertà conquistata. La libertà comporta sempre dei rischi, ma offre incredibili opportunità. -Qual è la più importante? -La possibilità di andare oltre i propri limiti. È questo il fascino del deserto, luogo di incontro con se stessi, luogo di introspezione e sconfinata libertà. -In effetti, il deserto non ha confini definiti, è uno spazio aperto… -…aperto a tutto ciò che può essere. In quel luogo senza barriere l’orizzonte non può mai essere raggiunto perché si sposta continuamente. Nel deserto vedi il vuoto, il nulla, non c’è direzione né via obbligata o costrizione nel tuo peregrinare. Senti la libertà più assoluta e insieme il brivido di decidere quale direzione intraprendere. Puoi anche fare un passo falso e perderti, puoi smarrirti, dimenticare perché sei lì. -Certo, si può provare una tremenda solitudine in quel luogo dove non c’è nulla e nessuno, la paura dell’ignoto… -Se la solitudine viene abbracciata ogni paura scompare. Nel deserto si torna al centro di sé, al centro della propria ricerca. Come dicevamo prima, a nulla ti puoi aggrappare, nulla ti può salvare, niente può sottrarti alla visione di te stesso. Ed è vero, nel deserto c’è sempre una grande tentazione, quella di fuggire e tornare nel mondo conosciuto, nel paese dei balocchi dove tutto è più facile, semplice, scontato. E dove perso nella folla dimentichi te stesso, ti crogioli nella banalità quotidiana e puoi anche raccontarti di essere felice. -Credo di capire cosa vuol dire deserto interiore, a volte ci si sente soli in mezzo alla folla, ci si sente abbandonati nel bel mezzo di una festa dove tutti ridono e apparentemente si godono la vita. Ma in senso positivo stare nel deserto può essere una propria scelta, la volontà di non farsi intrappolare nella banalità del quotidiano. -Naturalmente noi non condanniamo chi preferisce vivere una vita che cerca il piacere immediato e l’oblio di sé. Non siamo dei fustigatori di costumi, comprendiamo gli altri perché anche noi siamo passati per quelle esperienze. Ma la metafora del passaggio nel deserto per noi ha un significato importante proprio perché possiamo scegliere volontariamente quell’esperienza. Quando vediamo che le cose intorno sono futili e che i desideri sono una scatola vuota, allora viene l’impulso a indagare più in profondità la nostra esistenza. Nella realtà sociale è facile distrarsi e fuggire, ci sono mille occasioni e siamo in buona compagnia, deve essere un atto di volontà che ci fa decidere di vivere come “eremiti nel deserto”. Il deserto è sempre qui con noi, può essere per molti solitudine e sentimento di abbandono, per noi invece è l’azzeramento di tutto ciò che porta all’inconsapevolezza. Prima o poi tutti capiscono che quel deserto deve essere attraversato. -Una scelta radicale per niente facile che può fare davvero paura… -Forse, ma quando la si accetta si scopre che il deserto non è così vuoto e morto come si pensava, c’è vita anche lì, animali e piante e il vento che soffia e la sabbia che si muove e le notti e i giorni e le stelle del firmamento e il sole e la luna: tutto fa parte di un grande gioco che anima il deserto e lo riempie di vita. Prova a spostare un sasso, prova a incontrare un’oasi e vedrai la vita ovunque. Questo fa del deserto un luogo sacro. -Quindi il passaggio nel deserto non è da intendere per forza come un momento buio, di crisi, di sofferenza… -Può essere l’approssimarsi di una nuova alba, il riscatto della propria libertà, il risveglio della coscienza di quello che siamo. E questo porta con sé una felicità diversa, profonda, stabile, inalterabile. Alla fine gli unici confini che ci bloccano sono quelli che noi pensiamo tali. È come sentirsi in gabbia quando intorno non ci sono muri e non c’è nessuno che ci trattiene e fa la guardia. Si può credere di essere in schiavitù quando in realtà si è liberi. Gli unici ostacoli che possono frenare l’espansione della coscienza sono quelli che noi riteniamo tali, quelli che immaginiamo. L’immaginazione creduta vera diventa sempre la realtà. -Lo spazio dell’anima libero e aperto è quindi il vero deserto interiore? -Sì, se lo vogliamo e lo scegliamo così sarà. In quel vuoto scopriremo la maggiore ricchezza e riposeremo nella nostra verità. Se invece lo pensiamo come un inferno sarà un doloroso cammino nel buio. Ma anche questo fa parte della crescita interiore, come ogni esperienza significativa ti porterà a interrogarti su te stesso. -È un discorso complesso, ma sento che mi attrae. Mi sembra un percorso che apre le porte a una spiritualità senza dogmi, una ricerca fatta in piena libertà… -Facciamo un ultimo passo, il più impegnativo. Noi cerchiamo sempre un Assoluto che è oltre i confini del relativo. Ma poiché l’Assoluto è il senza-limite, sciolto da ogni vincolo, quando siamo oltre i limiti del relativo siamo di fatto nell’Assoluto. E inoltre poiché l’unico limite è solo quello che noi pensiamo, esistere confinati nel relativo è un’illusione creata dal pensiero. In verità noi siamo sempre e da sempre nell’Assoluto, anche quando pensiamo di non esserlo. Comunque anche l’illusione fa parte dell’Eterno Essere che rimane inesplicabile, insondabile, indescrivibile per il pensiero dualistico. -Che meta lontana e affascinante! Ed eravamo partiti dal deserto… -La meta è in realtà la cosa più vicina, è già qui con noi, ora. Ma non c’è fretta nell’eternità, prepariamoci al viaggio. Ecco dove la traversata del deserto può portare, se solo si ha il coraggio di spingersi oltre e andare fino in fondo. 8 giugno 2024
-Si dice che “vedere” è il nostro primo rapporto con le cose, il più immediato e importante. -È vero, di solito è il nostro sguardo che coglie la realtà in prima istanza. -Allora ci si può interrogare su una cosa per noi così ovvia e quotidiana? -È un argomento molto ampio e complesso. Per cominciare diciamo che vedere è un termine di significato universale. La radice indoeuropea vid è una delle parole più antiche, da essa derivano verbi greci e latini come video, per indicare il vedere in tutte le sue espressioni. Ma troviamo anche in Oriente termini derivati, ad esempio Veda, dove però è palese il riferimento a un “vedere” che non è solo quello ordinario. -Quindi la parola si presenta in molte accezioni… -Ci sono vari modi di intenderla e a vari livelli. Già gli antichi distinguevano il vedere semplice dal “vedere” come conoscenza, immaginazione, intuizione, illuminazione, visione, atto metafisico… Platone usa l’espressione “occhio dell’anima”e varie tradizioni religiose parlano di Terzo occhio per indicare la coscienza superiore che permette l’accesso al Vero e all’ultima Realtà. -Capisco che il tema è davvero complesso. Io parto da una domanda più banale: la capacità di vedere è un dono o si può sviluppare? -È una capacità che si può educare e sviluppare in vari gradi. Si può vedere senza guardare, si può guardare senza osservare, si può osservare senza contemplare. C’è un vedere immediato ed ingenuo che si ferma alla superficie delle cose, c’è un vedere in profondità, la capacità di penetrare la cosa nei suoi vari strati fino a coglierne il significato più vero, almeno quello che noi riteniamo tale. -Noi vediamo sempre le cose così come sono? Vediamo la “realtà reale” o un suo simulacro? Se è vero che vedere è percepire con gli occhi e formare una rappresentazione nella mente, allora quella che chiamiamo realtà è una nostra costruzione? -È chiaro che è così, qualsiasi scienziato te lo può spiegare meglio di me. Aggiungiamo poi che quello che vediamo passa sempre attraverso il filtro dei nostri pregiudizi, conoscenze, convinzioni, ecc. Nel vedere la realtà là fuori noi mescoliamo anche la realtà dentro di noi. E spesso confondiamo i due piani del soggettivo e dell’oggettivo. Bisogna liberare la visione da questo intrico per renderla limpida e chiara. È un lavoro su di sé che deve diventare quotidiano. -Ma esiste un vedere puro, non condizionato, che colga l’oggetto nella sua verità? -Varie vie di meditazione offrono insegnamenti per imparare a vedere la realtà nei suoi vari strati, togliendo via via i veli che annebbiano la comprensione. Il vedere ingenuo deve diventare un conoscere che va oltre le apparenze. Non conta tanto avere una vista da aquila, quanto una consapevolezza pronta e lucida. Quando si scopre che vedere è innanzitutto un atto della nostra coscienza che “intenziona” la cosa per trovarne il senso, allora si accede a un livello superiore, il vedere non è più quello ordinario che si ferma al dato. L’attenzione che si focalizza su un oggetto particolare deve diventare una consapevolezza globale, panoramica, che include tutto in un “vedere” totale. Allora la folla di pregiudizi e preconcetti che oscurano la visione comincia a diradarsi. Alla luce di una coscienza più acuta gli ostacoli al “vedere” cadono uno ad uno, la polvere sullo specchio vola via e lo lascia più limpido. -Il discorso si fa impegnativo, forse un po’ troppo difficile per me… -Allora possiamo fare alcune osservazioni, solo per avviare una riflessione che farai per conto tuo con calma. Lasciamo l’occhio dell’anima di Platone e la visione delle essenze, ci concentriamo su un tema più definito: sei interessato alle opere d’arte di tipo visivo come dipinti, affreschi, ecc.? -Certo, l’arte pittorica mi sembra un luogo privilegiato del vedere, inferiore solo agli spettacoli della natura, che sono insuperabili… -Sono d’accordo. Ma anche chi guarda un’opera d’arte lo fa sempre in base alle proprie capacità, educazione, preparazione e intelligenza… -E in base soprattutto alla propria sensibilità… Dunque anche in questo caso non è mai un vedere senza filtri e condizionamenti, per quanto positivi possano essere. -Certo, ognuno vede quello che può vedere. In questo senso nell’opera d’arte ci sei sempre anche tu, ti rispecchi, vedi anche colui che vede, non solo l’intenzione dell’artista e il soggetto rappresentato. È un’alchimia complessa e misteriosa, ma intrigante come poche. -Quello che vedi lì dentro quindi è sempre anche in qualche modo tuo. È un mondo nel mondo, un senso nel senso, come un gioco di matrioske… -Guarda, è quello che accade anche nei rapporti con le persone, nel rapporto con il mondo e le cose. È sempre un gioco su diversi piani che si intersecano, dove una cosa è vera ma lo è anche l’altra e il suo opposto e tutto è vero e falso a un tempo… -Sono un po’ confuso da questo paradosso, ma mi sembra comunque di intuire qualcosa, perlomeno la ricchezza e l’importanza che l’arte ha per noi… -Prova a togliere l’arte dal mondo e vivrai in un arido deserto, ti priverai di una linfa vitale che nutre gli occhi, il cuore e la mente. Ciò che ci eleva dallo stato ferino, ciò che ci fa stare meglio, ciò che è una meraviglia alla nostra vista è già di per sé bellezza artistica. Come dicevi tu prima, la natura ci insegna, è l’Artista per eccellenza, noi uomini proviamo in qualche misura a riprodurre quell’incanto. -Però non tutte le persone sanno apprezzare un dipinto o uno scenario naturale come si dovrebbe… -Non c’è nessun “devo”, nessuna colpa, siamo sempre liberi di gradire o non gradire. Non è una cosa che si può forzare, la sensibilità si sviluppa pian piano. Chi non ci trova niente di interessante forse si è fermato a una prima impressione superficiale o non è abbastanza educato a osservare oppure è impedito da limiti personali. È riuscito a “vedere” l’opera d’arte fino ad un certo livello e non è stato capace di andare oltre. Oppure semplicemente apprezza altre cose, è contento così ed è tutta lì la faccenda. -Dunque, qual è l’opera d’arte che ha valore? -Quella che sa mettere in sintonia il tuo mondo con quello dell’artista. Questo vale per tutte le arti, perché con “vedere” intendiamo un “sentire” più vasto, fatto con tutto sé stessi, più simile a un momento di illuminazione della coscienza che a una riflessione sull’opera. Se l’artista è bravo riesce ad elevarti al suo livello di consapevolezza, fa in modo che il tuo sentire risuoni col suo, esattamente come accade quando due diapason della stessa frequenza si “rispondono”. -Stiamo forse parlando di contemplazione, visione del trascendente? -Non importa quali termini usiamo, basta chiarire il loro significato. Se con “trascendente” intendiamo la capacità di andare oltre l’aspetto puramente fisico ed esteriore della cosa per cogliere un senso più profondo, nascosto, immateriale, allora il suo uso è legittimo. Il movimento di trascendenza è tipico dell’umano, noi vogliamo sempre andare oltre il conosciuto, non possiamo fermarci a una descrizione intellettuale, per quanto sottile e ingegnosa. Vogliamo “vedere” nella cosa ciò che va oltre la cosa stessa. -È questo il significato più profondo della parola vedere su cui ci stiamo interrogando? -Come sempre qui entriamo in un campo dove le parole non sono più sufficienti a descrivere. Diciamo che questo è il significato di “vedere” che ci permette di ampliare la comprensione di una fondamentale esperienza di vita. Oltre questo c’è il misterioso fenomeno per cui noi siamo capaci di “vedere di vedere”, siamo consapevoli di percepire creando una distanza tra noi e il percepire stesso. Potremmo aggiungere che a un livello ancora più alto il vedere diventa senza centro, un vedere puro senza un “qualcuno” che vede. Ma non complichiamo oltre, questo è il capitolo per una prossima volta. -Per oggi ho “visto” così tante cose che devo darmi tempo per assimilarle e capirle meglio. Ma toglimi una curiosità, in questo momento, tu cosa vedi? –Vedo un dialogo che accade da sé tra due apparenti soggetti che cominciano pian piano a realizzare che il vedente e il visto alla fine sono una stessa, unica cosa. 2 giugno 2024
Caro Meneceo, persevera nel filosofare e custodisci il cuore della nostra dottrina. Considera la tua realtà di essere umano con un’incessante e profonda meditazione. Vedi d’esser composto di anima e corpo: l’una è la tua mente pensante e il raziocinio, l’altro il veicolo materiale delle sensazioni. Ma ricorda, non dividere mai corpo e anima, non pensarli tra loro estranei e in conflitto, gravi travagli agli umani sono sopraggiunti da quella stolta e perniciosa separazione. Non ascoltare chi ti conduce agli estremi, rimani saldo sulla retta via dell’equilibrio, non rifiutare nulla di ciò che ti si approssima, non c’è niente di inferiore in questo mondo. Gli imperituri atomi creano tutte le apparenze, gli infiniti mondi e la vita di innumerevoli esseri, tutti i fenomeni che da umano puoi conoscere e tra questi la tua stessa esistenza mortale. L’anima e il corpo partecipano di quel gioco come aggregati privi di propria sussistenza, al loro nascere seguirà l’inesorabile morte, l’estinzione della loro impermanente realtà. Ma non c’è motivo di rifiutarli o disprezzarli, ogni cosa è buona già solo perché esiste, non c’è un dio che detta le regole del cosmo, tutto è perfetto anche nella sua imperfezione. Tuttavia permane in alcune nostre tradizioni l’idea del corpo come buia prigione carnale per un’anima che vuole da esso liberarsi. Si dice che un mondo superiore ci attende alla fine del transito nella landa terrestre, quell’Empireo cantato come dimora degli dei. Ma io ti parlo dall’esperienza che ho vissuto, ti dico che tutta la realtà è qui in questo mondo. Gli atomi indistruttibili si uniscono e si separano e danno origine al grande spettacolo della vita, ma nulla resta quando i loro legami si sciolgono, non uomo o pensiero, né suono o palpito di vita. Saranno le leggi eterne di affinità e contrasto a muovere ancora gli atomi nello spazio illimitato per generare nuove e stupefacenti realtà. Dunque ricordiamoci di godere il momento e apprezzare il nostro esistere finché dura. E tornando all’insegnamento più importante: non pensare il corpo come un carcere per l’anima, soma e psiche sono due realtà dell’essere umano indissolubili, indivisibili, legate nel loro destino, cooperanti a creare una vita bella e felice. Osserva con attenzione quali sono i loro compiti, quali le prerogative, le possibilità e i limiti. Non rinnegare i desideri e i piaceri del corpo, solo trova la giusta misura tra gli eccessi. Non credere di essere un puro spirito alato, l’anima è un corpo sottile ma destinato a perire come tutto ciò che è composto da parti minori, secondo la legge che regola tutto l’universo. Ricorda che il tuo corpo è un tempio sacro, è la fonte inesauribile dei piaceri dei sensi, nulla di ciò che lo riguarda va disprezzato, nulla di ciò che manifesta può esserti nemico, abbine cura come faresti per la persona amata. Ricorda che l’anima è la luce dell’intelligenza, fanne la guida suprema nel tuo vivere quotidiano, ti indicherà la giusta misura in ogni circostanza, ti farà conoscere la gioia di una vita armoniosa e la serenità imperturbabile dell’uomo saggio. Ma soprattutto devi ricordare che sei un’unità, non ci sono divisioni in te, non c’è alto o basso, quello che sei è un meraviglioso gioco di atomi che portano dentro di sé il sapore dell’eternità. Un giorno sarai come una fiamma che si spegne, la morte arriverà a dissolvere il tuo simulacro, ma se avrai vissuto in modo saggio lo accetterai, te ne andrai senza un lamento, ringraziando. Sarai stato anima e corpo e un qualcosa di più che con le nude parole non si può esprimere. E avrai scoperto il segreto di una vita beata: comprendere la legge degli atomi e del vuoto, indagare il mistero del tempo e dell’eterno, conoscere te stesso oltre ogni illusione. E da questo il miracolo per noi più grande: avere tutto dalla vita senza aver chiesto nulla, trovare la felicità senza neppure averla cercata. 31 maggio 2024
-Ci sono religioni e filosofie che descrivono la vita come un grande gioco… -È vero, in Oriente ad esempio la vita dell’universo è Lila, il gioco divino. Ma sono davvero tanti i sistemi di pensiero che utilizzano la stessa metafora. -Però a me non sembra che la vita sia sempre un gioco, spesso è piena di sofferenza. Vivere è un piacere, ma anche fonte di inquietudine, disagio, angoscia… -Non possiamo negarlo. Ma vedi, dipende da come si intende il gioco e come vi si partecipa. Guarda i giochi che facciamo come passatempo. Si possono fare in maniera ordinata seguendo le regole, ma a volte ci si diverte di più a violare quelle regole, ribaltandole, riscrivendole, accettando un maggiore rischio. Questo implica timore e ansia perché infrangere la norma vuol dire avventurarsi in una direzione inesplorata. È quello che sanno fare con animo leggero i bambini, che trasformano i giochi e ne inventano sempre di nuovi. -Beh, in effetti devo dire che un gioco piatto, ripetitivo e banale dà poche emozioni. E allora si cerca l’avventura, si va oltre il limite alla ricerca di un brivido più intenso… -Una persona che va a fare una scalata e la vive come un divertimento sa di esporsi al pericolo. Ma perché lo fa? Perché questo per lui è un modo di vivere più eccitante. Sa benissimo di correre un rischio, ma lo fa per quelle emozioni uniche che poi lo ripagheranno della fatica e del pericolo corso. Le esperienze più alte hanno il loro prezzo. -Sì, anch’io credo che cerchiamo il rischio per provare sensazioni più forti, per rinnovare l’entusiasmo, altrimenti la vita sarebbe troppo ordinata e monotona, priva del sale che la rende interessante. Ma c’è il gioco come piacere e poi c’è il gioco della vita che è altra cosa, perché lì sono in ballo pericoli maggiori e affanni che si vorrebbe evitare… -Allora diamo un’occhiata più da vicino al gioco della vita che possiamo chiamare il Grande Gioco. Non è più quello ordinario dei piccoli e dei grandi, ma quello dell’esistenza che mette in palio premi più alti e in proporzione insidie, rischi e dolori maggiori. Consideriamo che in ogni gioco ci sono sempre delle regole precise, altrimenti sarebbe il caos. Ma nel giocare ci deve essere la libertà di agire e anche di seguire o non seguire le regole. Le leggi del gioco di solito le stabiliamo noi, non cadono dall’alto come un destino, quindi si possono anche violare, migliorare e stravolgere. E qui tocchiamo un punto molto importante, quello della libertà di creare, di essere artefici della propria vita. -Certamente essere creatori è per noi qualcosa di irrinunciabile. Non vogliamo chiuderci in una cella come un monaco e vivere una vita in cui non accade nulla… -Non so se la vita di un monaco sia davvero così grigia e priva di emozioni. Però come stavamo dicendo per essere creatori nella nostra vita dobbiamo innanzitutto essere liberi. Se non c’è libertà allora il gioco è guidato, condizionato, manovrato. Ci sentiamo delle marionette in mano a un potere superiore che decide, dispone, fa e disfa attraverso di noi. Invece noi vogliamo essere artefici della nostra destino e della nostra esistenza, vogliamo la libertà come presupposto fondamentale. -Beh, un gioco dove tutto è già deciso non è divertente, non ci sono imprevisti né cadute o errori, non ci sono vinti e vincitori, non c’è come dici tu la capacità di riscrivere le regole e tracciare nuovi percorsi. -Proprio così, il bello del gioco è giocare, come il bello della creatività è creare e il bello della libertà è essere liberi… Molto semplice vero? La libertà implica sempre dei rischi, però apre nuove vie e in questo si accorda con lo slancio della vita. Il gioco si può ampliare e rinnovare, può diventare anche un’altra cosa, deve permetterci di esplorare tutte le sue possibilità per capirne la bellezza. Trasgredire le regole non è detto che sia un male, spesso significa migliorarle, varcare un limite, inventare un nuovo modo di essere e di vivere. -Hai ragione, nessuno vuole un guardiano che dirige il gioco. I bambini sono insofferenti con gli allenatori che li spingono solo al risultato. -Certo, se poni il successo come obiettivo non giochi e non ti diverti più, stai facendo qualcosa che è un calcolo, un agire per un fine estrinseco. Il gioco invece ha di bello che è libero e gratuito, non è fatto in vista di uno scopo ma per il puro e semplice piacere di parteciparvi. -Ma allora, tornando alla domanda iniziale sul soffrire che troviamo nel Grande Gioco della vita? -Tutto dipende da te e dal punto fin dove vuoi spingerti. Sta a te scegliere, ma non devi fare del male agli altri e la sofferenza devi assumerla pienamente. Se ne vale la pena, se quel gioco diventa davvero interessante, se senti che ti fa crescere, allora sei disposto ad accettare la sofferenza e l’errore. Questo ti può portare a livelli di esperienza inaspettati. -Dicono che Einstein ebbe l’intuizione della relatività mentre si trastullava con delle bolle di sapone. E così è capitato a tanti geni e scopritori che mentre si divertivano spensierati hanno avuto un’intuizione importante. -Dobbiamo ringraziare coloro che hanno il coraggio di infrangere le regole aprendo nuove prospettive con la magica leggerezza del gioco. Comunque deviare dalla strada battuta non è facile perché non ci sono garanzie, il nuovo sentiero può essere pieno di insidie e portare anche a perdersi. -Sì, hai ragione, è questa la paura che ci frena quando giochiamo con gli altri. È chiaro che il Grande Gioco è la nostra relazione con il mondo, con gli altri, con la natura, con tutto ciò che accade e tutto ciò che è… -Certo. E sappiamo che a volte il gioco può diventare terribilmente serio. Però cerchiamo di vederne il lato positivo: il gioco è avventura, scoperta, invenzione, fantasia. Può essere rischioso, ma se il rischio non è incoscienza e ci conduce ad un’altezza diversa, ad una consapevolezza maggiore, allora vale la sofferenza che ci impone. -Sì, è vero, c’è sempre in noi la tendenza a vedere “cosa accade se…” -Le regole pur necessarie rendono la vita statica, ma l’onda della vita deve sempre andare avanti, non può fermarsi in nessun modo. La vita è un processo di espansione continua, un impulso che inventa e produce sempre il nuovo. Non potrà mai diventare una pozza stagnante, altrimenti sarebbe la morte, un deserto sterile. -Dunque vivere è come creare il film della nostra esistenza… -Sì, allora andiamo fino in fondo, vediamo questo film dove va a finire, vediamo se possiamo intervenire sui personaggi, sulle scene e sul suo finale. -Quindi noi siamo gli attori del film e anche i registi e gli autori della trama… -Sì certo, noi scriviamo il film della nostra vita e lo facciamo insieme agli altri. Se poi è vero che questo è il nostro Grande Gioco allora cerchiamo di renderlo interessante, facciamo in modo che la trama non sia banale e che non ci sia da pentirsi per avere rinunciato a occasioni e situazioni, per non avere avuto il coraggio di vivere. -Mi sembra che non ci sia nulla di più triste di essere immersi nel Grande Gioco e non parteciparvi e ritirarsi, aspettare e morire prima del tempo. -Se la vita è un moto di continua espansione, allora quando giochiamo assecondiamo l’onda del vivente in quella sensazione profonda che ci muove e ci fa guardare le cose con amore e senso di appartenenza. Se sai davvero giocare puoi vedere le cose in modo più limpido, puoi accogliere gli altri e partecipare a una partita dove non importa chi vince e chi perde. Ciò che conta è che il gioco sia vario e interessante, intrigante e sorprendente. -Vorrei anch’io essere come lo scalatore della montagna che, giocando con il pericolo e l’imprevisto, scopre nuovi sentieri e apre a nuove prospettive… -Vivere è proprio questo, altrimenti è solo un vivacchiare con quello che già si conosce. Qualcosa esiste più in là e ci chiede di andare a curiosare oltrepassando il confine. In fondo, se ci pensi, il Grande Gioco non è altro che il cammino per conoscere noi stessi. Questo lo si può fare solamente quando la relazione col mondo e con gli altri diventa profonda e siamo pronti ad affrontare anche pericoli, cadute e il dolore di perdere a volte la partita. Se partecipi a un gioco con l’idea che devi sempre vincere non stai giocando affatto. Se invece accetti le sconfitte come le vittorie perché l’importante è esserci e partecipare con tutto te stesso, nel bene e nel male, allora sì, questo è il Grande Gioco che la vita ti chiede. 30 maggio 2024
L’allodola canta per tutto il giorno, ed il giorno non è lungo abbastanza. (Basho)
Volare fino a esaurire ogni goccia di sé, come l’allodola che canta tutto il giorno, e non serba mai nulla nel ricordo. Il giorno non è mai abbastanza lungo, ma chi non ha desideri lo rende infinito, perché desiderare è attendere il futuro, è fuggire via dal presente nel tempo. Se ti aggrappi allo scorrere delle cose osservi con angoscia il loro finire, vedi i tuoi progetti svanire nel nulla. Il non-desiderio rende eterno il momento, tutto allora è completo, colmo di sé e tu sei pago di quello che c’è nell’istante. La sera giunge prima che te ne accorga, la notte ti avvolge senza annunciarsi, ma se hai cantato tutto il giorno, se hai riempito di suoni il tuo mondo, se lo hai fatto rimanendo nell’adesso, sei pronto ogni momento per ciò che sarà. Vivere di progetti è vivere nel ‘dopo’, è dipendere da uno scopo e dal risultato. Vivere nell’ora è assaporare la libertà, è volteggiare leggeri come l’allodola. Certo la vita avrà sempre i suoi intenti, l’esistenza è progettare e abitare il mondo. Ma non servono piani per il nostro essere, il nostro nucleo interiore non vive nel tempo, è il luogo di una essenza che non muta. Per l’allodola il giorno è sempre breve, ma per lei il tempo non è una realtà, non vede la sera stendere il suo manto, non si cura dell’approssimarsi del buio. Ogni cosa ha la sua fine, ma lei non lo sa, non vive il tempo né può pensarlo. Essere e non essere nel mondo è la sfida. Essere e non essere nel tempo è la chiave. Solo l’uomo può vivere questa duplicità. Cercare un equilibrio sul filo del paradosso non è impossibile per chi è quel paradosso. L’allodola non sa di vivere, non sa di cantare e perciò non porta alcuna pena con sé. Noi viviamo sempre sospesi tra due mondi, cantiamo la canzone della nostra esistenza, ma sappiamo che tutto passa e se ne va. Non sempre riusciamo a ricordare chi siamo, dimentichiamo il nostro centro interiore e la coscienza del tempo ci travolge. Allora una pena segreta affiora in noi, lottiamo contro il tempo che fugge nel vano tentativo di trattenere l’attimo. Voliamo incerti nel turbine dei desideri. Cerchiamo un’eco per il nostro canto. Ma il giorno non è lungo abbastanza. 22 maggio 2024
Il Mistero greco viveva negli spiriti di Orfeo e Dioniso. Dalla Tracia Orfeo portava la forza della musica, arte psicagogica suprema, dono della divina Calliope. In essa dimorava la magia che lo faceva maestro: il canto della poesia e la forza soggiogante dei suoni potevano avvincere nell’incantesimo uomini e animali e condurre alla pace le inquiete anime dei trapassati. Orfeo conoscitore delle oscure dimensioni degli inferi insegnava la diversità tra l’anima immortale e il corpo, lo iato tra il divino pneuma e la sua prigione carnale. Con i Misteri orfici nasceva un mito della salvezza: la ricerca della superna dimensione dell’immortale era compito dell’uomo che riconoscendosi anima si preparava al transito nei regni dell’oltretomba. Trasformare la forza selvaggia delle pulsioni ferine, rifuggire dal corpo incatenato alla ruota dei desideri, superare la materia con una vita misurata e ascetica, partecipare ai rituali e conformarsi all’orphìkos bìos: ecco la via di liberazione dischiusa da Orfeo. Con lui nasceva in Grecia una religione misterica basata sulla purificazione e sulla contemplazione, un cammino sapienziale legato a una pratica di vita che avrebbe affascinato Pitagora, Platone e Plotino.
Dalla Tracia Dioniso portava la potenza della natura, la corrente vitale che percorre tutto l’universo. Dioniso era il dio ancestrale della vegetazione, la divinità del caos, dell’ebbrezza e dell’estasi. Con quel “dio notturno” enigmatico e multiforme la vita si celebrava nel suo furore libero e selvaggio infrangendo ogni legame, ogni regola e convenzione. Nei riti dionisiaci l’uomo si scioglieva dai lacci dell’identità, attraversava la follia per tornare a quel luogo originario dove bene e male perdono i loro confini e si fanno uno. Vivere pienamente la forza delle pulsioni animali, accettare le passioni del corpo liberando il desiderio, accogliere il mondo e fluire con la sua potenza smisurata, partecipare ai culti orgiastici per trascendere l’umano: ecco la via di liberazione che Dioniso apriva agli uomini. Con lui nasceva in Grecia una nuova religione dei Misteri basata sull’eccesso e sulla totale liberazione dei sensi, una sapienza legata a pratiche mistiche ed estatiche che avrebbe affascinato nei secoli tanti spiriti ribelli.
Noi umani siamo sempre alla ricerca del Mistero. Cerchiamo nelle cose un significato che le oltrepassi e ci porti ad afferrare il loro senso più profondo. Gli spiriti di Orfeo e Dioniso vivono ancora in noi, svelano il Mistero dell’armonia e della disarmonia. Orfeo ci insegna l’incanto della musica e dei suoni che riflettono la bellezza e la perfezione dell’anima. Quando siamo in sintonia con la nostra essenza un sentire superiore si risveglia e ci guida nella vita. Allora non dimentichiamo mai di essere spiriti eterni, sappiamo di avere un destino oltre la materialità, cerchiamo la concordia, la misura e l’equilibrio. Dioniso ci insegna la ricerca dell’unione mistica da realizzare abbracciando la forza vitale del cosmo. Ci chiede però di accettare le contraddizioni del vivente, la disarmonia fra anima e corpo, fra uomo e mondo. L’euforia e l’ebbrezza dei sensi sono il primo passo di un cammino che conduce all’unione con il Tutto. Noi umani siamo ora con Orfeo ora con Dioniso, vestiamo le loro maschere, ne viviamo lo spirito, riconosciamo in essi la nostra essenziale duplicità. Pur essendo prospettive profondamente diverse le due vie spirituali condividono la stessa meta: il superamento dei limiti della condizione umana, l’apertura a una vita superiore oltre la corporeità. Orfeo e Dioniso ci ricordano la ricerca del Mistero quando smarriti nel mondo l’abbiamo dimenticato, con una musica armoniosa, con una danza sfrenata, con la contemplazione, con il rapimento estatico. 20 maggio 2024
La farfalla vola senza alcun desiderio in questo mondo
(Issa Kobayashi)
Puoi volare solo se sei leggero, se puoi dispiegare le tue ali e nessuna brama le appesantisce. Come la farfalla, senza un pensiero, percorri i confini del creato, nessuno ti chiede dove vai e perché, nulla frena il tuo vagabondare. Tutto quell’infinito ti appartiene, spazio, tempo e colori della natura, la realtà risplende nella bellezza, il mondo si dischiude a chi lo ama. Ogni fiore dà un’emozione nuova, ogni luogo nasconde un segreto e non c’è fine a questo viaggio. E tu voli alto, non lasci traccia, non ti fermi ai piedi di un desiderio, non rimpiangi ciò che è lasciato, nessuna memoria ti può trattenere. Un’innata sapienza ti insegna ad avere senza possedere nulla, un’innata saggezza ti guida a essere libero senza lottare. I desideri trascinano in basso come la gravità che inchioda le ali, vivere senza attaccarsi alle cose dona leggerezza e libertà. Tu sai che puoi godere il mondo se sei distaccato e nulla vuoi, se la mente è sgombra dal giudizio, se non rifiuti nulla di ciò che viene, se ti allontani sempre col sorriso. Come la farfalla voli e non fai ombra, il tuo occhio innocente vede il mondo sempre come se fosse la prima volta. Con sguardo delicato sfiori le cose: le contempli senza toccarle, lasci che ognuna si mostri com’è, nella sacralità che la avvolge. Non c’è tempo per cambiare il mondo, la vita è troppo fragile ed effimera. Ma ogni giorno è un giorno nuovo, non un istante è sprecato, non un fiore. Questo è vivere nell’ora. Questo e vivere nell’eternità. 2 maggio 2024