Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Come la prima neve d’inverno con il suo manto immacolato, così la vita dell’uomo nel mondo passa e va, troppo fragile e breve per lasciare un’orma che duri. L’innocenza lieve di quei fiocchi che nulla di sé mai sapranno è un inno alla vita che nasce e non conosce il suo perché. La neve che imbianca i declivi non ha piani per il suo esistere, nulla mai chiede e si aspetta, troppo presa dal fremito di vita che la percorre e la illumina. Essere come la prima neve che durerà solo un mattino, sciogliendo i confini dell’io, lasciando di sé solo un ricordo: ecco la saggezza dell’uomo che sa come vivere libero. Tutto passa in questo mondo, ma il morire ha una sua grazia, porta con sé un grande segreto, l’incanto di ciò che non tornerà, di ciò che sarà un caduco fiorire. Questo è il canto dell’esistenza, la meraviglia del puro essere. È la bellezza della prima neve. È l’epifania di un mistero che trascende i limiti del tempo. È il momento sacro e irripetibile di ciò che vive nel suo svanire e nel dileguare raggiunge l’eterno. 15 aprile 2025
222 La fonte della felicità -Porfirio: Vorrei sentirmi realizzato e felice, ma non lo sono. E non ne capisco la causa, non so dov’è l’errore… -Il Maestro: Non è detto che ci sia un errore. Si tratta solo di ricordare cosa siamo e di allinearsi con la suprema Intelligenza che permea ogni cosa. -Porfirio: Sì, la tua dottrina ci insegna che in noi, come in ogni ente, si rispecchia il Tutto. Credo fermamente in questo, perché lo sento vero. Ma se noi siamo un microcosmo che riflette l’Ineffabile, se partecipiamo dell’infinita creatività dell’Uno e della sua perfezione, perché non siamo felici e non lo siamo sempre? -Il Maestro: Perché abbiamo dimenticato chi siamo. Il mondo della materia vela la nostra visione e oscura il ricordo delle nostre origini. -Porfirio: E quindi, da che parte cominciare per intraprendere il ritorno all’Uno? Cosa fare per realizzare la felicità? -Il Maestro: Le spiegazioni razionali non servono a molto. Bisogna librarsi più in alto, in uno spazio dove la ragione viene superata dall’intuizione. Per la propria realizzazione valgono di più la pratica e l’esempio. -Porfirio: Sono pronto a seguire i tuoi ammaestramenti… -Il Maestro: Bene, allora dimmi Porfirio, dove ti trovi in questo momento? -Porfirio: Sono qui seduto vicino a te, Plotino, in questa stanza della tua scuola e ti sto ascoltando… -Il Maestro: Dunque in questo momento sei immerso e coinvolto nella realtà dei sensi. -Porfirio: Sì, e mi sembra di essere vigile e attento a quello che accade. La vista e l’udito sono aperti sul mondo… -Il Maestro: Certo, noi viviamo nel mondo e lo percepiamo. Ma non dimenticare quello che ci rende speciali come esseri umani: noi possediamo un’interiorità. Lì è racchiusa la scintilla divina che ci rende partecipi del grande divenire dell’universo. La nostra intelligenza è la voce dell’Uno che parla dentro di noi e sulle ali della nostalgia ci spinge a ritornare alla Prima fonte di tutto. -Porfirio: Sì, rileggo alcune parole che ho trascritto dalle tue lezioni e che ritengo davvero preziose: Ritorna in te stesso e guarda: se non ti vedi ancora interiormente bello, fa come lo scultore di una statua che deve diventare bella. Egli toglie, raschia, liscia, ripulisce finché nel marmo appaia la bella immagine: come lui, leva tutto il superfluo, raddrizza ciò che obliquo, pacifica ciò che è il fosco e rendilo brillante e non cessare di scolpire la tua propria statua… Se tu sei diventato ciò; se tu vedi tutto questo; se sarà pura la tua integrità e tu non avrai alcun ostacolo alla tua unificazione e nulla che sia mescolato interiormente con te stesso; se tu sei diventato completamente una luce vera… tu sei diventato ormai una potenza veggente e puoi confidare in te stesso. -Il Maestro: Nell’interiorità c’è il nucleo più profondo del nostro essere. Solo lì puoi trovare la fonte della vera felicità. Quando punti l’attenzione su te stesso sei totalmente nella tua anima. Allora comprendi che la natura dell’uomo è quella di trasformarsi in continuazione, di creare e rigenerarsi e plasmare sé stesso. Il suo destino è essere vita, come accade per tutto ciò che è nel cosmo e dall’Uno proviene. -Porfirio: Quindi perdersi nella realtà della sensazione non è la via per la vera felicità… -Il Maestro: Felicità è un senso di pienezza, uno stato dell’essere, non un’esperienza. Non è una sensazione avventizia, che viene da fuori, non è nelle parole, non nella ragione che pensa e calcola, non è nel desiderio e nel ricordo. -Porfirio: Ricordare un momento bello vissuto non può dare un sentimento di appagamento e di felicità? -Il Maestro: Si può essere felici solo nel presente. Il ricordo di un momento piacevole non è più quel piacere. La gioia non può essere un pensiero del passato o una proiezione nel futuro. Quelli sono solo fantasmi nella mente, pure fantasticherie. -Porfirio: Sì, mi sembra di capire… Posso rammentare o immaginare il calore di un abbraccio, ma quel ricordo non è l’esperienza dell’abbraccio. Posso rammentare il dolce del miele, ma questo non è assaggiare il miele. Ne è solo un pallido simulacro, o ancor meno… -Il Maestro: Dunque rimaniamo fermi su questo: non dobbiamo perderci nella quotidianità, il mondo delle sensazioni è per sua natura mutevole e instabile, come lo sono tutte le esperienze, perché vanno e vengono e non c’è ricordo che possa riportarle in vita. Aggiungiamo che la felicità e il presente sono indissolubilmente legati. Se mi sento gioioso e realizzato lo sono ora, non ieri o domani. Inoltre la felicità è uno stato d’essere, non un sentimento, un’emozione, una sensazione. -Porfirio: Voglio riprendere altre tue parole, che amo e sento mie: E se un essere possiede una vita intensa -un essere cioè in cui la vita non sia in nulla mancante- a esso soltanto appartiene la felicità reale; esso infatti ha la perfezione, poiché negli esseri umani la perfezione consiste essenzialmente nella vita e la vita è perfetta. Questa descrizione mi sembra riecheggiare la perfezione dell’Uno, che tu chiami con molti nomi: Primo principio, Dio, Tutto, Bene, Assoluto, Natura prima… -Il Maestro: La felicità è proprio questo: non mancare di nulla, vivere nella pienezza, essere vita perfetta e completa in sé. Non richiede apprendimento o sforzo, non è raggiungere una meta, è la cosa più semplice e immediata, è già qui sempre presente. Quando senti la vita dentro di te sei la vita stessa che infinitamente si rinnova e si espande, all’interno del grande respiro dell’universo. Allora l’armonia del cosmo si accorda con il sentire della tua anima. La presenza dell’Uno diventa palpabile, reale, una potenza travolgente che ti sommerge di luce. -Porfirio: Questa dunque è l’unica, vera vera felicità… -Il Maestro: È beatitudine non descrivibile con le parole che annichilisce ogni pensiero, ogni calcolo, aspettativa e immaginazione. Ma il primo passo è volgerti al tuo spazio interiore. La tua anima deve staccarsi dalle cose esteriori e creare un vuoto e rimanere nello stato di unità finché il dentro e il fuori si fondono. In quella contemplazione si aprono le porte dell’eternità e tu scopri l’armonia e la bellezza in ogni cosa, in ogni luogo vedi trasparire la luce dell’Uno. -Porfirio: Spesso hai paragonato l’armonia cosmica alla musica di un’orchestra, dove non conta il singolo suono, ma l’effetto dell’insieme. È un’immagine che mi piace molto… -Il Maestro: È una metafora che serve a comprendere come il concorso di più voci possa realizzare un’armonia più complessa e profonda. Quella del cosmo è un’orchestra infinita, perciò la sua musica supera ogni possibile immaginazione, è la danza di tutti gli enti nel perenne divenire cosmico. -Porfirio: Di fronte a questa prospettiva mi vergogno un po’ per la mia domanda iniziale. Mi rendo conto di essere ancora schiavo delle sensazioni, troppo coinvolto nelle faccende del mondo, ancora lontano dalla visione dell’Intero che conduce alla vera felicità… -Il Maestro: Non essere così drastico e impietoso con te stesso. Il cammino verso l’Uno, l’armonia e la bellezza richiede il suo tempo. Pian piano la nostra anima viene educata a riconoscere la realtà più alta. -Porfirio: E che cos’è che più ci aiuta, ci educa e raffina il nostro sentire? -Il Maestro: Proprio le sensazioni e il vivere nel mondo. Non disprezzare nulla di quello che sei e fai e conosci, tutto ha un suo perché nel cammino verso l’Uno. Andando per gradi oltre il particolare, oltre la singola sensazione e la superficie degli eventi, si conquista il sentire profondo che è la felicità, la pura gioia senza causa che noi cerchiamo. -Porfirio: Non è un cammino troppo arduo per me? Sono un semplice discepolo, animato sì dal desiderio struggente di realizzare la visione dei maestri, ma consapevole di essere un povero giovane ignorante e sprovveduto… -Il Maestro: Puoi fare questo cammino Porfirio, proprio queste tue parole me lo confermano e me ne danno la certezza. Sei pronto a procedere da solo sulle tue gambe. La tua intenzione è pura, il lavoro su te stesso è già iniziato. E so che lo porterai fino in fondo… 14 aprile 2025
221 Il guerriero della dualità Se vivi a fondo l’esperienza della dualità, se sai di esistere in un mondo diviso, se riconosci il gioco eterno degli opposti, allora sei pronto a fare il grande salto. Non puoi pensare di abbracciare il Tutto se non sai accettarne ogni sua parte. Ogni realtà richiama il suo opposto, con quello si intreccia, lotta e gioca, trova un senso solo se può rispecchiarsi in quella limitazione che la definisce. E finché non si riflette nell’opposto non può venire realmente alla luce. Il divenire è un oceano senza fine, un mare di esperienze e situazioni. Ogni sua onda deve essere cavalcata, tutto deve essere vissuto e compreso. Non c’è modo di evitare piacere e dolore, non c’è via di fuga dal bene e dal male, ogni realtà verrà a cercarti prima o poi, ogni esperienza ti tenderà il suo agguato. Sarà l’arte del guerriero a tracciare la via: rimanere all’erta, sempre sveglio e vigile, pronto ad affrontare la prossima battaglia, sapendo che non ci sono vincitori e vinti in quel grande gioco che chiamiamo vita. Il guerriero è sempre pronto al sacrificio, vive in bilico tra paradiso e inferno, ma con cuore saldo e intento incrollabile prepara il momento della sua rinascita, con la comprensione della dualità si fa artefice della realizzazione dell’Unità. Amare ciò che piace non è un problema, è per tutti una cosa ovvia e naturale. Ma non c’è alcun merito in questo, anzi può essere un insidioso abbaglio se è l’illusione di evitare il negativo, scampando alla morsa del dolore, riparati in una personale isola felice, rinchiusi in una vita grigia e dimezzata. Se non getti uno sguardo nell’inferno, come puoi apprezzare il paradiso? Se non rimetti insieme tutti i pezzi, come puoi cogliere l’intero del puzzle? Ogni realtà ti reca sempre il suo opposto e lo dovrai cavalcare inevitabilmente. Il pensiero si muove in modo lineare, ma il movimento della vita è ciclico, tutto va e viene in un moto a spirale. Ogni cosa ha una frequenza e un ritmo, ogni situazione si muove come un’onda. Devi cogliere quel ritmo e allinearti ad esso e fluire con le cose accettando la loro legge. Nel movimento della vita tutto è compreso, nulla è lasciato da parte, nulla è trascurato, niente può essere considerato superfluo. L’esistenza è come un grande affresco che contiene tutte le tinte e le sfumature. Ogni colore ha un suo posto e una ragione nella creazione dell’opera più grande. Comprendere questo è capire la vita. Ma vivere a fondo il mondo della dualità è anche il passo decisivo per superarla. Dopo aver conosciuto la frammentazione sorge dal profondo un desiderio di unità. Un’intuizione ci solleva sopra le dicotomie, dall’esperienza del particolare all’universale, all’essenza fondamentale di tutte le cose. Ricomporre i pezzi del mondo fuori di sé, collegare i frammenti dell’io dentro di sé, questa è la via del guerriero nella dualità. Non c’è altra battaglia più degna di questa. 12 aprile 2025
220 L’uomo misura di Protagora Poi, sulla scena pubblica di Atene, irruppe Protagora, il famoso Sofista. Apparve subito evidente la differenza con Socrate, il maestro del dialogo: Socrate sempre scalzo e trasandato, lì a ripetere a tutti di non sapere nulla, pronto però a discutere con chiunque su cosa siano il giusto, il bene e il vero; Protagora abbigliato con abiti sontuosi a incarnare il raffinato uomo di cultura, cosciente dell’alone della sua fama, di essere un mito per i giovani ateniesi. Impossibile un contrasto più stridente tra quei due grandi pensatori della grecità. Socrate affermava sì di essere ignorante, ma manteneva la fiducia in sapere e virtù, beni preziosi che danno un senso alla vita e ci spingono ad una continua ricerca. Protagora negava l’esistenza di una verità: le cose in sé stesse non hanno significato, se non quello che noi attribuiamo loro; esistono quindi innumerevoli “verità”, tante quanti sono gli uomini nel mondo; dunque nessuno può ritenersi il depositario d’un sapere universale, unico e assoluto. “L’uomo è misura di tutte le cose“, così suonava il motto di Protagora che sgombrava il campo dall’illusione di stabilire il vero una volta per tutte. Ciascuno deve difendere le proprie idee, perché non c’è arbitro o dio che giudica assegnando ai mortali patenti di infallibilità. Ogni uomo persegue il suo vantaggio, vive in accordo con il criterio di utilità, in ogni situazione si trova a decidere quale scelta sia per lui la più opportuna. Ognuno cerca di affermare le proprie idee usando bene la ragione e argomentando, oppure con le armi sottili della persuasione. Protagora era un acrobata della parola, poteva improvvisare su qualsiasi discorso lasciando sorpreso l’uditorio più esigente. Ricorrendo alle sue famose “antilogie” dimostrava che qualsiasi tesi sostenuta può essere contraddetta da una opposta per cui è impossibile discernere il vero. Per molti era solo un Sofista provocatore, un abile retore che instillava il dubbio, distruggendo le certezze della tradizione. Cos’è la giustizia? Chi può deciderlo? Cosa è buono? Chi lo potrà mai stabilire? Esistono gli dei o sono solo nostre fantasie? Come sfuggire al potere delle sensazioni? Come superare la nostra visione soggettiva? Come conciliare le culture umane cosi diverse? Questo atteggiamento scettico e dissacratore lasciava il vuoto dello sgomento nelle persone, mentre i cardini che reggevano il vecchio mondo si incrinavano, erosi dal tarlo del dubbio. Protagora era bersagliato da pesanti critiche: la sua tesi dell’uomo “misura di tutte le cose” non era anch’essa contestabile e confutabile, non era anch’essa a sua volta un dogma? E poi, se è vero che ognuno ha la sua verità, se vive soddisfatto, pago delle sue certezze, che bisogno c’è di ascoltare Protagora? Anche il filosofo Platone nel dialogo Teeteto ironizzava sull’idea di una “verità relativa”, facendo della “verità” di un cinocefalo il criterio e la misura di tutte le cose. Ma Protagora non era un Sofista dei tanti, le qualità del pensatore erano evidenti. Il suo pensiero era solido e dirompente, non era solo un raffinato gioco dialettico, conteneva una grande lezione per tutti. Al centro era posto sempre l’essere umano come soggetto e criterio di ogni discorso e con esso il mondo concreto dei fenomeni, così come si mostra ai sensi e all’intelletto. L’idea che non esiste una verità assoluta apriva enormi spazi di libertà all’uomo, insegnandogli ad accogliere il diverso e le differenze di idee, valori e stili di vita. Infine assegnava a ognuno il compito di operare le scelte con responsabilità, motivando sempre la propria posizione di fronte alla società e alle sue tradizioni. Socrate e Protagora erano due Maestri, in modi molto diversi insegnavano la via per fare dell’uomo un soggetto libero, capace di pensare e agire in autonomia. Un messaggio ancora oggi essenziale per chi voglia diventare un ricercatore. Diogene Laerzio ci racconta di Protagora riportando queste sue icastiche parole: “Riguardo agli dèi, non so né che sono, né che non sono, né di che natura sono, opponendosi a ciò molte cose: l’oscurità dell’argomento e la brevità della vita umana“ 2 aprile 2025
-Spinoza mi sembra un pensatore molto interessante, ma faccio fatica a capirlo. C’è un famoso passo dell’Ethica spinoziana che recita: “L’amore intellettuale della mente verso Dio è parte dell’amore infinito con cui Dio ama se stesso“. Quando il filosofo parla di “amore intellettuale” non riesco a capire esattamente cosa intende, anche perché il suo freddo razionalismo mal si accorda con l’idea di un sentimento come l’amore… -La filosofia di Spinoza è un’ardua sfida per il pensiero. Il passo che hai citato è un esempio della sua complessità. Possiamo comunque provare a renderlo più semplice, sperando di non tradirne il senso. -Sì, sono molto interessato. -Partiamo dal principio spinoziano fondamentale: Dio esiste ed è l’unica realtà esistente. Deus sive natura, Dio e la Natura sono un’unica cosa, un Tutto indivisibile. Tralasciamo per ora la dimostrazione di questo concetto cardine. -Una forma di monismo e di panteismo, quindi… -Sì, tutto ciò che esiste è un’unica realtà che lui chiama Sostanza, cioè il puro essere, autosufficiente, esistente in sé e per sé. È l’Assoluto che si manifesta come infinita realtà, eterna e immutabile. -Insomma, è il tradizionale concetto di Dio come Creatore del mondo, la suprema Realtà onnipotente, onnisciente, onnipresente, eccetera… -No, è proprio questo il punto. È qui che Spinoza rompe nettamente con la tradizione. Per questo è stato perseguitato e ha rischiato più volte la morte. Le autorità religiose ebraiche e cristiane non tolleravano una visione razionalistica come la sua che concepisce Dio come puro oggetto di ragione. -Sì, so che la sua Ethica parte dall’esistenza di Dio con un procedimento geometrico simile a quello di Euclide, fatto di assiomi, teoremi e corollari. Ben poco viene lasciato allo spirito mistico e poetico… -Appunto per questo capiamo che Spinoza quando parla di “amore intellettuale” verso Dio non intende un legame di tipo sentimentale, una fede piena di calore e di trasporto. Questo è concepibile solamente con un Dio-persona. Ma qui non c’è una concezione dualistica, la visione è rigorosamente monistica e panteistica, quindi non ammette una relazione, un legame tra un io e un tu, fra un io e un Dio. -Vediamo se ho capito: finché accettiamo una visione dualistica possiamo concepire un Dio-persona con cui ci si può mettere in relazione. Ma se tutto ciò che esiste è un’unica cosa, un’unica realtà, non si può pensare a un rapporto che implica sempre una separazione, tantomeno a un legame di tipo emotivo e fideistico. Allora quell’amore di Dio di cui parla Spinoza che cosa è? -Se il divino è il solo esistente l’amore non può che essere amore di Dio per sé stesso. L’Uno si ama e il suo è un amore intellettuale, inteso come una conoscenza di sé che è totale pienezza, autocoscienza infinita, puro essere senza limiti che nel suo esistere si autocomprende. -Però, tornando all’aforisma citato, pensavo che l’espressione “amore intellettuale” si riferisse soprattutto all’uomo, al suo sguardo rivolto all’assoluto… -In realtà è così, stiamo parlando soprattutto dell’uomo, di noi stessi. Partiamo dal nostro punto di vista di esseri umani, quello che conosciamo, per quanto parziale e limitato. Ma, come dicevamo, noi scopriamo con l’ausilio della ragione che l’uomo non è qualcosa di separato dal tutto, è una sua manifestazione tra le infinite possibili. Dunque, se l’uomo è una parte di Dio, l’amore dell’uomo verso Dio è l’amore di Dio verso se stesso. E questo può darsi solo in forma intellettuale, come amor intellectualis dei, come comprensione di ciò che è, consapevolezza della necessità e della perfezione del tutto, che si raggiunge quando il mondo viene visto sub specie aeternitatis, dalla prospettiva dell’eterna sostanza divina. -Affascinante, mi chiedo però quale ruolo rimane davvero all’uomo in questa totalità infinita… -Va detto che la visione di Spinoza è un superamento della concezione finalistica e antropocentrica del mondo. Dio non fa le cose per l’uomo, è una pura sostanza immobile che non ha altri fini oltre sé stessa, perché come la Natura non manca di nulla, è la perfezione e l’ordine geometrico dell’universo. Quando questo viene compreso si realizza il compito dell’uomo per la sua vita. In un certo senso si diventa come Dio che osserva se stesso in una delle sue infinite manifestazioni e si ama. È un’esperienza che non si può tradurre in parole perché non c’è linguaggio capace di rappresentarla nella sua realtà. -Però mi chiedo… quale libertà rimane all’uomo nella perfezione geometrica dell’universo dove sembra tutto già ordinato e prestabilito? Se l’unica volontà è quella di Dio, cosa rimane in potere dell’uomo? -La risposta è proprio nel concetto di amor intellectualis dei e nella visione sub specie aeternitatis. Quando l’uomo arriva alla comprensione geometrica dell’unica Realtà raggiunge la stessa pienezza del divino, vive in totale pace e appagamento. Il suo amore per il Tutto non è l’eros platonico che innalza a una dimensione sovrasensibile. L’esistenza è tutta qui, ora, completa, eterna, perfetta e infinita. Non c’è bisogno di andare altrove, basta il riconoscimento immediato che si dà nello sguardo che tutto abbraccia e comprende: il punto di vista della sostanza eterna che dà la consapevolezza della matematica perfezione del Tutto. -Dunque l’uomo non ha un vero libero arbitrio, non può agire in base alla sua personale volontà… -Sarebbe come se una cellula del nostro corpo decidesse di agire da sola in base alla propria scelta individuale. Quando questo succede sappiamo che grossi guai possono derivare all’organismo. La vera libertà è la possibilità di vedere ogni singolo fenomeno nella prospettiva dell’eternità, sguardo che assegna ad ogni cosa il suo significato nel mondo. -La visione filosofica di Spinoza è davvero molto profonda. Ma si può fare ricadere anche nella nostra vita quotidiana? Non è troppo alta per essere concreta e utile nella vita di tutti i giorni? -Spinoza risponderebbe così: se ampliamo la nostra visione delle cose, se guardiamo dall’alto con distacco ciò che accade, possiamo vedere meglio la perfezione di ogni momento di vita. In un orizzonte più vasto ogni particolare va al suo posto, il concatenamento di cause è visto con chiarezza. Come nella natura, tutto è correlato e ha un suo senso e ruolo. Anche le cose spiacevoli e dolorose possono trovare la loro ragione. Questo modo di affrontare il mondo dà la quiete interiore, libera dall’idea di torto e ingiustizia. Non c’è un Dio-persona che decide, premia, castiga, interviene, comanda, ecc. Questa è proprio la vecchia visione incentrata sull’uomo e sul rapporto uomo-Dio che Spinoza vuole superare. -Dobbiamo quindi accettare che noi non siamo il centro dell’universo… -In una realtà senza limiti dove esistono infiniti fenomeni ogni cosa è centro e periferia a un tempo. Nessun ente è particolarmente privilegiato, non ci sono gerarchie, tutto avviene come deve essere, secondo una assoluta, inesorabile necessità. -Se non sbaglio Spinoza dice che ciascuno di noi è come un’onda dell’oceano che appare per un attimo e poi scompare, un fenomeno mutevole e momentaneo. -Sì, però ricordiamo che l’onda non è separata dall’oceano, è l’oceano stesso in una delle sue tante espressioni. Questo ci rappacifica con l’esistenza, è la risposta che cerchiamo. Tutto quello che accade è semplicemente quello che deve essere. Ordine geometrico poi non significa assenza di errori o dolore o fallimenti, perché anche quelli fanno parte della grande Perfezione… -Mi è difficile accettare questa visione quando penso alle ingiustizie e ai mali che travagliano il mondo. Vorrei poter fare qualcosa con la mia libera volontà… -Capisco, Spinoza chiede molto, non è facile accettare un razionalismo così radicale. Però prova comunque ad ascoltarlo, fai tuo il suo messaggio, poniti per un attimo dal punto di vista dell’eterno, guarda il mondo sub specie aeternitatis. Forse anche tu comincerai a vedere la perfezione ovunque. E allora sboccerà l’amor intellectualis dei e la tua mente si illuminerà… 30 marzo 2025
-Vedo che molte persone cercano di vivere una vita di ragione, ma non sono felici, sono sempre ansiose e preoccupate. Mi chiedo perché accade, visto che la saggezza dei secoli celebra l’intelletto come guida nella vita. Sappiamo che la ragione è il bene prezioso che ci distingue dagli animali, mossi dall’istinto… -Al di là dei casi particolari di ciascuno, siamo fortunati a vivere in una società che non conosce la fame, la guerra, la dittatura, ecc. E tuttavia osserviamo un diffuso malessere nelle persone che sembra non giustificato dalle vicende personali. Forse c’è qualche ragione più profonda, connessa alla natura dell’essere umano. Una perenne insoddisfazione accompagna la nostra vita. L’uomo non può mai stare fermo, è sempre alla ricerca di qualcosa che dia senso e scopo alla sua esistenza. Da qui gioia ed entusiasmo mescolati a frustrazione, ansia, inquietudine. -Da dove partire per vivere una vita serena, senza rinunciare alla realizzazione dei propri progetti di vita? -Ci sono tante filosofie delle tradizioni d’Oriente e Occidente che si sono occupate di questo tema. Se vuoi possiamo dare uno sguardo al pensiero di Seneca che lo ha trattato a lungo. -Mi piacerebbe conoscere il suo insegnamento. È possibile esprimerlo in parole semplici? -Sì, il Seneca dei Dialoghi non usa un linguaggio complicato. Il suo approccio è quello del maestro-amico, il tono colloquiale mette subito a suo agio il lettore. -Allora fa per me, non amo i maestri che parlano dall’alto della loro cattedra. -Per Seneca i problemi umani nascono dalla mancanza di conoscenza di sé, dal fatto di non accettare la propria natura. -E qual è la nostra natura? -È la condizione d’essere composti di ragione, sentimenti e istinti, un quadro complesso da governare, che richiede riflessione, consapevolezza, equilibrio. -Dunque il primo passo quale può essere? -Fare un’opera di verità: essere spontanei, vivere senza infingimenti, senza cercare di apparire diversi da quello che si è. Sembra una cosa semplice, in realtà è molto difficile, perché ci sentiamo sempre sottoposti al giudizio altrui, abbiamo l’impressione di essere ovunque guardati e criticati. Questo fatto ci spinge a vestire maschere, perdendo così la spontaneità e l’autenticità del nostro essere. -È vero, mi accorgo di quanto siamo schiavi del giudizio altrui. La vita intorno a noi è complicata e frenetica e ci spinge a comportamenti che dovrebbero coprire i nostri difetti, colmare le nostre mancanze e sanare le frustrazioni. -Ecco, il rimedio per questo stile di vita che produce turbamento è cercare una “schietta semplicità per sua natura disadorna” -come dice Seneca- che dà gioia e tranquillità. Invece di assumere un atteggiamento falso e costruito ci si mostra esattamente come si è. Le persone intelligenti sanno apprezzare la qualità dell’uomo sincero con sé stesso e con gli altri. -Quale ruolo ha la ragione? Deve essere la nostra guida oppure no? Non è la ragione a suggerire i comportamenti e i ruoli sociali da assumere in un mondo così complesso? -Sì, però Seneca raccomanda di non fare della ragione un dittatore che comanda e controlla ogni aspetto della vita. L’ideale da perseguire è quello di una “ragione ragionevole”, una razionalità fatta di buonsenso, misura e moderazione. Vivere schiavi di un intelletto rigido e calcolatore non è la chiave della felicità. -Quindi, vivere secondo natura vuol dire accettare tutti gli aspetti della personalità, anche sentimenti, emozioni, impulsi e moti istintivi… -Gli impulsi e le passioni vanno sempre governati, non devono essere lasciati soli a guidare la nostra esistenza, la ragione deve sempre vigilare. Ma si deve dare spazio anche alla leggerezza, allo svago e al gioco, per allentare la tensione del nostro animo. Sappiamo che per gli antichi la salute della mente e del corpo richiede una saggia alternanza tra attività e riposo. -Si deve quindi sempre ricercare l’equilibrio, un bilanciamento tra quiete e attività… -Sì, questo vale in particolare per il movimento tra il fuori di sé e il dentro di sé. Bisogna saper stare soli con se stessi, apprezzare la solitudine. Solo allora si è pronti a stare insieme agli altri. L’essere umano è fatto così, da una parte cerca la compagnia e il movimento, dall’altra ama ritirarsi in sé per godersi la quiete. Le due cose devono alternarsi come in un pendolo, l’una sarà rimedio dell’altra. Ma certo è importante conservare l’autosufficienza, l’autonomia di pensiero che ci libera dalla schiavitù del mondo. Solo allora si approda all’atarassia, l’imperturbabilità che è il vero contrassegno dell’uomo saggio. -Sono d’accordo, la serenità dell’animo è il bene più prezioso, è ciò che ci fa affrontare con dignità anche i momenti difficili. Ma volevo tornare ancora sul ruolo della ragione nella nostra vita… -Seneca si pone una domanda decisiva: fino a che punto bisogna affidarsi alla razionalità? Come conciliare la dimensione dell’intelletto e la realtà delle passioni? E qui arriva a una conclusione sorprendente. Egli riprende le parole di un poeta greco dell’antichità: “A volte è bello fare qualche pazzia”. E poi Platone: “Invano batte alla porta della poesia chi è sempre padrone di sé”. Infine Aristotele: “Non c’è mai stato un grande ingegno senza un pizzico di follia”. Nella vita dunque ci vuole un poco di sana follia, l’ispirazione viene all’uomo dall’innalzarsi al di sopra delle cose materiali in una dimensione più alta. -Mi sento in sintonia con questa visione… -Seneca usa qui parole molto belle: “Una mente ispirata può parlare in tono grandioso e al di sopra degli altri… solamente allora i suoi canti superano la dimensione umana”. Un uomo che vive nel ferreo controllo di sé non può toccare quelle vette, rimane intrappolato nelle banalità ordinarie. Perciò Seneca raccomanda di dare libertà al nostro pensiero: “Si stacchi dal quotidiano, si esalti, morda il freno e trascini il suo cavaliere, portandolo là dove avrebbe timore di salire”. -Mi piace questa immagine, la dialettica tra il cavallo e il cavaliere, un gioco dove l’equilibrio si conquista, si perde e si ritrova continuamente… -Mente e corpo, ragione e passioni danno vita a uno spettacolo grandioso. Questa è la vita, fatta di luci e ombre, vittorie e sconfitte, gioie e dolori. Ma al di sopra del dramma umano si deve levare una ragione ragionante condita di un po’ di follia. È come stare sul filo, in equilibrio precario, in un bilanciamento fragile. Ma solo allora il vivere raggiunge il suo apice. E la pienezza che ne deriva porta felicità e una profonda tranquillità. Se nella vita hai sperimentato tutto quello che dovevi puoi rimanere in pace con te stesso, in una quiete imperturbabile. -Questo è quello che chiamiamo atarassia… -La possiamo chiamare anche in modi diversi, l’importante è ricordare che la condizione spirituale di tranquillità deve essere una conquista individuale. E che non basta conoscere quattro precetti per realizzarla. La trasformazione personale non è solo un fatto dell’intelletto. Nel concetto di “ragione ragionevole” è implicato un vivere che si manifesta in tutte le sue dimensioni. -È lo stile di vita che cerco. Voglio provarci, mi sembra una bella avventura. -Tutto è sempre una bella avventura, se vogliamo che sia tale… 26 marzo 2025
-Mi chiamo Basilide. Come Stoico partecipo di una grandiosa visione: tutto ciò che esiste è manifestazione della provvidenza divina, del logos universale che tutto ordina e regge come fuoco e pneuma. Il cosmo è un unico grande essere, che vive, muore e ciclicamente rinasce, sempre uguale a se stesso, secondo una legge di assoluta perfezione e razionalità. -Io sono un filosofo che si interroga senza pregiudizi, mi chiamo Carneade. La tua visione è affascinante, ma vorrei approfondirne alcuni aspetti. -Noi stoici abbiamo le nostre risposte pronte, chiedi pure. -Dicevi che il primo principio ordinatore è un dio di ragione, giusto? -Certo, come ti dicevo, il cosmo è retto da un logos ordinatore, è somma perfezione in ogni suo aspetto. -Quindi, se è governato dalla ragione divina, il mondo è comprensibile anche per l’uomo, l’essere dotato di intelletto. -Sì, è certamente così. Ogni cosa ha la sua ragione d’essere, è perfetta così com’è, esprime una immutabile necessità. E noi lo possiamo comprendere con la nostra ragione, come uomini ci è dato di conoscere le prime cause. -Sì, ma quando cerco di capire la tua prospettiva mi imbatto in contraddizioni insolubili. -Quali, ad esempio? -Cominciamo da qui: tu affermi che il divino esiste e coincide con l’universo, che è un essere vivente. Ma allora, poiché tutto ciò che vive partecipa della sensibilità dobbiamo ammettere che Dio subisce le sensazioni: amaro e dolce, piacere e dolore, ecc. Se Dio è suscettibile di mutamento è un essere corruttibile come lo sono tutti i viventi. Di conseguenza non può essere un principio di immutabile perfezione, non può essere il divino. La conclusione è che Dio non esiste. -La tua conclusione mi sembra un azzardo, un abile sofisma. Dio è una realtà innegabile, la ragione stessa ce lo dice. -Non ricorro a sofismi, il mio è un argomentare che si fonda sulla pura ragione. Piuttosto è la tua posizione che è criticabile perché dogmatica, non fondata su una dimostrazione, esposta al principio di non contraddizione. -I principi primi sono di per sé evidenti, non hanno bisogno di dimostrazione alcuna. -Ma se non reggono all’esame della ragione mostrano tutta la loro inconsistenza. Aggiungo un altro problema: secondo la dottrina che tu abbracci, esistente è solo ciò che è corporeo. -Certo, l’universo-Dio è una realtà concreta, vivente, non una fantasia. È tutto quello che ti sta di fronte agli occhi, è il reale vero e innegabile. -Allora anche questa affermazione si espone alla critica. Possiamo concordare sul fatto che Dio non può essere incorporeo, poiché in questo caso sarebbe un niente, non potrebbe agire, provvedere e fare nulla. -Sì, su questo sono d’accordo sicuramente. -Va bene, adesso proviamo ad esaminare l’altra soluzione: Dio è corporeo. E allora ci sono due possibilità: è un essere semplice o composto. Se è composto è un insieme di parti che possono sempre disunirsi disgregando la totalità. Se è semplice è uno dei quattro elementi, terra, acqua, fuoco o aria, ma, essendo ogni elemento particolare e limitato, Dio non può essere completo e perfetto. In entrambi i casi sembra impossibile pensare il divino come logos e provvidenza universale. E dunque dobbiamo ribadire la stessa conclusione: Dio non esiste. -Non posso accettare queste sciocchezze! Mi sembrano elucubrazioni bizzarre di un filosofo che corre con la fantasia a briglie sciolte. -Aggiungo al resto ancora una domanda: pensi che l’uomo è speciale perché dotato di ragione? E che questo è un dono elargito da Dio? -Non ho dubbi, lo dicono poeti e filosofi e anche la gente comune. E almeno questo penso me lo concederai. Ma dimmi dove vuoi arrivare… -A questo ragionamento: se la ragione è per gli uomini un dono divino, come mai gli uomini sono capaci di orribili delitti? Il mondo e la storia sono pieni di tremende ingiustizie e perversioni compiute con la lucida ragione. Pensa alla Medea della tragedia. Pensa alle orrende azioni che gli uomini compiono ogni giorno, in ogni dove. Dio non è colpevole di questo? -No, cosa dici, mi sembra un’assurdità bella e buona! Gli uomini sono liberi di usare l’intelletto e di fare il bene o il male. Cosa c’entra il divino con gli errori umani? -Ma dimmi allora, perché il dio perfetto non ha donato agli uomini una ragione capace di tenerli lontano dall’errore, dalle efferatezze, dall’infamia? Non era meglio non l’avesse data del tutto? -Gli uomini hanno avuto in dono la ragione, devono solo saperla usare bene. Sono loro i soli responsabili di quello che fanno. -No, se proviamo a ragionare senza pregiudizi: Dio doveva dare a tutti gli umani la capacità di discernere il bene e il male, invece sembra aver elargito quel dono a pochi, la maggioranza degli uomini continua a usare la ragione in modo indegno e vizioso, con effetti rovinosi. In questo senso la divinità è colpevole di aver concesso la ragione a chi sapeva ne avrebbe fatto cattivo uso. A meno che non pensiamo che Dio fosse inconsapevole di quello che poi sarebbe stato. Accetteresti mai un dio del genere? -Quindi, alla fine del tuo discorso, Carneade, pensi di aver dimostrato che la divinità non esiste? È questo che davvero pensi? -Niente affatto, forse non hai colto il punto. Dio può esistere, non sono per nulla contro questa possibilità. Oggetto della mia critica è il modo dogmatico in cui il divino viene affermato. Le prove addotte mi sembrano inconsistenti e prive di senso, non reggono all’esame della ragione. È la ragione stessa a pretendere che ogni dimostrazione sia non contraddittoria e convincente. E comunque, se la divinità esiste, probabilmente non è affatto quello che crediamo e ci raffiguriamo. -Non è giusto interrogarsi sul primo principio? Non dobbiamo usare l’intelletto per capire le prime cause del mondo? È un così grande errore affermare che Dio esiste e siamo convinti che sia un essere perfetto? -Tutto è lecito, noi uomini siamo fatti così, non possiamo non interrogarci sulle cause del mondo. Ma quando pronunciamo verità assolute che sono solo credenze dogmatiche finiamo per tradire proprio quel principio di razionalità che consideriamo pilastro della conoscenza. E infine, forse dobbiamo accettare che non è in nostro potere svelare del tutto il mistero di Dio, perché il nostro intelletto, lo dice l’esperienza, è fallibile e limitato… -(dopo una lunga pausa) Devo dire che, dopo questo dialogo, mi sento un po’ scosso e confuso… -Non è mia intenzione mettere in crisi le tue certezze, Basilide. Io stesso sono pieno di dubbi. Molte volte mi sono rifugiato in credenze che ritenevo la verità definitiva e incontrovertibile. Mi sentivo rassicurato, ogni cosa sembrava andare al suo posto, tutto era spiegato e giustificato. Poi è stata la realtà concreta a disilludermi, allora ho ricominciato e approfondito la mia ricerca. Ora sono fatto così: quello che mi appare contraddittorio o infondato lo metto da parte, ho imparato ad esercitare una sana epochè. -Credo che dovrò ripensare a fondo le mie certezze, è giusto riportarle alla luce della ragione evitando pregiudizi e facili scorciatoie. Non so sinceramente quale sarà il risultato, magari confermerò di nuovo la mia visione del mondo. Però mi sembra giusto mantenere un atteggiamento di apertura e di ascolto. Per questo lo farò… -Sì, perché sei una persona seria e onesta, sei un vero ricercatore. Però ora non fare di me un altro maestro di sapienza, perché non lo sono, se hai avuto questa impressione ti prego di abbandonarla. Anch’io rimango un semplice ricercatore, un amante della filosofia. Cerchiamo tutti nella ragione la luce della chiarezza. Non possiamo fermarci e rintanarci nel bozzolo di credenze definitive. Lo spirito del vero filosofo è essere sempre in cammino. 20 marzo 2025
-Ogni tanto vorrei mettermi alla prova per avere la conferma di essere padrone di me stesso… -Bene, idea encomiabile. Allora ti suggerisco un esperimento. Devi fare una cosa molto semplice: trattenerti dal ridere e dal sorridere, per un minuto. Non un cenno, non un’espressione del viso deve tradirti. -Non mi sembra difficile, fra l’altro non sono un tipo allegro. Rido solo quando guardo i cartoni animati. E sorridere poi mi viene a fatica. Proviamo subito il test… -Va bene, via da questo momento… -… (dopo pochi secondi)… Ehi, no, non vale, aspetta… fammi ricominciare! -Che succede? Mi sembra che hai fallito la prova. L’ho letto sul tuo volto: hai cercato in tutti i modi di trattenerti, ma alla fine un sorriso è spuntato lo stesso. -Ehm… -Come mai? Anche senza cartone animato? Non dirmi che non sei padrone di te stesso neppure in un esercizio così banale! -Non prendermi in giro. Lo so bene che qui c’è un trucco… -E il trucco quale sarebbe? -Che se qualcuno ti mette in mente una cosa, poi è molto difficile scrollartela di dosso. Quel “non devi” crea in me una resistenza, una reazione involontaria e incontrollabile… -Certo, lo stesso sarebbe se io ti chiedessi per un minuto di non pensare al tuo bisnonno o alla parola “ditirambo”, alle tue scapole, a Tamerlano o ai bisonti. Cosa che di sicuro fai raramente, per cui sembrerebbe tutto ridicolmente facile. Ma di fatto, una volta instillata nella mente l’idea di non fare una certa cosa, la tua attenzione si focalizza lì e ne fa una piccola ossessione, tutto diventa maledettamente difficile. E comunque succede a tutti, stai tranquillo. -È vero, i bambini ne fanno un gioco… -E allora la domanda è: siamo davvero padroni di noi stessi come crediamo? Se falliamo perfino in una cosa così idiotamente semplice, come possiamo sperare di padroneggiare noi stessi nelle cose che contano o nelle situazioni difficili? -Ho capito che qui c’è una lezione importante da imparare… -Sì, scopriamo che noi non dipendiamo solo dagli eventi esterni, abbiamo le nostre fragilità interiori. Come diceva Freud: “l’io non è padrone in casa propria”. Crediamo di poter dominare impulsi e pensieri e moti dell’animo, ma dobbiamo arrenderci al fatto che la nostra volontà soccombe facilmente, ci sono forze inconsce che non riusciamo a controllare. -Già, c’è una parte di me, quella conscia, che vorrebbe controllare ogni processo. Ma emergono istanze in contrasto e si crea una lotta interna. -Sì, è come essere divisi dentro sé stessi. Si crea una contraddizione tra parti diverse di sé. -Ma dunque, qui dentro, quanti siamo? Ognuno di noi è un individuo o una folla? -Forse dobbiamo accettare di essere multiformi, di avere molteplici io che spesso sono in conflitto fra loro. Ogni “io” è il risultato di un impulso, un pensiero, un’emozione, un sentimento, un istinto, una memoria, un’esperienza, ecc. Si è cristallizzato nel tempo con la ripetizione e l’abitudine. A seconda delle circostanze emerge un particolare io che prende il comando della situazione. Il processo è naturalmente quasi sempre inconscio. È possibile però con un lavoro su di sé prenderne coscienza progressivamente. -E in quel caso cosa succede? -Se riesci a farlo non sei più così succube dei tuoi stati d’animo, dei tuoi impulsi. E allora diventi davvero padrone di te stesso. Allora cominci a conoscerti per quello che sei. Riesci a riconoscere di volta in volta l’io-paura, l’io-angoscia, l’io-desiderio, l’io-rabbia, ecc. appena compaiono sulla scena. E prendendo le distanze li neutralizzi sul nascere. -Quindi divento sempre più consapevole di me stesso… -Sì, riesci a vedere i tuoi meccanismi interiori. Solo allora puoi imparare a governarli e uscire dal caos interiore. -Già, il caos che vedo in me e nella maggior parte delle persone, ogni giorno… -E non è solamente questione di padronanza interiore. Il vero problema è quello di conservare la propria libertà. -Sì, forse ho capito cosa intendi dire. Se io sono dominato dai miei meccanismi inconsci e se, come abbiamo visto, basta che un’idea si insinui nella mia mente per mettermi in difficoltà, allora sono esposto a tutte le forme di sfruttamento e condizionamento che mi vengono indotte dall’esterno: le altre persone, la cultura dominante, i mass media, gli usi e i costumi, le idee e i pregiudizi diffusi nel mio mondo… -Come sempre, la consapevolezza è la chiave di volta per diventare degli esseri umani liberi e integri. È la migliore difesa per non cadere vittime delle idee altrui che operano come tarli e agiscono in noi come parassiti. -Allora, alla fine, posso imparare anche a non ridere quando sono sottoposto alla prova che me lo vieta? -No, quello non posso assicurartelo, perché ti confesso che anch’io ci casco sempre. Anzi, il cartone animato a volte non mi fa ridere, ma quell’esercizio è infallibile. Puoi farlo anche da solo davanti allo specchio quando non sei di buon umore. E funziona anche al contrario: ordina a te stesso di ridere e noterai che non riesci a farlo a comando. -Ma no, questo invece posso… Guarda: he he, he he! Ha ha ha! -Mai sentita una risata più falsa! Fatta così è solo una recita. Però, se insisti, dopo un po’ diventerai consapevole che stai facendo una tale scempiaggine che ti troverai ridicolo e riderai davvero, di cuore… -(ridendo) Ma siamo così complicati noi esseri umani? -(ridendo) Sì, e questo è niente! Devi solo guardarti intorno. E capirai che nessun cartone animato può competere in comicità con l’incredibile varietà di invenzioni della nostra commedia umana… 18 marzo 2025
-Vengo dall’Epiro, dalla città di Nicopoli. Ho frequentato per qualche tempo la scuola filosofica di Epitteto. Sono rimasto fortemente impressionato dai suoi insegnamenti. -Dicono che è uno stoico che riprende la tradizione del socratismo. Cosa hai imparato da lui? -Non certo una dottrina o un sistema filosofico come quelli di Platone e Aristotele. Epitteto non ama discutere su principi primi o scenari cosmologici, preferisce rivolgersi alla vita concreta di tutti i giorni, propone una filosofia che sia una pratica di libertà. -Certo, per un saggio come lui che era uno schiavo liberato questo tema deve essere molto sentito… -Sì, ne ha fatto il fulcro della sua filosofia, ma certamente lui non intende solamente la libertà esteriore, c’è una libertà interiore più grande che dobbiamo preservare se aspiriamo a una vita virtuosa e felice. -È una domanda anche per me. È una cosa che mi chiedo tutti i giorni: quale sia il modo giusto di vivere per rimanere equanime in ogni circostanza. -Epitteto ci dà una regola molto semplice per vivere da uomini liberi e mantenere una pace imperturbabile in ogni momento della nostra vita. -Dimmi, sono interessato, sono pronto ad ascoltare i saggi maestri che hanno più esperienza e indicano la via per realizzare sé stessi. -Naturalmente, per parlare dell’uomo e della sua realtà non si può prescindere da una visione cosmologica, per quanto tratteggiata in grandi linee. In accordo con la concezione stoica Epitteto vede il cosmo come un Tutto retto da un ordine razionale che è espressione del logos divino. -Sì, ho presente questa visione del stoicismo e devo dire che mi affascina, anche se non ne ho mai pensato fino in fondo le conseguenze sulla vita dell’uomo. -Beh, è molto semplice. Se tutto l’esistente è una concatenazione di eventi che trovano la loro ragion d’essere nel logos divino, è chiaro che ogni cosa è governata da una necessità superiore. Tutto è ciò che deve essere, nulla può essere modificato. In questa concezione provvidenziale la libertà come la intendiamo di solito non ha spazio. Non è il fare indiscriminatamente ciò che si vuole, ma accettare le nostre limitazioni riconoscendo di essere solo una infinitesima parte del Tutto-che-è. -Ma allora perché Epitteto parla di libertà, di virtù, di felicità? Non si sta contraddicendo? Oppure l’uomo conserva ancora un briciolo di libertà nel suo agire? -Sì, è così. Ed è qui che si inserisce la Regola di Epitteto. Una volta che abbiamo riconosciuto la nostra condizione di uomini, sapendo che non possiamo modificare gli eventi stabiliti dalla volontà del dio, possiamo però assumere un atteggiamento virtuoso di fronte a ciò che accade. Una volta compreso l’ordine razionale e necessario del mondo, possiamo scegliere di accettarlo e accordarci ad esso, oppure ribellarci e seguire la nostra propria volontà individuale. -Immagino che, nel secondo caso, non possano che arrivare disastri per noi. Chi può mai pensare di ribellarsi al divino? Come può un uomo pensare di sfidare la ragione del dio immortale? -Infatti, quando ci troviamo di fronte ad una ragione che supera il nostro intelletto e ne riconosciamo la sapienza non possiamo che sottometterci. Questa non è una privazione di libertà, è la conquista di una libertà più grande, è vivere in armonia con il cosmo. C’è una frase molto bella del maestro Epitteto che mi è rimasta in mente: “Tu non devi cercare che le cose procedano a modo tuo ma volere che vadano così come fanno”. -Parole molto belle. Ma comunque rimane il problema di come usare quella libertà che ci riguarda come umani mortali. Cosa suggerisce la sua filosofia? Come dobbiamo vivere? -Dicevamo che, se non possiamo cambiare gli eventi, possiamo però decidere quale atteggiamento mantenere nelle situazioni di vita. La Regola applicata in modo intelligente consiste innanzitutto nel distinguere quali cose sono in nostro potere e quali non lo sono. È chiaro che se una cosa non dipende da noi non possiamo farci nulla e allora in questo caso dobbiamo rimanere del tutto indifferenti. Non abbiamo nessuna libertà di scegliere o decidere, quindi siamo costretti ad accettare le cose come sono. -Fammi qualche esempio di cose che sono indipendenti da noi… -L’elenco sarebbe infinito: i mali del corpo, gli eventi naturali, le guerre, le carestie, la fortuna, la ricchezza, la miseria, la fama, la reputazione e così via… -Certo, in tutti questi casi possiamo davvero trovarci impotenti a cambiare le cose e allora sembra saggio doverle accettare con animo fermo. -Ma quando le cose dipendono da noi, allora lì si apre per noi uno spazio di libertà che non è poca cosa. Sono in nostro potere quegli atti che ci appartengono: pensieri, desideri, avversioni, giudizi, stati d’animo, scelte, azioni, moti della volontà, ecc. -Come dire, dobbiamo distinguere ciò che viene dall’interno o dall’esterno… -Sì, si tratta di riconoscere le cose che provengono da noi e quelle che provengono da altro o altri. Nel primo caso possiamo esercitare la nostra libertà, nel secondo siamo in schiavitù. -Questa è dunque la vera schiavitù dell’uomo… -Sì, però possiamo sempre mantenere un atteggiamento distaccato e indifferente quando non è in nostro potere farci qualcosa. È il passo decisivo per raggiungere uno stato di quiete imperturbabile. È la saggezza che conduce l’uomo alla felicità. -Fammi anche qui qualche esempio del maestro… -Nelle sue Diatribe Epitteto afferma che il bene e il male esistono solamente nel nostro giudizio. Le cose che non sono in nostro potere non devono essere fonte di ansia o angoscia: l’errore sta nel fatto di definirle utili o inutili, buone o cattive, amiche o nemiche, giuste o ingiuste, ecc. Dobbiamo mantenere il potere interiore che consiste nel distacco e nell’imperturbabilità. Ecco un esempio del maestro: se per disgrazia la nave sta affondando e io sto annegando faccio ciò che posso, ma non grido e non mi lamento, non accuso dio o il destino. So che ciò che nasce deve morire e quindi, in quanto uomo, accetto la mia condizione. Questo atteggiamento è una nostra scelta, il principio di libertà di cui disponiamo. -Il distacco deve quindi diventare una costante pratica di vita… -Sì, una pratica di saggezza da portare nel quotidiano, nelle piccole e grandi cose che accadono. Col tempo si diventa inattaccabili in qualsiasi situazione. Si vive con una serenità che non può essere incrinata, qualunque cosa succeda. Solo allora si è in accordo con il logos divino, si è in pace con il mondo e con sé stessi. -Dunque, per seguire la Regola di Epitteto, cosa devo fare domani mattina uscendo di casa? -Devi osservare ciò che vedi e chiederti: che cosa ho visto, cosa ho sentito o incontrato? Se è una cosa che non dipende dalla tua scelta morale: toglila di mezzo, lasciala perdere, passa oltre, perché non serve, non ha valore, non ti riguarda. -Spesso mi succede. Vedo qualcosa che accade e mi viene da dire: io che c’entro? E me la lascio scivolare addosso… -Bravo, così devi fare. Se esci di casa e vedi che piove e questo ti mette di malumore fai una cosa stupida. La pioggia è semplicemente la pioggia, né buona né cattiva in sé. È il tuo giudizio proiettato sulla cosa che crea l’idea di bene e male. Nel cosmo ogni evento è quello che è, partecipa all’immutabile perfezione del divino Tutto. -Quindi ho capito: devo osservare con indifferenza quello su cui non posso intervenire, evitando di lamentarmi, compiangere, inveire, protestare, amare, odiare… Questi sono solo miei giudizi trasferiti alle cose. Giudicare è rinunciare alla possibilità di fare la giusta scelta morale, di essere libero e felice. -Vedo che hai compreso perfettamente il messaggio di Epitteto. Non fermarti alle rappresentazioni che vanno e vengono, agisci sui giudizi che hai di esse e fai piazza pulita. È un esercizio da fare ogni momento, dall’alba al tramonto, senza stancarsi. Poi il premio per te sarà grande. -Hai ancora un esempio del maestro che mi aiuti a ricordare il suo insegnamento? -Ti lascio questa sua immagine: un raggio di luce che cade sulla superficie dell’acqua quando questa si muove sembra muoversi anch’esso; ma quando l’acqua si ferma anche il raggio torna al suo stato di quiete, sembrava essersi alterato ma in realtà non lo era. Ecco, in questa metafora il raggio di luce con i suoi riflessi sono le rappresentazioni dei fenomeni, il mondo; l’acqua è la nostra mente. -Dunque la nostra ragione deve essere curata e preservata dall’errore, altrimenti vivremo nel turbamento e nell’afflizione. Conserverò questa immagine che mi sembra racchiudere tutta la Regola di Epitteto. -Tu puoi vivere la vita del saggio, se vuoi, anche ora. Non aspettare che siano altri a farlo per te, non sarebbe comunque possibile. L’intenzione deve nascere all’interno di te, deve essere sincera e incrollabile. Poi devi agire, sempre ricordando quello che è davvero in tuo potere. 16 marzo 2025
214 Il male è solo ignoranza del bene -Nella discussione l’interlocutore di Socrate era Polo… -Chi? Polo il retore? Quel sofista pieno di sé che si crede un genio dell’arte dell’eloquenza? -Sì, sappiamo che ha molto successo presso i politici qui in Atene. E anche la folla ateniese non cessa di tributargli la sua ammirazione. -Già, e sappiamo anche che Polo è tremendamente attratto da tutto ciò che riguarda potere, ricchezza e fama. Questa sembra la sua ragione di vita. Ma quale era l’oggetto del contendere con Socrate? -Discutevano del potere dei retori. Polo affermava con foga che, come i tiranni possono dominare le persone con la forza, così i retori possono dominare i cittadini grazie alle raffinate tecniche della parola. L’arte oratoria gli permette di fare ciò che desiderano, manovrano le folle secondo la loro volontà. -Immagino che Socrate, che conosciamo bene, non fosse molto d’accordo con questa posizione di Polo. -Infatti ha cominciato col ribattere che il potere del retori nella città è misera cosa, poiché, come i tiranni, non fanno ciò che vogliono, ma solo ciò che ad essi sembra. -Non ho capito bene questa distinzione… -Socrate la spiegava così: quando compiamo un’azione, buona o cattiva che sia, noi vogliamo raggiungere un fine che è il bene, ciò che è meglio. Ognuno desidera sempre il bene, nessun uomo può scegliere il male volontariamente. Se questo accade è perché la persona da insipiente ha confuso il fine con i mezzi. Il tiranno ad esempio può togliere la libertà a una persona e comportarsi in maniera malvagia a causa della sua ignoranza. Non sapendo che cosa è davvero un bene si lascia trascinare dai suoi impulsi e smarrisce il vero fine del suo operare. Così il mezzo diventa il fine, uccidere o esiliare diventa per lui fonte della sua ingannevole “felicità” . Il tiranno si ferma a ciò che sembra, alla superficie delle cose, non sa ciò che è il vero bene per sé e per gli altri. In questo senso allora non fa ciò che veramente vuole, il suo è un potere illusorio. È una persona disgraziata che si può solo compatire. -Certo, conosco Socrate e so quanto è importante per lui che la persona sia padrona di sé stessa, responsabile delle proprie azioni e capace di scegliere ciò che è buono in modo consapevole. -E proprio su questo punto Socrate insisteva: non è possibile conoscere il bene e tuttavia compiere il male. Quello che noi chiamiamo tale è solo frutto dell’ignoranza. Nessuno può far del male coscientemente. Nessuno è davvero in sé e per sé malvagio. -Sì, colui che si comporta in modo sconsiderato è come un bambino immaturo che ancora non capisce la distinzione tra il bene e il male, però il piccolo è giustificato dal fatto che ha poca esperienza di vita… -Polo rifiutava l’idea che la persona che ha un potere sugli altri debba essere vista come un individuo da compatire. E si scaldava e annaspava ribadendo la sua tesi. -In effetti, se una persona è smaniosa di dominare il mondo, viene da chiedersi: cosa le manca? Perché non se ne sta in pace? Perché vive in questo modo miserabile? -Secondo Socrate è perché non si rende conto di quello che fa, altrimenti smetterebbe di essere un tiranno… o un sofista da quattro soldi. Ma poi Socrate andava oltre e rincarava la dose, dicendo che il male supremo, il peggiore che possa capitare, è commettere ingiustizia. E affermava che per un uomo saggio è preferibile patire un’ingiustizia piuttosto che commetterla. -Devo dire che anch’io su questo punto ho avuto per lungo tempo delle perplessità. Ascoltando Socrate e pur avendo piena fiducia in lui non riuscivo ad accettare una posizione così estrema. Per la nostra tradizione non potersi difendere, dover subire il male, è vivere soggetti alla volontà altrui, come schiavi. Oggi però, dopo che per anni ho meditato a fondo, capisco questo insegnamento e lo sento vero e giusto. La prima cosa da conservare sempre è la nostra integrità e la nostra verità, dobbiamo fare prima i conti con noi stessi, rimanere sempre fedeli alla giustizia e, guidati dalla ragione, perseguire il bene massimo per noi e per gli altri. -È vero, per Socrate l’ingiustizia è una sorta di malattia dell’anima, una rinuncia all’intelletto, la negazione della propria umanità. -Immagino che Polo reagisse in modo vivace a queste affermazioni di Socrate… -Sì, rimaneva aggrappato all’idea che il potere del retore è agire secondo il proprio arbitrio, come il tiranno che manda a morte o in esilio una persona semplicemente perché lo vuole. L’oratore usa le armi della persuasione, ma anche lui ottiene quello che desidera, il potere che ne deriva sulle persone è lo stesso. -In che modo Polo sosteneva la sua tesi? È un esperto dell’arte della dialettica? -No, la sua era semplicemente una argomentazione retorica, quella tipica dei sofisti che cercano di fare leva sull’elemento emotivo. A questa Socrate contrapponeva la confutazione dialettica, quella che non si ferma all’opinione ma si fonda sulla forza del logos e cerca sempre la parola di verità. Ricordo le sue parole a Polo: “tu mi sembri eccellentemente preparato in retorica, mentre mi pare che tu non abbia curato affatto la dialettica”. Per sostenere la propria posizione Polo affermava che la sua idea era condivisa dalla maggior parte della gente in Atene. E poi cercava di screditare Socrate definendolo un ipocrita, lo accusava di non credere davvero in quello che diceva. Naturalmente queste sue argomentazioni apparivano fragili e pretestuose, non avevano per noi alcun valore di verità. -Già, bisogna giudicare le idee che l’altro porta nella discussione, sono queste la cosa che conta. Non è corretto invece formulare critiche, insinuazioni o manifestare disprezzo nei confronti dell’avversario. In questo modo il dialogante dimostra di non avere argomenti spendibili… -Sono d’accordo, in effetti era evidente a tutti la debolezza dell’arte retorica quando viene messa a confronto con la confutazione dialettica della vera filosofia. -Certo, ricordiamo che il fine è molto diverso. Non si tratta di far prevalere le proprie idee con artifici oratori, si tratta di dialogare insieme per raggiungere l’omologhìa, l’accordo su ciò che oggettivamente e spassionatamente riconosciamo vero. E come è terminata la contesa? -L’ultimo argomento era quello della felicità dell’uomo. Per Polo il tiranno e il retore non possono che essere felici, perché il potere e il dominio sugli altri sono la più grande fonte di piacere e appagamento. Socrate invece ribatteva che sono proprio quelli gli uomini più infelici. Solo il senso della misura, l’uso della ragione, una vita dedicata alla saggezza al bene e alla giustizia possono dare la vera felicità. -Alla fine Polo ha mostrato di rivedere almeno in parte le sue posizioni? Socrate è riuscito a portarlo a una maggiore comprensione? -Sembra proprio di no. Polo ha chiuso il dialogo e se ne è andato rimanendo fermo nelle sue convinzioni. Ma tu conosci Socrate, la cosa non lo ha toccato minimamente. Il maestro non cerca di convincere o persuadere gli altri come fanno i sofisti, invita a ragionare insieme, sostiene i suoi argomenti, poi ciascuno è libero di trarre le sue conclusioni. Se Polo crede che inseguire il potere sia la via per realizzarsi, ha tutto il diritto di farlo e di vivere come gli pare. Nessuno deve diventare per forza filosofo. E poi, con il tempo, chissà… -Questo è il bello della filosofia. Io sono impegnato in quel cammino, ma non mi sento costretto da nulla e nessuno. È una cosa che mi rende… sì, posso dirlo, libero e felice. -Anch’io ho capito questa cosa importante: il potere è una trappola mortale se non è messo al servizio dell’anima, se non è la capacità di dominare sé stessi governando gli impulsi inferiori. -Dunque, andiamo anche noi a dirlo a Polo, domani? Magari stavolta ci ascolta… -(ridendo) No, non c’è bisogno. Capirà da solo attraverso le esperienze di vita. Alla fine è un giovane vivace e intelligente che deve ancora crescere un po’, lasciamolo sperimentare in libertà. Il tempo lavorerà con lui e per lui… 14 marzo 2025