Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Troviamo sempre un matto del villaggio, lo sciocco dileggiato nell’ilarità generale, il fuori di senno che sembra incapace di intendere il linguaggio dell’umano. È sempre così quando vediamo in altri il riflesso di ciò che non accettiamo in noi. E la risata che insegue lo sventurato non è altro che un maldestro tentativo di esorcizzare ciò che più ci inquieta: la nostra duplice natura di uomini in cui follia e saggezza convivono e nella vita non raramente si toccano. Nella storia il matto è spesso il saggio che dietro quella maschera vive in libertà. Affrancato dai vincoli e dai ruoli sociali è sempre in cammino in cerca del nuovo. La carta dell’arcano maggiore dei Tarocchi lo rappresenta come un povero viandante vestito di stracci che cammina senza meta. La cifra che lo identifica è il numero zero. È un Nessuno, ma può essere chiunque. Come lo zero che è anche l’infinito può recitare qualsiasi parte nel mondo, di buffone o sapiente, di genio o di folle, può giocare con i volti e i travestimenti, libero dall’autorità del ‘dover essere’, incurante del giudizio e del riso altrui. Il matto vive nell’ora, senza ieri o domani, camminando sempre sull’orlo del precipizio, in un’avventura che è viaggio iniziatico. In passato molti filosofi e spirito liberi sceglievano la vita dei ‘cani randagi’ per fuggire lontano dal chiasso della folla e praticare una solitaria via di saggezza. La maschera della pazzia permetteva di nascondersi al mondo, di appartarsi, ma anche di mostrarsi in pubblico dicendo la verità sull’essere umano, senza abbellimenti e compromessi. Oggi sappiamo che molti di quei ‘folli’ erano le menti più eccelse dell’umanità, nel distacco dagli interessi materiali sapevano coltivare un’intensa spiritualità. E la maschera della follia era usata non per ingannare, ma per risvegliare: anche nel rapporto maestro-discepolo serviva per un sottile gioco dialettico. Il matto è spesso un uomo Risvegliato che riconosce il mondo come un sogno e vive nel mondo ma non è del mondo. È insieme follia e suprema saggezza, caos e disordine, innocenza e arguzia, vita senza attaccamenti e identità. Al di là degli stereotipi che lo dipingono il matto del villaggio ci fa interrogare su che cosa siano apparenza e verità, normalità e pazzia, sapere e ignoranza. E ci lascia una lezione fondamentale: l’amore per l’autonomia e la libertà. Diventare nessuno, uno zero-infinito, può essere una via di liberazione, un gesto di coraggio e forza interiore, una visione di dissennata saggezza che dispone alla ricerca del nuovo in territori inesplorati oltre il conosciuto. 2 ottobre 2023
134 Lo spazio della meditazione -Cosa vuol dire meditare? -Meditare significa vedere la realtà con coscienza pienamente risvegliata. -Non è pensare o riflettere su qualcosa? -Quelle sono attività della mente che non hanno nulla a che vedere con la vera meditazione. Non devi confondere i processi del pensiero con la coscienza, perché sono due cose completamente diverse. -Spiegami meglio questo punto. -Il fatto di poter osservare tutto ciò che passa sullo schermo della mente dimostra che noi non siamo i nostri pensieri… -…che sono come oggetti posti davanti a noi… -Esatto, noi come soggetti possiamo avere idee, immagini, memorie, ecc., ma non siamo nulla di tutto questo. Così come possiamo avere un braccio o non averlo, senza per questo sentirci menomati nel nostro ‘io’. I pensieri vanno e vengono, perlopiù in modo involontario, la coscienza rimane ed è quello che noi siamo, è ciò che ci caratterizza come esseri umani. -Però anche un animale è cosciente, si accorge di ciò che accade intorno. -È cosciente ma, almeno per quello che ne sappiamo, non è consapevole di sé. Non è cosciente di essere cosciente. -Non sa di esistere, quindi non sa neanche di meditazione… -Chi lo sa, in caso contrario dovrebbe essere riscritta la storia dell’umanità. -In effetti ho qualche sospetto che il mio gatto sia un contemplativo. È sempre quieto e fa una vita semplice, così nessuno va a importunarlo e vive felice. Tanto per noi rimane solo un povero gatto! -Un ottimo espediente per levare di torno gli scocciatori. Molti uomini di sapienza nei secoli hanno fatto lo stesso, fingendosi gli scemi del villaggio. Ma questo discorso ora ci porterebbe lontano… -Allora veniamo al punto che mi interessa di più: come si fa a meditare? -La meditazione punta alla pura consapevolezza, ad uno sguardo lucido e cosciente sul mondo e su noi stessi. È la via della Conoscenza e della Sapienza, così la chiamavano gli antichi. -Quali sono le tecniche per arrivare a tutto questo? -Molte tecniche sono nate tra Oriente e Occidente, ma in realtà la vera meditazione non ha bisogno di una pratica fatta di regole, è semplicemente coscienza aperta al momento presente, consapevolezza totale di ciò che è. -Credo di aver capito…forse. -Non basta comprendere con l’intelletto, è necessario farne un’esperienza esistenziale, allora tutto si chiarisce e diventa ovvio. Se ad esempio vuoi conoscere te stesso, da dove cominci? -Beh, esamino la mia vita attuale, il mio passato, l’immagine che ho di me, il mio carattere, i miei obiettivi, i principi e le convinzioni, ecc. -Un cammino senza fine nella memoria e nella mente che non ti porterà mai davvero al nucleo di te stesso. -Perché? -Tu sei adesso. La mente è tutta costruita sulla memoria che è il passato, qualcosa di morto che non vive mai nel presente. Il pensiero non può mai dire ‘ora’, non può afferrare la realtà vivente dell’adesso. La mente è un processo meccanico basato su schemi, concetti, calcoli e pregiudizi. Arriva sempre dopo a inquadrare e a giudicare gli eventi sulla base delle passate esperienze. -Quindi pensare la realtà non è vedere la realtà così com’è ora. È in un certo senso farsene un’idea. -Certo. È ovvio che il mondo concettualizzato nel pensiero non è il mondo reale. -È quello che dicono oggi anche le neuroscienze e la fisica quantistica. Il pensiero non è la realtà. La realtà appresa nel pensiero è solo…pensiero. -Dobbiamo accettare che la nostra mente è come una macchina, per quanto straordinariamente sofisticata ed efficiente. -Questo è un po’ difficile da accettare. La nostra mente sembra un meccanismo come un algoritmo dell’Intelligenza Artificiale! Ma se noi siamo esseri meccanici allora che ne è della nostra libertà? -La libertà dell’essere umano non devi cercarla lì, non nell’attività del pensiero. -Ah, ho capito. Devo spostarmi su qualcosa di un livello diverso, la coscienza. -Sì, più precisamente sulla consapevolezza, è ciò che essenzialmente siamo. -In effetti un essere meccanico non può essere cosciente, né decidere o volere, né sentire o provare emozioni, né sapere di sé, né agire in modo disinteressato, né creare il nuovo, perché una macchina per definizione non ha libertà di scegliere cosa essere. -Mentre la coscienza è per definizione sempre libera, è il luogo interiore inviolabile della nostra vera realtà. Naturalmente qui non ci riferiamo ad una ‘coscienza’ politica, religiosa, ad una appartenenza sociale o culturale… -…Che sarebbero sempre e solo un prodotto del pensiero… -Sì, intese in questo contesto e in questo senso sarebbero solo forme di condizionamento derivate dalla collettività, per quanto nobili e apprezzabili in sé. -Da quello che abbiamo detto credo di capire che la domanda sui vantaggi della meditazione sia del tutto impropria. -Non è questione di trovare un utile. Questo è ancora il modo di pensare ordinario di chi si identifica con la mente calcolante. Noi, spinti dal sincero desiderio di conoscere noi stessi, vogliamo solo capire chi siamo. Niente di più. -In effetti sembra incomprensibile che molte persone possano vivere senza mai chiederselo. La domanda è subito sul vantaggio dell’indagare su di sé. Povero Socrate che ha cercato di insegnarci il ‘conosci te stesso’! -Tranquillo, Socrate se la cavava benissimo. Io sarei più preoccupato per noi, uomini della contemporaneità smarriti e addormentati. -Però molti ti direbbero che vivere senza pensare sarebbe come essere dei vegetali. -È ovvio che si deve usare il pensiero nella vita ordinaria e non è necessario spiegare il perché. Ma per ciò che riguarda la conoscenza di sé la via della meditazione e della consapevolezza è l’unica che può condurci alla meta. -E una volta che hai conosciuto te stesso cosa ti accade? -Provaci e vedrai da solo! Coloro che sono giunti alla meta sono chiamati i Risvegliati. Già questo dovrebbe suggerirti qualcosa. -Ti risvegli dal sogno della mente? -Certo, è uscire dalla meccanicità per vivere nella libertà come esseri umani completi, per la prima volta. -Capisco che qui il discorso sarebbe lungo. Allora vediamo da dove si può cominciare per meditare. -Al di là delle diverse tecniche, che puoi comunque sperimentare, andiamo subito all’essenziale: devi disporti in un atteggiamento di ascolto e di massima vigilanza e osservare con distacco finché la mente comincerà ad acquietarsi e la folla dei pensieri a diradarsi. Allora la consapevolezza si farà più nitida. Il resto verrà da sé con il tempo. È un cammino nell’introspezione che richiede impegno, serietà e costanza. La cosa più difficile è non cercare un risultato, non aspettarsi nulla, perché questo, prefigurando col pensiero un futuro, farà perdere subito la coscienza del presente. -Un ultimo dubbio. Noi abbiamo ragionato a lungo e quindi abbiamo utilizzato la mente pensante che, se ho capito bene, è il principale ostacolo quando vogliamo meditare. -L’intelletto va usato come un trampolino verso la meditazione. Il pensiero deve arrivare ai suoi limiti perché possa aprirsi lo spazio della presenza consapevole. Dopo la parola il silenzio, dopo il concetto la chiarezza del puro vedere. 1 ottobre 2023
Furono Luna Bianca e Occhio di Falco, due giovani indiani della tribù Wakepa, nel turbine di eventi scritti nel destino, i testimoni del Grande Cambiamento. La prateria si estendeva sterminata allo sguardo che spaziava libero percorrendo i sentieri del sogno. Non c’era barriera a tracciare i confini di quel grandioso mondo degli umani se non l’orizzonte, soglia dell’infinito. La vita di giorno brulicava intensa tra il villaggio e la caccia al bisonte. La notte poi stendeva un manto di stelle mentre un coyote ululava in lontananza e la quiete scendeva col fruscio dell’erba a riscaldare i cuori e invitare al silenzio. Intorno al fuoco si raccontavano storie. Era il momento più bello per i giovani incantati dai racconti dei grandi vecchi che dispensavano parole di saggezza. Così rimaneva viva la lunga tradizione di un mondo compiuto e fiero di sé. I giovani Wakepa ascoltavano gli anziani e con i loro racconti tempravano l’anima volando sulle ali delle più ardite visioni. Le parole dei saggi erano profonde, un’iniziazione al vivere nel mondo. Anche Occhio di Falco veniva istruito con le storie e i valori della comunità. E ascoltava con tutto sé stesso: La Creazione è il mistero più grande. L’uomo è solamente una parte del tutto, non è stato creato per dominare la terra, ma per amministrarla e proteggerla. Nascere uomo sulla terra è un dono e insieme un compito sacro che impone di prendersi cura di tutte le creature. Il vero guerriero non é chi combatte, perché nessuno ha il diritto di uccidere, ma è chi si sacrifica per il bene degli altri. Non è come si nasce, ma come si muore che rivela a quale popolo si appartiene. La donna è sacra e va sempre rispettata perché dà la vita e nutre e insegna… È così che il giovane diventava uomo. Anche Luna Bianca veniva istruita con le storie e i valori della comunità. E ascoltava con tutta sé stessa: Al risveglio mattutino ringrazia il tuo Dio per la luce dell’aurora e per essere viva, c’è sempre un motivo per una preghiera. Sii grata di vivere nella tua terra nativa così meravigliosa e sovrabbondante. Non criticare o deridere un tuo simile per le sue credenze se sono diverse, rispetta gli altri e sarai sempre rispettata. Tu che possiedi il giorno fallo più bello con tutti i colori del tuo arcobaleno e prega il Grande Spirito perché conservi il tuo popolo e dia prosperità e pace… È così che la giovane diventava donna. Ma nessuna realtà può durare in eterno, il destino doveva irrompere sulle pianure a distruggere per sempre quel mondo. Venne il fatidico giorno del Cambiamento. Dall’alto della collina i due giovani Wakepa videro molti uomini bianchi al lavoro su una lunga e minacciosa strada di ferro. La ferrovia veniva a segnare i confini, a dividere il mondo, a portare la guerra, a sconvolgere, riscrivere e cancellare tutta la storia di un popolo glorioso. Furono Luna Bianca e Occhio di Falco i testimoni sgomenti di quella catastrofe. Ma mentre intorno a loro tutto crollava le parole dei saggi ancora risuonavano a lenire il dolore e a mantenere vive la memoria e la cultura di un popolo: Cos’è la vita? È la scintilla di una lucciola nella notte È lo sbuffare di un bisonte nell’inverno È la breve ombra che scorre sull’erba e si perde nel sole del tramonto 28 settembre 2023
Se sei spontaneo non hai bisogno di regole. Norme e divieti sono per coloro che non sanno agire confidando in sé stessi e nella propria autonomia. Nella spontaneità c’è l’intuizione di ciò che va fatto, la percezione immediata dell’azione giusta e armoniosa. Un sentire profondo traccia la via superando ogni regola, non però come un agire istintivo che asseconda l’impulso, ma come limpida coscienza che si traduce in volontà. Nella risposta immediata non illuminata dall’attenzione si può confondere la spontaneità con la rozza reazione. Il gesto dettato dai meccanismi di autodifesa e aggressività è in gran parte inconscio e cieco, divisivo e distruttivo. Seguire le regole in modo rigido può rendere chiusi e intolleranti: nell’eccesso di zelo non si vedono più le persone reali, la libertà altrui è vista come un pericolo per le proprie certezze. Nella consapevolezza che vede e abbraccia l’intera situazione si manifesta invece il principio dell’unità di tutti e di tutto, valore che è anche il fondamento dell’autentica libertà fatta di responsabilità, saggezza e personale autonomia. Possiamo certo ascoltare una voce esterna che ci istruisce, ma alla fine la guida esteriore deve farsi intuizione interiore, deve accordarsi con quello che profondamente sentiamo. Spontaneità vuol dire essere capaci di comunicare con gli altri senza costruire un sé fittizio che è l’ennesima maschera dell’ego, è ciò che permette di giocare con la vita e le esperienze senza imporre l’idea di come gli altri e la vita dovrebbero essere. Osservando la bellezza della natura, dell’arte, della poesia vediamo una genuina creatività che non ha bisogno di regole e perciò è sempre nuova, fresca, imprevedibile e sorprendente. Questo può accadere anche nei momenti della vita d’ogni giorno, nei gesti e nelle parole, nelle domande, nei sentimenti e negli sguardi. Se impariamo quest’arte non abbiamo bisogno di nessun istruttore, diventiamo maestri di noi stessi e creiamo le regole del gioco della vita. La norma comune può avere solo una funzione provvisoria e preparatoria, poi viene lasciata da parte per una libertà nuova e un superiore sentire, nell’apertura ad uno spazio di creatività profondamente umano. Allora siamo a nostro agio ovunque e in ogni situazione, ci muoviamo e comunichiamo in modo semplice e naturale, costruiamo le relazioni insieme agli altri senza imporre dogmi, impariamo a fluire con la vita e con la verità del momento. Perché in ogni cosa possiamo scoprire una profonda saggezza che è la naturalezza dell’essere nella sua primeva espressione, realtà che solo la nostra spontaneità ci permette di riconoscere. 29 ottobre 2022
Quando vedesti la dea nelle acque del fiume fosti pervaso da una grande meraviglia, Atteone. La contemplazione di quella innocente nudità fu lo svelarsi del Vero che si offre solo agli occhi di chi ha saputo affrontare un periglioso cammino di ricerca. Non fu l’intelletto a condurti a quell’ultima meta, perché la ragione può portarti al limite del pensare, poi solo un furore eroico può aiutarti ad andare oltre entrando nell’ignoto con la volontà unita al sentimento. Eri un cacciatore ardito e abile nel conquistare la preda, ma accadde quel giorno che ti addentrasti nella selva e andasti incontro ad un paradossale destino: diventare tu stesso preda della divinità della natura che la caccia conosce per innata ed eterna sapienza e non perdona ai mortali di superare la linea di fuoco che separa il mondo superiore dalla realtà umana. Ti aggirasti in labirinti e luoghi sconosciuti di quel bosco come quando si vaga nei meandri oscuri dell’intelletto, senza sapere cosa avresti trovato in quella natura vergine. Un profondo e inesplicabile impulso ti guidò alla pura fonte dove la dea Artemide circondata dalle sue ninfe si bagnava, luogo di verità che raramente allo sguardo mortale si concede, disvelamento del Vero in un’ineffabile visione del Bello in sé. La sapienza divina è una trappola mortale per l’ego, toccarne la soglia comporta l’estinzione dell’individualità, è immergersi nel tutto per scomparire e diventare quel Tutto che è sorgente creativa e manifestazione di ogni cosa. In quella contemplazione moristi e rinascesti, Atteone, e non ci fu mai fine più bella e gloriosa per un uomo, con lo sguardo della dea che diventava bacio mortale, veleno per il tuo io ed elisir di rinascita a nuova vita. Contemplare la natura e coglierne la segreta essenza è abbattere quella barriera che ci separa da essa, diventando la natura stessa con la sua forza dirompente, nell’impareggiabile bellezza della sua segreta anima. Può capitare che ci catturi l’amore per una realtà più alta fino al punto di dimenticare noi stessi e diventare quella, ma tale esperienza richiede di pagare un alto prezzo. La condanna per te, Atteone, fu di trasformarti in cervo per essere alla fine cacciato e divorato dai mastini, figli della natura madre crudele e innocente a un tempo. Ma solo così ti fu dato di poter trascendere te stesso, trasmutandoti da uomo mortale in sapienza divina. Il filosofo Giordano Bruno ci ha aiutato a comprendere la tua storia di appassionata ricerca dell’inviolato Vero. Quella era anche la sua storia, votata all’eros platonico, percorsa da un anelito di verità senza fughe e compromessi. Con l’animo del cacciatore che procede audace e impavido Bruno ci ha mostrato che si può combattere per ciò che vale anche quando il prezzo di quell’impresa è il più estremo. Non poterono le fiamme del rogo estinguere il fuoco dell’eros, la forza di quella passione che ci eleva alle vette più alte, dove ogni parola è insufficiente a descrivere la Luce in sé. Le ceneri alla fine si disperdono e scompaiono nel nulla, come accade a tutto ciò che non è destinato a durare. Il fuoco filosofico invece arde in eterno ad illuminare la via per chi, nella ricerca del Vero, non teme di perdere sé stesso. 31 ottobre 2022
L’uno non sarebbe l’uno se non ci fosse anche il due. Una realtà si definisce solo se c’è la possibilità di un rapporto. Se immaginiamo l’uno come un punto dobbiamo pensarlo inesteso, né disco né sfera, perciò una realtà priva di qualsivoglia grandezza, un concetto contraddittorio se riferito al mondo concreto dei sensi. L’uno è un ente reale solo quando viene immaginato in una spazialità, dove è concepibile una differenza che ne stabilisce posizione e confini. Solo quando il primo numero si rapporta e si distingue da un secondo si determina una prima distanza tra diversi, uno spazio degli eventi, un luogo dove qualcosa può accadere nel movimento tra opposti. Dalla prima dualità seguiranno poi altri numeri e grandezze, calcoli e operazioni di moltiplicazione e divisione, all’infinito. Questo è il principio della polarità che vediamo in azione nel mondo, da cui si generano tutti i fenomeni in una variazione inesauribile. Osservando il gioco degli opposti che ovunque si manifesta, tenendo presente che la radice di ogni cosa è l’unità originaria, capiamo però che nella separazione tra opposti c’è un problema: la dualità implica frammentazione, limitazione, parzialità e non verità. Nulla di ciò che è incompleto può avere forza, bellezza e autonomia, nessuna parte può rappresentare il senso dell’intero cui appartiene. Una realtà viene ad essere solo grazie alla presenza del suo opposto: se c’è il vero è perché l’esistenza del falso glielo permette e viceversa, Ciò significa anche che le istanze in opposizione sono un’unica cosa, un intero che nella dicotomia dualistica si mette in movimento e si articola, ma che solo in apparenza si sdoppia in fenomeni dai caratteri incompatibili. Ogni coppia di opposti inoltre può sempre produrre una realtà nuova. I due poli di una batteria si respingono, si oppongono e si combattono, ma al tempo stesso concorrono al fenomeno della corrente elettrica. Non potendo esistere e operare indipendentemente l’uno dall’altro gli opposti devono comporsi in un accordo più profondo e dialettico, dando vita ad una realtà che non era prima in essi contenuta, sintesi e trascendimento delle limitazioni di entrambe le parti. Gli antichi definivano ‘diabolico’ tutto ciò che divide e separa, ma sapevano che il principio diadico della suddivisione moltiplica, svolge e mette in movimento la primitiva unità che altrimenti rimarrebbe statica e chiusa in sé stessa. Il negativo e il positivo sono realtà interdipendenti, due approcci e due modi diversi di osservare le cose, entrambi necessari perché sia colta la verità del reale. Da tutto questo discende anche il nostro compito di uomini: cercare l’unità che si nasconde in tutto ciò che accade. Collegare, riconciliare, rimettere insieme le realtà separate è qualcosa che può essere fatto solo dalla coscienza umana. Trovare l’unità dietro l’apparente divisione è un mettere ordine sia fuori sia dentro di noi per dare senso al nostro vivere, è un passare dal caos al cosmo, un vero atto di creazione. Il mondo della dualità va conosciuto in ogni suo aspetto, perché può essere trasceso solo ciò che è stato vissuto. Poi deve essere intrapreso il cammino per superare la polarità che sempre inganna e vela la comprensione dell’intero. Qui possiamo tornare ancora una volta all’antica sapienza greca riprendendo il famoso enigma che la Sfinge pone ad Edipo, mito che simbolicamente descrive il percorso di vita dell’uomo. Ogni individuo vive tre età che sono altrettanti livelli di coscienza: l’essere umano costituito dapprima dai quattro elementi come corpo diventa poi conscio del mondo della dualità usando il suo intelletto per ricomporre tutta la sua realtà in unità consapevole come spirito. L’uomo saggio muove sempre alla riconquista dell’intero, non essendo più ingannato dal divenire delle cose nel mondo. Il frammento individuale ha compreso il gioco degli opposti, ne vede la bellezza, la complessità e il profondo significato, ha capito il senso del proprio vivere e il cammino che lo aspetta, ora sa come ritornare all’unità che tutto abbraccia e trascende. 3 novembre 2022
Nato dalla materia informe della natura, plasmato dall’intelligenza di un padre demiurgo venivi alla luce come un semplice burattino ansioso di conoscere il mondo e i suoi segreti. Ogni essere umano è dotato della visione dell’occhio interiore che conduce alla sapienza, ma il primo sguardo non cade mai su sé stessi. Il mondo è troppo bello, vario, ricco di sorprese e da ciò l’irrefrenabile desiderio di percorrerlo facendo esperienze, incontrando cose e persone. La vera conoscenza di sé arriva solo più tardi, culmine di una ricerca che prima indaga la realtà per poi giungere alla scoperta dell’io perduto. Il cammino è lungo e difficile, pieno di ostacoli, segnato da continue cadute, morti e rinascite. È il percorso della coscienza individuale che conduce dall’essere meccanico all’uomo e non sempre è coronato da successo. Fu quindi l’esperienza del mondo materiale la prima forma di coscienza del tuo io. Correvi qua e là come burattino scatenato, innamorato della vita e incurante del domani. Tra entusiasmi infantili, ingenuità ed errori venivi a conoscere la verità del mondo, con le sue gioie e dolori, rivelazioni e divieti. L’uomo-burattino non è ancora padrone di sé, si muove dominato dagli impulsi e dalle emozioni, vive nell’attimo senza una meta o un progetto. È il momento esaltante di una libertà immatura che deve essere ancora forgiata dalle esperienze. La vera libertà potrà essere col tempo conquistata, ma solo nella piena coscienza e ad alto prezzo. Le vicende della tua storia furono tante e strane, sarebbe lungo e inutile raccontarne i particolari perché in fondo esse ricalcano quelle di tutti noi e alla fine ciò che conta è la meta di quel viaggio. Le tue mutazioni interiori si rivestivano di forme, entità reali o immaginarie, oniriche o fiabesche. Ecco la fata dal colore turchino, la tua anima pura, che amorevole doveva attendere mille accadimenti prima che tu potessi intendere le sue parole di saggezza. Nelle vesti di un molesto insetto ecco invece la tua ragione, pronta a redarguire, indifferente alla tua gioia di vivere, impegnata a ricondurti all’ordine per vivere nel timore. Poi le emozioni, le sensazioni, i desideri e i sogni, troppo volubili e ingannevoli per ascoltarne i consigli. Nel travestimento di astuti felini le passioni ti traviavano, ti portavano a vedere i bassifondi delle relazioni umane, ti mostravano le insidiose trappole e le miserie del mondo. Ma questo era al tempo stesso un’importante lezione di vita: qualcosa può farci del male solo se noi glielo permettiamo rimanendo succubi del groviglio di passioni scomposte. E intanto avveniva che le incolte e acerbe emozioni pian piano diventassero profondi e maturi sentimenti. Fu poi un inafferrabile, intrigante essere luciferino a muovere in te le brame che più ci allontanano dall’anima. Ti trovasti in un paese luccicante che offriva infiniti piaceri oltre ogni regola freno e misura, la più tremenda non libertà che solo la schiavitù del corpo può insegnarci con dolore. Alla fine eri precipitato nello stato di incoscienza animale che non è mai la via di chi aspira a diventare uomo. Toccato il fondo rimaneva solo l’annichilimento o la risalita e qui un primo barlume di coscienza ti preparava al risveglio. Riemergendo dal buio degli inferi tornavi di nuovo alla luce in un’ultima rinascita frutto della volontà ormai consapevole: nel ventre del grande pesce incontravi morte e vita insieme, tornando rigenerato come figliol prodigo dal padre in attesa. L’anima redenta gettava un nuovo sguardo sul mondo mentre la tua vecchia identità cadeva a pezzi nella polvere. Tu uomo liberato dall’abito meccanico, non più folle burattino, figlio di una seconda nascita in una realtà spirituale superiore, cominciavi un nuovo e più consapevole viaggio nel mondo. La tua storia Pinocchio non è che la storia di ciascuno di noi, simbolo universale del percorso di vita oltre la meccanicità che fa nascere sulle spoglie di un burattino abbandonato lo spirito libero dell’uomo che ha riconquistato sé stesso. 9 novembre 2022
Ricordo quel giorno nell’agorà quando incontrai per la prima volta quell’uomo singolare e inafferrabile che si chiamava Socrate. Quello che vidi mentre parlava fitto con alcuni interlocutori che si erano raccolti curiosi e interessati intorno a lui fu che non giudicava nessuno, non pronunciava sentenze, non si atteggiava a maestro dispensatore di dottrine e verità, a differenza di molti retori della Sofistica che giravano in Atene. Socrate poneva una pungente domanda e invitava a rispondere senza imporre una conclusione già pronta e predestinata, perché lui stesso con passione prendeva parte alla ricerca. È difficile spiegare come il suo dialogare suonasse nuovo e quale senso di libertà e fiducia quella situazione ispirasse. Io mi ero avvicinato pieno di timori a quell’uomo misterioso che molti descrivevano come un sofista abile e ingannatore. Ne vedevo la forza dirompente, l’intelligenza pronta e l’ironia sottile, ma questo all’inizio mi dava un senso di disagio e spaesamento, mi costringeva ad uscire dal rassicurante orticello delle certezze nel quale conservavo con cura i valori coltivati dalla comunità. Fu frequentando quell’uomo più volte che cominciai a capire che per conoscere davvero una persona devi lasciare da parte i tuoi pregiudizi, le tue paure e quello che gli altri ti hanno raccontato. Vale per ogni realtà ed esperienza che per comprendere a fondo devi avvicinarti a ciò che osservi con occhio puro e mente libera, altrimenti incontri solo il groviglio delle tue incrostate convinzioni. Imparavo poi che non si deve mai temere il confronto con gli altri, perché solo dal ragionare in comune può scaturire una verità più alta. E se qualcuno controbatte la tua opinione in modo fermo e puntuale devi solo rallegrarti perché vuol dire che lui ti sta davvero ascoltando, ti offre il suo tempo e la sua intelligenza, entra in gioco con te nell’agone. Non sono mai diventato un discepolo di Socrate eppure lo sono lo stesso. Lui mi ha insegnato una cosa fondamentale che porterò sempre con me: la capacità di ragionare insieme senza giudicare l’altro. Certo noi formuliamo dei giudizi ogni volta che affermiamo qualcosa, ci esprimiamo su ciò che ci sembra buono o cattivo, giusto o sbagliato. Ma se una persona per addolcire il latte usa il sale invece del miele e noi le diciamo che sbaglia stiamo solo constatando un fatto oggettivo, stiamo giudicando errata l’azione, non la persona che la compie. È una lezione importante per chi voglia costruire relazioni umane non distorte da presunzione, violenza e denigrazione degli altri. Socrate poteva utilizzare l’ironia per far capire meglio un concetto, per sdrammatizzare un fatto, per porre all’attenzione un problema, ma non disprezzava nessuno e ascoltava tutti senza giudicare, accogliendo l’ingenuità, la contraddizione e l’ignoranza altrui, con l’idea che tutti siamo più o meno ignoranti e irragionevoli. La sapienza è solo del dio – diceva -, a noi rimane di costruire un sapere tutto umano, coscienti di avere dei limiti non superabili. Dobbiamo tuttavia dedicare ogni energia alla ricerca del vero, perché la nostra vita possa essere degna di essere vissuta. Parlando con Socrate ti sentivi sciolto dai pesanti ceppi del giudizio e imparavi a tua volta a rispettare gli altri in tutte le loro espressioni. È importante che la relazione sia orizzontale, che non ci siano maestri che salgono in cattedra e discepoli che sono solo schiavi indottrinati. Sono l’amicizia, la comunanza, la partecipazione ad un progetto comune le chiavi di uno arricchimento reciproco senza paura e sottomissione. Pensare che alla fine non c’è chi ha ragione e chi ha torto in assoluto è liberatorio, permette di accogliere e apprezzare ogni modo di essere, previene di diventare i carcerieri del pensiero di chi discorda da noi. Socrate mi insegnò queste cose senza che mai gli rivolgessi la parola. Mi limitavo ad ascoltare e per timidezza mi nascondevo nel gruppo, ma intanto imparavo da discorsi e situazioni e cambiavo interiormente. Tante mie granitiche certezze cadevano come un castello di carte, ma non c’era afflizione, al contrario provavo un entusiasmo nuovo, la sensazione di essere libero di esplorare ogni aspetto della vita senza dottrine, tavole della legge, divieti e guardiani della verità. Ho imparato così tante cose che è come aver vissuto più vite. Qui posso parlare solo per brevi cenni di alcuni lampi di intuizione che conservo nello scrigno prezioso della memoria: La lezione arriva a te solo se sei pronto a riceverla con cuore aperto, mente curiosa e desiderio di vivere per la verità. Insegnare e imparare procedono sempre insieme, perché alla fine tutti siamo maestri e discepoli allo stesso tempo. Se una parola è parola di verità non conta chi la pronuncia. Il dialogo è ponte fra diversità e incontro dei portatori di pace. Tutti cambiamo le vite degli altri con le parole, spesso senza saperlo. Intelligenza è giudicare le idee, non le persone che le manifestano. Saggezza è arrendersi a ciò che è vero, senza aggrapparsi al conosciuto. Sapienza è sapere che il non sapere è il primo passo per sapere. 11 novembre 2022
Abbiamo smarrito la parola che sa dire l’essere. Fu il Mito a offrire alla Filosofia il suo primo linguaggio, fornendo un ricco mondo di immagini, storie e simboli. Da lì la nascita del logos filosofico che indagava l’essere mantenendo in stretto rapporto la parola e l’esistenza. Per gli antichi era naturale che la verità fosse raccontata, la parola era sempre pregnante, viva, legata alla realtà. Mythos era dunque il racconto che rivelava l’essere, come nella tragedia, rito collettivo che metteva in scena le storie, i simboli e i valori ancestrali dell’identità ellenica. L’uomo antico non separava pensare ed essere, il suo era un pensiero concreto, ricco di immagini, la parola era costitutiva della realtà, era sostanza. Oggi invece il dualismo che informa il nostro pensiero ci dà una parola impoverita e staccata dalla vita, un logos vuoto, incapace di dire l’essere delle cose. La pregnanza della comunicazione degli antichi incarnava l’idea di un logos che non è solo concetto. Nel mondo mitico e filosofico la parola era la cosa, non era ancora diventata semplice strumento del fare, recava con sé tutto un mondo di intuizioni e rivelazioni, una sacralità e una pienezza che ne fondavano la verità. Oggi invece diamo valore alla fredda parola che descrive, vogliamo definire ogni cosa con l’esattezza del calcolo e così rendiamo l’essere e il pensare momenti separati, con l’esistenza sottomessa agli schemi della ragione e un linguaggio che ha dimenticato la via dell’essere. Parmenide dà inizio a una nuova filosofia che si impernia sull’éinai, l’essere inteso come l’atto assoluto di esistere. C’è un’ “ingenuità” che ancora non divide essere e pensare, L’éinai è un fatto assolutamente evidente e necessario, che si impone alla ragione come pienezza dell’esistere. La sola via valida è dunque quella che afferma l’essere, non avendo il non essere e la doxa alcuna credibilità. Nel suo Poema Parmenide ricorre al linguaggio mitico, ma la sostanza delle sue parole è puramente filosofica. Dominano figure femminili di cavalle, fanciulle e deità, simboli di palingenesi e rinascita, di iniziazione al vero. Anche la verità è femminile, è il non nascondersi dell’essere, lo svelarsi a colui che con animo ha intrapreso il viaggio. È un cammino verso la luce raccontato nei termini del mito, nella forma comunicativa che gli antichi sentivano naturale. Tuttavia l’essere non può esser visto in quanto tale. Pur offrendosi come il fatto più ovvio, certo e innegabile si nasconde, si offre, si sottrae e si mostra in un gioco infinito di segni, indizi, sensazioni e percezioni dove tutto è reale e al tempo stesso è solo apparenza seducente e ingannevole. Tocca alla ragione vedere in quella complessità oltre il velo ciò che è comune a tutto e rimane stabile oltre le apparenze, ciò che è sempre presente in ogni movimento del pensiero. Qualcosa lega in una trama essenziale le innumerevoli forme continuamente cangianti allo sguardo che vede solo il divenire. È l’atto immediato e assoluto con cui l’essere a noi si rivela. Quello è il principio ingenerato, imperituro, perfetto e compiuto, l’éinai che la parola umana cerca sempre di dire e raccontare con un linguaggio che oltrepassi la mera funzione di strumento e si faccia capace di catturare la realtà ultima di ciò che è. 12 novembre 2022
Amor fati. Posso amare il mio destino? Posso accettare semplicemente ciò che è? Posso vivere pensando che quello che accade è stato da me voluto e desiderato e creato, vedendo in me stesso l’autore dell’opera? In un suo celebre aforisma Friedrich Nietzsche riprende un problema profondo e inquietante che definisce come il più abissale dei pensieri: la concezione del tempo degli antichi Stoici, conosciuta come ‘eterno ritorno dell’uguale’. Nella visione panteistica stoica il Logos-Dio si manifesta infinite volte come mondo, ma ritornando sempre uguale a sé stesso perché essendo perfetto non può mutare. Non una foglia o un granello di polvere potranno mai esistere in un modo diverso da come è da sempre nell’eterno Logos. E così anche l’uomo e la storia e gli eventi dovranno necessariamente ripetersi uguali in ogni nuova manifestazione del divino, nel ciclo cosmico di creazione e distruzione, senza possibilità di variazioni o capricci del caso. È la verità, scrive Nietzsche, che un demone, strisciando furtivo nella notte, rivela all’uomo come il segreto più grande e tremendo. Tutto ritorna e anche questo attimo tornerà, nel medesimo modo e in ogni minimo dettaglio, nella ruota del tempo che gira senza fine. Un fato implacabile governa un cosmo dominato dalla necessità e dalla legge dell’ordine e nulla potrà mai cambiare questo stato di cose. L’annuncio del demone toglie per sempre la pace, è come aver aperto un vaso di Pandora e aver svelato il volto più tragico della vita. Se tutto si ripete in circolo non c’è più uno scopo, non essendoci più direzione scompare ogni senso. Il nulla che ci sta di fronte preclude ogni possibilità e con essa la nostra singolarità e autonomia. Le parole del demone diventano per l’umanità una irrimediabile, nichilistica condanna finale, un mortale colpo ai miti di libertà e progresso. Ma questa rivelazione che turba e sconvolge per Nietzsche deve diventare l’occasione per la nascita di un uomo nuovo sulla terra. Proprio il momento della più cupa tragedia può essere la prima luce dell’alba di un risveglio. Con un rovesciamento di prospettiva sulla vita l’uomo deve arrivare a trascendere sé stesso, nella metamorfosi da uomo a oltreuomo. Dalla sconvolgente visione del nulla incombente si può trarre il coraggio per un salto di coscienza, assumendo la totale responsabilità del proprio destino, perché non c’è nessun dio o fato a dirigere il mondo, nessuna ragione superiore determina la nostra vita. Ciò che viviamo è frutto solo della nostra volontà che lotta nel mondo con l’innocenza del divenire. Di fronte alla mancanza di significato delle cose dobbiamo diventare noi stesso i creatori di senso, uomini di un nuovo sentire che incarna l’amor fati: vivere l’attimo nella massima pienezza e gioia; dire di sì alla vita accettando tutto ciò che viene; accogliere il bene e il male con forza e fierezza; amare il destino di cui noi stessi siamo creatori; rendere eterno l’attimo con il fiat lux della volontà; vincere la tragedia del vivere con il riso del liberato. L’Amor fati getta una luce sull’enigma dell’esistenza. Distrutte le certezze delle morali e della scienza, abbattuto il mito di una divinità che regge il mondo, rimane sulla scena un superuomo che crea, vuole, abbraccia il suo destino in modo incondizionato. Ed è il riso che accompagna la gioiosa accettazione di ciò che è. Un cammino senza fine nell’eterno ora. 16 novembre 2022