Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Con quel gesto rovesciò il banco e la mia vita. L’Uomo della Provvidenza apparve in un lampo e nulla fu per me quello che era prima. Gli affari nel tempio andavano a gonfie vele, il mio banco di cambiavalute era affollato, era frequentato da una moltitudine di persone spinte dal bisogno o dalla brama di lucro. Non mi ero mai domandato se fosse giusto portare in un luogo sacro la più profana delle arti, lo scambio di denaro per l’utile e il guadagno. Il tempio era diventato un chiassoso mercato, ma la consuetudine ci toglieva ogni scrupolo. Poi comparve all’improvviso quello Sconosciuto. Con furia rovesciò le nostre bancarelle di mercanti, liberò gli animali in gabbia, gettò bilance e monete, spazzò via tutto quel mondo come una tempesta. Eravamo sorpresi e arrabbiati con lo Straniero, il suo ci appariva un gesto violento di aggressione nei confronti di noi onesti e incolpevoli venditori. Ma nella confusione generale guardai quell’Uomo, nei suoi occhi non leggevo rabbia e indignazione, vedevo solo un sacro fuoco di passione e giustizia esprimersi in un gesto radicale e definitivo. Mentre la gente intorno rumoreggiava e inveiva io guardavo le mie monete cadute sul pavimento e per la prima volta le vidi per quello che erano: simboli illusori di un potere e una felicità terreni, falsi idoli di possesso del mondo materiale. Le colonne del tempio ora mi incutevano timore, le immagini sacre mi parlavano un’altra lingua. Io frequentatore del tempio per i miei affari sentivo di aver tradito la sacralità di quel luogo prostituendo per denaro la mia fede religiosa. Quando si è pronti tutto può cambiare in un attimo e forse la mia coscienza era preparata al salto. Fu la forza di quella Presenza a trasformarmi, bastò incrociare per un attimo il Suo sguardo per capire quello che ancora mi mancava. Non sapevo allora che si chiamasse Gesù quello Straniero apparso nel nostro mondo a salvare un’umanità dimentica di sé.
Oggi comprendo che il suo fu un atto d’amore per noi che non avremmo capito in altro modo. In quel gesto estremo c’era un insegnamento: Non sono le cose materiali che contano, non il denaro, l’utile e l’interesse privato. Siamo nel mondo per qualcosa di più alto, per vivere in modo generoso e autentico. Siamo anime in cammino per la salvezza, non c’è cosa più importante di questa. Aiutarsi a vicenda è giusto e necessario, nessun uomo è un’isola, siamo tutti fratelli. Dobbiamo rispettare la sacralità del tempio, ma ricordare che anche il mondo degli uomini, la natura e tutti gli esseri viventi del Creato sono da venerare come un tempio sacro.
Sì, Gesù mi insegnò una cosa molto importante: trasformare la mia esistenza in una preghiera. Da allora entro nel tempio e prego a capo chino. Sono ancora un mercante, ora vendo pane e farina, la gente viene a comprarli nella piazza del paese. Ma adesso guardo agli altri in modo nuovo, vedo la persona prima della cosa che mi chiede. E a volte mi capita di offrire a uno sconosciuto ciò di cui ha bisogno, senza chiedere nulla in cambio. Questa è per me la religione più vera e più grande, ringrazio Gesù per questo amore che mi ha insegnato.
Se stai ascoltando le mie parole, ti prego, ricorda: non farti ingannare dalle apparenze, vai sempre a fondo, non fermarti al gesto esteriore, alla superficie dei fatti, guarda sempre il fuoco interiore che li muove. E accogli con benevolenza chiunque ti si avvicini, non puoi mai sapere chi è davvero quello Sconosciuto. 28 aprile 2024
Dal Tao-Te-Ching di Lao Tzu: Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao, il nome che si può pronunciare non è l’eterno nome
Nel famoso incipit del Tao Te Ching troviamo il paradosso di ogni verità, la contraddizione di ogni ricercatore: se la vita scorre libera nel momento come rinchiuderla dentro le parole che sono rigide e approssimative? Vogliamo comunicare un’esperienza per renderne partecipi gli altri, ma alla fine ci dobbiamo arrendere: la verità non si può catturare né esprimere nel linguaggio umano, perché non è idea, concetto o ragione, non immagine, calcolo o definizione. La verità è uno stato dell’essere, qualcosa che può essere vissuto, non però raccontato e trasmesso.
È ciò che accade per ogni esperienza che vogliamo comunicare: La vista sublime del cielo stellato La profondità di un sentimento Il mistero di una creazione artistica Il colore delicato di un filo d’erba Il volo maestoso di un pellicano Il profumo intenso di un gelsomino Il sapore di una memoria cara Il calore di un’antica amicizia… Non c’è limite ultimo per il possibile, i colori del mondo sono infiniti, le esperienze uniche e irripetibili. Il pensiero logico e meccanico non riesce a contenere la vita che è sempre aperta, libera e folle. L’ossessione di dare un significato è la malattia della mente immatura. Qual è il significato del cielo stellato? Qual è il significato di un gelsomino? Se cerchiamo di dare una risposta il tentativo cade inane su se stesso. Vivere il rapporto con una cosa è già tutto il suo significato, è sentire di quell’unicità l’essenza, la bellezza e il mistero che racchiude. Noi stessi in fondo siamo un mistero: come spiegare la nostra esistenza? Quale ragione può dimostrarla? Quale parola può dire il significato? Quale libro può darci la risposta?
Leggiamo il Tao-Te-Ching di Lao Tzu e capiamo che qui le parole mostrano il loro ultimo limite, oltre quelle c’è solo il silenzio. Un silenzio gravido di esperienze, un vuoto interiore vivo e palpitante, un ineffabile stato dell’essere: questo è il canto del Realizzato, voce senza parola e senza suono, gesto che indica, suggerisce e invita. 26 aprile 2024
-Leggo questa frase del Buddha: “Tenersi aggrappati alla rabbia è come tenere in mano un tizzone ardente con l’intento di scagliarlo sugli altri. Ma l’unico che viene bruciato sei tu”. Puoi spiegarmi il significato di queste parole? -È un’esperienza che facciamo tutti: un nostro desiderio viene ostacolato e da lì frustrazione, risentimento e rabbia. Allora siamo pronti a scagliarci contro chiunque passi nei dintorni. Se non siamo persone mature ce la prendiamo con gli altri, facendo le vittime e aggredendo il primo malcapitato. -Già, magari lo accusiamo di averci calpestato l’ombra… -Non è difficile trovare un pretesto per sfogare la propria rabbia all’esterno. È davvero come tenere in mano un tizzone ardente di cui ci vogliamo liberare, un fuoco che però è prodotto da noi e su di noi si ritorcerà. -Non si può spegnere quel fuoco? -Sì, ma non è facile. Bisogna innanzitutto chiedersi: “Di chi è questa rabbia? Perché è sorta dentro di me? E cosa c’entrano gli altri?”. Dobbiamo sempre assumerci la responsabilità di quello che sentiamo e facciamo, giudicare in modo onesto senza fuggire e giustificarci. -È una riflessione su di sé, un percorso di autoconoscenza… -Sì, un passaggio obbligato per chiunque voglia conoscere se stesso. Vale per la rabbia e per qualsiasi altra reazione emotiva. -Ma se la rabbia ti travolge come un’onda e tu non riesci a trattenerla? -Be’, innanzitutto non dobbiamo pensarla come una forza estranea che ci assale e contro cui non possiamo fare niente. Quella è la nostra rabbia, una realtà che ci appartiene, un aspetto del nostro essere. Tocca a noi farcene carico e gestirla. Accettare questa evidenza è solo il primo passo, ma è il più importante. -Però in quel momento, quando la passione si scatena, non si ha la lucidità necessaria per vedere e capire ciò che accade… -Certo, è una pratica da fare per gradi, una meditazione da portare nella quotidianità. E di occasioni ne abbiamo tante, quasi ogni giorno sperimentiamo la rabbia, a vari livelli e in modi diversi. -È vero, la rabbia si può esprimere in forma eclatante, oppure viene repressa e si manifesta come fastidio, insofferenza, critica, disprezzo, insolenza, cinismo, ecc. -Vedo che il lavoro di auto-osservazione per te è già cominciato. Distinguere con finezza le proprie emozioni è fondamentale per dare voce al nostro sentire. È un primo passo per riconoscere un sentimento e dargli un volto. Chi non sa dare un nome alle proprie emozioni è più esposto a passioni scomposte e reazioni inconsulte. -Quindi la rabbia si può trasformare? -Sì, come ogni nostra passione può essere trasmutata. Tieni presente che la rabbia è semplicemente un’energia che ha come scopo la difesa e la sopravvivenza. Nei momenti di pericolo una forte reazione può salvarci la vita. Ma quando oltrepassa il limite, quando è un aggredire determinato dalla frustrazione diventa come un tizzone ardente che può far del male agli altri, ma soprattutto a noi. -È come il fuoco che può servire per scaldarci davanti al camino o può bruciarci la casa… -E così con tutte le energie dell’essere umano. Bisogna saperle usare con cautela e maestria, allora sono al nostro servizio e non contro di noi. -E quando noi reprimiamo la rabbia? -Anche trattenerla e occultarla non serve, prima o poi quell’energia ti brucerà dall’interno o esploderà all’esterno distruggendo gli altri. Devi piuttosto andare alla radice del problema, ai desideri che la alimentano e all’inconsapevolezza che non ti permette di governarla. Se hai capito che è un’energia, allora puoi indirizzarla diversamente, puoi usarla per scopi positivi. -E quindi per trasformarla da dove si comincia? -Dobbiamo renderci conto che riversare la rabbia sugli altri è ingiusto e inutile, che degrada e fa star male noi per primi e che esprimerla in modo inconsapevole fa perpetuare il suo meccanismo. -Perché hai sottolineato con enfasi “in modo inconsapevole”? -Vivere un’emozione in modo consapevole è una cosa completamente diversa. È vedere con chiarezza cosa sta accadendo dentro di noi, in una prospettiva più ampia. Qui si pongono le basi per la trasmutazione. Devi vedere le passioni come espressione della tua parte inconscia, animale, quella guidata dall’istinto di sopravvivenza. Rabbia, gelosia, odio, avidità, ecc. sono meccanismi che riguardano ogni essere umano, tutti noi li conosciamo. Non identificarti con queste passioni, vedi che passano attraverso di te e capisci che non possono essere eliminate, semmai trasformate. Devi fare una sorta di operazione alchemica. -Un’alchimia? La trasformazione del vile piombo in oro? -Sì, se vogliamo rimanere nella metafora. Invece di negare, reprimere o manifestare la rabbia, tienila lì in piena coscienza, osservala come pura energia, lasciala essere, usa il gioco e l’ironia, rilassati e vedi che niente è così importante, nulla deve essere preso troppo sul serio. Trasformare le energie è trasformare te stesso. Naturalmente il “come si fa” devi capirlo tu col tempo, un’intuizione interiore ti deve guidare. Come ogni processo di liberazione non può essere indotto dall’esterno, deve essere fatto autonomamente, in piena coscienza e libertà. -E quando la trasformazione avviene? -Allora la rabbia diventa energia creatrice, luce che illumina i tuoi angoli oscuri invece di alimentare i tuoi mostri interiori. Quell’energia da distruttiva si tramuta in voglia di vivere, gioia di essere, entusiasmo, forza di cambiamento. Col tizzone ardente invece di bruciare gli altri accendi un fuoco in te che è come quello del camino che dona luce e calore. Quando l’energia-rabbia cambia di segno può trasformarsi nei sentimenti più amorevoli: amicizia, cura, comprensione, calore umano. -Dunque il tizzone ardente non si spegne, da energia negativa diventa forza positiva… -Sì, è la stessa energia della vita che ritrova il suo flusso naturale e ora scorre libera. Il tizzone ardente, nella tradizione indiana, esprime l’attaccamento dell’ego al mondo materiale. Se non superi questa illusione rimani intrappolato nelle emozioni negative, quelle al servizio della personalità egoistica, capace solo di possedere e distruggere. Ma quando ti liberi di un’emozione negativa diventa più facile liberarti anche delle altre, perché in fondo il meccanismo che le produce è lo stesso. -E come cambia il tuo rapporto col mondo? -Impari ad accettare che le cose non vanno sempre come vorresti, che tu non sei il centro dell’universo, che anche gli altri sono un groviglio di passioni e desideri e a volte ti tagliano la strada, come tu stesso fai con loro. Uscire dalla prospettiva ristretta dell’io è un grande sollievo, è svegliarsi da un’illusione che crea infelicità. Allora, quando accade, la rabbia non ha più ragione di esistere e lo stesso vale per tutte le altre emozioni negative e disturbanti. -Si diventa quindi uomini perfetti? -No, magari non perfetti, ma profondamente umani sì. Il punto non è cercare una perfezione che sarebbe un vivere monotono e senza colori, ma essere consapevoli di quello che si è e di ciò che si può essere e agire di conseguenza. Conoscere se stessi in fondo non è altro che questo. 24 aprile 2024
Quando la particella comincia a ruotare con il suo moto rapido e vorticoso anche la gemella lontana nello spazio inizia subito l’identico movimento. I due corpuscoli danzano insieme, come riflessi in uno specchio, vivono una misteriosa sincronicità che li unisce in un magnetico abbraccio. Conosciamo da tempo il fenomeno degli elettroni che una volta separati e allontanati a enorme distanza restano ancora in intima connessione muovendosi alla medesima velocità, con uguali polarità, spin e direzione. Chissà se quelle particelle sono due e comunicano oltre lo spazio e il tempo o se è uno stesso elettrone che appare simultaneamente in luoghi diversi. La Fisica quantistica studia eventi che sfidano le leggi della logica. La realtà dell’infinitamente piccolo è un campo di fenomeni paradossali che aprono gli scenari più sconcertanti e arrivano a interrogare noi umani. Troviamo già nelle grandi Sapienze l’analogia tra micro e macrocosmo: “Come in alto così in basso, come in basso così in alto” sentenziano antiche filosofie. Le leggi di risonanza e sincronicità, i principi del ritmo e del mutamento, i legami di attrazione e opposizione governano ogni evento e luogo nella grande danza dell’universo.
Anche noi siamo parte di quel mondo dove tutto è sempre interconnesso e nella sincronia delle relazioni cerchiamo il magnetico abbraccio. Come gli elettroni ci muoviamo creando flussi e campi di energia, costruendo legami e simpatie. È destino di ogni essere umano oscillare tra unione e separazione lottando, cadendo e rinascendo per ritrovare la vitalità e lo slancio. Come quegli atomi microscopici che si combinano in infinite forme anche noi entriamo in risonanza creando infiniti mondi di senso, attraverso l’amore e l’amicizia con il pensiero, l’azione e la parola. Lì c’è tutta l’esperienza dell’umano: nello sguardo la sintonia con l’altro, nei sentimenti il gioco dei contrasti, negli istinti l’attrazione e l’energia, nel gesto la creazione e la cura, nella coscienza la qualità dell’essere. Siamo sempre alla ricerca dell’unità in ogni esperienza del nostro vivere. Quando il sentire travalica i limiti dell’io e riconduce il frammento dissonante allo stato di completezza e armonia il cammino dell’uomo è compiuto. Ciò che nel mondo fisico era meccanico, movimento automatico privo di coscienza, nel mondo umano diviene atto volontario, desiderio, progetto e scelta consapevole. Allora la nostra coscienza si espande e viviamo nell’unità con tutto l’esistente. In quel momento siamo l’anima dell’universo che si ricorda e si risveglia a se stessa. 22 aprile 2024
Oggi nel prato è fiorita l’azalea con colori che spiccano sul verde a rinnovare il miracolo della vita. Guardo i cespugli di porpora e rosa dove un’intelligenza misteriosa lavora a creare nuove combinazioni e armonie. Mi avvicino a un fiore e osservo intento con lo sguardo dell’occhio interiore che penetra oltre le forme apparenti e con il potere dell’immaginazione si trasforma in conoscenza intuitiva. Inizia un viaggio tra realtà e sogno: entro nel cuore del fiore di azalea finché colore e forma scompaiono e mi trovo gettato in un microcosmo che mi porta ai confini dell’essere, nei recessi più intimi della materia. Il viaggio nell’infinitamente piccolo procede veloce e sembra senza fine, nella vertigine di quell’abisso appaiono scenari inconcepibili, un gioco di forze, materia ed energia che si fa sempre più rapido e intenso, finché tutto il conosciuto scompare, tutte le forme e i confini si dissolvono. E scopro che al fondo del vivente si trova solo un puro spazio vuoto. Al di là di molecole e atomi c’è il nulla, non movimento, non forme, non colori, non realtà definibili e comparabili che esistono solo sulla superficie. Il nulla è il fondamento del tutto. L’essere è come un fiume perenne che scorre fra le rive del non essere. Ma quel nulla che sembra un vuoto è una realtà palpitante e possente, è una forza eternamente in atto, una sorgente creativa inesauribile. Non è il niente come mancanza, è semplicemente un “non qualcosa”, l’insondabile essere senza forma che trascende ogni limitazione, non definibile e non oggettivabile, al di là di spazio, tempo e condizione.
Dunque il fiore di azalea è vuoto come ogni esistente nell’universo, vuoto di materia e pieno di vita. A livello esteriore è quella singolarità, unica, individuale e irripetibile, nel profondo non è separato da niente, è fatto della sostanza di ogni cosa. Nel divenire è se stesso e non “altro”, nell’essere è tutto ciò che esiste. La sua natura interiore è spazio immobile, la sua manifestazione è vita pulsante. Le sue radici sono il senza forma, la sua fioritura una festa di colori. Essere e divenire non sono opposti, sono misteriosamente legati fra loro, un’unica realtà che appare in due modi a seconda dello sguardo che la esplora.
Torno indietro al fiore di azalea alla sua forma e ai suoi colori, ne apprezzo l’incanto e l’armonia. Ora so quale mistero racchiude, un infinito è nascosto in quei petali. Ho alla fine imparato come guardare la realtà vivente che mi circonda con occhi aperti e sempre diversi, per amare ciò che mi si presenta, nel suo essere e nel suo divenire. Oggi ho capito il fiorire dell’azalea, ho visto la sua essenza immortale. E mentre guardo la corolla purpurea che delicata fa capolino tra le foglie sento che lo sguardo è ricambiato, so che anche il fiore mi sta guardando. 17 aprile 2024
-È una frase che sento ripetere di continuo: dobbiamo vivere nel presente. Mi sembra ormai diventato un luogo comune, una banalità. Ma poi mi chiedo che cosa voglia dire davvero “vivere nel presente” perché forse non lo so. -Certo, la vita è qui e ora, il presente è la sola cosa che esiste, la “realtà reale” da cui non possiamo fuggire. Il che ci sembra un’ovvietà, perché nessuno può esistere nel passato o nel futuro se non virtualmente, attraverso la memoria o l’immaginazione. -Ma mi chiedo come mai tutti continuano a ripeterlo come un mantra, quando dovrebbe essere una cosa scontata che non ha bisogno di essere rimarcata. Per cui rinnovo la mia domanda: noi viviamo nel presente oppure no? Lo facciamo davvero? Perché comincia a venirmi qualche dubbio… -La tua è una domanda da vero ricercatore. Non dare mai nulla per scontato è la prima regola per chi vuole indagare la realtà. -Ho l’impressione che le cose che sembrano ovvie e banali siano proprio quelle che nascondono una verità che sfugge allo sguardo. -E allora proviamo ad approfondire. Noi siamo convinti che quello che percepiamo nel momento presente sia la realtà vera e indubitabile. E quando i sensi ci ingannano pensiamo di dovere solo migliorare i metodi e gli strumenti di osservazione. Ma noi non vediamo mai la realtà così com’è, perché il vedere è sempre filtrato dalla memoria. A ciò che è visto si sovrappongono l’immagine del passato, le nostre conoscenze, le definizioni, le etichette che applichiamo alle cose. -Non è un fatto naturale paragonare ciò che è visto a ciò che già si conosce? -Capita a tutti ed è un atto spontaneo e immediato. Ma “pensare” la realtà non è la stessa cosa che “vederla” e “viverla” nel momento presente. Se io ti osservo e a quello che sei ora si sovrappone il ricordo di tempo fa quando tu mi hai recato un’offesa, allora non ti sto veramente vedendo, sto guardando un’immagine che ho di te basata sulla memoria, non te in quanto tale, come sei adesso. -Questo mi è chiaro, ma se io ad esempio osservo questo tavolo che è qui di fronte a me e che vedo per la prima volta…? -A questo tavolo che vedi per la prima volta si sovrappone l’immagine nella memoria che corrisponde all’oggetto che chiami “tavolo”, immagine nata dall’esperienza di tutti i tavoli che hai visto precedentemente. È proprio questa pre-conoscenza che ti impedisce di vederlo per quello che è in questo momento, in una percezione pura, libera da ogni immagine, scevra da ogni pregiudizio. È questo che ti preclude di vivere davvero nel presente, nel qui e ora. Ma comunque stai tranquillo, non vale solo per te, è ciò che accade a tutti. -Ma se uno sta vedendo un tavolo davvero per la primissima volta? -Allora la sua percezione è limpida e piena di meraviglia. È quello che tutti noi abbiamo esperito quando da infanti vedevamo le cose in modo innocente e aurorale. Una meraviglia che purtroppo abbiamo dimenticato… -È vero, i bambini vivono nel qui e ora, immersi totalmente nel presente. E così anche gli animali, che sembrano vivere nel tempo dell’adesso, mai preoccupati per il passato o il futuro. Che cosa ci distingue dal mondo animale? -Ci distingue il possesso della ragione e del linguaggio. Qui c’è tutta la nostra gloria di esseri umani e la nostra problematicità. Noi pensiamo di conoscere e dominare la realtà attraverso il linguaggio e il pensiero. Ma le parole indicano quello che per noi è l’oggetto senza mai poterlo cogliere in sé. Non ci rendiamo conto che le parole sono segni, i significanti e non i significati delle cose. L’avrai spesso sentito dire: la parola non è la cosa, come anche l’immagine di una cosa non è la cosa stessa. -Quindi il nostro pensiero è solo una costruzione di immagini separate e distanti dalla realtà. E poiché noi percepiamo la realtà filtrata attraverso il pensiero siamo continuamente distolti dal qui e ora, non siamo davvero nel presente… -Sì, è così e ciascuno lo può constatare di persona se ha la pazienza di condurre un’osservazione approfondita. Alla fine, al di là dell’utilità pratica, il conoscere non può “significare” niente, è solo una costruzione di schemi che cercano di ingabbiare la realtà vivente per possederla. Quelli che noi definiamo “oggetti” sono processi in atto, una realtà in movimento, un diveniente che sempre ci sfugge. Un oggetto non può mai essere definito se non a livello del linguaggio e dell’intelletto. È evidente però che la realtà viva è un’altra cosa che esula totalmente dal pensiero. E che la memoria ne è solo lo smorto simulacro. -Quindi vivere nel presente non è un dato di fatto, non è un punto di partenza o qualcosa di già acquisito, è un esistere che deve essere ancora realizzato. Noi siamo nel presente eppure non siamo nel presente, guardiamo la realtà eppure non vediamo la realtà, perché il filtro della memoria è il passato che si sovrappone e confonde la nostra visione. -Sì, ricordiamo però che per vivere nel presente non c’è bisogno di andare da nessuna parte. Non dobbiamo fare alcuno sforzo per andare da dove siamo adesso al “qui e ora”, andare dal presente al presente è contraddittorio e senza senso. Basta solo il riconoscimento di uno stato dell’essere che c’è già e che è obnubilato dall’ignoranza. Con una continua meditazione dobbiamo togliere il velo, comprendere che percepiamo in modo limitato e condizionato. Mantenendo questa coscienza si può col tempo imparare a vedere le cose con una percezione diretta, lasciando cadere le interpretazioni e le precognizioni che distorcono il vedere. -È come riconquistare lo sguardo perduto dell’infanzia… -Sì, ma in modo consapevole e comunque da persone capaci di comprendere il funzionamento e i limiti della mente. È chiaro che l’intelletto volto all’utile manterrà il suo ruolo e la sua funzione nella vita. Ma non sarà mai lo strumento che ci potrà avvicinare al sacro momento dell’Adesso. -Dunque, in poche parole: se io sono nell’intelletto io non sono qui, non sono ora, non sono nel presente, sono altrove e vivo senza provare meraviglia per ciò che mi circonda. E allora il presente diventa banale e senza significato… -Noi cerchiamo con l’intelletto di afferrare e dare un senso alle cose con definizioni e descrizioni mentre la bellezza ci sta sfuggendo di sotto agli occhi. Le cose sono piene di significato, sono lì di fronte e parlano, ma tutto questo va sentito, va vissuto e integrato in noi. E lo possiamo fare solo se siamo capaci di stare davvero nel presente e vivere la vita intensamente, con grande attenzione, dedizione e consapevolezza. -Mi chiedo ad esempio come facciano a dialogare due persone che non sono mai nel presente, come possano davvero incontrarsi a scambiare se non si vedono, se sono separate da un filtro che fa da barriera… -È chiaro che se si relazionano condizionate dal loro passato lo fanno attraverso immagini fittizie, per la maggior parte obsolete e fallaci. Ma se sono persone intelligenti e coscienti del problema possono fare un cammino di scoperta dell’altro che può trasformarle. Allora vivono nel presente come esseri umani che vogliono essere nel mondo con spirito di verità e in piena libertà. -E immagino che questo valga per la nostra relazione con tutte le cose… -Sì, finché siamo ingabbiati nel pensiero non possiamo assaggiare la vita vera così come è, ci perdiamo in immagini illusorie che ci allontanano dalla “realtà reale”. Comprendere tutto questo è liberatorio e ci restituisce al momento presente per riconoscere la bellezza di tutto ciò che esiste: la natura, gli esseri umani, le relazioni, i sentimenti, l’arte, il divenire e i colori del mondo. Quello che prima era una descrizione della realtà diventa un tuffo nel mistero senza fine che avvolge ogni cosa. -Certo deve essere un cammino lungo e difficile… -Non così arduo come puoi pensare. La meditazione però deve essere portata nel quotidiano, deve diventare un’attenzione continua alle cose che gradatamente le libererà dal gravame di uno sguardo troppo carico di passato. -Vorrei intraprendere questo cammino. Da dove posso cominciare? -Ci sono vie di meditazione che hanno molto da insegnare in proposito. Vedi quella che ti attira, sta a te scegliere quella più adatta nel tuo caso, se hai deciso di riappropriarti della capacità di vivere nell’adesso. -Così, con una seria meditazione, il presente non sarà più “banale”… -Non è mai il presente ad essere banale, siamo noi che lo pensiamo tale. E così facendo riveliamo tutta la nostra banalità. 16 aprile 2024
Dopo aver preso da terra una manciata di foglie il Buddha disse ai discepoli: “Le foglie nella mia mano sono poche, quelle dell’intero bosco sono molte di più. Così è per ciò che riguarda i miei insegnamenti: le cose che ho compreso e conosco sono tante, ma a voi potranno bastare pochi semplici precetti. Sapere una quantità di cose non sarebbe di beneficio, non vi farebbe progredire sulla via del Risveglio.”
La nostra mente è come una fitta foresta, un intrico di rami con innumerevoli foglie, un luogo pieno di sentieri e insidie in cui è facile perdere l’orientamento. Da un pensiero nascono mille altri in un gioco infinito di sensi e di rimandi, un groviglio confuso di immagini e idee. Noi vogliamo conoscere sempre di più, siamo convinti che accumulare sapere e riempire la mente di nozioni e teorie sia la via maestra per conquistare la verità. Ma il Buddha ci mette in guardia da questa illusione del ricercatore spirituale e indica la via che porta al risveglio: la mente è la fonte di quello che siamo, può essere una prigionia o una liberazione a seconda dell’uso che ne facciamo. Se seguiamo la via orizzontale della quantità siamo sempre alla ricerca del nuovo, raccogliamo innumerevoli conoscenze, inseguiamo il bizzarro e il miracoloso nei mondi magici creati dal pensiero. Si può sprecare l’intera vita in una ricerca che si muove in tondo senza progresso, illusi che l’erudizione sia già la saggezza, costruendo un pesante ego spirituale orgoglioso della propria “santità”. Questo è l’inganno della mente limitata che si perde nell’accumulare conoscenze. Se invece intraprendiamo la via verticale guardiamo alla qualità del nostro pensare, la mente diventa strumento di indagine e apre le porte ad un’intuizione superiore. Osserviamo l’esistenza e il nostro vivere fino a capire che il pensiero crea il mondo e che lì si trova la chiave della liberazione. Il maestro Buddha parla per sua autorità condensando la dottrina in poche regole, partendo dalle “quattro nobili verità”: la realtà del dolore; l’origine del dolore; la fine del dolore; il Sentiero per giungervi. Le istruzioni per il discepolo sono poche, quante le foglie che stanno in una mano, perché l’esistenza in fondo è semplice e la liberazione è alla portata di ognuno. La pratica costante dell’Ottuplice Sentiero libera la mente dai vincoli del Samsara aprendo alla pura coscienza risvegliata. Una profonda comprensione illumina il sé, si trasforma in una pace senza confini e diviene il canto eterno del Beato: Esiste la sofferenza, ma nessun sofferente è trovato Vi è l’azione, ma non vi è nessun agente dell’azione Vi è il Nirvana, ma nessun essere che vi entri C’è il Sentiero, ma non vi si vede nessun viandante 10 aprile 2024
Socrate ai discepoli meravigliati che egli non reagisse alle percosse di un interlocutore: “Se fossi preso a calci da un asino, forse che lo citerei in giudizio?”
Chi mai potrebbe rimproverare un povero asino per avere fatto quello che fanno tutti gli asini? Certo non lo condurremmo in giudizio, consapevoli delle sue limitate possibilità. Ma l’uomo è dotato di ragione e di parola, può esprimere il disaccordo o la rabbia mantenendo il governo dell’intelletto, senza abbassarsi al livello animale, dove comanda il puro e semplice istinto. In ogni caso se accade, dice Socrate, si deve trattare la persona con rispetto: l’inconsapevole non sa cosa sta facendo, non sa di perdere la propria umanità, va quindi trattato come un infante immaturo che va compreso e guidato, non punito; non si può pretendere da un incapace di andare oltre i propri limiti personali per concepire un’altra possibilità. E non rispondere a violenza con violenza non è solo una scelta di carattere etico, è anche espressione di una saggezza, quella dell’uomo in pace con se stesso.
Apologia dell’Asino Ci veniva insegnato già nella scuola elementare che un asino è incapace di intendere e di volere. C’era come sempre un asinus ex cathedra ad istruire noi alunni sulla demenza asinina, ricorrendo ad un ampio florilegio di esempi per nutrire i nostri già pesanti sensi di colpa. Ma noi conoscevamo un’altra nostra verità, sapevamo quanta intelligenza negli asini, a dispetto delle chiacchiere della vulgata. La nostra intuizione ce ne dava la certezza, con la fantasia li facevamo parlare e volare. E osservando gli esseri umani nel mondo notavamo insospettabili affinità e differenze tra il mondo animale e quello degli uomini, vedevamo l’incerto confine che li separa. La mente degli asini è così innocente che nessuno di loro mai si sognerebbe di salire in cattedra a dispensare giudizi, attribuendo agli altri patenti di intelligenza, semmai piuttosto un calcio ben assestato quando ci vuole perché il troppo è troppo, anche nel caso di un Socrate destinatario, mirabile esempio di linguaggio non verbale per stringatezza ed efficacia. E di sicuro Socrate per primo ne riderebbe e questo direbbe ai suoi discepoli: nessun asino merita di essere dileggiato per il fatto di pensare e agire come un asino; è l’uomo che può essere criticato o dileggiato quando non pensa e agisce come un uomo; ma il filosofo difende sempre l’uno e l’altro perché per lui l’ignoranza non è mai una colpa. 7 aprile 2024
Diceva un antico saggio: “Vivere o morire, per me è lo stesso!” Qualcuno gli chiese: “Se per te è lo stesso, perché non muori?” Rispose il saggio: “Perché tanto è lo stesso!”
Si può guardare al mondo con indifferenza. In questo caso le cose perdono ogni valore: non vale la pena di affannarsi e angustiarsi, tutto è banale e privo di significato, l’esistenza intera diviene un deserto e dunque vivere e morire “sono lo stesso”. Oppure si può guardare al mondo con distacco. Nulla è importante e a un tempo tutto importa: nessuna esperienza è in sé così essenziale da cercare di trattenerla e possederla, però ogni cosa è piena di significato se è vista con occhi e cuore aperti, anche il passaggio estremo oltre la vita. In questo senso vivere e morire “sono lo stesso”.
L’antico saggio ci offre una chiave preziosa per non cadere in uno sterile nichilismo: accettare l’universale legge del mutamento che inscrive ogni cosa nel nascere e morire; sperimentare la vita in tutte le sue dimensioni trovando un senso in tutto quello che accade; lasciar andare le cose quando è il momento senza lamentarsi e inveire contro il destino, questa è la via dell’uomo che conosce sé e in modo consapevole può dire “tanto è lo stesso”. Se queste parole nascono dall’amore per la vita e non da un arido sentimento di rifiuto del mondo, se il distacco dalle cose così mutevoli e fragili rende l’animo equanime e imperturbabile, allora il cammino di saggezza è compiuto. Vivere e morire appartengono ad ogni cosa, dunque se si è apprezzata e amata la vita quando la morte verrà sarà la benvenuta, non ci sarà tristezza, né rifiuto o resistenza. Il saggio lascia che quello che accade sia, accoglie quello che spontaneamente viene, accetta ciò che il destino gli presenta, impara da ogni situazione e tutto apprezza, vivendo nella dimensione della non-scelta. Scegliere è esprimere una preferenza, quindi ogni scelta è sempre una negazione: si sceglie il vivere perché si rifiuta il morire, si sceglie il morire perché si rinuncia al vivere. Il saggio vive senza preferire o disprezzare, sa che i desideri sono momentanei e labili e che ogni esperienza ha il suo significato, anche quella che temiamo e da cui rifuggiamo. E dunque: “Vivere o morire, per me è lo stesso“ Frase che può esprimere un amaro cinismo oppure la più alta realizzazione dell’uomo quando la vita è stata vissuta pienamente e si è amato ogni momento di quel vivere e nulla rimane da rimpiangere o negare. “Vivere o morire, per me è lo stesso” Poiché ora sono vivo io continuo a vivere, non sono io a scegliere ciò che è e sarà. La vita umana è un viaggio entusiasmante, ma non cercherò di prolungarlo all’infinito, sono sempre pronto al grande balzo nell’Ignoto. 4 aprile 2024
Il nostro io cerca di ricomporsi in unità, ma rimane sempre diviso e frammentato. Contraddizioni e conflitti ci attraversano, impulsi e desideri turbano la nostra pace in un’interna battaglia senza requie. E se non sappiamo vedere questo fatto, se non ne assumiamo la responsabilità, se non portiamo alla luce i conflitti nascosti riconoscendoli come una parte di noi, i problemi restano irrisolti e proliferano. Da qui il bisogno di incontrare gli altri, il desiderio di intrecciare relazioni nel mondo per superare la frustrazione e la solitudine, per cercare sostegno a un vivere gramo che non è mai un cammino di crescita, non la vita che un uomo può desiderare. Si apre allora una delle sfide più grandi: la relazione con gli altri esseri umani, formidabile specchio dell’interiorità, esperienza che mette in gioco le energie e l’intelligenza profonda della persona. Qui può cominciare un lavoro su di sé, ma solo se si accetta il confronto ed è questo il primo difficile passo. Il rapporto con l’altro è sempre arduo, ci mette di fronte al nostro io reale, spesso in modo crudo e impietoso. Due realtà umane si incontrano con il proprio carico di problemi, si scrutano alla ricerca di una risposta, un segno che possa indicare la via per fare luce sull’enigma del vivere. Nella relazione cerchiamo una conferma, quella di essere individui perfetti, uomini assennati e dotati di tutte le virtù. Ma ben presto emerge un’altra realtà: negli urti delle differenze individuali, negli attriti e nei meccanismi di potere, posti di fronte al nostro io reale, la nostra falsa immagine viene abbattuta, i conflitti e i problemi irrisolti si attivano, noi giudichiamo sbagliata la relazione e cominciamo i lamenti e le recriminazioni. Questo è per tutti un momento cruciale: di fronte alla crisi del nostro io illusorio possiamo sentirci vittime e incolpare l’altro o desistere e ritirarci nell’isolamento, ma tutte queste risposte sono una fuga, una rinuncia a trovare la propria verità. Se invece non ci rifugiamo nell’illusione e accettiamo di vedere ciò che siamo, nello scambio di una relazione autentica la nostra crescita interiore fiorisce, il nostro io comincia a ricomporre l’unità. La relazione ci ha mostrato le paure, i blocchi psicologici che vanno osservati e portati alla luce della consapevolezza. Sono le relazioni l’origine dei nostri conflitti, lì nasce la paura di affrontare il mondo. Usciti dall’ingenua unità dell’infanzia incontriamo la complessità del vivere e il dramma dell’esistere come umani con l’angoscia che sempre ci accompagna. Ma è sempre nelle relazioni il rimedio, perché negli altri vediamo noi stessi, nel confronto possiamo crescere e arrivare alla radice dei nostri problemi. Osservando i desideri e le emozioni e il gioco di impulsi, idee e memorie portiamo alla luce i nostri moti interiori e arriviamo a comprenderli e ad accettarli. Accettarsi è compiere un’alchimia, è trasmutare e raffinare i sentimenti, è governare le energie dissonanti, è trasformare il caos interiore in cosmo. Solo così può nascere un nuovo io, un essere umano giusto ed equilibrato, felice di vivere e libero di amare. Solo l’uomo che conosce se stesso e ha esplorato i propri abissi può conoscere e vivere nella pace. 1 aprile 2024