Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Impegnato nella gara di corsa con la tartaruga davanti al pubblico vociante delle Olimpiadi il prode Achille veniva sconfitto nell’ignominia. Il Piè Veloce che già pregustava una facile vittoria tentava invano di raggiungere la testuggine e alla fine si arrendeva cadendo nella polvere, umiliato nella sua immagine di Imbattibile, sconfitto dalla sua vanità e dal suo orgoglio, vinto dalla smania di combattere e dominare -il solo modo di vivere che aveva fatto suo. Il grande eroe non era mai stato filosofo, pagava così la sua selvatica ignoranza. Non conosceva la tradizione degli Eleati, gli sarebbe stata utile per comprendere che la sua impresa era destinata a fallire, la ragione già lo condannava senza appello.
L’implacabile logica dialettica di Zenone dimostra che non potrai mai raggiungere chi fugge davanti a te con un vantaggio, perché lui sarà sempre un tratto più in là, quando gli sarai vicino si sarà spostato, anche se di poco. E così di nuovo, all’infinito… È l’eterno conflitto tra i sensi e la ragione: i sensi ci attestano il mondo del diveniente, un molteplice fatto di forme, colori e suoni, -dunque anche la contesa di Achille e tartaruga, scena fatta di vivide immagini in movimento- mondo che non dubita mai della sua verità; il logos invece si pronuncia solo sull’essere, -immobile, ingenerato, perfetto e incorruttibile- affermando che il mondo del divenire è illusione, la molteplicità è un sogno, solo l’Uno esiste. Nel mondo dei sensi Achille supera la tartaruga. Nella verità della ragione Achille è sconfitto, anche perché nulla accade realmente, non esiste Achille, non tartaruga, né movimento, non colori suoni o azioni, né vinti o vincitori. I sensi frammentano la realtà in parti separate apparentemente autonome e in lotta fra loro, ma ciò che appare è solo un gioco chimerico, la vera realtà dell’essere è l’unità di ogni cosa. Nella prospettiva razionale dell’Eleatismo l’essere esiste come realtà ultima e innegabile. Fedele al principio di non contraddizione la ragione giunge alla conclusione più radicale: ciò che non è puro essere non ha esistenza, è solo apparenza del mondo della percezione -spazio, tempo, mondo delle cose e noi stessi. Dunque a chi affidarsi? Ai sensi o alla ragione? Scegliamo la via della verità o della doxa? Vogliamo cogliere l’essenza di ciò che è o vivere cullati nel mondo delle illusioni? Sulle orme di Parmenide, venerando e terribile, Zenone con la sua dialettica inesorabile taglia d’un colpo il nodo di quel paradosso che vede la tartaruga battere l’eroe Achille. C’è solo l’Uno ingenerato che non diviene. Dunque, contro chi o cosa può lottare l’Uno se è tutto ciò che esiste? Contro se stesso? Dove finiscono la competizione e la lotta in una realtà increata che è perfetta quiete?
Ma rimane comunque il mondo della dualità. Privato della sua realtà e spoglio di ogni verità è pur sempre capace di operare l’incanto. Finché un qualcuno sente di essere un “io”, finché si aggrappa ai sensi e alle apparenze, abita ancora nel Paese dei Balocchi, ammaliato dalla danza delle forme. E qui ritrova tutti i personaggi delle fiabe -pure Achille e la tartaruga alle Olimpiadi. Nel mondo della doxa tutto è incerto e caotico, ma anche immensamente dilettevole e istruttivo per chi è disposto a imparare, in attesa di approdare alle rive della ragione. E allora ecco di nuovo la nostra tartaruga che dà al prode Achille una bella lezione, vincendo con la forza della lentezza, paziente come l’acqua che leviga la pietra. La tartaruga vince col sorriso, senza lottare, anche perché vincere è il suo ultimo pensiero. E lei vivrà a lungo, mentre l’invincibile Achille ben presto vedrà abbreviarsi i suoi giorni e perderà la vita nella maniera più sciocca, colpito nel tallone a rivelare la sua fragilità.
Ma la lezione deve valere anche per noi. Alla fine capiamo che siamo tutti degli Achille quando viviamo nell’angoscia di arrivare primi, buttati in una competizione che non ha mai vincitori. La saggezza può aiutarci nel mondo del diveniente. La ragione ci apre alla verità del mondo dell’essere. È la tartaruga di Zenone a indicarci la via. 12 novembre 2024
-Le grandi Sapienze del mondo ci insegnano: “non giudicare”. Sento che questo principio è giusto, però mi chiedo: se ci asteniamo dal giudicare allora non possiamo esprimerci su nulla, possiamo solo rimanere in silenzio… -Be’, non sarebbe poi così male, molti mistici e sapienti hanno scelto il silenzio meditativo e non sembra si siano mai pentiti. Ma noi non siamo in un monastero o in una grotta sull’Himalaya, viviamo in una società complessa dove il linguaggio ha un ruolo importante. Siamo obbligati a usare le parole e quindi, volenti o no, a giudicare. Si tratta di capire qual è il modo di giudicare che possiamo considerare buono, lecito e giusto. -È possibile esprimersi sulle cose senza che diventi un giudicare negativo o distruttivo? E come riconoscere un giudizio buono da uno che non lo è? -Dobbiamo distinguere il “giudicare” da quello che definiamo constatare, prendere atto di una situazione, osservare e descrivere un fatto. Io posso esprimere un’opinione e dire qualcosa su una situazione o una persona, posso fare delle scelte, ma senza “giudicare”, senza per questo diventare un giudice e pronunciare sentenze. -È davvero possibile? Quindi come faccio a capire se sto semplicemente “constatando” o sto “giudicando” le persone? -Il primo passo è cercare di essere oggettivi nel comprendere ciò che accade, essere sempre informati, accurati e lucidi nell’approccio ai fatti e, per quel che si può, scevri da pregiudizi. Bisogna mettere al primo posto sempre la verità. E pronti, se necessario, a smascherare i giochi di potere e dire che il re è nudo. Ma bisogna stare molto attenti, è facile perdere la misura e trovarsi a dispensare giudizi nel peggiore dei modi e fare del male ad altri. Il nostro deve essere un vagliare con coscienza, un discernere, un agire unito a equanimità e senso di responsabilità. Ci vuole tempo per impararlo. -C’è un indizio, un segno che ci aiuta a capire che stiamo agendo nel modo giusto? -Sì, quando non te la prendi personalmente, quando la tua soggettività non si sovrappone all’osservare e al comprendere. -Temo di non avere capito… -Se di fronte a un fatto o una situazione vedi che questi rimbalzano dentro di te e creano una reazione e che sei coinvolto in prima persona, se insorgono forti passioni, se ti senti soggettivamente toccato, disturbato, maltrattato o anche lodato e apprezzato, è molto probabile che tu sia nel mondo del “giudicare”. C’è di mezzo il tuo ego. Il tuo discernimento non è più oggettivo, è inquinato dalle tue istanze personali. -Questo mi accade spesso, direi ogni giorno… -Accade a tutti, stai tranquillo, non fartene una colpa. Si tratta di lavorare su di sé, mettersi alla prova e osservarsi costantemente. Stai giudicando anche quando, osservando un’azione che ritieni sbagliata, accusi la persona e pensi che è lei sbagliata, lei in quanto tale è l’errore. -Perché, non è così? È la persona che sbaglia… -Sì, ma questo non vuol dire che la persona sia sbagliata in sé. Devi distinguere l’individuo dalle sue azioni e giudicare solo quelle. Anche una persona intelligente può fare un errore madornale, mentre quella mediocre può fare un’azione lodevole. Noi non conosciamo mai la storia di un altro individuo fino in fondo, non siamo lui, non possiamo giudicarlo applicandogli un’etichetta. Non sappiamo mai davvero il perché di quell’azione che potrebbe essere molto diverso da quello che noi immaginiamo. Dobbiamo mantenere sempre un sano dubbio per non cadere nel senso di onnipotenza. Dobbiamo dare sempre a chiunque la possibilità di riparare, cambiare e dimostrare di saper fare meglio. Ogni persona è per noi in quanto tale un valore e quindi degna di rispetto. -In effetti vedo che spesso giudichiamo cercando in giro un colpevole da additare, quello che riteniamo la causa del nostro stare male e di tutti i nostri guai. È chiaro che in quel caso stiamo sfogando i nostri impulsi, gli istinti peggiori, le paranoie, le paure, le frustrazioni… -Quando accade così sei sempre “contro” qualcuno o qualcosa, cerchi il conflitto, ti crei un nemico per portare avanti una crociata da valoroso paladino del vero. Non ti devi mai sentire un dio in terra dispensatore di giustizia, non devi sentirti dalla parte del giusto senza che un dubbio affiori e ti faccia dire “forse”. Non devi sentire di fare parte di un gruppo eletto di persone speciali o superiori, devi sempre pensare di non essere superiore o inferiore a nessuno e che questo vale anche per tutti gli altri. -Si dice “non giudicare altrimenti sarai giudicato”… -Se giudichi sarai giudicato a tua volta e magari da te stesso. Devi lasciare le persone libere, mai opprimerle, sminuirle o deriderle, i tuoi giudizi possono ferire come spade e pesare come macigni. -Dunque prima di giudicare gli altri devo saper giudicare me stesso… -Anche l’autogiudizio può essere pernicioso e distruttivo, conviene essere sempre cauti ed equilibrati. Ma se comprendi che negli altri critichi le stesse cose che tu stesso fai o hai fatto, gli stessi errori che hai commesso e i problemi che hai incontrato, sei sulla strada giusta per liberarti una volta per tutte dal dominio del “giudicare”. -C’è anche un modo di giudicare utile e positivo, diciamo un “buon giudicare”? -Sì, ma il “buon giudicare” deve nascere da una continua meditazione, un intenso lavoro su di te. -Puoi darmi qualche indicazione concreta? -Quando giudichi un altro chiediti sempre se anche tu stesso non soffri dello stesso difetto; guarda la situazione da una posizione ampia e panoramica; fai in modo che il tuo ego non sia coinvolto; non giudicare gli altri in base a nome, provenienza, status, ricchezza, bellezza, ecc., cose legate ai tuoi gusti personali o alle tue proiezioni e idiosincrasie; non criticare l’altro se si discosta dal tuo modo di pensare, dal tuo modo di vedere la vita, da quello che fai e da quello che scegli, perché la sua libertà è sacra, compresa la libertà di sbagliare. -Ma poi cosa posso fare come azione in positivo? -Il “buon giudicare” se hai capito è alla fine semplicemente un non giudicare. Alla fine sostituisci al giudizio separante una relazione con l’altro basata su compassione, comprensione, empatia, sintonia, sentimento di appartenenza. Riconosci nell’altra persona la stessa umanità che ti appartiene. Accogli anche la possibilità di sbagliare che fa cadere, rialzare e progredire, che fa diventare uomini. Sai che tutto questo vale anche per te. E comunque puoi sempre constatare, valutare una situazione, dialogare, esprimere un parere e in questo senso formulare un giudizio, che però sarà sempre costruttivo, amorevole e guarderà sempre al bene dell’altro e di tutti. -Qual è la prima qualità che si deve avere per agire nel non giudizio? -Essere sempre veri ed onesti. Ci si deve esporre per primi. Il nostro non-giudicare non deve essere una maschera di perbenismo che invece nasconde sentimenti negativi, falsità o paure. Deve partire da un atteggiamento di apertura all’altro. Deve creare comunicazione, intimità e solidarietà. Deve essere un vivere con gli altri in pace. Solo allora il giudicare diventa sano, giusto, umano e regala qualcosa di bello al mondo. 10 novembre 2024
In un mondo dove tutto si trasforma anche noi siamo in costante cambiamento. I pensieri e le azioni si susseguono in una lunga catena senza fine, le emozioni e i sentimenti si alternano in un incessante girotondo interiore. Gli esseri umani sono un flusso, non una realtà statica e definita, vivono il momento creando se stessi, modellando e mutando la propria identità. Ma la realtà dell’uomo è duplice: da una parte la continua metamorfosi, l’aspetto diveniente della personalità; dall’altra un’essenza permanente, una coscienza che rimane stabile e non soggiace alla legge del tempo. C’è in noi un nucleo che non muta e rimane sempre identico a se stesso in mezzo al vorticoso cambiamento, nel fiume delle azioni e dei pensieri. Siamo un incomprensibile paradosso, una realtà che vive in due dimensioni, sempre in bilico tra il divenire e l’essere. È quello che rende l’uomo speciale, imprevedibile, sfuggente ed enigmatico, non riducibile ai calcoli della logica. Da qui gli inestricabili problemi e i dubbi quando vogliamo esprimerci sull’umano: Si può davvero giudicare una persona? Quale verità si può scoprire di un uomo? E da quale punto dobbiamo cominciare? Cosa rappresenta la nostra vera identità? Possiamo guardare le azioni compiute e giudicare un uomo dal loro risultato, ma nulla sappiamo delle vere intenzioni, vediamo dell’altro solo l’aspetto esteriore, la realtà interiore rimane inaccessibile. Azioni ispirate dai propositi più elevati spesso producono risultati disastrosi, azioni spinte da motivazioni egoistiche possono produrre risultati esaltanti. Finché noi giudicheremo dall’esterno la persona rimarrà sempre un mistero, potremo solo costruirne un’immagine che non sarà mai la sua ultima verità. Ma l’essere umano ha una vita interiore, una realtà profonda e incontaminata, un suo centro inalterabile: la coscienza. Quando volgiamo ad essa lo sguardo entriamo in sintonia con le persone su un piano che non è più del divenire. Le diversità esteriori allora non contano, lo sguardo che va oltre la superficie percepisce quel nucleo immortale che è l’ultima, vera realtà di ciascuno. L’uomo diveniente giudica il bene e il male, è subito pronto a emettere verdetti, si sente crociato di una giustizia terrena, ma non vede oltre l’apparenza esteriore. L’uomo interiore non conosce il giudizio, non si ferma alle azioni cattive o buone, non pronuncia mai sentenze definitive, sa che le cose vanno, vengono e cambiano, e così gli umani con le loro contraddizioni. In superficie tutto è un gioco di bene e male, in profondità tutto è immobile e perfetto, le onde sono in incessante movimento ma il fondo del mare è calmo e silenzioso. Le domande sull’uomo possono avere risposta solamente nella prospettiva dell’uomo interiore, dove l’intelligenza si fa capacità di vedere che punta sempre solo al cuore delle cose, uno sguardo che si volge a ciò che non muta e sa cogliere la verità più alta dell’umano e osservando la purezza interiore dell’essere riconosce la sacralità dell’intera esistenza. 7 novembre 2024
-Si dice che siamo noi stessi a creare i nostri problemi. Sei d’accordo con questa affermazione? -Sì, ma in un modo particolare, per cui vanno chiarite alcune cose. Cominciamo col dire che un “problema” lo puoi creare solo riferendolo al passato, altrimenti ci sono solo situazioni di vita da affrontare nel presente. I nostri cosiddetti “problemi personali” sono sempre collegati al passato, mentre nell’adesso c’è solo ciò che si pone come una situazione, un fatto che richiede una risposta e un agire. -Non è giusto andare a cercare nel passato l’origine dei nostri problemi per risolverli? La psicoanalisi e le psicologie in genere affermano con forza che questa è la strada da seguire. -Sì, possiamo esplorare problemi risalenti a tempi trascorsi, all’infanzia, alle esperienze vissute. Puoi riflettere su un problema, ricercarne le cause, la genesi, per cercare di sradicarlo dalla mente come una pianta infestante. È la via dell’analisi che si volge al passato, ai ricordi, alla tua storia personale. In parte può essere d’aiuto, ma non è la vera soluzione. -Se non si torna al passato, a quello che siamo stati e a quello che abbiamo vissuto, come ci muoviamo? -Dobbiamo innanzitutto comprendere che ogni problema si intreccia con infiniti altri, in una catena senza fine. Un episodio ne richiama un altro, cause ed effetti si moltiplicano in mille direzioni. È un labirinto da cui non uscirai mai, se vuoi esplorare un problema nei dettagli ne vedrai spuntare infiniti, rimarrai intrappolato in un dedalo inestricabile. -In effetti devo confessare che spesso mi capita: quanto più cerco di analizzare un problema tanto più questo sembra ingarbugliarsi, perché vengono fuori mille risvolti, sfaccettature, collegamenti con altre situazioni. Più provo a sciogliere i miei problemi, più sono nei guai, mi ritrovo sempre al punto di partenza… -Sei acuto nelle tue osservazioni. In effetti è così che si comincia a studiare le cose, guardando con onestà e senza pregiudizi ciò che accade, per vedere se il nostro approccio alle cose funziona o no. -Quindi guardare al passato è una falsa via di uscita, dobbiamo rassegnarci e tenerci in eterno i nostri bei problemi… -No, possiamo partire da questo fatto irrefutabile: il passato è passato, è una cosa morta, andata, finita. È impossibile tornarci e farci qualcosa, non ha più alcuna realtà, è solo una pallida memoria, un fantasma che ci segue come un’ombra. -È quindi questa la fonte dell’errore? -Osserva bene. Di ciò che è stato rimane solo un ricordo incerto e frammentario e perlopiù distorto. Non puoi tornare indietro a riparare o modificare le cose avvenute, se ci provi vivi solo frustrazione e senso di impotenza. Quando ti rendi che non ci puoi fare più niente, rimani deluso e amareggiato, puoi solo rimpiangere, interpretare, ripercorrere il passato con mestizia. L’errore è proprio nel fatto di identificarsi con il proprio passato, di convincersi -nel presente- di essere il risultato di ciò che è stato. -Ma in fondo non facciamo così? -Certo, lo facciamo tutti ed è proprio questo l’unico, reale problema, il fatto che poi diventiamo sempre quello che pensiamo di essere. Se pensi di essere un individuo pieno di problemi come risultante del tuo passato, alla fine quello diventerai. In realtà tu rinasci ogni momento, sei sempre nuovo, non sei mai l’individuo di ieri o di dieci anni fa. -Come dire che l’uomo di ieri è morto col suo passato? -Sì, quindi a che pro trascinarsi dietro una zavorra di ricordi di un tempo che fu? Quelli lasciali nel museo della tua memoria, come anticaglie inutili e impolverate, da rivisitare ogni tanto. -Dunque, se ho capito, non devi pensare, o peggio sentire, di essere i tuoi problemi. Devi vivere nel qui-ora e da lì partire per l’azione. Però non è facile rinunciare all’idea che analizzare il passato sia utile per comprendere le cause dei problemi personali… -Allora metti alla prova quel metodo e vedrai: la via del sezionare, esaminare, scandagliare il proprio passato non risolve mai i problemi. Finisci solo per nutrirli, accrescerli, drammatizzarli, ne fai la causa di tutti i tuoi difetti, mancanze, negatività e desideri frustrati. Questo ti impedisce di vedere cosa sei ora e quali sono le tue potenzialità. Non sentirti mai condannato dal passato a una vita grama e infelice, è ciò che accade quando ti identifichi col “problema” e cerchi di attaccarlo nel modo sbagliato. Ci può essere una situazione difficile e drammatica che stai vivendo nel presente, ma devi vederla come un fatto da affrontare con mente libera e coscienza vigile. Lascia andare il passato con tutti i suoi drammi, non stare lì a piangere, non perderci tempo, lascia ciò che è morto a se stesso. -Allora qual è la chiave per venirne fuori? Una volta capito che quella via non funziona, cosa fare dopo? -La via da percorrere è sempre la più semplice: diventare consapevoli. Rimani nella tua consapevolezza e guarda cosa succede. Non identificarti con i problemi del passato, guardali con distacco, sono solo ectoplasmi, liberatene subito, ora. È vero che essi sono nella memoria e ci condizionano, ma solo a livello della mente. Non credere di essere la tua mente, tu sei coscienza libera e pura. La consapevolezza rimane sempre fresca e incontaminata ed è la parte di noi più vera, reale, inviolabile. Quando sei stabile nella tua coscienza vedi i problemi dall’alto, da una prospettiva più ampia, allora è facile capire la loro inconsistenza e la futilità del tentativo di andare a risolverli uno per uno. Si può solo spazzarli via tutti con un gesto radicale, vedendo che sono solo una costruzione fittizia, proiezioni della mente, una zavorra inutile che ti trattiene in basso, invischiato nel pantano. -Quindi la comprensione deve avvenire tutta d’un colpo? -I problemi devono cadere alla fine tutti insieme, come un castello di carte, alla luce della consapevolezza, come quando ti rendi conto che ciò che vedevi era solo un sogno o un miraggio. Tu sei reale solo nel presente, quindi cosa puoi fare del passato se non lasciarlo andare e svanire? Però non ti puoi disfare di quei problemi con la stessa mente che li ha creati, il pensiero è sempre rivolto al passato o al futuro, mentre tu esisti nel presente, solo nell’adesso puoi veramente agire, con la coscienza chiarificatrice che è ora. -Ma se anche non la chiamiamo più “problema” rimarrà sempre una qualche situazione che sarà estrema, irrisolvibile, come la morte… -Certo e noi affronteremo anche quella, comunque sia. Se non è un problema ma solo una situazione presente da affrontare, cosa possiamo fare se non cercare di comprenderla e agire nel modo che riteniamo appropriato, illuminati dalla nostra consapevolezza? -Mi chiedo se gli uomini possano vivere davvero senza problemi, perché a volte ho l’impressione che in fondo non possano farne a meno, che li coltivino per sentirsi vivi… -Hai ragione, per la maggioranza delle persone è così. I problemi sono una stampella che sorregge il loro vivere minato dall’insignificanza. Col distacco della consapevolezza ti libererai dal peso di infiniti problemi e da un modo di vivere immaturo. Lascia perdere tutto questo e domandati chi sei tu. Sei il tuo carico di problemi o qualcosa che sta oltre? Se dai un calcio al tuo passato pieno di drammi, perdi qualcosa o la tua vita si fa più leggera? Una situazione può essere dolorosa, ma, priva della sofferenza psicologica che la accompagna se vista come un problema del passato, una volta osservata con distacco e compassione sarà solo ciò che accade nel momento, una sfida che l’esistenza ti pone davanti. Niente più rimpianti, lamentele, rabbia, angosce, malinconie, risentimenti, pensieri di autocommiserazione. Sarai un essere umano sano e autentico, non malato del passato, ma vivo nel presente. -In questo momento da dove posso cominciare il mio cammino? -Qual è un problema che sei convinto di avere come persona? -Sono sempre stato troppo timido nei rapporti con gli altri. E la causa forse… -Lascia stare le cause, non ci interessano e non contano. E guarda: il fatto che sei consapevole di ciò, il fatto che puoi prenderne le distanze, vuol dire che già non sei più identificato con la tua timidezza, hai fatto il primo passo al di là di essa, per liberartene. Lavora su questo “problema” osservandoti con costanza e vedrai, in breve tempo lo vedrai dissolversi. La timidezza rimarrà una situazione che sarà solo un aspetto, magari il più intrigante e il più bello, del tuo modo di essere. Non ci sarà però sofferenza, accettandoti per come sei vivrai in pace. Accadrà che la timidezza sarà il tuo dono prezioso al mondo. -In effetti, a ben vedere, cosa c’è di male nell’essere timidi? Perché non posso essere come sono? E poi, se vedo la mia timidezza vuol dire che ne ho già preso le distanze. Prima ero timido, ora lo sono ancora, ma me ne importa qualcosa? L’unico vero problema è che scioccamente me ne facevo un problema… -(ridendo) Ti vedo già sulla via della guarigione… Poi, quando con la pratica la tua consapevolezza si sarà rinforzata, potrai fare la stessa cosa con gli altri tuoi problemi. Un giorno li prenderai tutti insieme e li butterai nel fosso… e passerai oltre, camminando col sorriso di un cuore lieve. 5 novembre 2024
Finché vivi come una macchina non sei ancora diventato un uomo. Trascinato dalle abitudini di vita, condizionato dai pensieri ripetitivi, costretto da impulsi, brame e bisogni come umano ti riduci a meccanismo, a funzionare come una rotella dentata nella matrix sociale che tutto pervade. Finché non vedi di essere una macchina, finché non lo hai davvero compreso, non hai ancora scoperto chi sei in verità. Fai parte di una grande scena teatrale di cui altri hanno scritto il copione, inconsapevole pedina di quel gioco, ingenuo interprete di un canovaccio dove il finale della vicenda è la morte, la fine di una triste storia senza storia. Se non ti accorgi di vivere una non-vita, ghermito dal meccanismo del sistema, non puoi aspirare a una vera libertà. Lo schiavo può sognare di essere libero o sperare che lo diventerà un domani, ma se non sa come spezzare i ceppi il suo rimane un pensiero consolatorio, un inganno e la condanna più atroce. Tu nasci come essere umano potenziale, con la possibilità di realizzarti in essenza, ma questo non basta per diventare uomo, serve un cammino lungo e appassionato, un arduo percorso nel labirinto sociale. La prima necessità è la difesa del corpo, segue lo sviluppo di una mente razionale per l’acquisizione di conoscenze e capacità e l’inserimento nella vita della collettività. Quindi le scienze, le morali e religioni, lo studio di arti, metodi e sistemi di pensiero per la struttura di una società complessa che richiede disciplina e specializzazione. È un processo necessario e obbligato, ma per diventare te stesso non basta. Rimanere al livello del corpo e della mente è vivere una vita limitata e meccanica, quella di un essere umano incompiuto che resta una promessa mancata. Devi fare il salto in una nuova dimensione, risvegliarti a una nuova consapevolezza, solo così puoi trascendere la meccanicità. Se capisci di vivere come una macchina hai già fatto il primo passo fuori dal gioco. La coscienza non è mai un fatto meccanico, svincolata dalla materialità e dal bisogno ti può illuminare con uno sguardo profondo a demolire le maschere dei ruoli sociali, svelando gli automatismi inconsapevoli, dissolvendo sogni, inganni e illusioni, restituendoti al tuo essere autentico. Non c’è nulla di male nelle macchine se rimangono al servizio dell’umano, ma se l’uomo vive come una macchina si degrada e viene meno al suo compito: diventare l’essere che conosce la libertà. Per dare dignità e gloria alla tua esistenza devi volgere la coscienza a te stesso: indaga con costante attenzione chi sei; osserva tutto quello che fai, senti e pensi; riconosci ciò che non è una tua scelta ma solo frutto di abitudini e condizionamenti; prendi le distanze da ciò che non approvi anche se devi navigare controcorrente; rimani comprensivo e umano nel gioco sociale; vivi da individuo sveglio e autonomo, sarà il miglior contributo alla società e l’azione appropriata seguirà da sé… Non c’è bisogno di spiegare oltre, le parole possono solo indicare e invitare, tocca poi a ciascuno intraprendere il cammino. E non fare di queste parole un comandamento, tieniti sempre saldo nella tua consapevolezza, essa è già tutto quello che serve per vivere, è la fonte di ogni reale vera comprensione, è il principio di libertà che illumina e trasforma e fa sì che l’essere incompiuto diventi uomo. 4 novembre 2024
Nell’intervallo tra essere e dover essere si cela tutta la miseria dell’umano. L’essere è la nostra natura più vera, la realtà della nostra essenza primigenia, ma non c’è bisogno che essa sia realizzata, non deve essere raggiunta in un altrove, perché è da sempre già viva e presente, così vicina da sfuggire allo sguardo, così luminosa da abbagliare la mente -la realtà di noi ultima, vera e insondabile. Nell’intervallo tra essere e dover essere domina la forza irresistibile del desiderio. Nulla può rimanere mai quello che è nel mondo tumultuoso del divenire, tutto appare in costante cambiamento. Il fiume scende impetuoso a valle spinto dalla gravità che cerca il basso, inesorabile voglia di vita che arde di sé nella frenesia dell’attesa di un dopo. Le cose del mondo si trasformano, ma non possono vedere e non sanno del loro mutare nel reame dell’apparenza, vivono l’istante nel cieco desiderio, trascinate qua e là dalla corrente, in un’inconsapevole dimenticanza, senza memoria, rimpianto o pena. Ma l’essere umano è lo strano ente che sa e può pensare il suo esistere. In quella coscienza sorge la mente e con essa lo sdoppiarsi della realtà in un inarrestabile gioco di opposti. Da lì lo scarto tra essere e dover essere che diventa per l’uomo fonte di angustia. Il desiderio adesso non è solo istinto, diventa una propria scelta consapevole che porta con sé il carico del dubbio e il senso di una penosa mancanza e il dolore di una volontà frustrata e il tormento della sete non placata o l’effimera gioia che presto svanisce lasciando cenere là dove era piacere. Riposare nel proprio essere primevo è la fine di tutti i giochi del desiderio, visto ormai come tensione e conflitto, svelato come essenza del divenire. Quando l’uomo dimentica il suo essere e si lascia ammaliare dal transeunte vive nel divario tra il presente e il futuro, tra ciò che è e ciò che è immaginato, abita un luogo illusorio di finzioni, il mondo dell’apparire e della irrealtà. Con il tormento del desiderio cosciente la vita diventa ciò che deve ancora venire, mentre l’essere si oscura e rimane obliato. Vivere nel futuro è vivere nell’illusione, è non accettare la realtà di quello che si è, è aspettare invano ciò che dovrà arrivare, vivendo nel sogno che distoglie dall’ora. Nell’intervallo tra l’essere il dover essere la vita umana cade nell’inconsapevolezza. Non puoi riconoscere ciò che sei da sempre se pensi di dover ancora diventare te stesso. 1 novembre 2024
Fu posando gli occhi sui colori del mondo che scoprì per la prima volta la bellezza. La grande pianura si offriva allo sguardo sfumando nel folto dei boschi sui declivi mentre un cielo di un intenso azzurro rifiniva il quadro di un eden vivente. E là, in mezzo al verde più tenero, una fantasmagoria di fiori e di colori che si offrivano come dono e sacrificio agli occhi di un risvegliato sentimento. Tutto sembrava vibrante e trasfigurato, ogni cosa si mostrava in una nuova luce, carica di un significato prima sfuggito, rivelando la propria anima nascosta. In quella visione si dileguava ogni parola.
Tante volte aveva visto quello scenario, ma gli assilli del mondo lo avevano distratto velando la visione della mente e del cuore. Ma quel giorno lo sguardo era innocente, la percezione si era fatta acuta e limpida, non segnata dalla brama o dal bisogno, non assoggettata al rapinoso sentimento che solo nell’utile trova lo scopo di esistere. E la bellezza apparve come una rivelazione. Si può riconoscere il bello solo nella libertà, quando per un attimo si sciolgono le catene e non più avvinto alla pressione dei desideri l’animo è imperturbato e libero nel sentire. Allora si produce il miracolo della bellezza e una nuova possibilità si apre all’umano: contemplare la forma delle cose nel mondo, ammirandone l’armonia e la proporzione, la composta misura, la grazia e la leggiadria, le qualità che destano il piacere dei sensi.
E dopo aver frequentato le vie del mondo e avere assaporato a lungo le sue delizie apparve all’uomo un altro tipo di bellezza che solo un animo sensibile può cogliere. L’occhio pago di aver conosciuto la forma scopriva la sottile bellezza della non-forma, là dove non operano i sensi nella dualità e svanisce ogni separazione dall’oggetto, dove restano solo l’unità e la completezza e lo splendore sublime di una luce incorporea. Il bello che prima era visto fuori nel mondo ora era compreso come un riflesso di sé. Quando il bello va al di là del conosciuto l’uomo si libra sulle ali dell’intuizione a esplorare ciò che i sensi non vedono fino a farsi uno con la bellezza stessa. 12 luglio 2024
-Quando ascolto un brano musicale nella mia mente si formano vivide immagini e le sensazioni si aprono a una dimensione meditativa… -Ascoltare un brano musicale può essere sì una meditazione, se siamo capaci di entrare con tutto noi stessi in quel misterioso mondo di suoni. -È come assistere a scene di vita, a una rappresentazione tra il reale e il fantastico… -La musica ci racconta il mondo. Non c’è più grande metafora dell’umano vivere in ogni suo aspetto. Avrai notato che nella musica ci sono armonie e disarmonie, contrasti ritmici e melodici, proprio come nella vita dove si alternano luce e buio, gioie e affanni. -È vero e forse nessun altro linguaggio è così efficace nel descrivere il nostro mondo. Stavo ascoltando il Secondo movimento della Nona Sinfonia di Beethoven: il travaglio interiore dell’uomo e le sue passioni sono narrate in un crescendo e in un gioco di chiaroscuri che lasciano senza fiato… -Se la musica vuole raccontare il mondo ci devono essere tutti gli ingredienti della vita, le contraddizioni e le riconciliazioni, il pathos e la quiete, il dolore e la redenzione. Beethoven crea disarmonie e dissonanze per raggiungere un’armonia più alta e complessa. Le sue note cercano strade impervie per aprire a nuove esperienze e sfide. Quanto più la vicenda narrata è complicata e piena di contrasti, tanto più la musica si fa interessante e coinvolgente. Come accade nella vita. -Ma alla fine tutti i drammi vengono superati e l’armonia è ristabilita… -Il linguaggio musicale cerca sempre di uscire dagli schemi, vuole rompere gli equilibri per ricrearne di nuovi, a un livello superiore. Nel caso del Secondo movimento di Beethoven l’incipit melodico si sviluppa e si espande come un essere vivente, la complessità ritmica e la varietà armonica raccontano le più profonde dimensioni dell’umano. È vita in atto che anche noi sentiamo sulla nostra pelle. E quando alla fine, dopo un accidentato percorso, l’equilibrio si ristabilisce il Caos è ridiventato Cosmo, non però quello ingenuo e semplice dell’inizio, ma quello carico di esperienze vissute, conquistato attraverso il dramma, la tragedia e infine la riconquista della pace. -Non pensavo che la musica potesse insegnarci tante cose! -Potremmo dire che la musica ci insegna a vivere musicalmente. Noi tutti cerchiamo l’equilibrio, la serenità e un’armonia superiore, li intravediamo grazie a quest’arte meravigliosa, spesso unita a poesia e danza, un vero dono delle Muse. -Forse per questo mi piace la musica, sento che mi aiuta a trovare un equilibrio… -La musica ci insegna che l’equilibrio non può essere indotto dall’esterno. Il brano musicale deve trovare un bilanciamento al suo interno, contando sulle sue risorse, giocando con i suoi elementi e sviluppando le potenzialità latenti. Così anche noi nella vita dobbiamo trovare la giusta armonia con un continuo, profondo lavoro interiore. -Amo molto anche la musica jazz. Ascoltavo ieri un brano di be-bop con Charlie Parker e Dizzy Gillespie, un incredibile ed entusiasmante profluvio di note con ritmi vertiginosi, armonie complesse, dissonanze… -È un linguaggio musicale moderno che ci dà un’altra intuizione importante: se ci fermiamo alla prima dissonanza perché temiamo ciò che non rientra negli schemi armonici del passato il nostro gusto musicale rimane povero e noi rinunciamo a una possibilità di espressione nuova e originale. Così è anche nella vita, se rifuggiamo dai contrasti e dai problemi per aggrapparci a ciò che conosciamo per avere sicurezza la nostra vita si impoverisce. -…E di solito succede che i problemi ci saltano addosso comunque… -Sì, si tratta quindi di scegliere tra una vita tiepida e segnata dal timore e una vita coraggiosa che non fugge via dai contrasti. Alla fine dovremmo dire: affrontiamo quello che si presenta e vediamo che succede… -E se i contrasti e le disarmonie non si risolvono? -Allora, se possiamo, cambiamo lo spartito e suoniamo un’altra musica. Se ad esempio la relazione con una persona proprio non funziona è inutile continuare a farsi del male. È meglio chiudere e volgersi da qualche altra parte. Il mondo è incredibilmente grande e vario, c’è posto per tutti. Le possibilità di variazioni musicali sul tema sono infinite. -Mi chiedo spesso se quello che “leggo” in un brano musicale è solo una mia invenzione, una mia fantasticheria. Magari l’artista nel comporre aveva tutt’altra idea e intenzione… -Può essere benissimo così. Spesso non sappiamo cosa l’artista volesse esprimere. Ma non importa, conta quello che noi sentiamo in quella musica, quale viaggio ci fa fare dentro, quale idea di mondo ci suggerisce, che cosa ci insegna, anche al di là delle intenzioni dell’autore. Molti musicisti rimangono stupiti e divertiti dalle recensioni delle loro opere: non pensavano di averci messo tutti quei significati che gli altri trovano! -Mi piace molto l’improvvisazione dal vivo. Mi sembra che lì ogni musicista possa esprimere il meglio di sé, è musica che nasce nel momento, fresca, originale, imprevedibile… -Sono d’accordo, con buona pace di Beethoven che non prevede l’improvvisazione nelle sue sinfonie, ma è comunque un gigante! Nell’improvvisare si inventa sul momento, si parte dall’esperienza ma cercando la frase, il riff melodico, lo spunto originale che rendano quel momento pura creazione in atto. La vita, se ci pensi, è proprio questo, anche noi scriviamo in ogni momento il nostro spartito musicale, a volte più a volte meno riuscito. -Mi piace l’idea di fare della propria vita un’opera musicale, come artisti del vivere… -Questo è il compito più importante per noi. Musica non è solamente la ricerca del piacere e della bellezza, è anche ricerca di una verità che si esprime nei suoni e che non necessita di filtri razionali per raggiungerci. I suoni agiscono su di noi e ci trasformano, se siamo pronti ad accoglierli e siamo sensibili alla loro magia. In questo senso la musica è meditazione, riflessione profonda, visione. È una linfa che sgorga dalla misteriosa sorgente della vita a nutrire il nostro spirito. È l’arte sublime che più si avvicina al nostro vivere e sa raccontarlo in tutte le sue espressioni, con i colori dei suoni, con i timbri degli strumenti, con la bellezza delle voci, con le armonie e le dissonanze, con le pause e i silenzi. La musica è il linguaggio dell’anima. 25 giugno 2024
D. Mi par udir cosa molto nuova: volete forse che non solo la forma dell’universo, ma tutte quante le forme di cose naturali siano anima? T. Sì. D. Sono dunque tutte le cose animate? T. Sì… D. È comune senso che non tutte le cose vivono… T. Il senso più comune non è il più vero. Sia pur cosa quanto piccola e minima si voglia, ha in sé parte di sostanza spirituale… perché quello spirito si trova in tutte le cose. (Giordano Bruno)
Le parole di Bruno sono della più alta sapienza. Se usciamo dalla prigionia del senso comune e ci affidiamo alla nostra intuizione interiore riusciamo a liberarci e a contemplare il mondo non solo con gli angusti mezzi dell’intelletto, ma con una visione interiore che ci illumina, uno slancio dell’anima che sa cogliere il vero senza che un dubbio possa frenarne il volo. Uno sguardo profondo si volge alle cose e le scopre tutte animate e piene di vita. La sostanza spirituale dell’inconcepibile Uno percorre tutto il reame dell’esistente come materia-forma che vivifica e crea, popolando di innumerevoli esseri l’universo. Il panteismo bruniano ci ispira e ci affascina, è una sapienza che non conosce il tempo e da cui possiamo imparare molte cose. Se tutto l’universo è un solo grande Essere ogni esistente ha un assoluto valore e dignità, nulla è da considerarsi inferiore o indegno, anche nel più piccolo granello dimora il divino. Se l’universo è infinito come il Primo Principio allora nel Tutto non c’è centro né periferia, il grande cosmo è aperto in ogni direzione, esclude qualsiasi confine, limite o gerarchia. L’infinità dell’Uno come Mens super omnia si rivela nella produzione di infiniti mondi: la materia ha una sua vitalità intrinseca, è la matrice divina che opera nel fenomenico manifestandosi in tutta la sua forza creativa. E se in tutte le cose vibra un’unica coscienza allora ogni cosa ha una sua ragion d’essere, in accordo con il principio dell’Uno-Sapienza che permea tutto della sua sostanza spirituale. Le cose che vediamo sono “ombre delle idee”, sono il pensiero divino attuato nell’immanenza, nei limiti della necessità dei fenomeni naturali, non ci sono quindi sostanze ma solo apparenze, forme mutevoli dell’unica materia vivente. Tutte le cose del mondo sono vive e animate, non solo le piante, gli animali e gli uomini, pure la terra e le rocce si trasformano anche se ciò avviene in tempi lunghissimi ed è difficile vedere il loro movimento. In questo cosmo vivente si compie il viaggio che l’uomo intraprende per esplorare l’infinito. E l’ultima comprensione per Bruno decisiva: se come ogni cosa noi siamo l’infinito-Uno per trovarlo non dobbiamo andare altrove, basta cercare e scavare dentro noi stessi, nel nostro spazio più intimo Esso è presente. È poi lo slancio d’amore dell’Eros filosofico a condurci nell’ultimo tratto del cammino: nel sacro fuoco della passione amorosa bruciamo come una falena sulla fiamma, ogni tratto dell’individualità si dissolve, rimane solo Quello, l’Uno-Tutto Inviolato, l’Innominabile Perfetto, Luce di Luce. 24 giugno 2024
Gli allegri paperi sono tornati ad allietare le nostre giornate. Da tempo li aspettavamo per apprezzarne la compagnia. Ma oggi si offre un inopinato, sconcertante spettacolo, i paperi sono impegnati ciascuno in una performance: il primo saltella su una zampa, il secondo intona uno yodel, il terzo dipinge con il becco, il quarto si rotola nel fango, il quinto sventola bandierine, il sesto siede in posizione di loto, il settimo e l’ottavo raccontano barzellette da taverna, il nono e il decimo fingono di darsele di santa ragione… E appena finito, firmano autografi a una folla plaudente! Cosa mai è successo? I paperi sono cambiati, irriconoscibili. Perché tutto questo attivismo, questa smania di apparire? La risposta è semplice: i palmipedi hanno imparato dagli umani, frequentando la società degli uomini e studiando i loro gesti si sono trasformati, hanno perso la loro naturale simpatia, diventando degli astuti, egoisti, goffi e cinici pennuti. E non bastano le loro esibizioni ad occultare la tragedia: diventando ridicoli replicanti dell’uomo si sono snaturati, hanno perso la grazia che il loro istinto magicamente donava. Nel tentativo di essere altro da ciò che sono si sono smarriti, hanno imparato tutte le ipocrisie e gli inganni del mondo, hanno tradito se stessi dimenticando la propria bellezza, allontanandosi da quell’Eden senza macchia che li ospitava. La loro innocenza, la spontaneità, la loro innata eleganza erano il dono che offrivano agli altri semplicemente vivendo. Dopo essere stati per qualche tempo a contatto con gli uomini hanno imparato il piacere del successo e della fama, hanno imparato a fingere, perdendo la fiducia in se stessi, abbandonando il loro cuore di piume e la gioia di esistere.
È ciò che accade a tutti noi uomini nel processo di crescita: la gioia e la purezza dell’infanzia devono incontrare il mondo, il bambino deve lasciare il suo Eden per l’autocoscienza, deve diventare uomo, secondo l’ordine naturale delle cose. Accade poi che da adulto debba inserirsi negli schemi sociali, sviluppando l’intelletto e interpretando diversi ruoli e identità, intrecciando relazioni e scambi sul palcoscenico del mondo. E accade anche che la convenienza e il calcolo prevalgano, che l’innocenza perduta lasci il posto alla contesa sociale, alle basse pulsioni, alla separazione e al conflitto con gli altri. Obliata la propria natura, la gioia infantile è dimenticata, rimane solo qualche fugace piacere in una vita monocorde. Si pone allora il problema di recuperare il proprio essere, l’essenza originaria che è la cifra della propria umanità. Come ritrovare la gioia semplice di essere ciò che si è? Come tornare all’innocenza senza ritornare bambini? Come ricostruire il legame con la propria vera natura? E così si cerca un’ispirazione, un’intuizione, un’utopia…
Ma adesso, cosa accade? I paperi si sono radunati insieme. Dopo avere incontrato un anziano e con lui a lungo parlato, illuminati forse da una saggezza che ancora mancava, hanno gettato via tutti i trucchi, i giochi e le maschere, hanno chiuso per sempre il Carrozzone delle Meraviglie congedando gli spettatori, loro sì rimasti a becco asciutto. I paperi si sono semplicemente ricordati di essere paperi, gli occhi si sono aperti e con essi la consapevolezza di sé. La loro comunità ha recuperato lo spirito di un tempo e ora sguazzano felici e starnazzanti nello stagno. È bastato un gesto di liberazione coraggioso e radicale per recuperare la propria dignità e l’orgoglio perduto.
Tutto nel mondo è uno specchio per la nostra coscienza. Anche un semplice pennuto può insegnarci a vivere, ricordandoci che tradire se stessi è il più grande delitto e che non è necessario fare grandi cose per essere felici, basta essere ciò che si è in accordo con la propria natura, confidando nell’innata saggezza che da sempre ci appartiene. 22 giugno 2024