Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Sentiva che il suo tempo era finito. La corruzione dilagava nella società, feroci dispute laceravano il regno. Un mondo rumoroso e avido di potere non era più il posto per un vecchio saggio.
Così Lao Tzu montò su un bufalo d’acqua e all’alba partì verso le terre dell’Ovest. Lo attendevano le grandi montagne, segreti e silenziosi luoghi di meditazione.
Non aveva mai fondato una scuola, né cercato seguaci o creato tradizioni. Aveva vissuto in armonia col Tutto. E ora semplicemente se ne andava, senza proclami, discorsi o spiegazioni. Portava con sé un immenso tesoro frutto di una intera vita di ricerca: l’esperienza diretta della via del Tao.
Lao Tzu giunse al passo della frontiera. Una guardia di nome Yin Xi lo osservò, vide in lui un uomo di rara saggezza. Gli chiese un dono prima di andarsene: mettere per iscritto il suo insegnamento, la sua comprensione della Via.
Lao Tzu comprese il suo gesto e accettò. Con la china tracciò caratteri sulla carta, scrisse versi poetici, enigmatici, essenziali. Lo scritto che oggi chiamiamo Tao te Ching.
Poi Tzu attraversò il confine e scomparve. Di lui non si ebbe più notizia.
Il Tao te Ching nasceva su un confine, ai margini di una civiltà decadente. Era il segno lasciato da un uomo saggio prima di congedarsi e andare oltre. In esso c’è il cuore dell’insegnamento: La Via non si lascia rinchiudere in sistemi. Si manifesta nei momenti di soglia là dove qualcosa finisce e altro comincia. È la corrente di vita che fluisce e va. Ci parla per segni, simboli, visioni. Solo la parola poetica può sfiorarla.
Lao Tzu ha lasciato il vecchio mondo, ma la Via cammina con lui, eternamente. E la sua voce ancora risuona per noi:
“Il saggio compie la sua opera e poi non vi dimora. Proprio perché non vi dimora, nulla gli viene tolto.”
“Compi l’opera, porta a termine il lavoro, e poi ritirati. Questa è la Via del cielo.” 25 febbraio 2026
La notte era quieta come l’acqua di un lago. Il Buddha sedeva sotto il banyan, in silenzio. D’improvviso una luce apparve all’orizzonte, un chiarore dalla forma di un vivente. Un essere divino si presentò al Maestro, il corpo radioso sfolgorante di luce, il volto segnato da una malinconia antica.
Era Rohitassa, il deva. Raccontò d’essere stato un tempo un uomo, un asceta dotato di un potere straordinario: la capacità di muoversi ovunque nello spazio. E di aver vissuto con un solo desiderio: raggiungere la “fine del mondo”, il limite oltre il quale nascita dolore e morte non possono più toccare l’essere umano.
Così aveva intrapreso un viaggio titanico. Con i suoi poteri aveva varcato i continenti, pianure, monti, oceani, ogni angolo del mondo. Aveva viaggiato per anni, con volontà indomita, nell’intero cosmo, come un eroe epico. Ma nonostante il peregrinare e gli sforzi non era giunto al confine agognato, il luogo della cessazione di ogni sofferenza. E la morte lo aveva colto all’improvviso, lasciando irrealizzato il suo desiderio.
Dopo averlo ascoltato, il Buddha disse: “Amico Rohitassa, la fine del mondo non si raggiunge viaggiando nello spazio. Eppure, senza raggiungere la fine del mondo non c’è liberazione dal dolore.”
Rohitassa rimase confuso a quelle parole. Un grande paradosso, una sfida al pensiero. Ma il Beato aggiunse la chiave: “È in questo corpo lungo un braccio, piccolo, fragile e mutevole, con la sua percezione e i suoi pensieri, che si trova il mondo: la sua origine, la sua dissoluzione e il sentiero che conduce alla sua fine.”
Il messaggio del Buddha era chiaro: non parlava del mondo come luogo fisico, ma dello spazio interiore dell’esperienza: quel mondo di desideri, paure e proiezioni che ci confina nella gabbia del dolore.
Rohitassa aveva attraversato il cosmo, ma non aveva attraversato sé stesso. Comprese allora che gli spazi solcati erano la distanza che lo separava da sé; che il confine del mondo non è un luogo, ma un segreto custodito nella mente; che la soglia non si oltrepassa in volo, ma con un atto di visione interiore.
La luce di Rohitassa si accese, come una fiamma che rinasce a un improvviso alito di vento. Si inchinò al Buddha con gratitudine. Poi, senza pronunciare parola, svanì nel buio vellutato della notte.
Restò solo il silenzio.
La risposta più bella e più vera, quella che nasce dalla quiete di un’anima che ha ritrovato sé stessa. 23 febbraio 2026
-Vedo che molte persone cercano di vivere una vita di ragione, ma non sono felici, sono sempre ansiose e preoccupate. Mi chiedo perché accade, visto che la saggezza dei secoli celebra l’intelletto come guida nella vita. Sappiamo che la ragione è il bene prezioso che ci distingue dagli animali, mossi dall’istinto… -Al di là dei casi particolari di ciascuno, siamo fortunati a vivere in una società che non conosce la fame, la guerra, la dittatura, ecc. E tuttavia osserviamo un diffuso malessere nelle persone che sembra non giustificato dalle vicende personali. Forse c’è qualche ragione più profonda, connessa alla natura dell’essere umano. Una perenne insoddisfazione accompagna la nostra vita. L’uomo non può mai stare fermo, è sempre alla ricerca di qualcosa che dia senso e scopo alla sua esistenza. Da qui gioia ed entusiasmo mescolati a frustrazione, ansia, inquietudine. -Da dove partire per vivere una vita serena, senza rinunciare alla realizzazione dei propri progetti di vita? -Ci sono tante filosofie delle tradizioni d’Oriente e Occidente che si sono occupate di questo tema. Se vuoi possiamo dare uno sguardo al pensiero di Seneca che lo ha trattato a lungo. -Mi piacerebbe conoscere il suo insegnamento. È possibile esprimerlo in parole semplici? -Sì, il Seneca dei Dialoghi non usa un linguaggio complicato. Il suo approccio è quello del maestro-amico, il tono colloquiale mette subito a suo agio il lettore. -Allora fa per me, non amo i maestri che parlano dall’alto della loro cattedra. -Per Seneca i problemi umani nascono dalla mancanza di conoscenza di sé, dal fatto di non accettare la propria natura. -E qual è la nostra natura? -È la condizione d’essere composti di ragione, sentimenti e istinti, un quadro complesso da governare, che richiede riflessione, consapevolezza, equilibrio. -Dunque il primo passo quale può essere? -Fare un’opera di verità: essere spontanei, vivere senza infingimenti, senza cercare di apparire diversi da quello che si è. Sembra una cosa semplice, in realtà è molto difficile, perché ci sentiamo sempre sottoposti al giudizio altrui, abbiamo l’impressione di essere ovunque guardati e criticati. Questo fatto ci spinge a vestire maschere, perdendo così la spontaneità e l’autenticità del nostro essere. -È vero, mi accorgo di quanto siamo schiavi del giudizio altrui. La vita intorno a noi è complicata e frenetica e ci spinge a comportamenti che dovrebbero coprire i nostri difetti, colmare le nostre mancanze e sanare le frustrazioni. -Ecco, il rimedio per questo stile di vita che produce turbamento è cercare una “schietta semplicità per sua natura disadorna” -come dice Seneca- che dà gioia e tranquillità. Invece di assumere un atteggiamento falso e costruito ci si mostra esattamente come si è. Le persone intelligenti sanno apprezzare la qualità dell’uomo sincero con sé stesso e con gli altri. -Quale ruolo ha la ragione? Deve essere la nostra guida oppure no? Non è la ragione a suggerire i comportamenti e i ruoli sociali da assumere in un mondo così complesso? -Sì, però Seneca raccomanda di non fare della ragione un dittatore che comanda e controlla ogni aspetto della vita. L’ideale da perseguire è quello di una “ragione ragionevole”, una razionalità fatta di buonsenso, misura e moderazione. Vivere schiavi di un intelletto rigido e calcolatore non è la chiave della felicità. -Quindi, vivere secondo natura vuol dire accettare tutti gli aspetti della personalità, anche sentimenti, emozioni, impulsi e moti istintivi… -Gli impulsi e le passioni vanno sempre governati, non devono essere lasciati soli a guidare la nostra esistenza, la ragione deve sempre vigilare. Ma si deve dare spazio anche alla leggerezza, allo svago e al gioco, per allentare la tensione del nostro animo. Sappiamo che per gli antichi la salute della mente e del corpo richiede una saggia alternanza tra attività e riposo. -Si deve quindi sempre ricercare l’equilibrio, un bilanciamento tra quiete e attività… -Sì, questo vale in particolare per il movimento tra il fuori di sé e il dentro di sé. Bisogna saper stare soli con se stessi, apprezzare la solitudine. Solo allora si è pronti a stare insieme agli altri. L’essere umano è fatto così, da una parte cerca la compagnia e il movimento, dall’altra ama ritirarsi in sé per godersi la quiete. Le due cose devono alternarsi come in un pendolo, l’una sarà rimedio dell’altra. Ma certo è importante conservare l’autosufficienza, l’autonomia di pensiero che ci libera dalla schiavitù del mondo. Solo allora si approda all’atarassia, l’imperturbabilità che è il vero contrassegno dell’uomo saggio. -Sono d’accordo, la serenità dell’animo è il bene più prezioso, è ciò che ci fa affrontare con dignità anche i momenti difficili. Ma volevo tornare ancora sul ruolo della ragione nella nostra vita… -Seneca si pone una domanda decisiva: fino a che punto bisogna affidarsi alla razionalità? Come conciliare la dimensione dell’intelletto e la realtà delle passioni? E qui arriva a una conclusione sorprendente. Egli riprende le parole di un poeta greco dell’antichità: “A volte è bello fare qualche pazzia”. E poi Platone: “Invano batte alla porta della poesia chi è sempre padrone di sé”. Infine Aristotele: “Non c’è mai stato un grande ingegno senza un pizzico di follia”. Nella vita dunque ci vuole un poco di sana follia, l’ispirazione viene all’uomo dall’innalzarsi al di sopra delle cose materiali in una dimensione più alta. -Mi sento in sintonia con questa visione… -Seneca usa qui parole molto belle: “Una mente ispirata può parlare in tono grandioso e al di sopra degli altri… solamente allora i suoi canti superano la dimensione umana”. Un uomo che vive nel ferreo controllo di sé non può toccare quelle vette, rimane intrappolato nelle banalità ordinarie. Perciò Seneca raccomanda di dare libertà al nostro pensiero: “Si stacchi dal quotidiano, si esalti, morda il freno e trascini il suo cavaliere, portandolo là dove avrebbe timore di salire”. -Mi piace questa immagine, la dialettica tra il cavallo e il cavaliere, un gioco dove l’equilibrio si conquista, si perde e si ritrova continuamente… -Mente e corpo, ragione e passioni danno vita a uno spettacolo grandioso. Questa è la vita, fatta di luci e ombre, vittorie e sconfitte, gioie e dolori. Ma al di sopra del dramma umano si deve levare una ragione ragionante condita di un po’ di follia. È come stare sul filo, in equilibrio precario, in un bilanciamento fragile. Ma solo allora il vivere raggiunge il suo apice. E la pienezza che ne deriva porta felicità e una profonda tranquillità. Se nella vita hai sperimentato tutto quello che dovevi puoi rimanere in pace con te stesso, in una quiete imperturbabile. -Questo è quello che chiamiamo atarassia… -La possiamo chiamare anche in modi diversi, l’importante è ricordare che la condizione spirituale di tranquillità deve essere una conquista individuale. E che non basta conoscere quattro precetti per realizzarla. La trasformazione personale non è solo un fatto dell’intelletto. Nel concetto di “ragione ragionevole” è implicato un vivere che si manifesta in tutte le sue dimensioni. -È lo stile di vita che cerco. Voglio provarci, mi sembra una bella avventura. -Tutto è sempre una bella avventura, se vogliamo che sia tale… 26 marzo 2025
-Si dice che siamo noi stessi a creare i nostri problemi. Sei d’accordo con questa affermazione? -Sì, ma in un modo particolare, per cui vanno chiarite alcune cose. Cominciamo col dire che un “problema” lo puoi creare solo riferendolo al passato, altrimenti ci sono solo situazioni di vita da affrontare nel presente. I nostri cosiddetti “problemi personali” sono sempre collegati al passato, mentre nell’adesso c’è solo ciò che si pone come una situazione, un fatto che richiede una risposta e un agire. -Non è giusto andare a cercare nel passato l’origine dei nostri problemi per risolverli? La psicoanalisi e le psicologie in genere affermano con forza che questa è la strada da seguire. -Sì, possiamo esplorare problemi risalenti a tempi trascorsi, all’infanzia, alle esperienze vissute. Puoi riflettere su un problema, ricercarne le cause, la genesi, per cercare di sradicarlo dalla mente come una pianta infestante. È la via dell’analisi che si volge al passato, ai ricordi, alla tua storia personale. In parte può essere d’aiuto, ma non è la vera soluzione. -Se non si torna al passato, a quello che siamo stati e a quello che abbiamo vissuto, come ci muoviamo? -Dobbiamo innanzitutto comprendere che ogni problema si intreccia con infiniti altri, in una catena senza fine. Un episodio ne richiama un altro, cause ed effetti si moltiplicano in mille direzioni. È un labirinto da cui non uscirai mai, se vuoi esplorare un problema nei dettagli ne vedrai spuntare infiniti, rimarrai intrappolato in un dedalo inestricabile. -In effetti devo confessare che spesso mi capita: quanto più cerco di analizzare un problema tanto più questo sembra ingarbugliarsi, perché vengono fuori mille risvolti, sfaccettature, collegamenti con altre situazioni. Più provo a sciogliere i miei problemi, più sono nei guai, mi ritrovo sempre al punto di partenza… -Sei acuto nelle tue osservazioni. In effetti è così che si comincia a studiare le cose, guardando con onestà e senza pregiudizi ciò che accade, per vedere se il nostro approccio alle cose funziona o no. -Quindi guardare al passato è una falsa via di uscita, dobbiamo rassegnarci e tenerci in eterno i nostri bei problemi… -No, possiamo partire da questo fatto irrefutabile: il passato è passato, è una cosa morta, andata, finita. È impossibile tornarci e farci qualcosa, non ha più alcuna realtà, è solo una pallida memoria, un fantasma che ci segue come un’ombra. -È quindi questa la fonte dell’errore? -Osserva bene. Di ciò che è stato rimane solo un ricordo incerto e frammentario e perlopiù distorto. Non puoi tornare indietro a riparare o modificare le cose avvenute, se ci provi vivi solo frustrazione e senso di impotenza. Quando ti rendi che non ci puoi fare più niente, rimani deluso e amareggiato, puoi solo rimpiangere, interpretare, ripercorrere il passato con mestizia. L’errore è proprio nel fatto di identificarsi con il proprio passato, di convincersi -nel presente- di essere il risultato di ciò che è stato. -Ma in fondo non facciamo così? -Certo, lo facciamo tutti ed è proprio questo l’unico, reale problema, il fatto che poi diventiamo sempre quello che pensiamo di essere. Se pensi di essere un individuo pieno di problemi come risultante del tuo passato, alla fine quello diventerai. In realtà tu rinasci ogni momento, sei sempre nuovo, non sei mai l’individuo di ieri o di dieci anni fa. -Come dire che l’uomo di ieri è morto col suo passato? -Sì, quindi a che pro trascinarsi dietro una zavorra di ricordi di un tempo che fu? Quelli lasciali nel museo della tua memoria, come anticaglie inutili e impolverate, da rivisitare ogni tanto. -Dunque, se ho capito, non devi pensare, o peggio sentire, di essere i tuoi problemi. Devi vivere nel qui-ora e da lì partire per l’azione. Però non è facile rinunciare all’idea che analizzare il passato sia utile per comprendere le cause dei problemi personali… -Allora metti alla prova quel metodo e vedrai: la via del sezionare, esaminare, scandagliare il proprio passato non risolve mai i problemi. Finisci solo per nutrirli, accrescerli, drammatizzarli, ne fai la causa di tutti i tuoi difetti, mancanze, negatività e desideri frustrati. Questo ti impedisce di vedere cosa sei ora e quali sono le tue potenzialità. Non sentirti mai condannato dal passato a una vita grama e infelice, è ciò che accade quando ti identifichi col “problema” e cerchi di attaccarlo nel modo sbagliato. Ci può essere una situazione difficile e drammatica che stai vivendo nel presente, ma devi vederla come un fatto da affrontare con mente libera e coscienza vigile. Lascia andare il passato con tutti i suoi drammi, non stare lì a piangere, non perderci tempo, lascia ciò che è morto a se stesso. -Allora qual è la chiave per venirne fuori? Una volta capito che quella via non funziona, cosa fare dopo? -La via da percorrere è sempre la più semplice: diventare consapevoli. Rimani nella tua consapevolezza e guarda cosa succede. Non identificarti con i problemi del passato, guardali con distacco, sono solo ectoplasmi, liberatene subito, ora. È vero che essi sono nella memoria e ci condizionano, ma solo a livello della mente. Non credere di essere la tua mente, tu sei coscienza libera e pura. La consapevolezza rimane sempre fresca e incontaminata ed è la parte di noi più vera, reale, inviolabile. Quando sei stabile nella tua coscienza vedi i problemi dall’alto, da una prospettiva più ampia, allora è facile capire la loro inconsistenza e la futilità del tentativo di andare a risolverli uno per uno. Si può solo spazzarli via tutti con un gesto radicale, vedendo che sono solo una costruzione fittizia, proiezioni della mente, una zavorra inutile che ti trattiene in basso, invischiato nel pantano. -Quindi la comprensione deve avvenire tutta d’un colpo? -I problemi devono cadere alla fine tutti insieme, come un castello di carte, alla luce della consapevolezza, come quando ti rendi conto che ciò che vedevi era solo un sogno o un miraggio. Tu sei reale solo nel presente, quindi cosa puoi fare del passato se non lasciarlo andare e svanire? Però non ti puoi disfare di quei problemi con la stessa mente che li ha creati, il pensiero è sempre rivolto al passato o al futuro, mentre tu esisti nel presente, solo nell’adesso puoi veramente agire, con la coscienza chiarificatrice che è ora. -Ma se anche non la chiamiamo più “problema” rimarrà sempre una qualche situazione che sarà estrema, irrisolvibile, come la morte… -Certo e noi affronteremo anche quella, comunque sia. Se non è un problema ma solo una situazione presente da affrontare, cosa possiamo fare se non cercare di comprenderla e agire nel modo che riteniamo appropriato, illuminati dalla nostra consapevolezza? -Mi chiedo se gli uomini possano vivere davvero senza problemi, perché a volte ho l’impressione che in fondo non possano farne a meno, che li coltivino per sentirsi vivi… -Hai ragione, per la maggioranza delle persone è così. I problemi sono una stampella che sorregge il loro vivere minato dall’insignificanza. Col distacco della consapevolezza ti libererai dal peso di infiniti problemi e da un modo di vivere immaturo. Lascia perdere tutto questo e domandati chi sei tu. Sei il tuo carico di problemi o qualcosa che sta oltre? Se dai un calcio al tuo passato pieno di drammi, perdi qualcosa o la tua vita si fa più leggera? Una situazione può essere dolorosa, ma, priva della sofferenza psicologica che la accompagna se vista come un problema del passato, una volta osservata con distacco e compassione sarà solo ciò che accade nel momento, una sfida che l’esistenza ti pone davanti. Niente più rimpianti, lamentele, rabbia, angosce, malinconie, risentimenti, pensieri di autocommiserazione. Sarai un essere umano sano e autentico, non malato del passato, ma vivo nel presente. -In questo momento da dove posso cominciare il mio cammino? -Qual è un problema che sei convinto di avere come persona? -Sono sempre stato troppo timido nei rapporti con gli altri. E la causa forse… -Lascia stare le cause, non ci interessano e non contano. E guarda: il fatto che sei consapevole di ciò, il fatto che puoi prenderne le distanze, vuol dire che già non sei più identificato con la tua timidezza, hai fatto il primo passo al di là di essa, per liberartene. Lavora su questo “problema” osservandoti con costanza e vedrai, in breve tempo lo vedrai dissolversi. La timidezza rimarrà una situazione che sarà solo un aspetto, magari il più intrigante e il più bello, del tuo modo di essere. Non ci sarà però sofferenza, accettandoti per come sei vivrai in pace. Accadrà che la timidezza sarà il tuo dono prezioso al mondo. -In effetti, a ben vedere, cosa c’è di male nell’essere timidi? Perché non posso essere come sono? E poi, se vedo la mia timidezza vuol dire che ne ho già preso le distanze. Prima ero timido, ora lo sono ancora, ma me ne importa qualcosa? L’unico vero problema è che scioccamente me ne facevo un problema… -(ridendo) Ti vedo già sulla via della guarigione… Poi, quando con la pratica la tua consapevolezza si sarà rinforzata, potrai fare la stessa cosa con gli altri tuoi problemi. Un giorno li prenderai tutti insieme e li butterai nel fosso… e passerai oltre, camminando col sorriso di un cuore lieve. 5 novembre 2024
-Nelle Enneadi Plotino elabora una grande metafisica dell’Uno: tutto l’esistente sgorga dalla sovrabbondanza del Primo Principio che origina il mondo e la coscienza in un immenso ciclo cosmico di discesa dall’essere perfetto al piano materiale, quello che per noi è l’universo con tutta la vita che contiene. -Ne abbiamo parlato. E arrivati a questo punto, come prosegue l’indagine filosofica? -Plotino parla del ritorno all’Uno, una grandiosa conversione dal mondo materiale alla realtà spirituale che vede protagonista la coscienza singola. Il grande filosofo descrive la via della meditazione che conduce il ricercatore spirituale all’esperienza mistica della riunione col trascendente. -È la teoria filosofica che diventa pratica di vita… -Sì, un cammino di crescita interiore, di evoluzione della coscienza che si affranca dagli interessi materiali e risale alla sfera immateriale della Luce intelligibile. -Da dove si parte per intraprendere questo cammino? -Per le anime più mature che sono pronte a esplorare le supreme dimensioni dell’essere il primo passo è l’affinamento delle facoltà più elevate della mente, prima con la matematica, poi con l’arte e la ricerca della bellezza nelle cose del mondo. In seguito lo sguardo si volge alla teoria, alla visione dell’occhio della mente, ai concetti astratti e alla vita interiore. Le cose esterne perdono ogni attrattiva e significato, l’individuo cerca la bellezza che va oltre la materia, il ‘bello in sé’ come insegnava Platone. La vita si spiritualizza e le qualità dell’anima si palesano aprendo un nuovo livello dell’esistenza umana. -Ci sono indicazioni più concrete su come si debba praticare la meditazione? -Ti porto un esempio dalle Enneadi: devi visualizzare di fronte a te il cosmo con le stelle e i pianeti e tutti i viventi che lo popolano. Il tuo sguardo deve cogliere la totalità delle cose come un insieme e al tempo stesso ogni suo dettaglio. -Devo quindi sentirmi come un grande Spettatore dell’intero universo… -Sì, devi usare la tua immaginazione, vedi l’universo come se fosse tutto in una sfera luminosa e trasparente. Poi quando l’immagine nella tua mente è nitida devi rovesciare il rapporto con essa. Il cosmo devi vederlo non come una realtà esterna, ma come un universo dentro di te. Devi pensare, anzi devi sentire, di essere il creatore del cosmo, la fonte infinita e libera da cui ogni cosa scaturisce. Prova a farlo in questo momento… -Sì… È una sensazione particolare, mi dà un senso di espansione e di potenza. Essere una divinità che crea e governa il mondo mi sembra una bella esperienza, per quanto sia solo frutto di immaginazione… -Ecco, ora rimani in quella coscienza che comprende in sé tutto ciò che esiste. Sei nello spazio di una consapevolezza profonda e ampliata del senso di essere. Ammira la grandiosità, la bellezza e la perfezione di tutte le cose… -Mi sento il Divino che contempla la sua creazione e la vede perfetta, fatta a sua immagine… -Bene, ora il passo successivo è quello di lasciar svanire a poco a poco la visione dell’universo e concentrarsi sulla pura presenza, lasciando solo la coscienza, nuda e semplice. Dalla visualizzazione consapevole alla consapevolezza in sé, come presenza trascendente e incondizionata. -Mmh, è come essere in un vuoto, di fronte al nulla… -Ma in realtà non è il nulla, perché la coscienza rimane sulla scena, lucida e autoconsapevole, onnipotente e indistruttibile, senza limiti perché altro non c’è fuori di essa… -…E quindi è anche oltre lo spazio e il tempo, completa e piena di ogni qualità… -Meglio dire che è priva di forma, quantità, qualità e relazione. Riesci a spiegare perché? -Perché queste sarebbero delle determinazioni, cioè delle limitazioni per una coscienza che è un assoluto Uno. -Proprio così, la Coscienza (con la maiuscola per distinguerla dalle coscienze individuali e limitate dei singoli enti) è la manifestazione dell’Uno, che in sé rimane la suprema Realtà, inconcepibile e indescrivibile, al di là di forma e tempo, di azione e pensiero, di essere e non essere. Va precisato poi che per Plotino l’Uno non “crea” il mondo dal nulla, ma genera da se stesso per sovrabbondanza di essere, in modo spontaneo, rimanendo nella sua perfezione assoluta, immobile e inviolato. -Quindi, se ho capito, con questa meditazione la nostra coscienza individuale cerca di allinearsi alla Coscienza universale per avvicinarsi all’esperienza dell’Uno… -Sì, è la via per superare ogni dualità e ‘tornare a casa’, al Primo Principio. Non è semplice però parlare di unio mystica, la realizzazione estatica che oltrepassa ogni possibilità di descrizione. Le parole sono sempre misere e incapaci di dare significato al trascendente. Qui si entra in un mondo di tali paradossi e impossibilità che ogni tentativo di spiegare cade nel vuoto. Per questo l’ultimo volo secondo Plotino deve avvenire nel distacco e nel silenzio più radicali. -L’ultimo volo? Cosa significa questa metafora? -Troviamo nell’ultima pagina delle Enneadi uno dei passi più belli. Plotino descrive con queste parole il “volo” finale verso l’illuminazione: “Fuga di solo a solo – pònou pròspònon“. È l’esperienza di spogliarsi di tutto, abbandonando ogni desiderio, attaccamento e senso di separazione per ricongiungersi con l’Uno. Un “volo” nell’estasi della trascendenza che non lascia memoria o traccia del mondo dietro di sé. -Immagino che più di questo non si possa dire e raccontare… -Ci siamo avventurati sul terreno di una grandiosa metafisica dell’Essere che la ragione può solo intravedere da lontano. Il ricercatore serio sa che le parole e i concetti sono solo un punto di partenza, il resto è un cammino di realizzazione interiore che ciascuno deve compiere in solitudine: Fuga di solo a solo – pònou pròs pònon 29 febbraio 2024
Essere o non essere? Era la domanda che lo tormentava, il dilemma che lo dilaniava da sempre. Finché un giorno giunse la risposta. Osservando la natura delle cose tutto gli fu improvvisamente chiaro. Una comprensione balenò nella mente mentre contemplava nella luce del tramonto il lento appassire delle linee e dei colori: tutte le forme vanno e vengono, appaiono dal nulla e nel nulla scompaiono e non si può fermare questo infinito gioco che appartiene alla vita nella sua essenza. Venne dunque la risposta, ma non a lui, perché in quel momento ogni “io” era sparito. Era il Tutto che osservava se stesso attraverso la sua mente risvegliata e si riconosceva nella propria verità: l’esistenza è un’onda in movimento tra le sponde dell’essere e del non essere; ogni ente è un’infinitesima parte di una Realtà che si manifesta in innumerevoli forme che vivono e precipitano tra l’essere e il nulla. Come umani siamo parte del gioco, viviamo sospesi tra due mondi, anche noi siamo e non siamo. Come partecipi dell’esistente siamo quel Tutto che si manifesta e che è la sola vera ultima Realtà; come individui, parti di un intero, piccoli frammenti privi di autonomia, enti transeunti ed effimeri, in senso reale noi non siamo. Questa è la nostra natura, ci trasformiamo ogni istante lasciando alle spalle spazio e tempo, il fuoco e la cenere di ciò che è stato. Questo è il destino di uomini e cose, sempre in bilico fra esistenza e non, fra tutto e nulla, tra essere e non essere, sempre alla ricerca di ciò che manca. Un esistere segnato dall’incompletezza che però contiene immense potenzialità, perché solo ciò che non è perfetto ha mille modi di trasformarsi e rinascere. Solo ciò che è imperfetto può divenire, come creazione perennemente in atto, pur mantenendo la propria essenza, perché è sempre il Tutto la sua sorgente.
Mentre dunque osservava le cose svanire nella dorata luce del tramonto il dilemma di essere e non essere si scioglieva nel più grande paradosso, in quella incomprensibile contraddizione che è il fondamento di ogni realtà: l’Intero si differenzia ma senza separarsi, l’Uno diventa i Molti senza però dividersi. L’impossibile diventa il reale possibile nel ciclo eterno di essere e non essere che è il gioco senza fine della creazione. È quello che vediamo ogni momento accadere davanti ai nostri occhi nelle forme mutevoli dell’apparire, nel fuggente attimo dell’essere-nulla. Nel tramonto i caldi colori sfumano, le linee si sfocano e si fanno incerte, ma non c’è rammarico o rimpianto, non c’è solo la fine di ciò che e stato, ci aspettano le luci e i colori dell’alba. 23 febbraio 2024
Nelle limpide notti saliva su quel colle dove l’immensità si apre allo sguardo e muto ammirava miriadi di stelle punteggiare tremolanti il firmamento. Sospeso in un silenzio profondo, di là dei suoni e delle luci del borgo, osservava gli immensi spazi neri mentre indecifrabili parole dal nulla tracciavano segni nella sua anima. E come goccia si scioglieva nel tutto, perduto in quella vastità senza nome dove l’incontaminato essere si rivela oltre i limiti di ogni umano intendere. Era un dolce naufragare nell’infinito che non conosce causa e fine e non pretende ragioni o scopi, interminato spazio senza origine dove tutto e ogni cosa nasce e vive in un eterno peregrinare nella luce. Là il Poeta aveva trovato l’eden perduto, dove ebbe i suoi natali il primo uomo. In quel luogo c’è solo innocenza perché bene e male non si conoscono, non giudizio o pensiero che divide, solo pura coscienza di ciò che è. Il pensiero errava in sovrumani silenzi oltre la siepe e il colle dell’infinito, poi lo sguardo diventava più acuto e contemplava l’ultimo orizzonte nella quiete, tra lo stormir di fronde. Una visione oltre lo spazio e il tempo che è presenza del tutto in ogni cosa, consapevolezza che tutto abbraccia, coscienza che frange i limiti del sé. 4 gennaio 2024
-Mi chiedo se siamo sempre consapevoli di pensare e soprattutto se siamo del tutto coscienti e padroni di quello che pensiamo… -Il pensiero è un processo spontaneo che avviene al di là del volere cosciente. Puoi vedere tu stesso, l’esperienza diretta ci testimonia che nella mente ogni cosa appare da sé: percezioni, volizioni, immagini ed emozioni appaiono sullo schermo mentale senza che si possa riconoscerne l’origine, senza la decisione di un “io” al comando. -Un pensare senza “io”? Come è possibile? È una cosa che mi suona molto strana… -Osserviamo allora quello che accade: il pensiero che si presenta nella tua mente in questo momento è spuntato da solo e apparentemente dal nulla. Non è difficile constatare questo fatto, è una cosa così ovvia che non ci facciamo mai caso. -Ma io posso decidere in questo momento di pensare una certa cosa, posso creare un’immagine nella mia mente e proiettarmi nel passato o nel futuro. E questo è certamente un atto della mia volontà… -No, guarda con attenzione. Anche l’atto di volontà compare come un pensiero tra gli altri. Che tu decida una cosa o un’altra, che tu ti pronunci per il sì o per il no, tutto questo appare sullo schermo della mente in modo automatico. E tu semplicemente lo accogli come un fatto nella tua coscienza. -Pensavo di essere un soggetto padrone del suo pensiero! -Se così fosse potresti decidere di nutrire la tua mente solo con pensieri di felicità e di pace, ma così non è. Chiunque di noi sa quanto è difficile cacciare via i pensieri ripetitivi, sensazioni e sentimenti negativi. E quello che vale per i pensieri vale anche per le immagini, i desideri e le paure. Sappiamo come sia difficile e spesso impossibile governare i nostri fantasmi interiori. Tutta la psicologia moderna insiste sul fatto che noi non siamo padroni neppure in quel luogo che è la nostra mente. -Già, c’è tutto il lavoro dell’inconscio che si muove sottotraccia. Per questo l’agire dell’uomo appare spesso così mutevole e irrazionale. -La psicologia moderna ha ripensato profondamente la definizione di quello che noi chiamiamo io, senza però scalzarlo dal centro del nostro essere e mantenendolo come sinonimo della nostra coscienza. Qui invece lo stiamo mettendo in discussione radicalmente, ci interroghiamo sulla realtà della sua stessa esistenza. -Se è vero, allora quello che noi chiamiamo io e che rappresenta la nostra persona e noi stessi, in che modo deve essere concepito? -Quell’io che crede di volere e pensare e si sente sempre padrone di sé in realtà è un fenomeno illusorio, è anch’esso solo un pensiero che si produce come tutti gli altri, una costruzione mentale falsa e chimerica. Ci può essere un pensare anche senza che ci sia colui che pensa. -Il pensiero dunque si attua senza un soggetto che che lo governi o lo diriga? È un fenomeno che accade senza l’intervento di un “qualcuno”? -Certo, guarda quello che succede quando due persone conversano con foga animata parlando velocemente. Si vede chiaramente che prima di pronunciare le parole le persone non hanno avuto il tempo di pensarle, perché lo scambio è troppo immediato e rapido. Il pensare e il parlare sono un unico fenomeno non separato. Potremmo dire che le parole sono il pensiero in azione e che il pensiero sono quelle stesse parole articolate nella mente. Non c’è tempo, non c’è spazio per un soggetto pensante. -Ma la scienza cosa dice di questo “io fantasma”? La neurofisiologia e gli studi sulla mente si pronunciano su questo fenomeno? -Certo, e in modo sorprendente. Gli studi più avanzati confermano con strumentazioni scientifiche che ogni idea e atto di volontà appare nel cervello qualche secondo prima che questo diventi un pensiero cosciente o un’espressione del linguaggio o un’azione. Prima che la coscienza operi tutto è già dato e compiuto, quindi non possiamo parlare di un pensiero o una decisione davvero consapevoli. L’”io” arriva sempre dopo… -Scioccante, ma allora la domanda diventa: chi pensa? Il pensare scaturisce dal caso, dal caos, dal nulla? -Chiediamoci se sia possibile concepire il pensiero senza un soggetto che pensa, come atto che non si deve riferire per forza ad un centro pensante. -Questa prospettiva mi sembra destabilizzante, toglie la terra di sotto ai piedi, crea un vuoto: noi non pensiamo, siamo invece “pensati”… -Be’, se come soggetti noi non ci siamo più, nessun problema! Chi dovrebbe mai rimanere destabilizzato o scioccato? -E quindi cosa resta, alla fine? -Rimane tutto ciò che è, tutto ciò che avviene e si presenta nella mente e nel mondo da essa pensato nella sua assoluta e semplice verità, l’essere senza limiti che è ogni cosa. -C’è per caso qualche filosofo nella storia che ne ha parlato e concorda con questa prospettiva così radicale? -Il filosofo Spinoza ce lo ha spiegato con una metafora: il sasso scagliato in aria dalla mano ricade in basso con una parabola, ma, supponendo che possa pensare, è convinto di avere deciso in autonomia e di aver fatto quel volo in piena coscienza. Così succede anche per l’essere umano che cade nell’illusione, convinto di essere padrone di volere e di autodeterminarsi nel suo vivere, nell’agire e nel pensare, quando in realtà è anch’esso una costruzione del pensiero. -Il pensiero di…? -Di ciò che Spinoza chiama l’Assoluto, perché solo Quello esiste… Un principio infinito, inconcepibile, indescrivibile, che è tutto ciò che è. -E l’essere umano? Ha ancora un ruolo e un senso nella storia del mondo? -Ogni uomo è uno sguardo dell’Assoluto che vede se stesso da un punto di vista limitato e particolare. Ognuno di noi è quell’Uno che vuole conoscersi e lo fa manifestandosi in forme individuali che vivono ciascuna un’esperienza unica e irripetibile. -Dunque in questo senso esiste solo Quello, noi siamo solo uno degli infiniti punti dai quali il Tutto vede se stesso. Ma in quanto individui autonomi non esistiamo realmente… -Direi che hai compreso molto bene. Noi siamo un’illusione data dalla limitatezza del pensiero che si restringe nell’identità di un corpo e proietta un io fantasmatico, una sorta di ombra chimerica che sembra avere una sua autonomia. L’Intero si guarda attraverso un suo frammento e dice “io”. Ma c’è solo Quello, “noi” siamo nulla… -Allora forse riesco a capire anche il linguaggio dei mistici quando si rivolgono a Dio e dicono: io sono nulla, esisti solo Tu… Come Meister Eckhart e tanti altri. Non sono solo parole poetiche dettate dall’entusiasmo religioso… -No di certo, stanno parlando di una vera esperienza oltre il limite. Quei grandi uomini (apparenti) non perdono tempo in espressioni superficiali. E usano le parole fin là dove possono arrivare, il resto è lasciato al silenzio… -Non pensavo saremmo arrivati così lontano nel nostro dialogo. È un cammino impegnativo. Ora devo darmi il tempo di riflettere sui temi emersi. -Sì, prendi tutto il tempo che vuoi, nessuno vuole costringerti a credere ciò che non è tuo. Ma sappi che la realizzazione del “pensiero senza io” si dà in un solo sguardo intuitivo che, quando il tempo è maturo, si rivela da sé in un istante. Allora quello che chiamiamo io si guarda nello specchio, si cerca e vede solo il vuoto… 2 gennaio 2024
-In che modo possiamo pensare la realtà per comprenderla come un intero? -Prova a pensare la realtà come se fosse la pellicola di un film che si svolge davanti a te. -Non è difficile, mi piace andare al cinema davanti al grande schermo. -Poniamo ora due possibilità: vedere il film come si fa di solito, come una serie di scene che si srotolano nel tempo e si dipanano raccontando una storia… -Oppure…? -Oppure vedere tutti i fotogrammi della pellicola in uno sguardo d’insieme, in una visione totalizzante, dove le scene e i personaggi appaiono già tutti lì in un attimo senza tempo, dove non c’è nessun “prima” e nessun “poi” perché tutto è già accaduto, dove la trama, le situazioni, le figure, l’inizio e la conclusione convivono in un solo, unico, assoluto momento di pienezza e di totalità. -Una metafora piuttosto strana… -Per ora prova a mantenerla nell’immaginazione. Presto diventerà per te un’esperienza vera e reale. Nella ‘visione totale’ la coscienza coglie tutto e niente, pieno e vuoto, azione e non azione. È una coincidenza di opposti immediatamente fusi tra loro nell’Intero, un Caos primordiale che contiene già tutto e non conosce nulla, perché la consapevolezza totale non può afferrare il particolare. Se vedi la totalità di un panorama non puoi concentrarti sul dettaglio. -In effetti io “vedo” qualcosa solo quando la ritaglio, per così dire, dall’intero, dallo sfondo in cui appare mescolata con tutte le altre cose del mondo. -Sì, solo quando la consapevolezza si restringe e diventa limitata può focalizzarsi e “vedere” una singola scena o una sequenza del film. Quando la consapevolezza non è totale e si concentra su un punto specifico perde la vista d’insieme, ma compare il tempo con il prima e il poi, compaiono lo spazio, i colori, i significati, gli individui e le storie. Solo allora si può parlare di sequenze di fatti, di cause ed effetti, di collegamenti e concatenazioni che creano quello che definiamo il “mondo reale”. -Certo, se mi fermo a un fotogramma o a una scena del film posso cominciare a capire qualcosa e magari posso sperare di ricostruire pian piano una storia generale… -Ogni fotogramma del film porta ad un altro e ad un altro ancora, e così per le sequenze, creando una storia di tante storie sovrapposte e intrecciate tra loro, in una rete di corrispondenze logiche e di relazioni causali di infinita complessità. -Quindi la “nascita” della realtà nello spazio-tempo si deve alla nostra coscienza che seleziona, divide, collega, definisce, afferma e nega, ricostruisce storie. È come un fascio di luce che fa risaltare una cosa ma, mentre lo fa, nasconde tutto il resto… -E quel “resto” è il Tutto, il Mistero inconoscibile che non sarà mai svelato dalla limitata coscienza individuale. -Quindi la nostra coscienza non potrà mai cogliere la Totalità? -La coscienza che vede lo svolgersi delle cose nel tempo è parziale, infinitamente piccola rispetto al Tutto. Tieni presente che il restringersi su un particolare è cadere in un’illusione, è guardare le cose da un angolo limitato, in una forma angusta, dove la determinazione del particolare costringe a smarrire la visione d’insieme. -La prospettiva dell’individuo è dunque sempre un’approssimazione, una rappresentazione povera e fallace dell’Intero inconoscibile… -Sì, nessuno potrà mai vedere il film della vita nella sua interezza, nessuno potrà mai cogliere la totalità degli eventi del mondo, nessuno potrà mai abbracciare le infinite visioni sul Tutto. Il senso e la realtà di Ciò che è saranno sempre inattingibili. -Non ti sembra una visione un po’ deprimente? -No, è una visione che ci restituisce la dimensione dell’umano e ci ricorda i nostri limiti. -È per noi una barriera insuperabile? -No, può essere oltrepassata, come d’altra parte ci hanno sempre insegnato le grandi Sapienze del mondo. La visione della realtà rimane frammentata finché rimani nel punto di vista di un “io”, una coscienza individualizzata che di fatto è una restrizione, una limitazione della percezione. -Dunque l’io è il problema, cioè noi stessi siamo la limitazione. Come fare ad andare al di là del limite, cioè al di là di noi stessi? -La ristretta visione individuale può essere oltrepassata nello sguardo che rompe le barriere di spazio e tempo, nel superamento del principio di causalità e del senso di singolarità. Allora la totalità torna ad apparire, anzi rivela di essere sempre stata, una coincidentia oppositorum: causa ed effetto, libertà e necessità, essere e non essere, vita e morte si presentano come le facce di una Realtà unica, indistruttibile e senza tempo. -È un lavoro su di sé per eliminare l’io? È possibile? E poi cosa rimane? -Quando parliamo di “io” intendiamo quella realtà fittizia creata dal pensiero che si sovrappone alla vita che scorre in piena libertà. L’io e il principio di frammentazione e di individuazione che rompe l’unità dell’Intero separando il mondo in enti, persone, fatti e storie. Almeno in apparenza, perché alla fine è una sorta di costruzione mentale, un miraggio, una chimera destinata a dissolversi appena viene indagata. -È la via della meditazione? -È la via dello sguardo che va oltre le apparenze e rimane saldo nella coscienza-unità che non conosce separazione. È il riconoscimento del fatto che le ‘diecimila cose’ del mondo sono epifenomeni transeunti senza alcuna sostanza, mentre l’unica cosa che sempre è e permane, il Ciò che è, è il vero fondamento su cui tutto appare, lo schermo invariante su cui si proiettano infinite storie e personaggi e situazioni. -Quelle storie e situazioni sono quello che noi chiamiamo vita… -Esattamente, sono il film visto da un io dormiente, un sogno ad occhi aperti che può essere meraviglioso o drammatico, ma che non è la Realtà. Prima o poi lo spettatore si risveglia dall’ipnosi, si ritrova sulla poltrona con lo schermo bianco di fronte e comincia a distinguere il reale dal non reale. Ovviamente questa è una metafora che non può rendere in modo adeguato l’idea del Risveglio, che è vedere Ciò che è nella sua purezza e assolutezza, la Realtà percepita per la prima volta nella sua totalità. Qui si apre un lungo discorso sulle vie che sono la pratica del Risveglio, della Rimembranza e del Ricongiungimento. Ci vorrà un’altra occasione, i passi vanno fatti uno per volta, anche se realizzare l’Intero è un riconoscimento che non avviene nel tempo, anzi è la fine del tempo come noi lo sperimentiamo… -Voglio impegnarmi in questo cammino perché qualcosa risuona in me quando sento questi discorsi. Ho sempre la sensazione che nella realtà che conosco qualcosa mi sfugge, un ultimo senso mi elude. E la vita è breve, voglio capire la trama del film che interpreto e vivo ogni giorno. -Se parti da questo fermo proposito il cammino per te è già cominciato. E comunque lo sai che dovrai farlo da solo, nessuno potrà muovere un passo al tuo posto. -In quel caso non sarei libero… -E in più, l’idea che qualcuno possa aiutarti a liberarti rafforzerebbe la convinzione di essere schiavo di qualcosa. La libertà non è mai un risultato, non è alla fine, ma sempre solo all’inizio, viene prima del primo passo. -In effetti io mi sento e sono libero, chi mai dovrebbe donarmi ciò che ho già? -Bravo, è il sentimento giusto per iniziare una ricerca senza pregiudizi e paure. -Vorrei finire su una nota scherzosa… Potrò ancora sgranocchiare popcorn e godermi il film della vita davanti allo schermo? -Potrai assaporare la vita meglio di prima, perché anche nel mezzo dell’illusione sarai la Realtà che produce se stessa e si guarda e si ama senza filtri, barriere e divisioni. Il Reale è sempre l’Intero. Il frammento è un riflesso cangiante che va e viene. Godiamocelo pure, ma lasciamolo andare e venire, sapendo che la nostra vera natura è oltre ogni definizione, oltre ogni esperienza, oltre ogni limitazione che l’io rappresenta. 8 dicembre 2023
Non puoi conoscere una cosa se non conosci il suo opposto. Ogni polo si nutre del suo contrario, da lì trae la sua energia e la sua ragione di essere. È un movimento a spirale che muove da un lato all’altro per completare il cerchio, per creare una realtà vivente dove nulla viene rifiutato come sbagliato o superfluo. Aggrapparsi a una cosa rifuggendo da ciò che la nega è restare nell’incomprensione, in una visione sempre parziale dettata dalla paura di affrontare le cose per quello che sono. Se vuoi conoscere una cosa conosci anche il suo opposto, quello ti renderà trasparente la loro profonda connessione. E ancora… Non puoi conoscere una cosa se non la sai nominare, perché solo con la parola ne puoi segnare i confini. Non puoi conoscere una cosa se non ci passi attraverso, perché solo in quel contatto ne realizzi l’assoluta verità. Non puoi conoscere una cosa se non l’hai assaporata a fondo, perché è solo sulla tua pelle che essa fa sentire la sua realtà. E infine… Non puoi conoscere una cosa: Se non superi la paura di guardarla Se non l’hai conquistata da solo Se non l’hai integrata in te Se non ne riconosci il valore Se non hai sofferto per essa Se non ti sei esaltato scoprendola Se non superi l’attaccamento e non l’hai alla fine trascesa 1 dicembre 2023