Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Il saggio Ramana sedeva in silenzio, in meditazione, con alcuni discepoli. Era una mattina limpida e luminosa. Un’aura di pace regnava nell’ashram. Lontani richiami invitavano alla quiete. Il mondo sembrava sospeso e remoto.
Poi un corvo nero arrivò all’improvviso e si precipitò su un cespuglio lì vicino scagliandosi contro un piccolo uccellino, colpendolo col becco, con furia, a ferirlo. Alcuni devoti si alzarono per intervenire, per scacciare quell’ospite indesiderato, indignati dal suo agire crudo e violento. Ma Ramana fece un gesto della mano, li fermò e disse con voce tranquilla: “Lasciateli. Stanno vivendo il loro karma. Che diritto abbiamo noi di interferire?” E mentre guardava gli uccelli volare via scomparendo nell’azzurro del cielo: “Quando la mente è calma può vedere che tutto accade nel silenzio del Sé: vita e morte, violenza e compassione. Tutto è già compreso e vive in esso.”
I devoti guardavano gli occhi del maestro, colmi d’una pace di abissale profondità. Le sue erano le parole della saggezza. Non indifferenza, non sentimentalismo, solo una chiarezza assoluta e impersonale, un “vedere” dal punto di vista del divino.
Per il saggio non c’è un “altro” da salvare, nessuno da condannare o biasimare. Tutto è espressione del Sé universale che si manifesta sulla scena del mondo in innumerevoli forme e infiniti modi. Quando un dramma irrompe nella vita, corriamo turbati a salvare la vittima senza sapere in realtà ciò che accade. Quando il corvo nero attacca e ferisce la vita sembra colpire e ferire sé stessa. Vorremmo attuare la giustizia del cuore, far vincere il bene e respingere il male. Ma l’agire impaziente nelle cose del mondo, l’intervenire, è una sottile forma di paura. Vogliamo negare ciò che non capiamo, perché non vediamo la giustizia del Tutto.
Il saggio resta equanime nel suo silenzio, sa che anche una ferita ha il suo perché. Ramana non si alza, guarda dalla quiete, lascia che la Legge cosmica si compia. Al suo sguardo, il corvo e l’uccellino sono due onde dello stesso mare, due versi della medesima canzone. La vera compassione non è un fare, è non opporsi al corso degli eventi, lasciare che ogni cosa si manifesti a svelare la sua ragione nascosta. Colui che sa vedere senza giudizio diventa il luogo sacro dove tutto accade. Il dolore si scioglie nel ritmo del cosmo, la morte si illumina e diventa luce. Dove non c’è chi muore e chi salva, c’è solo il Sé eterno che si riconosce e in ogni cosa che avviene, si ama. 27 ottobre 2025
-Manjushree: L’avevano trovato di nuovo ubriaco di vino di palma. Come altre volte, aveva bevuto fino a cadere in deliquio. I monaci protestavano, dicevano che era una vergogna, andava subito cacciato dalla comunità, non si poteva accettare una cosa del genere da un discepolo del Buddha. -Giovane monaco: Un caso davvero singolare. E il maestro? -Manjushree: Molti confratelli erano andati da lui a lamentarsi per quel comportamento che recava disonore a tutti. “Perché non lo mandi via?” gli chiedevano in coro. Noi sappiamo che secondo la regola chi ha preso i voti deve comportarsi in modo retto e non tradire il Dhamma. -E cosa aveva risposto il Risvegliato? -Manjushree: Il Buddha aveva ascoltato le rimostranze, ma era rimasto sereno come sempre e poi aveva risposto: “Osservatelo, ma non giudicatelo. Dategli tempo, aspettate. Un giorno capirete.” -Che cosa dovevano capire? La situazione mi sembra molto chiara, i discepoli avevano ragione a lamentarsi di quel monaco vizioso… Oppure no?… -Manjushree: Tu sei giovane e capisco il tuo spiccato senso di giustizia. Ma le cose non sono sempre come appaiono. Per questo definiamo “Samsara” il nostro mondo, perché è fatto di fenomeni transeunti e ingannevoli. Bisogna seguire questa buona regola: non correre, non affrettare il giudizio, aspettare la prova dei fatti. Alla fine possono esserci delle sorprese. -Giovane monaco: Cosa accadde poi? Ora sono molto curioso… -Manjushree: Dopo qualche tempo arrivò un periodo di carestia. La comunità fu messa a dura prova. Alcuni monaci non riuscivano più a mantenere la pratica, altri abbandonavano il cammino, altri si disperavano o si allontanavano dalla comunità. -Giovane monaco: Tremendo! Pensavo che un bhikkhu sapesse mantenersi saldo e forte in ogni circostanza, anche la più estrema… -Manjushree: Non siamo tutti illuminati, giovane amico, siamo esseri umani, sempre in viaggio, portiamo con noi ancora il nostro fardello karmico. -Giovane monaco: E poi come finì la vicenda? -Manjushree: Accadde qualcosa di sorprendente e impensato: il monaco ubriacone smise improvvisamente di bere. Nel clima generale di sconforto seppe affrontare la situazione come nessun altro. Si prese cura dei malati, condivise il suo cibo, aiutò la comunità a uscire dalla carestia lavorando con energia inesauribile. E in tutto questo continuò la pratica della meditazione, mantenendo una calma degna di un Risvegliato. Tutti erano stupiti e commossi dalla dedizione di quel monaco tanto vilipeso e disprezzato. Intanto il Buddha da lontano osservava lo svolgersi dei fatti. E sorrideva. -Giovane monaco: Ora mi vergogno per avere giudicato da stolto. Mi rendo conto che il pensiero salta subito alle conclusioni con accuse affrettate e ingiuste. Quale fu il seguito della vicenda? -Manjushree: Presto la carestia finì e tutto tornò alla normalità. Allora il Buddha radunò i suoi monaci e disse: “Vedete, anche una mente che appare torbida può avere un fondo limpido. Non c’è nessuno da espellere dal Dhamma: c’è solo chi ancora non ha compreso.” E sembra che abbia detto poi ad alcuni discepoli: “Meglio un ubriaco che un giudice del cuore altrui.” -Giovane monaco: Una bella lezione per tutti e anche per me. Puoi approfondire il suo significato? -Manjushree: Possiamo intendere le parole del maestro in tanti modi. Ho sentito le più diverse interpretazioni. Tu cosa ne dici? -Giovane monaco: Penso che il Buddha ci dia questa lezione: la mente impura non è perduta, anche colui che è caduto nell’errore conserva in sé un germe di consapevolezza. Per il Dhamma sono importanti la disciplina e la purezza della condotta, ma prima di condannare gli altri bisogna sapere e vedere come stanno le cose. -Manjushree: Bravo, riflessioni degne di un monaco serio e perspicace. Poi tieni presente quello che dicevamo prima: viviamo nel Samsara, nel mondo dell’illusione. -Giovane monaco: Forse questo significa che se tutto è mutevole e impermanente anche vizi e virtù lo sono. Il santo può divenire peccatore… e viceversa. -Manjushree: Ottimo, hai colto un aspetto importante del messaggio del Buddha. -Giovane monaco: C’è altro da capire? -Manjushree: Torniamo al monaco ubriaco. Come viveva in quella condizione? -Giovane monaco: Era stordito dal vino di palma, non era certo lucido e padrone di sé… -Manjushree: Bene. Credi che coloro che lo accusavano fossero più sobri di lui? -Giovane monaco: Uhm, non me lo ero ancora chiesto così. Erano tutti ricercatori, monaci dediti alla meditazione. In effetti, però, di fronte alla carestia molti di loro erano crollati, non erano più così lucidi e padroni di sé. È anche questo frutto dell’impermanenza? Significa che tutto cambia, si trasforma, si può capovolgere in un attimo? -Manjushree: Vedo che la tua comprensione procede veloce. Dunque, perché il Buddha non punisce un monaco ubriaco? -Giovane monaco: Perché sa che ogni comportamento è transitorio e che anche il vizio può diventare un risveglio. Quando la carestia ha messo tutti alla prova, colui che sembrava un vizioso irrecuperabile ha dimostrato la vera compassione. Mentre quelli che lo giudicavano duramente hanno ceduto, invece di aiutare gli altri pensavano solo a sé stessi. -Manjushree: Sì, ricorda che nel Dhamma non contano solo la forma esteriore, le regole, i voti e l’apparenza virtuosa, ma la qualità del cuore, che si rivela nel momento delle difficoltà. -Giovane monaco: Dunque questa è la nostra interpretazione dei fatti accaduti. Mi sembra giusta e corretta. O c’è altro? -Manjushree: Guarda, possiamo azzardarne un’altra più sottile e intrigante. Il monaco vizioso in realtà era un bodhisattva, venuto ad aiutare la comunità nelle vesti di un povero ubriacone. -Giovane monaco: Oh, non mi aspettavo questa interpretazione. Allora tutto cambia di nuovo, si aprono nuove prospettive… -Manjushree: Perché, non è così la vita? Non è sempre una novità e una sorpresa? -Giovane monaco: Sono sempre stato affascinato dalla figura del bodhisattva, di colui che, a un passo dall’illuminazione, decide di rinunciare e aspettare per dedicarsi agli altri e aiutarli a progredire nel cammino di risveglio. -Manjushree: Il monaco ubriaco può essere un bodhisattva nascosto, che agisce al di là delle convenzioni morali per scuotere le coscienze addormentate e rivelare il senso della vera compassione. -Giovane monaco: E forse la sua ubriachezza è una metafora per indicare il Samsara… -Manjushree: Certo, la confusione e lo stato di sonno che è di tutti gli esseri non risvegliati alla buddhità. La sua dedizione al vino è solo una maschera per suscitare scandalo e portare alla luce la mediocrità e l’ipocrisia di molti nella comunità. Non basta stare con il Buddha per essere una persona speciale e “illuminata”. Quando il monaco- bodhisattva smette di bere per prendersi cura degli altri mostra in modo meraviglioso che anche dal fango può nascere un fiore di loto. -Giovane monaco: È una lezione dura, ma di una bellezza incomparabile. Vale anche per me e la accetto pienamente… -Manjushree: Sei molto onesto. Dicendo così mi dimostri di essere un vero cercatore, nonostante la tua giovane età. La tua saggezza è quella del Buddha che, lasciando fare senza intervenire, mostra la sua fiducia nel fatto che ogni essere possiede la natura di Buddha e questa può rivelarsi in ogni momento. -Giovane monaco: Dunque, l’insegnamento adesso è ancora più chiaro: anche l’errore fa parte del cammino, non esiste peccato irrimediabile, perché la natura risvegliata è già presente in tutti gli esseri, anche quando sembra oscurata. -Manjushree: Sì. Il gesto del Buddha è di lasciare che la verità emerga da sola. Questo è quello che noi chiamiamo upāya, “mezzo abile”: la saggezza che sa quando agire e quando non agire. Il Buddha non difende il monaco e non lo accusa: lo lascia essere. Perché solo ciò che è lasciato essere può cambiare e rivelare sé stesso. La vera compassione non è attaccamento a rigidi precetti morali, è una fiducia totale nell’altro, nella sua natura fondamentale, già perfetta e illuminata. 25 ottobre 2025
-Epigene: Un daimónion? -Apollodoro: Sì, è così. Il maestro parlava proprio di un daimónion. -Epigene: Un demone, dunque. È così sottile il confine tra gli uomini e il divino? È così che avviene la comunicazione con le potenze superiori? -Apollodoro: Ricordo le parole di Socrate mentre si difendeva dalle accuse di fronte al popolo di Atene: “Mi è accaduto, sin da fanciullo, qualcosa di divino e mirabile: una voce che si fa sentire in me.” -Epigene: Dunque una voce… Era una guida? Che cosa diceva? -Apollodoro: Socrate la definiva così: “Ogni volta che essa si manifesta, mi distoglie sempre da ciò che sto per fare, ma non mi spinge mai ad agire.” -Epigene: Non capisco. Se il divino ci parla non deve indicarci il modo migliore di vivere e di agire? Chi altro può essere per noi una guida infallibile? -Apollodoro: Anch’io mi sono interrogato a lungo sulle parole del maestro e sull’essere demonico che lui descriveva come una voce interna. Solo ora che gli anni sono passati e la mia età non è più verde posso dire di avere afferrato il messaggio di Socrate. Un tempo ero un discepolo inesperto e impaziente, le parole di lui più profonde non mi arrivavano. Poi la vita e la ricerca mi hanno forgiato e fatto maturare. -Epigene: Hai quindi capito il significato di quelle parole del maestro? -Apollodoro: Forse… Sai che nessuno è mai certo di aver colto davvero il pensiero di Socrate. Era estroverso e aperto al dialogo, ma al tempo stesso enigmatico e difficile da inquadrare. -Epigene: Tanti hanno cercato di farlo, invano. Ora ciascuno di noi ha il “suo” Socrate. Ci siamo rispecchiati in lui e ognuno ha colto un aspetto del suo essere multiforme. -Apollodoro: È quello che lui voleva: essere uno spirito libero. Per questo non voleva essere chiamato maestro e ripeteva di essere ignorante, di “sapere di non sapere”. -Epigene: Già, quanto si è discusso su questa sua affermazione! Ma tornando al demone: dunque era un richiamo interiore che lo tratteneva dal compiere azioni ingiuste… -Apollodoro: Sì, una sorta di segno divino che lo tratteneva dal compiere azioni contrarie alla sua missione. E aggiungeva: “È la voce che mi ha impedito di occuparmi di politica, perché, se l’avessi fatto, sarei morto da tempo, senza aver potuto essere utile né a voi né a me stesso.” -Epigene: (ridendo) Qui riconosco il mio Socrate, un ribelle del pensiero, un cavallo indomabile. Che ironia pungente! Che lezione ai politici ateniesi così boriosi e pieni di retorica! -Apollodoro: Certo, ma ammira anche il coraggio. Socrate ha detto queste parole davanti ai giudici che stavano per condannarlo. E ha proseguito così: “E anche ora, in questo momento, mentre sto per affrontare la morte, quella voce non mi ha fermato. E questo, per me, è segno chiaro che ciò che mi accade è un bene. Infatti, non è possibile che per un uomo giusto avvenga un male, né da vivo né da morto: né gli dèi si disinteressano della sua sorte.“ -Epigene: Belle parole. Ma insisto: perché il daimónion non lo spingeva ad agire, non lo indirizzava e non lo obbligava a compiere l’azione migliore? -Apollodoro: Per Socrate il daimónion non era un oracolo esterno, ma una voce divina interiore, un’intuizione superiore. Era una presenza silenziosa che non comanda, ma trattiene; non impone, ma avverte; non costringe, ma illumina la mente. Per questo diceva: se il demone non mi trattiene, allora ciò che accade è giusto e ciò che faccio è conforme al bene. -Epigene: È una fiducia profonda nella provvidenza divina e nella bontà del destino dell’uomo giusto… -Apollodoro: Sì. E devo dirti: ho scoperto che anche noi possiamo cercare quella voce. Meditando a lungo ho imparato a riconoscerla nel frastuono della vita quotidiana. -Epigene: Uhm, la cosa mi interessa molto. Parlami di questa tua esperienza… -Apollodoro: È quello che Socrate ci insegnava senza atteggiarsi a maestro: cercare quella voce che non ordina, ma trattiene. È come una luce che rischiara nel momento dell’azione. Ogni qualvolta sto per precipitarmi in un gesto affrettato, lei frena il mio slancio e sussurra: “Aspetta”. Io la ascolto, le do fiducia. E così, mi fermo… -Epigene: Forse saggezza è più un aspettare che il fare forzando l’azione per piegare la realtà al nostro volere… -Apollodoro: Sì, così mi insegna il mio daimónion. Non mi spinge mai ad agire, non mi inganna con false illusioni, mi frena nel punto dove l’azione potrebbe tradire il bene, quindi tradire me stesso. -Epigene: E cosa ne è ora della tua vita? È cambiata profondamente? -Apollodoro: La voce interiore mi ha tenuto lontano dalle piazze rumorose, dove le parole diventano armi e la giustizia si perde tra i numeri. Mi ha insegnato che il vero servizio non è gridare più forte nel rumore del mondo, ma custodire un ascolto limpido, fedele al bene che non si nota. Ma soprattutto la voce non forza mai nulla, non mi toglie la libertà di sbagliare e di ravvedermi. Posso sempre scegliere di ascoltarla o no. E se la seguo non lo faccio per paura, ma perché riconosco in lei il linguaggio del divino che mi insegna la misura. Con quella guida ho imparato a capire il limite. Prova anche tu ad approfondire l’ascolto, il silenzio e l’indagine su te stesso e ci arriverai. -Epigene: Sì, vorrei trovare quella voce, ma ho l’impressione di non esserne capace. Forse sono ancora immaturo, devo approfondire la mia meditazione, ho bisogno di tempo… -Apollodoro: Non è detto. Guarda, voglio farti una domanda: dove eri stamattina? -Epigene: Ero al mercato, avevo bisogno di alcune cose e le ho comprate. -Apollodoro: E perché invece di spendere soldi non le hai semplicemente portate via rubandole? -Epigene: Che strana domanda! Non avrei mai potuto farlo. Come potrei arrivare a un gesto del genere? -Apollodoro: E che cosa ti trattiene? -Epigene: Mi trattiene… è una precisa sensazione interiore che me lo impedisce. Sì, una specie di voce dentro di me che… Ehi, ma perché stai ridendo? Vuoi dire che… per Zeus! È il mio daimónion? 23 ottobre 2025
Guardo quell’albero fuori dalla mia finestra. È un essere maestoso, rigoglioso, pieno di vita. Vedo un intrico di rami e il verde di migliaia di foglie, uno spettacolo di colori, di sfumature e di bellezza. Guardo ogni particolare come se fosse la prima volta -non è difficile se metto da parte il sapere e il ricordo- e mi chiedo quale pittore potrebbe mai fare un’opera del genere, chi mai creare un quadro così bello, così vivo e vero. L’arte, la poesia e la musica cercano di rappresentare la realtà, ma non possono crearla, solo trasfigurarla per approssimazione. La vita non imita, non fa copie, inventa dal nulla, continuamente, nella sua follia creatrice non segue le ragioni di un perché, segue solo un misterioso impulso a creare la forma dal vuoto.
Osservo l’albero e mi pare di vederlo nascere ora. Sembra lo stesso di ieri, ma non è lo stesso, è nuovo. Molte volte sono passato pensando: “Un albero come tanti.” Quando lo “pensavo” con la mente era uguale a milioni di altri. Nel puro “vedere” non ci sono “tanti” alberi, ma sempre e solo uno, questo che sta davanti a me, adesso, qui, unico e irripetibile.
Torno a osservare quell’essere vivente vestito di luce. Alla fine non so più dove comincia lui e dove finisco io. C’è una sola vita che scorre, e per un istante la riconosco. Non è la mia, non è la sua, è la vita che respira in ogni cosa. Ogni ramo è un gesto, ogni foglia una parola e un tocco. Le fronde stormiscono come note di uno spartito musicale. Ogni vibrazione è un suono antico, la voce dell’essere. C’è un ordine segreto in quel disordine, una grazia particolare, una simmetria asimmetrica, un’armonia che vive di contrasti.
L’albero non vuole nulla. Sta, semplicemente. Esiste. Vive. È se stesso e per questo è perfetto. Non conosce eppure sa. Le sue radici affondano nell’invisibile, la chioma tocca il cielo. È un miracolo irripetibile che emerge per un istante dal nulla. È l’universo intero che prende questa forma. Una sola volta.
Continuo a osservare l’albero e il mistero si infittisce. Ma quando non cerco più significato, il significato si rivela. Alla fine capisco che la realtà non è qualcosa “fuori” da me: è il mio stesso sguardo che la crea, la fa essere, qui e ora. L’albero non è un oggetto: è la forma del mio stesso “vedere”. La comprensione delle cose acquista una nuova prospettiva, il senso di ciò che si presenta si rivela in infiniti significati. Ogni ramo è un pensiero che si dimentica di essere pensiero. Ogni foglia che cade è una rinuncia, un sospiro e un dono. In quella caduta, perfetta e inevitabile, il mondo muore e vive. Ogni cosa esiste una sola volta, ma quella volta è eterna. Essere è tutto ciò che rimane. E non c’è nulla che manchi. 22 ottobre 2025
Il cielo era limpido come una goccia di rugiada in quel mattino della stagione della Fenice. I due uomini si incontrarono lì, sulla via di Lu, si guardarono negli occhi e subito si riconobbero. Le loro vite si intrecciarono per un momento. Confucio portava con sé i riti, le regole, i gesti che danno ordine e tengono in piedi il mondo. Lao Tzu portava il vuoto, la grazia del silenzio, la saggezza gentile che conosce senza sapere. Confucio, giovane studioso e rinomato filosofo, impegnato a costruire una società più giusta, era venuto per incontrare il famoso maestro e chiedere di un problema che lo angustiava: da sempre credeva nell’ordine, nella ritualità, nel coltivare le virtù con l’impegno morale, ma vedeva che il cuore degli uomini è sordo. Come insegnare la virtù a chi non ascolta?
Dicono che anche il vento si fermò a sentire e una farfalla si posò su una foglia, in attesa. Non capita tutti i giorni di vedere due saggi e imparare da loro le cose importanti della vita. Dopo un inchino Confucio fu il primo a parlare: “Maestro, come si governa il cuore degli uomini?” Lao Tzu si fermò e fece un lungo silenzio, guardava il giovane come si guarda un bambino che chiede dove nasce e finisce l’arcobaleno. Poi rispose con voce sommessa e pacata: “Non governarlo, lascia che segua la sua natura, come l’acqua segue la terra e le nuvole il cielo. Quando non cerchi di governare gli altri, allora finalmente cominci a comprenderli.” Confucio tacque e rimase a lungo pensoso. Non si aspettava da Lao Tzu quella risposta, ma la domanda tornò di nuovo, più urgente: “Maestro, spiegami allora cosa devo fare…” “Non fare. Lascia che le cose siano fatte dalla Via. L’uomo che vuole purificare il mondo lo intorbida. L’uomo che lo lascia scorrere lo rende limpido.” Per Confucio un messaggio difficile da accettare, per lui, convinto di poter dare ordine al mondo.
Seguì tra i due di nuovo un lungo silenzio. E in quel vuoto forme e regole cadevano, una ad una, come foglie secche in autunno. Confucio capì: tutti i riti sono fiori d’inverno, hanno una loro bellezza, ma non hanno radici, regole e virtù sono solo polvere del passato. Quando l’acqua può scorrere libera e limpida non ha bisogno di regole per essere pura. Confucio guardò il vecchio maestro e “vide”: il suo pensiero profondo, semplice e puro; la forza incomparabile della sua gentilezza; la spontaneità di un cuore che sa accogliere; la libertà che dà le ali per volare in alto.
Lao Tzu guardò Confucio allontanarsi lungo la via. Sapeva che il suo cuore era ancora pieno di dubbi, ma forse il suo pensiero aveva imparato a fluire, a dimenticare regole e riti, a non temere il vuoto.
Tornato dai suoi discepoli, Confucio parlò così: “Oggi ho visto un drago. Non vola con le ali, si innalza nel cielo portato dalle nubi e dal vento.” E a chi chiedeva di più dell’incontro con Lao Tzu: “Il mio sapere si è fatto leggero come polvere d’acqua.” 21 ottobre 2025
Si racconta di Lao Tzu che un giorno, mentre tornava dal regno di Zhou, vide un vecchio cadere in un fiume e scomparire tra le sue acque. Tutti lo pensavano ormai annegato, ma il vecchio ricomparve più a valle e lo si vide camminare lungo la riva, tranquillo come se nulla fosse accaduto. Lao Tzu allora andò da lui e gli chiese come fosse riuscito a sopravvivere in mezzo a quelle onde impetuose. Il vecchio sorrise e candido rispose: “Non ho opposto resistenza al fiume. Mi sono lasciato portare dove voleva. Quando andava giù, anch’io andavo giù, quando risaliva, anch’io risalivo con lui. Io non combatto mai con l’acqua, e così essa non combatte con me.” Lao Tzu si inchinò al vecchio e disse: “Questo è il Tao: seguire la via delle cose, e non cercare di imporre la propria.”
Le parole del maestro Lao Tzu esprimono l’essenza della via del Tao: la saggezza non è mai dominio, è adattarsi alla corrente della vita, accogliere gli eventi senza resistere, seguendo il flusso naturale delle cose. La vera libertà è smettere di lottare contro ciò che si dà nel presente, fluire col ritmo di ciò che è inevitabile. Il segreto non è vincere la corrente, ma capire che non c’è nulla da vincere.
Questo è il wu wei, vivere nel non-agire, che non è inerzia, ma presenza alle cose, azione spontanea che con esse si allinea. È la foglia che cade senza sapere perché, il pesce che non conosce la parola “nuotare”. È fare senza fare, è quiete che agisce, è vuoto che crea senza un “qualcuno”. È lasciare che l’azione accada da sé, come l’acqua che scende docile dal monte e trova la valle senza bisogno di mappe.
Nel Tao lo sforzo è un’incomprensione. La vita non ha bisogno di essere vinta, deve essere solo amata e attraversata. Chi si abbandona al movimento del Tutto non viene trascinato a forza, viene accolto. Così ritorna alle origini dell’esistenza, là dove uomo e mondo non sono più due. Là dove il pensiero si ferma e c’è ascolto. E la voce del Tao comincia a parlare… 20 ottobre 2025
Una corda invisibile percorre la nostra vita, tesa tra il momento del “fare” e il riposo, tra l’ardore dell’azione e la non-azione, tra la ferma volontà e la resa al presente. Su quel labile confine noi ci muoviamo alla ricerca di equilibri sempre nuovi, per un vivere più saggio e più giusto.
Ci insegna questo un antico racconto, la storia di un monaco chiamato Sona, discepolo diligente e abile musicista. Avviato sul sentiero spirituale del Buddha Sona si impegnava con tutte le sue forze nella meditazione detta “della camminata”, camminando su e giù fino allo sfinimento, alla ricerca di un lampo di illuminazione. I suoi piedi sanguinavano, le ossa dolevano, ma voleva sentirsi degno del suo Maestro e per questo era pronto a ogni sacrificio. Tuttavia la sua salute era cagionevole e quello sforzo aumentava la sua fragilità. In più quella dedizione non era ricompensata da pace e progressi nella vita interiore. Sona era sconfortato, si sentiva un fallito, forse non era adatto al cammino spirituale. E alla fine pensò di lasciare la vita monastica.
Quando il Buddha lo seppe lo fece chiamare e a lui si rivolse con queste parole: “Sona, quando eri un musicista come suonavi il tuo strumento a corde?” Sona rispose: “Se tendevo troppo le corde si spezzavano; se le lasciavo troppo lente non suonavano. Solo quando la tensione era giusta, producevano un suono armonioso.” Il Buddha sorrise e disse: “Così è anche nella pratica spirituale. Se la tua energia è troppo tesa nasce l’agitazione; se troppo lenta, nasce la pigrizia. Coltiva l’equilibrio: non troppo, non troppo poco.” Il Maestro stava indicando la Via di Mezzo, il cammino insegnato da tutti i saggi risvegliati. Da quel giorno, Sona praticò con misura, la meditazione divenne anch’essa un’arte, una musica fatta di equilibrio e armonia. E presto raggiunse l’illuminazione.
C’è un momento nella vita di chi cerca in cui lo sforzo stesso diviene un ostacolo. Non è un fallimento del proprio impegno, è solo che la corda si è tesa troppo. La tensione che ci spingeva a un ideale diventa un laccio che ci imprigiona. Allora la saggezza agognata è perduta, uno squilibrio si è insinuato a turbarci, a rendere impervio il nostro cammino.
La vera pratica non è nell’estremo sforzo, ma nell’armonia tra il fare e il non-fare. La vita è come la corda di un’arpa, suona quando ha la giusta tensione, solo allora produce l’armonia più bella. Nell’accordo tra movimento e quiete vivere diventa luce. E la luce comprensione. In quel canto dimora l’essenza del risveglio. 18 ottobre 2025
Nella luce dei colori del tramonto giaceva nudo sulla nuda terra, il grembo che lo aveva generato, in serena attesa dell’ultimo viaggio verso le luci dell’alba eterna. Non più parole, non consolazioni, solo il lieve tocco della polvere che lo accoglieva come una madre.
I frati pregavano per Francesco, lo assistevano nella sua ultima ora, in un silenzio ora mesto ora febbrile, pervasi da una profonda tristezza.
Fu allora che qualcuno si avvicinò condotto dai frati nella stanza: un asinello che aveva servito Francesco come fedele compagno in tanti viaggi. Di fronte al santo prossimo alla fine l’asino rimaneva silenzioso e immobile, gli occhi pieni di un dolore innocente. Poi all’improvviso emetteva un suono, non il suo raglio impetuoso di sempre, ma un lamento flebile e sommesso, un suono dolce e rotto come di pianto. I frati si stupirono, ma poi compresero che quel verso era un’antica preghiera, un estremo saluto all’amico morente, un addio che non ha bisogno di parole.
Francesco allora si aprì in un sorriso: “Lasciatelo stare, fratello asino, ché anche lui mi ama nel Signore e piange per il mio partire.”
E poi cadde il silenzio. Tutto taceva. Ogni palpito di vita si faceva preghiera. Il vento sembrava un canto all’Eterno. Lacrime ricadevano nel cuore del mondo. E una luce illuminava il volto di Francesco mentre in un attimo tutto si compiva. Così Francesco se ne era andato, verso il cielo e insieme dentro la vita stessa, lì dove anche il più umile essere è sacro per il cuore semplice che sa comprendere.
Racconta frate Leone ancora di quell’asino che non volle più mangiare per giorni e di lì a poco, in silenziosa pace, morì. L’asinello si era fatto custode del mistero, testimone di quella sapienza originaria dove spirito e materia si incontrano, dove sfumano i confini tra uomo e creature, dove l’amore non conosce gerarchie né nomi. Dove rimane solo l’essere, nudo, fragile, infinito. 17 ottobre 2025
-Porfirio: Vorrei tornare al problema dell’io-sono di cui abbiamo discusso l’ultima volta. Mi avevi invitato a osservare il fatto del mio esistere per riconoscere che non sono il mio pensiero bensì un io-coscienza… -Maestro: Sì. E dunque hai fatto i compiti come ti avevo chiesto? -Porfirio: Mi sono dedicato a lungo all’auto-osservazione, con risultati alterni. A volte riuscivo a concentrarmi sull’io-sono/coscienza, altre volte i miei pensieri arrivavano come cavalli selvaggi a contendere la mia attenzione. Vorrei tornare sull’ io-sono per approfondirne l’esperienza… -Maestro: Alcune osservazioni: non vedere l’io-sono/coscienza come un “problema”, perché questo pensiero ti allontana dalla retta visione. Inoltre non devi “concentrarti” sull’io-sono, perché il concentrarsi è ancora un atto del pensiero -e noi non siamo il nostro pensiero. Meglio parlare di consapevolezza, visione diretta. Infine tieni presente che l’io-sono non è un’esperienza ma uno stato, è il manifestarsi dell’essere puro e semplice. -Porfirio: Capisco che è errato vedere come un problema la coscienza io-sono e che il concentrarsi è un’azione della mente. Ma non riesco a capire, come mi avevi già detto in passato, che l’io-sono non è una esperienza, bensì uno stato. Posso fare esperienza di me stesso come coscienza, oppure no? Vorrei capire bene… -Maestro: Proviamo una via semplice per chiarire la questione. Cosa vuol dire fare esperienza? -Porfirio: Vuol dire osservare, constatare, percepire, vedere o sentire qualcosa… -Maestro: Sì, noi facciamo esperienza di sensazioni, percezioni, pensieri, ricordi, fantasie, emozioni, ecc. Che cosa hanno in comune queste forme dell’esperire? -Porfirio: Possono essere molto diverse tra loro, ma sono accomunate dal fatto che sono tutte sempre oggetti della mia coscienza. Un sentimento, un colore, un’idea, un’immagine, un ricordo mi appaiono di fronte sempre come un “qualcosa”… -Maestro: Giusto. Ma questo vale anche per la stessa coscienza? Vale anche per l’io-sono? Lo puoi vedere, percepire o pensare, cioè esperire come un “qualcosa”? -Porfirio: Mi pare di sì. Io posso osservare il mio esistere, il mio essere cosciente… -Maestro: Beh, se è così allora prova adesso a guardarti, a scrutare questo io-sono di cui parliamo. E poi descrivilo con le tue parole. Non avere fretta, prenditi il tuo tempo… -Porfirio: (dopo una pausa) L’io-sono è… mi appare come… anzi no, è la sensazione di… o forse invece si può descrivere… Uhm, sono un po’ in difficoltà… -Maestro: È ovvio che sia così. Stai cercando di descrivere ciò di cui non si può fare esperienza. Il soggetto, la coscienza o io-sono, non si può ridurre a oggetto, non si può “vedere” come un evento della percezione, perché è il fondamento del percepire stesso. -Porfirio: Non c’è proprio nessun modo di definire questo io-sono? -Maestro: Va bene, vediamo: l’io-sono ha un colore, una forma, una qualità o una caratteristica? Al di là della parola che usiamo per indicarlo, lo puoi definire, lo puoi ridurre a un’idea, a una sensazione o a un’immagine? -Porfirio: (dopo una pausa più lunga) No… mi sembra di no… In effetti la coscienza non rientra nel campo del percepito, perché è la base che sostiene la stessa percezione. -Maestro: Molto bene. Non puoi definire una cosa se non puoi stabilire i suoi limiti nello spazio- tempo o predicarne qualità e caratteristiche qualsivoglia. Il tuo vero io, la coscienza, l’io-sono, è al di fuori di tutto questo, perché precede ogni oggetto percepito, ne è la condizione, è lo sfondo su cui il mondo appare, con tutti i suoi nomi, distinzioni, definizioni e descrizioni. -Porfirio: Dunque, se ho capito, l’io-sono è uno stato, ma può essere solo vissuto senza poter dire che cosa è. -Maestro: Proprio così, è l’essere senza-limiti, su cui ci si può pronunciare solo per negazioni, come ben sanno da sempre i mistici. “Io sono” non appartiene al dominio del finito. Ogni esperienza è segnata dal limite: inizia, si attua e si conclude. È un frammento nel tempo, un evento che appare e scompare. Il finito è la trama dell’esperienza, ma “io sono” non coincide con essa: è ciò che la rende possibile. E come la luce che illumina le cose senza appartenere ad esse. -Porfirio: Un mistero grande. Tu hai usato il termine “finito” per indicare il mondo con tutte le sue realtà. Questo vuol dire che…? -Maestro: Che l’io-sono/coscienza è senza limite, dunque infinito. -Porfirio: Vuoi dire che rimanere nell’io-sono è essere nell’infinito? Che noi siamo infinito? -Maestro: Sì, esattamente questo. Le parole appartengono al campo del finito, degli oggetti, quindi sono impotenti a descrivere l’indescrivibile. Al massimo possiamo dire che l’essere non accade nel tempo e nello spazio, ma è ciò che accoglie tempo e spazio. È lo sfondo immobile su cui si dà il mondo delle esperienze. “Io sono” non è un fatto, ma un principio intuitivo e certo: è presenza pura, senza inizio né fine, che precede ogni esperienza e la oltrepassa. -Porfirio: Dunque noi viviamo già nell’infinito. Perché è così importante realizzare questa verità? -Maestro: Il finito vive nell’infinito. Ogni emozione, pensiero o percezione è una vibrazione temporanea, una forma momentanea che l’infinito assume per conoscersi nel limite. L’esperienza è il linguaggio del finito, “io sono” è il respiro dell’infinito. L’infinito non cerca, non diviene, non si compie: semplicemente è. Quando mi identifico in ciò che passa sono nelle catene dell’ignoranza; quando mi riconosco in ciò che permane sono nella libertà dell’intelligenza. È una differenza decisiva da tenere presente se vogliamo sapere chi siamo e vivere in pace. -Porfirio: Ora mi sembra che il cammino si stia facendo impervio. Sento il bisogno di fermarmi e prendere tempo per riflettere. Devo tornare nel finito e viverlo e osservarlo ancora un po’ per poter intravedere l’infinito. -Maestro: Sì, sono d’accordo, è giusto, continueremo la nostra meditazione in un’altra occasione. Intanto continua a interrogarti, a osservarti, cerca le tue risposte. Cerca il silenzio in cui cessa il movimento dell’esperienza, allora l’infinito si svela come ciò che sempre è stato: pura presenza. In quel riconoscimento, il “fare esperienza” si dissolve e resta soltanto lo stato nudo dell’essere – l’eco immobile e imperitura dell’io-sono. 7 ottobre 2025
Perché sono qui nel mondo? Sono qui perché un desiderio mi chiama a tessere il filo che unisce il finito all’infinito e cercare nel silenzio il mistero dell’essere. Sono qui per scoprire i confini dell’anima e andare a vedere cosa c’è oltre le forme. Sono qui per porre impellenti domande che nessuna risposta potrà mai soddisfare, pronto ad abitare il territorio dell’incerto dove ogni certezza svanisce e mi libera. Sono qui per dar voce a ciò che è oltre le parole, per tessere pensieri che non siano catene ma ali. Sono qui per conoscere e abbracciare il limite, comprendere che esso dischiude nuovi orizzonti e di là ci fa scorgere un disegno più grande. Sono qui per vedere nello sguardo dell’Altro quello che ancora devo ritrovare in me. Sono qui perché la vita è una grande domanda, ogni istante un enigma da risolvere. Sono qui per rendere conto del tempo che fugge, per dare memoria dell’attimo che si consuma. Sono qui per testimoniare la bellezza del semplice fatto di vivere nel mondo. E forse il senso ultimo del mio esserci non è da cercare altrove, in complicati luoghi, ma nel semplice fatto di essere presente, di lasciarmi attraversare dal nulla e dal tutto. E riconoscere in questo oscillare il dono di vivere. 6 ottobre 2025