Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Conoscere richiede un occhio puro, uno sguardo spassionato e limpido sul mondo, perché la vera conoscenza è assenza dell’io. L’ego è solo una prospettiva limitata e parziale, un coacervo di problemi, pretese e idiosincrasie che sovrappongono al ‘visto’ le vecchie memorie. Il passato traccia un solco nella coscienza, offusca con una miriade di desideri la visione, condiziona e manipola ciò che è di fronte, obnubila la realtà che sempre ci sfida e ci parla. Il desiderio di sapere è connaturato all’uomo, è la spinta fondamentale che avvia la ricerca, è energia viva che erompe, forgia e trasforma. Dalle acque stagnanti dell’incoscienza animale l’uomo è emerso con la sua coscienza inquieta, pronto a conquistare e possedere il mondo. Conoscere è la chiave del suo illimitato potere che tutto travolge e riscrive in nuovi paradigmi. Ma la smania di sapere può diventa hybris, tracotante senso di sé, impenitente orgoglio, ansioso tentativo di controllare la realtà per renderla docile strumento del proprio io. Quando l’ego prende le redini della situazione il conoscere è asservito a istanze estrinseche, perde la sua innocenza, la purezza dell’intento, diventa ragione che calcola, usa e soggioga, celebrando come trionfi le proprie malattie. Un sapere autentico è apertura e ascolto, un vedere pieno di meraviglia e di rispetto che mette da parte l’ego e lascia spazio, concedendo a ogni cosa di essere e di rivelarsi. È un conoscere che è ‘dotta ignoranza’, un ‘sapere di non sapere’ che è libertà. Quando il soggetto-io non interferisce c’è pura conoscenza finalmente liberata, visione di una verità semplice e innegabile che va oltre l’apparenza e coglie la sostanza. E non è una fredda osservazione delle cose: la volontà, le passioni e i sentimenti rimangono, non centrati sulle pretese insaziabili dell’io, ma a loro volta liberati da comandi e imposizioni, dalla schiavitù dell’istinto e del calcolo personale. Dove non c’è ‘io’ scompaiono la confusione, l’errore, l’inganno di una prospettiva ristretta e parziale. Allora la conoscenza è davvero al servizio di tutti, perché nessuno la possiede e la controlla, non dipende da alcuno, è libertà in essenza. Quando si osserva il mondo con spassionato intento non c’è più separazione tra la coscienza e la realtà. Conoscere coincide con l’essere e con l’esistere, è spontaneo movimento di vita e armonia con il Tutto: un sapere svincolato dall’antico retaggio animale; una dotta ignoranza che nel non sapere è sapienza; un conoscere disinteressato che vive appagato di sé; un approccio al mondo autentico e pienamente umano. 4 luglio 2023
-Mi stavo interrogando sul significato del termine ‘religione’… -L’etimo viene dal Latino religare. Deriva dalle parole res e ligare. -Quindi potremmo tradurla come “legare le cose”, raccoglierle, metterle insieme. -Ci sono diversi significati che possiamo esplorare. Il primo è legare le persone in una comune prospettiva spirituale. Religione è ciò che unisce gli esseri umani in uno stesso cammino di ricerca… -…la ricerca di un senso, di un perché, di un fine ultimo per la nostra vita terrena. -Sì, con lo sguardo che si volge alla trascendenza, a ciò che sta al di là della realtà ordinaria, una Realtà che oltrepassa i nostri sensi. –Religare è quindi creare una comunità che si riconosce in una figura religiosa, in un testo sacro, in una tradizione e in un destino ultimo. -È un fenomeno che troviamo in ogni civiltà e cultura umana. Nasce dal bisogno di stabilire un rapporto con una Realtà superiore, nell’orizzonte di valori spirituali e principi morali condivisi. -Qual è il compito di una religione? -Fine delle religioni è affratellare, unire gli uomini nel sentimento comune di una fede, superando le barriere e le differenze. È offrire la prospettiva di un destino oltre la vita terrena, un senso ultimo. È predicare l’amore, la concordia e la pace universali. -Certo, anche se poi, nel corso della storia, nel nome delle fedi religiose si sono scatenate guerre, crociate e crimini orrendi. Perché il dialogo è così difficile tra credenti di diverse confessioni? -Ogni religione offre una verità suprema e assoluta che il credente non deve mettere in dubbio, almeno nei suoi fondamenti dogmatici. È chiaro che la difesa di un Libro sacro può produrre negli stolti un atteggiamento di intolleranza e fanatismo, con tutte le conseguenze che conosciamo dai disastri del passato. -Già, quante guerre al grido “Dio e con noi!” abbiamo visto nella storia… Mi chiedo se colui che uccide un suo simile ‘nel nome di Dio’ abbia davvero letto le parole e seguito gli insegnamenti del Testo sacro che difende con tanta veemenza. Ma come uscire da questo gorgo? -Dobbiamo vedere le religioni come sentieri diversi che conducono alla stessa meta. Gli insegnamenti fondamentali delle varie fedi non appaiono così dissimili, perché si parla sempre del divino e di amore, compassione, altruismo e pace. Le differenze tra confessioni sono più esteriori e riguardano i riti, i linguaggi, le tradizioni storiche, gli aspetti organizzativi e gerarchici. -Non sembra così difficile da comprendere… -Quando una fede è usata come arma di offesa entrano in gioco molti aspetti e problemi di tipo culturale, sociale, politico, psicologico, identitario, ecc. La situazione è sempre molto complessa, al punto che la motivazione religiosa sembra spesso scavalcata e strumentalizzata da altre istanze. -Certo, capisco che il discorso qui ci porterebbe molto lontano. Lo affronteremo più a fondo in altra occasione. Ora ritorniamo ai significati della parola religione. -Mi pare molto bello il significato di religare come ‘raccogliersi”, ricomporre i pezzi sparsi della propria esistenza nella direzione del Trascendente. Diceva il grande Agostino “In interiore homine habitat veritas“. Qui c’è una chiave importante: nello spazio dell’interiorità, nella coscienza meditante, nel silenzio di una profonda comunione con il divino, lì siamo tutti uguali, siamo tutti cercatori del vero, oltre le differenze esteriori di ritualità, simboli, parole sacre, usi e costumi religiosi. -È quindi un cammino molto individuale, dove ciò che conta è lasciato alla responsabilità e alla serietà del singolo. -Quando le fedi si istituzionalizzano e diventano organizzazioni rischiano di perdere il loro spirito originario. Le ragioni del gruppo e dell’identità spesso prevalgono sulla purezza del messaggio. -Si crea spesso una relazione dialettica tra l’individuo e la struttura religiosa basata su ruoli, regole e vincoli. Nasce un conflitto tra l’obbedienza e la libertà, tra la forma e la sostanza. -Alla fine è comunque sempre la persona che compie il suo cammino spirituale. È sempre il singolo, come affermava Søren Kierkegaard, che vive, soffre, medita, prega, cerca il divino. Il momento collettivo può essere la cornice, ma la realizzazione più alta è sempre solo dell’individuo, nella sua libertà di coscienza, nella sincerità del suo proposito. -Spesso si distinguono la via delle istituzioni religiose e quella del misticismo come realtà contrapposte: rituale esteriore e ricerca interiore, religione collettiva e religiosità individuale, fede e ascesi… -Sì, religione e religiosità, troviamo sempre nella storia questi due modi di vivere l’esperienza spirituale, ma non sono necessariamente in contraddizione. Molti santi hanno vissuto esperienze estatiche non descrivibili nei termini delle religioni tradizionali, tuttavia non per questo il loro misticismo li ha portati ad abbandonare la tradizione religiosa cui appartenevano. -Va detto che i grandi santi erano di solito controcorrente rispetto alla mentalità dei loro tempi, a volte hanno fatto una brutta fine perché proponevano una religiosità troppo alta e incomprensibile per la massa. -Ma è così che hanno portato una nuova coscienza nel mondo, favorendo l’evoluzione spirituale dell’umanità, al di là di confini nazionali, geografici e culturali. Così come possiamo essere ispirati dai testi sacri e dagli insegnamenti delle tradizioni religiose di ogni tempo e di ogni parte del mondo. -Il termine religare mi fa pensare anche al significato di relegare, rinchiudere, confinare… –Religare si può intendere effettivamente anche come riconoscere i confini del sacro, il recinto del numinoso, l’olimpo degli dei. Un confine invalicabile che stabilisce le distanze fra gli esseri umani e una Realtà superiore perfetta, ineffabile, inviolabile, quello che chiamiamo ‘il divino’. -Mi viene in mente anche il significato di ‘legarsi al cielo’, stringere un legame con ciò che è lassù… -E dunque come desiderare, da de sideribus, partecipare di quella realtà che immaginiamo di vedere tra le stelle, in un cielo o paradiso o luogo del sublime. -Quindi vuol dire elevarsi oltre la condizione umana, aspirare all’eterno, sentirsi parte di un destino comune più grande e glorioso. -E se vogliamo significa anche abbandonare tutti i desideri mondani per mantenere un solo, estremo desiderio, quello di sapere chi siamo, perché siamo qui e se per noi c’è un ‘dopo’. Un mistero che racchiude tutto il senso del nostro esistere. -Non pensavo di trovare così tanti significati nella parola religione – e so che non sono tutti. Ciascuno di essi apre nuovi orizzonti di comprensione e mondi di esperienza. -È così un po’ per tutte le cose che conosciamo, la ricerca è senza fine, il rigagnolo diventa un fiume possente che si ramifica senza che si possa vedere un termine. -Sento che dobbiamo concludere, anche se nessun dialogo si può mai dire davvero concluso. Alla fine vorrei tornare sul significato che amo di più: religare come sentimento di amore universale, legame spirituale e unio mystica… -…ricordando che la parola amor si può intendere liberamente come a-mors, non morte, vittoria sulla transitorietà della vita, sguardo nell’Oltre, speranza in un dopo, in una giustizia superiore, in una ri-unione con chi è scomparso prima di noi, amore per tutto ciò che è e sarà… -Discorso profondo, senza fine, come lo è l’esperienza religiosa… -Certo, come potrebbe mai esaurirsi lo sguardo che cerca l’Infinito? 2 aprile 2023
Tra due estremi c’è sempre un punto che è il luogo mediano di equilibrio. Non è facile individuarlo e rispettarlo nelle esperienze del vivere quotidiano. In un mondo fatto di opposti e dualismi ci muoviamo sempre tra due sponde, tra gli estremi poli di ogni situazione. È come per l’acrobata in bilico sul filo che deve in ogni momento guadagnare il bilanciamento che non lo fa cadere. Il punto di equilibrio è il giusto mezzo, è il luogo di stabilità, misura e armonia che porta al compiersi di un’esperienza nel suo significato e nella sua pienezza. Come la corda che solo alla giusta tensione può produrre un suono puro e definito, così ogni esperienza deve modularsi nella giusto rapporto tra il poco e il troppo. Digiunare o abbuffarsi, tacere o straparlare, afferrare o rinunciare, attaccare o fuggire, tante sono le situazioni con gli opposti che confliggono e si negano a vicenda. Il poco crea insoddisfazione e chiusura, è fonte di aridità, inibizione e rinuncia. Il troppo crea tensione e irrequietezza è fonte di ansia, eccesso e distruttività. Non è saggio indulgere in un’esperienza, ma neppure privarsi di una nuova possibilità. Individuare il punto esatto di equilibrio non significa raggiungere un compromesso, non è un adattarsi o un rimanere a metà, è cercare quella che i saggi dell’antichità insegnavano come ‘giusta misura’. Dopo aver conosciuto i due estremi nella loro forza trascinante e distruttiva siamo pronti per seguire la via di mezzo che richiede grande consapevolezza, intuito, cura e fine osservazione. Allora è possibile trascendere la dualità: non più esperienze estreme ed eccessi, non più rinunce che bloccano e puniscono. La via dell’equilibrio supera le polarità, le accetta senza riserve e le fa incontrare. Giocando con grazia tra le due sponde si intrecciano i colori di tutte le diversità, sempre però tornando al punto di quiete, il più stabile, elegante, bello e armonico. Il punto di equilibrio è il luogo neutro che dà la prospettiva più ampia e limpida, è riposo, riflessione, visione imparziale. È il punto medio tra i due piatti della bilancia, lo zero da cui si diparte ogni possibile scelta, il luogo dove le due polarità si toccano, ma senza scontro, conflitto e distruttività. Quanto più si frequentano i limiti estremi tanto più diminuisce il livello di coscienza, tra caotiche passioni e disordine interiore. Per arrivare a scoprire il luogo di quiete i poli estremi vanno però conosciuti, direttamente nella propria esperienza, indirettamente nell’esperienza degli altri, oppure attraverso l’immaginazione creativa e la rappresentazione nelle forme dell’arte. Non c’è bisogno di andare in battaglia per comprendere i dolori della guerra. Non c’è bisogno di una pace stagnante per vedere che l’inerzia è rinuncia a vivere. Per capire bastano l’osservazione, l’empatia, l’immedesimazione e la saggia riflessione, oppure il raccontare e il rappresentare con il gioco, l’arte, la fantasia, il dialogo. La vita è sempre là dove c’è equilibrio, dove il movimento è fluido e armonioso. La via di mezzo non è fare le cose a metà, è integrare gli estremi a un livello più alto, superando la loro parzialità e limitazione. È vivere con la calma serena del saggio, nello sguardo indulgente che accoglie, nella moderazione che lascia appagati. Una volta fatto nostro il segreto possiamo diventare punto di equilibrio per gli altri nelle varie situazioni di vita. La vicenda umana diventa un’avventura. Allora tutta l’esistenza ci viene incontro. Come l’acrobata ci muoviamo sul filo perdendo e ritrovando l’equilibrio, grati di poter sentire il brivido di vita che in quei passi incerti ci percorre. 7 aprile 2023
-Molte vie di ricerca spirituale affermano che ciò che esiste è una sola Realtà. Le espressioni usate per descriverla sono Uno, Primo Principio, Assoluto… -Ogni termine e solo un povero tentativo di definire l’esistere di tutte le cose. Quale tra i diversi nomi ti attira di più? -Mi attrae e mi sconcerta l’espressione Tutto-Nulla, che appare paradossale, contraddittoria, ma al tempo stesso seducente per l’intelletto. -I paradossi sono sempre estremamente intriganti e ricchi di implicazioni. Tutto-Nulla è una coppia di opposti che appaiono incompatibili perché dovrebbero escludersi a vicenda. -In effetti sembra un’espressione vuota che non serve a descrivere il reale. Come fa un Tutto ad essere Nulla? Come fa il Nulla a coincidere col Tutto? Forse è una burla filosofica, un sofisma o un termine fumoso inventato da persone che non sanno niente. -Vediamo allora se il concetto è pensabile, proviamo a prenderlo sul serio, senza precipitarci alle conclusioni. -È molto difficile pensare il Tutto-Nulla come una realtà effettiva, concreta e descrivibile. -Sì, accade per molte cose della vita che non si possono spiegare con le parole, nella logica della ragione. Ma in alternativa possiamo usare delle metafore, oppure esempi, analogie, suggestioni. -Bene, allora mi piacerebbe un esempio concreto di come si possa concepire un Tutto-Nulla. -Immagina un oggetto che si muove nello spazio a velocità crescente e che tu puoi osservare quando ti passa davanti. Man mano che aumenta la velocità sempre più difficilmente tu riesci a distinguerne i particolari, il colore o la forma o un qualsiasi dettaglio. -Be’, se si muove con la rapidità di un fulmine credo di non poter vedere davvero come è fatto. Oltre un certo limite sarà come se non lo vedessi più… -Bene, facciamo che quell’oggetto possa raggiungere una velocità infinita muovendosi in uno spazio senza limiti. Allora dove sarà quel ‘qualcosa’? -In questo caso si troverà in infiniti luoghi contemporaneamente, sarà ovunque in quella infinità… -E quindi? -Quindi dobbiamo pensare che sarà dappertutto e al tempo stesso… in nessun luogo! -Perché ogni luogo sarà raggiunto istantaneamente e l’oggetto sarà in tutti gli infiniti punti reali e pensabili dello spazio. Dovunque e da nessuna parte. -Dunque questa è una metafora per raffigurarci il Tutto-Nulla: qualcosa che è in tutti luoghi, ma al tempo stesso non si trova in nessun luogo preciso perché è impossibile dire dove è in un certo momento… -Sì, diciamo che potrebbe essere la soluzione del paradosso. L’essere si mostra dovunque, è ovunque, ma al tempo stesso non si trova da nessuna parte, non è realmente né qui né là. Quindi è… e non è! È un Tutto-Nulla. -Questo però solo nel caso che il movimento di quel ‘qualcosa’ si dia ad una velocità infinita… -Sì, perché una velocità finita, cioè misurabile, rimarrà sempre un nulla rispetto all’infinito. Se io viaggio a miliardi di chilometri al secondo, rispetto all’infinità dello spazio è comunque come sé stessi fermo. La distanza di miliardi di chilometri rispetto all’infinito è un niente. Eoni di tempo rispetto all’eternità non sono neanche un battito di ciglia. -Ma Einstein ha dimostrato che non si può superare la velocità della luce, è una legge fisica assoluta. -Certo, è un limite insuperabile… per la luce! -Perché, c’è forse qualcosa che può infrangere quel limite? -Sì, un principio immateriale che non soggiace alle leggi fisiche del cosmo materiale: la Coscienza. Immagina una luce che può illuminare simultaneamente ogni angolo di uno spazio. La luce non è solo nello spazio, è quello spazio. Allo stesso modo la coscienza può essere istantaneamente ovunque e dà una realtà a quel vuoto. Perché senza la coscienza non ci può essere alcuna realtà. -Be’, io posso immaginare un mondo lontanissimo nello spazio che non è e non sarà mai percepito da alcun essere cosciente… -Non direi, in questo momento la tua coscienza lo sta raffigurando, lo sta concependo, lo sta creando, anche se solo come idea. Un oggetto di fantasia ha sempre bisogno di un qualcuno che lo vede. -Quindi la coscienza non è nel mondo, ma è il mondo stesso… -In questa prospettiva, la coscienza e il mondo sono la stessa cosa. -È una visione che mi dà la vertigine. È come vedere la realtà dissolversi, perdere ogni concretezza… -Se andiamo alla fisica delle particelle della realtà subatomica troviamo il famoso principio di indeterminazione della Fisica quantistica, che afferma l’impossibilità di stabilire la posizione esatta di una particella in un dato istante. Se l’elettrone si muove a velocità relativistiche in uno spazio infinitesimale, dove puoi trovarlo e come puoi definirlo se non in termini probabilistici? -La realtà scivola via davanti ai nostri occhi, come il divenire di Eraclito. Se penetriamo nella profondità della materia, in quel brulicare pazzesco degli atomi ogni cosa diventa incerta, indeterminata, sfuggente, indefinibile… -Tutto si muove a una tale velocità che possiamo dire che è e non è al tempo stesso. È la manifestazione microcosmica di quel Tutto-Nulla di cui stavamo parlando. -Dunque nulla sta mai fermo, in questo senso non si può mai determinare la struttura di una cosa come una sostanza perché tutto diviene, tutto muta incessantemente passando dal nulla al nulla, pur essendo qualcosa… -E avendo una velocità infinita il Tutto-Nulla accade in un momento, senza un prima e un dopo. Non ci può essere tempo o distanza che non siano immediatamente superati. -Quindi, se consideriamo l’esistenza nella sua totalità, tutto è già compiuto, nulla accade realmente… da sempre e per sempre… -Se guardi bene, tutto l’esistente è una sola cosa che accade in un singolo momento, anche se, nella percezione della mente individuale, tempo e spazio si dilatano, si srotolano come mondo, nella forma dell’universo come noi lo conosciamo. -È una forma di panteismo? -Lasciamo le etichette, non servono molto quando vogliamo descrivere la realtà. Sono concettualizzazioni limitanti, che creano solo contrapposizioni e fraintendimenti. -Dunque il Tutto-Nulla che è Coscienza rallenta la sua velocità infinita, frena la sua corsa, per…? -…Per percepire sé stesso nel gioco di tutte le sue infinite apparizioni, nella indeterminatezza del divenire, nel contrasto e convivenza di tutto e nulla che è l’essenza di ogni ente reale. -E la nostra individuale coscienza? -Fa parte di quel gioco cosmico, di cui rappresenta un frammento, una visione parziale, un livello più basso di frequenza in cui percezioni, memorie, pensieri, emozioni prendono forma e svaniscono un attimo dopo in quel nulla da cui sono spuntati. Oppure, se preferisci, la coscienza singola è separazione, limitazione, punto prospettico, ente individuale che per un attimo sembra reale. -“Sembra” reale o lo è davvero? Noi esistiamo realmente o siamo solo un ‘sogno’ di quella infinita Coscienza Tutto-Nulla? Confesso che ho timore a trarre la conclusione… -(ridendo) Da quello che abbiamo visto fino ad adesso, tu cosa dici? 12 aprile 2023
C’è sempre una prima volta per ogni cosa: un’esperienza, un dramma, un incontro, un viaggio, un ritorno, un evento fortunato. Quando succede tutto è nuovo e intrigante. Rapiti dalla novità viviamo il momento con un intenso desiderio di sperimentare. Anche le vicende dolorose ci insegnano, possiamo scoprire un aspetto della vita o qualcosa di noi stessi che non sapevamo. Poi inevitabilmente le esperienze si ripetono perché non sempre si presenta l’inatteso: stessi luoghi, persone, fatti e situazioni, tutto sembra già conosciuto e scontato. Allora insorgono noia e senso di vuoto e la ricerca dell’emozione della ‘prima volta’ sembra destinata al fallimento. Ma è così solo in apparenza… In realtà ogni esperienza è sempre nuova, l’esistenza non ripete mai sé stessa, anche se così sembra a chi ha perso la capacità di meravigliarsi e di vedere: il dettaglio che prima era sfuggito; la sfumatura che dà un nuovo gusto; l’angolatura che cambia la prospettiva; la visione d’insieme che dona il senso; il suono non ancora davvero udito… Nulla è mai banale e insignificante se riusciamo ad affinare la percezione per vivere appieno l’istante che giunge. È il compito di ogni essere umano: ritrovare lo sguardo della ‘prima volta’ dove tutto è fresco e pieno di vita; guardare il mondo con occhio limpido, libero da pregiudizi e condizionamenti; assaporare la vita in tutti i suoi colori, con animo appagato e riconoscente; mantenere il senso di meraviglia e la voglia di esplorare e scoprire; sentire riverenza per i misteri del cosmo, dei quali conosciamo solo un frammento; ammirare il miracolo della creazione che in ogni momento ci accade intorno. È la via di una nuova consapevolezza, un risvegliarsi alla vita che sboccia. Possiamo ancora una volta ripercorrere le tracce di un’esperienza conosciuta, scoprendo che è sempre comunque nuova: ascoltare una musica, incontrare un amico, visitare un luogo amato, godere della natura, dedicarsi all’arte, alla scienza, alla ricerca, conoscere, esplorare, fare e viaggiare, sarà sempre un’esperienza coinvolgente, senza traccia di grigiore e monotonia. Se sapremo rimanere vivi e curiosi il nostro occhio sarà sguardo innocente perché ogni cosa riveli sé stessa nella sua bellezza unica e incomparabile. Vediamo lo sguardo della ‘prima volta’ nello stupore del bambino, nel gioco, nella contemplazione mistica e poetica, nel sentimento di meraviglia e gratitudine. Guardare senza il fardello del passato, senza il giudizio che impone concetti coprendo di polvere l’esperienza viva: questo è l’imperativo di un uomo nuovo che sa vedere in ogni cosa che accade un miracolo che si rinnova ogni giorno. Il mondo è nuovo se noi siamo ‘nuovi’, se lo guardiamo liberi dal passato, come se fosse sempre ‘la prima volta’. 14 aprile 2023
Ci siamo dimenticati della ninfa Eco? Ammaliati dalla figura di Narciso, al pari di lui ci siamo affacciati al fiume per contemplare la nostra immagine, perdendoci nel riflesso di quelle acque. Abbiamo col tempo dimenticato l’altro volto che dentro di noi si cela, quello incarnato dalla figura di Eco, la ninfa che per amore di Narciso si consuma lentamente e muore, nascosta nella profondità del bosco. Eco si strugge per l’amore non corrisposto, spera e soffre persa nella sua solitudine. La dipendenza dall’amato non le concede di avere una voce, una propria parola, ma solo di poter ripetere quella altrui, di vivere per l’altro obliando sé stessa. È la condanna e insieme la gloria di Eco: totalmente dedita al suo folle amore non chiede niente per sé, annulla il suo io, vive per il suo amato e dà tutta sé stessa, senza riserve, lamenti o recriminazioni. Due destini tragici quindi si intrecciano. Il bel Narciso contempla solo sé stesso, comunica solo con la propria immagine incapace di riconoscere un altro da sé -e in quell’inganno troverà la sua morte. Eco è simbolo del sacrificio, della fiducia, dell’amore puro e incondizionato, ma rimane prigioniera di un sogno, non vede la bellezza che è dentro di lei fatta di grazia, sensibilità e incanto, non vede il suo volto nello specchio -e in quell’illusione troverà la sua fine. La bellezza può avere un tremendo potere, è una forza di trasformazione dirompente, può creare le realtà più esaltanti, può essere anche una pozione venefica per chi cade nella sua trappola mortale. Narciso ed Eco sono figure speculari, due estremi che si sfiorano, due solitudini che non si incontrano e per questo destinate alla catastrofe. Sia l’amore di sé sia la rinuncia a sé sono espressione dell’incomunicabilità, la malattia mortale che consuma l’io e lo condanna alla solitudine. Narciso ed Eco sono due parti di noi. Come Narciso a volte ci illudiamo di poter bastare a noi stessi, viviamo nel mito di un’indipendenza che non permette di creare relazioni. Come Eco cadiamo nell’illusione che l’altro debba completarci, che non bastiamo a noi stessi, vivendo nel mito di una dipendenza che non può creare una vera relazione. Un rapporto maturo tra esseri umani è sempre uno scambio fra persone libere, autonome, aperte e sagge, lontane da solipsismi egocentrici e da ogni forma di dipendenza che possa minare la propria libertà. Rimane alla fine l’immagine di Eco, il femminile che sa accogliere e amare, destinato a soffrire in silenzio. Perduta nell’infelicità di un amore che potrebbe dire milioni di cose Eco è condannata a restare muta, non consolata da sguardo o parola in una solitudine senza rimedio. Abisso senza fondo dentro di sé che inghiotte ogni senso e speranza, mentre intorno la natura fiorisce con i colori e i profumi della primavera. 16 aprile 2023
Fu chiamato dal Poeta la selva oscura quel folto intrico di pensieri ed emozioni, che con la sua fitta trama preclude ogni luce e confonde lo sguardo che cerca il sentiero. In quel bosco misterioso incrociano tortuose vie, fiere e animali di sogno si aggirano inquieti a cercare la preda che ingenua si addentra. La selva oscura è la nostra realtà interiore, luogo ove la mente e il corpo si avviluppano in una festa di vita tumultuosa e scomposta, dove l’uomo si trova rapito e dimentico di sé. Laggiù la coscienza giace addormentata, ignara dell’accadere di ogni bene e male, in attesa di un primo timido raggio di luce che rechi l’annuncio del vicino risveglio. In quel luogo di conflitto e non libertà la mente separativa celebra il suo dominio: ragione calcolante, schiavitù dai desideri, eccessi di volontà e pulsioni ingovernabili, immaginazione inetta a scorgere il nuovo, sentimento e intuizione prigionieri dell’io. Qui si apre la porta della discesa agli inferi, ineludibile passaggio per ogni essere umano. È l’incontro con ignoranza, illusione e dolore che fa nascere la domanda sacra su sé stessi. La coscienza può essere risvegliata dal sonno solo attraverso un lungo e periglioso cammino che non rifugge dall’esperienza del negativo, ma lo affronta e lo integra in un sentire superiore. La selva oscura è il mondo del corpo-mente che, se trasceso, apre alla consapevolezza, alla chiara coscienza del bene e del male, alla conciliazione dialettica degli opposti, come conoscenza di sé che tutto abbraccia. Ogni fase di vita deve avere i suoi maestri, guide che ispirano e orientano nella ricerca, ma capire la giusta via è compito di ognuno, ne va della propria verità di persone libere. La coscienza risvegliata si fa consapevolezza, sguardo acuto sul mondo e limpida saggezza. È poi l’intuizione spirituale a sollevare oltre, fino alla visione dei più alti reami dell’essere. Ma la realizzazione più grande e gloriosa non può mai dimenticare le antiche radici: nella selva oscura si è rivelato il senso di un viaggio terreno fatto di gioia e dolore; abbiamo vissuto solitudine e sperdimento; abbiamo imparato la fiducia e l’amore; ci siamo trasformati in spiriti forti e liberi. Così comincia il sentiero di ascesa alla luce. Così è possibile tornare a riveder le stelle. 26 giugno 2023
Quelle che vediamo nel mondo non sono “cose” ma processi, trasmutazioni, vita in movimento. Nulla è statico nella realtà, nulla sta fermo, niente è semplicemente quello che appare, ciò che è ora non è mai ciò che era e sarà. La legge del cambiamento regna e dispone perché la vita possa rigenerarsi all’infinito. Nascita e morte si alternano nel moto esistenziale, l’una apre le porte all’altra, la invita, la prepara, un legame profondo tra le discordi forze si rivela nel gioco che conduce ogni ente al suo destino. La realtà ultima di ogni esistenza è inafferrabile, nessuna definizione può contenere e descrivere, nessun numero può misurare e parola spiegare ciò che rimane indecifrabile nella sua essenza. Non possiamo sapere cosa siano il rosso o il verde se non abbiamo mai visto il rosso e il verde. Non possiamo capire cosa siano il dolce o l’amaro se non li abbiamo assaggiati almeno una volta. Non possiamo comprendere il piacere e il dolore se non ci siamo ancora passati attraverso. Ma anche quando ne abbiamo fatto esperienza ci accorgiamo di non avere afferrato l’essenziale. La conoscenza resta sempre ai lati della cosa, è un maldestro tentativo di rendere ragione di qualcosa che rimane ad un’abissale distanza. Quell’essenza che sempre sfugge allo sguardo è incomprensibile perché non obbedisce a ordini, è il principio di libertà che è la natura di ogni ente, è lo spazio incontaminato dove ogni cosa è ciò che è. Nulla è meccanico, risaputo e prevedibile nel nucleo profondo di ogni reale esistente: come dimensione di interiorità e luogo di verità l’essenza non sottostà al tempo e a condizioni, non si fa rinchiudere negli schemi dell’intelletto. Dall’archetipo eterno di un’intelligenza infinita ogni ente si origina e intraprende il suo corso compiendo in sé stesso il proprio essere, mostrandosi nella trasparenza della forma, offrendo la ricchezza dei suoi mille volti, ma rimanendo al tempo stesso puro e inviolato perché il mutamento è solo parvenza fenomenica. Nella profondità insondabile della sostanza reale nulla davvero si muove o cambia o trascorre. Gli eventi del mondo si avvicendano tumultuosi in una girandola di colori, fenomeni ed emozioni, in una festa di vita che celebra l’illusione e la bellezza, ma il centro della ruota rimane quieto e immobile, non scalfito o perturbato dalle onde in superficie. Il centro dell’ente è la sua vera essenza immortale. È lo spazio di libertà che non contempla opposti. È l’affermazione sacra della propria origine eterna. È il senso profondo dell’esistenza come miracolo. È il supremo mistero che in eterno sarà custodito. È creazione pura che si dischiude solo nella libertà. 22 giugno 2023
Nel gioco dei riflessi del mondo puoi vedere te stesso e tutto il senso della vita che ti corre accanto. Nella foglia che cade si rivela la transitorietà delle cose, in quel germoglio che cresce l’esuberanza della natura. Il vento spazza la pianura e rinnova il canto del vivente, rigenerando ogni cosa come una pura acqua di fonte. Ovunque la vita ferve, si muove inquieta, si espande, perché non ci può esser fine a ciò che non ha principio. Infinite forme si incontrano e lottano e si intrecciano come gli elementi di una grande orchestra cosmica, in una sinfonia che accorda tutte le voci ed ogni diversità. Tutto si mescola e partecipa ad un complesso gioco, in un apparente caos che è in realtà un ordine superiore. I fenomeni si alternano in una immensa danza che confonde i confini delle cose e i loro destini, mentre il danzatore scompare nel vorticoso movimento. Il bene e il male non si riconoscono più separati, ogni cosa è anche il suo contrario e molto di più. Miracolo e peccato sono le facce di una stessa realtà che non risponde a imperativi e tutto vuole contenere e si muove nella contraddizione e nel paradosso, in un luogo ove né speranza né oblio sono il rimedio, dove odio e amore convivono circondati di rose e spine, Ogni momento si sporge sull’orlo dell’eterno abisso e diventa un glorioso, assoluto ‘ora’ esistente, asserzione definitiva di un essere-nulla che inquieta e soggioga l’immaginazione nel pensare oltre il limite. Dunque in ogni riflesso e palpito di vita vedi te stesso, ti osservi apparire in mille forme, modi, volti e identità. E comprendi di essere tutto questo che risuona in te, catturato dalla melodia di una cetra incantatrice, ma al tempo stesso partecipe di una chiarezza che anche nella più fatua illusione scorge il vero. Perché questo è ciò che sei nella tua essenza, anche se te ne sei dimenticato da molto tempo, avviluppato nelle spire di un piccolo io informe che pretende di negare l’ultima inalterabile verità. Tutto ciò che vedi racconta di te e ti appartiene, ti attende mascherandosi nelle vesti di un “altro”. Ma l’illusione ingannevole non può durare a lungo. E allora ecco che nel momento più impensato, quando meno te lo aspetti, un velo cade dagli occhi. Lo sguardo si leva in alto e scruta oltre il confine, poi torna giù, fattosi limpido, alle cose di sempre e ‘vede’ ciò che già dall’inizio era lì in attesa. Ogni situazione di vita può essere il momento. In un rosso tramonto puoi scoprire la chiara visione che nel gioco dei colori si trasfigura in desiderio, in un inestinguibile sentimento di nostalgia dell’Oltre che ti conduce a superare la separazione dal mondo. La parola che si librava a fissare i contorni delle cose ora è muta, sospesa a restituire lo spazio del silenzio. Alla fine il gioco dei riflessi del mondo ti ha rivelato, vedi una parte di te in tutto ciò che vive e accade, in innumerevoli specchi e immagini e simboli sacri. Ogni segreto si schiude allo sguardo contemplativo. in un cammino senza principio né fine né ragione. Un viaggio di scoperta, di ricordo, di ritorno a te stesso.