Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Vedo accadere qualcosa e subito mi accorgo che già è scattato un giudizio nella mia mente. In modo fulmineo un processo si è messo in moto a classificare, definire e valutare le cose. Questo libro qui davanti non ha alcun significato se non quello che io scorgo e proietto su di esso. È il soggetto pensante che dà senso all’oggetto, perché vuole specchiarsi in ciò che lo circonda per comprendere il suo rapporto con la realtà. Noi proiettiamo all’esterno il nostro mondo, i valori, le idee e i principi che ci costituiscono. Ma è così che comincia la conoscenza di sé, osservando il modo in cui giudichiamo le cose. Il libro dunque può avere un significato o nessuno a seconda della persona o del luogo e situazione. Forze istintive, istanze razionali, moti dell’animo entrano in gioco in un intreccio vario e complesso che non è un mero giudicare ciò che è esperito, ma è una via maestra di autoconoscenza. La relazione con l’oggetto ci fa vedere chi siamo, ci mostra cosa cerchiamo, quali brame e speranze orientano il nostro modo di affrontare la vita. Ma se ci ritroviamo riflessi sempre e dovunque, negli accadimenti e nelle relazioni con le cose, più ancora ci specchiamo negli altri esseri umani, ci confrontiamo con le loro reazioni e le loro idee. Ed è lì che alla fine si svela il nostro volto più reale.
Ma il giudicare è ancora lo strato più superficiale del nostro manifestarci come esseri umani. Se portiamo l’attenzione ad un livello più profondo scopriamo che, prima ancora del pensare e giudicare, ogni fatto è già stato accolto dalla nostra coscienza che è spontanea apertura a tutto ciò che accade. Una cosa è degna di esistere per il solo fatto che è, non ha bisogno di un esame o di un’approvazione. La coscienza non giudica, essendo ‘dietro’ la mente, al livello più profondo della pura consapevolezza, dove il giudizio razionale non è ancora comparso. Ciò che si presenta alla coscienza, positivo o negativo, è immediatamente accolto in modo incondizionato. Solo in seguito sopraggiungono i giudizi e i confronti, quando il pensiero discriminante entra in gioco al servizio della propria autoconservazione, per riconoscere e valutare ciò che si presenta e affrontare le situazioni per intervenire su di esse. Rimane tuttavia la lezione della nostra coscienza: per agire sulle cose con una chiarezza di visione dobbiamo prima accettarle, fare spazio al loro esistere, lasciare che possano esprimersi per quello che sono. Ogni giudizio su di sé o sul mondo deve partire dall’accettazione incondizionata di ciò che è. Se non accettiamo che una persona sia diversa da noi e partiamo dalla resistenza e dal rifiuto del suo essere non possiamo comunicare con lei perché è già giudicata da un confuso coacervo di impulsi, idee e preconcetti. Lo stesso vale per tutto ciò che incontriamo nella vita: accoglierlo così com’è è certo solo il primo passo, ma è un atto di intelligenza, di sensibilità e coraggio, significa porsi di fronte alla realtà in modo umile, in un atteggiamento di ascolto e spontanea apertura. Da lì viene la chiarezza del pensare e dell’agire che si fanno responsabili, compassionevoli e giusti. Il mondo allora non appare più come un luogo ostile, è invece un campo di esperienze dove costruire senso, in un peregrinare che è realizzare la propria meta, guidati da una consapevolezza lucida, vigile e profonda. 24 dicembre 2022
In un istante vuoto di intenzione, mentre l’ultima stella moriva all’orizzonte qualcosa svanì anche dentro di lui e il giovane Siddharta divenne il Buddha. Aveva rinunciato ad ogni legame col mondo e per anni aveva meditato e cercato fino alle radici del proprio essere. Ma prima aveva conosciuto la vita in ogni suo aspetto, nel bene e nel male. Il mondo gli appariva come una grande ruota dove tutto torna sempre al punto di partenza, ripetendosi in un gioco già visto infinite volte sulla nota costante della sofferenza universale. Un salto dalla circonferenza al centro dove tutto è immobile, silenzioso e sereno, solo a questo aspirava, con tutte le sue forze. Era ciò che da sempre si chiamava illuminazione, liberazione definitiva dal dolore del mondo, risveglio alla vera vita dal grande sogno di Maya. Ma la sua storia non era cominciata così… Nato principe in un ricco regno dell’India era fuggito in una notte senza luna dal suo palazzo dove viveva prigioniero tra lussi, svaghi e piaceri, tenuto lontano dai dolori e dalle miserie del mondo perché nessun segno di pena o tristezza potesse macchiare la sua felice sorte di predestinato. Ma anche la vita dorata di un principe, stretta tra vincoli, ritualità e opulenza esteriore, può alla fine risultare insopportabile e vuota se manca ciò che è davvero essenziale. Circondato da tutti gli agi e le ricchezze possibili ma sottratto alla vista del mondo di fuori, Siddharta aveva preso la fatidica decisione: saltare oltre le mura per vedere la realtà e conoscerla com’è davvero, in prima persona. Fu così che il principe Siddharta uscì nel mondo finalmente libero. E con i propri occhi ‘vide’: La dura realtà del dolore La cruda realtà della morte La sofferenza universale L’impermanenza di tutte le cose… Vedeva soprattutto Il ripetersi degli errori e l’ignoranza delle cause della sofferenza negli esseri umani che vivevano e lottavano senza che un barlume di coscienza li guidasse a rivelare il senso ultimo del loro esistere. Quando prendiamo la ferma decisione di procedere da soli nella nostra ricerca uno spazio nuovo di coscienza si apre. E così avvenne per il giovane Siddharta. Fuori dalle mura protettive dell’ignoranza vide la verità del mondo e il suo dolore, comprese il destino che tocca ad ogni uomo tra nascita, vecchiaia, malattia e morte. Lo spettacolo della sofferenza universale lo riempiva di lacrime e di un dolore vero che non aveva mai conosciuto in passato. E per la prima volta sentì la compassione che lo lacerava e gli donava una nuova luce. Da lì la decisione assoluta di meditare e di trovare la via di liberazione interiore che conduce al sereno distacco del saggio. Siddharta si spogliò di tutto e divenne un sadhu, un asceta itinerante che ha rinunciato al mondo. Non tornò più nella gabbia dorata del suo regno e da allora dedicò tutto sé stesso alla meditazione. E dopo un lungo cammino e ardue lotte interiori, dopo una nera notte popolata da angosciosi incubi, finalmente accadde ciò che da sempre cercava: l’ego si dissolse come una fiammella che si spegne, lasciando solo spazio, silenzio e una pace sconfinata . L’ultima battaglia interna era stata la più difficile: le catene di Maya assumono la veste del desiderio che è l’estremo ostacolo alla realizzazione di sé, perché è il desiderare che ci tiene aggrappati al mondo nel ciclo eterno di morte e rinascita e sofferenza. Siddharta aveva lasciato tutto ciò che possedeva, ma non aveva rinunciato al desiderio di illuminarsi ed era proprio questo l’ultimo laccio che lo teneva fissato al mondo, al passato e al suo vecchio sé. Il risveglio è perdere sé stessi per diventare il Tutto. Solo la totale estinzione di ogni brama egoistica può preparare l’accadere di un momento di luce in cui il Tutto si rivela nella sua inviolata perfezione. Il vecchio Siddharta era ormai scomparso, ma la coscienza risplendeva più viva che mai, in un indescrivibile stato di beatitudine. Ora le potenze delle tenebre non potevano più toccarlo, essendosi rivelate solo frutto dell’immaginazione. Nessun desiderio poteva più intrappolarlo. Nulla lo legava al mondo se non la compassione per tutto ciò che vive, unita ad un sereno distacco. Quando l’ultima stella del mattino svanì all’orizzonte, mentre l’alba rischiarava in lontananza il cielo, anche il vecchio uomo scomparve per sempre e con esso tutta la confusione e il dolore. E Siddharta si ritrovò ad essere il Buddha, il Risvegliato. 28 dicembre 2022
Si librò sulle ali nell’ebbrezza di un volo che nessun umano aveva mai conosciuto. Furono quelle fragili penne e piume di cera a mostrargli il mondo da una prospettiva che rendeva tutto piccolo e distante, le cose e gli uomini e gli spazi terreni, mentre il tempo sembrava rallentare, sospeso in una dimensione di quiete. Anche i desideri, le cure e gli affanni che riempiono le vite di noi umani sembravano sciogliersi e svanire come rugiada al primo sole del mattino. E un grido di gioia e liberazione si levava accompagnando Icaro nella sua ascesa. Forse quello era lo sguardo degli dei, da sempre interdetto agli uomini, che vede il mondo come un transito dove ogni cosa passa e va e si dissolve, destinata all’impermanenza e all’oblio. Ma proprio quel volo onirico e folle che gettava ogni cosa nell’insignificanza si rivelava essere l’esperienza suprema che è per ogni uomo brama e tormento. Nulla è così importante nella nostra vita quanto il sollevarsi al di sopra del noto per scoprire la dimensione dell’indicibile. Ma si deve saper alzare lo sguardo al di sopra delle piccole umane vicende per spiccare il volo e superare il limite e carpire i segreti della vita e della morte. È un volo dell’anima quello che si compie sulle ali dell’entusiasmo e del coraggio, è un salto nell’ignoto senza vie tracciate, dove il percorso si scrive sul filo dell’Idea. Si può fare affidamento solo su sé stessi, sulla capacità di sostenere una vista che consuma l’io nella luce dell’eterno, là dove perdersi è ritrovarsi trasmutati. Cadde Icaro con le piume disciolte nell’ardore di quell’incredibile impresa e la morte lo accolse tra le sue braccia. Ma nulla importava se non l’avere visto, avere strappato alla divinità l’ultimo segreto, avere conosciuto e offerto tutto sé stesso a quella verità che sola dà senso all’esistere. 4 gennaio 2023
Era un fiero cavaliere di nobile stirpe sempre pronto alle armi e alla battaglia. Ogni giorno sfidava il nemico sul campo schivando i colpi mortali della spada, percorso da un brivido di euforia mentre la sua vita palpitava appesa tra il filo della lama e la falce della morte. La vita gli appariva bella e generosa, era quella di un eroe senza macchia che lotta impavido sull’orlo dell’abisso nel nome di una gloria tutta terrena. Ma un desiderio sempre lo tormentava, quello di diventare immortale come un dio per vivere nell’eternità di un tempo infinito le grandi battaglie e le gesta degli eroi. E accadde un giorno al prode cavaliere di trovare, chissà come chissà dove, il sospirato elisir dell’immortalità, prodigioso farmaco per la vita eterna che bevve d’un fiato, senza esitare… Una sensazione di forza lo pervase, una baldanza e un ardimento nuovi infondevano un senso di invincibilità nel furore di una selvaggia ebbrezza. Si prospettava per lui un tempo infinito come per gli dei immortali dell’empireo, un’esistenza dalle illimitate possibilità. Ogni uomo cerca di allontanare la morte spinto dal desiderio di una vita senza fine, ma quando la saggezza riesce a prevalere si avvede del pericolo che si nasconde: l’immortalità può essere il più grande premio, ma anche la più grande disgrazia per l’uomo, una prigione da cui è impossibile evadere, una condanna definitiva e senza appello. Ma il cavaliere illuso non vide il rischio. Dopo aver bevuto la pozione, folle di gioia, fece una furiosa galoppata a cavallo, ma disarcionato cadde in modo rovinoso. Ora si trovava storpio e invalido per sempre, non avrebbe più potuto fare alcunché di quello che può essere fatto da un cavaliere. La sua vita sarebbe stata grama e infelice. Ormai seduto immobile su una stuoia, le armi mute e impolverate in un angolo, ogni gloria sarebbe stata solo un ricordo. La vita era diventata d’un tratto grigia, insensata, dolorosa e insopportabile, una storia dove non sarebbero più contati la forza, il coraggio e l’intraprendenza. Ma ancor più terribile era che quella vita sarebbe continuata così per l’eternità, in una condizione di totale impotenza, senza possibilità di riscatto e liberazione. Adesso era la morte ad apparire desiderabile, il trapasso era la più grande aspirazione. Non potendo più sfidare la morte che era ormai fuori dal suo orizzonte, la vita perdeva ogni gusto e ogni colore. Perché è proprio il giocare tra vita e morte che dà quel brivido irripetibile e unico all’uomo che inscrive il proprio destino nel gesto coraggioso e tragico dell’eroe. E allora il cavaliere con umile preghiera si rivolse agli dei implorando un regalo, quello più prezioso per un essere umano, il dono sublime della mortalità. Un dio benevolo accolse la sua supplica e gli concesse di tornare ad essere mortale tra i mortali, secondo la Legge. Di fronte a quella immensa grazia divina il cavaliere pianse di gioia e commozione. Ora poteva morire oppure ancora vivere, ma scegliendo in libertà la propria sorte, senza sentirsi condannato per l’eternità al giogo funesto di un’esistenza infinita. Perché per l’uomo saggio e consapevole essere mortale è la cosa più bella. La coscienza della morte eleva alla dignità e alla gloria che è solo degli esseri umani quando abbracciano il proprio destino, amando l’esistenza e ogni istante di vita, accettando la morte come il dono più grande. 7 gennaio 2023
Nell’universo materiale dell’Atomismo greco infiniti atomi cadono nel vuoto in modo rettilineo muovendosi per pura legge meccanica del peso, senza alcuna intelligenza che ne diriga il corso. Sarebbero destinati a non incontrarsi mai come rette parallele che non possono toccarsi, secondo le perfette geometrie della matematica e la logica inesorabile della pura ragione. Ma ecco che compare un fenomeno inatteso che sarà poi chiamato dai Latini Clinamen: alcuni atomi escono dalla propria traiettoria e si scontrano, si mescolano e si aggregano in un caotico e rapido movimento di particelle. L’ordine e la simmetria che regnavano sono perduti, ora tutto si fa incerto, confuso e imprevedibile. Quella deviazione che vìola le regole del numero crea la novità, la disarmonia, la contraddizione, in una parola tutta l’immensa vita del cosmo. Dalla confusione del mescolarsi degli atomi qualcosa prende forma, si definisce e si anima. Gli indivisibili privi di coscienza e intelligenza si accorpano in fenomeni ed esseri viventi, in ciò che sente, agisce, vuole e pensa. Ed ecco apparire cose, piante, animali e uomini in un gioco di frammenti che si uniscono e si separano ruotando in un ciclo continuo di vita e di morte. Il fenomeno del clinamen è incredibile e affascinante, perché appare del tutto misterioso e inspiegabile, almeno finché si rimane nell’orizzonte materiale. Come per il big bang della fisica astronomica moderna, che parla di un punto originario da cui tutto è scaturito, anche qui sorge la tremenda ineludibile domanda: Perché? Perché è accaduto? Come si spiega? Perché un primo atomo ha deviato la sua corsa? Quale necessità ha fatto sì che il perfetto ordine si incrinasse per dare spazio a un caos creativo? Chi o che cosa è stata la causa di tutto ciò? In effetti anche la geniale teoria degli antichi atomisti non riesce a sfuggire alla radicale obiezione: in un mondo meccanico non può nascere il ‘nuovo’, non ci sono sorprese, paradossi e aleatorietà; ciò che sottostà alla necessità del determinismo non può uscire dai binari della causalità materiale. Un atomo non può “volere” o decidere di essere qualcosa di diverso da quello che è e fa per natura, esso subisce urti e attrazioni e si muove e si aggrega come oggetto passivo e mai come soggetto cosciente. Quindi la vita del cosmo deve avere un’altra causa, deve essere scaturita da un’illimitata intelligenza supremamente libera, prima e pura volontà creatrice. Quando guardiamo all’infinita diversità del mondo e ne apprezziamo le forme, i suoni e i colori non possiamo evitare di vedere in azione il pensiero di una Mente assoluta che non si mostra mai in sé, ma si palesa indirettamente nella sua manifestazione,, nella libertà creatrice della sua magnificente Opera. L’intelligenza si muove sempre oltre la meccanicità, è dunque quel clinamen che scompagina le cose e rimescola e combina gli elementi per creare la vita. È principio di libertà che può venire solo dalla coscienza come progetto consapevole, invenzione e scoperta, mai dal cieco moto che tende inevitabilmente all’entropia. L’atto creatore è sempre un deviare dal conosciuto, non come azione inconscia che distrugge e separa, ma come volontà libera che costruisce nuove realtà. È il principio che vediamo in azione nella natura, da cui bellezza, varietà e armonia di un ordine superiore. Per noi uomini il clinamen ha un significato profondo, è il principio di libertà che deve guidarci nel pensare, è lo spirito creativo che deve illuminarci nell’agire. Clinamen è quando ci rifiutiamo di essere atomi sottoposti alla fatalità di un ferreo determinismo affermando con forza la libertà di soggetti autonomi. In quella declinazione che apre nuove possibilità c’è tutta l’essenza della vita del cosmo e dell’uomo, sempre in cammino verso nuove realizzazioni, tra ricerca di senso, nascita, morte, trasformazione. 9 gennaio 2023
-Ancora una volta la domanda sulla felicità? -Sì, vale sempre la pena di riproporla, anche perché se è antica come il mondo significa che ha una portata universale ed è urgente per tutti noi. -Il fatto è che la definizione di felicità ha avuto nei secoli una miriade di risposte diverse: ciò che fa felice me non rende felice te… Sembra impossibile uscire dalle secche del soggettivismo e trovare un filo interpretativo convincente. -Forse l’approccio filosofico ci aiuterà a scavare più a fondo. Anche se non risolveremo il problema avremo comunque chiarito a noi stessi cosa intendiamo con questa parola così semplice e così impegnativa. -Io comincerei da una constatazione banale: tutti gli uomini ricercano la felicità, sia nella forma di sensazioni ed emozioni sia come possesso di cose, oggetti, idee. Possiamo essere felici per un viaggio, un’amicizia, una musica, un’esperienza, un sentimento… è un universo vastissimo fatto di infiniti livelli e modi di vivere. -Sì, ma per cominciare proporrei di fare una distinzione tra il piacere e la felicità. È una schematizzazione che semplifica e non rende ragione di tutte le sfumature, ma la prendiamo solo come un punto di partenza. -Il piacere mi sembra legato strettamente al corpo e alle sensazioni fisiche, ma anche a livello dell’intelletto ci sono forme di piacere che derivano dal soddisfare un desiderio: possiamo apprezzare un buon pasto, ma anche un’opera d’arte, un paesaggio, il successo in quello che facciamo… -Certo, osserviamo però che questi tipi di soddisfazione sono sempre causati da qualcosa di esterno, quindi dipendono sempre dagli altri, dalle circostanze, dall’aleatorietà delle situazioni. -Gli antichi filosofi dicevano che i piaceri del corpo sono quelli più bassi perché radicati nella nostra animalità, ma esortavano ad evitare anche le forme di piacere che seducono e traviano la mente, quali la fama, il potere, la ricchezza smodata. -Se ad esempio hai l’ossessione del potere sarai dipendente dalle situazioni che lo implicano nelle loro dinamiche. Il mondo ti apparirà come un luogo di lotta senza fine, di competizione sfrenata, dappertutto vedrai solo insidie e nemici… -… e imparerai a diventare un uomo cinico, astuto e calcolatore, manifestando le peggiori qualità di un essere umano. -Il piacere che deriva dal dominare gli altri sarà come una droga che pretenderà dosi sempre maggiori e finirà prima o poi col distruggere anche te. -E quindi invece di essere padrone delle situazioni ti troverai ad essere schiavo del meccanismo infernale che tu stesso hai messo in moto. -I piaceri sono fuggevoli e ingannevoli, si presentano come dolce miele per l’ego, poi si rivelano una pozione venefica. Nascono da desideri che si riproducono all’infinito e che, anche se soddisfatti, lasciano una sensazione di vuoto e di incompletezza. -Ecco perché siamo spesso irrequieti e aggressivi, oppure frustrati e depressi. Anche se nessuno ci ha fatto nulla ci piace interpretare la parte della vittima che leva il suo lamento contro un mondo infame e ingiusto. -Ovviamente i piaceri non sono di per sé un male se gestiti con misura, equilibrio e saggezza. Hanno il loro ruolo nella vita e ricercarli è una tendenza naturale. Ognuno di noi deve solo trovare il limite giusto, il confine oltre il quale essi diventano distruttivi. Se ci dà piacere maltrattare gli altri o usarli come mezzi per raggiungere i nostri scopi degradiamo l’essere umano e noi stessi, creiamo un mondo spietato dove non possono fiorire le qualità dell’uomo felice che sono il rispetto, la condivisione, la fiducia e l’amore. -Dunque coltivare solo i piaceri egoistici ci fa rimanere ad un livello primitivo di umanità, ci tiene incatenati all’istinto di sopravvivenza. -Sì, anche se può manifestarsi in modi apparentemente raffinati e civili, la ricerca del puro piacere egoistico è un meccanismo di autoconservazione che opera solo nella logica del vantaggio personale, del profitto a tutti i costi, dell’”io” e del “mio”. -E quindi la felicità? -Comincia proprio da qui, dal superamento dell’istinto egoistico che spinge all’appropriazione. Ci deve essere una conversione della ricerca dall’esterno all’interno, dalle cose che vogliamo avere a quello che vogliamo essere. -Credo che essere meno legati al possesso di cose e persone ci renda più indipendenti e liberi, ci faccia apprezzare di più la bellezza della natura e delle relazioni umane. -Proprio così, più ci si preoccupa di ciò che si ha, meno si è. È ovvio che ci sono bisogni ineludibili, naturali e assolutamente legittimi. Ma non dobbiamo cadere nell’errore di pensare che possedere di più ci faccia essere soddisfatti, realizzati e più felici. -Quindi capisco che la vera felicità è uno stato di serenità, di pace, di quiete interiore… -…di fiducia, di rispetto per tutto ciò che esiste, di amore e amicizia. È vivere tranquilli e sorridenti, pronti a condividere la ricchezza del mondo guardando al bene di tutte le persone, senza esclusioni. -È dunque uno stato del nostro essere che non cambia con le situazioni, ma che permane stabile al di là delle circostanze. -E questa è la vera libertà di un essere umano completo e padrone di sé, di colui che ha capito che possedere oltre un limite ragionevole non rende felici. Invece di cercare di avere sempre di più entrando in un’estenuante guerra contro tutti, la felicità è all’opposto in questo paradosso: non possedere nulla e avere tutto. -Questo mi è difficile da capire, sembra una contraddizione… -Il paradosso descrive un atteggiamento interiore che prescinde da ciò che davvero si possiede. Non si tratta di diventare asceti, ma di vivere tutto con distacco, con animo leggero, riducendo le pretese di un io sempre pronto ad afferrare e dominare. -Forse ho capito: se non cerchi di possedere sei libero di apprezzare la vita in tutte le sue espressioni, ringraziando per quello che hai senza desiderare il superfluo. -Per vivere bene e felici basta poco, non è necessario essere imperatori del mondo, che sarebbe un vivere nell’ansia e nella paura. Quando non posseggo nulla, ecco il paradosso, tutto mi appartiene, non nel senso del dominio, ma perché posso godere ogni cosa per quello che è, nel suo venire e andare, senza farne una preda da mettere fra i trofei. -Sì, non dobbiamo trattenere la ricchezza del mondo ma condividerla e offrirla a tutti, non dobbiamo possedere le persone ma lasciarle libere di essere e di esprimersi per quello che sono, non dobbiamo attaccarci alle cose che vanno e vengono perché altrimenti soffriremo. -Dobbiamo comprendere che non possiamo possedere nulla nel mondo, perché niente è nostro, tutto cambia, trascorre e va: la ruota della Fortuna gira senza fermarsi. Possiamo però godere di ciò che esiste se lo facciamo senza attaccamento, con lo spirito del gioco, con curiosità e innocenza. -E quanto alle qualità che definiamo interiori… -Quelle rimangono sempre con noi perché non soggiacciono al tempo e agli eventi. La gentilezza ad esempio è una qualità che dà felicità a sé e agli altri, richiede un lungo lavoro di affinamento, ma una volta acquisita ci appartiene per sempre come modalità esistenziale. Oppure se dai aiuto agli altri non lo fai pensando che sia un merito o un sacrificio, lo fai semplicemente perché è una cosa che ti sembra bella e che ti rende felice. -È chiaro quindi che la felicità si può condividere ed espandere, ma solo con lo scambio reciproco, superando le barriere dell’egocentrismo. -Alla fine capiamo di essere tutti connessi in un’unica umanità, non siamo monadi isolate, non siamo qui per fare del mondo un campo di battaglia. La felicità è un diritto di tutti, è il fine ultimo di ogni ricerca, è il modo di stare nel mondo e con gli altri che dà senso e pienezza ad ogni istante vissuto. 12 gennaio 2023
Immagina di avere di fronte un grande puzzle composto da milioni e milioni di tasselli, ma di non poterlo osservare come intero, di poter vedere solamente i singoli pezzi di quell’immensa e articolata composizione. Un piccolo tassello separato dall’insieme sembra non avere senso né ragion d’essere. Si può esaminare ogni sua caratteristica, si possono studiare forma, colore e linee, elaborando ipotesi, definizioni e teorie. Ma alla fine, mancando una visione totale, non potendo capire le cause e gli scopi, quel frammento isolato da ogni contesto rimane un enigma per noi indecifrabile. Come infinitesima parte di una totalità quel tassello non può spiegare il suo perché, almeno finché viene visto come ente separato. Se poi lo possiamo confrontare con altri tasselli troviamo subito differenze e opposizioni, vuoi per il colore, vuoi per forma o grandezza, e il mistero si fa ancora più fitto e intrigante. Allora cominciamo a dividere i pezzi in categorie, stabiliamo ordini, gerarchie e scale di valore, separiamo le particelle e le classifichiamo in termini di bene e male, giusto e sbagliato. E questo per creare dal caos un cosmo, una realtà ordinata e razionalmente comprensibile. Capiamo però che la comprensione del frammento richiede una visione più ampia e panoramica con il suo inserimento in una trama di relazioni. In effetti molti pezzi si collegano fra di loro in una figura più articolata e complessa, rivelando un significato di livello superiore. Vedendo una porzione più ampia del puzzle tutto comincia ad avere un senso più preciso, i colori, i contorni e le forme si armonizzano in un’immagine che pian piano si definisce, includendo tutte le opposizioni e le diversità. Tuttavia, anche in una prospettiva più vasta capace di offrire una comprensione più profonda siamo ancora lontani dalla visione dell’intero. Non solo, se il puzzle è di una grandezza infinita lo sguardo sulla totalità è del tutto impossibile. Ciò che è senza limiti viene da noi osservato da un angolo visuale limitato e particolare cui sfugge il disegno ultimo che dà senso a tutto. Solo l’infinito può vedere sé stesso come infinito.
La realtà è anch’essa come un grande Puzzle, è un infinito che si manifesta nella sua totalità, ma che può essere percepito solo frammentato, in una prospettiva limitata, angusta e parziale. La sproporzione tra finito e infinito è il confine che preclude la visione diretta di ciò che è. Solo chi trascende il livello dell’individualità può diventare quell’infinito che guarda sé stesso, come le antiche Sapienze ci insegnano da millenni. Abbandonata la propria piccola identità personale, ampliata la coscienza e la consapevolezza, liberato lo sguardo dalla ragione discriminante, non vediamo più pezzi di realtà isolati e slegati. Ora l’immagine del mondo ci appare per intero, ogni cosa si trova magicamente al suo posto mostrando la sua ragione d’essere, la sua verità, rivelando la sua assoluta necessità. Perché anche un Puzzle infinito e illimitato non può mancare del tassello più piccolo se vuole essere un tutto completo e perfetto. Ciò significa che ogni atomo, ogni frammento dà all’infinito la possibilità di essere ciò che è, porta già con sé tutta l’essenza di quella totalità. Per conoscere il Tutto dobbiamo diventare il Tutto. L’impresa sembra impossibile finché non scopriamo una verità che ci illumina e ci guida nella ricerca: essendo tasselli necessari del grande Puzzle, noi siamo sempre nell’intero, siamo noi stessi l’Intero. 15 gennaio 2023
Un giorno uno sconosciuto venne dal Buddha e cominciò ad insultarlo violentemente. L’illuminato rimase quieto e silente, ascoltò la persona senza rispondere. Quando l’uomo alla fine se ne fu andato un discepolo chiese al Maestro perché non avesse reagito all’ingiusto attacco. Il Buddha rispose: “Se io ti faccio un dono e tu non lo accetti, a chi appartiene il dono?” “Ciò che volevi dare a me rimane ancora tuo…” “Ebbene, io ho rifiutato quelle ingiuste parole, a chi appartiene ora ciò che mi veniva offerto?” Quando giudichiamo gli altri lo facciamo attraverso il filtro della nostra personalità. I nostri giudizi non sono mai innocenti, riflettono quello che siamo e i nostri problemi. Giudicare non è altro che parlare di sé stessi, mostrando la qualità della propria persona. In particolare l’insulto, specialmente se ingiusto, rivela immediatamente il nostro disordine interiore, il carico di infelicità e i drammi che ci affliggono, la frustrazione che ci spinge a trovare un ‘colpevole’ per nascondere e giustificare le nostre mancanze. È la via che ci allontana dal lavoro su noi stessi, un inganno che lascia solo il vuoto esistenziale. Ecco allora l’insegnamento del Buddha che vogliamo comprendere e fare nostro: L’insulto è una violenza frutto dell’ignoranza Offendere gli altri è sempre un atto distruttivo La rabbia rivela la propria sofferenza interiore Sostieni sempre le tue ragioni con gentilezza Nei tuoi rapporti metti al centro la compassione Non incolpare il mondo per quello che sei Non rovesciare sugli altri la tua infelicità Non mentire a te stesso, conosciti e trasformati… L’esempio del Buddha è per noi una guida: non farti trascinare nel fango di chi insulta, non scendere nel gorgo delle basse emozioni, altrimenti non sarai migliore di colui che attacca. Chi aggredisce gli altri offende solo sé stesso, non risolverà così nessuno dei suoi problemi, anzi le sue emozioni negative lo sviliranno perché abbasseranno il suo livello di coscienza. Non reagire è un modo gentile di aiutare l’altro, è un nobile atto di ascolto e di compassione, è fare da specchio per donare consapevolezza a chi offende perché ha dimenticato sé stesso. Nessuno può sapere con certezza le motivazioni che spingono le persone ad agire in un certo modo, quindi ogni giudizio ritorna inevitabilmente indietro tra le mani di colui che l’ha pronunciato, come un dono rifiutato che resta al suo donatore. Ma l’insulto è anche una richiesta di aiuto, un grido di dolore rivolto al mondo e agli altri, un gesto di impotenza che va capito e raccolto con la gentilezza e lo sguardo compassionevole che accompagnano sempre il prendersi cura. Non sappiamo nient’altro di quell’uomo smarrito che andò via con la stessa rabbia con cui era venuto. Egli avrà ripensato tante volte a quell’episodio, alle sue ingiurie e alla risposta dell’Illuminato. E forse avrà cominciato a comprendere la lezione impartita dal Maestro con l’esempio, senza teorie: la persona saggia, felice e compassionevole non ha bisogno di aggredire e offendere gli altri, perché gode di una vita piena e appagante. Volere il bene di tutti gli esseri senzienti, non fare del male e non creare sofferenza è la via maestra per essere sempre in pace. Non accettare un dono quando è un’offesa, fare dono di comprensione e amorevole cura è la via di liberazione e di realizzazione di sé. 18 gennaio 2023
Secondo l’antica tradizione cinese l’espressione ‘tagliare le corde dell’arpa’ è il segno di una grande e profonda amicizia. Una storia semplice e bella lo spiega: C’erano due amici uniti dalla musica, uno era bravo a suonare, l’altro ad ascoltare. Il primo toccava le corde e tesseva melodie per raccontare il mondo e la sua anima. Il secondo ascoltava con totale attenzione assorbito dai suoni e dalle vivide immagini che si creavano nella mente. E vedeva: montagne, nuvole, ruscelli e verdi boschi, tramonti dorati, notti, case e focolari accesi… La musica era per loro un momento sacro che svelava il mondo nella sua bellezza e celebrava la loro grande e bella amicizia. Il tempo passava, non l’amore per la musica. Ma un giorno l’amico ascoltatore morì. Allora l’amico suonatore tagliò le corde dell’arpa e da quel giorno non suonò mai più. La vera amicizia oltrepassa la morte, sfida il tempo, non è toccata dal destino, rimane eterna come tutto ciò che è sacro nella vita terrena di un essere umano. È sentire l’altro come una parte di sé, finché l’io e il tu si sciolgono in un ‘noi’. La vera amicizia è risonanza, sintonia, è vivere la stessa vibrazione dell’anima. Come la musica che ci risuona dentro con un linguaggio che va oltre le parole, così l’amicizia crea una comunicazione dove basta solo un gesto o uno sguardo. È simile a quel fenomeno degli elettroni che, anche se separati e posti a distanza, agiscono e si muovono sempre in sincronia, come se fossero un’unica cosa indivisibile. La vera amicizia nasce sempre spontanea, come un fiore di campo che spunta nel verde inconsapevole di sé e per questo prezioso. Nessuno sceglie l’amico, accade da sé come per tutte le cose belle nel mondo. La vera amicizia è come la natura e l’arte, è creazione innocente e senza causa che ha ogni fine e ragione in sé stessa. Priva della brama del famelico Eros, essa è un legame puro e autentico, scevro da desideri, pretese e aspettative, che rende pronti a dare tutto di sé senza chiedere nulla, nemmeno un ‘grazie’. Amicizia è stare insieme e condividere senza giochi di potere, plagio o dominio, è rapporto alla pari tra due esseri umani che vogliono specchiarsi l’uno nell’altro per aiutarsi a conoscere meglio sé stessi. Tagliare le corde dell’arpa che si fa muta significa aprire una nuova dimensione che sconfigge la morte col ricordo. La musica continua ancora, è diventata il suono senza suono di una melodia che va oltre i limiti della vita umana. Ora è il silenzio a parlare, a dire l’indicibile, a dipingere immagini di questo mondo e di quell’Oltre che la musica sempre sfiora e fa intravedere tra le note e le armonie. Quella vecchia arpa ora è immobile e muta, ma canta ancora e racconta infinite storie per colui che sa ascoltare la voce del silenzio, per l’anima che ha conosciuto la vera amicizia. 20 gennaio 2023
Siamo spiriti immortali in cammino, un viaggio senza fine né principio emerso dal non-tempo dell’assoluto. Ora incarnati nella forma umana noi viviamo nel tempo relativo, quello di tutte le cose e i viventi che nascono, vivono e muoiono. Essere un ente implica una limitazione, è uscire dall’eden dell’atemporalità per intraprendere negli universi un viaggio destinato a continuare all’infinito. Muovendosi lungo le linee del tempo ogni spirito vive una miriade di incontri con le altre singolarità in cammino, intrecciando storie, vicende e drammi, perché ogni esperienza deve essere fatta, ogni aspetto dell’infinito deve manifestarsi come vita che sperimenta tutte le possibilità. Ed ecco allora i grandi Regni dell’esistente. Prima il regno minerale della materia bruta dove già in una quantità di fenomeni si può intravedere un barlume di volontà: gli elementi si attraggono e si respingono, si mescolano, si fondono e si separano, spinti da poderose forze primordiali. A questo livello di esistenza materiale compaiono spazi, grandezze e distanze, intervalli che misurano il prima e il dopo -l’ambiente primigenio che accoglierà la vita. È poi col regno vegetale che appare il vivente, infiniti esseri crescono, sentono e si muovono, spinti da una coscienza larvale ma liberata, in una straordinaria festa di colori e di forme che celebrano la bellezza dei cicli naturali e il prezioso nutrimento che viene dalla luce. Il regno degli animali è un salto degli esseri a un nuovo livello di intelligenza e autonomia. L’affinamento dei sensi e il libero movimento sono chiari segni di una prima volontà cosciente, di un’individualità, benché ancora inconsapevole, legata al corpo e al governo dell’istinto. Il viaggio dello spirito eterno si fa glorioso solo con il raggiungimento della forma umana. Dopo innumerevoli vite negli altri regni inferiori, una volta accumulate le esperienze necessarie, l’individualità giunge alla dimensione dell’uomo. Ciò che prima era solo abbozzato negli altri regni ora può fiorire nell’umano fino alle più alte vette: intelligenza e sensibilità, coscienza e autonomia, sentimenti, genio creativo, spirito indagatore, ricerca su sé stessi e sul proprio destino… Ma con quelle possibilità e quella libertà l’uomo è investito da responsabilità enormi nei confronti degli altri ordini della natura. Negli incontri con il regno minerale deve guardarsi dallo sfruttare oltre il limite la natura che per potenza sempre lo sovrasta. Gli incontri con il regno vegetale devono essere improntati al massimo rispetto per le piante che ricevono e trasformano la luce, rendendone fruibile l’energia negli alimenti. La natura offre poi un’incredibile bellezza: tutti sanno che una vita senza un fiore, senza i suoi colori e il suo profumo, è più povera. Gli animali sono insostituibili alleati dell’uomo, spesso amici fedeli nell’avventura del vivere. Con loro si può imparare molto del mondo: i cicli naturali, la varietà delle specie, la forza, l’astuzia, l’intelligenza e la grazia del movimento. L’animale porta con sé simboli, significati e misteri, come vediamo nelle antiche culture sciamaniche, è il tramite più importante fra l’uomo e la natura, fra l’umanità e gli altri regni della creazione. Ma è nel quarto regno del vivente che gli incontri assumono un significato e una bellezza impareggiabili. Il mondo umano è abitato da esseri consapevoli di sé, capaci di determinare la propria vita e il proprio volere. Il livello di complessità e di raffinatezza delle relazioni, la varietà illimitata di modi e situazioni esistenziali, le possibilità infinite di creare rapporti e scambi sono la gloria dello spirito eterno rinato come uomo. Ma il viaggio non è finito, è appena cominciato. Negli sterminati mondi che appaiono e scompaiono l’esperienza della singolarità si farà più ampia, fino a livelli inconcepibili, dentro realtà inimmaginabili. La manifestazione di un principio assoluto e infinito non può che essere infinita e senza limiti. E così sarà anche per le singole individuazioni, -eterne espressioni di quello stesso assoluto – che continueranno ad attraversare i regni viventi del visibile e dell’invisibile in infinite forme, frequentando e soggiornando in ogni luogo, errando nello spazio-tempo alla ricerca di sé, ritornando e ripartendo da qualsiasi punto della Ruota dell’esistenza che gira senza fine. 24 gennaio 2023