Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Racconto un vivido sogno di stanotte. In un lento movimento a spirale un Mandala, il ‘Cerchio sacro’ vedico, si espande ruotando su se stesso a manifestare tutte le cose dell’universo. La vita appare come un’energia pulsante che muove dall’interno verso l’esterno, dallo spazio dell’interiorità verso il mondo, per tornare dopo un immenso circolo al centro immobile della grande Ruota. In quel punto tutte le cose diventano Uno. Molti sensi si rivelano nella visione: nel Mandala vedo gli archetipi del mondo, la natura e il destino di infinite esistenze, i cicli inesorabili degli eventi cosmici, l’essenza di ciò che noi umani siamo. Per chi sa vedere più in profondità, per gli spiriti inquieti votati alla ricerca, il Mandala è un rito di arte sacra, uno sguardo sulla realtà oltre il velo, uno straordinario viaggio dentro di sé. Il processo di evoluzione del cosmo è rappresentato in simboli semplici: punti, triangoli, cerchi e quadrati tracciano la grammatica del mondo; colori in infinite sfumature riproducono le energie e l’armonia dell’universo. I colori, le linee, le forme geometriche sono simboli della potenza della vita colta in un particolare ‘ora’ cosmico, là dove tempo ed eternità si toccano. L’architettura complessa del Mandala racconta anche la verità del nostro io, i luoghi del cosmo segreto di noi umani sempre in intima relazione con l’infinito. Nel Mandala c’è tutto l’essere dell’uomo, stratificato e differenziato in molti livelli. Nel primo strato più esterno un quadrato ci ricorda lo stretto rapporto col mondo, la realtà concreta dei quattro elementi, i limiti della nostra corporeità materiale e l’epilogo con il ritorno finale alla terra. Poi un cerchio che racchiude ogni cosa in un infinito intreccio di nodi e relazioni. E ancora una miriade di elementi e segni, splendide forme mimetiche e cangianti, colori mescolati in un gioco sapiente. Le cornici e gli intrecci rappresentano le varie stratificazioni della personalità, risonanti con le forze macrocosmiche, convergenti al centro della Ruota sacra, la sorgente di ogni luce e consapevolezza. Il sogno poi proietta una festa di colori: in alcuni vedo la forza e la passione, in altri la serenità, la pace e la gioia. Ci sono colori che sembrano aprire le più profonde dimensioni dello spirito, altri che ricordano la purezza della luce, la forza della creatività e delle emozioni. Il Mandala è una realtà piena di vita dove la chiave è il costante mutamento. Non c’è tempo e modo di fermare le cose che sfuggono e si dileguano ai sensi, subito dimenticate nel ‘dopo’ che arriva. Nel sogno ora vedo un monaco intento, concentrato nell’arte sacra del mandala. Il lavoro appena finito viene subito distrutto con un solo gesto, senza alcuna esitazione. È questo il più importante insegnamento: in un mondo dove tutto è impermanente ogni attaccamento deve essere superato. La vita è un circolo che ruota incessante, una spirale che si espande senza fine. Anche noi dobbiamo rimanere in cammino, c’è tanto da scoprire nel grande Mandala, simbolo dell’Assoluto che genera il Tutto, il mistero cosmico, il segreto più grande. 12 ottobre 2023
Noi che ci sentivamo dei grandi uomini non volevamo vivere come dei bruti. La sete di conoscenza ci faceva smaniare e ardere di un sacro fuoco inestinguibile. Non potevamo più rimanere nell’ignoranza, nella calda culla dei nostri antenati, protetti e al riparo dal mondo là fuori, dovevamo dispiegare le vele e il coraggio e prendere il mare verso l’ignoto. Cosa c’era di là del confine? Quali popoli, persone, mondi e costumi? La nostra mente e il nostro cuore erano infiammati dal desiderio di sapere, e l’avremmo fatto contro ogni ostacolo, anche a costo della nostra stessa vita. Tutti sanno poi come la storia sia andata: navigazioni, approdi, avventure eroiche, drammi e illusioni, incontri, lotte e magie, fughe rovinose, sortilegi, amori e abbandoni. Tutte le esperienze sopportabili da un uomo furono per me l’aprirsi ad una conoscenza dolce e amara, affascinante e terribile. Ma questo dava un altro sapore alla vita, dava forza alle passioni, acume e intuito. Era vivere con una maggiore intensità, senza sprecare i momenti e le occasioni. Pensavo d’aver toccato il vertice dell’umano, il mito realizzato di un uomo superiore. Ma ora che da tempo ogni cosa è compiuta e la mia barba si imbianca come la mia anima ripenso a tutta la mia vita e vedo i miei errori. Il prezzo pagato per quell’empito di libertà è stato troppo alto e per me insopportabile. Non fu solo per gli eccessi e la sfrontatezza, per gli amori traditi e le meschine astuzie, per le ospitalità mal ricambiate e gli inganni… Tornai a Itaca per una terribile vendetta, per reclamare e riottenere ciò che era mio, ma anche per lordarmi le mani di sangue. Affrontai i Proci trasgredendo la legge sacra che dice che non devi mai uccidere un uomo solo per rivendicare ciò che è un tuo possesso. Fu un gesto per nulla eroico, privo di gloria, un marchio indelebile di infamia e ignominia di cui oggi mi pento con profonda angustia. Il grande afflato che mi aveva ispirato facendomi vivere grandiose esperienze, -diecimila vite in una, molteplici identità, fino a diventare un Nessuno, eroe impavido, conquistatore del mondo e dei suoi segreti- si spegneva nel lago di sangue dei Proci. Anche Penelope, da loro ingiuriata e vilipesa, rimase sconvolta da quell’estremo epilogo e mi donò una prima luce di consapevolezza. Lei mi aveva aspettato, aveva confidato in me, attendeva i sorrisi e le dolci parole d’amore che suggellano l’unione sacra di due anime. Nella sua tela era ricamata tutta la pazienza, la forza impareggiabile del cuore femminile che nutre e cura ma giammai toglie la vita e sa con certezza che l’amore vince sull’odio. Invece Penelope ora si ritrovava smarrita davanti a un uomo che ricordava fiero, ma capace di vincere senza offendere, usando l’intelligenza invece della spada. Oggi un’ombra cupa si leva sulla mia storia. Le scoperte e i successi si ridimensionano e diventano le bramosie di un piccolo uomo. Ma è anche il tempo delle vere domande: Ci voleva tutto questo per diventare grandi? Era il prezzo che richiedeva la conoscenza? Cosa mi muoveva alla conquista del mondo, perché navigavo verso territori sconosciuti, solo per curiosità e per il mio ego smisurato? Valeva la pena di seminare dolore e infelicità, ferendo anche chi mi amava e mi ospitava? Nei tempi futuri, sono sicuro, si parlerà di me, di colui che insegnò la conquista del sapere e che da umano volle eguagliarsi al divino tornando incoronato nella gloria dell’eroe. Questo fu certamente uno dei miei volti, un’eredità che lascio alle prossime generazioni. Ma ascoltate…c’è anche l’ Ulisse pentito, un Ulisse punito dai suoi stessi errori, che vorrebbe tornare indietro nel tempo a perdonare, a risanare, a comprendere, a superare l’egoismo e la voglia di dominio. Un Ulisse capace di imparare le piccole cose, spesso più preziose delle imprese eclatanti che lasciano una scia di dolori e vendette. Se dunque vecchio e stanco nell’animo ho ancora qualcosa da insegnarvi, vi dico: cercate l’amore per una conoscenza che non sia solo un peregrinare fuori di sé, ma soprattutto un viaggio dentro di sé, un conoscere che rifiuti ogni violenza, che si ponga sempre al servizio della vita, che voglia la pace, l’amore e l’amicizia. Vi rivelo che furono le lacrime di Penelope di fronte al sanguinoso massacro dei Proci, il suo viso sgomento di fronte a quel furore, il suo sguardo su di me che mai dimenticherò, ad aprirmi gli occhi su quello che ancora non ero. Furono poi le mie stesse lacrime di dolore, un pianto di consapevolezza e pentimento per aver ferito anche la mia donna amata, a scavare nella mia carne e nella mia anima e demolendo per sempre la maschera dell’eroe a trasformarmi finalmente in un vero uomo. 9 novembre 2023
Sedeva all’ombra di un albero frondoso, immerso nel silenzio, il monaco Subhuti. Il canto delle cicale e il ronzio delle api accompagnavano la sua meditazione, mentre il sole del meriggio risplendeva e una dolce brezza mitigava la calura. Non era famoso come altri discepoli. Schivo della folla e di poche parole, passava inosservato nella comunità. Lo si vedeva seduto sotto il banyan assorto in silente concentrazione, il volto sempre sereno e distaccato, solo la luce profonda dello sguardo a tradire un’intensa ricerca interiore. Praticando la meditazione del vuoto Subhuti era divenuto un bambù cavo, uno strumento nelle mani del divino, un flauto che intonava una melodia, quella più antica, il suono del silenzio. Sì, perché anche il silenzio parla agli uomini capaci di ascoltare le voci della natura e della quiete, l’armonia e il canto dell’esistenza. E un giorno avvenne l’incredibile: una meravigliosa pioggia di fiori, chissà come, chissà da dove, cadeva sul vecchio monaco Subhuti concentrato nella sua meditazione e lo ricopriva di un manto bianco come una sontuosa veste di luce. L’intera comunità si era risvegliata e ora tutti osservavano il miracolo in un misto di stupore e turbamento. E non erano pochi a chiedersi perché proprio quel vecchio monaco taciturno fosse tra i tanti eletto dalla divinità per l’esperienza del trascendente. Dopo una lunga vita di meditazione Subhuti aveva dimenticato se stesso, aveva compreso la potenza del vuoto, ora viveva come un semplice nessuno. Sapeva che tutto passa e si trasforma, niente permane, fuori e dentro di noi, ogni cosa viene e scompare nel nulla. Realizzato lo stato di vuoto sublime a Subhuti rimaneva solo di esistere senza nome né identità né storia, liberato da desideri e aspettative. E in quel vuoto piovevano fiori. 6 ottobre 2023
-Chi siamo noi? Qual è la nostra vera identità? -Siamo uno nessuno e centomila. Nella vita assumiamo tante maschere e ruoli. Ed è un bene perché così possiamo sperimentare una miriade di possibilità. -In effetti a seconda dei momenti e delle situazioni mi vedo interpretare parti sempre diverse. Mi sento tanti personaggi che partecipano a una grande recita umana. -Certo, però si può partecipare al gioco rimanendo distaccati, sapendo che si tratta solo di una finzione e che prima o poi ogni maschera dovrà essere dismessa. -Già, per gli antichi ‘persona’ significava proprio maschera, falso sembiante, gioco e inganno. Ma assumere tanti ruoli diversi nella vita può avere qualche valore o è solo un’inutile sceneggiata? -Può essere molto utile per capire che nessun ruolo ci definisce davvero per quello che siamo. Ogni identità manca sempre di qualche cosa, non è mai un intero, è solo una prospettiva parziale. Al tempo stesso è una nuova esperienza che si aggiunge alle altre e ci arricchisce. Un ruolo è poi sempre un impegno, una responsabilità. Ma è importante saper giocare con i ruoli che interpretiamo senza essere totalmente identificati, ricordando che sono solo funzioni e finzioni, vestiti che dobbiamo essere capaci di mettere e togliere quando vogliamo. -Altrimenti è come fare il cuoco e pensare di essere un cuoco… -Bravo, proprio così! Anche il soldato prima o poi deve togliersi l’armatura e guardarsi allo specchio, per scoprire di essere solo un semplice uomo in pantofole! -Quindi, se ho capito, il fatto di interpretare una parte nella recita collettiva dimostra che noi non siamo un ruolo o una maschera, ma ciò che sta dietro quell’apparenza. -Sì, noi siamo una quantità di cose nella vita: ora il bambino ora l’adulto, ora l’intelligente ora lo stupido, e poi il cuoco, il musicista, la vittima, l’eroe, il folle, il cittadino, il ribelle, lo studente, l’amante, il figlio, l’amico, la guida, il giudice… la lista potrebbe continuare all’infinito. Ma in fondo sappiamo di non essere nessuno di questi personaggi che si mescolano e si succedono continuamente nella nostra esistenza. -Quindi cosa impariamo da questo carosello confuso di identità? -L’esperienza di passare attraverso molti ruoli ci rende più tolleranti con gli altri, perché possiamo capirne i drammi, le situazioni e i limiti, avendoli anche noi vissuti in prima persona. Chi ha conosciuto la guerra, la fame, la malattia di solito ha una comprensione degli altri più profonda ed empatica. -Può quindi cambiare radicalmente il nostro modo di vedere il mondo e le persone… -Sì, ma la cosa più importante è che impariamo a relazionarci col prossimo prescindendo dal ruolo che ciascuno incarna. Guardiamo l’altro al di là del vestito che indossa. E andiamo oltre. -E se uno si aggrappa al suo personaggio perché ama recitare solo quella parte? -L’attaccamento a un ruolo prima o poi crea infelicità e dolore, perché lo perdiamo o ne rimaniamo disillusi o ci stufiamo di recitarlo. L’essere umano per sua natura è cangiante e multidimensionale, quando si blocca e non fluisce con l’esistenza soffre e vive un senso di vuoto. -Ma una volta spogliati di tutti i ruoli, di tutte le maschere e i vestiti che ci camuffano, cosa rimane di noi? -Rimane la parte più nuda e più vera, quella che viene prima di ogni recita, quella che non dipende dagli altri e non fa dipendere gli altri da una funzione, dalla divisa o posizione sociale o dal successo. -Un’operazione di verità e di autenticità! -Sì, siamo tutti consapevoli di partecipare ad un grande spettacolo e quindi ad una finzione. E quando le maschere sono tolte ci guardiamo in faccia senza nasconderci. Così scopriamo una dimensione del nostro essere dove siamo tutti uguali e dove possiamo comunicare in una sorta di risonanza o se vuoi di comunione. -E che ne è della vita quotidiana? -Le maschere non scompaiono del tutto. Continuiamo ad assumere ruoli per necessità o per scelta. Da quelli traiamo gli aspetti migliori da fare nostri, ad esempio la pazienza, la forza, il coraggio, l’autonomia, l’intelligenza, la gentilezza, ecc. Ma non crediamo di essere quello che mostriamo all’esterno. Siamo capaci di assumere l’identità e il ruolo giusto nella situazione che si presenta, non per ingannare o per plagiare, ma col fine di servire gli altri, per rimanere in sintonia e dialogare da veri esseri umani. -E anche per salvaguardare la libertà di ciascuno… -Sì, capiamo che il destino di una maschera è quello di cadere e che al di là dei compiti assunti ciascuno è uno spirito libero, un’individualità unica da rispettare per quello che è. -Quindi dobbiamo mantenere sempre uno sguardo che vede oltre la superficie delle cose e delle persone. -Se ci fermiamo lì non capiamo che gli esseri umani sono sempre in un processo di trasformazione di sé, di cambiamento da un ruolo all’altro, da un cammino all’altro. Vanno perciò ascoltati, difesi e accompagnati nel difficile compito del vivere. Questo è per tutti noi vivere in libertà. -Alla fine del nostro dialogo, quali e quanti ruoli abbiamo interpretato in questa conversazione? -Più di quelli che possiamo pensare. Spero non quello di maestro e discepolo, piuttosto quello di due amici che dialogano, o ancora meglio di due esseri umani che si interrogano insieme sulla loro vita. 4 ottobre 2023
Troviamo sempre un matto del villaggio, lo sciocco dileggiato nell’ilarità generale, il fuori di senno che sembra incapace di intendere il linguaggio dell’umano. È sempre così quando vediamo in altri il riflesso di ciò che non accettiamo in noi. E la risata che insegue lo sventurato non è altro che un maldestro tentativo di esorcizzare ciò che più ci inquieta: la nostra duplice natura di uomini in cui follia e saggezza convivono e nella vita non raramente si toccano. Nella storia il matto è spesso il saggio che dietro quella maschera vive in libertà. Affrancato dai vincoli e dai ruoli sociali è sempre in cammino in cerca del nuovo. La carta dell’arcano maggiore dei Tarocchi lo rappresenta come un povero viandante vestito di stracci che cammina senza meta. La cifra che lo identifica è il numero zero. È un Nessuno, ma può essere chiunque. Come lo zero che è anche l’infinito può recitare qualsiasi parte nel mondo, di buffone o sapiente, di genio o di folle, può giocare con i volti e i travestimenti, libero dall’autorità del ‘dover essere’, incurante del giudizio e del riso altrui. Il matto vive nell’ora, senza ieri o domani, camminando sempre sull’orlo del precipizio, in un’avventura che è viaggio iniziatico. In passato molti filosofi e spirito liberi sceglievano la vita dei ‘cani randagi’ per fuggire lontano dal chiasso della folla e praticare una solitaria via di saggezza. La maschera della pazzia permetteva di nascondersi al mondo, di appartarsi, ma anche di mostrarsi in pubblico dicendo la verità sull’essere umano, senza abbellimenti e compromessi. Oggi sappiamo che molti di quei ‘folli’ erano le menti più eccelse dell’umanità, nel distacco dagli interessi materiali sapevano coltivare un’intensa spiritualità. E la maschera della follia era usata non per ingannare, ma per risvegliare: anche nel rapporto maestro-discepolo serviva per un sottile gioco dialettico. Il matto è spesso un uomo Risvegliato che riconosce il mondo come un sogno e vive nel mondo ma non è del mondo. È insieme follia e suprema saggezza, caos e disordine, innocenza e arguzia, vita senza attaccamenti e identità. Al di là degli stereotipi che lo dipingono il matto del villaggio ci fa interrogare su che cosa siano apparenza e verità, normalità e pazzia, sapere e ignoranza. E ci lascia una lezione fondamentale: l’amore per l’autonomia e la libertà. Diventare nessuno, uno zero-infinito, può essere una via di liberazione, un gesto di coraggio e forza interiore, una visione di dissennata saggezza che dispone alla ricerca del nuovo in territori inesplorati oltre il conosciuto. 2 ottobre 2023
134 Lo spazio della meditazione -Cosa vuol dire meditare? -Meditare significa vedere la realtà con coscienza pienamente risvegliata. -Non è pensare o riflettere su qualcosa? -Quelle sono attività della mente che non hanno nulla a che vedere con la vera meditazione. Non devi confondere i processi del pensiero con la coscienza, perché sono due cose completamente diverse. -Spiegami meglio questo punto. -Il fatto di poter osservare tutto ciò che passa sullo schermo della mente dimostra che noi non siamo i nostri pensieri… -…che sono come oggetti posti davanti a noi… -Esatto, noi come soggetti possiamo avere idee, immagini, memorie, ecc., ma non siamo nulla di tutto questo. Così come possiamo avere un braccio o non averlo, senza per questo sentirci menomati nel nostro ‘io’. I pensieri vanno e vengono, perlopiù in modo involontario, la coscienza rimane ed è quello che noi siamo, è ciò che ci caratterizza come esseri umani. -Però anche un animale è cosciente, si accorge di ciò che accade intorno. -È cosciente ma, almeno per quello che ne sappiamo, non è consapevole di sé. Non è cosciente di essere cosciente. -Non sa di esistere, quindi non sa neanche di meditazione… -Chi lo sa, in caso contrario dovrebbe essere riscritta la storia dell’umanità. -In effetti ho qualche sospetto che il mio gatto sia un contemplativo. È sempre quieto e fa una vita semplice, così nessuno va a importunarlo e vive felice. Tanto per noi rimane solo un povero gatto! -Un ottimo espediente per levare di torno gli scocciatori. Molti uomini di sapienza nei secoli hanno fatto lo stesso, fingendosi gli scemi del villaggio. Ma questo discorso ora ci porterebbe lontano… -Allora veniamo al punto che mi interessa di più: come si fa a meditare? -La meditazione punta alla pura consapevolezza, ad uno sguardo lucido e cosciente sul mondo e su noi stessi. È la via della Conoscenza e della Sapienza, così la chiamavano gli antichi. -Quali sono le tecniche per arrivare a tutto questo? -Molte tecniche sono nate tra Oriente e Occidente, ma in realtà la vera meditazione non ha bisogno di una pratica fatta di regole, è semplicemente coscienza aperta al momento presente, consapevolezza totale di ciò che è. -Credo di aver capito…forse. -Non basta comprendere con l’intelletto, è necessario farne un’esperienza esistenziale, allora tutto si chiarisce e diventa ovvio. Se ad esempio vuoi conoscere te stesso, da dove cominci? -Beh, esamino la mia vita attuale, il mio passato, l’immagine che ho di me, il mio carattere, i miei obiettivi, i principi e le convinzioni, ecc. -Un cammino senza fine nella memoria e nella mente che non ti porterà mai davvero al nucleo di te stesso. -Perché? -Tu sei adesso. La mente è tutta costruita sulla memoria che è il passato, qualcosa di morto che non vive mai nel presente. Il pensiero non può mai dire ‘ora’, non può afferrare la realtà vivente dell’adesso. La mente è un processo meccanico basato su schemi, concetti, calcoli e pregiudizi. Arriva sempre dopo a inquadrare e a giudicare gli eventi sulla base delle passate esperienze. -Quindi pensare la realtà non è vedere la realtà così com’è ora. È in un certo senso farsene un’idea. -Certo. È ovvio che il mondo concettualizzato nel pensiero non è il mondo reale. -È quello che dicono oggi anche le neuroscienze e la fisica quantistica. Il pensiero non è la realtà. La realtà appresa nel pensiero è solo…pensiero. -Dobbiamo accettare che la nostra mente è come una macchina, per quanto straordinariamente sofisticata ed efficiente. -Questo è un po’ difficile da accettare. La nostra mente sembra un meccanismo come un algoritmo dell’Intelligenza Artificiale! Ma se noi siamo esseri meccanici allora che ne è della nostra libertà? -La libertà dell’essere umano non devi cercarla lì, non nell’attività del pensiero. -Ah, ho capito. Devo spostarmi su qualcosa di un livello diverso, la coscienza. -Sì, più precisamente sulla consapevolezza, è ciò che essenzialmente siamo. -In effetti un essere meccanico non può essere cosciente, né decidere o volere, né sentire o provare emozioni, né sapere di sé, né agire in modo disinteressato, né creare il nuovo, perché una macchina per definizione non ha libertà di scegliere cosa essere. -Mentre la coscienza è per definizione sempre libera, è il luogo interiore inviolabile della nostra vera realtà. Naturalmente qui non ci riferiamo ad una ‘coscienza’ politica, religiosa, ad una appartenenza sociale o culturale… -…Che sarebbero sempre e solo un prodotto del pensiero… -Sì, intese in questo contesto e in questo senso sarebbero solo forme di condizionamento derivate dalla collettività, per quanto nobili e apprezzabili in sé. -Da quello che abbiamo detto credo di capire che la domanda sui vantaggi della meditazione sia del tutto impropria. -Non è questione di trovare un utile. Questo è ancora il modo di pensare ordinario di chi si identifica con la mente calcolante. Noi, spinti dal sincero desiderio di conoscere noi stessi, vogliamo solo capire chi siamo. Niente di più. -In effetti sembra incomprensibile che molte persone possano vivere senza mai chiederselo. La domanda è subito sul vantaggio dell’indagare su di sé. Povero Socrate che ha cercato di insegnarci il ‘conosci te stesso’! -Tranquillo, Socrate se la cavava benissimo. Io sarei più preoccupato per noi, uomini della contemporaneità smarriti e addormentati. -Però molti ti direbbero che vivere senza pensare sarebbe come essere dei vegetali. -È ovvio che si deve usare il pensiero nella vita ordinaria e non è necessario spiegare il perché. Ma per ciò che riguarda la conoscenza di sé la via della meditazione e della consapevolezza è l’unica che può condurci alla meta. -E una volta che hai conosciuto te stesso cosa ti accade? -Provaci e vedrai da solo! Coloro che sono giunti alla meta sono chiamati i Risvegliati. Già questo dovrebbe suggerirti qualcosa. -Ti risvegli dal sogno della mente? -Certo, è uscire dalla meccanicità per vivere nella libertà come esseri umani completi, per la prima volta. -Capisco che qui il discorso sarebbe lungo. Allora vediamo da dove si può cominciare per meditare. -Al di là delle diverse tecniche, che puoi comunque sperimentare, andiamo subito all’essenziale: devi disporti in un atteggiamento di ascolto e di massima vigilanza e osservare con distacco finché la mente comincerà ad acquietarsi e la folla dei pensieri a diradarsi. Allora la consapevolezza si farà più nitida. Il resto verrà da sé con il tempo. È un cammino nell’introspezione che richiede impegno, serietà e costanza. La cosa più difficile è non cercare un risultato, non aspettarsi nulla, perché questo, prefigurando col pensiero un futuro, farà perdere subito la coscienza del presente. -Un ultimo dubbio. Noi abbiamo ragionato a lungo e quindi abbiamo utilizzato la mente pensante che, se ho capito bene, è il principale ostacolo quando vogliamo meditare. -L’intelletto va usato come un trampolino verso la meditazione. Il pensiero deve arrivare ai suoi limiti perché possa aprirsi lo spazio della presenza consapevole. Dopo la parola il silenzio, dopo il concetto la chiarezza del puro vedere. 1 ottobre 2023
Furono Luna Bianca e Occhio di Falco, due giovani indiani della tribù Wakepa, nel turbine di eventi scritti nel destino, i testimoni del Grande Cambiamento. La prateria si estendeva sterminata allo sguardo che spaziava libero percorrendo i sentieri del sogno. Non c’era barriera a tracciare i confini di quel grandioso mondo degli umani se non l’orizzonte, soglia dell’infinito. La vita di giorno brulicava intensa tra il villaggio e la caccia al bisonte. La notte poi stendeva un manto di stelle mentre un coyote ululava in lontananza e la quiete scendeva col fruscio dell’erba a riscaldare i cuori e invitare al silenzio. Intorno al fuoco si raccontavano storie. Era il momento più bello per i giovani incantati dai racconti dei grandi vecchi che dispensavano parole di saggezza. Così rimaneva viva la lunga tradizione di un mondo compiuto e fiero di sé. I giovani Wakepa ascoltavano gli anziani e con i loro racconti tempravano l’anima volando sulle ali delle più ardite visioni. Le parole dei saggi erano profonde, un’iniziazione al vivere nel mondo. Anche Occhio di Falco veniva istruito con le storie e i valori della comunità. E ascoltava con tutto sé stesso: La Creazione è il mistero più grande. L’uomo è solamente una parte del tutto, non è stato creato per dominare la terra, ma per amministrarla e proteggerla. Nascere uomo sulla terra è un dono e insieme un compito sacro che impone di prendersi cura di tutte le creature. Il vero guerriero non é chi combatte, perché nessuno ha il diritto di uccidere, ma è chi si sacrifica per il bene degli altri. Non è come si nasce, ma come si muore che rivela a quale popolo si appartiene. La donna è sacra e va sempre rispettata perché dà la vita e nutre e insegna… È così che il giovane diventava uomo. Anche Luna Bianca veniva istruita con le storie e i valori della comunità. E ascoltava con tutta sé stessa: Al risveglio mattutino ringrazia il tuo Dio per la luce dell’aurora e per essere viva, c’è sempre un motivo per una preghiera. Sii grata di vivere nella tua terra nativa così meravigliosa e sovrabbondante. Non criticare o deridere un tuo simile per le sue credenze se sono diverse, rispetta gli altri e sarai sempre rispettata. Tu che possiedi il giorno fallo più bello con tutti i colori del tuo arcobaleno e prega il Grande Spirito perché conservi il tuo popolo e dia prosperità e pace… È così che la giovane diventava donna. Ma nessuna realtà può durare in eterno, il destino doveva irrompere sulle pianure a distruggere per sempre quel mondo. Venne il fatidico giorno del Cambiamento. Dall’alto della collina i due giovani Wakepa videro molti uomini bianchi al lavoro su una lunga e minacciosa strada di ferro. La ferrovia veniva a segnare i confini, a dividere il mondo, a portare la guerra, a sconvolgere, riscrivere e cancellare tutta la storia di un popolo glorioso. Furono Luna Bianca e Occhio di Falco i testimoni sgomenti di quella catastrofe. Ma mentre intorno a loro tutto crollava le parole dei saggi ancora risuonavano a lenire il dolore e a mantenere vive la memoria e la cultura di un popolo: Cos’è la vita? È la scintilla di una lucciola nella notte È lo sbuffare di un bisonte nell’inverno È la breve ombra che scorre sull’erba e si perde nel sole del tramonto 28 settembre 2023
Se sei spontaneo non hai bisogno di regole. Norme e divieti sono per coloro che non sanno agire confidando in sé stessi e nella propria autonomia. Nella spontaneità c’è l’intuizione di ciò che va fatto, la percezione immediata dell’azione giusta e armoniosa. Un sentire profondo traccia la via superando ogni regola, non però come un agire istintivo che asseconda l’impulso, ma come limpida coscienza che si traduce in volontà. Nella risposta immediata non illuminata dall’attenzione si può confondere la spontaneità con la rozza reazione. Il gesto dettato dai meccanismi di autodifesa e aggressività è in gran parte inconscio e cieco, divisivo e distruttivo. Seguire le regole in modo rigido può rendere chiusi e intolleranti: nell’eccesso di zelo non si vedono più le persone reali, la libertà altrui è vista come un pericolo per le proprie certezze. Nella consapevolezza che vede e abbraccia l’intera situazione si manifesta invece il principio dell’unità di tutti e di tutto, valore che è anche il fondamento dell’autentica libertà fatta di responsabilità, saggezza e personale autonomia. Possiamo certo ascoltare una voce esterna che ci istruisce, ma alla fine la guida esteriore deve farsi intuizione interiore, deve accordarsi con quello che profondamente sentiamo. Spontaneità vuol dire essere capaci di comunicare con gli altri senza costruire un sé fittizio che è l’ennesima maschera dell’ego, è ciò che permette di giocare con la vita e le esperienze senza imporre l’idea di come gli altri e la vita dovrebbero essere. Osservando la bellezza della natura, dell’arte, della poesia vediamo una genuina creatività che non ha bisogno di regole e perciò è sempre nuova, fresca, imprevedibile e sorprendente. Questo può accadere anche nei momenti della vita d’ogni giorno, nei gesti e nelle parole, nelle domande, nei sentimenti e negli sguardi. Se impariamo quest’arte non abbiamo bisogno di nessun istruttore, diventiamo maestri di noi stessi e creiamo le regole del gioco della vita. La norma comune può avere solo una funzione provvisoria e preparatoria, poi viene lasciata da parte per una libertà nuova e un superiore sentire, nell’apertura ad uno spazio di creatività profondamente umano. Allora siamo a nostro agio ovunque e in ogni situazione, ci muoviamo e comunichiamo in modo semplice e naturale, costruiamo le relazioni insieme agli altri senza imporre dogmi, impariamo a fluire con la vita e con la verità del momento. Perché in ogni cosa possiamo scoprire una profonda saggezza che è la naturalezza dell’essere nella sua primeva espressione, realtà che solo la nostra spontaneità ci permette di riconoscere. 29 ottobre 2022
Quando vedesti la dea nelle acque del fiume fosti pervaso da una grande meraviglia, Atteone. La contemplazione di quella innocente nudità fu lo svelarsi del Vero che si offre solo agli occhi di chi ha saputo affrontare un periglioso cammino di ricerca. Non fu l’intelletto a condurti a quell’ultima meta, perché la ragione può portarti al limite del pensare, poi solo un furore eroico può aiutarti ad andare oltre entrando nell’ignoto con la volontà unita al sentimento. Eri un cacciatore ardito e abile nel conquistare la preda, ma accadde quel giorno che ti addentrasti nella selva e andasti incontro ad un paradossale destino: diventare tu stesso preda della divinità della natura che la caccia conosce per innata ed eterna sapienza e non perdona ai mortali di superare la linea di fuoco che separa il mondo superiore dalla realtà umana. Ti aggirasti in labirinti e luoghi sconosciuti di quel bosco come quando si vaga nei meandri oscuri dell’intelletto, senza sapere cosa avresti trovato in quella natura vergine. Un profondo e inesplicabile impulso ti guidò alla pura fonte dove la dea Artemide circondata dalle sue ninfe si bagnava, luogo di verità che raramente allo sguardo mortale si concede, disvelamento del Vero in un’ineffabile visione del Bello in sé. La sapienza divina è una trappola mortale per l’ego, toccarne la soglia comporta l’estinzione dell’individualità, è immergersi nel tutto per scomparire e diventare quel Tutto che è sorgente creativa e manifestazione di ogni cosa. In quella contemplazione moristi e rinascesti, Atteone, e non ci fu mai fine più bella e gloriosa per un uomo, con lo sguardo della dea che diventava bacio mortale, veleno per il tuo io ed elisir di rinascita a nuova vita. Contemplare la natura e coglierne la segreta essenza è abbattere quella barriera che ci separa da essa, diventando la natura stessa con la sua forza dirompente, nell’impareggiabile bellezza della sua segreta anima. Può capitare che ci catturi l’amore per una realtà più alta fino al punto di dimenticare noi stessi e diventare quella, ma tale esperienza richiede di pagare un alto prezzo. La condanna per te, Atteone, fu di trasformarti in cervo per essere alla fine cacciato e divorato dai mastini, figli della natura madre crudele e innocente a un tempo. Ma solo così ti fu dato di poter trascendere te stesso, trasmutandoti da uomo mortale in sapienza divina. Il filosofo Giordano Bruno ci ha aiutato a comprendere la tua storia di appassionata ricerca dell’inviolato Vero. Quella era anche la sua storia, votata all’eros platonico, percorsa da un anelito di verità senza fughe e compromessi. Con l’animo del cacciatore che procede audace e impavido Bruno ci ha mostrato che si può combattere per ciò che vale anche quando il prezzo di quell’impresa è il più estremo. Non poterono le fiamme del rogo estinguere il fuoco dell’eros, la forza di quella passione che ci eleva alle vette più alte, dove ogni parola è insufficiente a descrivere la Luce in sé. Le ceneri alla fine si disperdono e scompaiono nel nulla, come accade a tutto ciò che non è destinato a durare. Il fuoco filosofico invece arde in eterno ad illuminare la via per chi, nella ricerca del Vero, non teme di perdere sé stesso. 31 ottobre 2022
L’uno non sarebbe l’uno se non ci fosse anche il due. Una realtà si definisce solo se c’è la possibilità di un rapporto. Se immaginiamo l’uno come un punto dobbiamo pensarlo inesteso, né disco né sfera, perciò una realtà priva di qualsivoglia grandezza, un concetto contraddittorio se riferito al mondo concreto dei sensi. L’uno è un ente reale solo quando viene immaginato in una spazialità, dove è concepibile una differenza che ne stabilisce posizione e confini. Solo quando il primo numero si rapporta e si distingue da un secondo si determina una prima distanza tra diversi, uno spazio degli eventi, un luogo dove qualcosa può accadere nel movimento tra opposti. Dalla prima dualità seguiranno poi altri numeri e grandezze, calcoli e operazioni di moltiplicazione e divisione, all’infinito. Questo è il principio della polarità che vediamo in azione nel mondo, da cui si generano tutti i fenomeni in una variazione inesauribile. Osservando il gioco degli opposti che ovunque si manifesta, tenendo presente che la radice di ogni cosa è l’unità originaria, capiamo però che nella separazione tra opposti c’è un problema: la dualità implica frammentazione, limitazione, parzialità e non verità. Nulla di ciò che è incompleto può avere forza, bellezza e autonomia, nessuna parte può rappresentare il senso dell’intero cui appartiene. Una realtà viene ad essere solo grazie alla presenza del suo opposto: se c’è il vero è perché l’esistenza del falso glielo permette e viceversa, Ciò significa anche che le istanze in opposizione sono un’unica cosa, un intero che nella dicotomia dualistica si mette in movimento e si articola, ma che solo in apparenza si sdoppia in fenomeni dai caratteri incompatibili. Ogni coppia di opposti inoltre può sempre produrre una realtà nuova. I due poli di una batteria si respingono, si oppongono e si combattono, ma al tempo stesso concorrono al fenomeno della corrente elettrica. Non potendo esistere e operare indipendentemente l’uno dall’altro gli opposti devono comporsi in un accordo più profondo e dialettico, dando vita ad una realtà che non era prima in essi contenuta, sintesi e trascendimento delle limitazioni di entrambe le parti. Gli antichi definivano ‘diabolico’ tutto ciò che divide e separa, ma sapevano che il principio diadico della suddivisione moltiplica, svolge e mette in movimento la primitiva unità che altrimenti rimarrebbe statica e chiusa in sé stessa. Il negativo e il positivo sono realtà interdipendenti, due approcci e due modi diversi di osservare le cose, entrambi necessari perché sia colta la verità del reale. Da tutto questo discende anche il nostro compito di uomini: cercare l’unità che si nasconde in tutto ciò che accade. Collegare, riconciliare, rimettere insieme le realtà separate è qualcosa che può essere fatto solo dalla coscienza umana. Trovare l’unità dietro l’apparente divisione è un mettere ordine sia fuori sia dentro di noi per dare senso al nostro vivere, è un passare dal caos al cosmo, un vero atto di creazione. Il mondo della dualità va conosciuto in ogni suo aspetto, perché può essere trasceso solo ciò che è stato vissuto. Poi deve essere intrapreso il cammino per superare la polarità che sempre inganna e vela la comprensione dell’intero. Qui possiamo tornare ancora una volta all’antica sapienza greca riprendendo il famoso enigma che la Sfinge pone ad Edipo, mito che simbolicamente descrive il percorso di vita dell’uomo. Ogni individuo vive tre età che sono altrettanti livelli di coscienza: l’essere umano costituito dapprima dai quattro elementi come corpo diventa poi conscio del mondo della dualità usando il suo intelletto per ricomporre tutta la sua realtà in unità consapevole come spirito. L’uomo saggio muove sempre alla riconquista dell’intero, non essendo più ingannato dal divenire delle cose nel mondo. Il frammento individuale ha compreso il gioco degli opposti, ne vede la bellezza, la complessità e il profondo significato, ha capito il senso del proprio vivere e il cammino che lo aspetta, ora sa come ritornare all’unità che tutto abbraccia e trascende. 3 novembre 2022