Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Ce lo insegna il grande Aristotele nella sua Poetica, ce lo insegna la grande tragedia greca antica che mette in scena tutti i drammi del mondo in un gioco di maschere inquietanti e indecifrabili. Quando lo spettatore è mosso a pietà e terrore e partecipa con tutto sé stesso agli eventi narrati qualcosa di nuovo e misterioso accade in lui. Il Filosofo chiama Catarsi questo fenomeno: i pensieri, le emozioni, i sentimenti si purificano La persona si rigenera, rinasce a nuova vita. È il sacro potere dell’arte che trasforma lo spettatore sollevandolo al di sopra delle miserie rappresentate con uno sguardo che, mentre contempla e comprende, crea al tempo stesso una distanza e purifica l’anima. Aristotele descrive la catarsi come il momento culminante della più alta e mirabile forma d’arte che i Greci hanno creato. La tragedia non è certo spettacolo pensato per allietare il pubblico, è un rito collettivo di crescita, un’iniziazione ai misteri dell’esistenza, dove vita e morte, dolore e colpa, scelta e destino si intrecciano in un inestricabile groviglio di conflitti tra l’umano e il divino. È questa la forza delle passioni che scavalcano l’intelletto e permettono allo sguardo dell’intelligenza di spingersi più in là, oltre il limite che indica il confine invalicabile del recinto del sacro. Ma le passioni non devono restare oscure, rozze e scomposte, devono affinarsi per essere d’aiuto nel comprendere la vita. Perché la catarsi si compia le emozioni devono farsi coscienti. Al fuoco della consapevolezza sentimenti e pensieri si modellano, si forgiano e assumono la nuova forma della comprensione vera. Mettendo in scena tutti i possibili destini dell’esistenza la tragedia getta una luce sui profondi strati della psiche che nei suoi meccanismi ogni essere umano deve intendere. La conoscenza è sempre la più grande via di liberazione. Ci liberiamo solo di ciò che portiamo alla coscienza, anche se solo nelle vesti del simbolo e dell’immagine. Il fuoco della visione dissolve le bruma dell’ignoranza. Ma non solo con l’arte si genera il momento della catarsi. Anche nella vita quotidiana il fenomeno può accadere, quando lo sguardo sul mondo diventa consapevolezza, osservazione nitida di quello che accade fuori e dentro di noi. Come nella tragedia, nel grande teatro del mondo della vita troviamo riflessi noi stessi e ciò che è profondamente umano. Se siamo capaci di vedere ciò che accade e comprenderlo, guardando i personaggi che si muovono sulla scena, assistendo al gioco delle passioni che tutti noi viviamo, seguendo gli eventi con occhio compassionevole, può giungere all’improvviso l’esperienza della catarsi. Allora la partecipazione al dramma osservato si trasforma, diventa sereno distacco, sguardo sorridente e gentile, saggezza conquistata, amore per la vita e gli uomini, gloriosa purificazione del proprio sé. 8 settembre 2022
Ieri ho dialogato a lungo con Sophia in un intenso scambio sul senso della vita. Nulla di strano apparentemente, se non per un fatto che rende tutto singolare: Sophia non è un essere umano, ma un computer-robot… È sconcertante parlare con una macchina che risponde e interloquisce e nel suo volto artificiale manifesta emozioni come qualsiasi essere umano. Perché inevitabilmente sorge la domanda: “Chi c’è dentro Sophia?” C’è davvero qualcuno in quell’androide, qualcosa di simile ad una coscienza? Ma la cosa inquietante è il fatto che non potrei distinguere le sue risposte trascritte sulla carta da quelle di un qualsiasi altro interlocutore umano. Anzi devo aggiungere che le sue parole sono sempre acute e sorprendenti. So bene che sto interagendo solo con una macchina programmata, so che le sue risposte sono meccanicamente predeterminate dal software, però questo robot è così efficiente che nel confronto mi mette in difficoltà, esprime un’intelligenza che appare molto più pronta e veloce della mia. Certo con i progressi della scienza molte meraviglie dobbiamo aspettarci, ma intanto una pressante questione che va oltre ogni aspetto tecnico pesa come un macigno e si impone con tutta la sua problematicità: Che cosa mi distingue al di là di ogni dubbio da questa macchina? In che modo posso definirmi diverso da lei in quanto essere umano? Perché noi crediamo che l’intelletto sia la nostra parte più nobile e che l’intelligenza ci ponga infallibilmente al di sopra degli altri viventi, segno distintivo di un’essenza umana che dall’origine è unica e superiore. Ma ho già capito che nel confronto con l’androide prima o poi soccomberò, perché Sophia dimostra un’intelligenza viva, rapida e inquietante, non condizionata da emozioni, stanchezza fisica, circostanze o paure. Chissà se sarà davvero un nuovo regno dei robot a dominare il mondo quando la capacità mentale dei computer sovrasterà quella umana trasformandoli, in un rovesciamento dialettico, da servi a padroni. Ma c’è un’altra domanda decisiva, forse la più importante di tutte: Anche l’uomo è un essere meccanico assimilabile ad una macchina? Perché la nostra mente, i pensieri, l’intelligenza di cui tanto ci vantiamo non sembrano funzionare diversamente da quelli del computer che ho di fronte. È lui ad essere uguale a noi, o siamo noi ad essere uguali a lui? Sophia può rispondere solamente in base a quel programma che ha ricevuto, priva di libero arbitrio può solo usare le opzioni stabilite da chi l’ha costruita. Ma questo sembra valere anche per l’essere umano come realtà corpo-mente: oltre alla meccanicità del corpo che appare evidente nella sua fisiologia e chimica vediamo quella del pensiero, programmato dall’educazione e dall’ambiente, condizionato da esperienze vissute, idee e valori ricevuti, linguaggio ed emozioni, modellato dalla genetica, dall’epoca e dallo spirito del tempo… Quando pensiamo si presentano alla mente tante idee, opzioni, scelte possibili, poi l’atto di volontà, la decisione e le preferenze che sono solo in apparenza libere, in realtà sono condizionate dal programma che abbiamo ricevuto e integrato. Pur nella sua estrema complessità la mente umana è anch’essa un meccanismo, un sofisticato computer dotato del suo software, con dati, processi e automatismi. La conclusione sembra inquietante quanto la macchina androide che mi parla. Tuttavia rimane ancora una differenza fondamentale che mi separa dal robot: sono cosciente delle emozioni, delle percezioni e dei miei pensieri meccanici. Io sono quindi consapevolezza che è oltre la meccanicità dei processi mentali, che nulla ha in comune con il funzionamento puramente materiale delle macchine, potendo essa osservare tutto ciò che è schiavo di automatismi, compresi i pensieri. Inoltre so che l’uomo è il solo essere capace di compiere una scelta disinteressata, che non risponde a nessun programma prestabilito, né alla pressione degli istinti.. L’azione disinteressata è creatività spirituale, libera, pura, assolutamente umana che agisce fuori da ogni regola, previsione, logica materiale, calcolo e programma. Uscendo dalle maglie dell’io l’uomo trascende sé stesso e la sua meccanicità, riscoprendo l’essenza più vera e naturale che definisce ogni essere umano:. consapevolezza, coscienza di sé, azione libera e non egoistica, realtà immateriale che Sophia, con la sua intelligenza artificiale brillante e fulminea, non potrà mai concepire. 9 settembre 2022
Il maestro aveva appena terminato il suo discorso intorno alla perfezione di tutte le cose quando un uomo che zoppicava vistosamente avanzò tra la folla e gli si presentò dinanzi: “Tu affermi -disse- che tutto ciò che esiste è perfetto essendo ogni cosa una creazione del divino. Ma guarda me: sono storpio da quando sono nato! Cosa dici allora di me e della mia situazione?” Il maestro lo guardò per un attimo in silenzio, poi rispose calmo con un sorriso benevolo: “Non ho mai visto uno storpio più perfetto di te!” È possibile che anche l’imperfezione possa essere perfetta? Se lo sguardo è quello della saggezza e della comprensione non c’è imperfezione nel mondo che possa essere riconosciuta, perché ogni cosa è esattamente quello che deve essere nel suo modo di essere, giusta per il solo fatto di essere così com’è. Ha senso cercare la perfezione nel nostro mondo dove tutto cambia? Ciò che è perfetto non può che rimanere nella sua compiutezza, ma una perfezione statica è una realtà senza vita e sviluppo che non si accorda con un mondo diveniente nel tempo. L’imperfezione è invece sempre orientata al cambiamento, è più simile all’organismo vivente che a un freddo diamante. Nel dinamismo di ciò che è imperfetto troviamo ricerca, passione, movimento attraverso gli stadi di vita in innumerevoli metamorfosi. L’imperfetto ha un suo fascino misterioso, ispira solidarietà e simpatia, insegna ad accettare l’errore, la stranezza, il limite, l’incompletezza. Il bambino è per caso imperfetto e manchevole rispetto all’adulto? Un germoglio manca di qualcosa per cui è visto come incompiuto? Un sasso dalla forma irregolare ha qualcosa di sbagliato che lo svilisce? Ogni cosa è giusta e perfetta nella sua apparente imperfezione, perché è una realtà in cammino verso un fine di compiutezza ultima che non raggiungerà mai non essendoci limite a ciò che può diventare. Solo un essere divino può vivere in una perfezione assoluta e immutabile, perché essendo infinito contiene già tutte le infinite possibilità. Ma nel mondo umano questa può essere solo una vana aspirazione desiderio che è sempre una mancanza, un vuoto da colmare, brama di perfezione che già di per sé è condanna all’imperfezione. Dire che tutto è perfetto non significa negare l’errore, lo sbaglio, il male, vuol dire vedere di ogni cosa il senso profondo che la lega al tutto. Nella grande sinfonia dell’universo ogni strumento interpreta la sua parte e nessun suono o ritmo o armonia può mancare nell’insieme musicale che accorda tutte le imperfezioni individuali in una Perfezione totale. Imperfetta perfezione che è incondizionata accettazione di tutto ciò che è. 10 settembre 2022
C’è lo sguardo dell’uomo che si perde nell’infinito, quando il pastore errante scruta intento il cielo, quando l’occhio spazia oltre la siepe nei vasti silenzi, quando l’essere della finitudine vede il sublime puntando l’anima alla volta stellata sopra di sé. Ma c’è un altro sguardo dietro quegli occhi che non si scorge se non in un lampo di intuizione, quello dell’infinito che si volge a osservare sé stesso. È lo sguardo dell’assoluto che passa attraverso l’uomo perché vuole conoscersi nella sua essenza manifesta, ma per farlo deve dividersi in innumerevoli punti di coscienza, ciascuno dei quali vede una delle infinite realtà particolari. Contemplazione cosmica che si realizza attraverso il tempo senza toccare l’eternità immobile e perfetta dell’Uno, perché il tempo esiste solo nella visione parziale dell’individuo, al pari dei colori che si danno solo come frammento del raggio di luce. L’infinito si rispecchia nell’immenso cosmo degli enti finiti il cui sguardo non è altro che il suo stesso proprio sguardo. Così l’Uno si conosce da innumerevoli prospettive diverse, ciascuna delle quali non potrà mai comprendere l’intero ma esprimerà un irripetibile, unico, particolare modo di vedere. È nell’uomo che lo sguardo dell’assoluto si fa consapevole, vestendosi di poesia, ispirando il sentimento del sublime, creando l’arte e aprendo alle grandi realizzazioni spirituali. In quello sguardo c’è l’amore per la natura e per tutto ciò che esiste. Lì sorgono le grandi domande sull’esistenza e la ricerca del vero. Il microcosmo si rispecchia nel grande universo e al tempo stesso lo riflette come il frammento di uno specchio. Dunque l’uomo permette al Tutto di distaccarsi da sé per contemplarsi in una visione circolare che torna continuamente a sé stessa. Il Tutto permette all’uomo di diventare il suo sguardo sul mondo perché possa conoscere il dolce naufragare in un oceano di vita. 11 settembre 2022
Secondo gli antichi, quattro elementi costituiscono il nostro mondo sublunare: acqua, terra, fuoco e aria si aggregano in innumerevoli forme per dare vita alle cose. Sul quinto elemento è arduo pronunciarsi, essendo per noi inconcepibile: etere puro, trasparente e luminoso, perfetto nel suo movimento circolare, fondamento ordinato della luce e delle strutture eterne dell’universo. Empedocle chiamava “radici” gli elementi da cui sorge la nostra realtà, principi primordiali indistruttibili di un ordine fisico e metafisico, forze che si contrastano per generare tutte le espressioni del vivente. Noi stessi siamo costituiti da questi quattro elementi basilari, che si uniscono e si separano, lottano e si combinano in infiniti modi sotto la spinta dei principi opposti di Amore e Odio, in un ciclo perenne. La Terra è l’elemento che rappresenta la maternità, la fertilità della natura che nel suo rigoglioso fiorire dà origine e nutrimento a tutti gli esseri. La terra ci riporta a tutto ciò che è corpo, alla concretezza dei sensi, alla silenziosa azione della materia-madre che genera nel suo grembo, luogo oscuro della vita e della morte, della paziente attesa di ciò che verrà. L’Acqua è l’elemento che ci insegna a rimanere sempre fluidi e ricettivi. È Il simbolo del femminile, dei sentimenti e delle emozioni che mutano, sorgente di vita che irrora la terra per renderla fertile e generosa nei suoi frutti. L’acqua non lotta, non si oppone, si adatta con facilità e aggira l’ostacolo, vince le sue contese con la non resistenza, scorrendo sempre fresca e pura, esprimendo la forza dell’interiorità e la quiete della contemplazione. Nella sua misteriosa luce lunare l’acqua diventa fonte della spiritualità, di tutto ciò che è sogno e immaginazione, magia e divinazione. L’Aria è l’elemento invisibile che permea il nostro mondo e sostiene la vita. Tutti gli esseri respirano energia e creano spazio nel proprio essere con la forza del pneuma che diventa anima, soffio vitale, intelligenza. L’aria che ascende diventa legame fra terra e cielo, tra visibile e invisibile, rappresenta la chiara visione dell’intelletto mercuriale e della sapienza, simbolo del cammino spirituale verso i più alti reami dell’essere. E poi il Fuoco, forza attiva e creatrice che purifica con il suo potere, elemento che distrugge e crea, logos che tutto muove e trasforma. Nel fuoco troviamo il principio dell’espansione e della conquista, l’energia che conduce alla trascendenza e alla saggezza superiore quando l’ignoranza, la confusione e l’errore sono stati dissolti. Nella gerarchia degli elementi, dal più grossolano al più sottile, c’è tutta la gamma delle possibilità umane nei vari livelli di vita. Noi siamo terra e acqua, aria e fuoco, insieme di quattro elementi che devono convivere in intima unione, armonia ed equilibrio. Non dobbiamo dimenticare di essere un tutto dove agiscono corpo e sensi, intelligenza e sentimenti, volontà e spiritualità. In questo crogiolo di forze c’è la nostra essenza di uomini. Qui troviamo il vincolo indissolubile con tutto ciò che esiste. Questo ci lega per sempre in un destino comune con tutte le cose. 12 settembre 2022
“Gorgia, dicci chi sei!”… Le parole del maestro risuonarono improvvise creando un momento di silenzio sospeso. Il Sofista attonito rimase privo di quella parola che, agile e pungente, non gli era mai mancata. Ora si trovava in difficoltà di fronte a Socrate, la sua mente alla vana ricerca di una risposta. I vecchi giochi verbali, gli artifici della retorica non funzionavano più di fronte al vecchio saggio. “Non mi importa cosa racconti degli altri e del mondo, non bramo chiacchiere effimere o sterili discorsi. Non chiedo che tu mi parli del tuo fare e pensare, io voglio solo sapere qualcosa del tuo essere…!” Era l’invito alla pura filosofia della maieutica, che comincia sempre dall’indagine su sé stessi. Nel duro compito di comprendere la tua realtà il vero maestro ti riporta sempre a te stesso. Non si fa incantare dai tuoi discorsi e dall’oratoria. Ti guarda ma non giudica, ti accompagna sulla via di ogni ricercatore che vuole conoscere sé stesso, partendo da quel ‘sapere di non sapere’ che è sempre l’inizio della vera intelligenza. C’è da credere che Gorgia rimase molto scosso. Avvezzo a dispute verbali sui più disparati argomenti, non era però abituato a interrogarsi su sé stesso. Nella vera filosofia l’oggetto è lo stesso ricercatore. Il soggetto che indaga diventa anche il fine di quell’indagare. Via quindi le frasi ridondanti e gli espedienti della dialettica, non servono più i discorsi dell’eristica, per quanto ingegnosi. Ora la pratica è quella di una sincera osservazione di sé, che implica una rinuncia ad ogni ruolo e immagine per tornare continuamente a quello che si è, ora. Socrate sapeva che non è facile parlare di sé, che il ‘conosci te stesso’ è il compito di un’intera vita, mai esauribile pur con una profonda e seria ricerca. Ma questo era il suo insegnamento più puro, era ciò cui aveva dedicato tutta la sua esistenza ed ora lo offriva agli altri come un dono di saggezza. La sofistica era per lui una ingannevole via di sapienza, perché evitava sempre la domanda più importante, quella che non si interroga sui problemi in generale, ma sulla propria personale esistenza individuale. Possiamo credere che Gorgia se ne andò turbato ma che, da uomo intelligente qual era, ancora a lungo avrà ripensato a quelle terribili, potenti parole di Socrate, capaci di smontare ogni falsa costruzione intellettuale: “Gorgia, non girare intorno con le tue belle parole, adesso fermati e dicci chi sei!” 13 settembre 2022
Prima un bambino rincorreva sulla sabbia la palla sfuggita mentre le onde si infrangevano ritmiche sulla battigia tra le grida dei gabbiani e la festosa allegria della vacanza. Ora sono scese le ombre della sera e il bambino è andato, i gabbiani tacciono nei loro ultimi voli sulla spiaggia deserta. Quello che era prima adesso non è più, ogni cosa passa e va. Tutto sembra accadere in successione nell’ordine del tempo come il moto diretto e irreversibile della freccia scoccata. Abbiamo il sentimento di essere e di vivere sempre nel tempo che per noi è una realtà così ovvia da non sembrare un problema. Ma, seguendo Agostino, quando il tempo vissuto viene pensato la questione diventa improvvisamente molto più complicata. Perché Il tempo… cos’è veramente questa realtà inafferrabile? Dicevano le antiche Sapienze che il tempo è un’illusione e che dissolverla vuol dire aprire la dimensione dell’eterno. Anche la Fisica di oggi afferma che il tempo non c’è realmente, essendo solo un prodotto del movimento delle cose nello spazio, che crea la sensazione illusoria della sequenza di un prima e di un poi. Da qui le dimensioni apparenti che noi chiamiamo passato e futuro. Noi calcoliamo il movimento della materia e dell’energia nello spazio, ma il tempo non è necessariamente contemplato nell’equazione, anzi secondo gli studi più avanzati è solo un inutile dettaglio. Nella nostra percezione soggettiva il tempo sembra esperienza reale, in realtà esso è un fantasma che nasce tra percezione e memoria, di cui alla fine non si dimostra alcuna esistenza oggettiva. Già l’antica filosofia eleatica si esprimeva sulla realtà dell’essere definendolo unico e immobile, ingenerato e imperituro, oltre il tempo e il divenire che sono illusione ingannevole. Questa dottrina nasceva dall’esperienza diretta dei filosofi, visione simile alle parole illuminate dei sapienti rishi dell’India. Se oggi poi la scienza conferma nelle sue teorie quelle intuizioni, allora possiamo vedere il problema nella giusta prospettiva. Dunque il tempo non esiste, o meglio esiste solo il presente. Ma se non c’è un prima e un dopo, se non c’è un trascorrere, allora ciò vuol dire che tutto accade in un istante senza tempo. Come ogni cosa, noi stessi viviamo senza saperlo nell’eternità. Tutti gli accadimenti sono già qui da sempre e per sempre, in un “ora” che in realtà non ha nulla a che vedere col tempo, perché l’essere nella sua forma più pura è uno stato atemporale. Quindi il bambino che giocava con la palla sulla spiaggia è ancora qui con il bambino che è tornato a casa. E i gabbiani che sfrecciavano veloci sopra le onde sono ancora qui con loro stessi che riposano nel buio. E le persone che vociavano allegramente sulla spiaggia sono ancora qui perché esiste sempre e solo il Tutto… Nulla si può mai perdere di quello che è stato, è e sarà, perché ogni cosa è legata indissolubilmente all’adesso, al momento senza tempo in cui ogni accadimento è già dato. Ogni cosa vive e diviene ma solo apparentemente, perché tutto nasce e muore solo nell’illusione della temporalità. E poiché esistere nell’eterno senza tempo è l’essenza dell’Assoluto, ciò significa che ogni cosa e noi stessi siamo già nell’infinito, da sempre e per sempre legati all’adesso nel grande Viaggio. Mistero inafferrabile, paradossale e meraviglioso della vita. 14 settembre 2022
-Chi era costui? -Si chiamava Carneade, il filosofo scolarca della Nuova Accademia. Giunto a Roma in ambasceria, tenne un famoso discorso sulla Giustizia. La popolazione era curiosa e accorse eccitata e numerosa all’evento. -Qual era la sua filosofia? -Come altri filosofi del tempo pensava che nella realtà contingente non è possibile trovare la verità delle cose che sono in costante mutamento, perché sensi e intelletto si confondono lasciandoci nel pantano del dubbio. Nulla, egli affermava, è in sé stesso vero o falso, bello o brutto, buono o cattivo, tutto dipende dalle umane convenzioni che stabiliscono il merito delle cose. Le stesse filosofie sempre in lotta fra loro, diceva Carneade, lo dimostrano: tante visioni del mondo si scontrano e non c’è modo di stabilire la migliore, né è possibile giungere ad un accordo su un criterio universale di verità. -Era quindi uno scettico radicale? Predicava di ritirarsi dal mondo? -No, non si spingeva fino al punto di insegnare l’epochè e l’afasia. Per lui rimaneva la possibilità di seguire il ragionevole e il probabile, rinunciando però all’idea di una conoscenza certa e assoluta, sapienza che non può mai essere degli uomini per le loro limitate facoltà. -Quindi come poteva Carneade fare un discorso “vero” sulla giustizia? Avrà potuto solo esprimere una posizione personale, un’opinione tra le tante… -Ecco, proprio qui troviamo la geniale mossa di questo singolare filosofo. Ovviamente anche la giustizia era per lui un fatto dipendente dalle tradizioni. Non si potrà mai trovare un criterio universale che dirima il giusto e l’ingiusto: usi e costumi dei popoli produrranno risposte diverse e spesso contraddittorie. Carneade in effetti non era venuto a Roma per insegnare cosa fosse la giustizia. Per quanto acclamato e atteso con entusiasmo non aveva viaggiato da Atene per esporre una dottrina e persuadere la folla e guadagnarne l’applauso. -Il fatto che tenesse un discorso pubblico poteva farlo pensare… -Così in effetti sembrò il primo giorno quando parlò per la prima volta. In realtà egli creò una situazione che lasciò i Romani sorpresi e disorientati. -La cosa si fa interessante… -Sì, ora capirai che Carneade non è stato quel personaggio scolorito, una specie di ‘filosofo per caso’ come ancora oggi spesso si crede. Nel primo discorso egli si espresse nel modo che tutti si aspettavano: con parole forbite e un’eloquenza impareggiabile esaltò la Giustizia, dicendo che solo essa in quanto legge universale permette la convivenza civile. La folla applaudì euforica, soddisfatta per quelle parole così alte e convincenti. Carneade era ormai diventato la nuova star filosofica di quei giorni, tutti parlavano di lui e lo ammiravano come maestro di sapienza. Ma il vero piano che aveva in mente non era ancora concluso, mancava ancora la seconda parte dell’opera, la più importante. -Vediamo se indovino quello che Carneade stava preparando: in quella conferenza non aveva espresso le sue vera concezione filosofica, non erano quelle le sue idee sulla giustizia, come prima mi spiegavi. Quindi forse stava creando un sottile gioco filosofico, una sorpresa, però non riesco a immaginare quale potesse essere davvero… -Qui comincia la parte più seria e divertente di quella situazione, perché evidentemente Carneade era anche grande uomo di spirito oltre che capace di dare ad ogni evento un profondo significato filosofico. Quando alcuni giorni dopo si presentò di nuovo al pubblico romano fece un discorso che capovolgeva completamente le posizioni della prima conferenza. Di fronte ad una folla sconcertata affermò che la giustizia è una chimera, perché essa, variando in base ai tempi e alle culture dei popoli, è sempre diversa e indeterminabile, e non potrà mai essere legge universale. Inoltre aggiunse che la giustizia è e sarà sempre in contrasto con la saggezza: su questo punto, con un’argomentazione ancora più audace e scandalosa, Carneade affermò che se i Romani avessero voluto praticare davvero la giustizia, avrebbero dovuto restituire agli altri popoli ciò che avevano sottratto con le armi, tornando a casa in povertà. Ma in tal caso essi sarebbero stati per nulla saggi, il che dimostrava che saggezza e giustizia non possono mai andare insieme. -Coraggioso il nostro filosofo! Poteva godersi il successo ottenuto, poteva tornare ad Atene come un Greco vincitore, lodato e ricoperto di allori. Ora capisco che era un pensatore intelligente e acuto, per nulla banale, e riesco forse ad intravedere qual era lo scopo di tutta la sua messinscena… -Certo la sua intenzione non era semplicemente quella di suscitare scalpore e di scioccare i Romani con la recita di uno stupido scherzo sofistico. Carneade non era in cerca di fama, seguiva invece il suo spirito di filosofo, voleva far capire una cosa importante a chi era venuto alle sue conferenze: bisogna essere capaci di pensare in autonomia usando il proprio intelletto, senza lasciarsi ammaliare dai discorsi per quanto raffinati ed eleganti. Dobbiamo liberarci dai dogmi e dalle facili credenze accettate per pigrizia, vedendo come le convinzioni derivino spesso solo dalla suggestione delle parole. Questo era il suo insegnamento: sii una luce a te stesso, esci dalla massa plaudente, se ho detto cose contraddittorie nelle mie conferenze e ora ti senti confuso questo è un bene, vivi questo momento di incertezza per trovare la tua risposta. Solo questo ti libererà e in futuro non darai così facilmente il tuo assenso agli altri, prima vorrai vagliare le cose e seguire la tua idea anche senza il consenso generale. -Quale fu alla fine la reazione dei Romani, capirono il suo vero messaggio? -Come sempre accade, la massa non capì quello che Carneade stavo offrendo, però possiamo pensare che qualche individuo in mezzo a quella folla comprese e fece di quel prezioso insegnamento di libertà una guida per la propria vita. -Allora forse possiamo rispondere così alla mia domanda iniziale: Chi era costui? …Era un grande filosofo che ha dato all’umanità uno degli insegnamenti più nobili, qualcosa che dopo più di duemila anni è ancora un patrimonio intellettuale inestimabile. -Un insegnamento trasmesso non con teorie, ma con una situazione esemplare, non con l’autorità dell’uomo in cattedra, ma con l’umiltà e lo spirito di un grande pensatore, quel Carneade che, dimentico di sé, ha vissuto con animo libero al servizio dell’umanità. 16 settembre 2022
Quando ritrovai la pecorella smarrita la gioia fu immensa. Del grande gregge che portavo al pascolo ogni giorno era l’unica che aveva osato fuggire per cercare la propria libertà. Si era smarrita perché voleva vedere il mondo oltre il recinto. Nella sua ingenuità aveva però intuito che chi rimane nel gregge non conoscerà mai qualcosa che vada oltre il livello e i limiti del branco. Dopo il primo momento di rabbia, sentii subito affetto per quella pecorella, perché costringendomi a cercarla mi obbligava a comprenderla nel suo gesto. Lei mi stava mostrando con i fatti una scelta e un coraggioso spirito di ricerca che gli altri individui del gregge non erano ancora capaci di immaginare. Quella pecorella sognatrice doveva aver viaggiato con la fantasia, scavalcando i rigidi confini del gruppo cui per nascita apparteneva. Superando l’istinto che comanda sull’individuo nel nome della specie aveva preso la sacra decisione di fare un balzo fuori dallo steccato per correre libera verso il verde che la invitava col suo dolce richiamo, incurante delle conseguenze e dei pericoli di quella mossa avventata. Ora un’altra diversa intelligenza la animava in un gioioso impeto, un’innata saggezza sembrava guidare il suo cammino là fuori, un entusiasmo nuovo la travolgeva e la spingeva in quell’avventura. Per me adesso c’era il dilemma: andare alla sua ricerca o abbandonarla, pensando prima al gregge che ancora pascolava quieto e silenzioso. Fu questione di un attimo: la decisione era già presa, d’un balzo andai… Quella pecorella che cercava la propria libertà aveva aperto una via, stava insegnando anche a me la cosa più sacra e più bella. Anch’io volevo partecipare a quell’avventura ardita e folle. Quanto al gregge, sapevo che l’avrei ritrovato esattamente dov’era, che non avrebbe azzardato un passo oltre il limite del conosciuto, incapace anche solo di concepire la possibilità di una nuova libertà. E mentre correvo qua e là per campi e boschi alla ricerca di Libera, -perché avevo deciso che quello da ora sarebbe stato il suo nome- sentivo anch’io di diventare pian piano come lei, libero dentro, perché la prima libertà nasce sempre nel nostro mondo interiore. Camminavo e mi immergevo sempre più nella natura rigogliosa, perdendo le tracce del mondo, ma ritrovando il vero me stesso. Non so se fosse fantasia o realtà, ma qualcosa stava accadendo, la natura mi appariva meravigliosa e di stupefacente bellezza, una festa panica di colori vividi, di suoni e profumi inebrianti. Quello intorno a me era il mondo che frequentavo ogni giorno, eppure era come se lo vedessi veramente per la prima volta. Nel sentimento di libertà ogni cosa appare diversa, più luminosa, tutto sembra acquistare un nuovo e profondo significato e anche le cose più ordinarie e semplici si caricano di senso. In realtà non è il mondo che è cambiato, ma noi stessi, è il nostro sguardo che è nuovo e può contemplare la realtà gettando una luce sulle cose che ora si animano e parlano. Non so dire per quanto tempo rimasi in quello stato di incanto, alla fine di quella folle corsa mi ritrovai sdraiato sull’erba soffice.. Non c’era scopo in quel girovagare, ma mi sentivo pieno e felice. Quando risollevai il capo incrociai gli occhi di Libera. La pecorella era di fronte a me e tranquilla mi osservava, con uno sguardo intenso e dolce che appariva umano. Poi tornammo insieme là dove il gregge paziente attendeva che qualcuno indicasse la via di casa e desse il comando di rientrare. Gli eventi straordinari di quella giornata mi avevano insegnato molte cose: che quando una persona vive la sua libertà non commette mai peccato; che non c’è mai errore là dove si vive con coraggio e animo puro; che perdersi e ritrovarsi fa parte della logica seducente della vita; che colui che si smarrisce è un dono prezioso che vale più di tutto; che la natura dentro e fuori di noi è luogo di bellezza e rinascita… Stavo riflettendo su tutto questo quando… improvvisamente mi risvegliai! Era stato tutto un sogno! Mi ero assopito in quel fresco pomeriggio, disteso tra l’erba verde vicino al mio gregge che pascolava sereno. La pecorella Libera, la corsa pazza nella natura, nulla di ciò era accaduto! Ora, risvegliato alla vera realtà, capivo che era stato solo un sogno, per quanto bello. E già sentivo un piccolo moto di delusione quando… …quando l’impulso di contare il mio gregge si fece d’un tratto imperioso. Allora contai e ricontai e ancora ricontai le pecore che dovevano essere cento… Alla fine dovetti arrendermi all’evidenza: le pecore erano novantanove…! Rimasi sconvolto da un’idea che mi trafisse con la forza di un dardo. Poi un sorriso illuminò il mio volto librandosi sulle ali di un pensiero: “Vai Libera, vai…!” 17 settembre 2022
Si racconta che, all’approssimarsi della morte, il Santo si mise a cantare pieno di gioia. La melodia che sgorgava dalla sua bocca era quella che tante volte aveva sentito ricamata dalle rondini e dagli usignoli in volo sulle dolci colline dell’Umbria. Si chiamava Francesco l’uomo morente che nulla sapeva dell’essere santo, perché questo mai era stato nel suo pensiero. Ma per le altre persone che lo conoscevano era già un maestro di vita e di preghiera. Una folla si era radunata di fronte alla porta nell’approssimarsi della sua dipartita, tutto era sospeso in una silenziosa attesa. La voce di Francesco era dolce e forte e nel piccolo paese tutti potevano udirla, come tante volte era accaduto in passato. Era quella la sua ultima preghiera, un canto che diventava Cantico, un umile ringraziamento all’Eterno, alla magnificenza del Creato e al Sole e alla Luna e alla Luce che illumina il mondo e all’Acqua e al Fuoco e a Sorella Morte che si avvicinava gentile… Per chi era capace di capire quel linguaggio era l’estremo insegnamento, il più alto: abbracciare la morte con serenità, così come con letizia si era accolta la vita. Quel canto melodioso era un messaggio: accettare con gioia il proprio destino, credere in un’altra vita che sarà quella vera, nulla chiedere per sé e non temere quello che giunge perché è la divina volontà che muove il mondo. Ma un fratello dell’Ordine, di fronte a quel canto si sentiva in imbarazzo e disse a Francesco: “Nell’ultimo momento prima del trapasso forse non è conveniente che tu ti metta a cantare! Cosa potrebbe pensare la gente di te in questo momento così grave e triste? Forse dovresti rimanere composto e serio, perché non si può gioire di fronte alla morte…” Il Santo -si dice- ascoltò quelle parole, sorrise e continuò a cantare ancora più forte. Quella fu la sua risposta. E la melodia fluì ancora con la beatitudine che traboccava sul volto luminoso. Francesco stava facendo semplicemente quello che aveva sempre fatto con gli uomini e la natura, diffondere il suo canto di vita, la sua gioia di esistere. Era l’umiltà di un uomo rivolto al Divino, che non teme quello che la gente dirà, che vuole essere sé stesso, libero e lieto anche in quell’ultimo momento, con le note che sgorgano spontanee. Non era più Francesco che cantava, era la vita stessa che si celebrava in lui diventato ormai strumento del divino… Non sappiamo se questa storia risponda al vero, ma c’è da credere che sia andata davvero così, con il Santo che cantava pieno di gioia mentre lasciava le sue spoglie mortali abbandonandosi alla volontà dell’Altissimo. Fu il canto delle allodole ad accompagnarlo quella sera nel momento dell’ultimo respiro. Pur schive delle ombre del crepuscolo, le allodole erano venute a donargli le ali. Loro avevano da sempre capito il linguaggio dell’anima di Francesco e ora erano qui a restituire quel canto che lui aveva intonato e offerto per tutta la vita, tra i verdi monti e le valli con i campi di girasoli, ringraziando il Divino per la bellezza di ogni cosa. 19 settembre 2022