Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Abbiamo smarrito la parola che sa dire l’essere. Fu il Mito a offrire alla Filosofia il suo primo linguaggio, fornendo un ricco mondo di immagini, storie e simboli. Da lì la nascita del logos filosofico che indagava l’essere mantenendo in stretto rapporto la parola e l’esistenza. Per gli antichi era naturale che la verità fosse raccontata, la parola era sempre pregnante, viva, legata alla realtà. Mythos era dunque il racconto che rivelava l’essere, come nella tragedia, rito collettivo che metteva in scena le storie, i simboli e i valori ancestrali dell’identità ellenica. L’uomo antico non separava pensare ed essere, il suo era un pensiero concreto, ricco di immagini, la parola era costitutiva della realtà, era sostanza. Oggi invece il dualismo che informa il nostro pensiero ci dà una parola impoverita e staccata dalla vita, un logos vuoto, incapace di dire l’essere delle cose. La pregnanza della comunicazione degli antichi incarnava l’idea di un logos che non è solo concetto. Nel mondo mitico e filosofico la parola era la cosa, non era ancora diventata semplice strumento del fare, recava con sé tutto un mondo di intuizioni e rivelazioni, una sacralità e una pienezza che ne fondavano la verità. Oggi invece diamo valore alla fredda parola che descrive, vogliamo definire ogni cosa con l’esattezza del calcolo e così rendiamo l’essere e il pensare momenti separati, con l’esistenza sottomessa agli schemi della ragione e un linguaggio che ha dimenticato la via dell’essere. Parmenide dà inizio a una nuova filosofia che si impernia sull’éinai, l’essere inteso come l’atto assoluto di esistere. C’è un’ “ingenuità” che ancora non divide essere e pensare, L’éinai è un fatto assolutamente evidente e necessario, che si impone alla ragione come pienezza dell’esistere. La sola via valida è dunque quella che afferma l’essere, non avendo il non essere e la doxa alcuna credibilità. Nel suo Poema Parmenide ricorre al linguaggio mitico, ma la sostanza delle sue parole è puramente filosofica. Dominano figure femminili di cavalle, fanciulle e deità, simboli di palingenesi e rinascita, di iniziazione al vero. Anche la verità è femminile, è il non nascondersi dell’essere, lo svelarsi a colui che con animo ha intrapreso il viaggio. È un cammino verso la luce raccontato nei termini del mito, nella forma comunicativa che gli antichi sentivano naturale. Tuttavia l’essere non può esser visto in quanto tale. Pur offrendosi come il fatto più ovvio, certo e innegabile si nasconde, si offre, si sottrae e si mostra in un gioco infinito di segni, indizi, sensazioni e percezioni dove tutto è reale e al tempo stesso è solo apparenza seducente e ingannevole. Tocca alla ragione vedere in quella complessità oltre il velo ciò che è comune a tutto e rimane stabile oltre le apparenze, ciò che è sempre presente in ogni movimento del pensiero. Qualcosa lega in una trama essenziale le innumerevoli forme continuamente cangianti allo sguardo che vede solo il divenire. È l’atto immediato e assoluto con cui l’essere a noi si rivela. Quello è il principio ingenerato, imperituro, perfetto e compiuto, l’éinai che la parola umana cerca sempre di dire e raccontare con un linguaggio che oltrepassi la mera funzione di strumento e si faccia capace di catturare la realtà ultima di ciò che è. 12 novembre 2022
Amor fati. Posso amare il mio destino? Posso accettare semplicemente ciò che è? Posso vivere pensando che quello che accade è stato da me voluto e desiderato e creato, vedendo in me stesso l’autore dell’opera? In un suo celebre aforisma Friedrich Nietzsche riprende un problema profondo e inquietante che definisce come il più abissale dei pensieri: la concezione del tempo degli antichi Stoici, conosciuta come ‘eterno ritorno dell’uguale’. Nella visione panteistica stoica il Logos-Dio si manifesta infinite volte come mondo, ma ritornando sempre uguale a sé stesso perché essendo perfetto non può mutare. Non una foglia o un granello di polvere potranno mai esistere in un modo diverso da come è da sempre nell’eterno Logos. E così anche l’uomo e la storia e gli eventi dovranno necessariamente ripetersi uguali in ogni nuova manifestazione del divino, nel ciclo cosmico di creazione e distruzione, senza possibilità di variazioni o capricci del caso. È la verità, scrive Nietzsche, che un demone, strisciando furtivo nella notte, rivela all’uomo come il segreto più grande e tremendo. Tutto ritorna e anche questo attimo tornerà, nel medesimo modo e in ogni minimo dettaglio, nella ruota del tempo che gira senza fine. Un fato implacabile governa un cosmo dominato dalla necessità e dalla legge dell’ordine e nulla potrà mai cambiare questo stato di cose. L’annuncio del demone toglie per sempre la pace, è come aver aperto un vaso di Pandora e aver svelato il volto più tragico della vita. Se tutto si ripete in circolo non c’è più uno scopo, non essendoci più direzione scompare ogni senso. Il nulla che ci sta di fronte preclude ogni possibilità e con essa la nostra singolarità e autonomia. Le parole del demone diventano per l’umanità una irrimediabile, nichilistica condanna finale, un mortale colpo ai miti di libertà e progresso. Ma questa rivelazione che turba e sconvolge per Nietzsche deve diventare l’occasione per la nascita di un uomo nuovo sulla terra. Proprio il momento della più cupa tragedia può essere la prima luce dell’alba di un risveglio. Con un rovesciamento di prospettiva sulla vita l’uomo deve arrivare a trascendere sé stesso, nella metamorfosi da uomo a oltreuomo. Dalla sconvolgente visione del nulla incombente si può trarre il coraggio per un salto di coscienza, assumendo la totale responsabilità del proprio destino, perché non c’è nessun dio o fato a dirigere il mondo, nessuna ragione superiore determina la nostra vita. Ciò che viviamo è frutto solo della nostra volontà che lotta nel mondo con l’innocenza del divenire. Di fronte alla mancanza di significato delle cose dobbiamo diventare noi stesso i creatori di senso, uomini di un nuovo sentire che incarna l’amor fati: vivere l’attimo nella massima pienezza e gioia; dire di sì alla vita accettando tutto ciò che viene; accogliere il bene e il male con forza e fierezza; amare il destino di cui noi stessi siamo creatori; rendere eterno l’attimo con il fiat lux della volontà; vincere la tragedia del vivere con il riso del liberato. L’Amor fati getta una luce sull’enigma dell’esistenza. Distrutte le certezze delle morali e della scienza, abbattuto il mito di una divinità che regge il mondo, rimane sulla scena un superuomo che crea, vuole, abbraccia il suo destino in modo incondizionato. Ed è il riso che accompagna la gioiosa accettazione di ciò che è. Un cammino senza fine nell’eterno ora. 16 novembre 2022
-Lo splendore della luce rischiara le anime confuse e perse negli abissi della materia quando una profonda nostalgia le assale e un fuoco sacro le ispira volgendole alla ricerca dell’Uno… Parole simili si dice che il filosofo rivolgesse ai suoi discepoli per descrivere con il povero linguaggio umano la visione del glorioso ritorno dell’uomo al Primo immortale. -Sappiamo qualcosa di particolare della vita di questo singolare pensatore? -Plotino non voleva ci fosse di sé alcun ritratto o biografia, perciò noi rispettiamo la sua volontà e ci concentriamo sulle sue idee. -Sì, ma perché voleva essere una sorta di uomo “senza storia”? -Rifiutava di sé ogni immagine e racconto per vivere nella più assoluta semplicità, cosa che considerava la più desiderabile forma di vita per un uomo, la più vicina all’Uno. -Ho letto qualcosa della filosofia plotiniana, ma la trovo difficile, mi sembra troppo distante dai problemi e dalla sensibilità del mondo contemporaneo. -È sicuramente una metafisica impervia e complessa, ma, proprio perché è un pensiero “altro” rispetto a quello omologato che oggi prevale nella nostra società, può avere una sua forza dirompente… -…e quindi può apparire paradossalmente attualissimo. -Sì, il pensiero che cerca la verità è sempre nuovo e antico ad un tempo, non invecchia e non passa di moda, è una sfida che percorre i secoli e si rinnova ogni volta che un’intelligenza la accoglie. -Qual è il concetto più originale delle Enneadi? -È certamente quello dell’Uno. Il mondo greco ha sempre cercato di spiegare la molteplicità e per questo ha costruito una grandiosa metafisica dell’essere. I molti si possono spiegare solo riconducendoli ad uno o più principi che li unificano. Plotino porta avanti la riflessione di Platone e Aristotele con quella che chiamiamo la metafisica dell’Uno. -In effetti, di fronte ad ogni realtà ci chiediamo che cosa le dà l’unità, qual è il principio unificatore – come l’idea, la forma, la sostanza, ecc. – che ad esempio fa essere ‘albero’ quell’ente composto da tronco, radici, foglie, rami, gemme, frutti, linfa, ecc. -…Come accade per un’orchestra, una famiglia, un esercito o un corpo vivente, qualcosa unifica le parti e le compone creando una realtà di livello superiore. Ciò che dà unità a una molteplicità, dice Plotino, è propriamente ciò che dà l’essere e genera. Una cosa riceve l’essere dal principio unificatore che le conferisce il suo stato ontologico e le permette di definire sé stessa. -Quindi l’unità viene prima dell’essere, lo supera e ne è la causa generatrice. -È proprio così per Il nostro filosofo. Se risaliamo all’Uno-Tutto come suprema Causa di ciò che è possiamo dire che l’Uno viene prima dell’Essere, è il vero primo Principio, è la Realtà ultima che fonda ogni altra realtà transeunte del sensibile e dell’intelligibile. -Ma se l’Uno è Prima causa di tutto ciò che esiste, è quindi Dio? -Possiamo certo usare questa parola tenendo presente però che quella plotiniana è una ‘gnosi’ filosofica, non una gnosi religiosa e che egli non intende assolutamente l’Uno-Dio come persona. Il suo è un sistema filosofico in cui non sono contemplati la fede e il credere come nelle religioni, ciò che conta è comprendere, capire la realtà dell’Uno per ciò che è possibile nei limiti della ragione umana. -Qui però c’è un punto che mi confonde: se l’Uno è al di sopra dell’essere, che cosa è? O meglio, come fa ad ‘essere’ qualcosa se si pone oltre l’essere? È o non è? Essere o non essere? -In effetti questo è uno dei concetti più ardui della filosofia di Plotino che apre la via a quella che in seguito sarà chiamata “teologia negativa”. -Ho presente molti mistici che hanno affermato la stessa cosa: di Dio non puoi dire ciò che è, puoi dire solo ciò che non è… -Dell’essere puoi dire ciò che è perché si determina e si definisce, si differenzia e si particolarizza nell’ambito del molteplice. Dell’Uno non si può predicare nulla perché essendo al di là dell’essere non rientra in nessuna categoria del sensibile e dell’intelligibile. In questo senso dell’Uno non si può dire né che è né che non è. È oltre ogni oltre senza essere oltre e senza essere l’essere. Come vedi le parole sono impotenti a definire l’indefinibile che sfugge a ogni tentativo del pensiero. Un enigma che trascende le possibilità umane di comprendere. -E quindi, poiché il pensiero pensa sempre qualcosa, cioè l’essere, se il Primo principio è al di là dell’essere non lo si può in nessun modo concepire e pensare. Si può solo usare un linguaggio ‘negativo’. -Esattamente. Vedo che ti sei già posto nella visione plotiniana. Aggiungiamo che il pensiero non può cogliere l’Uno anche perché il pensare richiede sempre lo sdoppiamento tra soggetto e oggetto, tra pensante e pensato, una dualità che non è compatibile con il Principio di Unità. -Una filosofia davvero profonda e raffinata. Ma qual è il vantaggio di pensare il Primo principio come qualcosa che è più simile al nulla che all’essere come noi lo concepiamo? -Il concetto di Uno è ovviamente il frutto di un’alta e sottile speculazione filosofica, contiene una necessità connessa ad un rigoroso ragionamento: ciò che ha una forma si mantiene nella sua identità e diventa causa solo in senso relativo, in base al suo essere particolare; solo ciò che è senza forma può essere causa di sé e di qualsiasi determinazione. Solo dall’Informe Assoluto possono nascere infinite realtà in una creatività senza limiti. -So che Plotino cerca comunque di “descrivere” l’Uno, usando espressioni e parole di un fascino straordinario… -… e toccando davvero i limiti del pensiero umano che non può spingersi oltre perché condannato a muoversi solo entro il recinto dell’essere. Le Enneadi sono piene di riferimenti e “definizioni” dell’Uno: Dio, Primo principio infinito, illimitato, privo di forma ed essenza; Causa prima inesauribile, impensabile e inconcepibile, al di là dell’essere e di ogni determinazione. L’Uno è Principio di unità che pone sé stesso senza causa, non dipendendo da spazio, tempo, condizioni e categorie. È il Primo senza secondo, l’assolutamente Altro, il Senza-forma ineffabile di cui si può dire solo ciò che non è, fonte senza limiti di ogni realtà, mistero che oltrepassa e rende inane la parola… -C’è davvero qualcosa che affascina in queste espressioni che nelle opere del filosofo assumono il carattere di un volo lirico e poetico di incredibile potenza e bellezza… -Ecco, vedo che anche tu cominci a sentire un poco quella nostalgia di cui parlavo all’inizio cercando di imitare il linguaggio plotiniano. Perché il concetto di Uno di questo maestro è solo il primo passo di un lungo cammino filosofico. Ma questa è un’altra pagina che merita di essere approfondita in una prossima occasione. -Una nuova puntata come in una specie di serial filosofico? Sono d’accordo! Ormai catturato dalle grinfie di Plotino voglio coraggiosamente andare fino in fondo e vedere dove ci porta questo sorprendente itinerario del pensiero… 23 novembre 2022
La nostra intelligenza si libera e diventa autonoma quando cominciamo a chiedere delle cose il ‘perché’. Il nostro pensiero prende forma su un terreno mitico fatto di narrazioni, favole e storie che raccontano immagini, personaggi e vicende, creando un teatro animato dalla potente forza di un linguaggio che è il primo “dire” con cui interpretiamo il mondo. È un primo sapere che proviene da fuori di noi, carico di idee e significati assunti in modo irriflesso. Ma viene un momento nella vita di ogni individuo in cui spunta la fatidica domanda, il primo “perché”. Quello è l’inizio della ricerca e dell’autentica libertà. Ora io non accetto più solo di ascoltare e ripetere, ogni cosa deve passare al vaglio del mio giudizio, deve confrontarsi con la mia intelligenza e sensibilità. Adesso voglio entrare in prima persona nell’agone, con la mia esperienza e le armi affilate della logica. È un passo decisivo che apre ad una via senza ritorno: nulla può fermare colui che ha assaporato la libertà del pensare, del domandare, del volere, del sentire. Così nacque il pensiero filosofico nell’antica Grecia. Con un gesto rivoluzionario fu posto quel primo “perché”, voce di un uomo nuovo che ormai senza soggezione voleva indagare la realtà per intenderla con la propria ragione. Omero ed Esiodo avevano raccontato il mondo nei loro carmi, avevano tramandato un patrimonio di valori e di sapienza. Ma, pur nel rispetto di quei grandi poeti e maestri di vita, il nuovo Perché scavava come un tarlo e reclamava risposte. Le parole del poeta possono essere un nettare benefico, ma io devo poter spiegare perché le ritengo giuste e vere. Solo io posso fondare la loro autorità, non la tradizione. E che esse abbiano o no un significato per la mia vita, nessun altro può saperlo e giudicarlo, tranne me. Questa è da sempre la forza creatrice della Domanda che si incarna nella semplice e potente parola ‘Perché’. Il Perché ci libera dalle catene del facile conformismo, ci sottrae alla soggettività volubile di sensi ed emozioni per liberare una ragione che si confronta apertamente. Il Perché frequenta e dischiude nuovi mondi di senso, è una scossa salutare nelle acque stagnanti del sapere quando ci si rifugia nel conosciuto per non affrontare il nuovo. Ponendo quella Domanda diventiamo pienamente umani: riconosciamo la nostra ignoranza e la nostra finitudine, al tempo stesso proclamiamo la nostra libertà di pensare che è la cosa più preziosa, il retaggio della nostra progenie. Non è mai una colpa il non sapere, lo è il non domandare, vivere la vita senza quel Perché che la rende giusta e degna. Dal primo Perché che la filosofia antica ci ha insegnato sono fiorite nei secoli innumerevoli arti, tecniche e scienze. Come un grande fiume che si dirama in molti rivoli la Domanda ha intrapreso un cammino interminabile, aprendo nuove vie di indagine per infinite questioni. Il Perché è diventato scientifico, matematico e tecnico, col passare del tempo si è profondamente trasformato, emarginando il mondo mitico e poetico delle origini per una realtà del disincanto, della ragione calcolante. Ma se oggi il ‘perché’ tecnico appare onnipervadente non dobbiamo mai smarrire il Perché esistenziale che è il solo a cercare sempre il senso delle cose e al quale siamo destinati inevitabilmente a ritornare. È ancora quel Perché degli antichi che ci fa interrogare sulle cose e le esperienze, sulle idee e i valori e i misteri, su ciò che pensiamo e facciamo e sui nostri fini ultimi, con la radicalità e l’universalità che sono proprie della filosofia quando essa si pone al servizio dell’uomo e della verità. 28 novembre 2022
Dobbiamo sempre tornare alla caverna di Platone, perché il suo mito è una delle più belle metafore che siano state concepite dal pensiero filosofico. Platone riprende dall’antica tradizione dell’Orfismo l’idea di un’anima immortale caduta per una colpa giù nel mondo sensibile, nella prigione del corpo. La materia è regno di oscurità, errore e confusione, luogo infero senza possibilità di virtù e di riscatto. Il corpo è dominato dal desiderio e dall’impulso, sordo ai richiami della ragione diventa un velo che offusca lo sguardo dell’anima e la incatena. Nel mito platonico il corpo è proprio quella caverna che tiene gli uomini nella prigionia dell’illusione. Solo un gesto di libertà può essere la via salvifica che scioglie dai ceppi e ridona la vista della luce. La caverna è quindi allegoria del mondo sensibile, del corpo, dell’opacità dei sensi e del pensiero, di ciò che fatalmente ci vincola alla materialità. Ma la forza dei miti è che la loro interpretazione offre una pluralità di prospettive e significati che si adattano ai tempi e alle nuove sensibilità Possiamo dunque reinterpretare la caverna con un linguaggio più vicino al nostro sentire, facendone simbolo del nostro ‘ego’, il falso io, che distorce la realtà e la chiara visione del sé. Uscire dalla prigione sotterranea significa liberarsi dall’ignoranza e dal miraggio di un’identità fittizia, quella di un ego irreale costruito dal pensiero su un cumulo di desideri, sogni, speranze e follie, per ritrovare l’io perduto, la nostra vera essenza, la coscienza di sé che si offre limpida e luminosa La struttura egoica rivela la sua inconsistenza quando ne vediamo il costruirsi e il mutare nel tempo, perché ciò che è acquisito è destinato a non durare, mentre ciò che è da sempre permane nel suo essere. È una costante auto-osservazione a spazzare via false idee e pregiudizi, paure e inibizioni, sogni e chimere, per ritornare al vero io, consapevolezza sempre-presente, pura visione di una realtà personale chiara e semplice. L’ego è una formazione psichica che deriva dal passato, è la stratificazione di esperienze, idee e concetti che costruiscono quella che chiamiamo personalità, la maschera esteriore della nostra identità sociale. Noi siamo coscienza – questa è l’unica assoluta certezza -, siamo la realtà prima e indubitabile che chiamiamo ‘Io’. L’intuizione della nostra essenza è una verità che non ha bisogno di spiegazioni o dimostrazioni, è il fatto esistenziale più immediato e innegabile. Oltre il confine dell’io tutto si fa incerto e confuso, ad esso si sovrappone un ego che prende il comando e si smarrisce nel mondo con i suoi giochi e drammi. Il nostro essere decade dalla consapevolezza di sé, perde le ali e precipita nel fondo oscuro dell’ignoranza. Qui ci è di grande aiuto l’immagine del mito di Platone, con la caverna simbolo universale del buio dell’incoscienza e insieme metafora della rinascita ad una luce riconquistata. 2 dicembre 2022
Perché c’è la realtà? Perché c’è il mondo? È la questione che ha tormentato le menti degli esseri umani da sempre nei millenni. Ma per l’esistenza concepita nella sua totalità questa è una domanda che non si può porre. Finché si è all’interno della realtà stessa si rimane in un dilemma senza uscita o comunque in un circolo vizioso irrisolvibile, come un gatto che vuole mordersi la coda. La domanda ‘perché’ ha senso in un mondo dove tutto è basato sulla legge di causalità, per cui ogni cosa dipende sempre da un’altra. Possiamo chiederci il perché di un fenomeno solo se partiamo dall’idea che comunque ci sia una interdipendenza di tutte le cose e i fatti. Ma rimanendo nella prospettiva del relativo troveremo solo catene di causa-effetto senza fine, perché ogni evento rimanda sempre ad un ‘prima’. Solo da un punto di vista assoluto, svincolato da tutto, posto al di sopra della realtà e da essa indipendente saremmo nello sguardo che abbraccia l’intero in grado di sciogliere il mistero della vita e del cosmo. Ma allora per l’assoluto non varrebbe più la causalità che implica dualismo, tempo, rapporto e dipendenza, movimento assoggettato al comando di una legge. Il Principio primo non potrebbe essere condizionato o costretto da ragioni o rapporti di ordine causale essendo suprema Realtà libera e autofondante, quindi la questione del ‘perché’ risulterebbe assurda. La domanda sulla realtà ha certamente senso per noi, dato che lo scire per causas è sempre il nostro modo di spiegare e dare un significato a cose ed eventi, ma questo approccio è valido solo per il particolare, perché quando vogliamo indagare sulle cause prime un limite invalicabile preclude ogni via alla ragione La domanda sul mondo risulta quindi impossibile quando si riferisce alla globalità di tutto ciò che esiste, non potendo vigere e operare la legge di causalità in una dimensione che non la contempla e la trascende.
Viviamo dunque in un cosmo senza causa conoscibile, dove si può rendere ragione del fenomeno particolare, non però del senso ultimo dell’esistenza in quanto tale. Ciò significa che il mondo manifesta una illimitata libertà e che l’essere delle cose è assoluto e incondizionato, non riducibile ad alcuna dimostrazione razionale. Per questo le Sapienze dell’India indicavano con Lila il divenire cosmico nella grande Ruota dell’Essere. Lila è il gioco divino di Maya che manifesta gli universi in una creazione spontanea di innumerevoli mondi senza che si possa umanamente vederne un fine. Leggiamo nelle scritture degli antichi Veda: «Egli non ha motivo di essere. Allo stesso modo il mondo è semplicemente un suo gioco.» (Brahmasūtra II) Il Principio divino manifesta infiniti universi come un gioco, incanta i sensi e l’intelletto proiettando un mondo apparente, ma rimanendo inviolato, del tutto indipendente e inconcepibile. Maya è la grande danzatrice cosmica che seduce l’uomo, lo incanta con i colori, i suoni e le forme infinite del vivente, senza però che tutto questo abbia un perché o una causa. Tutto è solo una danza delle cose e degli esseri nel tempo in una libertà sconfinata che è creazione sempre nuova e insieme illusione, apparenza, oblio e disvelamento. Di fronte al divenire del mondo scompare ogni perché, non c’è tempo né modo di investigare sulle cause ultime, la totalità vive e gode di sé stessa, come anche noi uomini, meravigliati di fronte alla sovrabbondanza di ciò che è, spiriti eternamente in viaggio sulle misteriose vie dell’essere. 8 dicembre 2022
Vi devo raccontare l’epico scontro tra Socrate e Callicle, una lotta fra titani seguita da noi presenti col fiato sospeso. La venerazione per il vecchio maestro e la sua saggezza creavano nel gruppo uno spirito comune di rispettosa concordia, mentre il dialogare si dipanava e apriva nuove vie al pensiero. E alla fine erano sempre le parole di lui a suggellare l’incontro, nel momento in cui l’idea si imponeva ormai chiara e luminosa, pacificando i cuori e le menti in una conclusione da tutti condivisa. Questa era la magia di quegli incontri con Socrate, che sornione sorrideva e ci trafiggeva con il suo sguardo e intanto scriveva nelle nostre anime e imprimeva in esse un insaziabile, ardente desiderio di ricerca del vero. Ma quel giorno accadde qualcosa che ci lasciò sconcertati. Noi che per Socrate nutrivamo un’ammirazione senza limiti, noi che amavamo sempre concludere gli incontri nell’accordo dovemmo assistere al duro scontro tra due mondi opposti, due modi di pensare l’uomo e la vita stridenti e inconciliabili. Fu il giovane sofista Callicle ad accendere la discussione e a scontrarsi con Socrate sui temi della politica e della giustizia, un giorno in cui ci aveva ospitati nella sua sontuosa dimora. Dotato di parola abile e veloce, con piglio sfrontato e irridente -così almeno parve a noi di vedere quel giovane ateniese – Callicle sfidava gli insegnamenti del maestro e della tradizione esponendo senza timore la propria concezione della giustizia: nella società, come nella natura, vige il diritto del più forte; solo ai forti e ai coraggiosi spetta il governo della città; non potranno mai le leggi volute dai tanti frenare i migliori, perché esse nascono dal timore e dall’impotenza dei deboli, di coloro che vivono senza passioni, arresi e morti come pietre; la polis non può essere governata dai paurosi e dai mediocri, incapaci di vedere e apprezzare la forza e la fierezza del genio; solo le passioni lasciate libere e senza freni danno la felicità; solo la licenza di dominare concede fama, potere e una vita piena… Queste idee così lontane dal nostro sentire ci inquietavano, perciò guardavamo Il maestro preoccupati, attendendo la sua risposta. Ma Socrate appariva tranquillo come sempre e ascoltava attento, osservando il giovane con sguardo intenso e insieme divertito. La sua risposta volse subito la discussione sul tema del ‘dominare’: le parole vanno sempre definite ed esaminate nei loro vari sensi e non è raro scoprire un significato profondo che prima sfuggiva. Quando si parla di governo della città e degli altri, disse Socrate, non dobbiamo dimenticare l’importanza del governo di sé stessi, perché chi non sa dominare i propri impulsi è ancora immaturo, quindi non può essere una guida giusta e saggia per i cittadini. Le passioni senza freni, la dissolutezza e la smania di potere non portano mai alla felicità che invece richiede un animo quieto, temperanza, equilibrio, capacità di accontentarsi di ciò che si ha. Ascoltando la risposta di Socrate ci sentivamo sollevati, riconoscevamo nelle sue parole gli insegnamenti di vita che sentivamo nostri e che sempre ci avevano ispirato. Ma Callicle non si arrendeva, anzi riaffermava le sue idee con maggior veemenza, ergendosi davanti a Socrate in un atteggiamento di orgogliosa sfida al maestro, ribadendo che è la natura a decretare la legge del più forte e che nessun diritto umano cambierà ciò che è così da sempre. Chi predica la temperanza e la virtù vuole solo tarpare le ali e impedire ai migliori di perseguire liberamente la propria felicità. Callicle concluse il suo discorso definendo buffonate senza valore la filosofia, la morale, i costumi e le convenzioni sociali della città. Socrate allora fece un lungo discorso per approfondire la questione. Pur apprezzando la franchezza del giovane e la sua esuberanza, con le sue riflessioni egli tornava alla fonte originaria del mito orfico per recuperare un’immagine capace di mettere a fuoco il problema: nella visione dei Misteri l’anima aspira a riconquistare quella Realtà che per bellezza e perfezione supera ogni immaginazione umana, ma per farlo deve spogliarsi dei desideri che la legano al mondo e la intrappolano nelle sabbie dell’egoismo e della tracotanza. Compito dell’uomo saggio è quindi vivere quieto e distaccato, libero dalle folli passioni che lo incatenano alla realtà sensibile. L’immagine orfica che descrive l’uomo schiavo dei desideri è quella dell’orcio forato – diceva Socrate – un pozzo senza fondo che non potrà mai essere riempito per quanto liquido si versi. Ogni tentativo sarà solo fonte di frustrazione e recherà sofferenza, perché il nostro più profondo desiderio, l’unico che davvero conta, è quello dell’anima che vuole ricongiungersi all’immortale Essere, il mondo superiore delle Idee che è il regno della vera beatitudine. Di fronte al discorso di Socrate ci sentivamo tutti rassicurati, eravamo certi che la saggezza delle sue parole avrebbe colpito e fatto breccia nella mente e nel cuore del giovane Callicle, portandolo a meditare su quale sia la giusta battaglia che vale la pena di combattere per ogni essere umano: quella che aspira alla libertà interiore, ad una vita ordinata, alla sapienza e alla saggezza che nutrono l’anima e la elevano, almeno per quanto è concesso a noi esseri mortali. Ma con nostro disappunto Callicle terminò bruscamente il dialogo dicendo a Socrate di non essere affatto persuaso dal suo discorso e di rimanere più che mai fermo e convinto sulla sua posizione, perché vivere in modo saggio e quieto toglie ogni dolore e gioia, mentre il piacere della vita è proprio “nel suo continuo e grande fluire”. Così dicendo Callicle volse le spalle a Socrate e se ne andò e il loro dialogo ebbe fine nella maniera più aspra e disarmonica…
Sono passati anni da quell’episodio, ma la mia memoria è intatta e ora che mi accingo a scriverne nel dialogo che chiamerò Gorgia mi rendo conto che anche per me fu un momento molto importante. Ora vedo con la chiarezza che è data solo dalla distanza nel tempo che noi discepoli di Socrate vivevamo frenati dalle nostre paure, timorosi del disaccordo e dello scontro, aggrappati al nostro maestro bisognosi di rifugio e conforto, incapaci ancora di essere autonomi, sgomenti di fronte alla libertà che egli stesso ci offriva e dimostrava. La libertà di pensare e scegliere da soli per la propria vita fa paura, ma è la sola che ci trasforma da studenti a nostra volta in maestri. E paradossalmente lo stesso Callicle ci aveva aiutati a crescere, mostrando un coraggio che ci faceva apparire docili e pavidi discepoli attaccati alla tunica di Socrate per difendere una presunta nostra ‘verità’. Col tempo penso di aver compreso davvero il sottile gioco del maestro che sfruttava ogni situazione per aiutare noi a conoscere noi stessi. Oggi ringrazio Socrate e Callicle per aver interpretato in modo superbo una scena di quella grande commedia che è il nostro mondo di umani. Non c’è esperienza che non possa essere un’occasione di crescita se siamo capaci di vivere con consapevolezza quello che accade. Osservando gli altri vediamo noi stessi riflessi nei ruoli del mondo, così scaviamo nel profondo dell’anima per capire il nostro destino, intraprendendo il viaggio verso l’Eterno che l’anima già conosce. E questo senza paura di trovarci imperfetti come un orcio forato, perché anche l’esperienza delle umane passioni fa parte del gioco che dall’ignoranza, gradino dopo gradino, porta alla vera sapienza. 15 dicembre 2022
Un piccolo punto si muove nello spazio tracciando infinite linee in ogni direzione. Lo spazio è illimitato e senza confini. Il movimento è libero e imprevedibile. Quel punto è l’unica realtà esistente in un immenso vuoto che lo accoglie. La velocità di quel punto intelligente è infinita, inconcepibile per la mente. Essendo il moto infinitamente veloce non serve il tempo perché tutto accada, ogni spostamento è immediatamente dato in un senza-tempo dove tutto è presente. Ciò che per noi è la definizione dell’Eternità. Quel punto si trova ovunque nello spazio, è simultaneamente qui e là, sopra e sotto, in ogni luogo degli infiniti luoghi possibili. È Onnipresente in tutto, quindi è il Tutto. Al tempo stesso non è in nessun luogo, è anche nel nulla, quindi è il Nulla. È Presenza e Assenza, Realtà e Vuoto, Tutto e Nulla, è coincidentia oppositorum. Quel misterioso punto è inoltre cosciente, tutto conosce di sé non essendoci altro che gli sia estraneo, quindi è Onnisciente. Essendo l’essere che esiste come Tutto è anche l’unico agente non avendo altro che possa limitarlo, quindi è Onnipotente. È la realtà prima, perfetta e inconoscibile, ciò che possiamo chiamare l’Assoluto. Come dal seme nasce una pianta rigogliosa, così da un granello di essere le ‘diecimila cose’. L’origine del mondo in tutta la sua molteplicità è in quel primo Tutto-Nulla che diventa cosmo quando limita – apparentemente – sé stesso nella percezione soggettiva di enti individuali che lo rifrangono in infiniti punti-mente separati. Così si manifesta il sogno della creazione: la velocità infinita del primo Principio degrada dividendosi in innumerevoli livelli di movimento, frequenze vibrazionali, onde ritmiche e fluttuazioni che diventano tempi e luoghi, colori suoni e forme, dunque tutte le cose e tutte le realtà concepibili. La percezione, la sensazione e le forme-pensiero che creano l’illusione di una realtà esperienziale sono una visione parziale e distorta di quel Tutto, che continua a permanere inviolato nel suo essere. Ciò che chiamiamo mondo reale è solo apparenza che si forma nella mente limitata della singolarità. Nel suo movimento infinito il punto primordiale ha già percorso tutte le possibili vie dell’essere in un istante senza tempo, in uno spazio senza luogo, in un’illimitata libertà che è creazione senza confini. Nella pellicola di un film la storia è già tutta compiuta, se essa scorre lentamente vediamo le singole scene, se invece passa tutta in un attimo non vediamo nulla. Allo stesso modo nel Tutto ogni possibilità è già data, ogni evento accade perché è già avvenuto da sempre, compreso in un non-attimo eterno che è l’Intero in sé, dove l’infinita velocità coincide con la totale immobilità. Solo quando il movimento rallenta sorge il ‘pensare’, ovvero il distinguere, il percepire e il definire le cose, allora appare la realtà come noi la conosciamo. È nella natura del Tutto-Nulla creare universi di vita dove ciò che si manifesta ‘è’ e al tempo stesso ‘non è’, in un infinito divenire che non tocca l’Unità originaria. Non c’è ragione che possa spiegare questo mistero, ogni tentativo di comprendere appartiene al frammento, è dunque inevitabilmente destinato al fallimento. Il finito non può in nessun modo concepire l’infinito. La natura del puro Essere rimane imperscrutabile come l’esistenza del mondo, impenetrabile arcano. Solo quando il livello di coscienza-consapevolezza si eleva in frequenza a sfiorare la soglia dell’infinito, -senza mai poter varcare l’ultimo insuperabile confine – riluce un primo estatico barlume di intuizione di Ciò che è. 17 dicembre 2022
Vedo accadere qualcosa e subito mi accorgo che già è scattato un giudizio nella mia mente. In modo fulmineo un processo si è messo in moto a classificare, definire e valutare le cose. Questo libro qui davanti non ha alcun significato se non quello che io scorgo e proietto su di esso. È il soggetto pensante che dà senso all’oggetto, perché vuole specchiarsi in ciò che lo circonda per comprendere il suo rapporto con la realtà. Noi proiettiamo all’esterno il nostro mondo, i valori, le idee e i principi che ci costituiscono. Ma è così che comincia la conoscenza di sé, osservando il modo in cui giudichiamo le cose. Il libro dunque può avere un significato o nessuno a seconda della persona o del luogo e situazione. Forze istintive, istanze razionali, moti dell’animo entrano in gioco in un intreccio vario e complesso che non è un mero giudicare ciò che è esperito, ma è una via maestra di autoconoscenza. La relazione con l’oggetto ci fa vedere chi siamo, ci mostra cosa cerchiamo, quali brame e speranze orientano il nostro modo di affrontare la vita. Ma se ci ritroviamo riflessi sempre e dovunque, negli accadimenti e nelle relazioni con le cose, più ancora ci specchiamo negli altri esseri umani, ci confrontiamo con le loro reazioni e le loro idee. Ed è lì che alla fine si svela il nostro volto più reale.
Ma il giudicare è ancora lo strato più superficiale del nostro manifestarci come esseri umani. Se portiamo l’attenzione ad un livello più profondo scopriamo che, prima ancora del pensare e giudicare, ogni fatto è già stato accolto dalla nostra coscienza che è spontanea apertura a tutto ciò che accade. Una cosa è degna di esistere per il solo fatto che è, non ha bisogno di un esame o di un’approvazione. La coscienza non giudica, essendo ‘dietro’ la mente, al livello più profondo della pura consapevolezza, dove il giudizio razionale non è ancora comparso. Ciò che si presenta alla coscienza, positivo o negativo, è immediatamente accolto in modo incondizionato. Solo in seguito sopraggiungono i giudizi e i confronti, quando il pensiero discriminante entra in gioco al servizio della propria autoconservazione, per riconoscere e valutare ciò che si presenta e affrontare le situazioni per intervenire su di esse. Rimane tuttavia la lezione della nostra coscienza: per agire sulle cose con una chiarezza di visione dobbiamo prima accettarle, fare spazio al loro esistere, lasciare che possano esprimersi per quello che sono. Ogni giudizio su di sé o sul mondo deve partire dall’accettazione incondizionata di ciò che è. Se non accettiamo che una persona sia diversa da noi e partiamo dalla resistenza e dal rifiuto del suo essere non possiamo comunicare con lei perché è già giudicata da un confuso coacervo di impulsi, idee e preconcetti. Lo stesso vale per tutto ciò che incontriamo nella vita: accoglierlo così com’è è certo solo il primo passo, ma è un atto di intelligenza, di sensibilità e coraggio, significa porsi di fronte alla realtà in modo umile, in un atteggiamento di ascolto e spontanea apertura. Da lì viene la chiarezza del pensare e dell’agire che si fanno responsabili, compassionevoli e giusti. Il mondo allora non appare più come un luogo ostile, è invece un campo di esperienze dove costruire senso, in un peregrinare che è realizzare la propria meta, guidati da una consapevolezza lucida, vigile e profonda. 24 dicembre 2022
In un istante vuoto di intenzione, mentre l’ultima stella moriva all’orizzonte qualcosa svanì anche dentro di lui e il giovane Siddharta divenne il Buddha. Aveva rinunciato ad ogni legame col mondo e per anni aveva meditato e cercato fino alle radici del proprio essere. Ma prima aveva conosciuto la vita in ogni suo aspetto, nel bene e nel male. Il mondo gli appariva come una grande ruota dove tutto torna sempre al punto di partenza, ripetendosi in un gioco già visto infinite volte sulla nota costante della sofferenza universale. Un salto dalla circonferenza al centro dove tutto è immobile, silenzioso e sereno, solo a questo aspirava, con tutte le sue forze. Era ciò che da sempre si chiamava illuminazione, liberazione definitiva dal dolore del mondo, risveglio alla vera vita dal grande sogno di Maya. Ma la sua storia non era cominciata così… Nato principe in un ricco regno dell’India era fuggito in una notte senza luna dal suo palazzo dove viveva prigioniero tra lussi, svaghi e piaceri, tenuto lontano dai dolori e dalle miserie del mondo perché nessun segno di pena o tristezza potesse macchiare la sua felice sorte di predestinato. Ma anche la vita dorata di un principe, stretta tra vincoli, ritualità e opulenza esteriore, può alla fine risultare insopportabile e vuota se manca ciò che è davvero essenziale. Circondato da tutti gli agi e le ricchezze possibili ma sottratto alla vista del mondo di fuori, Siddharta aveva preso la fatidica decisione: saltare oltre le mura per vedere la realtà e conoscerla com’è davvero, in prima persona. Fu così che il principe Siddharta uscì nel mondo finalmente libero. E con i propri occhi ‘vide’: La dura realtà del dolore La cruda realtà della morte La sofferenza universale L’impermanenza di tutte le cose… Vedeva soprattutto Il ripetersi degli errori e l’ignoranza delle cause della sofferenza negli esseri umani che vivevano e lottavano senza che un barlume di coscienza li guidasse a rivelare il senso ultimo del loro esistere. Quando prendiamo la ferma decisione di procedere da soli nella nostra ricerca uno spazio nuovo di coscienza si apre. E così avvenne per il giovane Siddharta. Fuori dalle mura protettive dell’ignoranza vide la verità del mondo e il suo dolore, comprese il destino che tocca ad ogni uomo tra nascita, vecchiaia, malattia e morte. Lo spettacolo della sofferenza universale lo riempiva di lacrime e di un dolore vero che non aveva mai conosciuto in passato. E per la prima volta sentì la compassione che lo lacerava e gli donava una nuova luce. Da lì la decisione assoluta di meditare e di trovare la via di liberazione interiore che conduce al sereno distacco del saggio. Siddharta si spogliò di tutto e divenne un sadhu, un asceta itinerante che ha rinunciato al mondo. Non tornò più nella gabbia dorata del suo regno e da allora dedicò tutto sé stesso alla meditazione. E dopo un lungo cammino e ardue lotte interiori, dopo una nera notte popolata da angosciosi incubi, finalmente accadde ciò che da sempre cercava: l’ego si dissolse come una fiammella che si spegne, lasciando solo spazio, silenzio e una pace sconfinata . L’ultima battaglia interna era stata la più difficile: le catene di Maya assumono la veste del desiderio che è l’estremo ostacolo alla realizzazione di sé, perché è il desiderare che ci tiene aggrappati al mondo nel ciclo eterno di morte e rinascita e sofferenza. Siddharta aveva lasciato tutto ciò che possedeva, ma non aveva rinunciato al desiderio di illuminarsi ed era proprio questo l’ultimo laccio che lo teneva fissato al mondo, al passato e al suo vecchio sé. Il risveglio è perdere sé stessi per diventare il Tutto. Solo la totale estinzione di ogni brama egoistica può preparare l’accadere di un momento di luce in cui il Tutto si rivela nella sua inviolata perfezione. Il vecchio Siddharta era ormai scomparso, ma la coscienza risplendeva più viva che mai, in un indescrivibile stato di beatitudine. Ora le potenze delle tenebre non potevano più toccarlo, essendosi rivelate solo frutto dell’immaginazione. Nessun desiderio poteva più intrappolarlo. Nulla lo legava al mondo se non la compassione per tutto ciò che vive, unita ad un sereno distacco. Quando l’ultima stella del mattino svanì all’orizzonte, mentre l’alba rischiarava in lontananza il cielo, anche il vecchio uomo scomparve per sempre e con esso tutta la confusione e il dolore. E Siddharta si ritrovò ad essere il Buddha, il Risvegliato. 28 dicembre 2022