Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Il nostro io cerca di ricomporsi in unità, ma rimane sempre diviso e frammentato. Contraddizioni e conflitti ci attraversano, impulsi e desideri turbano la nostra pace in un’interna battaglia senza requie. E se non sappiamo vedere questo fatto, se non ne assumiamo la responsabilità, se non portiamo alla luce i conflitti nascosti riconoscendoli come una parte di noi, i problemi restano irrisolti e proliferano. Da qui il bisogno di incontrare gli altri, il desiderio di intrecciare relazioni nel mondo per superare la frustrazione e la solitudine, per cercare sostegno a un vivere gramo che non è mai un cammino di crescita, non la vita che un uomo può desiderare. Si apre allora una delle sfide più grandi: la relazione con gli altri esseri umani, formidabile specchio dell’interiorità, esperienza che mette in gioco le energie e l’intelligenza profonda della persona. Qui può cominciare un lavoro su di sé, ma solo se si accetta il confronto ed è questo il primo difficile passo. Il rapporto con l’altro è sempre arduo, ci mette di fronte al nostro io reale, spesso in modo crudo e impietoso. Due realtà umane si incontrano con il proprio carico di problemi, si scrutano alla ricerca di una risposta, un segno che possa indicare la via per fare luce sull’enigma del vivere. Nella relazione cerchiamo una conferma, quella di essere individui perfetti, uomini assennati e dotati di tutte le virtù. Ma ben presto emerge un’altra realtà: negli urti delle differenze individuali, negli attriti e nei meccanismi di potere, posti di fronte al nostro io reale, la nostra falsa immagine viene abbattuta, i conflitti e i problemi irrisolti si attivano, noi giudichiamo sbagliata la relazione e cominciamo i lamenti e le recriminazioni. Questo è per tutti un momento cruciale: di fronte alla crisi del nostro io illusorio possiamo sentirci vittime e incolpare l’altro o desistere e ritirarci nell’isolamento, ma tutte queste risposte sono una fuga, una rinuncia a trovare la propria verità. Se invece non ci rifugiamo nell’illusione e accettiamo di vedere ciò che siamo, nello scambio di una relazione autentica la nostra crescita interiore fiorisce, il nostro io comincia a ricomporre l’unità. La relazione ci ha mostrato le paure, i blocchi psicologici che vanno osservati e portati alla luce della consapevolezza. Sono le relazioni l’origine dei nostri conflitti, lì nasce la paura di affrontare il mondo. Usciti dall’ingenua unità dell’infanzia incontriamo la complessità del vivere e il dramma dell’esistere come umani con l’angoscia che sempre ci accompagna. Ma è sempre nelle relazioni il rimedio, perché negli altri vediamo noi stessi, nel confronto possiamo crescere e arrivare alla radice dei nostri problemi. Osservando i desideri e le emozioni e il gioco di impulsi, idee e memorie portiamo alla luce i nostri moti interiori e arriviamo a comprenderli e ad accettarli. Accettarsi è compiere un’alchimia, è trasmutare e raffinare i sentimenti, è governare le energie dissonanti, è trasformare il caos interiore in cosmo. Solo così può nascere un nuovo io, un essere umano giusto ed equilibrato, felice di vivere e libero di amare. Solo l’uomo che conosce se stesso e ha esplorato i propri abissi può conoscere e vivere nella pace. 1 aprile 2024
-Come si chiama questo frutto che mi offri, Eva? -Non so il suo nome né conosco il suo sapore, ma sono curiosa, voglio provare ad assaggiarlo… -No, un momento, lo riconosco, è il frutto dell’albero proibito, abbiamo avuto da Dio l’assoluto divieto di avvicinarlo! Cosa ti ha spinto a fare una simile sciocchezza? -È stato quel serpente attorcigliato al ramo che si intravede laggiù, nascosto tra le foglie. Mi ha parlato e con le sue parole persuasive mi ha convinto. -Ti ha rapito con discorsi sinuosi come le sue spire, dovevi stare più attenta! Non possiamo trasgredire i comandi divini, altrimenti un castigo terribile ricadrà sulle nostre teste! -Non vivere nella paura, Adamo. So che tu sei ligio ai doveri e rispetti gli ordini del Divino, ma io mi sento animata da uno spirito diverso, una smania mi percorre, un desiderio brucia in me… -Il desiderio di mangiare quel frutto vietato? È così importante per te? -Non è il frutto che mi interessa, voglio spingermi oltre un limite, voglio vedere cosa accade se faccio un gesto che si oppone alla volontà dell’Altissimo. -No, tu sei pazza, non mi farò trascinare in questo errore! Segui i miei consigli e lascia stare quel viscido serpente, cerca di usare bene il tuo giudizio. -È quello che sto facendo ora, Adamo. Ascolta. Noi sappiamo di essere stati creati quando l’universo era già popolato di piante e animali. Ma mi dici perché siamo arrivati per ultimi? -Perché tra tutti gli esseri viventi siamo il punto più alto della Creazione. Siamo gli ultimi arrivati perché dotati di maggiori perfezioni e più simili a Dio. E per questo noi non dobbiamo fare un torto a Colui che ci ha creato… -Caro Adamo, l’ultimo essere comparso sulla scena del mondo, a guardare bene, sono io. Sono nata da una tua costola e quindi sono a te legata per sempre in quanto umana. Ma essendo l’ultimo essere della Creazione, seguendo il tuo ragionamento, io sono dunque dotata di qualche perfezione in più. E credo che una perfezione maggiore sia proprio questo mio animo che desidera esplorare ciò che è sconosciuto, anche se è proibito, anzi forse proprio per questo… -Ascolta Eva, nel Grande Giardino ci sono milioni di alberi dalle forme stupende, con fiori e frutti meravigliosi. Perché andare a cercare altro e violare le regole? Che bisogno c’è di finire nei guai? Essere obbedienti è ciò che ci è stato insegnato, non è difficile ed è la cosa migliore che possiamo fare. -Guarda cosa fa il Padre Creatore: dispone e agisce senza che nessuno possa ostacolare il suo volere. Se è vero che ci ha creati a sua immagine, non dobbiamo anche noi seguire il suo esempio e decidere noi stessi per le nostre azioni? -Che strane idee sono queste? Non capisco dove vuoi arrivare… -Devi sapere che il serpente mi ha sussurrato una cosa che non sapevo, mi ha detto che c’è una cosa che si chiama libertà. È la capacità di agire secondo la propria volontà e il sentire del cuore… -È un discorso che non comprendo del tutto, ma mi sento turbato e al tempo stesso intrigato da quella nuova parola, libertà. Mi attrae, ma mi dà l’idea di un salto nel vuoto, nell’ignoto… -In effetti lo è, Adamo, vuoi farlo insieme a me? Vuoi provare a essere te stesso come lo voglio anch’io? -Essere me stesso… Pensavo di essere già ciò che sono, il nostro Dio lo aveva per sempre stabilito creandoci. Ma ora in me nasce un dubbio… -Il serpente mi ha detto anche che la libertà dà la conoscenza del Bene e Male… -Bene? Male? Cosa significano queste parole? -Con bene e male penso si intenda ciò che è giusto o non giusto fare, ciò che ti reca danno oppure no… -Ecco, l’hai detto, il male è proprio questo: non fare quello che Dio ci ordina, non rispettare il volere di chi ci ha creato. -Io penso invece che il male sia fare ciò che non rispetta la nostra natura, il nostro sentire e quindi la nostra volontà. Bene e invece agire in quella libertà che ci rende degni figli del Creatore… -Vuoi dire che anche noi, nel nostro piccolo, possiamo essere dei creatori? -Sì, creatori della nostra vita, scegliendo ciò che riteniamo giusto e importante, senza vivere nella paura e nell’obbedienza piatta che ne consegue. Ecco allora, con questo morso al frutto proibito decido di essere me stessa! E non importa se sarò punita, l’ho fatto con cuore puro e in piena libertà! Adamo, questo gesto mi dà un brivido che prima non conoscevo, la sensazione di togliere un peso dal cuore e un’ombra che gravava su una vita troppo dorata! -Mi sembra una follia Eva, ma qualcosa risuona in me, non riesco a trattenere un impulso, sento una forza irrefrenabile che mi spinge a… Dammi questo frutto… Ecco, è fatta! Ora il tuo destino sarà anche il mio. Se è vero che siamo fatti della stessa sostanza dobbiamo condividere tutto ciò che è e sarà. -Adamo, ora anche io provo un po’ di paura, ma sento di avere fatto un passo importante. Sono pronta, anche grazie alle tue parole, ad affrontare tutte le conseguenze che Dio per noi vorrà. -Saremo cacciati dal Giardino? E poi dove andremo? Cosa faremo? Chi saremo? -Il mondo del Creato è così vasto! Ce la caveremo in qualche modo, decideremo noi chi vorremo essere, cercheremo di imparare da soli cosa sono il bene e il male… -Vivremo in libertà Eva, ma rispetteremo comunque il nostro Dio e cercheremo di essere degni di Lui. -Certo, ma chissà che non sia stato il nostro stesso Creatore a tessere i fili di tutto ciò che è accaduto… -Già, mi chiedo se anche quel serpente non sia parte del gioco, di un gioco divino… D’altra parte, chi lo ha creato se non l’Altissimo? Come mai è comparso lì e ci ha suggerito cose che noi non saremmo mai stati capaci di pensare? Non può essere che questa fosse proprio la volontà del nostro Dio, che Egli volesse spingerci a conquistare la nostra libertà? -Vedo che anche in te, Adamo, si agita uno spirito nuovo. Le tue domande sono la prova che ora sei finalmente capace di essere te stesso. Lo vedi? E una sensazione bella, ineguagliabile, che vale ogni prezzo e ogni sacrificio. -Allora vieni Eva, prepariamoci ad affrontare con coraggio tutto quello che sarà per noi. Da esseri umani, come Dio ci ha creati… -…. -Ok, arrivati a questo punto, come possiamo concludere la scena? -Per me si può concludere anche così, non mi vengono altre idee. -Allora cosa dici del canovaccio, si può proporre alla prossima recita? -Ho qualche timore, qualcuno ci criticherà, diranno che è un’interpretazione troppo libera della Genesi… -Be’, se è vero che anche noi siamo discendenti di Adamo ed Eva, allora ne condividiamo lo spirito di libertà, abbiamo la stessa voglia di esplorare e rischiare… -Hai ragione, di cosa dobbiamo avere paura? Di essere cacciati dal Giardino dell’Eden? Al massimo rischiamo di essere cacciati dal teatro del quartiere. In questo caso ce ne andremo altrove, io e te… -…e il serpente! 29 marzo 2024
-Il pensiero antico era affascinato dalla figura del cerchio e ad esso attribuiva spesso un significato mistico. Possiamo guardare la cosa più da vicino? -Sì, gli antichi conoscevano bene il simbolo del cerchio e lo consideravano emblema di perfezione e del perpetuo ricominciare. Nella circolarità si esprimeva l’essenza delle cose, il movimento ciclico degli esseri nel mondo del divenire. -In effetti il cerchio sembra la più completa e armoniosa delle figure geometriche piane… -Se lo osserviamo e ne facciamo un oggetto di meditazione notiamo molti possibili simbolismi. Teniamo presente però che in quel guardare noi proiettiamo sempre ciò che ci appartiene come umani, ciò che è nelle corde del nostro sentire. Siamo sempre alla ricerca di simboli che possano dare un significato alla nostra esistenza e in questo le figure geometriche hanno una forza e un potere di fascinazione impareggiabili. -Allora voglio provare a cimentarmi nell’impresa… Ecco qua sul foglio l’immagine di una perfetta figura circolare… -Dobbiamo fare un’indagine di tipo fenomenologico, senza partire subito da ciò che sappiamo altrimenti la ricerca sarà condizionata e non libera. E dovremo affidarci alla nostra intuizione più che al pensiero analitico che frammenta e non coglie l’insieme. Il senso globale di una realtà non si può costruire un pezzo alla volta, va afferrato come totalità in un solo movimento.. -Stiamo usando quindi il lato destro della nostra mente, quello dell’intuizione poetica, dell’arte e dell’immaginazione? -Certo, non dimenticare che simboli, immagini e miti sono un linguaggio profondo e potente. Gli antichi lo sapevano e per questo attribuivano tanta importanza a ciò che risveglia l’intuizione e la visione. La verità più profonda non è quella dell’oggettività dimostrabile, è quella di una interiorità spirituale che esprime il nostro essere, dove ogni dimostrazione è impossibile e sarebbe comunque superflua. Allora, osservando la figura, cosa noti al primo sguardo? -Mah, non molto… Vedo solo la simmetria dell’insieme, la forma curva e il fatto che ogni punto della circonferenza è equidistante dal centro. -Bene, per cominciare abbiamo scoperto il centro della figura e una periferia, la circonferenza, che abbiamo pensato come una sequenza di punti. Dimmi però, dove comincia esattamente la circonferenza? -Be’, non si può stabilire un punto privilegiato che possa essere un inizio se non in modo arbitrario. Non c’è un percorso che parte da A e si conclude in B in modo lineare… -In effetti nella circonferenza ogni punto è inizio e fine, ogni luogo può essere il cominciamento oppure la conclusione di un percorso. Nota come il circolo sia una realtà compiuta, perfetta e priva di opposizioni, senza angoli, spigoli o punti di rottura che possano alterare l’armonia dell’insieme. Ha una proporzione e un carattere di fluidità, suggerisce un moto perpetuo. -È vero, il cerchio non appare una realtà statica, dà un senso di movimento, suggerisce un moto di rivoluzione su se stesso senza fine … -Per questo gli antichi lo associavano agli astri del cosmo e ai loro movimenti caratterizzati da regolarità, stabilità e bellezza. L’universo, creazione divina, trovava nel circolo il suo simbolo più profondo. Anche il tempo era visto come un eterno ritornare. -Sì, ho in mente la bellissima espressione di Platone: il tempo come “immagine mobile dell’eternità”… -Il movimento ciclico del tempo, con le sue fasi e l’alternarsi delle stagioni, riproduce per Platone l’ordine immutabile dell’eterno essere. La sua è un’espressione mirabile che riesce a mettere insieme il divenire e la dimensione del non-tempo. -E poi notavo: il “movimento” si può pensare alla periferia del cerchio, sulla circonferenza e nello spazio interno, ma il centro rimane sempre immobile… -Guarda un po’, sei arrivato anche tu come Platone a mettere insieme nella figura del circolo il movimento e l’immobilità, il tempo e l’eternità. -Forse comincio a capire meglio cosa vuol dire lasciarsi andare all’intuizione, al gioco di corrispondenze e di suggestione delle immagini. -Allora stai davvero facendo progressi, anche perché non pretendi di dimostrare nulla, il significato che scopri ha valore per te e questo è l’importante. -Quindi il centro non si muove mentre tutto il resto gira intorno, come in una grande ruota… -Come la ruota del Samsara delle filosofie orientali dove tutto si ripete incessantemente e la liberazione consiste nel saltare dalla circonferenza del mondo fenomenico al centro immobile della realtà noumenica. In termini semplici e per noi più comprensibili: il centro del cerchio è la nostra coscienza, il nostro individuale punto di osservazione; la circonferenza è il divenire del mondo, sia nella dimensione esteriore sia in quella interiore. Le vie di meditazione orientali predicano la liberazione dal ciclo delle rinascite uscendo dal movimento della Ruota cosmica. -E nelle filosofie dell’Occidente? -Anche gli antichi filosofi greci accettavano la ciclicità del mondo, per questo usavano l’espressione “divenire” per indicarlo. In fondo, se ci pensi, è molto rassicurante sapere che tutte le cose vanno e vengono in circolo e che alla fine non c’è niente di nuovo sotto il sole. La modernità invece si è gettata nell’abisso della frammentazione, dell’insicurezza, della aleatorietà. È la cifra del nostro vivere oggi, ma non sto dicendo che sia migliore o peggiore, è il cammino della coscienza della nostra collettività umana. -Rimettendo la palla al centro… Cosa altro si può dire? -Il centro come metafora è anche l’anima, il luogo sacro e originario che esprime la nostra essenza. L’aspetto esteriore, la circonferenza, è invece il corpo, realtà mutevole e transitoria. Ritornare al centro vuol dire ritrovare lo spazio interiore, vivere la propria unità e completezza. È anche la “Via di Mezzo” del Taoismo, il vivere in armonia con il movimento di tutto ciò che esiste. -Comprendo che il discorso ci può portare molto lontano perché apre tante porte. E tutto questo partendo da una semplice figura geometrica… -Non è la figura del circolo ad essere complessa, lo è la nostra mente intuitiva che è capace di scoprire un mondo di significati in un semplice segno. Pensa a quello che puoi trovare anche nel punto, nella linea, nella croce, oppure nella piramide e nella sfera… -Stavo infatti pensando alle figure del triangolo del quadrato: come si pongono rispetto al cerchio? -Faccio solo un cenno su cui potrai riflettere: il quadrato presenta quattro lati, la linearità, spigoli e angoli opposti. È tutto un altro mondo che si apre: quello della realtà materiale fatta di opposizioni, lotte e dualismi. Il cerchio esprime il principio di unità del movimento universale, il quadrato rappresenta il contrasto, i chiaroscuri, la frammentazione, la perdita dell’unità. Quanto a triangolo, la sua forma suggerisce l’idea di una scala ascensionale dal basso verso l’alto, una realtà a più strati e livelli, ma nell’insieme è una figura che esprime staticità, una mancanza di movimento, una spigolosità, nonostante la simmetria e le proporzioni geometriche. A tutto questo si potrebbe associare anche il significato dei numeri, i pari e i dispari e i loro rapporti, una prospettiva filosofica fondata dal Pitagorismo che collega i numeri, le geometrie del cosmo e il destino dell’anima. E molto altro ancora che non abbiamo tempo di menzionare… -E dire che la matematica non mi era mai piaciuta. Ora sto scoprendo un modo diverso di considerarla… -C’è una geometria sacra che non è fatta solo di freddi rapporti numerici e che ha percorso la storia. In ogni caso però ricorda di non prendere quello che diciamo come una verità assoluta da sostenere e difendere ad ogni costo. Se ha sollecitato la tua riflessione e l’intelligenza immaginativa ha già raggiunto il suo scopo. L’importante non è aggiungere e conservare conoscenze, piuttosto mettere in movimento la coscienza e approfondire la consapevolezza. Rimani anche tu fluido e “circolare” come il cerchio, vedine la sacralità e la bellezza, scopri e fa tuo il potere del circolo, sarà una guida importante nel meditare sul mondo e su te stesso. 27 marzo 2024
Ricordo quel giorno al ritiro di meditazione nella comunità del maestro zen Bankei. I discepoli erano in collera con un allievo sorpreso in flagrante a rubare in cucina. Non era la prima volta che accadeva e la folla dei meditanti era in subbuglio. Ma quando il fatto fu riferito a Bankei con la richiesta di cacciare il reprobo il maestro non disse una sola parola e rimase calmo e sereno come sempre. Anche io mi sentivo ferito e turbato, la comunità seguiva una rigida regola, non era ammessa una condotta indegna, il gesto di quel fratello mi scandalizzava. Ma ero al pari sorpreso dal mio maestro, non comprendevo il suo atteggiamento, il suo rifiuto di intervenire con fermezza a stabilire il confine tra il bene e il male. A quel tempo ero un discepolo zelante, un difensore acerrimo della moralità, non capivo di esser parte di un gruppo di monaci presuntuosi e intolleranti. Ma fu il maestro a riportarci sulla retta via impartendo a tutti una memorabile lezione. Di fronte alle nostre insistenti rimostranze il maestro Bankei convocò l’intera comunità e rivolgendosi ai presenti così parlò: “Voi che siete dei discepoli obbedienti sapete capire quello che è bene o no. Ma questo fratello non è ancora capace di distinguere ciò che è un bene o un male. Ha bisogno ancora di un po’ di tempo per comprendere quella differenza. Chi glielo insegnerà, se non lo faccio io? Chi lo farà se verrà cacciato via da qui?”
Adesso tutti noi ascoltavamo in silenzio, qualcosa cominciava a sciogliersi in me… “Voi potete andare a studiare altrove se ritenete, potete cercare un insegnamento più adatto, ma questo fratello non ha la vostra autonomia. Quindi con pazienza gli insegnerò la dottrina, lo terrò qui con me finché ne avrà bisogno, anche se doveste andarvene tutti quanti!” Il discepolo ascoltava il maestro col capo chino, un fiume di lacrime scendeva sul suo volto. Toccato da quel gesto di amore incondizionato ogni impulso a rubare si era dileguato in lui e il suo cuore sentiva una profonda pace, una gratitudine che spazzava via ogni ombra. E non solo il suo volto era rigato di lacrime, noi tutti ascoltavamo Bankei a capo chino, ciascuno di noi lasciato nudo con se stesso. Lo confesso, in un attimo vidi la mia insipienza, vidi tutta la mia violenza e il mio fanatismo. Io, il perfetto discepolo della via del Buddha che parlava ogni giorno di compassione e recitava tutti i sutra del Dhammapada e si gloriava di essere un esempio per gli altri, quell’io era travolto e finalmente illuminato.
Una meditazione senza il calore del cuore, una vita religiosa che si ferma alla lettera, rimane solo un vacuo esercizio dell’intelletto, una posa che nasconde il vuoto interiore. Portar via un piatto di riso dalle cucine non appare alla fine un fatto così grave. È invece l’orgoglio spirituale la malattia, l’errore più grande per un discepolo, l’inganno più subdolo e arduo da estirpare. Oggi sto cominciando finalmente a capire che non stai seguendo la via del Buddha: se giudichi gli altri senza sapere nulla di loro; se fai che le Scritture rimangano lettera morta; se parli della compassione senza conoscerla; se ti crei l’immagine del perfetto discepolo per accusare il mondo di ogni nefandezza. Lo sguardo deve invece volgersi verso di te, a demolire quella scorza impenetrabile, quell’io arrogante che ti separa dagli altri.
Questa è oggi anche la mia domanda quando incontro un altro essere umano: Chi lo farà se non lo faccio io? Chi potrà mai riconoscerlo nel suo valore e vederlo nella sua unicità e bellezza se nessuno lo ha mai davvero guardato? Chi potrà mai accoglierlo, amarlo, aiutarlo se lui è nel bisogno ed è lasciato solo? Aiutare l’altro, ora lo so, è aiutare me stesso, nulla e nessuno è separato in questo mondo. Ora voglio vedere l’altro con gli occhi di Bankei, con lo sguardo compassionevole del Buddha. Sappi che nulla è paragonabile a questo, perciò non farti ingannare dalle apparenze, non fermarti alla superficie delle cose, non perdere te stesso per un piatto di riso. 23 marzo 2024
Non dire che solo l’acqua calma riflette la luna. Anche l’acqua fangosa specchia il cielo. Guarda, dopo che il vento si è acquietato e le onde sono calme, Una magnifica luna, splendida come prima! (Lin Chi)
Non solo quando la mente è in pace noi siamo in contatto con il vero. Anche nel turbinio dei sentimenti, nel tumultuoso avvicendarsi di pensieri, nel pieno di una tempesta di eventi, quando la mente è sopraffatta e confusa, la Realtà autentica è presente. Chiara e luminosa la luna è sempre lì, anche quando nel vivere la si dimentica o ci si ferma al dito che la indica o si cade nell’inganno dei sensi che non sanno più guardare. Anche in una pozza d’acqua torbida traspare un riflesso di quella luce, basta l’acquietarsi delle acque perché lo sguardo si faccia limpido a intravedere il chiarore nascosto, a svelare l’onnipresente essere.
Lin Chi sta parlando a noi, ci sta invitando a guardare oltre, al di là dei piccoli drammi quotidiani, lievi increspature sulla superficie, che ci portano via tempo ed energie e con essi la fiducia nell’esistenza. In ogni dove si cela una luminosità, in ogni cosa un senso nascosto, ma ci vogliono occhi che vedono e un cuore che sa comprendere. Acque torbide si muovono intorno e si agitano anche dentro di noi a offuscare la visione delle cose. È dell’umano vivere nell’incertezza, tra i flutti della confusione e dell’errore. La nave sballottata perde la rotta, le tenebre nascondono l’orizzonte, i punti di riferimento sono smarriti. Poi una luce lontana indica la via. Una splendida luna rischiara la notte a dissolvere l’abisso di oscurità, a rassicurare col suo volto gentile, a scintillare sulla grande distesa appena il vento e le onde si calmano. La luna di Lin Chi con il suo chiarore è la luce interiore che guida e risana quando siamo persi e ottenebrati, quando gli avvenimenti ci travolgono. La splendida luna è sempre lì, va solo alzato lo sguardo al cielo per scoprire l’astro che non tramonta e ci richiama alla nostra vera natura: consapevolezza sempre presente, forza interiore radicata nell’essere, coscienza pura e incontaminata, eterna luminosità dell’esistenza. È ancora Lin Chi a illuminarci:
Non c’è nulla che non sia profondo e meraviglioso, non c’è nulla che non sia liberato.
Sii padrone di te stesso, ovunque tu sia, e fa di quel luogo la sede del tuo risveglio. 21 marzo 2024
C’ero soltanto. C’ero. Intorno cadeva la neve (Issa Kobayashi)
Esistere, essere ora, essere qui, nel puro senso di presenza. Semplicemente accade, cade come il fiocco di neve. Nell’armonia di ciò che è ogni evento è avvinto al tutto, nulla vive davvero isolato. Il sentimento di esistere va con quei fiocchi di neve, è da essi inseparabile. In realtà sono la stessa cosa, un solo stesso accadere, perché la vita è un unico “io”. Non c’è mistero più grande, tutto è immediato e semplice, tutto è ovvio e trasparente, ma impossibile da spiegare. La vita è un gioco innocente senza un fine fuori di essa e questo è per tutte le cose: noi siamo perché siamo, la neve cade perché cade, l’inverno arriva perché arriva, ogni evento del mondo si giustifica in se stesso, per il solo fatto che è, ora. E la verità è sempre nell’uno, nell’unità di tutte le cose. Se la neve è “altro” da te, si distanzia e ti rende un “tu”, in quella divisione c’è lotta, c’è un abisso di lontananza. Ciò che è diviso in essenza non potrà mai ritrovare l’unità, ciò che è unito in essenza non potrà mai dividersi. Ecco allora, scende la neve e tu sei uno con essa ed essendo essa, sei Quello. Vivere è esserci nell’accadere, come presenza assoluta, come quei lievi fiocchi bianchi, immacolati perché senza pensiero, trasportati dal vento d’inverno verso il luogo di tutti i luoghi, nel momento di tutti i momenti, nella pura bellezza di ciò che vive. 8 marzo 2024
Fu con grande emozione ed entusiasmo che Ficino si chinò su quelle carte ingiallite. Un’antica sapienza affiorava dai fogli vergati nei caratteri dell’idioma ellenico. E mentre l’occhio correva anelante a frugare tra i sensi delle parole, una Conoscenza di tempi lontani veniva ad accendere la mente curiosa. Si favoleggiava da lunghe età della perduta tradizione di Ermete, il Trismegisto “tre volte grandissimo”, padre di ogni religione e filosofia, mitico custode degli antichi Misteri. Come lo scrigno di un prezioso tesoro scoperto dopo una inesausta ricerca gli scritti di Ermete erano alla fine lì, pronti per essere tradotti e studiati. Le dita di Ficino toccavano le pagine con la delicatezza di un cuore riverente, mentre l’antica dottrina si dischiudeva e illuminava la mente avida di sapere.
Ermete parlava da un luogo lontano, dalla leggendaria civiltà dell’Egitto, con parole di un sapere originario, arduo ed enigmatico, ma fascinoso per l’anima consacrata alla ricerca. Così si pronunciava il Sapiente ricordando le parole del Pimandro: l’Essere supremo, eterno e illimitato, al di là di spazio, tempo e pensiero, generò da sé un divino Creatore e da quello tutto l’universo conosciuto, confinato nell’ordine della causalità. Fu poi generato un figlio, l’Uomo, un androgino dotato di intelligenza, racchiuso in un corpo materiale, diviso per la sua duplice natura nei due generi di maschio e femmina. L’uomo aveva una straordinaria facoltà, possedeva una viva intelligenza ed era un essere dotato di coscienza, capace dunque di indagare su se stesso e riconoscere la propria vera natura. Al termine di un lungo percorso spirituale, superati i desideri per le cose materiali, risvegliato il ricordo delle proprie origini, l’Iniziato giungeva alla meta agognata: il mondo e il corpo non lo incatenavano più, ora era un’anima liberata, una con l’Uno, cosciente di essere la Mente universale, la stessa consapevolezza del Supremo. La via di Ermete era quella del Risvegliato, di chi vede il cosmo come un’illusione e vive in uno stato che non conosce la morte perché sa di essere sempre uno con il divino.
Furono i grandi umanisti del Rinascimento a riportare alla luce quella sapienza antica. Essi capirono l’importanza di rinvenire la radice originaria di tutte le filosofie e la trovarono nel pensiero di Ermete, in un favoloso passato intriso di mito. La Sapienza era vista come un fiume diviso in mille rami ma di un’unica fonte, una sorgente prima, pura e inesauribile, nata nelle brume della notte dei tempi. All’uomo era assegnato un compito, il più arduo, il più nobile e glorioso: essere la scintilla divina che conosce e vive nel mondo in piena coscienza, destinata ad apprezzare la Bellezza e vedere la magnificenza ovunque. Era il destino del microcosmo umano dotato di intelligenza e di libera volontà: essere il mediatore tra il cielo e la terra, “copula mundi” tra le sostanze del Creato, essere il figlio creatore di un dio creatore, artefice di se stesso e della propria salvezza. 7 marzo 2024
Fu nella notte di festa per Afrodite, divinità di sublime bellezza e incanto, mentre gli dei ne celebravano la nascita, che avvenne quel fatto straordinario. Lì fu concepito Eros, il grande demone, sempre votato alla ricerca del Bello, messaggero ai mortali di quell’Amore che è fonte di gioia e piacere e tormento. Fu l’ebbrezza dei sensi di Poros e Penia, fu l’intima unione di Ingegno e Povertà nel più stridente connubio di opposti a dare la nascita a quell’essere demonico che vive a metà tra gli uomini e gli dei. Era nel suo destino un compito gravoso: portare nel mondo degli uomini Amore, la terribile potenza che tutto travolge con l’impeto della sua forza irresistibile.
Platone ce lo descrive nel Convito: Eros è il mago, il grande incantatore, è il desiderio e la potenza dei sensi, è la cieca passione nella sua follia, è l’onda che sconvolge l’esistenza e in un attimo può trascinare al delirio, oppure innalzare alla più alta estasi, a un picco che solo l’umano conosce. Amore da sempre cantato dagli uomini, da tutti desiderato e così tanto temuto, porta le sembianze di miseria e ingegno, in una perenne irrimediabile contraddizione. Amore è desiderio di ciò che manca, è dunque sempre spoglio e bisognoso e vive girovago in un’eterna indigenza. Ma è anche ricco di risorse e inventiva, è coraggioso e audace oltre ogni limite, sa creare situazioni e inventare trappole e ama travestirsi di molte maschere per ordire tranelli da abile cacciatore. Eros vive sul confine tra due mondi, non è del tutto umano né divino, ma con l’ambiguità della sua doppia natura fa da mediatore tra gli dei e gli uomini, colmando la distanza fra la terra e il cielo. E nulla e nessuno potrà mai sconfiggerlo, perché è nella sua essenza demonica la capacità di morire e rinascere infinite volte, sempre nuovo e antico a un tempo. Nessuno può sfuggire al fascino di Amore e chi non ha giocato con i suoi mille volti, chi non ha gioito e sofferto i suoi incantesimi nulla può conoscere di ciò che è il mondo e di ciò che conta nella vita di un mortale. Un’esistenza senza il desiderio della bellezza, senza l’amore che di essa si inebria e si nutre, è una pallida ombra di ciò che è l’umano. Perché dall’ammirazione per le cose belle, sotto la spinta dell’irrefrenabile forza di Eros, volti alla ricerca di una Bellezza superiore, i mortali possono salire i gradini della scala che porta alla conquista della Conoscenza, a rendere la vita la più grande avventura.
Platone ci racconta di Eros che si fa filosofo alla ricerca del Bello e della Sapienza e ci dona un importante insegnamento: non si dà comprensione della Verità se non attraverso la forza di Amore, perché solo l’amore per la Bellezza ha la capacità di illuminare il Logos. Eros portò il gioco e la luce nel mondo. Nulla sarebbe bastato a rendere la vita così gloriosa e degna di essere vissuta. Tra le sponde di Sapienza e Amore, là dove Eros celebra il suo trionfo, noi viviamo il tempo dei mortali, anche noi combattuti tra due mondi. Come Eros moriamo e rinasciamo. Lì scriviamo tutto il nostro destino. 4 marzo 2024
-Nelle Enneadi Plotino elabora una grande metafisica dell’Uno: tutto l’esistente sgorga dalla sovrabbondanza del Primo Principio che origina il mondo e la coscienza in un immenso ciclo cosmico di discesa dall’essere perfetto al piano materiale, quello che per noi è l’universo con tutta la vita che contiene. -Ne abbiamo parlato. E arrivati a questo punto, come prosegue l’indagine filosofica? -Plotino parla del ritorno all’Uno, una grandiosa conversione dal mondo materiale alla realtà spirituale che vede protagonista la coscienza singola. Il grande filosofo descrive la via della meditazione che conduce il ricercatore spirituale all’esperienza mistica della riunione col trascendente. -È la teoria filosofica che diventa pratica di vita… -Sì, un cammino di crescita interiore, di evoluzione della coscienza che si affranca dagli interessi materiali e risale alla sfera immateriale della Luce intelligibile. -Da dove si parte per intraprendere questo cammino? -Per le anime più mature che sono pronte a esplorare le supreme dimensioni dell’essere il primo passo è l’affinamento delle facoltà più elevate della mente, prima con la matematica, poi con l’arte e la ricerca della bellezza nelle cose del mondo. In seguito lo sguardo si volge alla teoria, alla visione dell’occhio della mente, ai concetti astratti e alla vita interiore. Le cose esterne perdono ogni attrattiva e significato, l’individuo cerca la bellezza che va oltre la materia, il ‘bello in sé’ come insegnava Platone. La vita si spiritualizza e le qualità dell’anima si palesano aprendo un nuovo livello dell’esistenza umana. -Ci sono indicazioni più concrete su come si debba praticare la meditazione? -Ti porto un esempio dalle Enneadi: devi visualizzare di fronte a te il cosmo con le stelle e i pianeti e tutti i viventi che lo popolano. Il tuo sguardo deve cogliere la totalità delle cose come un insieme e al tempo stesso ogni suo dettaglio. -Devo quindi sentirmi come un grande Spettatore dell’intero universo… -Sì, devi usare la tua immaginazione, vedi l’universo come se fosse tutto in una sfera luminosa e trasparente. Poi quando l’immagine nella tua mente è nitida devi rovesciare il rapporto con essa. Il cosmo devi vederlo non come una realtà esterna, ma come un universo dentro di te. Devi pensare, anzi devi sentire, di essere il creatore del cosmo, la fonte infinita e libera da cui ogni cosa scaturisce. Prova a farlo in questo momento… -Sì… È una sensazione particolare, mi dà un senso di espansione e di potenza. Essere una divinità che crea e governa il mondo mi sembra una bella esperienza, per quanto sia solo frutto di immaginazione… -Ecco, ora rimani in quella coscienza che comprende in sé tutto ciò che esiste. Sei nello spazio di una consapevolezza profonda e ampliata del senso di essere. Ammira la grandiosità, la bellezza e la perfezione di tutte le cose… -Mi sento il Divino che contempla la sua creazione e la vede perfetta, fatta a sua immagine… -Bene, ora il passo successivo è quello di lasciar svanire a poco a poco la visione dell’universo e concentrarsi sulla pura presenza, lasciando solo la coscienza, nuda e semplice. Dalla visualizzazione consapevole alla consapevolezza in sé, come presenza trascendente e incondizionata. -Mmh, è come essere in un vuoto, di fronte al nulla… -Ma in realtà non è il nulla, perché la coscienza rimane sulla scena, lucida e autoconsapevole, onnipotente e indistruttibile, senza limiti perché altro non c’è fuori di essa… -…E quindi è anche oltre lo spazio e il tempo, completa e piena di ogni qualità… -Meglio dire che è priva di forma, quantità, qualità e relazione. Riesci a spiegare perché? -Perché queste sarebbero delle determinazioni, cioè delle limitazioni per una coscienza che è un assoluto Uno. -Proprio così, la Coscienza (con la maiuscola per distinguerla dalle coscienze individuali e limitate dei singoli enti) è la manifestazione dell’Uno, che in sé rimane la suprema Realtà, inconcepibile e indescrivibile, al di là di forma e tempo, di azione e pensiero, di essere e non essere. Va precisato poi che per Plotino l’Uno non “crea” il mondo dal nulla, ma genera da se stesso per sovrabbondanza di essere, in modo spontaneo, rimanendo nella sua perfezione assoluta, immobile e inviolato. -Quindi, se ho capito, con questa meditazione la nostra coscienza individuale cerca di allinearsi alla Coscienza universale per avvicinarsi all’esperienza dell’Uno… -Sì, è la via per superare ogni dualità e ‘tornare a casa’, al Primo Principio. Non è semplice però parlare di unio mystica, la realizzazione estatica che oltrepassa ogni possibilità di descrizione. Le parole sono sempre misere e incapaci di dare significato al trascendente. Qui si entra in un mondo di tali paradossi e impossibilità che ogni tentativo di spiegare cade nel vuoto. Per questo l’ultimo volo secondo Plotino deve avvenire nel distacco e nel silenzio più radicali. -L’ultimo volo? Cosa significa questa metafora? -Troviamo nell’ultima pagina delle Enneadi uno dei passi più belli. Plotino descrive con queste parole il “volo” finale verso l’illuminazione: “Fuga di solo a solo – pònou pròspònon“. È l’esperienza di spogliarsi di tutto, abbandonando ogni desiderio, attaccamento e senso di separazione per ricongiungersi con l’Uno. Un “volo” nell’estasi della trascendenza che non lascia memoria o traccia del mondo dietro di sé. -Immagino che più di questo non si possa dire e raccontare… -Ci siamo avventurati sul terreno di una grandiosa metafisica dell’Essere che la ragione può solo intravedere da lontano. Il ricercatore serio sa che le parole e i concetti sono solo un punto di partenza, il resto è un cammino di realizzazione interiore che ciascuno deve compiere in solitudine: Fuga di solo a solo – pònou pròs pònon 29 febbraio 2024
Così rifletteva il ricercatore del vero di fronte alla maestà del cielo stellato: Se posso vedere solo un frammento di questo universo che mi circonda, l’interminabile volta celeste che come un manto abbraccia ogni cosa, cosa sarebbe vedere la totalità del cosmo in un singolo sguardo onnisciente? Se posso vedere solo un frammento di questa mia vita nella sua storia, il continuo peregrinare nel mondo con il suo carico di gioie e dolori, cosa sarebbe vederne la totalità dispiegata dall’inizio senza causa verso una fine senza un perché?
E in quella profonda meditazione la visione giunse improvvisa: in una lunga serie di esistenze, vita dopo vita, nel corso del tempo, la scintilla divina svelava la sua luce. Nata nel luogo dell’eterno essere, discesa poi nell’abisso del divenire per sua imperscrutabile volontà, la luminosità si rivestiva di forma, assumeva le linee e i colori del mondo alla ricerca dell’esperienza dell’io. Ma non sapeva ancora di essere la coscienza perfetta dell’Intero, doveva ancora specchiarsi nell’altro per costruirsi come individualità. Così la ricerca dell’io creava un “sè”, una fittizia proiezione del pensiero, un’apparente doppio della coscienza peregrinante per le vie del mondo. E nel sogno a vita seguiva altra vita, in un intreccio di storie e vicende legate saldamente al piolo del sé, percorse da una crescente nostalgia per qualcosa di più grande. Era proprio l’esperienza del mondo a risvegliare il sentimento originale dell’io primigenio e incontaminato: il sé era visto come mera invenzione di un pensiero smanioso e immaturo e cadeva come un castello di carte con la pesante catena del suo passato. La scintilla si riconosceva come “io” oltre ogni maschera dell’illusione, riconquistando l’incrollabile certezza della verità ultima del suo essere. Un io che tornava soggetto assoluto, luce che si riconosceva come Luce.
Questo vedeva il ricercatore del vero con l’occhio liberato dalle apparenze. E allora lo sguardo poteva spaziare in quella totalità prima sfuggente a contemplare lo sterminato cielo e comprendere il mistero della vita. Visione di una Realtà senza limiti che non soggiace a cause o perché e non risponde al desiderio di un fine. Innocente creazione senza scopo dove ogni frammento è l’intero, dove ogni vita è tutte le vite. 28 febbraio 2024