Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Dopo aver preso da terra una manciata di foglie il Buddha disse ai discepoli: “Le foglie nella mia mano sono poche, quelle dell’intero bosco sono molte di più. Così è per ciò che riguarda i miei insegnamenti: le cose che ho compreso e conosco sono tante, ma a voi potranno bastare pochi semplici precetti. Sapere una quantità di cose non sarebbe di beneficio, non vi farebbe progredire sulla via del Risveglio.”
La nostra mente è come una fitta foresta, un intrico di rami con innumerevoli foglie, un luogo pieno di sentieri e insidie in cui è facile perdere l’orientamento. Da un pensiero nascono mille altri in un gioco infinito di sensi e di rimandi, un groviglio confuso di immagini e idee. Noi vogliamo conoscere sempre di più, siamo convinti che accumulare sapere e riempire la mente di nozioni e teorie sia la via maestra per conquistare la verità. Ma il Buddha ci mette in guardia da questa illusione del ricercatore spirituale e indica la via che porta al risveglio: la mente è la fonte di quello che siamo, può essere una prigionia o una liberazione a seconda dell’uso che ne facciamo. Se seguiamo la via orizzontale della quantità siamo sempre alla ricerca del nuovo, raccogliamo innumerevoli conoscenze, inseguiamo il bizzarro e il miracoloso nei mondi magici creati dal pensiero. Si può sprecare l’intera vita in una ricerca che si muove in tondo senza progresso, illusi che l’erudizione sia già la saggezza, costruendo un pesante ego spirituale orgoglioso della propria “santità”. Questo è l’inganno della mente limitata che si perde nell’accumulare conoscenze. Se invece intraprendiamo la via verticale guardiamo alla qualità del nostro pensare, la mente diventa strumento di indagine e apre le porte ad un’intuizione superiore. Osserviamo l’esistenza e il nostro vivere fino a capire che il pensiero crea il mondo e che lì si trova la chiave della liberazione. Il maestro Buddha parla per sua autorità condensando la dottrina in poche regole, partendo dalle “quattro nobili verità”: la realtà del dolore; l’origine del dolore; la fine del dolore; il Sentiero per giungervi. Le istruzioni per il discepolo sono poche, quante le foglie che stanno in una mano, perché l’esistenza in fondo è semplice e la liberazione è alla portata di ognuno. La pratica costante dell’Ottuplice Sentiero libera la mente dai vincoli del Samsara aprendo alla pura coscienza risvegliata. Una profonda comprensione illumina il sé, si trasforma in una pace senza confini e diviene il canto eterno del Beato: Esiste la sofferenza, ma nessun sofferente è trovato Vi è l’azione, ma non vi è nessun agente dell’azione Vi è il Nirvana, ma nessun essere che vi entri C’è il Sentiero, ma non vi si vede nessun viandante 10 aprile 2024
Socrate ai discepoli meravigliati che egli non reagisse alle percosse di un interlocutore: “Se fossi preso a calci da un asino, forse che lo citerei in giudizio?”
Chi mai potrebbe rimproverare un povero asino per avere fatto quello che fanno tutti gli asini? Certo non lo condurremmo in giudizio, consapevoli delle sue limitate possibilità. Ma l’uomo è dotato di ragione e di parola, può esprimere il disaccordo o la rabbia mantenendo il governo dell’intelletto, senza abbassarsi al livello animale, dove comanda il puro e semplice istinto. In ogni caso se accade, dice Socrate, si deve trattare la persona con rispetto: l’inconsapevole non sa cosa sta facendo, non sa di perdere la propria umanità, va quindi trattato come un infante immaturo che va compreso e guidato, non punito; non si può pretendere da un incapace di andare oltre i propri limiti personali per concepire un’altra possibilità. E non rispondere a violenza con violenza non è solo una scelta di carattere etico, è anche espressione di una saggezza, quella dell’uomo in pace con se stesso.
Apologia dell’Asino Ci veniva insegnato già nella scuola elementare che un asino è incapace di intendere e di volere. C’era come sempre un asinus ex cathedra ad istruire noi alunni sulla demenza asinina, ricorrendo ad un ampio florilegio di esempi per nutrire i nostri già pesanti sensi di colpa. Ma noi conoscevamo un’altra nostra verità, sapevamo quanta intelligenza negli asini, a dispetto delle chiacchiere della vulgata. La nostra intuizione ce ne dava la certezza, con la fantasia li facevamo parlare e volare. E osservando gli esseri umani nel mondo notavamo insospettabili affinità e differenze tra il mondo animale e quello degli uomini, vedevamo l’incerto confine che li separa. La mente degli asini è così innocente che nessuno di loro mai si sognerebbe di salire in cattedra a dispensare giudizi, attribuendo agli altri patenti di intelligenza, semmai piuttosto un calcio ben assestato quando ci vuole perché il troppo è troppo, anche nel caso di un Socrate destinatario, mirabile esempio di linguaggio non verbale per stringatezza ed efficacia. E di sicuro Socrate per primo ne riderebbe e questo direbbe ai suoi discepoli: nessun asino merita di essere dileggiato per il fatto di pensare e agire come un asino; è l’uomo che può essere criticato o dileggiato quando non pensa e agisce come un uomo; ma il filosofo difende sempre l’uno e l’altro perché per lui l’ignoranza non è mai una colpa. 7 aprile 2024
Diceva un antico saggio: “Vivere o morire, per me è lo stesso!” Qualcuno gli chiese: “Se per te è lo stesso, perché non muori?” Rispose il saggio: “Perché tanto è lo stesso!”
Si può guardare al mondo con indifferenza. In questo caso le cose perdono ogni valore: non vale la pena di affannarsi e angustiarsi, tutto è banale e privo di significato, l’esistenza intera diviene un deserto e dunque vivere e morire “sono lo stesso”. Oppure si può guardare al mondo con distacco. Nulla è importante e a un tempo tutto importa: nessuna esperienza è in sé così essenziale da cercare di trattenerla e possederla, però ogni cosa è piena di significato se è vista con occhi e cuore aperti, anche il passaggio estremo oltre la vita. In questo senso vivere e morire “sono lo stesso”.
L’antico saggio ci offre una chiave preziosa per non cadere in uno sterile nichilismo: accettare l’universale legge del mutamento che inscrive ogni cosa nel nascere e morire; sperimentare la vita in tutte le sue dimensioni trovando un senso in tutto quello che accade; lasciar andare le cose quando è il momento senza lamentarsi e inveire contro il destino, questa è la via dell’uomo che conosce sé e in modo consapevole può dire “tanto è lo stesso”. Se queste parole nascono dall’amore per la vita e non da un arido sentimento di rifiuto del mondo, se il distacco dalle cose così mutevoli e fragili rende l’animo equanime e imperturbabile, allora il cammino di saggezza è compiuto. Vivere e morire appartengono ad ogni cosa, dunque se si è apprezzata e amata la vita quando la morte verrà sarà la benvenuta, non ci sarà tristezza, né rifiuto o resistenza. Il saggio lascia che quello che accade sia, accoglie quello che spontaneamente viene, accetta ciò che il destino gli presenta, impara da ogni situazione e tutto apprezza, vivendo nella dimensione della non-scelta. Scegliere è esprimere una preferenza, quindi ogni scelta è sempre una negazione: si sceglie il vivere perché si rifiuta il morire, si sceglie il morire perché si rinuncia al vivere. Il saggio vive senza preferire o disprezzare, sa che i desideri sono momentanei e labili e che ogni esperienza ha il suo significato, anche quella che temiamo e da cui rifuggiamo. E dunque: “Vivere o morire, per me è lo stesso“ Frase che può esprimere un amaro cinismo oppure la più alta realizzazione dell’uomo quando la vita è stata vissuta pienamente e si è amato ogni momento di quel vivere e nulla rimane da rimpiangere o negare. “Vivere o morire, per me è lo stesso” Poiché ora sono vivo io continuo a vivere, non sono io a scegliere ciò che è e sarà. La vita umana è un viaggio entusiasmante, ma non cercherò di prolungarlo all’infinito, sono sempre pronto al grande balzo nell’Ignoto. 4 aprile 2024
Il nostro io cerca di ricomporsi in unità, ma rimane sempre diviso e frammentato. Contraddizioni e conflitti ci attraversano, impulsi e desideri turbano la nostra pace in un’interna battaglia senza requie. E se non sappiamo vedere questo fatto, se non ne assumiamo la responsabilità, se non portiamo alla luce i conflitti nascosti riconoscendoli come una parte di noi, i problemi restano irrisolti e proliferano. Da qui il bisogno di incontrare gli altri, il desiderio di intrecciare relazioni nel mondo per superare la frustrazione e la solitudine, per cercare sostegno a un vivere gramo che non è mai un cammino di crescita, non la vita che un uomo può desiderare. Si apre allora una delle sfide più grandi: la relazione con gli altri esseri umani, formidabile specchio dell’interiorità, esperienza che mette in gioco le energie e l’intelligenza profonda della persona. Qui può cominciare un lavoro su di sé, ma solo se si accetta il confronto ed è questo il primo difficile passo. Il rapporto con l’altro è sempre arduo, ci mette di fronte al nostro io reale, spesso in modo crudo e impietoso. Due realtà umane si incontrano con il proprio carico di problemi, si scrutano alla ricerca di una risposta, un segno che possa indicare la via per fare luce sull’enigma del vivere. Nella relazione cerchiamo una conferma, quella di essere individui perfetti, uomini assennati e dotati di tutte le virtù. Ma ben presto emerge un’altra realtà: negli urti delle differenze individuali, negli attriti e nei meccanismi di potere, posti di fronte al nostro io reale, la nostra falsa immagine viene abbattuta, i conflitti e i problemi irrisolti si attivano, noi giudichiamo sbagliata la relazione e cominciamo i lamenti e le recriminazioni. Questo è per tutti un momento cruciale: di fronte alla crisi del nostro io illusorio possiamo sentirci vittime e incolpare l’altro o desistere e ritirarci nell’isolamento, ma tutte queste risposte sono una fuga, una rinuncia a trovare la propria verità. Se invece non ci rifugiamo nell’illusione e accettiamo di vedere ciò che siamo, nello scambio di una relazione autentica la nostra crescita interiore fiorisce, il nostro io comincia a ricomporre l’unità. La relazione ci ha mostrato le paure, i blocchi psicologici che vanno osservati e portati alla luce della consapevolezza. Sono le relazioni l’origine dei nostri conflitti, lì nasce la paura di affrontare il mondo. Usciti dall’ingenua unità dell’infanzia incontriamo la complessità del vivere e il dramma dell’esistere come umani con l’angoscia che sempre ci accompagna. Ma è sempre nelle relazioni il rimedio, perché negli altri vediamo noi stessi, nel confronto possiamo crescere e arrivare alla radice dei nostri problemi. Osservando i desideri e le emozioni e il gioco di impulsi, idee e memorie portiamo alla luce i nostri moti interiori e arriviamo a comprenderli e ad accettarli. Accettarsi è compiere un’alchimia, è trasmutare e raffinare i sentimenti, è governare le energie dissonanti, è trasformare il caos interiore in cosmo. Solo così può nascere un nuovo io, un essere umano giusto ed equilibrato, felice di vivere e libero di amare. Solo l’uomo che conosce se stesso e ha esplorato i propri abissi può conoscere e vivere nella pace. 1 aprile 2024
-Come si chiama questo frutto che mi offri, Eva? -Non so il suo nome né conosco il suo sapore, ma sono curiosa, voglio provare ad assaggiarlo… -No, un momento, lo riconosco, è il frutto dell’albero proibito, abbiamo avuto da Dio l’assoluto divieto di avvicinarlo! Cosa ti ha spinto a fare una simile sciocchezza? -È stato quel serpente attorcigliato al ramo che si intravede laggiù, nascosto tra le foglie. Mi ha parlato e con le sue parole persuasive mi ha convinto. -Ti ha rapito con discorsi sinuosi come le sue spire, dovevi stare più attenta! Non possiamo trasgredire i comandi divini, altrimenti un castigo terribile ricadrà sulle nostre teste! -Non vivere nella paura, Adamo. So che tu sei ligio ai doveri e rispetti gli ordini del Divino, ma io mi sento animata da uno spirito diverso, una smania mi percorre, un desiderio brucia in me… -Il desiderio di mangiare quel frutto vietato? È così importante per te? -Non è il frutto che mi interessa, voglio spingermi oltre un limite, voglio vedere cosa accade se faccio un gesto che si oppone alla volontà dell’Altissimo. -No, tu sei pazza, non mi farò trascinare in questo errore! Segui i miei consigli e lascia stare quel viscido serpente, cerca di usare bene il tuo giudizio. -È quello che sto facendo ora, Adamo. Ascolta. Noi sappiamo di essere stati creati quando l’universo era già popolato di piante e animali. Ma mi dici perché siamo arrivati per ultimi? -Perché tra tutti gli esseri viventi siamo il punto più alto della Creazione. Siamo gli ultimi arrivati perché dotati di maggiori perfezioni e più simili a Dio. E per questo noi non dobbiamo fare un torto a Colui che ci ha creato… -Caro Adamo, l’ultimo essere comparso sulla scena del mondo, a guardare bene, sono io. Sono nata da una tua costola e quindi sono a te legata per sempre in quanto umana. Ma essendo l’ultimo essere della Creazione, seguendo il tuo ragionamento, io sono dunque dotata di qualche perfezione in più. E credo che una perfezione maggiore sia proprio questo mio animo che desidera esplorare ciò che è sconosciuto, anche se è proibito, anzi forse proprio per questo… -Ascolta Eva, nel Grande Giardino ci sono milioni di alberi dalle forme stupende, con fiori e frutti meravigliosi. Perché andare a cercare altro e violare le regole? Che bisogno c’è di finire nei guai? Essere obbedienti è ciò che ci è stato insegnato, non è difficile ed è la cosa migliore che possiamo fare. -Guarda cosa fa il Padre Creatore: dispone e agisce senza che nessuno possa ostacolare il suo volere. Se è vero che ci ha creati a sua immagine, non dobbiamo anche noi seguire il suo esempio e decidere noi stessi per le nostre azioni? -Che strane idee sono queste? Non capisco dove vuoi arrivare… -Devi sapere che il serpente mi ha sussurrato una cosa che non sapevo, mi ha detto che c’è una cosa che si chiama libertà. È la capacità di agire secondo la propria volontà e il sentire del cuore… -È un discorso che non comprendo del tutto, ma mi sento turbato e al tempo stesso intrigato da quella nuova parola, libertà. Mi attrae, ma mi dà l’idea di un salto nel vuoto, nell’ignoto… -In effetti lo è, Adamo, vuoi farlo insieme a me? Vuoi provare a essere te stesso come lo voglio anch’io? -Essere me stesso… Pensavo di essere già ciò che sono, il nostro Dio lo aveva per sempre stabilito creandoci. Ma ora in me nasce un dubbio… -Il serpente mi ha detto anche che la libertà dà la conoscenza del Bene e Male… -Bene? Male? Cosa significano queste parole? -Con bene e male penso si intenda ciò che è giusto o non giusto fare, ciò che ti reca danno oppure no… -Ecco, l’hai detto, il male è proprio questo: non fare quello che Dio ci ordina, non rispettare il volere di chi ci ha creato. -Io penso invece che il male sia fare ciò che non rispetta la nostra natura, il nostro sentire e quindi la nostra volontà. Bene e invece agire in quella libertà che ci rende degni figli del Creatore… -Vuoi dire che anche noi, nel nostro piccolo, possiamo essere dei creatori? -Sì, creatori della nostra vita, scegliendo ciò che riteniamo giusto e importante, senza vivere nella paura e nell’obbedienza piatta che ne consegue. Ecco allora, con questo morso al frutto proibito decido di essere me stessa! E non importa se sarò punita, l’ho fatto con cuore puro e in piena libertà! Adamo, questo gesto mi dà un brivido che prima non conoscevo, la sensazione di togliere un peso dal cuore e un’ombra che gravava su una vita troppo dorata! -Mi sembra una follia Eva, ma qualcosa risuona in me, non riesco a trattenere un impulso, sento una forza irrefrenabile che mi spinge a… Dammi questo frutto… Ecco, è fatta! Ora il tuo destino sarà anche il mio. Se è vero che siamo fatti della stessa sostanza dobbiamo condividere tutto ciò che è e sarà. -Adamo, ora anche io provo un po’ di paura, ma sento di avere fatto un passo importante. Sono pronta, anche grazie alle tue parole, ad affrontare tutte le conseguenze che Dio per noi vorrà. -Saremo cacciati dal Giardino? E poi dove andremo? Cosa faremo? Chi saremo? -Il mondo del Creato è così vasto! Ce la caveremo in qualche modo, decideremo noi chi vorremo essere, cercheremo di imparare da soli cosa sono il bene e il male… -Vivremo in libertà Eva, ma rispetteremo comunque il nostro Dio e cercheremo di essere degni di Lui. -Certo, ma chissà che non sia stato il nostro stesso Creatore a tessere i fili di tutto ciò che è accaduto… -Già, mi chiedo se anche quel serpente non sia parte del gioco, di un gioco divino… D’altra parte, chi lo ha creato se non l’Altissimo? Come mai è comparso lì e ci ha suggerito cose che noi non saremmo mai stati capaci di pensare? Non può essere che questa fosse proprio la volontà del nostro Dio, che Egli volesse spingerci a conquistare la nostra libertà? -Vedo che anche in te, Adamo, si agita uno spirito nuovo. Le tue domande sono la prova che ora sei finalmente capace di essere te stesso. Lo vedi? E una sensazione bella, ineguagliabile, che vale ogni prezzo e ogni sacrificio. -Allora vieni Eva, prepariamoci ad affrontare con coraggio tutto quello che sarà per noi. Da esseri umani, come Dio ci ha creati… -…. -Ok, arrivati a questo punto, come possiamo concludere la scena? -Per me si può concludere anche così, non mi vengono altre idee. -Allora cosa dici del canovaccio, si può proporre alla prossima recita? -Ho qualche timore, qualcuno ci criticherà, diranno che è un’interpretazione troppo libera della Genesi… -Be’, se è vero che anche noi siamo discendenti di Adamo ed Eva, allora ne condividiamo lo spirito di libertà, abbiamo la stessa voglia di esplorare e rischiare… -Hai ragione, di cosa dobbiamo avere paura? Di essere cacciati dal Giardino dell’Eden? Al massimo rischiamo di essere cacciati dal teatro del quartiere. In questo caso ce ne andremo altrove, io e te… -…e il serpente! 29 marzo 2024
-Il pensiero antico era affascinato dalla figura del cerchio e ad esso attribuiva spesso un significato mistico. Possiamo guardare la cosa più da vicino? -Sì, gli antichi conoscevano bene il simbolo del cerchio e lo consideravano emblema di perfezione e del perpetuo ricominciare. Nella circolarità si esprimeva l’essenza delle cose, il movimento ciclico degli esseri nel mondo del divenire. -In effetti il cerchio sembra la più completa e armoniosa delle figure geometriche piane… -Se lo osserviamo e ne facciamo un oggetto di meditazione notiamo molti possibili simbolismi. Teniamo presente però che in quel guardare noi proiettiamo sempre ciò che ci appartiene come umani, ciò che è nelle corde del nostro sentire. Siamo sempre alla ricerca di simboli che possano dare un significato alla nostra esistenza e in questo le figure geometriche hanno una forza e un potere di fascinazione impareggiabili. -Allora voglio provare a cimentarmi nell’impresa… Ecco qua sul foglio l’immagine di una perfetta figura circolare… -Dobbiamo fare un’indagine di tipo fenomenologico, senza partire subito da ciò che sappiamo altrimenti la ricerca sarà condizionata e non libera. E dovremo affidarci alla nostra intuizione più che al pensiero analitico che frammenta e non coglie l’insieme. Il senso globale di una realtà non si può costruire un pezzo alla volta, va afferrato come totalità in un solo movimento.. -Stiamo usando quindi il lato destro della nostra mente, quello dell’intuizione poetica, dell’arte e dell’immaginazione? -Certo, non dimenticare che simboli, immagini e miti sono un linguaggio profondo e potente. Gli antichi lo sapevano e per questo attribuivano tanta importanza a ciò che risveglia l’intuizione e la visione. La verità più profonda non è quella dell’oggettività dimostrabile, è quella di una interiorità spirituale che esprime il nostro essere, dove ogni dimostrazione è impossibile e sarebbe comunque superflua. Allora, osservando la figura, cosa noti al primo sguardo? -Mah, non molto… Vedo solo la simmetria dell’insieme, la forma curva e il fatto che ogni punto della circonferenza è equidistante dal centro. -Bene, per cominciare abbiamo scoperto il centro della figura e una periferia, la circonferenza, che abbiamo pensato come una sequenza di punti. Dimmi però, dove comincia esattamente la circonferenza? -Be’, non si può stabilire un punto privilegiato che possa essere un inizio se non in modo arbitrario. Non c’è un percorso che parte da A e si conclude in B in modo lineare… -In effetti nella circonferenza ogni punto è inizio e fine, ogni luogo può essere il cominciamento oppure la conclusione di un percorso. Nota come il circolo sia una realtà compiuta, perfetta e priva di opposizioni, senza angoli, spigoli o punti di rottura che possano alterare l’armonia dell’insieme. Ha una proporzione e un carattere di fluidità, suggerisce un moto perpetuo. -È vero, il cerchio non appare una realtà statica, dà un senso di movimento, suggerisce un moto di rivoluzione su se stesso senza fine … -Per questo gli antichi lo associavano agli astri del cosmo e ai loro movimenti caratterizzati da regolarità, stabilità e bellezza. L’universo, creazione divina, trovava nel circolo il suo simbolo più profondo. Anche il tempo era visto come un eterno ritornare. -Sì, ho in mente la bellissima espressione di Platone: il tempo come “immagine mobile dell’eternità”… -Il movimento ciclico del tempo, con le sue fasi e l’alternarsi delle stagioni, riproduce per Platone l’ordine immutabile dell’eterno essere. La sua è un’espressione mirabile che riesce a mettere insieme il divenire e la dimensione del non-tempo. -E poi notavo: il “movimento” si può pensare alla periferia del cerchio, sulla circonferenza e nello spazio interno, ma il centro rimane sempre immobile… -Guarda un po’, sei arrivato anche tu come Platone a mettere insieme nella figura del circolo il movimento e l’immobilità, il tempo e l’eternità. -Forse comincio a capire meglio cosa vuol dire lasciarsi andare all’intuizione, al gioco di corrispondenze e di suggestione delle immagini. -Allora stai davvero facendo progressi, anche perché non pretendi di dimostrare nulla, il significato che scopri ha valore per te e questo è l’importante. -Quindi il centro non si muove mentre tutto il resto gira intorno, come in una grande ruota… -Come la ruota del Samsara delle filosofie orientali dove tutto si ripete incessantemente e la liberazione consiste nel saltare dalla circonferenza del mondo fenomenico al centro immobile della realtà noumenica. In termini semplici e per noi più comprensibili: il centro del cerchio è la nostra coscienza, il nostro individuale punto di osservazione; la circonferenza è il divenire del mondo, sia nella dimensione esteriore sia in quella interiore. Le vie di meditazione orientali predicano la liberazione dal ciclo delle rinascite uscendo dal movimento della Ruota cosmica. -E nelle filosofie dell’Occidente? -Anche gli antichi filosofi greci accettavano la ciclicità del mondo, per questo usavano l’espressione “divenire” per indicarlo. In fondo, se ci pensi, è molto rassicurante sapere che tutte le cose vanno e vengono in circolo e che alla fine non c’è niente di nuovo sotto il sole. La modernità invece si è gettata nell’abisso della frammentazione, dell’insicurezza, della aleatorietà. È la cifra del nostro vivere oggi, ma non sto dicendo che sia migliore o peggiore, è il cammino della coscienza della nostra collettività umana. -Rimettendo la palla al centro… Cosa altro si può dire? -Il centro come metafora è anche l’anima, il luogo sacro e originario che esprime la nostra essenza. L’aspetto esteriore, la circonferenza, è invece il corpo, realtà mutevole e transitoria. Ritornare al centro vuol dire ritrovare lo spazio interiore, vivere la propria unità e completezza. È anche la “Via di Mezzo” del Taoismo, il vivere in armonia con il movimento di tutto ciò che esiste. -Comprendo che il discorso ci può portare molto lontano perché apre tante porte. E tutto questo partendo da una semplice figura geometrica… -Non è la figura del circolo ad essere complessa, lo è la nostra mente intuitiva che è capace di scoprire un mondo di significati in un semplice segno. Pensa a quello che puoi trovare anche nel punto, nella linea, nella croce, oppure nella piramide e nella sfera… -Stavo infatti pensando alle figure del triangolo del quadrato: come si pongono rispetto al cerchio? -Faccio solo un cenno su cui potrai riflettere: il quadrato presenta quattro lati, la linearità, spigoli e angoli opposti. È tutto un altro mondo che si apre: quello della realtà materiale fatta di opposizioni, lotte e dualismi. Il cerchio esprime il principio di unità del movimento universale, il quadrato rappresenta il contrasto, i chiaroscuri, la frammentazione, la perdita dell’unità. Quanto a triangolo, la sua forma suggerisce l’idea di una scala ascensionale dal basso verso l’alto, una realtà a più strati e livelli, ma nell’insieme è una figura che esprime staticità, una mancanza di movimento, una spigolosità, nonostante la simmetria e le proporzioni geometriche. A tutto questo si potrebbe associare anche il significato dei numeri, i pari e i dispari e i loro rapporti, una prospettiva filosofica fondata dal Pitagorismo che collega i numeri, le geometrie del cosmo e il destino dell’anima. E molto altro ancora che non abbiamo tempo di menzionare… -E dire che la matematica non mi era mai piaciuta. Ora sto scoprendo un modo diverso di considerarla… -C’è una geometria sacra che non è fatta solo di freddi rapporti numerici e che ha percorso la storia. In ogni caso però ricorda di non prendere quello che diciamo come una verità assoluta da sostenere e difendere ad ogni costo. Se ha sollecitato la tua riflessione e l’intelligenza immaginativa ha già raggiunto il suo scopo. L’importante non è aggiungere e conservare conoscenze, piuttosto mettere in movimento la coscienza e approfondire la consapevolezza. Rimani anche tu fluido e “circolare” come il cerchio, vedine la sacralità e la bellezza, scopri e fa tuo il potere del circolo, sarà una guida importante nel meditare sul mondo e su te stesso. 27 marzo 2024
Ricordo quel giorno al ritiro di meditazione nella comunità del maestro zen Bankei. I discepoli erano in collera con un allievo sorpreso in flagrante a rubare in cucina. Non era la prima volta che accadeva e la folla dei meditanti era in subbuglio. Ma quando il fatto fu riferito a Bankei con la richiesta di cacciare il reprobo il maestro non disse una sola parola e rimase calmo e sereno come sempre. Anche io mi sentivo ferito e turbato, la comunità seguiva una rigida regola, non era ammessa una condotta indegna, il gesto di quel fratello mi scandalizzava. Ma ero al pari sorpreso dal mio maestro, non comprendevo il suo atteggiamento, il suo rifiuto di intervenire con fermezza a stabilire il confine tra il bene e il male. A quel tempo ero un discepolo zelante, un difensore acerrimo della moralità, non capivo di esser parte di un gruppo di monaci presuntuosi e intolleranti. Ma fu il maestro a riportarci sulla retta via impartendo a tutti una memorabile lezione. Di fronte alle nostre insistenti rimostranze il maestro Bankei convocò l’intera comunità e rivolgendosi ai presenti così parlò: “Voi che siete dei discepoli obbedienti sapete capire quello che è bene o no. Ma questo fratello non è ancora capace di distinguere ciò che è un bene o un male. Ha bisogno ancora di un po’ di tempo per comprendere quella differenza. Chi glielo insegnerà, se non lo faccio io? Chi lo farà se verrà cacciato via da qui?”
Adesso tutti noi ascoltavamo in silenzio, qualcosa cominciava a sciogliersi in me… “Voi potete andare a studiare altrove se ritenete, potete cercare un insegnamento più adatto, ma questo fratello non ha la vostra autonomia. Quindi con pazienza gli insegnerò la dottrina, lo terrò qui con me finché ne avrà bisogno, anche se doveste andarvene tutti quanti!” Il discepolo ascoltava il maestro col capo chino, un fiume di lacrime scendeva sul suo volto. Toccato da quel gesto di amore incondizionato ogni impulso a rubare si era dileguato in lui e il suo cuore sentiva una profonda pace, una gratitudine che spazzava via ogni ombra. E non solo il suo volto era rigato di lacrime, noi tutti ascoltavamo Bankei a capo chino, ciascuno di noi lasciato nudo con se stesso. Lo confesso, in un attimo vidi la mia insipienza, vidi tutta la mia violenza e il mio fanatismo. Io, il perfetto discepolo della via del Buddha che parlava ogni giorno di compassione e recitava tutti i sutra del Dhammapada e si gloriava di essere un esempio per gli altri, quell’io era travolto e finalmente illuminato.
Una meditazione senza il calore del cuore, una vita religiosa che si ferma alla lettera, rimane solo un vacuo esercizio dell’intelletto, una posa che nasconde il vuoto interiore. Portar via un piatto di riso dalle cucine non appare alla fine un fatto così grave. È invece l’orgoglio spirituale la malattia, l’errore più grande per un discepolo, l’inganno più subdolo e arduo da estirpare. Oggi sto cominciando finalmente a capire che non stai seguendo la via del Buddha: se giudichi gli altri senza sapere nulla di loro; se fai che le Scritture rimangano lettera morta; se parli della compassione senza conoscerla; se ti crei l’immagine del perfetto discepolo per accusare il mondo di ogni nefandezza. Lo sguardo deve invece volgersi verso di te, a demolire quella scorza impenetrabile, quell’io arrogante che ti separa dagli altri.
Questa è oggi anche la mia domanda quando incontro un altro essere umano: Chi lo farà se non lo faccio io? Chi potrà mai riconoscerlo nel suo valore e vederlo nella sua unicità e bellezza se nessuno lo ha mai davvero guardato? Chi potrà mai accoglierlo, amarlo, aiutarlo se lui è nel bisogno ed è lasciato solo? Aiutare l’altro, ora lo so, è aiutare me stesso, nulla e nessuno è separato in questo mondo. Ora voglio vedere l’altro con gli occhi di Bankei, con lo sguardo compassionevole del Buddha. Sappi che nulla è paragonabile a questo, perciò non farti ingannare dalle apparenze, non fermarti alla superficie delle cose, non perdere te stesso per un piatto di riso. 23 marzo 2024
Non dire che solo l’acqua calma riflette la luna. Anche l’acqua fangosa specchia il cielo. Guarda, dopo che il vento si è acquietato e le onde sono calme, Una magnifica luna, splendida come prima! (Lin Chi)
Non solo quando la mente è in pace noi siamo in contatto con il vero. Anche nel turbinio dei sentimenti, nel tumultuoso avvicendarsi di pensieri, nel pieno di una tempesta di eventi, quando la mente è sopraffatta e confusa, la Realtà autentica è presente. Chiara e luminosa la luna è sempre lì, anche quando nel vivere la si dimentica o ci si ferma al dito che la indica o si cade nell’inganno dei sensi che non sanno più guardare. Anche in una pozza d’acqua torbida traspare un riflesso di quella luce, basta l’acquietarsi delle acque perché lo sguardo si faccia limpido a intravedere il chiarore nascosto, a svelare l’onnipresente essere.
Lin Chi sta parlando a noi, ci sta invitando a guardare oltre, al di là dei piccoli drammi quotidiani, lievi increspature sulla superficie, che ci portano via tempo ed energie e con essi la fiducia nell’esistenza. In ogni dove si cela una luminosità, in ogni cosa un senso nascosto, ma ci vogliono occhi che vedono e un cuore che sa comprendere. Acque torbide si muovono intorno e si agitano anche dentro di noi a offuscare la visione delle cose. È dell’umano vivere nell’incertezza, tra i flutti della confusione e dell’errore. La nave sballottata perde la rotta, le tenebre nascondono l’orizzonte, i punti di riferimento sono smarriti. Poi una luce lontana indica la via. Una splendida luna rischiara la notte a dissolvere l’abisso di oscurità, a rassicurare col suo volto gentile, a scintillare sulla grande distesa appena il vento e le onde si calmano. La luna di Lin Chi con il suo chiarore è la luce interiore che guida e risana quando siamo persi e ottenebrati, quando gli avvenimenti ci travolgono. La splendida luna è sempre lì, va solo alzato lo sguardo al cielo per scoprire l’astro che non tramonta e ci richiama alla nostra vera natura: consapevolezza sempre presente, forza interiore radicata nell’essere, coscienza pura e incontaminata, eterna luminosità dell’esistenza. È ancora Lin Chi a illuminarci:
Non c’è nulla che non sia profondo e meraviglioso, non c’è nulla che non sia liberato.
Sii padrone di te stesso, ovunque tu sia, e fa di quel luogo la sede del tuo risveglio. 21 marzo 2024
-Perché Socrate riteneva così importante il “sapere di non sapere”? -Sapere di non sapere ovvero riconoscere la propria ignoranza era per Socrate il primo passo nella conoscenza. Dobbiamo innanzitutto togliere l’illusione, la rassicurante convinzione di conoscere con certezza il vero, il giusto, il buono. -Tutti noi crediamo di sapere tante cose… -Credere di sapere quando in realtà non si sa è facile e gratificante, ma è un autoinganno che impedisce la comprensione e rende chiusi e rigidi nel giudicare. -Allora cosa significa “sapere”? È solo conoscere, essere informati, accumulare dati nella memoria? -È la domanda giusta per cominciare un’indagine approfondita. Il vero sapere non è ripetizione o erudizione, è un apprendere vivo e dinamico, è una conquista personale, non è mai meccanico, non lo puoi rinchiudere in un libro o nella memoria. Non è conoscere solo con l’intelletto, è fare proprio un evento come fatto esperienziale. -Quindi non basta leggere, studiare e informarsi per poter dire di conoscere? -Questo è certamente indispensabile nel processo di crescita e di formazione intellettuale. Ma non basta perché sia il vero “sapere” di cui Socrate parlava. -Che cosa manca dunque, l’esperienza concreta di ciò che si è appreso? -Sì, l’intelletto rimane prigioniero della teoria se non c’è l’esperienza diretta del fenomeno. Solo osservando e toccando con mano si può davvero comprendere la realtà di un fatto. Esperire significa integrare la cosa non solo nella memoria, ma nel proprio essere. E dopo da lì non si toglierà più. -Provo a fare un esempio: io posso sapere tutto sui gatti siamesi perché ho letto l’enciclopedia e ho raccolto tutte le informazioni possibili, ma la mia conoscenza rimane astratta. Solo quando ho a che fare con un gatto siamese reale capisco davvero che cosa è… -Solo quando assaggio lo zucchero comprendo cosa è lo zucchero. Devo fare personale esperienza del mondo, altrimenti mi perdo in fantasie, mi illudo di conoscere mentre ho solo un’idea approssimativa o distorta dei fatti, accompagnata dalla convinzione chimerica di dominare la realtà. -Vivere nella mente senza un radicamento nel mondo concreto è come vivere in sogno… -È vivere da dormienti, cullandosi in un idealismo velleitario. È l’illusione, il non sapere che crede di sapere, l’ignoranza che costruisce castelli in aria e vive di fatti solo immaginati o desiderati. Una persona non vedente può benissimo imparare in astratto cosa sono i colori e mettersi a discettare su di essi, può dire che il rosso è il colore del fuoco, che è vivace e pieno di energia, può dire che il verde è diverso dal rosso, che è un colore riposante e fresco, ecc… -…ma sarà sempre un parlare a vuoto, senza un fondamento reale, almeno per lui… -Certo, ed è ciò che accade a tutti noi ogni giorno… Ma se al non vedente viene restituita la vista, allora può dire di conoscere i colori, di sapere davvero che cosa sono. -Immagino quel momento… Deve essere qualcosa di incredibile, fantastico, commovente. È l’aprirsi di un mondo sconosciuto… -È quello che accade sempre quando veramente conosciamo: un brivido, uno stupore, una gioia, un senso di chiarezza e di meraviglia. È un momento di illuminazione: Ah! adesso ho capito, questa è la cosa… E nasce un sentimento di gratitudine. -Io quindi prima parlavo per sentito dire, adesso so di cosa parlo e non c’è bisogno che qualcuno mi guidi… -E in più sono libero di vedere quali sensazioni la cosa mi provoca e decidere il suo significato. È un cammino di libertà, è vivere non condizionati, capaci di guardare ai fatti reali, in cerca della propria verità. -Ma tutto quello che avevi imparato prima non ha più alcun valore? -No affatto, anzi quello che hai scoperto richiama ciò che avevi appreso come teoria e gli dà verità e pieno significato. -Dunque, se ho conosciuto un’amicizia vera e disinteressata ora posso capire le tante cose che avevo letto a quel proposito ma che erano rimaste belle parole sulla carta. -Sì, quelle che sembravano solo frasi poetiche o filosofiche acquistano un senso nuovo. Torni a quello che avevi letto o sentito da altri e lo riconosci come un fatto, ora sai che l’esperienza che stai vivendo è proprio quella cosa. È un momento importante. La rappresentazione mentale è divenuta un’esperienza reale. Hai portato dentro di te quello che hai visto nel mondo esterno facendolo incontrare con la tua intelligenza per farne un’esperienza significativa, un “sapere”. È quello che fa ogni persona che ricerca con serietà. -A quel punto sei andato oltre il “sapere di non sapere”… -Sì, allora puoi dire di “sapere di sapere”, almeno per quello che riguarda la tua certezza soggettiva nel tuo rapporto col mondo. -La stessa cosa immagino valga soprattutto per la conoscenza di sé… -Certo, quello è il fine cui ci spinge Socrate. Ma la sua lezione è chiara: se vuoi conoscere te stesso non puoi fermarti a quello che hai appreso dagli altri, devi fare un’esperienza che sia una tua libera scelta, una conquista personale. Puoi prendere spunto da qualcosa che hai letto o sentito, puoi ascoltare un maestro, poi però devi mettere tutto da parte e continuare la tua ricerca da solo, sul campo. Ti devi buttare nella vita e sentirla sulla tua carne mettendo in gioco emozioni e sensazioni, intelletto e intuizione, osservazione e riflessione. Tutto allora acquista significato e non rimane un sapere libresco. La vita ti viene incontro con tutta la sua forza e bellezza. E tu impari in ogni circostanza a dare senso alle cose. Solo così puoi sperare di essere una coscienza vigile e non un lieto sognatore avulso dalla realtà. 20 marzo 2024
C’ero soltanto. C’ero. Intorno cadeva la neve (Issa Kobayashi)
Esistere, essere ora, essere qui, nel puro senso di presenza. Semplicemente accade, cade come il fiocco di neve. Nell’armonia di ciò che è ogni evento è avvinto al tutto, nulla vive davvero isolato. Il sentimento di esistere va con quei fiocchi di neve, è da essi inseparabile. In realtà sono la stessa cosa, un solo stesso accadere, perché la vita è un unico “io”. Non c’è mistero più grande, tutto è immediato e semplice, tutto è ovvio e trasparente, ma impossibile da spiegare. La vita è un gioco innocente senza un fine fuori di essa e questo è per tutte le cose: noi siamo perché siamo, la neve cade perché cade, l’inverno arriva perché arriva, ogni evento del mondo si giustifica in se stesso, per il solo fatto che è, ora. E la verità è sempre nell’uno, nell’unità di tutte le cose. Se la neve è “altro” da te, si distanzia e ti rende un “tu”, in quella divisione c’è lotta, c’è un abisso di lontananza. Ciò che è diviso in essenza non potrà mai ritrovare l’unità, ciò che è unito in essenza non potrà mai dividersi. Ecco allora, scende la neve e tu sei uno con essa ed essendo essa, sei Quello. Vivere è esserci nell’accadere, come presenza assoluta, come quei lievi fiocchi bianchi, immacolati perché senza pensiero, trasportati dal vento d’inverno verso il luogo di tutti i luoghi, nel momento di tutti i momenti, nella pura bellezza di ciò che vive. 8 marzo 2024