Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Una corda invisibile percorre la nostra vita, tesa tra il momento del “fare” e il riposo, tra l’ardore dell’azione e la non-azione, tra la ferma volontà e la resa al presente. Su quel labile confine noi ci muoviamo alla ricerca di equilibri sempre nuovi, per un vivere più saggio e più giusto.
Ci insegna questo un antico racconto, la storia di un monaco chiamato Sona, discepolo diligente e abile musicista. Avviato sul sentiero spirituale del Buddha Sona si impegnava con tutte le sue forze nella meditazione detta “della camminata”, camminando su e giù fino allo sfinimento, alla ricerca di un lampo di illuminazione. I suoi piedi sanguinavano, le ossa dolevano, ma voleva sentirsi degno del suo Maestro e per questo era pronto a ogni sacrificio. Tuttavia la sua salute era cagionevole e quello sforzo aumentava la sua fragilità. In più quella dedizione non era ricompensata da pace e progressi nella vita interiore. Sona era sconfortato, si sentiva un fallito, forse non era adatto al cammino spirituale. E alla fine pensò di lasciare la vita monastica.
Quando il Buddha lo seppe lo fece chiamare e a lui si rivolse con queste parole: “Sona, quando eri un musicista come suonavi il tuo strumento a corde?” Sona rispose: “Se tendevo troppo le corde si spezzavano; se le lasciavo troppo lente non suonavano. Solo quando la tensione era giusta, producevano un suono armonioso.” Il Buddha sorrise e disse: “Così è anche nella pratica spirituale. Se la tua energia è troppo tesa nasce l’agitazione; se troppo lenta, nasce la pigrizia. Coltiva l’equilibrio: non troppo, non troppo poco.” Il Maestro stava indicando la Via di Mezzo, il cammino insegnato da tutti i saggi risvegliati. Da quel giorno, Sona praticò con misura, la meditazione divenne anch’essa un’arte, una musica fatta di equilibrio e armonia. E presto raggiunse l’illuminazione.
C’è un momento nella vita di chi cerca in cui lo sforzo stesso diviene un ostacolo. Non è un fallimento del proprio impegno, è solo che la corda si è tesa troppo. La tensione che ci spingeva a un ideale diventa un laccio che ci imprigiona. Allora la saggezza agognata è perduta, uno squilibrio si è insinuato a turbarci, a rendere impervio il nostro cammino.
La vera pratica non è nell’estremo sforzo, ma nell’armonia tra il fare e il non-fare. La vita è come la corda di un’arpa, suona quando ha la giusta tensione, solo allora produce l’armonia più bella. Nell’accordo tra movimento e quiete vivere diventa luce. E la luce comprensione. In quel canto dimora l’essenza del risveglio. 18 ottobre 2025
Nella luce dei colori del tramonto giaceva nudo sulla nuda terra, il grembo che lo aveva generato, in serena attesa dell’ultimo viaggio verso le luci dell’alba eterna. Non più parole, non consolazioni, solo il lieve tocco della polvere che lo accoglieva come una madre.
I frati pregavano per Francesco, lo assistevano nella sua ultima ora, in un silenzio ora mesto ora febbrile, pervasi da una profonda tristezza.
Fu allora che qualcuno si avvicinò condotto dai frati nella stanza: un asinello che aveva servito Francesco come fedele compagno in tanti viaggi. Di fronte al santo prossimo alla fine l’asino rimaneva silenzioso e immobile, gli occhi pieni di un dolore innocente. Poi all’improvviso emetteva un suono, non il suo raglio impetuoso di sempre, ma un lamento flebile e sommesso, un suono dolce e rotto come di pianto. I frati si stupirono, ma poi compresero che quel verso era un’antica preghiera, un estremo saluto all’amico morente, un addio che non ha bisogno di parole.
Francesco allora si aprì in un sorriso: “Lasciatelo stare, fratello asino, ché anche lui mi ama nel Signore e piange per il mio partire.”
E poi cadde il silenzio. Tutto taceva. Ogni palpito di vita si faceva preghiera. Il vento sembrava un canto all’Eterno. Lacrime ricadevano nel cuore del mondo. E una luce illuminava il volto di Francesco mentre in un attimo tutto si compiva. Così Francesco se ne era andato, verso il cielo e insieme dentro la vita stessa, lì dove anche il più umile essere è sacro per il cuore semplice che sa comprendere.
Racconta frate Leone ancora di quell’asino che non volle più mangiare per giorni e di lì a poco, in silenziosa pace, morì. L’asinello si era fatto custode del mistero, testimone di quella sapienza originaria dove spirito e materia si incontrano, dove sfumano i confini tra uomo e creature, dove l’amore non conosce gerarchie né nomi. Dove rimane solo l’essere, nudo, fragile, infinito. 17 ottobre 2025
-Porfirio: Vorrei tornare al problema dell’io-sono di cui abbiamo discusso l’ultima volta. Mi avevi invitato a osservare il fatto del mio esistere per riconoscere che non sono il mio pensiero bensì un io-coscienza… -Maestro: Sì. E dunque hai fatto i compiti come ti avevo chiesto? -Porfirio: Mi sono dedicato a lungo all’auto-osservazione, con risultati alterni. A volte riuscivo a concentrarmi sull’io-sono/coscienza, altre volte i miei pensieri arrivavano come cavalli selvaggi a contendere la mia attenzione. Vorrei tornare sull’ io-sono per approfondirne l’esperienza… -Maestro: Alcune osservazioni: non vedere l’io-sono/coscienza come un “problema”, perché questo pensiero ti allontana dalla retta visione. Inoltre non devi “concentrarti” sull’io-sono, perché il concentrarsi è ancora un atto del pensiero -e noi non siamo il nostro pensiero. Meglio parlare di consapevolezza, visione diretta. Infine tieni presente che l’io-sono non è un’esperienza ma uno stato, è il manifestarsi dell’essere puro e semplice. -Porfirio: Capisco che è errato vedere come un problema la coscienza io-sono e che il concentrarsi è un’azione della mente. Ma non riesco a capire, come mi avevi già detto in passato, che l’io-sono non è una esperienza, bensì uno stato. Posso fare esperienza di me stesso come coscienza, oppure no? Vorrei capire bene… -Maestro: Proviamo una via semplice per chiarire la questione. Cosa vuol dire fare esperienza? -Porfirio: Vuol dire osservare, constatare, percepire, vedere o sentire qualcosa… -Maestro: Sì, noi facciamo esperienza di sensazioni, percezioni, pensieri, ricordi, fantasie, emozioni, ecc. Che cosa hanno in comune queste forme dell’esperire? -Porfirio: Possono essere molto diverse tra loro, ma sono accomunate dal fatto che sono tutte sempre oggetti della mia coscienza. Un sentimento, un colore, un’idea, un’immagine, un ricordo mi appaiono di fronte sempre come un “qualcosa”… -Maestro: Giusto. Ma questo vale anche per la stessa coscienza? Vale anche per l’io-sono? Lo puoi vedere, percepire o pensare, cioè esperire come un “qualcosa”? -Porfirio: Mi pare di sì. Io posso osservare il mio esistere, il mio essere cosciente… -Maestro: Beh, se è così allora prova adesso a guardarti, a scrutare questo io-sono di cui parliamo. E poi descrivilo con le tue parole. Non avere fretta, prenditi il tuo tempo… -Porfirio: (dopo una pausa) L’io-sono è… mi appare come… anzi no, è la sensazione di… o forse invece si può descrivere… Uhm, sono un po’ in difficoltà… -Maestro: È ovvio che sia così. Stai cercando di descrivere ciò di cui non si può fare esperienza. Il soggetto, la coscienza o io-sono, non si può ridurre a oggetto, non si può “vedere” come un evento della percezione, perché è il fondamento del percepire stesso. -Porfirio: Non c’è proprio nessun modo di definire questo io-sono? -Maestro: Va bene, vediamo: l’io-sono ha un colore, una forma, una qualità o una caratteristica? Al di là della parola che usiamo per indicarlo, lo puoi definire, lo puoi ridurre a un’idea, a una sensazione o a un’immagine? -Porfirio: (dopo una pausa più lunga) No… mi sembra di no… In effetti la coscienza non rientra nel campo del percepito, perché è la base che sostiene la stessa percezione. -Maestro: Molto bene. Non puoi definire una cosa se non puoi stabilire i suoi limiti nello spazio- tempo o predicarne qualità e caratteristiche qualsivoglia. Il tuo vero io, la coscienza, l’io-sono, è al di fuori di tutto questo, perché precede ogni oggetto percepito, ne è la condizione, è lo sfondo su cui il mondo appare, con tutti i suoi nomi, distinzioni, definizioni e descrizioni. -Porfirio: Dunque, se ho capito, l’io-sono è uno stato, ma può essere solo vissuto senza poter dire che cosa è. -Maestro: Proprio così, è l’essere senza-limiti, su cui ci si può pronunciare solo per negazioni, come ben sanno da sempre i mistici. “Io sono” non appartiene al dominio del finito. Ogni esperienza è segnata dal limite: inizia, si attua e si conclude. È un frammento nel tempo, un evento che appare e scompare. Il finito è la trama dell’esperienza, ma “io sono” non coincide con essa: è ciò che la rende possibile. E come la luce che illumina le cose senza appartenere ad esse. -Porfirio: Un mistero grande. Tu hai usato il termine “finito” per indicare il mondo con tutte le sue realtà. Questo vuol dire che…? -Maestro: Che l’io-sono/coscienza è senza limite, dunque infinito. -Porfirio: Vuoi dire che rimanere nell’io-sono è essere nell’infinito? Che noi siamo infinito? -Maestro: Sì, esattamente questo. Le parole appartengono al campo del finito, degli oggetti, quindi sono impotenti a descrivere l’indescrivibile. Al massimo possiamo dire che l’essere non accade nel tempo e nello spazio, ma è ciò che accoglie tempo e spazio. È lo sfondo immobile su cui si dà il mondo delle esperienze. “Io sono” non è un fatto, ma un principio intuitivo e certo: è presenza pura, senza inizio né fine, che precede ogni esperienza e la oltrepassa. -Porfirio: Dunque noi viviamo già nell’infinito. Perché è così importante realizzare questa verità? -Maestro: Il finito vive nell’infinito. Ogni emozione, pensiero o percezione è una vibrazione temporanea, una forma momentanea che l’infinito assume per conoscersi nel limite. L’esperienza è il linguaggio del finito, “io sono” è il respiro dell’infinito. L’infinito non cerca, non diviene, non si compie: semplicemente è. Quando mi identifico in ciò che passa sono nelle catene dell’ignoranza; quando mi riconosco in ciò che permane sono nella libertà dell’intelligenza. È una differenza decisiva da tenere presente se vogliamo sapere chi siamo e vivere in pace. -Porfirio: Ora mi sembra che il cammino si stia facendo impervio. Sento il bisogno di fermarmi e prendere tempo per riflettere. Devo tornare nel finito e viverlo e osservarlo ancora un po’ per poter intravedere l’infinito. -Maestro: Sì, sono d’accordo, è giusto, continueremo la nostra meditazione in un’altra occasione. Intanto continua a interrogarti, a osservarti, cerca le tue risposte. Cerca il silenzio in cui cessa il movimento dell’esperienza, allora l’infinito si svela come ciò che sempre è stato: pura presenza. In quel riconoscimento, il “fare esperienza” si dissolve e resta soltanto lo stato nudo dell’essere – l’eco immobile e imperitura dell’io-sono. 7 ottobre 2025
Perché sono qui nel mondo? Sono qui perché un desiderio mi chiama a tessere il filo che unisce il finito all’infinito e cercare nel silenzio il mistero dell’essere. Sono qui per scoprire i confini dell’anima e andare a vedere cosa c’è oltre le forme. Sono qui per porre impellenti domande che nessuna risposta potrà mai soddisfare, pronto ad abitare il territorio dell’incerto dove ogni certezza svanisce e mi libera. Sono qui per dar voce a ciò che è oltre le parole, per tessere pensieri che non siano catene ma ali. Sono qui per conoscere e abbracciare il limite, comprendere che esso dischiude nuovi orizzonti e di là ci fa scorgere un disegno più grande. Sono qui per vedere nello sguardo dell’Altro quello che ancora devo ritrovare in me. Sono qui perché la vita è una grande domanda, ogni istante un enigma da risolvere. Sono qui per rendere conto del tempo che fugge, per dare memoria dell’attimo che si consuma. Sono qui per testimoniare la bellezza del semplice fatto di vivere nel mondo. E forse il senso ultimo del mio esserci non è da cercare altrove, in complicati luoghi, ma nel semplice fatto di essere presente, di lasciarmi attraversare dal nulla e dal tutto. E riconoscere in questo oscillare il dono di vivere. 6 ottobre 2025
-Discepolo: Maestro, cos’è la bellezza? -Plotino: Non posso parlare del bello se non nel linguaggio della poesia. Ascolta dunque Eufrasio e cerca di cogliere ciò che è al di là delle parole:
La bellezza non è ornamento esteriore. Non è grazia della forma sensibile. È un richiamo, un varco, un passaggio. È luce immateriale che filtra dall’Uno. È riflesso dell’armonia eterna che dal divino discende su noi.
Ogni cosa bella custodisce un segreto, non brilla da sé di propria luce, riflette un ordine più alto e perfetto, partecipa di una Idea che la trascende. La rosa è bella ed emana la sua luce perché manifesta l’Idea che le dà vita. Un volto, un suono, un gesto, un colore: tutto può diventare simbolo del bello che incanta, toglie il peso del mondo, apre lo sguardo e purifica il cuore.
Vivere il bello è compiere un viaggio. L’anima innocente contempla rapita, vola nell’Oltre sulle ali della nostalgia e risvegliata ricorda le sue origini. È un’ascesa interiore verso l’eterno, una liberazione dai vincoli del tempo, il ritorno alla patria mai dimenticata.
Bello e amore sono fedeli compagni. Amare è accogliere la luce superna, quell’intelligibile che si rivela a noi e traspare nelle forme sensibili come un filo che unisce terra e cielo.
L’essere è bellezza e la bellezza è essere. Noi siamo belli quando siamo ciò che siamo, quando rimaniamo fedeli al nostro essere, all’invisibile Idea che abita in ogni cosa.
Ascolta queste parole, caro Eufrasio, falle tue, medita, cerca sempre la bellezza. Vivi la silenziosa attesa del ritorno all’Uno, scopri quell’unità che abita già nel cuore. Vivi le virtù che rendono luminosa la vita. Non c’è al mondo altra cosa più degna. 4 ottobre 2025
-Discepolo: Cos’è questa legge dei sette anni che insegni nella tua dottrina? -Maestro Pitagorico: Secondo noi Pitagorici ogni sette anni comincia un nuovo ciclo della nostra vita. Una legge infallibile governa il tempo dell’uomo e lo porta a un costante rinnovamento. Dopo un settennio la vita compie una svolta, come se un invisibile architetto ridisegnasse a fondo le nostre forme interiori. -Discepolo: È perché noi cresciamo e ci trasformiamo? È il cambiamento della nostra forma corporea? -Maestro Pitagorico: Non si tratta soltanto del corpo, che lentamente muta, ma dei pensieri, dei desideri, dei modi di vivere. Ciò che appariva incrollabile improvvisamente perde la sua presa e lascia spazio ad altro. È come un sipario che cala per aprirsi su un nuovo capitolo dell’esistenza. -Discepolo: In che modo avete scoperto la scansione settennale? Con un calcolo matematico? -Maestro Pitagorico: Il numero sette nella nostra visione non è un semplice calcolo: è un ritmo universale della vita che scandisce i suoi cicli. La legge dei sette anni è scritta nei numeri, ma soprattutto nelle pieghe della nostra esperienza. È l’espressione di un profondo principio cosmologico e simbolico. Essa ci ricorda che non siamo una realtà statica, bensì un flusso. Dopo sette anni non siamo più chi eravamo: se ci osserviamo da lontano spesso stentiamo a riconoscerci. -Discepolo: Quindi cambiamo il nostro essere? Diventiamo qualcun altro? -Maestro Pitagorico: In un certo senso sì. Prova a chiederti: dove e cosa ero sette anni fa? Come era il mio corpo? Come era la mia mente? -Discepolo: Sì, ammetto che sono molto diverso rispetto ad allora, quando ero poco più di un bambino. Ma mi sento comunque sempre “io”… -Maestro Pitagorico: Allora adesso interrogati su quell’io che senti di essere. -Discepolo: Beh, è ciò che fondamentalmente sono, la mia identità costante e immutabile… -Maestro Pitagorico: Vediamo più da vicino l’insegnamento. Secondo noi Pitagorici ogni sette anni ogni minima parte del corpo si è rinnovata. È un’osservazione che fa parte della nostra scienza segreta, di cui non parlerò ora. Il corpo che avevamo sette anni fa non c’è più. E questo fatto è importante perché ci fa capire che noi non siamo il corpo… -Discepolo: Certo, altrimenti saremmo scomparsi nel niente per poi riapparire miracolosamente dal nulla… -Maestro Pitagorico: Sì, e in più non siamo la nostra mente, perché idee e pensieri di sette anni fa non li ricordiamo e non sono più quelli che abbiamo ora. Anche i pensieri di ieri sera non sono più quelli che abbiamo adesso. Questo basta per comprendere che noi non siamo la nostra mente, perché essa cambia continuamente, non è mai la stessa. -Discepolo: Dunque, se non siamo corpo e mente che vanno e vengono, cosa siamo? -Maestro Pitagorico: Siamo un’anima immortale. Quella è la nostra reale essenza. -Discepolo: Siamo esseri immortali? -Maestro Pitagorico: È ciò che noi pitagorici insegniamo, perché lo abbiamo visto e sperimentato. Segui questa intuizione e rimani con quello che in te è costante e immutabile. Quello è il vero “te stesso”. -Discepolo: Ma i cicli di sette anni si concludono prima o poi? -Maestro Pitagorico: L’infanzia, la gioventù, l’adolescenza, la prima e seconda maturità e la prima e seconda vecchiaia si susseguono in un ciclo che rispetta la scansione. Arrivati alla fine del ciclo ai settant’anni il giro ricomincia, ma ormai ripete solo il passato e difficilmente aggiunge qualcosa di nuovo alla personalità, al pensiero e a quello che siamo e sappiamo di essere. -Discepolo: La vita è dunque un cammino graduale di crescita e perfezionamento… -Maestro Pitagorico: Sì, ogni settennio è un ciclo di maturazione e di distacco. In quei passaggi lasciamo la vecchia pelle, abbandoniamo abitudini, desideri e paure che ci tenevano prigionieri, apriamo nuove prospettive. -Discepolo: Però il processo di maturazione non è sempre facile… -Maestro Pitagorico: Sì, è vero, talvolta è doloroso perché il cambiamento chiede tanto, ma alla fine si scopre che il soffrire aveva un senso. Accettare la legge dei sette anni vuol dire riconoscere che ogni fase ed esperienza vissuta era necessaria. Ciò che siamo oggi è il frutto delle nostre metamorfosi. La vita ci chiede di muoverci, di non restare uguali, perché il non cambiare è morte. Così, ogni sette anni, l’uomo si ritrova rinnovato, eppure fedele al suo destino: essere un cammino che mai si arresta. -Discepolo: Si può fermare questo processo? -Maestro Pitagorico: Ogni settennio siamo davanti a una soglia. La nostra identità si rivela più fragile e mobile di quanto crediamo. Ciò che sembrava solido diventa liquido, ciò che ci sembrava eterno si trasforma, nuove forme di pensiero e desideri emergono. Ogni settennio porta con sé una prova: un distacco, una nuova consapevolezza, un cambiamento inevitabile. Se opponiamo resistenza, il cambiamento ci appare doloroso e ingiusto; se lo accogliamo, possiamo riconoscerlo come via di maturazione. Chi rifiuta il movimento resta prigioniero di un’illusione, perché tenta di fermare ciò che è scritto nel suo destino. -Discepolo: Però ammetto di fare fatica a distaccarmi dal mio passato, una parte di me se ne va e io lo vivo come una dolorosa perdita… -Maestro Pitagorico: Capisco, accade a tutti. Ma ricorda, il tempo va visto come alleato, non come nemico. L’uomo che accetta la ciclicità comprende che ogni perdita è una trasformazione, che ogni fine è un nuovo inizio. Ciò che è passato ha svolto il suo compito, ha preparato la nascita di ciò che deve venire. E va bene così, è nella logica delle cose, nella matematica del vivere. Non dobbiamo giudicare il passato come errore, ma come una fase necessaria e superata. E il futuro va visto non come minaccia, ma come opportunità e promessa dell’inaspettato. -Discepolo: Dovrò meditare a lungo su questo. La legge dei sette anni cambia la mia visione di vita, offre nuove comprensioni, mi costringe a ripensare me stesso… -Maestro Pitagorico: Riconoscere quella legge significa accettare che come uomo non sei mai concluso, mai definitivo. Noi siamo esseri di passaggio, tessuti dal tempo, pellegrini che attraversano forme sempre nuove di sé. -Discepolo: Sento che questo insegnamento è giusto e vero. Ma dovrò lavorare a fondo su di me per superare la paura del cambiamento, che comunque avverrà in ogni caso… -Maestro Pitagorico: La vita ci chiede di non aggrapparci a ciò che è stato e accettare l’insicurezza. La saggezza consiste proprio in questo: imparare a camminare dentro il mutamento senza timore, sapendo che la vita ci offre volti diversi, ma sempre fedeli al nostro essere profondo, all’anima immortale che siamo. Ogni ciclo è un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando. La trasformazione non ci allontana dalla nostra essenza, ma la rivela in modi nuovi. Impariamo a lasciarci condurre da questo ritmo, riconciliandoci con il tempo e con le sue metamorfosi. Così, vivendo sul crinale del tempo che passa la nostra anima rinnova i suoi confini invisibili. 3 ottobre 2025
Un alito che sfugge alla trama del tempo, un momento sospeso nelle radici dell’essere, un punto nell’universo, un infimo nulla che si interroga e scruta la notte cosmica alla ricerca di un senso… Questo io sono. Ogni stella è uno sguardo e una domanda: “Chi sono?”… “Perché?”… “Verso dove?” In quell’immenso spazio oscuro e luminoso il grande mistero si innalza all’eterno. La mia identità si dissolve e si ricompone come un labile soffio di polvere cosmica nel vortice di energia che tutto muove, nella forza primigenia che plasma i mondi. In quell’abisso di infinito vive il mio “io”, segnato dai limiti della sua finitudine, perso nelle acque agitate del dubbio, percorso da un profondo senso di nullità.
Ma proprio lì, nell’abisso della finitezza, germoglia la domanda sull’ultimo destino. La coscienza rompe il ciclo delle cause, il piccolo “me” assorbe in sé quell’infinito, lo vede, lo comprende, lo ama, lo rende vivo. Sa che la domanda non rimarrà inevasa, lo spettacolo del mondo è già la risposta. Ogni stella che scompare rivela la verità, ricorda che ogni nascere è già un morire, che in ogni inizio è già scritta la parola fine. E che questo vale per tutte le cose.
Tutto ciò che appare ha un’eco dentro di me, perché io non sono un semplice spettatore. Spinto dal bisogno di capire vado cercando nel cosmo che mi accoglie e mi abbraccia. Voglio abitare la domanda, voglio camminare sul confine tra il conosciuto e l’ignoto.
Sospeso tra l’ombra e la luce delle stelle sento che la mia caducità diventa un ponte: cade ogni distanza tra il cielo e l’anima: ogni astro lontano è un riflesso del mio essere, ogni bagliore remoto una promessa di senso. Contemplando in silenzio la volta stellata mi riconosco compagno di questo universo. E la ricerca del perché nascosto nelle cose diventa la più grande e gloriosa avventura. È il segreto custodito nell’”io sono”. Solo chi sa di essere polvere e lo accetta può avvicinarsi al mistero dell’infinito. 1 ottobre 2025
-Si dice che il Primo principio, il divino Uno, sia infinito. L’infinito è il senza-limiti. Vuol dire che l’Assoluto esiste in un tempo senza fine e in uno spazio illimitato? -No, l’Assoluto esiste in un non-tempo e in un non-spazio. Un tempo che va avanti senza fine non potrà mai completarsi, perché ci sarà sempre un “dopo” che rimane, rimarrà sempre ancora un’infinità da percorrere. Anche miliardi di miliardi di anni non saranno mai un infinito, ma un perpetuo tendere senza mai giungere a un termine. Il tempo come noi lo conosciamo, quello dell’orologio, è per sua natura progressivo, limitato e inconcluso. Non può essere il tempo dell’Assoluto che è l’eterno immobile. -Quindi il divino non conosce il trascorrere del tempo, quello che chiamiamo “divenire”, perché lo trascende. Ma lo spazio? -Lo stesso vale per lo spazio. Lo spazio deve sempre contenere un qualcosa che lo fa esistere altrimenti è nulla. Ma ogni “qualcosa” è una dimensione finita, relativa, dunque è in sé un confinamento, una limitazione. Lo spazio non può essere perciò il “luogo” dell’Uno senza limiti. -Allora l’eterno infinito cosa è? Dove e come vive l’Assoluto? -È da nessuna parte e in nessun tempo, come si è detto. Ma essendo senza limiti contiene in sé infinite realtà, compresi il tempo e lo spazio. E le manifesta senza per questo uscire dalla sua unità e immutabilità. -Come si può pensare l’Assoluto? Contiene tutto ma appare più come un nulla. Se togliamo tempo e spazio non lo si può neppure immaginare: non è un qualcosa, non è un processo o una realtà che diviene, sfugge ad ogni comprensione e definizione. È come una dimensione oscura, silenziosa e senza limiti dove nulla accade, una realtà immobile e vuota, inquietante e quasi spaventosa… -Se cerchiamo di raffigurarci l’Assoluto in termini spazio-temporali può apparire così. La nostra mente limitata non è in grado di afferrare una realtà che la trascende, annaspa nel buio. È come per una persona non vedente: come può farsi un’idea dei colori se non li ha mai visti? Per lei giallo, verde e rosso saranno solo parole vuote, un buco nero. -Dicevamo che il divino è eterno, non soggiace al divenire e permane uguale a sé stesso. Ma come si concilia con il fatto che contiene in sé spazio, tempo e un’infinità di cose? Non si rompe così la sua unità? Non diventa molteplice, frammentato e limitato? -L’Assoluto è immutabile e insieme il creatore di tutta la molteplicità del divenire nel tempo e nello spazio. È un paradosso estremo, per noi inconcepibile: la coincidentia oppositorum di unità e molteplicità, essere e divenire, tutto e nulla. -È una cosa per me difficile da comprendere, soprattutto la coincidenza di movimento e immobilità… -Allora pensala così: all’interno di sé l’Assoluto si muove, ma appare immobile perché lo fa a una velocità infinita che fa coincidere la quiete e il movimento, il nulla e il tutto. Poiché si muove ad una velocità infinita è presente ovunque, in ogni tempo, in ogni luogo e direzione, in un solo istante di non-tempo. E in quel non-tempo c’è tutta l’infinità di ogni realtà possibile. In quell’apparente nulla c’è il tutto. -Puoi farmi capire meglio con un esempio concreto? -Immagina di far ruotare una corda con un piccolo oggetto al suo estremo. Se l’oggetto raggiungerà una velocità infinita sarà ogni istante in ogni punto della circonferenza. Tu vedrai un cerchio immobile e solido che in realtà sarà un’illusione creata dal movimento infinitamente veloce. Un’apparenza ingannevole, come accade quando le ruote girano a gran velocità e i suoi raggi sembrano fermi. -Dici che il movimento del piccolo oggetto rotante attaccato alla corda produce un cerchio, ma che questo è un’illusione, un miraggio. È così anche per il mondo? -Esattamente. Gli oggetti che vedi intorno a te appaiono solidi per la velocità di movimento e rotazione della materia, degli atomi che la compongono. Parliamo comunque sempre di velocità finite, anche se relativistiche e difficilmente immaginabili. Ogni realtà materiale si muove e vibra a vari livelli di frequenza. E da questa derivano le sue caratteristiche, il suo colore, la consistenza, il suono, ecc. -E se io potessi cambiare la frequenza di vibrazione di un oggetto elevandola a un livello superiore? Cosa accadrebbe? -Semplice, l’oggetto cambierebbe le sue qualità e magari sparirebbe alla tua vista, anch’essa un processo vibratorio materiale, perché non ci sarebbe più possibilità di sintonizzazione e comunicazione. -Mi domando però del nostro mondo, l’universo in cui viviamo: esiste da sempre e per sempre? -Se il tempo e lo spazio sono finiti tutto ciò che è contenuto nel tempo e nello spazio è limitato e finito, che sia oggetto, fenomeno, realtà o processo. Ora, ciò che è diveniente e limitato non può essersi autocreato. E per la sua finitezza è impermanente, è nato e morirà. Solo ciò che è un Principio assoluto, autocreato ed eterno può creare in un istante Singolare lo spazio e il tempo e tutte le realtà e i fenomeni che in essi sono contenuti. -Dunque il mondo che vediamo è stato creato da un Essere infinito e perfetto. Si può dimostrare con i mezzi della ragione? -Torniamo al principio-cardine che già gli Antichi ponevano come assioma: nulla può venire dal nulla. Il nulla assoluto non può produrre qualcosa. E poiché noi vediamo che qualcosa esiste, dobbiamo concludere che la realtà finita, ovvero il mondo, non può essersi creata da sé, deve provenire da un Primo principio infinito, eterno, perfetto, autosussistente e atemporale, non diveniente e indistruttibile. -Prima dicevamo che l’Assoluto è insieme tutto e nulla. Allora cosa si intende qui per “nulla”? -Il Nulla qui non è il niente assoluto. È un’infinita intelligenza immateriale, senza confini, illimitata e immutabile che ci appare come “nulla” perché è pura potenzialità, pensiero non ancora in atto, creatività sconfinata e imperscrutabile. -E noi umani? Quale è la differenza con l’intelligenza dell’Assoluto? -La nostra è un’intelligenza legata allo spazio-tempo, limitata nelle sue possibilità e nella creatività. Rispecchia come frammento quella divina, ma rimane confinata al mondo materiale, è localizzata e meccanica, è solo un sofisticato sistema di calcolo finalizzato alla sopravvivenza dell’individuo. -Questo spiega perché l’Assoluto non lo possiamo comprendere… -Certo, almeno finché rimaniamo confinati nel nostro intelletto legato alla materia. Non possiamo concepire il trascendente, il pensiero non può superare i suoi limiti. -C’è una possibilità di andare oltre? -Sì, si possono aprire le porte dell’intuizione, l’intelligenza superiore che permette di sintonizzarsi col Primo principio. Ma questo è un discorso complesso che non possiamo affrontare oggi. Lo riprenderemo dopo che avrai riflettuto a fondo su questi temi. -Queste considerazioni mi affascinano, ma alla fine mi chiedo: come renderle concrete e farle ricadere nella mia vita? -Sono riflessioni che servono ad aprire la mente. Non pretendono di diventare per te una conoscenza o un’esperienza. Sono solo un invito alla ricerca, un sasso lanciato nello stagno, uno stimolo perché si attivi la tua immaginazione creativa. Il resto verrà col tempo, senza fretta, sarà un progressivo cammino di conoscenza. -E questo può aiutarmi a vivere meglio? A essere più sereno e felice? -Noi cerchiamo in primo luogo la verità, a questo dedichiamo la nostra vita. Quanto più si approfondirà la nostra comprensione tanto più forse ci sentiremo sereni e felici. Ma questo sarà solo un effetto secondario, un sottoprodotto della ricerca, non il fine di essa. -Capisco… Ma sento che la mia mente vacilla, brancola nel buio. Mi sento un nulla, impotente di fronte alla grandezza di un infinito incommensurabile e incomprensibile… -Tu, come ogni altra cosa, non vivi fuori da quell’infinito. Pur nel tuo piccolo, sei un frammento di quell’Intero. Sei l’Assoluto che guarda sé stesso da uno dei suoi infiniti punti di individuazione. Accetta l’idea di essere l’Assoluto e coltivala come un ricordo che riemerge da un’atavica memoria. Prima sarà soltanto una mera convinzione, poi col tempo diventerà una precisa sensazione nel corpo e nella mente, un’esperienza di apertura. Il sentimento di espansione psico-fisica sarà prima una cosa solo immaginata, poi pian piano diventerà un fatto, la cosa più reale. E non dubiterai più della sua verità. Nascerà un’intuizione che ti rivelerà quello che sei nella tua ultima essenza. Un profondo sentimento ti invaderà ricordandoti quello che da sempre sapevi, una verità sempre presente che disperso nelle cose del mondo avevi dimenticato. 6 settembre 2025
-Porfirio: Come si fa a non credere in nulla e nessuno? Sì, perché tu dici che devo confidare solo nel mio discernimento e non in conoscenze tratte dall’esterno… -Maestro: Certo, confermo le mie parole. Non serve a molto credere in una verità non sperimentata di persona. La semplice convinzione non si trasforma mai in sapienza. -Porfirio: Ma come si fa a non credere nella tradizione dei propri avi e della propria città, in costumi e usanze secolari? Non potrei fare un passo avanti se, come mi dici, dovessi confidare solo in me stesso… -Maestro: Innanzitutto dobbiamo chiederci che cosa cerchiamo e quale è la sapienza cui aspiriamo. Inoltre, credere in se stessi non è qualcosa che possiamo scegliere o no, è un dato di fatto a cui non si può sfuggire. Fammi l’esempio di una tua credenza… -Porfirio: Sicuramente credo nella nostra tradizione, negli dei che adoriamo… -Maestro: Dunque credi in te stesso. -Porfirio: In me stesso? Non capisco… -Maestro: Chi ha stabilito che credere negli dèi degli avi sia la cosa giusta? Chi dà credito a quell’autorità che chiami tradizione? -Porfirio: È una cosa che tutti dicono e insegnano e… -Maestro: Dunque tu prendi per vero quello che dicono gli altri? -Porfirio: Sì, anzi no… Chi decide cosa devo credere o non credere è… (breve pausa) beh, a pensarci bene… alla fine sono sempre io stesso. -Maestro: Dunque, credi a ciò che tu ritieni vero e giusto. Tutto torna sempre alla tua “autorità” e capacità di discriminazione, alle tue scelte. Tienilo presente perché da qui parte la vera ricerca. -Porfirio: Ma allora, se non posso contare sugli altri, come raggiungere il vero sapere? -Maestro: Il mio messaggio è: liberati da tutti i dogmi, metti da parte quello che conosci, riparti da zero con mente libera e curiosa, rifuggi da ogni verità accettata in modo ingenuo, cerca la visione diretta. Per quanto la tua fiducia possa essere lodevole, assumere qualcosa per fede vuol dire mettere fine all’indagine personale, è una restrizione dell’intelligenza. Questo per me è un delitto, è la rinuncia a essere liberi, è essere schiavi di costumi e convenzioni ripetitivi e morti. -Porfirio: Quindi tu non hai una dottrina da insegnarmi? -Maestro: Se intendi una dottrina bella e pronta da trasmetterti, assolutamente no. -Porfirio: Non hai raggiunto qualche verità? Perché allora tutti ti chiamano maestro? -Maestro: Se ti consegnassi delle verità già pronte farei per te la cosa peggiore, ti illuderei e ti priverei della capacità di ricercare da solo. Io posso solo darti gli strumenti per compiere la tua indagine in autonomia. -Porfirio: Tutto da solo? Io non sono un maestro, sono un discepolo sprovveduto, non mi sento in grado di camminare da solo sulle mie gambe. -Maestro: Ecco, proprio questo è il primo ostacolo da riconoscere. Ed è il più importante da rimuovere. -Porfirio: Ma tu hai raggiunto la sapienza? Hai concluso il tuo viaggio di ricerca? Se tutti ti chiamano maestro non è perché hai una verità da offrire agli altri? -Maestro: Gli altri possono chiamarmi come vogliono. Forse ho trovato un mio sapere, ma non posso consegnarlo come se fosse un dono o la pagina di un libro. Io posso invitare alla ricerca e dare qualche consiglio, ma non posso parlare di cose che non sono un’esperienza per chi ascolta. E comunque il cammino di conoscenza è un’apertura senza fine. Quando giungi a scoprire chi sei, quello è solo l’inizio. -Porfirio: E io chi sono? Lo devo scoprire da solo? -Maestro: Certo, come fa qualcun altro a dirti chi sei tu? Fidati del tuo intuito. Vediamo: qual è la cosa più semplice e immediata che puoi dire di te? -Porfirio: La cosa più semplice… che sono un uomo? -Maestro: No, Porfirio, quello è già un concetto acquisito, trova un modo più diretto per definirti. -Porfirio: Allora posso dire semplicemente: “io sono”, sono un qualcosa che è. -Maestro: Bene, siamo andati più a fondo. Allora ci interroghiamo sull’”essere che sei”, è fondamentale, non credi? -Porfirio: Sì, stavolta lo credo, perché lo vedo e lo so… -Maestro: Quindi tu sei un qualcosa che è, un ente. Ma qual è il tuo modo di “essere un essere”? Qual è la tua natura? -Porfirio: Sono un ente dotato di ragione? -Maestro: Anche qui, proviamo ad andare più a fondo… -Porfirio: C’è qualcos’altro prima della ragione? -Maestro: Chi vede e può dire “sono un ente ragionevole”? Non certo la ragione stessa… -Porfirio: Mi chiedi chi osserva tutto questo? Forse una parte di me? Una mia facoltà? È la coscienza? -Maestro: Sì, la coscienza, ma non è solo una tua facoltà. Tu sei coscienza. Non puoi immaginare nessuna esperienza, percezione, sensazione o pensiero che non siano accompagnati dalla coscienza. Quello è il vero “io” che sta a fondamento di ogni tua realtà, quella è la tua vera natura. Nota che la coscienza può esistere anche senza sensazioni, percezioni o pensieri, non viceversa. -Porfirio: Possibile? Io ci sono anche in assenza di pensiero? Mi sembra inverosimile. Si può dimostrare questo? -Maestro: Prova per un momento a creare uno spazio tra due pensieri, non è difficile. Magari sarà solo per pochi istanti, perché poi il pensiero involontario prenderà subito il sopravvento. Mettiti alla prova… -Porfirio: Vediamo… (passa qualche istante) Ho pensato a un cavallo bianco, poi c’è stato un momento di vuoto… e dopo è spuntato il pensiero di una gara in cui c’era quel cavallo. Sì, tra due pensieri c’è stato un breve spazio in cui non c’era nulla. -Maestro: Perfetto. Vedi? Hai dimostrato di esserci anche senza il pensare. Nello spazio vuoto tra due pensieri tu c’eri ancora, non eri sparito o finito chissà dove. L’intelletto taceva, ma tu eri sveglio, in attesa del prossimo pensiero. Questo mostra che “tu” non coincidi col tuo pensiero, anche senza il pensare sei ancora lì come coscienza lucida, attenta e viva. Devi concentrare la tua ricerca sulla coscienza, questo è ciò che devi esplorare, il resto è perdita di tempo. -Porfirio: Sì, lo farò, cercherò di farlo con tutte le mie forze. -Maestro: E mi raccomando: non devi credere nemmeno in quello che pensi. -Porfirio: Neanche a quello che penso? -Maestro: No, perché ora hai capito che tu sei coscienza, non sei il tuo pensiero. I pensieri che passano per la mente non sono il fine della ricerca, semmai un ostacolo. -Porfirio: Dunque io sono coscienza… come posso esplorarla? -Maestro: Il tu-coscienza è ciò che contiene ogni esperienza possibile. Allora osservalo e poniti delle domande. -Porfirio: Quali domande? Mi fai qualche esempio? -Maestro: Puoi cominciare così: cosa è questo io-coscienza? Quali sono i suoi confini? Ha dei limiti? È cosa diversa da quello che vedo intorno? Lo posso descrivere? È separato da quello che chiamo mondo? Va e viene? Nasce e muore? Cambia e si trasforma? È un pensiero, un concetto o una teoria? È un’esperienza? È un sentimento? E via dicendo… Le domande sono infinite ma fanno capo a una sola, semplice e unica: Chi sono io? -Porfirio: Non è un tornare sempre al punto di partenza? -Maestro: Le domande rimarranno all’inizio a livello intellettuale, poi penetreranno in te e la risposta arriverà: non in parole, concetti o pensieri perché questi saranno del tutto superati, ma come intuizione, illuminazione improvvisa. Allora le domande scompariranno tutte insieme e resterà solo quello che sei, la tua realtà fondamentale, la tua vera essenza. Questa è la visione diretta. Il resto verrà col tempo, tocca a te scoprirlo. -Porfirio: Però alla fine voglio provocarti: devo credere a quello che dici? -Maestro: Questa volta sì, dai fiducia a queste mie parole. -Porfirio: Ma non ti stai contraddicendo? Prima dicevi che credere non… -Maestro: Sì, certo, ma io non ti dico che cosa devi credere. Ti invito ad andare a vedere chi sei, ti aiuto a capire come puoi farlo. Poi lo farai tu da solo in piena autonomia. Ti sto ricordando la cosa più banale, che sei capace di conoscere te stesso. Accetta il mio invito, ascolta le mie parole, poi dimenticami e procedi per la tua strada. Quello che troverai, quella sarà la tua verità, una realizzazione che solo tu conoscerai, che nessuno ti avrà regalato e nessuno potrà portarti via. 30 giugno 2025
Salivamo la collina in quella grigia sera di novembre. Una pesante pioggia ci aveva sorpresi in cammino e stanchi e affamati cercavamo rifugio per la notte. Bagnato dalla testa ai piedi guardavo Francesco che procedeva con passo lento ma risoluto, incurante del diluvio e della grande fatica. Di lontano occhieggiavano le prime luci del paese, ma la strada era ancora lunga per le nostre gambe e il desiderio di un riparo sovrastava ogni sentimento.
Mentre il buio si faceva più fitto Francesco parlò. Lo faceva spesso per ricordarci il nostro voto e spronarci a dedicare ogni momento allo spirito: “Dimmi Leo, chi è colui che è un vero santo?” Camminavo in silenzio, piegato dalla stanchezza, ma subito sentii che la mia anima si risvegliava: “Colui che fa miracoli e dona la vista ai ciechi?” “No Leo, non è questo per noi il vero santo…” Un lungo silenzio scandito solo dai nostri passi… Mi sentivo confuso e perplesso, la testa china. Poi Francesco con un dolce sorriso riprese: “Nemmeno chi ha grandi conoscenze è un santo, dovesse anche sapere tutti i segreti dell’universo!” “Allora -dissi- è forse colui che ammansisce il lupo e parla con gli uccelli e gli alberi e le stelle?” “No, caro Leo, neppure questo fa di lui un santo…” Cercavo di trovare dentro di me una risposta, dimentico ormai dei miei piedi doloranti, mentre un vento freddo spazzava la collina e il sentiero bagnato si faceva più insidioso. “Chi è dunque un santo?” riprese Francesco “Dammi la tua risposta, Leo, la sto aspettando…”
L’amore di Francesco arrivava come un’onda, ci sommergeva fino a toccare la nostra anima era come il fuoco che riscalda e rischiara la notte. Quando ci rivolgeva la parola e ci guardava qualcosa in noi si scioglieva e prendeva il volo… La notte adesso era diventata buia e fredda, ma non ascoltavo più il disagio e la stanchezza, la cosa importante era rispondere a Francesco, accogliere le sue parole che erano un invito a volgere sempre lo sguardo all’Altissimo. “Forse -dissi- santo è colui che ha rinunciato e vive in totale povertà, come i primi apostoli…” Francesco si fermò e sussurrò con voce gentile: “No, neppure questo basta per essere santo!” A questo punto non fui capace di trattenermi, l’ardore giovanile mi fece diventare irruente: “Ti prego, Francesco, dammi tu la risposta, il mio cuore è inquieto, la mia mente confusa, credo di non sapere più cosa sia la santità!” Lui mi sorrise ma non aggiunse una parola. Riprendemmo il nostro cammino in silenzio. La pioggia non ci dava tregua e il buio era fitto, io trascinavo un corpo ormai sfinito e dolorante.
Ma ora si intravedevano le prime luci del paese, tornava il desiderio di una zuppa e un giaciglio. Francesco si fermò alle prime case del borgo: “Guarda con attenzione, forse avrai la risposta!” “Finalmente saprò cosa vuol dire essere santo?” “Ora batterò alla porta di quella locanda laggiù. Dirò al locandiere che siamo due frati pellegrini e chiederò accoglienza e un riparo per la notte. Forse il padrone della taverna ci caccerà dicendo: ‘Andatevene vagabondi, qui non c’è posto per voi!’ Ma noi insisteremo e batteremo di nuovo alla porta e se stavolta uscirà col bastone gridando ‘Via!’ quello sarà per noi il momento più importante, lì saremo messi alla prova dalla grazia divina. Dovremo essere capaci di guardare quell’uomo con gli occhi dell’anima e vedere in lui il divino!” “Lo faremo, Francesco, anche se ci maltratterà? Anche se ci manderà via senza alcuna pietà?” “Dio è dappertutto e in ogni cosa, mio caro Leo, nella sua Creazione tutto è buono, bello e giusto. Forse quel fratello non lo sa o l’ha dimenticato, ma noi che seguiamo la regola lo sappiamo, dunque tocca a noi ricordarglielo con gentilezza e mostrare cosa sono la carità e la compassione…” Le parole di Francesco mi toccavano il cuore, ma sembravano un messaggio troppo alto per me, -io che ero un povero frate, giovane e inesperto. “Non è facile -dissi- seguire la via della santità. Temendo il locandiere e le sue minacce, con la stanchezza e questo freddo e il buio per un momento mi ha preso lo sconforto…” Questa volta Francesco mi guardò fisso, i suoi occhi brillavano, mi leggevano dentro. “Ricorda, Leo, che Dio è sempre con noi, ci accompagna e ci accudisce ogni momento, dobbiamo ringraziarlo e lodarlo a ogni respiro e rimanere lieti e in pace in ogni circostanza. Dio è anche questa pioggia e questo buio, è questo vento che soffia e ci gela le ossa, è questa stanchezza e la fame che ci divora.” La mia anima assetata beveva ogni sua parola… “Tutto accade sempre e solo per Sua volontà. Non solo la bellezza, la gioia e la buona fortuna, anche il dolore e la morte fanno parte del gioco. Non dobbiamo rifiutare nulla di quello che viene, ogni cosa ha il suo posto nella poesia del Creato, tutto è buono nel grande Cantico dell’esistenza!” Ci fu un breve silenzio, poi Francesco riprese: “Sei pronto a seguire questa via di santità, Leo? A vivere in pace vedendo ovunque solo il divino?” Questa volta le parole non erano necessarie, dal mio cuore la risposta, un solo, grande “Sì”.
E in quel momento la Provvidenza divina… Una vecchina si affacciò alla porta di casa e ci fece un gesto, invitandoci ad entrare. Ci offrì una scodella calda e un giaciglio asciutto, ci fece ristorare davanti al camino e ci ospitò, in quella notte così fredda, senza dire una parola. Poi fu di nuovo giorno e ripartimmo per Assisi… 28 giugno 2025