
226 Il tuo volto originale
Studente Zen: Maestro, come posso guarire dalle mie collere irrefrenabili?
Bankei: Fammi vedere queste collere.
Studente: Non posso farlo così sui due piedi, accadono quando meno me lo aspetto.
Bankei: Allora non sono la tua vera natura. Se lo fossero, potresti mostrarle in qualsiasi momento.
-È un aneddoto profondo che fa nascere una domanda: si può conoscere la nostra vera natura?
-La nostra natura è inafferrabile e non descrivibile in parole. Il soggetto umano tenta di definirsi, ma non potendo vedersi come oggetto rimane inconoscibile a sé stesso.
-Quindi non potremo mai arrivare a cogliere la nostra vera realtà, la nostra essenza ci sfuggirà sempre…
-Forse si può arrivare per un’altra via. Intanto, cominciamo col distinguere: ciò che ci appartiene perché in noi è sempre presente; ciò che non ci appartiene perché va e viene.
-Perché è importante questa distinzione?
-Se una cosa è inerente alla nostra natura non può cambiare, deve rimanere sempre uguale a se stessa, inalterabile.
-Come dire, una mela rimane sempre una mela, può cambiare colore, sapore o altre caratteristiche, può essere qui o là, in situazioni diverse, ma il suo nucleo essenziale deve per forza restare costante, perché è quello che la fa essere ciò che è.
-Ecco, mi hai appena dato la definizione aristotelica di sostanza e delle sue categorie. Secondo Aristotele, sostanza è ciò che permane, mentre le cose che le accadono, i cosiddetti accidenti, mutano. La nostra vera essenza, quella che ci descrive e ci definisce, non può essere qualcosa di mutevole o incostante. Se sei un uomo, tale rimani, in qualsiasi condizione, perlomeno finché sei vivo. Non diventi un’altra cosa, altrimenti vuol dire che è cambiata la tua sostanza, la tua identità essenziale. Gli accidenti invece sono tutte le cose che vanno e vengono e che Aristotele inquadra nelle categorie di spazio, tempo, relazione, modo, qualità, quantità, eccetera. Le categorie descrivono la parte più esterna e superficiale di un ente, mentre il centro immutabile che esprime il quid est è la sostanza, il vero essere, “ciò che sta sotto” e, per così dire, fa da sostegno alle altre caratteristiche.
-Provo a fare un esempio: Nikos è un uomo, è bruno, ateniese, giovane, studente, si trova nell’agorà, sta parlando con un amico, è vicino a un tempio, è di buon umore, ecc. Questi sono tutti aspetti relativi a spazio, tempo, qualità, quantità, modalità, relazione, ecc. che sono sempre suscettibili di cambiare, anche da un momento all’altro. Ma di questi uno certamente non può assolutamente mutare: il fatto che Nikos è un essere umano. Questa è la prima realtà, la sostanza, la sua essenza. Ed è un fatto innegabile, incontrovertibile, non opinabile…
-Sì, bravo, questo è il modo di descrivere una sostanza, cioè un soggetto, con le categorie aristoteliche. Dunque ora possiamo andare alla ricerca di cosa vuol dire essere uomo, ci interroghiamo su quale sia l’essenza dell’umano.
-La via di Aristotele ci porta a conoscere la nostra vera realtà?
-Quella aristotelica è una descrizione famosa che forse non basta a definire la nostra natura di uomini. Quando abbiamo stabilito che l’uomo è un “animale dotato di ragione” non siamo ancora arrivati a dire tutto di ciò che siamo come soggetti umani. C’è un gustoso aneddoto -forse inventato- a questo proposito. Platone aveva definito l’uomo un “bipede implume dotato di ragione”. E allora Diogene per dileggiarlo si era presentato alla folla con un pollo spennato dicendo: “Ecco l’uomo di Platone!”.
-(ridendo) So che Diogene il cinico era un tipo ben strano, ma questa storia del pollo mi sembra geniale…
-Diogene voleva mettere in risalto il fatto che la definizione di Platone non spiegava tutto quello che l’umano è. E che comunque ogni tentativo di descrivere l’uomo è sempre insufficiente.
-Cosa manca ancora alla definizione tradizionale?
-Tornando all’aneddoto del maestro Bankei, nella visione dello Zen l’approccio razionale può valere per le cose che conosciamo, ma non per noi stessi. Il soggetto conoscente non può vedere sé stesso, non può comprendere la sua realtà rimanendo sul piano dell’intelletto. Deve sperimentarla, viverla direttamente, farla diventare una realizzazione. Nel linguaggio dello Zen si tratta di scoprire “il proprio volto originale”.
-Non basta affermare che siamo animali razionali?
-Secondo te, non c’è qualcos’altro oltre la nostra ragione?
-In effetti, se ci penso, alla nostra natura appartiene anche qualcosa di più. Siamo esseri dotati di ragione, ma anche e soprattutto coscienza…
-La coscienza, o meglio la consapevolezza, è presente in ogni istante per tutta la nostra vita, accompagna tutte le nostre rappresentazioni, fa da sfondo a ogni esperienza.
-E allora, se vogliamo arrivare alla coscienza?
-Come dicevamo prima, cominciamo col mettere da parte quello che in noi non è stabile e quindi non ci appartiene: sentimenti, percezioni, sensazioni, idee, azioni, memorie, abitudini, scelte, convinzioni, teorie, esperienze, sogni, fantasie, propositi, progetti, ecc… Sono innumerevoli le cose che non ci appartengono perché cambiano o si esauriscono, arrivano e se ne vanno, spuntano dal nulla e scompaiono dalla memoria. Dobbiamo vivere nel distacco, prendendo le distanze dall’accidentale, dal provvisorio, dal transitorio. Allora rimaniamo con quello che è essenziale, ciò che resta, ciò che davvero siamo.
-C’è modo di descrivere questa realizzazione? Lo so, hai detto che le parole sono sempre insufficienti, ma si può fare un tentativo?
-I saggi Zen dicono che prima dobbiamo comprendere di non essere il nostro corpo, la nostra mente e la nostra storia, che sono il cumulo di percezioni, memorie e pensieri di cui si diceva. Poi, se si persevera con serietà e costanza, può giungere improvviso un momento di illuminazione che lo Zen chiama satori. Tutto ciò che è inessenziale scompare. Rimane solo il silenzioso testimone di tutto ciò che accade, la profonda, limpida consapevolezza che è la nostra vera natura.
-Basta sapere questo per arrivare alla conoscenza di sé?
-Naturalmente non basta sapere, bisogna realizzare l’esperienza del sé, il risveglio illuminante che rivela la nostra natura fondamentale. Non è un processo razionale, né un’esperienza in senso stretto, è lo svelarsi intuitivo del nostro stato originario. Che non può essere descritto in parole, perché è una dimensione oltre il conosciuto.
-Capisco che è un cammino lungo, da fare in prima persona. Perciò in ogni situazione che vivo devo chiedermi: questo è una cosa che passa o rimane? E continuare, continuare, senza sosta, andando sempre più in là…
-Sì, procedi così, vai avanti e avanti, fino in fondo. E vedrai dissolversi pian piano la zavorra di tutte le cose che non sei. Strati e strati di incrostazioni cominceranno a cadere, finzioni e illusioni e idee errate svaniranno. E rimarrai solo con te stesso. Allora finalmente sarai di fronte al tuo volto originale…
22 aprile 2025









