
266 L’anfora di Talete
-C’è un aneddoto poco conosciuto sul filosofo Talete: quello dell’anfora. Non so se corrisponda ad avvenimenti reali, potrebbe essere un’invenzione, come tante leggende fiorite intorno a personaggi famosi…
-Conosco la storia e per quel che ne so potrebbe essere del tutto inventata. Ma se ci insegna qualcosa, se ci offre uno spunto per riflettere, ben venga. Noi non siamo dei filologi, ma cercatori del vero. Se un mito ci intriga, il fatto che riferisca cose reali o immaginarie passa in secondo piano, ci interessa il suo significato.
-Ecco la storia: si racconta che Talete, ormai anziano, sedesse ogni sera davanti al porto di Mileto, osservando i riflessi dell’acqua, assorto nei suoi pensieri …
-Possiamo capire quella fascinazione. Talete è famoso per aver individuato nell’acqua l’arché, il principio universale da cui tutto ha avuto origine.
-Sì, e su questo…. Un giorno un giovane si avvicinò per confrontarsi con il vecchio saggio: “Tu che dici che tutto è acqua”, gli chiese, “come può l’acqua pensare?”. Talete rimase in silenzio, poi immerse un’anfora vuota nel mare e la tirò su piena fino all’orlo…
-Interessante. Talete non dà la prima risposta a parole, non corre subito alla teoria. Fa un gesto concreto, risponde con un esempio.
-Il giovane rimase perplesso, non capiva il significato di quella risposta. Allora il filosofo: “Osserva, finché l’anfora è nel mare non sai dove l’acqua cominci o finisca. Ma quando la sollevi, ti accorgi che l’acqua non è più il mare. Prima era senza confini, una con il Tutto, ora è diventata una forma individuale, ritagliata da quell’infinito.”
-Una visione profonda. E come reagì quel giovane?
-Dicono che a queste parole si mise a ridere, facendo finta di aver compreso…
-Lo facciamo tutti quando un messaggio supera le nostre capacità. Quel giovane rappresenta la persona comune che non sa elevarsi a una visione più alta.
-Poi Talete aggiunse: “Così è il pensiero. Quando pensiamo, l’essere entra in noi come il mare nell’anfora. Ma nel momento in cui lo conteniamo, lo dividiamo. La verità diventa parola, si fa piccola e limitata.”
-Una bella lezione. E come si conclude la storia?
-Talete lasciò cadere l’anfora e l’acqua in essa si confuse di nuovo con il mare. C’è anche un curioso seguito: da allora i pescatori di Mileto giurano di udire, nelle notti più tranquille, un sussurro delle onde che dice: “Conoscere è separare ciò che è uno.”
-Quanti simboli e metafore in questo aneddoto! Devo dire che coglie bene l’essenza della prima filosofia greca. Anche se inventato mi sembra degno di una riflessione approfondita. Da dove partiamo?
-Direi dalla metafora dell’acqua: finché è unita al mare non ha confini, ma chiusa nell’anfora assume una forma, si separa…
-E separata da quell’infinito diventa figura, idea, parola. Così è il pensiero, che accoglie l’essere e nel pensarlo lo limita. Ciò che era infinito e senza limiti ora ha un contorno, una necessità, una ragione d’essere, si può pensare e nominare.
-Quindi il pensiero cerca di catturare l’essere, di contenerlo nelle parole, in concetti e definizioni. È ciò che chiamiamo conoscere…
-Sì, ma il primo principio sfugge, non sopporta il concetto. Rinchiuderlo in parole significa tradirlo. Ma è proprio così che opera il pensiero. Pensare è trattenere per un istante l’infinito, sapendo che non lo si può mettere in gabbia, che comunque ci sfuggirà. L’acqua prima o poi tornerà al mare, il luogo da cui proviene.
-Però noi abbiamo bisogno di interrogarci sul primo principio, vogliamo sapere la verità di questo mondo…
-Talete sapeva che ogni conoscenza è un’illusione necessaria: un contenitore fragile che si riempie per un istante di infinito, prima di rompersi. Non possiamo catturare la verità del mondo, dobbiamo lasciarla scorrere, nel movimento tra la forma e la non-forma.
-Questo aneddoto ci dice qualcosa di importante? Ci parla ancora oggi?
-L’anfora di Talete sarà pure un mito inventato, ma contiene un importante insegnamento. Indica una ferita aperta nella storia del pensiero. Anticipa il dramma della filosofia occidentale: il tentativo di imprigionare l’infinito nel linguaggio, di fissare il divenire in una formula.
-Cosa si deve fare allora?
-Talete lascia cadere l’anfora nel fiume. L’acqua ritorna nell’illimitato. Fuori dalla metafora: bisogna saper accogliere l’essere e poi lasciare che torni all’origine. La nostra conoscenza è fragile, non ci sono certezze, il nostro destino è vivere in bilico tra il finito e l’infinito. E dobbiamo accettare questa condizione.
-Oggi si esaltano la scienza e la conoscenza umana. Ci sono macchine che potenziano enormemente il nostro sapere.
-Siamo sommersi da una marea di pensieri. Archiviamo, salviamo, conserviamo tutto, come se la memoria potesse sostituire la comprensione. Talete, lasciando cadere l’anfora, ci insegna che la conoscenza autentica è ciò che resta nel lasciare andare le idee, senza aggrapparsi ad esse, senza assolutizzare e mitizzare le forme del conoscere.
-Dunque oggi usiamo ancora le anfore. Ma non sono utili?
-Oggi le anfore hanno cambiato forma. Non sono più di terracotta. Le chiamiamo algoritmi, reti informatiche, intelligenze artificiali. Raccolgono dati con l’illusione di poter comprendere il Tutto imprigionandolo, rendendolo disponibile al pensiero. Ma l’infinito non si fa addomesticare, non si può contenere in una macchina.
-Le macchine intelligenti però esercitano grande attrazione e danno sicurezza. Ci permettono di studiare il mondo e dominarlo…
-È proprio questa l’illusione. Un algoritmo è un pensiero che ha smesso di interrogarsi. Non conosce l’errore, non conosce il rischio e la paura, non conosce la vertigine del “non so”. È l’anfora perfetta: non si rompe mai, ma non sa più cosa sia l’acqua. Talete, nel suo gesto silenzioso, aveva capito ciò che la nostra epoca dimentica: pensare non è calcolare, non è dominare, ma accogliere la presenza dell’infinito. L’intelligenza vera non è quella che si rifugia nelle certezze, è quella che accetta di essere toccata dal caos.
-Forse dovremmo tornare anche noi al porto di Mileto…
-Sì, il mare continua a chiamarci. Ci ricorda chi siamo, da dove veniamo e dove siamo diretti.
-È questa la vera filosofia che cerchiamo?
-La filosofia non nacque per sapere, ma per capire di non sapere. E per imparare a lasciar essere quel mare infinito, senza cercare di possederlo e spiegarlo. Dobbiamo ascoltare la voce dell’essere, accoglierlo nel pensiero, poi restituire tutto al luogo da cui proviene. Questa è la più alta forma di intelligenza per noi esseri umani. È il dono che l’anfora di Talete ci ha lasciato.
1 novembre 2025









