Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Nelle limpide notti saliva su quel colle dove l’immensità si apre allo sguardo e muto ammirava miriadi di stelle punteggiare tremolanti il firmamento. Sospeso in un silenzio profondo, di là dei suoni e delle luci del borgo, osservava gli immensi spazi neri mentre indecifrabili parole dal nulla tracciavano segni nella sua anima. E come goccia si scioglieva nel tutto, perduto in quella vastità senza nome dove l’incontaminato essere si rivela oltre i limiti di ogni umano intendere. Era un dolce naufragare nell’infinito che non conosce causa e fine e non pretende ragioni o scopi, interminato spazio senza origine dove tutto e ogni cosa nasce e vive in un eterno peregrinare nella luce. Là il Poeta aveva trovato l’eden perduto, dove ebbe i suoi natali il primo uomo. In quel luogo c’è solo innocenza perché bene e male non si conoscono, non giudizio o pensiero che divide, solo pura coscienza di ciò che è. Il pensiero errava in sovrumani silenzi oltre la siepe e il colle dell’infinito, poi lo sguardo diventava più acuto e contemplava l’ultimo orizzonte nella quiete, tra lo stormir di fronde. Una visione oltre lo spazio e il tempo che è presenza del tutto in ogni cosa, consapevolezza che tutto abbraccia, coscienza che frange i limiti del sé. 4 gennaio 2024
-Mi chiedo se siamo sempre consapevoli di pensare e soprattutto se siamo del tutto coscienti e padroni di quello che pensiamo… -Il pensiero è un processo spontaneo che avviene al di là del volere cosciente. Puoi vedere tu stesso, l’esperienza diretta ci testimonia che nella mente ogni cosa appare da sé: percezioni, volizioni, immagini ed emozioni appaiono sullo schermo mentale senza che si possa riconoscerne l’origine, senza la decisione di un “io” al comando. -Un pensare senza “io”? Come è possibile? È una cosa che mi suona molto strana… -Osserviamo allora quello che accade: il pensiero che si presenta nella tua mente in questo momento è spuntato da solo e apparentemente dal nulla. Non è difficile constatare questo fatto, è una cosa così ovvia che non ci facciamo mai caso. -Ma io posso decidere in questo momento di pensare una certa cosa, posso creare un’immagine nella mia mente e proiettarmi nel passato o nel futuro. E questo è certamente un atto della mia volontà… -No, guarda con attenzione. Anche l’atto di volontà compare come un pensiero tra gli altri. Che tu decida una cosa o un’altra, che tu ti pronunci per il sì o per il no, tutto questo appare sullo schermo della mente in modo automatico. E tu semplicemente lo accogli come un fatto nella tua coscienza. -Pensavo di essere un soggetto padrone del suo pensiero! -Se così fosse potresti decidere di nutrire la tua mente solo con pensieri di felicità e di pace, ma così non è. Chiunque di noi sa quanto è difficile cacciare via i pensieri ripetitivi, sensazioni e sentimenti negativi. E quello che vale per i pensieri vale anche per le immagini, i desideri e le paure. Sappiamo come sia difficile e spesso impossibile governare i nostri fantasmi interiori. Tutta la psicologia moderna insiste sul fatto che noi non siamo padroni neppure in quel luogo che è la nostra mente. -Già, c’è tutto il lavoro dell’inconscio che si muove sottotraccia. Per questo l’agire dell’uomo appare spesso così mutevole e irrazionale. -La psicologia moderna ha ripensato profondamente la definizione di quello che noi chiamiamo io, senza però scalzarlo dal centro del nostro essere e mantenendolo come sinonimo della nostra coscienza. Qui invece lo stiamo mettendo in discussione radicalmente, ci interroghiamo sulla realtà della sua stessa esistenza. -Se è vero, allora quello che noi chiamiamo io e che rappresenta la nostra persona e noi stessi, in che modo deve essere concepito? -Quell’io che crede di volere e pensare e si sente sempre padrone di sé in realtà è un fenomeno illusorio, è anch’esso solo un pensiero che si produce come tutti gli altri, una costruzione mentale falsa e chimerica. Ci può essere un pensare anche senza che ci sia colui che pensa. -Il pensiero dunque si attua senza un soggetto che che lo governi o lo diriga? È un fenomeno che accade senza l’intervento di un “qualcuno”? -Certo, guarda quello che succede quando due persone conversano con foga animata parlando velocemente. Si vede chiaramente che prima di pronunciare le parole le persone non hanno avuto il tempo di pensarle, perché lo scambio è troppo immediato e rapido. Il pensare e il parlare sono un unico fenomeno non separato. Potremmo dire che le parole sono il pensiero in azione e che il pensiero sono quelle stesse parole articolate nella mente. Non c’è tempo, non c’è spazio per un soggetto pensante. -Ma la scienza cosa dice di questo “io fantasma”? La neurofisiologia e gli studi sulla mente si pronunciano su questo fenomeno? -Certo, e in modo sorprendente. Gli studi più avanzati confermano con strumentazioni scientifiche che ogni idea e atto di volontà appare nel cervello qualche secondo prima che questo diventi un pensiero cosciente o un’espressione del linguaggio o un’azione. Prima che la coscienza operi tutto è già dato e compiuto, quindi non possiamo parlare di un pensiero o una decisione davvero consapevoli. L’”io” arriva sempre dopo… -Scioccante, ma allora la domanda diventa: chi pensa? Il pensare scaturisce dal caso, dal caos, dal nulla? -Chiediamoci se sia possibile concepire il pensiero senza un soggetto che pensa, come atto che non si deve riferire per forza ad un centro pensante. -Questa prospettiva mi sembra destabilizzante, toglie la terra di sotto ai piedi, crea un vuoto: noi non pensiamo, siamo invece “pensati”… -Be’, se come soggetti noi non ci siamo più, nessun problema! Chi dovrebbe mai rimanere destabilizzato o scioccato? -E quindi cosa resta, alla fine? -Rimane tutto ciò che è, tutto ciò che avviene e si presenta nella mente e nel mondo da essa pensato nella sua assoluta e semplice verità, l’essere senza limiti che è ogni cosa. -C’è per caso qualche filosofo nella storia che ne ha parlato e concorda con questa prospettiva così radicale? -Il filosofo Spinoza ce lo ha spiegato con una metafora: il sasso scagliato in aria dalla mano ricade in basso con una parabola, ma, supponendo che possa pensare, è convinto di avere deciso in autonomia e di aver fatto quel volo in piena coscienza. Così succede anche per l’essere umano che cade nell’illusione, convinto di essere padrone di volere e di autodeterminarsi nel suo vivere, nell’agire e nel pensare, quando in realtà è anch’esso una costruzione del pensiero. -Il pensiero di…? -Di ciò che Spinoza chiama l’Assoluto, perché solo Quello esiste… Un principio infinito, inconcepibile, indescrivibile, che è tutto ciò che è. -E l’essere umano? Ha ancora un ruolo e un senso nella storia del mondo? -Ogni uomo è uno sguardo dell’Assoluto che vede se stesso da un punto di vista limitato e particolare. Ognuno di noi è quell’Uno che vuole conoscersi e lo fa manifestandosi in forme individuali che vivono ciascuna un’esperienza unica e irripetibile. -Dunque in questo senso esiste solo Quello, noi siamo solo uno degli infiniti punti dai quali il Tutto vede se stesso. Ma in quanto individui autonomi non esistiamo realmente… -Direi che hai compreso molto bene. Noi siamo un’illusione data dalla limitatezza del pensiero che si restringe nell’identità di un corpo e proietta un io fantasmatico, una sorta di ombra chimerica che sembra avere una sua autonomia. L’Intero si guarda attraverso un suo frammento e dice “io”. Ma c’è solo Quello, “noi” siamo nulla… -Allora forse riesco a capire anche il linguaggio dei mistici quando si rivolgono a Dio e dicono: io sono nulla, esisti solo Tu… Come Meister Eckhart e tanti altri. Non sono solo parole poetiche dettate dall’entusiasmo religioso… -No di certo, stanno parlando di una vera esperienza oltre il limite. Quei grandi uomini (apparenti) non perdono tempo in espressioni superficiali. E usano le parole fin là dove possono arrivare, il resto è lasciato al silenzio… -Non pensavo saremmo arrivati così lontano nel nostro dialogo. È un cammino impegnativo. Ora devo darmi il tempo di riflettere sui temi emersi. -Sì, prendi tutto il tempo che vuoi, nessuno vuole costringerti a credere ciò che non è tuo. Ma sappi che la realizzazione del “pensiero senza io” si dà in un solo sguardo intuitivo che, quando il tempo è maturo, si rivela da sé in un istante. Allora quello che chiamiamo io si guarda nello specchio, si cerca e vede solo il vuoto… 2 gennaio 2024
-In che modo possiamo pensare la realtà per comprenderla come un intero? -Prova a pensare la realtà come se fosse la pellicola di un film che si svolge davanti a te. -Non è difficile, mi piace andare al cinema davanti al grande schermo. -Poniamo ora due possibilità: vedere il film come si fa di solito, come una serie di scene che si srotolano nel tempo e si dipanano raccontando una storia… -Oppure…? -Oppure vedere tutti i fotogrammi della pellicola in uno sguardo d’insieme, in una visione totalizzante, dove le scene e i personaggi appaiono già tutti lì in un attimo senza tempo, dove non c’è nessun “prima” e nessun “poi” perché tutto è già accaduto, dove la trama, le situazioni, le figure, l’inizio e la conclusione convivono in un solo, unico, assoluto momento di pienezza e di totalità. -Una metafora piuttosto strana… -Per ora prova a mantenerla nell’immaginazione. Presto diventerà per te un’esperienza vera e reale. Nella ‘visione totale’ la coscienza coglie tutto e niente, pieno e vuoto, azione e non azione. È una coincidenza di opposti immediatamente fusi tra loro nell’Intero, un Caos primordiale che contiene già tutto e non conosce nulla, perché la consapevolezza totale non può afferrare il particolare. Se vedi la totalità di un panorama non puoi concentrarti sul dettaglio. -In effetti io “vedo” qualcosa solo quando la ritaglio, per così dire, dall’intero, dallo sfondo in cui appare mescolata con tutte le altre cose del mondo. -Sì, solo quando la consapevolezza si restringe e diventa limitata può focalizzarsi e “vedere” una singola scena o una sequenza del film. Quando la consapevolezza non è totale e si concentra su un punto specifico perde la vista d’insieme, ma compare il tempo con il prima e il poi, compaiono lo spazio, i colori, i significati, gli individui e le storie. Solo allora si può parlare di sequenze di fatti, di cause ed effetti, di collegamenti e concatenazioni che creano quello che definiamo il “mondo reale”. -Certo, se mi fermo a un fotogramma o a una scena del film posso cominciare a capire qualcosa e magari posso sperare di ricostruire pian piano una storia generale… -Ogni fotogramma del film porta ad un altro e ad un altro ancora, e così per le sequenze, creando una storia di tante storie sovrapposte e intrecciate tra loro, in una rete di corrispondenze logiche e di relazioni causali di infinita complessità. -Quindi la “nascita” della realtà nello spazio-tempo si deve alla nostra coscienza che seleziona, divide, collega, definisce, afferma e nega, ricostruisce storie. È come un fascio di luce che fa risaltare una cosa ma, mentre lo fa, nasconde tutto il resto… -E quel “resto” è il Tutto, il Mistero inconoscibile che non sarà mai svelato dalla limitata coscienza individuale. -Quindi la nostra coscienza non potrà mai cogliere la Totalità? -La coscienza che vede lo svolgersi delle cose nel tempo è parziale, infinitamente piccola rispetto al Tutto. Tieni presente che il restringersi su un particolare è cadere in un’illusione, è guardare le cose da un angolo limitato, in una forma angusta, dove la determinazione del particolare costringe a smarrire la visione d’insieme. -La prospettiva dell’individuo è dunque sempre un’approssimazione, una rappresentazione povera e fallace dell’Intero inconoscibile… -Sì, nessuno potrà mai vedere il film della vita nella sua interezza, nessuno potrà mai cogliere la totalità degli eventi del mondo, nessuno potrà mai abbracciare le infinite visioni sul Tutto. Il senso e la realtà di Ciò che è saranno sempre inattingibili. -Non ti sembra una visione un po’ deprimente? -No, è una visione che ci restituisce la dimensione dell’umano e ci ricorda i nostri limiti. -È per noi una barriera insuperabile? -No, può essere oltrepassata, come d’altra parte ci hanno sempre insegnato le grandi Sapienze del mondo. La visione della realtà rimane frammentata finché rimani nel punto di vista di un “io”, una coscienza individualizzata che di fatto è una restrizione, una limitazione della percezione. -Dunque l’io è il problema, cioè noi stessi siamo la limitazione. Come fare ad andare al di là del limite, cioè al di là di noi stessi? -La ristretta visione individuale può essere oltrepassata nello sguardo che rompe le barriere di spazio e tempo, nel superamento del principio di causalità e del senso di singolarità. Allora la totalità torna ad apparire, anzi rivela di essere sempre stata, una coincidentia oppositorum: causa ed effetto, libertà e necessità, essere e non essere, vita e morte si presentano come le facce di una Realtà unica, indistruttibile e senza tempo. -È un lavoro su di sé per eliminare l’io? È possibile? E poi cosa rimane? -Quando parliamo di “io” intendiamo quella realtà fittizia creata dal pensiero che si sovrappone alla vita che scorre in piena libertà. L’io e il principio di frammentazione e di individuazione che rompe l’unità dell’Intero separando il mondo in enti, persone, fatti e storie. Almeno in apparenza, perché alla fine è una sorta di costruzione mentale, un miraggio, una chimera destinata a dissolversi appena viene indagata. -È la via della meditazione? -È la via dello sguardo che va oltre le apparenze e rimane saldo nella coscienza-unità che non conosce separazione. È il riconoscimento del fatto che le ‘diecimila cose’ del mondo sono epifenomeni transeunti senza alcuna sostanza, mentre l’unica cosa che sempre è e permane, il Ciò che è, è il vero fondamento su cui tutto appare, lo schermo invariante su cui si proiettano infinite storie e personaggi e situazioni. -Quelle storie e situazioni sono quello che noi chiamiamo vita… -Esattamente, sono il film visto da un io dormiente, un sogno ad occhi aperti che può essere meraviglioso o drammatico, ma che non è la Realtà. Prima o poi lo spettatore si risveglia dall’ipnosi, si ritrova sulla poltrona con lo schermo bianco di fronte e comincia a distinguere il reale dal non reale. Ovviamente questa è una metafora che non può rendere in modo adeguato l’idea del Risveglio, che è vedere Ciò che è nella sua purezza e assolutezza, la Realtà percepita per la prima volta nella sua totalità. Qui si apre un lungo discorso sulle vie che sono la pratica del Risveglio, della Rimembranza e del Ricongiungimento. Ci vorrà un’altra occasione, i passi vanno fatti uno per volta, anche se realizzare l’Intero è un riconoscimento che non avviene nel tempo, anzi è la fine del tempo come noi lo sperimentiamo… -Voglio impegnarmi in questo cammino perché qualcosa risuona in me quando sento questi discorsi. Ho sempre la sensazione che nella realtà che conosco qualcosa mi sfugge, un ultimo senso mi elude. E la vita è breve, voglio capire la trama del film che interpreto e vivo ogni giorno. -Se parti da questo fermo proposito il cammino per te è già cominciato. E comunque lo sai che dovrai farlo da solo, nessuno potrà muovere un passo al tuo posto. -In quel caso non sarei libero… -E in più, l’idea che qualcuno possa aiutarti a liberarti rafforzerebbe la convinzione di essere schiavo di qualcosa. La libertà non è mai un risultato, non è alla fine, ma sempre solo all’inizio, viene prima del primo passo. -In effetti io mi sento e sono libero, chi mai dovrebbe donarmi ciò che ho già? -Bravo, è il sentimento giusto per iniziare una ricerca senza pregiudizi e paure. -Vorrei finire su una nota scherzosa… Potrò ancora sgranocchiare popcorn e godermi il film della vita davanti allo schermo? -Potrai assaporare la vita meglio di prima, perché anche nel mezzo dell’illusione sarai la Realtà che produce se stessa e si guarda e si ama senza filtri, barriere e divisioni. Il Reale è sempre l’Intero. Il frammento è un riflesso cangiante che va e viene. Godiamocelo pure, ma lasciamolo andare e venire, sapendo che la nostra vera natura è oltre ogni definizione, oltre ogni esperienza, oltre ogni limitazione che l’io rappresenta. 8 dicembre 2023
Shenzam meditava da molti anni. Totalmente dedito alla ricerca interiore non risparmiava tempo ed energie, ma qualcosa rimaneva incompiuto, mancava ancora un ultimo passo. Nonostante l’impegno e la disciplina il mondo con le sue storie quotidiane lo tratteneva nella prigione del banale, nella ripetizione vuota di gesti e pensieri e il lavoro su di sé sembrava languire. Dunque Shenzam prese la decisione di portare fino in fondo la sua ricerca per conoscere la propria ultima verità. Senza nascondersi, fuggire o mentire doveva scendere intemerato in se stesso a scoprire il volto del proprio io reale. Al di là di ogni disperazione e speranza, praticando l’attenzione senza giudizio, aggrappato alla pura coscienza di sé, Shenzam affrontò il compito più arduo. E molte cose cominciarono a rivelarsi. Così, alla luce della consapevolezza, meditando in uno spazio senza centro, sporgendosi oltre i limiti del pensiero, Shenzam si aprì alla chiara visione: il mondo e gli altri e le cose esterne apparivano come un film nella sua mente, un intreccio di pensieri, idee, sensazioni che sembrava uno spettacolo dell’assurdo, la narrazione senza senso di un folle. Si alternavano scene buffe e drammatiche, mescolanze di ricordi, emozioni e desideri, una giostra sconcertante di volti e situazioni che lo scuoteva alle radici del suo essere. Era questo il suo vero mondo interiore? Questa la sua realtà di grande meditatore? L’immagine di sé che aveva costruito come uomo di profonda spiritualità cominciava a sgretolarsi inesorabilmente in quel groviglio inestricabile di bene e male. Ma Shenzam si manteneva impassibile e continuava ad osservare distaccato, fermo nel proposito di non fuggire e di puntare al vero senza compromessi. Tutta la sua follia stava venendo alla luce, i suoi rapporti con il mondo, gli altri e le cose e insieme la sua realtà di essere umano, le sue paure, la sua fragilità e i suoi limiti. Ma intanto la mente e il cuore si purificavano. Perché non si può raggiungere la pace se dentro di sé si agita un fiume in piena, ma non si può sapere cosa sia la luce se non si è prima conosciuta l’oscurità. Davanti a Shenzam testimone silenzioso il “mondo reale” cominciò a dissolversi e con esso tutti gli affanni e le domande. Man mano che scendeva dentro di sé aumentavano il silenzio e la quiete, pensieri e problemi come foglie morte cadevano nel vuoto della consapevolezza. Come le onde che increspano un lago i pensieri in superficie andavano e venivano, ma in profondità tutto era immobile e silenzioso. La meditazione aveva fatto uscire dall’oblio tutto il passato accumulato nella memoria. Come frotte di animali fuggiti dalla gabbia i sentimenti erravano qua e là senza meta, ma poi qualcosa si acquietava, si riallineava ed emergeva potente una nuova sensazione di pace e di stabilità, di forza e chiarezza. Si svelava il vero Sé non schiavo dell’illusione, luce autorisplendente, coscienza illuminata. E con esso una dimensione senza tempo, dove ogni residuo del passato era dissolto, mentre l’io frammentato scompariva con il carro dei suoi deliri e i suoi fantasmi. Shenzam scopriva che al centro di sé rimane solo la pura consapevolezza, una coscienza trasparente senza confini. Era il dissolversi dell’io di fronte al Reale di cui aveva letto nelle parole dei Saggi, ma quella verità di sé non lo spaventava, una volta accettata era una benedizione, era la fine e il compimento di ogni ricerca. Era una beatitudine senza motivo e causa, la morte dell’io e la sua rinascita nel Tutto, lo svelarsi del grande mistero della vita sulle note della canzone eterna dell’Essere. 5 dicembre 2023
Non puoi conoscere una cosa se non conosci il suo opposto. Ogni polo si nutre del suo contrario, da lì trae la sua energia e la sua ragione di essere. È un movimento a spirale che muove da un lato all’altro per completare il cerchio, per creare una realtà vivente dove nulla viene rifiutato come sbagliato o superfluo. Aggrapparsi a una cosa rifuggendo da ciò che la nega è restare nell’incomprensione, in una visione sempre parziale dettata dalla paura di affrontare le cose per quello che sono. Se vuoi conoscere una cosa conosci anche il suo opposto, quello ti renderà trasparente la loro profonda connessione. E ancora… Non puoi conoscere una cosa se non la sai nominare, perché solo con la parola ne puoi segnare i confini. Non puoi conoscere una cosa se non ci passi attraverso, perché solo in quel contatto ne realizzi l’assoluta verità. Non puoi conoscere una cosa se non l’hai assaporata a fondo, perché è solo sulla tua pelle che essa fa sentire la sua realtà. E infine… Non puoi conoscere una cosa: Se non superi la paura di guardarla Se non l’hai conquistata da solo Se non l’hai integrata in te Se non ne riconosci il valore Se non hai sofferto per essa Se non ti sei esaltato scoprendola Se non superi l’attaccamento e non l’hai alla fine trascesa 1 dicembre 2023
Nulla di nuovo sotto il sole, nulla di nuovo in queste parole che vengono dall’antico originario, fonte di ogni parola e pensiero. Il già detto si ripete e si riascolta e tuttavia è sempre nuovo perché nuovo è l’ascoltante. L’antica parola si ripresenta, veste nuovi significati, scopre impensate sfumature, tesse complicate trame del discorso. Ma allo stesso tempo riproduce una saggezza vecchia come il mondo che non afferma nulla che non sia già sentito, perché il vero è già stato pronunciato dall’alba dei tempi e non può che raccontare e ricordare sé stesso in un gioco infinito. Nulla di nuovo sotto il sole, nulla di nuovo in queste parole, tranne per colui che per la prima volta le ascolta e in un momento le riconosce come sue. 4 giugno 2022
Solo dove è il Nulla c’è anche il Tutto, perché in quello spazio senza limiti si dà ogni possibilità. Nulla quindi non come vuoto o totale privazione, ma come non definizione, assenza di confini, dimensione primigenia del possibile e dell’impossibile, luogo da cui le cose spuntano innocenti e libere nella creatività originaria che precede ogni piano e progetto. E il Tutto non è semplice somma di cose ed eventi, non è accozzaglia sregolata emersa dal caos e dal caso. L’Esistenza è totalità che ha una sua perfetta architettura, mirabile progetto di una infinita sorgente perennemente in atto. La manifestazione nel tempo di una creazione sempre nuova rimanda a quel Nulla aperto originariamente ad ogni concepibile, con tutta la sua misteriosa follia e la sua sopraffina intelligenza, con la sua arte capace di rivelare una superiore bellezza. Ogni cosa comincia e torna allo Zero, luogo di essere e non essere. Nulla e Tutto sono gli aspetti inseparabili del Primo principio, eterno cominciamento e destino di ogni realtà manifesta. Nel procedere circolare degli eventi si dà ogni possibilità, fondata sullo Zero che, i saggi di un tempo lo sapevano, contiene l’infinito. Così deve essere e sempre sarà, dicono le antiche sapienze, secondo l’infallibile legge del Numero che abbraccia ogni cosa. 6 giugno 2022
Era comparso da chissà dove quel Viandante, era arrivato chissà come, chissà perché era venuto fin qui dalle lontane terre dove nulla accade -perché là c’è solo perfezione- giù in questo luogo così imperfetto dove tutto si mescola incessantemente, dove regna l’incertezza, dove domina l’arbitrio, dove ogni istante si presenta come scelta… Ogni viandante sa qual è la meta ma non sa perché viaggia. Quel perché ne farebbe svanire la bellezza. Anche quel Viandante non sapeva perché si trovasse per strada ma aveva l’ idea di uno scopo per il suo viaggio: cercare quel perché… Il viaggio si illumina solo alla luce del perché, di ciò che ha dato vita al movimento, il primo inizio da cui scaturiscono tutte le ragioni… Fu l’humus della terra a decidere del suo nome Non gli sembrò male il chiamarsi uomo ed essere destinato alla perenne ricerca. Da allora l’uomo frequenta e percorre la terra come eterno viandante spinto da un perché che non ha ancora capito, da una nostalgia che non ha ancora colmato. Ma è per questo che l’incantesimo del viaggio rimane inviolato. Come le cime dei monti innevate là in fondo… 8 giugno 2022
Ciò che l’occhio dell’anima di Platone vide superava l’immaginabile: le Idee dalla luminosa essenza, l’eterno Essere nella sua perfezione inviolabile, gli insondabili destini del Cosmo e degli umani, le reti del Tempo che tutto avviluppa e domina secondo ragioni che non sono dei mortali. Ma come descrivere tutto ciò? Come raccontare quella bellezza che sfugge ad ogni regola? Come rappresentare quella verità che trascende ogni parola? E così la filosofia si volse di nuovo al Mito, fonte e nutrimento di ogni sapere, parola che è immagine, lògos che crea, inesauribile nei suoi molteplici sensi. Fu il mito a fondare la filosofia, fu il mito a salvarla quando la parola si ritrovò muta di fronte al mistero dell’essere. La parola può svanire, non così l’immagine che si radica nel nostro sentire più profondo e da lì parla un altro linguaggio. Parola antica e sempre nuova, linguaggio pieno di figure metamorfiche, colori vividi, forme sfuggenti, potenti simboli indecifrabili suggestioni antiche e sconosciute che si volgono alla nostra anima primordiale indicando, mostrando segni, evocando il regno del sogno e della magia, riconducendo a casa chi si è disperso sulla via che porta al cospetto della dea Dike severa e giusta, che con lo sguardo fermo attraversa i tempi e attende paziente, insegnando ciò che oltrepassa la morte. Fu Platone che riconciliò Mito e Filosofia e trovò di nuovo il linguaggio dell’anima e ravvivando la scintilla dell’occhio interiore restituì all’uomo la sua unità perduta. 9 giugno 2022
Portare chiarezza dentro di te è il primo imperativo: In quello che fai, in quello che sei, in quello che senti, in quello che esprimi reca sempre la luce della tua coscienza. Agire senza consapevolezza vuol dire essere una macchina e ciò che è meccanico deve sempre essere guidato, non può agire secondo una propria volontà. Comprata, venduta, usata, apprezzata o svilita, il destino di una macchina è comunque di finire al ferrovecchio, senza un rimpianto, uno sguardo o il suono di un ‘grazie’. Portare chiarezza è vivere nella perspicuità: osserva sempre la motivazione del tuo agire, per renderti conto di quello che fai, di come ti muovi, delle persone che hai intorno, dei tuoi giudizi, delle conseguenze delle tue scelte che riguardano sempre anche gli altri. Devi sempre scovare il pensiero nascosto che alimenta la motivazione e il gesto, per capire quanto sei prevedibile e ripetitivo, un cumulo di pregiudizi e di automatismi al servizio di quella macchina che è il corpo-mente nel movimento incessante e caotico delle emozioni. È questo un grande insegnamento dell’Ethica: portare chiarezza non vuol dire negare, perché ciò che è respinto si rafforza e si nutre proprio di quella energia che lo vorrebbe combattere. Tutto nasce dalla luce riverberata in infinite forme. È la luce la vera forza della trasformazione che crea senza attrito l’alchimia della coscienza. Con la pazienza del molatore di lenti, nel silenzio meditativo di un’opera che deve compiersi, nella trasparenza del cristallo che rifrange la luce in mille modi, la motivazione compare limpida e spontanea e ad essa l’azione segue senza macchia. La coscienza consapevole di sé accoglie tutto senza aggrapparsi a niente o chiedere nulla e così rimane sveglia nella luce incontaminata. 21 luglio 2022