Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
L’allodola canta per tutto il giorno, ed il giorno non è lungo abbastanza. (Basho)
Volare fino a esaurire ogni goccia di sé, come l’allodola che canta tutto il giorno, e non serba mai nulla nel ricordo. Il giorno non è mai abbastanza lungo, ma chi non ha desideri lo rende infinito, perché desiderare è attendere il futuro, è fuggire via dal presente nel tempo. Se ti aggrappi allo scorrere delle cose osservi con angoscia il loro finire, vedi i tuoi progetti svanire nel nulla. Il non-desiderio rende eterno il momento, tutto allora è completo, colmo di sé e tu sei pago di quello che c’è nell’istante. La sera giunge prima che te ne accorga, la notte ti avvolge senza annunciarsi, ma se hai cantato tutto il giorno, se hai riempito di suoni il tuo mondo, se lo hai fatto rimanendo nell’adesso, sei pronto ogni momento per ciò che sarà. Vivere di progetti è vivere nel ‘dopo’, è dipendere da uno scopo e dal risultato. Vivere nell’ora è assaporare la libertà, è volteggiare leggeri come l’allodola. Certo la vita avrà sempre i suoi intenti, l’esistenza è progettare e abitare il mondo. Ma non servono piani per il nostro essere, il nostro nucleo interiore non vive nel tempo, è il luogo di una essenza che non muta. Per l’allodola il giorno è sempre breve, ma per lei il tempo non è una realtà, non vede la sera stendere il suo manto, non si cura dell’approssimarsi del buio. Ogni cosa ha la sua fine, ma lei non lo sa, non vive il tempo né può pensarlo. Essere e non essere nel mondo è la sfida. Essere e non essere nel tempo è la chiave. Solo l’uomo può vivere questa duplicità. Cercare un equilibrio sul filo del paradosso non è impossibile per chi è quel paradosso. L’allodola non sa di vivere, non sa di cantare e perciò non porta alcuna pena con sé. Noi viviamo sempre sospesi tra due mondi, cantiamo la canzone della nostra esistenza, ma sappiamo che tutto passa e se ne va. Non sempre riusciamo a ricordare chi siamo, dimentichiamo il nostro centro interiore e la coscienza del tempo ci travolge. Allora una pena segreta affiora in noi, lottiamo contro il tempo che fugge nel vano tentativo di trattenere l’attimo. Voliamo incerti nel turbine dei desideri. Cerchiamo un’eco per il nostro canto. Ma il giorno non è lungo abbastanza. 22 maggio 2024
Il Mistero greco viveva negli spiriti di Orfeo e Dioniso. Dalla Tracia Orfeo portava la forza della musica, arte psicagogica suprema, dono della divina Calliope. In essa dimorava la magia che lo faceva maestro: il canto della poesia e la forza soggiogante dei suoni potevano avvincere nell’incantesimo uomini e animali e condurre alla pace le inquiete anime dei trapassati. Orfeo conoscitore delle oscure dimensioni degli inferi insegnava la diversità tra l’anima immortale e il corpo, lo iato tra il divino pneuma e la sua prigione carnale. Con i Misteri orfici nasceva un mito della salvezza: la ricerca della superna dimensione dell’immortale era compito dell’uomo che riconoscendosi anima si preparava al transito nei regni dell’oltretomba. Trasformare la forza selvaggia delle pulsioni ferine, rifuggire dal corpo incatenato alla ruota dei desideri, superare la materia con una vita misurata e ascetica, partecipare ai rituali e conformarsi all’orphìkos bìos: ecco la via di liberazione dischiusa da Orfeo. Con lui nasceva in Grecia una religione misterica basata sulla purificazione e sulla contemplazione, un cammino sapienziale legato a una pratica di vita che avrebbe affascinato Pitagora, Platone e Plotino.
Dalla Tracia Dioniso portava la potenza della natura, la corrente vitale che percorre tutto l’universo. Dioniso era il dio ancestrale della vegetazione, la divinità del caos, dell’ebbrezza e dell’estasi. Con quel “dio notturno” enigmatico e multiforme la vita si celebrava nel suo furore libero e selvaggio infrangendo ogni legame, ogni regola e convenzione. Nei riti dionisiaci l’uomo si scioglieva dai lacci dell’identità, attraversava la follia per tornare a quel luogo originario dove bene e male perdono i loro confini e si fanno uno. Vivere pienamente la forza delle pulsioni animali, accettare le passioni del corpo liberando il desiderio, accogliere il mondo e fluire con la sua potenza smisurata, partecipare ai culti orgiastici per trascendere l’umano: ecco la via di liberazione che Dioniso apriva agli uomini. Con lui nasceva in Grecia una nuova religione dei Misteri basata sull’eccesso e sulla totale liberazione dei sensi, una sapienza legata a pratiche mistiche ed estatiche che avrebbe affascinato nei secoli tanti spiriti ribelli.
Noi umani siamo sempre alla ricerca del Mistero. Cerchiamo nelle cose un significato che le oltrepassi e ci porti ad afferrare il loro senso più profondo. Gli spiriti di Orfeo e Dioniso vivono ancora in noi, svelano il Mistero dell’armonia e della disarmonia. Orfeo ci insegna l’incanto della musica e dei suoni che riflettono la bellezza e la perfezione dell’anima. Quando siamo in sintonia con la nostra essenza un sentire superiore si risveglia e ci guida nella vita. Allora non dimentichiamo mai di essere spiriti eterni, sappiamo di avere un destino oltre la materialità, cerchiamo la concordia, la misura e l’equilibrio. Dioniso ci insegna la ricerca dell’unione mistica da realizzare abbracciando la forza vitale del cosmo. Ci chiede però di accettare le contraddizioni del vivente, la disarmonia fra anima e corpo, fra uomo e mondo. L’euforia e l’ebbrezza dei sensi sono il primo passo di un cammino che conduce all’unione con il Tutto. Noi umani siamo ora con Orfeo ora con Dioniso, vestiamo le loro maschere, ne viviamo lo spirito, riconosciamo in essi la nostra essenziale duplicità. Pur essendo prospettive profondamente diverse le due vie spirituali condividono la stessa meta: il superamento dei limiti della condizione umana, l’apertura a una vita superiore oltre la corporeità. Orfeo e Dioniso ci ricordano la ricerca del Mistero quando smarriti nel mondo l’abbiamo dimenticato, con una musica armoniosa, con una danza sfrenata, con la contemplazione, con il rapimento estatico. 20 maggio 2024
La farfalla vola senza alcun desiderio in questo mondo
(Issa Kobayashi)
Puoi volare solo se sei leggero, se puoi dispiegare le tue ali e nessuna brama le appesantisce. Come la farfalla, senza un pensiero, percorri i confini del creato, nessuno ti chiede dove vai e perché, nulla frena il tuo vagabondare. Tutto quell’infinito ti appartiene, spazio, tempo e colori della natura, la realtà risplende nella bellezza, il mondo si dischiude a chi lo ama. Ogni fiore dà un’emozione nuova, ogni luogo nasconde un segreto e non c’è fine a questo viaggio. E tu voli alto, non lasci traccia, non ti fermi ai piedi di un desiderio, non rimpiangi ciò che è lasciato, nessuna memoria ti può trattenere. Un’innata sapienza ti insegna ad avere senza possedere nulla, un’innata saggezza ti guida a essere libero senza lottare. I desideri trascinano in basso come la gravità che inchioda le ali, vivere senza attaccarsi alle cose dona leggerezza e libertà. Tu sai che puoi godere il mondo se sei distaccato e nulla vuoi, se la mente è sgombra dal giudizio, se non rifiuti nulla di ciò che viene, se ti allontani sempre col sorriso. Come la farfalla voli e non fai ombra, il tuo occhio innocente vede il mondo sempre come se fosse la prima volta. Con sguardo delicato sfiori le cose: le contempli senza toccarle, lasci che ognuna si mostri com’è, nella sacralità che la avvolge. Non c’è tempo per cambiare il mondo, la vita è troppo fragile ed effimera. Ma ogni giorno è un giorno nuovo, non un istante è sprecato, non un fiore. Questo è vivere nell’ora. Questo e vivere nell’eternità. 2 maggio 2024
-A volte vorrei vivere una vita ritirata e monacale, di rinuncia, lontano dal frastuono di un mondo precipitato nell’insensatezza. -Ti capisco, ma forse non è il frastuono il problema. Proviamo a esaminare più da vicino la questione. Noi siamo attratti dall’idea di rinuncia quando la vita si fa difficile, allora vorremmo dare un calcio al mondo e voltare le spalle a tutto per vivere in totale semplicità, liberi da obblighi e costrizioni, solitari come eremiti, magari in una grotta sull’Himalaya. -È un’idea che mi affascina. Via da tutto, in totale libertà… -Tutti prima o poi agogniamo a un gesto radicale di liberazione, a vivere senza i lacci che ci chiudono nella gabbia sociale, lontani dalla lotta che ci trasforma in aridi competitori, per trovare un luogo di quiete e la pace imperturbabile del saggio. -Non è questa una vita desiderabile? È meglio quella frenetica della città? Che senso ha correre senza sosta, senza sapere perché e verso dove? -Certo, una vita fatta solo di obblighi e fatica non è degna di un essere umano. Liberare se stessi è quindi un’idea giusta, ma non dobbiamo dimenticare gli altri. Ritirarsi dal mondo e isolarsi non deve essere un gesto egoistico. Uno spazio silenzioso di meditazione deve servire a capire chi siamo e cosa vogliamo, pronti però a ritornare nella giostra del mondo per dare una mano a chi ne ha bisogno. -Quindi sei contro l’idea di sparire, ritirarsi e rinunciare a tutto? -Non sono contro nulla, ciascuno fa le sue scelte e queste sono sempre personali e rispettabili. Mi limito ad alcune osservazioni che provengono dalla mia esperienza. Vivere in quella semplicità originaria, nudi come siamo venuti al mondo, si può rivelare un sogno chimerico. L’abito sociale è ormai incollato su di noi, ci lega alle convenzioni del vivere comune e ci condiziona, anche se siamo in un ritiro monacale. Alla fine il mondo te lo porti dentro. Puoi fuggire lontano mille miglia, ma le abitudini ti seguono come un’ombra e non è facile liberarsi dai problemi e dai meccanismi psicologici. -Quindi l’idea di rinuncia è sciocca e velleitaria… -No, non correre, diciamo che va rimodulata, ripensata per un mondo profondamente cambiato. E rimane valida anche la scelta della grotta sull’Himalaya, per chi la ritiene desiderabile. -Come sempre succede, sento il bisogno di chiarire un po’ meglio il concetto di rinuncia… -Sì, dobbiamo domandarci quale sia la vera rinuncia, perché ci sono molti modi di intenderla. -È rinunciare a tutto quello che si ha? È fare come Diogene che viveva nudo in una botte? -Non è difficile rinunciare alle cose esteriori, perché in fondo non ci appartengono, alla fine dei nostri giorni tutto ci sarà portato via, almeno tutto ciò che è provvisorio, non nostro. Diogene gettò la sua ciotola quando un bambino gli mostrò che si può bere con le mani. Ma non è questa la rinuncia più difficile, si può andare oltre, come lo stesso Diogene certamente sapeva. -A cosa altro si può rinunciare? -Non c’è solo la rinuncia alle cose esteriori, c’è anche la rinuncia alla proprietà interiore, a quello che ci identifica ed è fatto di memorie del passato, proiezioni nel futuro, brame e idiosincrasie, aspetti caratteriali, manie e circuiti nevrotici. -Uhm, in effetti, se non si fa un po’ di pulizia, non si è rinunciato a granché. C’è tutto un mondo dentro di noi da cui liberarci… -Sì, se il mondo esterno te lo porti dietro, quale isola deserta ti salverà? Sarà un cercare di fuggire da te stesso, dai problemi che sono incarnati nella tua personalità. -Quindi anche gli eremiti che si ritirano sulle montagne possono portare con sé i propri problemi e magari non vivono così in pace come possiamo pensare… -La pace è uno stato interiore stabile che non deriva dal togliere le cose esteriori. Queste forme di rinuncia sono illusorie. Se anche elimini i mobili, la televisione e il pappagallo impagliato rimani quello che sei. E con quello ti devi confrontare. -Quindi è quella interiore la vera rinuncia? -Sì, e se vuoi si può fare un passo ulteriore. Vera rinuncia è quella a ciò che ci appartiene più intimamente: il nostro io. -Rinunciare all’io? Come faccio a rinunciare a me stesso? Capisco di dover abbandonare il mio passato, le mie passioni e i miei desideri, ma l’io è la mia identità fondamentale, toglierlo sarebbe come annullarsi. -Certo, l’io non può essere facilmente eliminato dalla scena. Ma dobbiamo intenderci: qui non ci riferiamo all’io-coscienza che è ciò che noi veramente siamo, ma a quella sovrastruttura costruita nel tempo dalle abitudini e dalle memorie, che noi più propriamente chiamiamo “ego”. -Eliminare l’ego vuol dire rinunciare all’ egoismo? È la rinuncia più radicale e profonda? -Sì, è abbandonare ogni egocentrismo e ogni riferimento a sé. È rinunciare a quel mondo confuso e insensato che manteniamo dentro di noi. È lasciar cadere la maschera che ci siamo costruiti per difenderci nel mondo. -Vivere nell’assenza di io è il modo di vivere del saggio? È la rinuncia finale? -L’ego è una falsa costruzione, un coacervo di contraddizioni, ma è molto difficile abbandonarlo, perché bisogna innanzitutto riconoscerne l’esistenza. Quell’ego-io è la barriera tra noi e gli altri, tra noi e tutto ciò che esiste. È soprattutto la barriera che ci separa dalla nostra vera essenza. -E una volta arrivati a questo, che ne sarà della nostra vita nel mondo? Perché dicevi che bisogna tornare lì di nuovo… -Pensa, essere dei monaci nel bel mezzo della piazza del mercato, che cosa fantastica! Sarebbe un’esperienza unica, vivere in pace nell’occhio del ciclone, essere soli in mezzo alla folla, essere nel mondo senza appartenervi. In effetti noi siamo qui di passaggio, nulla rimarrà di ciò che avremo costruito, porteremo via solo ciò che saremo stati, il resto sarà polvere che vola. -E le altre persone? Noteranno qualcosa e capiranno? -Credo che nessuno se ne accorgerebbe, tranne qualche Diogene capitato da quelle parti. I segni della vera rinuncia sono la quiete interiore, la compostezza, la gentilezza, l’intelligenza, la saggezza e l’equilibrio. Le persone ancora prigioniere nel caos del mondo non avrebbero il tempo né la capacità di riconoscere chi ha fatto quella scelta. -Dicevi all’inizio che non è il frastuono del mondo il problema… -È il frastuono dentro di noi il problema reale. Se riusciamo a eliminare quello il rumore esterno non ci tocca più, il mondo diventa un gioco cui partecipare con animo lieto. E alla fine non rinunciamo a nulla di quello che conta, lasciamo cadere solo l’inutile e il superfluo. In questo senso, paradossalmente, non stiamo nemmeno rinunciando, perché tutto ciò che non ha valore non ci interessa più, non ci costa abbandonarlo. La pace che viviamo allora diventa pura saggezza, una conquista di inestimabile valore. -Qual è la prima cosa cui potrei rinunciare? -Questa nostra discussione. Non farne un peso da portarti dietro. Dopo avermi ascoltato rifletti e decidi per conto tuo. Rinuncia è anche questo: non aggrapparsi a un’autorità, avere fiducia in sé, far diventare tutto quello che si è una propria conquista. 30 aprile 2024
Con quel gesto rovesciò il banco e la mia vita. L’Uomo della Provvidenza apparve in un lampo e nulla fu per me quello che era prima. Gli affari nel tempio andavano a gonfie vele, il mio banco di cambiavalute era affollato, era frequentato da una moltitudine di persone spinte dal bisogno o dalla brama di lucro. Non mi ero mai domandato se fosse giusto portare in un luogo sacro la più profana delle arti, lo scambio di denaro per l’utile e il guadagno. Il tempio era diventato un chiassoso mercato, ma la consuetudine ci toglieva ogni scrupolo. Poi comparve all’improvviso quello Sconosciuto. Con furia rovesciò le nostre bancarelle di mercanti, liberò gli animali in gabbia, gettò bilance e monete, spazzò via tutto quel mondo come una tempesta. Eravamo sorpresi e arrabbiati con lo Straniero, il suo ci appariva un gesto violento di aggressione nei confronti di noi onesti e incolpevoli venditori. Ma nella confusione generale guardai quell’Uomo, nei suoi occhi non leggevo rabbia e indignazione, vedevo solo un sacro fuoco di passione e giustizia esprimersi in un gesto radicale e definitivo. Mentre la gente intorno rumoreggiava e inveiva io guardavo le mie monete cadute sul pavimento e per la prima volta le vidi per quello che erano: simboli illusori di un potere e una felicità terreni, falsi idoli di possesso del mondo materiale. Le colonne del tempio ora mi incutevano timore, le immagini sacre mi parlavano un’altra lingua. Io frequentatore del tempio per i miei affari sentivo di aver tradito la sacralità di quel luogo prostituendo per denaro la mia fede religiosa. Quando si è pronti tutto può cambiare in un attimo e forse la mia coscienza era preparata al salto. Fu la forza di quella Presenza a trasformarmi, bastò incrociare per un attimo il Suo sguardo per capire quello che ancora mi mancava. Non sapevo allora che si chiamasse Gesù quello Straniero apparso nel nostro mondo a salvare un’umanità dimentica di sé.
Oggi comprendo che il suo fu un atto d’amore per noi che non avremmo capito in altro modo. In quel gesto estremo c’era un insegnamento: Non sono le cose materiali che contano, non il denaro, l’utile e l’interesse privato. Siamo nel mondo per qualcosa di più alto, per vivere in modo generoso e autentico. Siamo anime in cammino per la salvezza, non c’è cosa più importante di questa. Aiutarsi a vicenda è giusto e necessario, nessun uomo è un’isola, siamo tutti fratelli. Dobbiamo rispettare la sacralità del tempio, ma ricordare che anche il mondo degli uomini, la natura e tutti gli esseri viventi del Creato sono da venerare come un tempio sacro.
Sì, Gesù mi insegnò una cosa molto importante: trasformare la mia esistenza in una preghiera. Da allora entro nel tempio e prego a capo chino. Sono ancora un mercante, ora vendo pane e farina, la gente viene a comprarli nella piazza del paese. Ma adesso guardo agli altri in modo nuovo, vedo la persona prima della cosa che mi chiede. E a volte mi capita di offrire a uno sconosciuto ciò di cui ha bisogno, senza chiedere nulla in cambio. Questa è per me la religione più vera e più grande, ringrazio Gesù per questo amore che mi ha insegnato.
Se stai ascoltando le mie parole, ti prego, ricorda: non farti ingannare dalle apparenze, vai sempre a fondo, non fermarti al gesto esteriore, alla superficie dei fatti, guarda sempre il fuoco interiore che li muove. E accogli con benevolenza chiunque ti si avvicini, non puoi mai sapere chi è davvero quello Sconosciuto. 28 aprile 2024
Dal Tao-Te-Ching di Lao Tzu: Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao, il nome che si può pronunciare non è l’eterno nome
Nel famoso incipit del Tao Te Ching troviamo il paradosso di ogni verità, la contraddizione di ogni ricercatore: se la vita scorre libera nel momento come rinchiuderla dentro le parole che sono rigide e approssimative? Vogliamo comunicare un’esperienza per renderne partecipi gli altri, ma alla fine ci dobbiamo arrendere: la verità non si può catturare né esprimere nel linguaggio umano, perché non è idea, concetto o ragione, non immagine, calcolo o definizione. La verità è uno stato dell’essere, qualcosa che può essere vissuto, non però raccontato e trasmesso.
È ciò che accade per ogni esperienza che vogliamo comunicare: La vista sublime del cielo stellato La profondità di un sentimento Il mistero di una creazione artistica Il colore delicato di un filo d’erba Il volo maestoso di un pellicano Il profumo intenso di un gelsomino Il sapore di una memoria cara Il calore di un’antica amicizia… Non c’è limite ultimo per il possibile, i colori del mondo sono infiniti, le esperienze uniche e irripetibili. Il pensiero logico e meccanico non riesce a contenere la vita che è sempre aperta, libera e folle. L’ossessione di dare un significato è la malattia della mente immatura. Qual è il significato del cielo stellato? Qual è il significato di un gelsomino? Se cerchiamo di dare una risposta il tentativo cade inane su se stesso. Vivere il rapporto con una cosa è già tutto il suo significato, è sentire di quell’unicità l’essenza, la bellezza e il mistero che racchiude. Noi stessi in fondo siamo un mistero: come spiegare la nostra esistenza? Quale ragione può dimostrarla? Quale parola può dire il significato? Quale libro può darci la risposta?
Leggiamo il Tao-Te-Ching di Lao Tzu e capiamo che qui le parole mostrano il loro ultimo limite, oltre quelle c’è solo il silenzio. Un silenzio gravido di esperienze, un vuoto interiore vivo e palpitante, un ineffabile stato dell’essere: questo è il canto del Realizzato, voce senza parola e senza suono, gesto che indica, suggerisce e invita. 26 aprile 2024
-Leggo questa frase del Buddha: “Tenersi aggrappati alla rabbia è come tenere in mano un tizzone ardente con l’intento di scagliarlo sugli altri. Ma l’unico che viene bruciato sei tu”. Puoi spiegarmi il significato di queste parole? -È un’esperienza che facciamo tutti: un nostro desiderio viene ostacolato e da lì frustrazione, risentimento e rabbia. Allora siamo pronti a scagliarci contro chiunque passi nei dintorni. Se non siamo persone mature ce la prendiamo con gli altri, facendo le vittime e aggredendo il primo malcapitato. -Già, magari lo accusiamo di averci calpestato l’ombra… -Non è difficile trovare un pretesto per sfogare la propria rabbia all’esterno. È davvero come tenere in mano un tizzone ardente di cui ci vogliamo liberare, un fuoco che però è prodotto da noi e su di noi si ritorcerà. -Non si può spegnere quel fuoco? -Sì, ma non è facile. Bisogna innanzitutto chiedersi: “Di chi è questa rabbia? Perché è sorta dentro di me? E cosa c’entrano gli altri?”. Dobbiamo sempre assumerci la responsabilità di quello che sentiamo e facciamo, giudicare in modo onesto senza fuggire e giustificarci. -È una riflessione su di sé, un percorso di autoconoscenza… -Sì, un passaggio obbligato per chiunque voglia conoscere se stesso. Vale per la rabbia e per qualsiasi altra reazione emotiva. -Ma se la rabbia ti travolge come un’onda e tu non riesci a trattenerla? -Be’, innanzitutto non dobbiamo pensarla come una forza estranea che ci assale e contro cui non possiamo fare niente. Quella è la nostra rabbia, una realtà che ci appartiene, un aspetto del nostro essere. Tocca a noi farcene carico e gestirla. Accettare questa evidenza è solo il primo passo, ma è il più importante. -Però in quel momento, quando la passione si scatena, non si ha la lucidità necessaria per vedere e capire ciò che accade… -Certo, è una pratica da fare per gradi, una meditazione da portare nella quotidianità. E di occasioni ne abbiamo tante, quasi ogni giorno sperimentiamo la rabbia, a vari livelli e in modi diversi. -È vero, la rabbia si può esprimere in forma eclatante, oppure viene repressa e si manifesta come fastidio, insofferenza, critica, disprezzo, insolenza, cinismo, ecc. -Vedo che il lavoro di auto-osservazione per te è già cominciato. Distinguere con finezza le proprie emozioni è fondamentale per dare voce al nostro sentire. È un primo passo per riconoscere un sentimento e dargli un volto. Chi non sa dare un nome alle proprie emozioni è più esposto a passioni scomposte e reazioni inconsulte. -Quindi la rabbia si può trasformare? -Sì, come ogni nostra passione può essere trasmutata. Tieni presente che la rabbia è semplicemente un’energia che ha come scopo la difesa e la sopravvivenza. Nei momenti di pericolo una forte reazione può salvarci la vita. Ma quando oltrepassa il limite, quando è un aggredire determinato dalla frustrazione diventa come un tizzone ardente che può far del male agli altri, ma soprattutto a noi. -È come il fuoco che può servire per scaldarci davanti al camino o può bruciarci la casa… -E così con tutte le energie dell’essere umano. Bisogna saperle usare con cautela e maestria, allora sono al nostro servizio e non contro di noi. -E quando noi reprimiamo la rabbia? -Anche trattenerla e occultarla non serve, prima o poi quell’energia ti brucerà dall’interno o esploderà all’esterno distruggendo gli altri. Devi piuttosto andare alla radice del problema, ai desideri che la alimentano e all’inconsapevolezza che non ti permette di governarla. Se hai capito che è un’energia, allora puoi indirizzarla diversamente, puoi usarla per scopi positivi. -E quindi per trasformarla da dove si comincia? -Dobbiamo renderci conto che riversare la rabbia sugli altri è ingiusto e inutile, che degrada e fa star male noi per primi e che esprimerla in modo inconsapevole fa perpetuare il suo meccanismo. -Perché hai sottolineato con enfasi “in modo inconsapevole”? -Vivere un’emozione in modo consapevole è una cosa completamente diversa. È vedere con chiarezza cosa sta accadendo dentro di noi, in una prospettiva più ampia. Qui si pongono le basi per la trasmutazione. Devi vedere le passioni come espressione della tua parte inconscia, animale, quella guidata dall’istinto di sopravvivenza. Rabbia, gelosia, odio, avidità, ecc. sono meccanismi che riguardano ogni essere umano, tutti noi li conosciamo. Non identificarti con queste passioni, vedi che passano attraverso di te e capisci che non possono essere eliminate, semmai trasformate. Devi fare una sorta di operazione alchemica. -Un’alchimia? La trasformazione del vile piombo in oro? -Sì, se vogliamo rimanere nella metafora. Invece di negare, reprimere o manifestare la rabbia, tienila lì in piena coscienza, osservala come pura energia, lasciala essere, usa il gioco e l’ironia, rilassati e vedi che niente è così importante, nulla deve essere preso troppo sul serio. Trasformare le energie è trasformare te stesso. Naturalmente il “come si fa” devi capirlo tu col tempo, un’intuizione interiore ti deve guidare. Come ogni processo di liberazione non può essere indotto dall’esterno, deve essere fatto autonomamente, in piena coscienza e libertà. -E quando la trasformazione avviene? -Allora la rabbia diventa energia creatrice, luce che illumina i tuoi angoli oscuri invece di alimentare i tuoi mostri interiori. Quell’energia da distruttiva si tramuta in voglia di vivere, gioia di essere, entusiasmo, forza di cambiamento. Col tizzone ardente invece di bruciare gli altri accendi un fuoco in te che è come quello del camino che dona luce e calore. Quando l’energia-rabbia cambia di segno può trasformarsi nei sentimenti più amorevoli: amicizia, cura, comprensione, calore umano. -Dunque il tizzone ardente non si spegne, da energia negativa diventa forza positiva… -Sì, è la stessa energia della vita che ritrova il suo flusso naturale e ora scorre libera. Il tizzone ardente, nella tradizione indiana, esprime l’attaccamento dell’ego al mondo materiale. Se non superi questa illusione rimani intrappolato nelle emozioni negative, quelle al servizio della personalità egoistica, capace solo di possedere e distruggere. Ma quando ti liberi di un’emozione negativa diventa più facile liberarti anche delle altre, perché in fondo il meccanismo che le produce è lo stesso. -E come cambia il tuo rapporto col mondo? -Impari ad accettare che le cose non vanno sempre come vorresti, che tu non sei il centro dell’universo, che anche gli altri sono un groviglio di passioni e desideri e a volte ti tagliano la strada, come tu stesso fai con loro. Uscire dalla prospettiva ristretta dell’io è un grande sollievo, è svegliarsi da un’illusione che crea infelicità. Allora, quando accade, la rabbia non ha più ragione di esistere e lo stesso vale per tutte le altre emozioni negative e disturbanti. -Si diventa quindi uomini perfetti? -No, magari non perfetti, ma profondamente umani sì. Il punto non è cercare una perfezione che sarebbe un vivere monotono e senza colori, ma essere consapevoli di quello che si è e di ciò che si può essere e agire di conseguenza. Conoscere se stessi in fondo non è altro che questo. 24 aprile 2024
Quando la particella comincia a ruotare con il suo moto rapido e vorticoso anche la gemella lontana nello spazio inizia subito l’identico movimento. I due corpuscoli danzano insieme, come riflessi in uno specchio, vivono una misteriosa sincronicità che li unisce in un magnetico abbraccio. Conosciamo da tempo il fenomeno degli elettroni che una volta separati e allontanati a enorme distanza restano ancora in intima connessione muovendosi alla medesima velocità, con uguali polarità, spin e direzione. Chissà se quelle particelle sono due e comunicano oltre lo spazio e il tempo o se è uno stesso elettrone che appare simultaneamente in luoghi diversi. La Fisica quantistica studia eventi che sfidano le leggi della logica. La realtà dell’infinitamente piccolo è un campo di fenomeni paradossali che aprono gli scenari più sconcertanti e arrivano a interrogare noi umani. Troviamo già nelle grandi Sapienze l’analogia tra micro e macrocosmo: “Come in alto così in basso, come in basso così in alto” sentenziano antiche filosofie. Le leggi di risonanza e sincronicità, i principi del ritmo e del mutamento, i legami di attrazione e opposizione governano ogni evento e luogo nella grande danza dell’universo.
Anche noi siamo parte di quel mondo dove tutto è sempre interconnesso e nella sincronia delle relazioni cerchiamo il magnetico abbraccio. Come gli elettroni ci muoviamo creando flussi e campi di energia, costruendo legami e simpatie. È destino di ogni essere umano oscillare tra unione e separazione lottando, cadendo e rinascendo per ritrovare la vitalità e lo slancio. Come quegli atomi microscopici che si combinano in infinite forme anche noi entriamo in risonanza creando infiniti mondi di senso, attraverso l’amore e l’amicizia con il pensiero, l’azione e la parola. Lì c’è tutta l’esperienza dell’umano: nello sguardo la sintonia con l’altro, nei sentimenti il gioco dei contrasti, negli istinti l’attrazione e l’energia, nel gesto la creazione e la cura, nella coscienza la qualità dell’essere. Siamo sempre alla ricerca dell’unità in ogni esperienza del nostro vivere. Quando il sentire travalica i limiti dell’io e riconduce il frammento dissonante allo stato di completezza e armonia il cammino dell’uomo è compiuto. Ciò che nel mondo fisico era meccanico, movimento automatico privo di coscienza, nel mondo umano diviene atto volontario, desiderio, progetto e scelta consapevole. Allora la nostra coscienza si espande e viviamo nell’unità con tutto l’esistente. In quel momento siamo l’anima dell’universo che si ricorda e si risveglia a se stessa. 22 aprile 2024
Oggi nel prato è fiorita l’azalea con colori che spiccano sul verde a rinnovare il miracolo della vita. Guardo i cespugli di porpora e rosa dove un’intelligenza misteriosa lavora a creare nuove combinazioni e armonie. Mi avvicino a un fiore e osservo intento con lo sguardo dell’occhio interiore che penetra oltre le forme apparenti e con il potere dell’immaginazione si trasforma in conoscenza intuitiva. Inizia un viaggio tra realtà e sogno: entro nel cuore del fiore di azalea finché colore e forma scompaiono e mi trovo gettato in un microcosmo che mi porta ai confini dell’essere, nei recessi più intimi della materia. Il viaggio nell’infinitamente piccolo procede veloce e sembra senza fine, nella vertigine di quell’abisso appaiono scenari inconcepibili, un gioco di forze, materia ed energia che si fa sempre più rapido e intenso, finché tutto il conosciuto scompare, tutte le forme e i confini si dissolvono. E scopro che al fondo del vivente si trova solo un puro spazio vuoto. Al di là di molecole e atomi c’è il nulla, non movimento, non forme, non colori, non realtà definibili e comparabili che esistono solo sulla superficie. Il nulla è il fondamento del tutto. L’essere è come un fiume perenne che scorre fra le rive del non essere. Ma quel nulla che sembra un vuoto è una realtà palpitante e possente, è una forza eternamente in atto, una sorgente creativa inesauribile. Non è il niente come mancanza, è semplicemente un “non qualcosa”, l’insondabile essere senza forma che trascende ogni limitazione, non definibile e non oggettivabile, al di là di spazio, tempo e condizione.
Dunque il fiore di azalea è vuoto come ogni esistente nell’universo, vuoto di materia e pieno di vita. A livello esteriore è quella singolarità, unica, individuale e irripetibile, nel profondo non è separato da niente, è fatto della sostanza di ogni cosa. Nel divenire è se stesso e non “altro”, nell’essere è tutto ciò che esiste. La sua natura interiore è spazio immobile, la sua manifestazione è vita pulsante. Le sue radici sono il senza forma, la sua fioritura una festa di colori. Essere e divenire non sono opposti, sono misteriosamente legati fra loro, un’unica realtà che appare in due modi a seconda dello sguardo che la esplora.
Torno indietro al fiore di azalea alla sua forma e ai suoi colori, ne apprezzo l’incanto e l’armonia. Ora so quale mistero racchiude, un infinito è nascosto in quei petali. Ho alla fine imparato come guardare la realtà vivente che mi circonda con occhi aperti e sempre diversi, per amare ciò che mi si presenta, nel suo essere e nel suo divenire. Oggi ho capito il fiorire dell’azalea, ho visto la sua essenza immortale. E mentre guardo la corolla purpurea che delicata fa capolino tra le foglie sento che lo sguardo è ricambiato, so che anche il fiore mi sta guardando. 17 aprile 2024
-È una frase che sento ripetere di continuo: dobbiamo vivere nel presente. Mi sembra ormai diventato un luogo comune, una banalità. Ma poi mi chiedo che cosa voglia dire davvero “vivere nel presente” perché forse non lo so. -Certo, la vita è qui e ora, il presente è la sola cosa che esiste, la “realtà reale” da cui non possiamo fuggire. Il che ci sembra un’ovvietà, perché nessuno può esistere nel passato o nel futuro se non virtualmente, attraverso la memoria o l’immaginazione. -Ma mi chiedo come mai tutti continuano a ripeterlo come un mantra, quando dovrebbe essere una cosa scontata che non ha bisogno di essere rimarcata. Per cui rinnovo la mia domanda: noi viviamo nel presente oppure no? Lo facciamo davvero? Perché comincia a venirmi qualche dubbio… -La tua è una domanda da vero ricercatore. Non dare mai nulla per scontato è la prima regola per chi vuole indagare la realtà. -Ho l’impressione che le cose che sembrano ovvie e banali siano proprio quelle che nascondono una verità che sfugge allo sguardo. -E allora proviamo ad approfondire. Noi siamo convinti che quello che percepiamo nel momento presente sia la realtà vera e indubitabile. E quando i sensi ci ingannano pensiamo di dovere solo migliorare i metodi e gli strumenti di osservazione. Ma noi non vediamo mai la realtà così com’è, perché il vedere è sempre filtrato dalla memoria. A ciò che è visto si sovrappongono l’immagine del passato, le nostre conoscenze, le definizioni, le etichette che applichiamo alle cose. -Non è un fatto naturale paragonare ciò che è visto a ciò che già si conosce? -Capita a tutti ed è un atto spontaneo e immediato. Ma “pensare” la realtà non è la stessa cosa che “vederla” e “viverla” nel momento presente. Se io ti osservo e a quello che sei ora si sovrappone il ricordo di tempo fa quando tu mi hai recato un’offesa, allora non ti sto veramente vedendo, sto guardando un’immagine che ho di te basata sulla memoria, non te in quanto tale, come sei adesso. -Questo mi è chiaro, ma se io ad esempio osservo questo tavolo che è qui di fronte a me e che vedo per la prima volta…? -A questo tavolo che vedi per la prima volta si sovrappone l’immagine nella memoria che corrisponde all’oggetto che chiami “tavolo”, immagine nata dall’esperienza di tutti i tavoli che hai visto precedentemente. È proprio questa pre-conoscenza che ti impedisce di vederlo per quello che è in questo momento, in una percezione pura, libera da ogni immagine, scevra da ogni pregiudizio. È questo che ti preclude di vivere davvero nel presente, nel qui e ora. Ma comunque stai tranquillo, non vale solo per te, è ciò che accade a tutti. -Ma se uno sta vedendo un tavolo davvero per la primissima volta? -Allora la sua percezione è limpida e piena di meraviglia. È quello che tutti noi abbiamo esperito quando da infanti vedevamo le cose in modo innocente e aurorale. Una meraviglia che purtroppo abbiamo dimenticato… -È vero, i bambini vivono nel qui e ora, immersi totalmente nel presente. E così anche gli animali, che sembrano vivere nel tempo dell’adesso, mai preoccupati per il passato o il futuro. Che cosa ci distingue dal mondo animale? -Ci distingue il possesso della ragione e del linguaggio. Qui c’è tutta la nostra gloria di esseri umani e la nostra problematicità. Noi pensiamo di conoscere e dominare la realtà attraverso il linguaggio e il pensiero. Ma le parole indicano quello che per noi è l’oggetto senza mai poterlo cogliere in sé. Non ci rendiamo conto che le parole sono segni, i significanti e non i significati delle cose. L’avrai spesso sentito dire: la parola non è la cosa, come anche l’immagine di una cosa non è la cosa stessa. -Quindi il nostro pensiero è solo una costruzione di immagini separate e distanti dalla realtà. E poiché noi percepiamo la realtà filtrata attraverso il pensiero siamo continuamente distolti dal qui e ora, non siamo davvero nel presente… -Sì, è così e ciascuno lo può constatare di persona se ha la pazienza di condurre un’osservazione approfondita. Alla fine, al di là dell’utilità pratica, il conoscere non può “significare” niente, è solo una costruzione di schemi che cercano di ingabbiare la realtà vivente per possederla. Quelli che noi definiamo “oggetti” sono processi in atto, una realtà in movimento, un diveniente che sempre ci sfugge. Un oggetto non può mai essere definito se non a livello del linguaggio e dell’intelletto. È evidente però che la realtà viva è un’altra cosa che esula totalmente dal pensiero. E che la memoria ne è solo lo smorto simulacro. -Quindi vivere nel presente non è un dato di fatto, non è un punto di partenza o qualcosa di già acquisito, è un esistere che deve essere ancora realizzato. Noi siamo nel presente eppure non siamo nel presente, guardiamo la realtà eppure non vediamo la realtà, perché il filtro della memoria è il passato che si sovrappone e confonde la nostra visione. -Sì, ricordiamo però che per vivere nel presente non c’è bisogno di andare da nessuna parte. Non dobbiamo fare alcuno sforzo per andare da dove siamo adesso al “qui e ora”, andare dal presente al presente è contraddittorio e senza senso. Basta solo il riconoscimento di uno stato dell’essere che c’è già e che è obnubilato dall’ignoranza. Con una continua meditazione dobbiamo togliere il velo, comprendere che percepiamo in modo limitato e condizionato. Mantenendo questa coscienza si può col tempo imparare a vedere le cose con una percezione diretta, lasciando cadere le interpretazioni e le precognizioni che distorcono il vedere. -È come riconquistare lo sguardo perduto dell’infanzia… -Sì, ma in modo consapevole e comunque da persone capaci di comprendere il funzionamento e i limiti della mente. È chiaro che l’intelletto volto all’utile manterrà il suo ruolo e la sua funzione nella vita. Ma non sarà mai lo strumento che ci potrà avvicinare al sacro momento dell’Adesso. -Dunque, in poche parole: se io sono nell’intelletto io non sono qui, non sono ora, non sono nel presente, sono altrove e vivo senza provare meraviglia per ciò che mi circonda. E allora il presente diventa banale e senza significato… -Noi cerchiamo con l’intelletto di afferrare e dare un senso alle cose con definizioni e descrizioni mentre la bellezza ci sta sfuggendo di sotto agli occhi. Le cose sono piene di significato, sono lì di fronte e parlano, ma tutto questo va sentito, va vissuto e integrato in noi. E lo possiamo fare solo se siamo capaci di stare davvero nel presente e vivere la vita intensamente, con grande attenzione, dedizione e consapevolezza. -Mi chiedo ad esempio come facciano a dialogare due persone che non sono mai nel presente, come possano davvero incontrarsi a scambiare se non si vedono, se sono separate da un filtro che fa da barriera… -È chiaro che se si relazionano condizionate dal loro passato lo fanno attraverso immagini fittizie, per la maggior parte obsolete e fallaci. Ma se sono persone intelligenti e coscienti del problema possono fare un cammino di scoperta dell’altro che può trasformarle. Allora vivono nel presente come esseri umani che vogliono essere nel mondo con spirito di verità e in piena libertà. -E immagino che questo valga per la nostra relazione con tutte le cose… -Sì, finché siamo ingabbiati nel pensiero non possiamo assaggiare la vita vera così come è, ci perdiamo in immagini illusorie che ci allontanano dalla “realtà reale”. Comprendere tutto questo è liberatorio e ci restituisce al momento presente per riconoscere la bellezza di tutto ciò che esiste: la natura, gli esseri umani, le relazioni, i sentimenti, l’arte, il divenire e i colori del mondo. Quello che prima era una descrizione della realtà diventa un tuffo nel mistero senza fine che avvolge ogni cosa. -Certo deve essere un cammino lungo e difficile… -Non così arduo come puoi pensare. La meditazione però deve essere portata nel quotidiano, deve diventare un’attenzione continua alle cose che gradatamente le libererà dal gravame di uno sguardo troppo carico di passato. -Vorrei intraprendere questo cammino. Da dove posso cominciare? -Ci sono vie di meditazione che hanno molto da insegnare in proposito. Vedi quella che ti attira, sta a te scegliere quella più adatta nel tuo caso, se hai deciso di riappropriarti della capacità di vivere nell’adesso. -Così, con una seria meditazione, il presente non sarà più “banale”… -Non è mai il presente ad essere banale, siamo noi che lo pensiamo tale. E così facendo riveliamo tutta la nostra banalità. 16 aprile 2024