Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Mondo di rugiada è questo, un mondo di rugiada è davvero, eppure…
(Issa Kobayashi)
Nel fresco mattino di aprile una goccia di rugiada scivola lungo la foglia del ciliegio, scintillando al caldo raggio di un sole appena rinato. Lo sguardo di Issa il poeta si posa su quel grano di luce. L’occhio che prima era spento per un’insopportabile ferita ora si riaccende in un sorriso. La morte della piccola Sa to è stata un abisso di dolore, uno sguardo senza conforto sulla vita, così breve e fragile, sulle tante speranze spezzate. La vita è una goccia di rugiada, un breve attimo che si dilegua. Abitiamo un mondo effimero consegnato all’impermanenza. Nessuno può sfuggire al tempo, non c’è modo di eludere la morte. Vivere il mondo della precarietà, nel fugace attimo che appassisce, è il destino ineluttabile dell’uomo.
Ma ecco, nel momento più duro, mentre l’anima è più tormentata, quando ogni gioia sembra svanita, una nuova luce si accende. Anche Issa il poeta sperimenta lo schiudersi di una nuova porta: il mondo è una goccia di rugiada, la vita umana è breve e caduca, vivere è una pena senza riscatto, eppure…
L’”eppure” è la sola rivoluzione. In quell’”eppure” è la salvezza, c’è tutto quello che ci fa umani: il cuore straziato per la figlia, ma anche l’amore senza confini che solo gli umani conoscono; il dolore più crudo e profondo, ma anche il sentimento più puro che è il privilegio dei mortali; l’abisso dell’anima più tetro e la luce interiore più radiosa; lo smarrimento della coscienza e la più illuminante saggezza; l’accettazione del proprio fato e la grazia di una vita di pace; il silenzio di un cuore infranto e il canto gioioso della poesia.
Mondo di rugiada è questo, un mondo di rugiada è davvero, eppure… La vita è una goccia di rugiada ed è nella sua natura finire. Questo va compreso e accettato. Ma c’è poi la forza di un “eppure” conosciuto nel fuoco del dolore, che dona nuovi orizzonti di senso in luoghi interiori inesplorati. Allora gli opposti si toccano: gioia e dolore, vita e morte, dannazione e redenzione, i confini si fanno più labili, il cerchio della vita è completo. E c’è sempre un “oltre”… L’ultima risposta è stata trovata in una sola, semplice parola, che anche nelle fiamme dell’inferno può aprire le porte del paradiso: “eppure”…
“Vogliamo morire? ” mi hai sussurrato nella notte delle lucciole. (Suzuki Masajo, 1906-2003)
Può un momento essere così bello da poter desiderare di morire? Nella serena notte d’estate gli amanti contemplano incantati un sontuoso firmamento di lucciole che si dispiega al loro sguardo. Una domanda viene sussurrata a esprimere un indicibile sentimento: anche la morte sarà benvenuta in quell’istante unico e sublime se potrà suggellarlo in eterno. Quando l’anima è piena di stupore per l’infinita bellezza del creato la vita ha toccato il suo apice, niente più può essere aggiunto, ogni ricerca ha trovato un senso. Anche la morte non è più un male e può essere accolta con letizia, perché il mistero si è manifestato e ora la vita è colma fino all’orlo. Capita che vita e morte si sfiorino nei momenti più alti dell’esistenza. Un silenzio sorge dal profondo, dal cuore dell’essere senza forma sorge la luce di un nuovo piacere. L’io si fa da parte e lascia spazio alla magnificenza di ciò che appare. Nessun pensiero colora la visione, rimane solo una pura presenza, la fiamma ardente di un sentire che tutto abbraccia nello sguardo. 2 maggio 2025
227 La visione panoramica -Ieri stavo parlando con un gruppo di amici. Si discuteva di una cosa banale: una proposta per le vacanze. Ma alla fine non venivamo a capo di nulla. Senza un accordo, con delusione dovevamo constatare che era stato un incontro inutile… -È una cosa che accade ed è rivelatoria del nostro modo di stare con gli altri. Un confronto si è acceso intorno a un problema, ma in realtà l’oggetto del contendere è secondario, ognuno parla per sé e a sé. -Sì, lo ammetto, anch’io lo noto: ogni partecipante vuole affermare la sua idea con l’ansia di difendere la propria posizione. Diventa quasi una questione di vita o di morte, lo vedo dall’accanimento con cui ci si confronta, anche se il problema è futile e siamo tra amici… -Non accade solo a te, a questo gioco partecipiamo tutti. Magari lo troviamo gratificante, forse aiuta a scaricare le ansie o ci fa sentire più vivi. Tutti parlano ma nessuno ascolta, è una gara a primeggiare. E alla fine nessun problema è risolto, non si arriva ad alcuna soluzione condivisa. Ognuno è soddisfatto per aver avuto un momento di gloria, ma frustrato perché il problema rimane lì, ingarbugliato come prima. -Mi piace andare sempre a fondo nelle cose, perciò mi chiedo… Cosa c’è davvero in ballo, se gettiamo uno sguardo oltre la superficie? -Apparentemente è stato uno scambio tra pari, un confronto costruttivo di idee e pareri. E in parte è effettivamente così. È sempre utile comunicare con gli altri. Ma, a guardare bene, non è nato un progetto comune. Comunicazione ego-centrata, scarsa empatia, mancanza del vero ascolto, sono gli ostacoli che vanificano la comunicazione e anche le buone intenzioni. -Ieri l’ho visto con chiarezza: poca apertura, esibizione del proprio ego, segni di irritazione e fastidio se si viene contraddetti. Siamo ancora così indietro come esseri umani? -Il nostro giudizio non deve mancare di comprensione, nessuno è perfetto, siamo tutti qui per imparare. Ma constatiamo che è una situazione molto diffusa: si parla di un problema, ma in realtà questo passa in secondo piano, ogni interlocutore parla di sé e questa è la sola cosa che gli interessa, lui è al centro del discorso con il suo io ingombrante. Ogni situazione può avere una soluzione, almeno quella che le circostanze permettono. Ma accordarsi non è semplice, richiede maturità, pazienza, attenzione e cura, qualità non scontate. -E basta questo per saper comunicare? -Se guardiamo più a fondo capiamo che, per un dialogo che non sia solo forma esteriore, dobbiamo mettere da parte il nostro io. Ci deve essere un contatto più profondo che precede le parole e i punti di vista, una sintonia fatta di apertura all’altro, ascolto sincero, volontà di trovare un accordo che sia la scelta migliore per tutti, non solo quella che è a noi più gradita. Allora l’oggetto del contendere passa in secondo piano, la cosa più importante è lo scambio tra esseri umani che si riconoscono, si accettano e imparano a vivere insieme. -Uno sguardo diverso, quindi, che punta a qualcosa di più alto… -Deve essere una visione panoramica, uno sguardo alla situazione che prescinde dalle esigenze e dalle ossessioni del proprio piccolo ego. È la capacità di vedere le richieste e i bisogni di tutti, approdare a qualcosa che è più importante del problema che viene affrontato: il superamento delle barriere dell’io e l’incontro con l’altro. -Dunque l’io e il vero problema, l’io è il limite, è ciò che ci rinchiude in una sorta di bozzolo chiuso in sé stesso, egotico e autoreferenziale… -È un narcisismo immaturo che ci preclude una delle cose più importanti che come esseri umani possiamo vivere: creare un rapporto con gli altri basato sulla fusione dei confini. Devi vedere la scena dall’alto, in una visione oggettiva ed equanime, non solo dal tuo punto di vista, ma da quello di tutti i presenti. È allargare la coscienza che diventa onnicomprensiva. O se preferisci espandere la consapevolezza che diviene multidimensionale. Questo accade quando riesci a sottrarre te stesso all’equazione. -Ma così facendo, non si rischia di diventare un nessuno? -No affatto. Il paradosso è che, proprio quando si è nessuno, si diventa un essere umano vero, riscattato dalla bramosia primitiva, dalla schiavitù di un io che sempre pretende e gli altri non riconosce. -Mi sembra una visione estrema, così radicale che mi appare difficile da realizzare… -Certo, stiamo estremizzando il discorso, ma per mettere a fuoco il punto fondamentale, anche se nella vita poi troviamo tutte le gradazioni e le varianti possibili. La chiave fondamentale è semplice: non si può comunicare con gli altri se il proprio io non è messo da parte. Conversare è un’arte che richiede un lungo lavoro su di sé, per imparare a comunicare oltre le parole e raggiungere uno spazio dove queste non sono più necessarie. Altrimenti è solo un mero scontro di opinioni, un battibecco tra menti litigiose e polemiche. -È come dire: scendere dall’intelletto al cuore? -Se vogliamo, sì. È qualcosa che ha a che fare con la connessione affettiva, l’intuizione, la creatività, l’ironia, l’ascolto senza giudizio, la totale accettazione dell’altro, il desiderio di incontrarsi a un livello che va oltre le differenze e le personali idiosincrasie. -Vorrei essere all’altezza di saperlo fare… -Lo stai già facendo, ora. È parlare così, in modo semplice, a mente aperta, guardandosi in faccia, impegnati nella ricerca del vero, senza porre condizioni e confini al possibile… 25 aprile 2025
Studente Zen: Maestro, come posso guarire dalle mie collere irrefrenabili? Bankei: Fammi vedere queste collere. Studente: Non posso farlo così sui due piedi, accadono quando meno me lo aspetto. Bankei: Allora non sono la tua vera natura. Se lo fossero, potresti mostrarle in qualsiasi momento.
-È un aneddoto profondo che fa nascere una domanda: si può conoscere la nostra vera natura? -La nostra natura è inafferrabile e non descrivibile in parole. Il soggetto umano tenta di definirsi, ma non potendo vedersi come oggetto rimane inconoscibile a sé stesso. -Quindi non potremo mai arrivare a cogliere la nostra vera realtà, la nostra essenza ci sfuggirà sempre… -Forse si può arrivare per un’altra via. Intanto, cominciamo col distinguere: ciò che ci appartiene perché in noi è sempre presente; ciò che non ci appartiene perché va e viene. -Perché è importante questa distinzione? -Se una cosa è inerente alla nostra natura non può cambiare, deve rimanere sempre uguale a se stessa, inalterabile. -Come dire, una mela rimane sempre una mela, può cambiare colore, sapore o altre caratteristiche, può essere qui o là, in situazioni diverse, ma il suo nucleo essenziale deve per forza restare costante, perché è quello che la fa essere ciò che è. -Ecco, mi hai appena dato la definizione aristotelica di sostanza e delle sue categorie. Secondo Aristotele, sostanza è ciò che permane, mentre le cose che le accadono, i cosiddetti accidenti, mutano. La nostra vera essenza, quella che ci descrive e ci definisce, non può essere qualcosa di mutevole o incostante. Se sei un uomo, tale rimani, in qualsiasi condizione, perlomeno finché sei vivo. Non diventi un’altra cosa, altrimenti vuol dire che è cambiata la tua sostanza, la tua identità essenziale. Gli accidenti invece sono tutte le cose che vanno e vengono e che Aristotele inquadra nelle categorie di spazio, tempo, relazione, modo, qualità, quantità, eccetera. Le categorie descrivono la parte più esterna e superficiale di un ente, mentre il centro immutabile che esprime il quid est è la sostanza, il vero essere, “ciò che sta sotto” e, per così dire, fa da sostegno alle altre caratteristiche. -Provo a fare un esempio: Nikos è un uomo, è bruno, ateniese, giovane, studente, si trova nell’agorà, sta parlando con un amico, è vicino a un tempio, è di buon umore, ecc. Questi sono tutti aspetti relativi a spazio, tempo, qualità, quantità, modalità, relazione, ecc. che sono sempre suscettibili di cambiare, anche da un momento all’altro. Ma di questi uno certamente non può assolutamente mutare: il fatto che Nikos è un essere umano. Questa è la prima realtà, la sostanza, la sua essenza. Ed è un fatto innegabile, incontrovertibile, non opinabile… -Sì, bravo, questo è il modo di descrivere una sostanza, cioè un soggetto, con le categorie aristoteliche. Dunque ora possiamo andare alla ricerca di cosa vuol dire essere uomo, ci interroghiamo su quale sia l’essenza dell’umano. -La via di Aristotele ci porta a conoscere la nostra vera realtà? -Quella aristotelica è una descrizione famosa che forse non basta a definire la nostra natura di uomini. Quando abbiamo stabilito che l’uomo è un “animale dotato di ragione” non siamo ancora arrivati a dire tutto di ciò che siamo come soggetti umani. C’è un gustoso aneddoto -forse inventato- a questo proposito. Platone aveva definito l’uomo un “bipede implume dotato di ragione”. E allora Diogene per dileggiarlo si era presentato alla folla con un pollo spennato dicendo: “Ecco l’uomo di Platone!”. -(ridendo) So che Diogene il cinico era un tipo ben strano, ma questa storia del pollo mi sembra geniale… -Diogene voleva mettere in risalto il fatto che la definizione di Platone non spiegava tutto quello che l’umano è. E che comunque ogni tentativo di descrivere l’uomo è sempre insufficiente. -Cosa manca ancora alla definizione tradizionale? -Tornando all’aneddoto del maestro Bankei, nella visione dello Zen l’approccio razionale può valere per le cose che conosciamo, ma non per noi stessi. Il soggetto conoscente non può vedere sé stesso, non può comprendere la sua realtà rimanendo sul piano dell’intelletto. Deve sperimentarla, viverla direttamente, farla diventare una realizzazione. Nel linguaggio dello Zen si tratta di scoprire “il proprio volto originale”. -Non basta affermare che siamo animali razionali? -Secondo te, non c’è qualcos’altro oltre la nostra ragione? -In effetti, se ci penso, alla nostra natura appartiene anche qualcosa di più. Siamo esseri dotati di ragione, ma anche e soprattutto coscienza… -La coscienza, o meglio la consapevolezza, è presente in ogni istante per tutta la nostra vita, accompagna tutte le nostre rappresentazioni, fa da sfondo a ogni esperienza. -E allora, se vogliamo arrivare alla coscienza? -Come dicevamo prima, cominciamo col mettere da parte quello che in noi non è stabile e quindi non ci appartiene: sentimenti, percezioni, sensazioni, idee, azioni, memorie, abitudini, scelte, convinzioni, teorie, esperienze, sogni, fantasie, propositi, progetti, ecc… Sono innumerevoli le cose che non ci appartengono perché cambiano o si esauriscono, arrivano e se ne vanno, spuntano dal nulla e scompaiono dalla memoria. Dobbiamo vivere nel distacco, prendendo le distanze dall’accidentale, dal provvisorio, dal transitorio. Allora rimaniamo con quello che è essenziale, ciò che resta, ciò che davvero siamo. -C’è modo di descrivere questa realizzazione? Lo so, hai detto che le parole sono sempre insufficienti, ma si può fare un tentativo? -I saggi Zen dicono che prima dobbiamo comprendere di non essere il nostro corpo, la nostra mente e la nostra storia, che sono il cumulo di percezioni, memorie e pensieri di cui si diceva. Poi, se si persevera con serietà e costanza, può giungere improvviso un momento di illuminazione che lo Zen chiama satori. Tutto ciò che è inessenziale scompare. Rimane solo il silenzioso testimone di tutto ciò che accade, la profonda, limpida consapevolezza che è la nostra vera natura. -Basta sapere questo per arrivare alla conoscenza di sé? -Naturalmente non basta sapere, bisogna realizzare l’esperienza del sé, il risveglio illuminante che rivela la nostra natura fondamentale. Non è un processo razionale, né un’esperienza in senso stretto, è lo svelarsi intuitivo del nostro stato originario. Che non può essere descritto in parole, perché è una dimensione oltre il conosciuto. -Capisco che è un cammino lungo, da fare in prima persona. Perciò in ogni situazione che vivo devo chiedermi: questo è una cosa che passa o rimane? E continuare, continuare, senza sosta, andando sempre più in là… -Sì, procedi così, vai avanti e avanti, fino in fondo. E vedrai dissolversi pian piano la zavorra di tutte le cose che non sei. Strati e strati di incrostazioni cominceranno a cadere, finzioni e illusioni e idee errate svaniranno. E rimarrai solo con te stesso. Allora finalmente sarai di fronte al tuo volto originale… 22 aprile 2025
Non piangete, insetti –gli amanti, persino le stelle devono separarsi
Kobayashi Issa (1763-1827)
-Che cosa ci insegna il pianto degli insetti? Perché lo sentiamo nostro? -Perché anche noi siamo come loro e come gli amanti che si scoprono lontani. O come stelle che si ritrovano a vagare sperdute nel cosmo. -Conosciamo la separazione, ma è la condizione del nostro vivere, perché siamo individui, singolarità irriducibili… -Separazione è dolore, sofferenza, angoscia. Che sia riconosciuta o no, rimane in sottofondo nella nostra vita, come una nota di bordone che ci accompagna. -Gli amanti non sono felici? -Gli amanti vogliono completare un vuoto e sono per ciò stesso destinati all’infelicità. Il desiderio di unità li spinge a cercarsi per diventare uno. Ma la separazione rimane comunque, anche un millimetro è una distanza infinita. E da qui frustrazione, insoddisfazione, sentimento di incompiutezza. -Si può superare questo? C’è un rimedio al male di vivere? -Ogni separazione produce desiderio dell’altro e prelude al ritorno. Ma il momento della riunificazione è una gioia momentanea che non dura. La nostra realtà di uomini riemerge presto a ricordarci che siamo fondamentalmente soli. -Siamo soli… Non è una visione sconsolata della vita? -No, dipende da quello che intendiamo per “essere soli”. Se guardiamo al nostro lato più esteriore, là dove abbiamo bisogno degli altri per colmare il senso di vuoto, allora sì, la solitudine è mancanza, abbandono, smarrimento. Se invece guardiamo al nostro nucleo profondo, è la condizione esistenziale che ci appartiene, il nostro stato naturale. -Noi umani siamo quindi soli in essenza, questo è il nostro essere reale e vero… -Sì, ma va capito un fatto fondamentale: è l’illusione di essere “qualcuno” che ci distanzia dagli “altri” e produce il senso di separazione. Questa sensazione è la radice del problema umano. Da qui il sentimento di incompletezza e di solitudine. -E l’insetto? Gli altri esseri viventi? Non soffrono come noi? Non piangono la separazione? -Sì, a loro modo. Sono mossi dall’istinto e la avvertono in modo vago e inconscio. Solo il pianto dell’uomo è consapevole e per questo più profondo e toccante. Però è bello pensare a una natura che piange sé stessa mentre cerca di ricostituire l’armonia che la fa essere una. -Tornando a noi, la nostra condizione esistenziale è dunque insuperabile? -No, ti dicevo che sentirsi individui è un’illusione. La divisione dal mondo e dagli altri esseri è solo apparente, non è la realtà. Se guardiamo dal centro del nostro essere possiamo vedere che non c’è vera distanza da nulla. Capiamo che pensare di essere qualcuno o qualcosa è la vera radice dell’angoscia. Essere un ego vuol dire separarsi dal Tutto, creare un limite e una distanza. E di conseguenza è vivere nella paura, nella bramosia, nell’ansia del domani. È cercare la compagnia dell’altro e poi lottare in difesa della propria identità e quindi allontanarsi e di nuovo avvicinarsi. Un movimento a pendolo che crea instabilità e insicurezza. -Dovremmo quindi vivere come gli animali, senza un io consapevole, innocenti, fusi con la natura e con tutto quello che c’è? Non sarebbe un regredire a uno stato inferiore di coscienza? -No affatto. Come dicevo, l’uomo ha una consapevolezza che gli altri viventi non possiedono. Per questo la sua coscienza non potrà mai cadere sotto una certa soglia. Ed è la sua intelligenza a fargli capire che la separazione è connaturata a tutte le forme nel mondo, è un destino ineluttabile che si accompagna al fatto di esistere. E ancor più al fatto di sentirsi un io, come accade agli uomini. -Dunque si deve abbattere l’io? Poi cosa rimane? Il vuoto? Il nulla? -Non si tratta di distruggere l’io, ma di guadagnare quel luogo dentro di sé che vede il processo della sua formazione e lo riconosce come illusione. -Non nasciamo con un ego già costituito? -L’io è il risultato di un lungo processo spontaneo, è un cumulo di pensieri e memorie che creano l’idea di essere individui separati. Questa convinzione poi si cristallizza ed è molto difficile rimetterla in discussione. -Quindi nasciamo uniti al tutto, ma poi ci separiamo diventando individui. In realtà è solo ciò che pensiamo, una errata convinzione. Pensiamo di essere usciti dall’Eden… -…Ma in realtà noi siamo sempre lì, esserne usciti è solo una nostra falsa convinzione. -Cosa fare allora? -Se rimani saldo nel tuo centro ti senti parte di tutta l’esistenza. Sei solo perché sai che non esiste nessun “altro” là fuori. Sei compiuto e perfetto così come sei, non hai bisogno di altro, non manchi di nulla. E quando sorge il sentimento di separazione sai che è solo una nuvola che passa. -E allora: non piangete insetti, non piangete uomini, amanti e stelle. Non siete separati da nulla, è solo un autoinganno… -Sì, però guarda: piangere per una separazione ha una sua bellezza, una sua poesia, soprattutto quando si tratta dell’uomo. Se lo vedi come un gioco ti puoi godere lo spettacolo senza esserne toccato. Sai che l’altro è te stesso e nessuna separazione è avvenuta. Ma puoi anche abbandonarti al pianto e sentire un dolce sentimento che ti pervade. Alla fine hai una certezza che nasce quando vai alla ricerca di te stesso nel silenzio e nella solitudine: sei il Tutto che si guarda attraverso il frammento, sei completo e perfetto, sei da sempre e per sempre legato a tutto ciò che esiste. 17 aprile 2025
Come la prima neve d’inverno con il suo manto immacolato, così la vita dell’uomo nel mondo passa e va, troppo fragile e breve per lasciare un’orma che duri. L’innocenza lieve di quei fiocchi che nulla di sé mai sapranno è un inno alla vita che nasce e non conosce il suo perché. La neve che imbianca i declivi non ha piani per il suo esistere, nulla mai chiede e si aspetta, troppo presa dal fremito di vita che la percorre e la illumina. Essere come la prima neve che durerà solo un mattino, sciogliendo i confini dell’io, lasciando di sé solo un ricordo: ecco la saggezza dell’uomo che sa come vivere libero. Tutto passa in questo mondo, ma il morire ha una sua grazia, porta con sé un grande segreto, l’incanto di ciò che non tornerà, di ciò che sarà un caduco fiorire. Questo è il canto dell’esistenza, la meraviglia del puro essere. È la bellezza della prima neve. È l’epifania di un mistero che trascende i limiti del tempo. È il momento sacro e irripetibile di ciò che vive nel suo svanire e nel dileguare raggiunge l’eterno. 15 aprile 2025
222 La fonte della felicità -Porfirio: Vorrei sentirmi realizzato e felice, ma non lo sono. E non ne capisco la causa, non so dov’è l’errore… -Il Maestro: Non è detto che ci sia un errore. Si tratta solo di ricordare cosa siamo e di allinearsi con la suprema Intelligenza che permea ogni cosa. -Porfirio: Sì, la tua dottrina ci insegna che in noi, come in ogni ente, si rispecchia il Tutto. Credo fermamente in questo, perché lo sento vero. Ma se noi siamo un microcosmo che riflette l’Ineffabile, se partecipiamo dell’infinita creatività dell’Uno e della sua perfezione, perché non siamo felici e non lo siamo sempre? -Il Maestro: Perché abbiamo dimenticato chi siamo. Il mondo della materia vela la nostra visione e oscura il ricordo delle nostre origini. -Porfirio: E quindi, da che parte cominciare per intraprendere il ritorno all’Uno? Cosa fare per realizzare la felicità? -Il Maestro: Le spiegazioni razionali non servono a molto. Bisogna librarsi più in alto, in uno spazio dove la ragione viene superata dall’intuizione. Per la propria realizzazione valgono di più la pratica e l’esempio. -Porfirio: Sono pronto a seguire i tuoi ammaestramenti… -Il Maestro: Bene, allora dimmi Porfirio, dove ti trovi in questo momento? -Porfirio: Sono qui seduto vicino a te, Plotino, in questa stanza della tua scuola e ti sto ascoltando… -Il Maestro: Dunque in questo momento sei immerso e coinvolto nella realtà dei sensi. -Porfirio: Sì, e mi sembra di essere vigile e attento a quello che accade. La vista e l’udito sono aperti sul mondo… -Il Maestro: Certo, noi viviamo nel mondo e lo percepiamo. Ma non dimenticare quello che ci rende speciali come esseri umani: noi possediamo un’interiorità. Lì è racchiusa la scintilla divina che ci rende partecipi del grande divenire dell’universo. La nostra intelligenza è la voce dell’Uno che parla dentro di noi e sulle ali della nostalgia ci spinge a ritornare alla Prima fonte di tutto. -Porfirio: Sì, rileggo alcune parole che ho trascritto dalle tue lezioni e che ritengo davvero preziose: Ritorna in te stesso e guarda: se non ti vedi ancora interiormente bello, fa come lo scultore di una statua che deve diventare bella. Egli toglie, raschia, liscia, ripulisce finché nel marmo appaia la bella immagine: come lui, leva tutto il superfluo, raddrizza ciò che obliquo, pacifica ciò che è il fosco e rendilo brillante e non cessare di scolpire la tua propria statua… Se tu sei diventato ciò; se tu vedi tutto questo; se sarà pura la tua integrità e tu non avrai alcun ostacolo alla tua unificazione e nulla che sia mescolato interiormente con te stesso; se tu sei diventato completamente una luce vera… tu sei diventato ormai una potenza veggente e puoi confidare in te stesso. -Il Maestro: Nell’interiorità c’è il nucleo più profondo del nostro essere. Solo lì puoi trovare la fonte della vera felicità. Quando punti l’attenzione su te stesso sei totalmente nella tua anima. Allora comprendi che la natura dell’uomo è quella di trasformarsi in continuazione, di creare e rigenerarsi e plasmare sé stesso. Il suo destino è essere vita, come accade per tutto ciò che è nel cosmo e dall’Uno proviene. -Porfirio: Quindi perdersi nella realtà della sensazione non è la via per la vera felicità… -Il Maestro: Felicità è un senso di pienezza, uno stato dell’essere, non un’esperienza. Non è una sensazione avventizia, che viene da fuori, non è nelle parole, non nella ragione che pensa e calcola, non è nel desiderio e nel ricordo. -Porfirio: Ricordare un momento bello vissuto non può dare un sentimento di appagamento e di felicità? -Il Maestro: Si può essere felici solo nel presente. Il ricordo di un momento piacevole non è più quel piacere. La gioia non può essere un pensiero del passato o una proiezione nel futuro. Quelli sono solo fantasmi nella mente, pure fantasticherie. -Porfirio: Sì, mi sembra di capire… Posso rammentare o immaginare il calore di un abbraccio, ma quel ricordo non è l’esperienza dell’abbraccio. Posso rammentare il dolce del miele, ma questo non è assaggiare il miele. Ne è solo un pallido simulacro, o ancor meno… -Il Maestro: Dunque rimaniamo fermi su questo: non dobbiamo perderci nella quotidianità, il mondo delle sensazioni è per sua natura mutevole e instabile, come lo sono tutte le esperienze, perché vanno e vengono e non c’è ricordo che possa riportarle in vita. Aggiungiamo che la felicità e il presente sono indissolubilmente legati. Se mi sento gioioso e realizzato lo sono ora, non ieri o domani. Inoltre la felicità è uno stato d’essere, non un sentimento, un’emozione, una sensazione. -Porfirio: Voglio riprendere altre tue parole, che amo e sento mie: E se un essere possiede una vita intensa -un essere cioè in cui la vita non sia in nulla mancante- a esso soltanto appartiene la felicità reale; esso infatti ha la perfezione, poiché negli esseri umani la perfezione consiste essenzialmente nella vita e la vita è perfetta. Questa descrizione mi sembra riecheggiare la perfezione dell’Uno, che tu chiami con molti nomi: Primo principio, Dio, Tutto, Bene, Assoluto, Natura prima… -Il Maestro: La felicità è proprio questo: non mancare di nulla, vivere nella pienezza, essere vita perfetta e completa in sé. Non richiede apprendimento o sforzo, non è raggiungere una meta, è la cosa più semplice e immediata, è già qui sempre presente. Quando senti la vita dentro di te sei la vita stessa che infinitamente si rinnova e si espande, all’interno del grande respiro dell’universo. Allora l’armonia del cosmo si accorda con il sentire della tua anima. La presenza dell’Uno diventa palpabile, reale, una potenza travolgente che ti sommerge di luce. -Porfirio: Questa dunque è l’unica, vera vera felicità… -Il Maestro: È beatitudine non descrivibile con le parole che annichilisce ogni pensiero, ogni calcolo, aspettativa e immaginazione. Ma il primo passo è volgerti al tuo spazio interiore. La tua anima deve staccarsi dalle cose esteriori e creare un vuoto e rimanere nello stato di unità finché il dentro e il fuori si fondono. In quella contemplazione si aprono le porte dell’eternità e tu scopri l’armonia e la bellezza in ogni cosa, in ogni luogo vedi trasparire la luce dell’Uno. -Porfirio: Spesso hai paragonato l’armonia cosmica alla musica di un’orchestra, dove non conta il singolo suono, ma l’effetto dell’insieme. È un’immagine che mi piace molto… -Il Maestro: È una metafora che serve a comprendere come il concorso di più voci possa realizzare un’armonia più complessa e profonda. Quella del cosmo è un’orchestra infinita, perciò la sua musica supera ogni possibile immaginazione, è la danza di tutti gli enti nel perenne divenire cosmico. -Porfirio: Di fronte a questa prospettiva mi vergogno un po’ per la mia domanda iniziale. Mi rendo conto di essere ancora schiavo delle sensazioni, troppo coinvolto nelle faccende del mondo, ancora lontano dalla visione dell’Intero che conduce alla vera felicità… -Il Maestro: Non essere così drastico e impietoso con te stesso. Il cammino verso l’Uno, l’armonia e la bellezza richiede il suo tempo. Pian piano la nostra anima viene educata a riconoscere la realtà più alta. -Porfirio: E che cos’è che più ci aiuta, ci educa e raffina il nostro sentire? -Il Maestro: Proprio le sensazioni e il vivere nel mondo. Non disprezzare nulla di quello che sei e fai e conosci, tutto ha un suo perché nel cammino verso l’Uno. Andando per gradi oltre il particolare, oltre la singola sensazione e la superficie degli eventi, si conquista il sentire profondo che è la felicità, la pura gioia senza causa che noi cerchiamo. -Porfirio: Non è un cammino troppo arduo per me? Sono un semplice discepolo, animato sì dal desiderio struggente di realizzare la visione dei maestri, ma consapevole di essere un povero giovane ignorante e sprovveduto… -Il Maestro: Puoi fare questo cammino Porfirio, proprio queste tue parole me lo confermano e me ne danno la certezza. Sei pronto a procedere da solo sulle tue gambe. La tua intenzione è pura, il lavoro su te stesso è già iniziato. E so che lo porterai fino in fondo… 14 aprile 2025
221 Il guerriero della dualità Se vivi a fondo l’esperienza della dualità, se sai di esistere in un mondo diviso, se riconosci il gioco eterno degli opposti, allora sei pronto a fare il grande salto. Non puoi pensare di abbracciare il Tutto se non sai accettarne ogni sua parte. Ogni realtà richiama il suo opposto, con quello si intreccia, lotta e gioca, trova un senso solo se può rispecchiarsi in quella limitazione che la definisce. E finché non si riflette nell’opposto non può venire realmente alla luce. Il divenire è un oceano senza fine, un mare di esperienze e situazioni. Ogni sua onda deve essere cavalcata, tutto deve essere vissuto e compreso. Non c’è modo di evitare piacere e dolore, non c’è via di fuga dal bene e dal male, ogni realtà verrà a cercarti prima o poi, ogni esperienza ti tenderà il suo agguato. Sarà l’arte del guerriero a tracciare la via: rimanere all’erta, sempre sveglio e vigile, pronto ad affrontare la prossima battaglia, sapendo che non ci sono vincitori e vinti in quel grande gioco che chiamiamo vita. Il guerriero è sempre pronto al sacrificio, vive in bilico tra paradiso e inferno, ma con cuore saldo e intento incrollabile prepara il momento della sua rinascita, con la comprensione della dualità si fa artefice della realizzazione dell’Unità. Amare ciò che piace non è un problema, è per tutti una cosa ovvia e naturale. Ma non c’è alcun merito in questo, anzi può essere un insidioso abbaglio se è l’illusione di evitare il negativo, scampando alla morsa del dolore, riparati in una personale isola felice, rinchiusi in una vita grigia e dimezzata. Se non getti uno sguardo nell’inferno, come puoi apprezzare il paradiso? Se non rimetti insieme tutti i pezzi, come puoi cogliere l’intero del puzzle? Ogni realtà ti reca sempre il suo opposto e lo dovrai cavalcare inevitabilmente. Il pensiero si muove in modo lineare, ma il movimento della vita è ciclico, tutto va e viene in un moto a spirale. Ogni cosa ha una frequenza e un ritmo, ogni situazione si muove come un’onda. Devi cogliere quel ritmo e allinearti ad esso e fluire con le cose accettando la loro legge. Nel movimento della vita tutto è compreso, nulla è lasciato da parte, nulla è trascurato, niente può essere considerato superfluo. L’esistenza è come un grande affresco che contiene tutte le tinte e le sfumature. Ogni colore ha un suo posto e una ragione nella creazione dell’opera più grande. Comprendere questo è capire la vita. Ma vivere a fondo il mondo della dualità è anche il passo decisivo per superarla. Dopo aver conosciuto la frammentazione sorge dal profondo un desiderio di unità. Un’intuizione ci solleva sopra le dicotomie, dall’esperienza del particolare all’universale, all’essenza fondamentale di tutte le cose. Ricomporre i pezzi del mondo fuori di sé, collegare i frammenti dell’io dentro di sé, questa è la via del guerriero nella dualità. Non c’è altra battaglia più degna di questa. 12 aprile 2025
-Spinoza mi sembra un pensatore molto interessante, ma faccio fatica a capirlo. C’è un famoso passo dell’Ethica spinoziana che recita: “L’amore intellettuale della mente verso Dio è parte dell’amore infinito con cui Dio ama se stesso“. Quando il filosofo parla di “amore intellettuale” non riesco a capire esattamente cosa intende, anche perché il suo freddo razionalismo mal si accorda con l’idea di un sentimento come l’amore… -La filosofia di Spinoza è un’ardua sfida per il pensiero. Il passo che hai citato è un esempio della sua complessità. Possiamo comunque provare a renderlo più semplice, sperando di non tradirne il senso. -Sì, sono molto interessato. -Partiamo dal principio spinoziano fondamentale: Dio esiste ed è l’unica realtà esistente. Deus sive natura, Dio e la Natura sono un’unica cosa, un Tutto indivisibile. Tralasciamo per ora la dimostrazione di questo concetto cardine. -Una forma di monismo e di panteismo, quindi… -Sì, tutto ciò che esiste è un’unica realtà che lui chiama Sostanza, cioè il puro essere, autosufficiente, esistente in sé e per sé. È l’Assoluto che si manifesta come infinita realtà, eterna e immutabile. -Insomma, è il tradizionale concetto di Dio come Creatore del mondo, la suprema Realtà onnipotente, onnisciente, onnipresente, eccetera… -No, è proprio questo il punto. È qui che Spinoza rompe nettamente con la tradizione. Per questo è stato perseguitato e ha rischiato più volte la morte. Le autorità religiose ebraiche e cristiane non tolleravano una visione razionalistica come la sua che concepisce Dio come puro oggetto di ragione. -Sì, so che la sua Ethica parte dall’esistenza di Dio con un procedimento geometrico simile a quello di Euclide, fatto di assiomi, teoremi e corollari. Ben poco viene lasciato allo spirito mistico e poetico… -Appunto per questo capiamo che Spinoza quando parla di “amore intellettuale” verso Dio non intende un legame di tipo sentimentale, una fede piena di calore e di trasporto. Questo è concepibile solamente con un Dio-persona. Ma qui non c’è una concezione dualistica, la visione è rigorosamente monistica e panteistica, quindi non ammette una relazione, un legame tra un io e un tu, fra un io e un Dio. -Vediamo se ho capito: finché accettiamo una visione dualistica possiamo concepire un Dio-persona con cui ci si può mettere in relazione. Ma se tutto ciò che esiste è un’unica cosa, un’unica realtà, non si può pensare a un rapporto che implica sempre una separazione, tantomeno a un legame di tipo emotivo e fideistico. Allora quell’amore di Dio di cui parla Spinoza che cosa è? -Se il divino è il solo esistente l’amore non può che essere amore di Dio per sé stesso. L’Uno si ama e il suo è un amore intellettuale, inteso come una conoscenza di sé che è totale pienezza, autocoscienza infinita, puro essere senza limiti che nel suo esistere si autocomprende. -Però, tornando all’aforisma citato, pensavo che l’espressione “amore intellettuale” si riferisse soprattutto all’uomo, al suo sguardo rivolto all’assoluto… -In realtà è così, stiamo parlando soprattutto dell’uomo, di noi stessi. Partiamo dal nostro punto di vista di esseri umani, quello che conosciamo, per quanto parziale e limitato. Ma, come dicevamo, noi scopriamo con l’ausilio della ragione che l’uomo non è qualcosa di separato dal tutto, è una sua manifestazione tra le infinite possibili. Dunque, se l’uomo è una parte di Dio, l’amore dell’uomo verso Dio è l’amore di Dio verso se stesso. E questo può darsi solo in forma intellettuale, come amor intellectualis dei, come comprensione di ciò che è, consapevolezza della necessità e della perfezione del tutto, che si raggiunge quando il mondo viene visto sub specie aeternitatis, dalla prospettiva dell’eterna sostanza divina. -Affascinante, mi chiedo però quale ruolo rimane davvero all’uomo in questa totalità infinita… -Va detto che la visione di Spinoza è un superamento della concezione finalistica e antropocentrica del mondo. Dio non fa le cose per l’uomo, è una pura sostanza immobile che non ha altri fini oltre sé stessa, perché come la Natura non manca di nulla, è la perfezione e l’ordine geometrico dell’universo. Quando questo viene compreso si realizza il compito dell’uomo per la sua vita. In un certo senso si diventa come Dio che osserva se stesso in una delle sue infinite manifestazioni e si ama. È un’esperienza che non si può tradurre in parole perché non c’è linguaggio capace di rappresentarla nella sua realtà. -Però mi chiedo… quale libertà rimane all’uomo nella perfezione geometrica dell’universo dove sembra tutto già ordinato e prestabilito? Se l’unica volontà è quella di Dio, cosa rimane in potere dell’uomo? -La risposta è proprio nel concetto di amor intellectualis dei e nella visione sub specie aeternitatis. Quando l’uomo arriva alla comprensione geometrica dell’unica Realtà raggiunge la stessa pienezza del divino, vive in totale pace e appagamento. Il suo amore per il Tutto non è l’eros platonico che innalza a una dimensione sovrasensibile. L’esistenza è tutta qui, ora, completa, eterna, perfetta e infinita. Non c’è bisogno di andare altrove, basta il riconoscimento immediato che si dà nello sguardo che tutto abbraccia e comprende: il punto di vista della sostanza eterna che dà la consapevolezza della matematica perfezione del Tutto. -Dunque l’uomo non ha un vero libero arbitrio, non può agire in base alla sua personale volontà… -Sarebbe come se una cellula del nostro corpo decidesse di agire da sola in base alla propria scelta individuale. Quando questo succede sappiamo che grossi guai possono derivare all’organismo. La vera libertà è la possibilità di vedere ogni singolo fenomeno nella prospettiva dell’eternità, sguardo che assegna ad ogni cosa il suo significato nel mondo. -La visione filosofica di Spinoza è davvero molto profonda. Ma si può fare ricadere anche nella nostra vita quotidiana? Non è troppo alta per essere concreta e utile nella vita di tutti i giorni? -Spinoza risponderebbe così: se ampliamo la nostra visione delle cose, se guardiamo dall’alto con distacco ciò che accade, possiamo vedere meglio la perfezione di ogni momento di vita. In un orizzonte più vasto ogni particolare va al suo posto, il concatenamento di cause è visto con chiarezza. Come nella natura, tutto è correlato e ha un suo senso e ruolo. Anche le cose spiacevoli e dolorose possono trovare la loro ragione. Questo modo di affrontare il mondo dà la quiete interiore, libera dall’idea di torto e ingiustizia. Non c’è un Dio-persona che decide, premia, castiga, interviene, comanda, ecc. Questa è proprio la vecchia visione incentrata sull’uomo e sul rapporto uomo-Dio che Spinoza vuole superare. -Dobbiamo quindi accettare che noi non siamo il centro dell’universo… -In una realtà senza limiti dove esistono infiniti fenomeni ogni cosa è centro e periferia a un tempo. Nessun ente è particolarmente privilegiato, non ci sono gerarchie, tutto avviene come deve essere, secondo una assoluta, inesorabile necessità. -Se non sbaglio Spinoza dice che ciascuno di noi è come un’onda dell’oceano che appare per un attimo e poi scompare, un fenomeno mutevole e momentaneo. -Sì, però ricordiamo che l’onda non è separata dall’oceano, è l’oceano stesso in una delle sue tante espressioni. Questo ci rappacifica con l’esistenza, è la risposta che cerchiamo. Tutto quello che accade è semplicemente quello che deve essere. Ordine geometrico poi non significa assenza di errori o dolore o fallimenti, perché anche quelli fanno parte della grande Perfezione… -Mi è difficile accettare questa visione quando penso alle ingiustizie e ai mali che travagliano il mondo. Vorrei poter fare qualcosa con la mia libera volontà… -Capisco, Spinoza chiede molto, non è facile accettare un razionalismo così radicale. Però prova comunque ad ascoltarlo, fai tuo il suo messaggio, poniti per un attimo dal punto di vista dell’eterno, guarda il mondo sub specie aeternitatis. Forse anche tu comincerai a vedere la perfezione ovunque. E allora sboccerà l’amor intellectualis dei e la tua mente si illuminerà… 30 marzo 2025
-Mi chiamo Basilide. Come Stoico partecipo di una grandiosa visione: tutto ciò che esiste è manifestazione della provvidenza divina, del logos universale che tutto ordina e regge come fuoco e pneuma. Il cosmo è un unico grande essere, che vive, muore e ciclicamente rinasce, sempre uguale a se stesso, secondo una legge di assoluta perfezione e razionalità. -Io sono un filosofo che si interroga senza pregiudizi, mi chiamo Carneade. La tua visione è affascinante, ma vorrei approfondirne alcuni aspetti. -Noi stoici abbiamo le nostre risposte pronte, chiedi pure. -Dicevi che il primo principio ordinatore è un dio di ragione, giusto? -Certo, come ti dicevo, il cosmo è retto da un logos ordinatore, è somma perfezione in ogni suo aspetto. -Quindi, se è governato dalla ragione divina, il mondo è comprensibile anche per l’uomo, l’essere dotato di intelletto. -Sì, è certamente così. Ogni cosa ha la sua ragione d’essere, è perfetta così com’è, esprime una immutabile necessità. E noi lo possiamo comprendere con la nostra ragione, come uomini ci è dato di conoscere le prime cause. -Sì, ma quando cerco di capire la tua prospettiva mi imbatto in contraddizioni insolubili. -Quali, ad esempio? -Cominciamo da qui: tu affermi che il divino esiste e coincide con l’universo, che è un essere vivente. Ma allora, poiché tutto ciò che vive partecipa della sensibilità dobbiamo ammettere che Dio subisce le sensazioni: amaro e dolce, piacere e dolore, ecc. Se Dio è suscettibile di mutamento è un essere corruttibile come lo sono tutti i viventi. Di conseguenza non può essere un principio di immutabile perfezione, non può essere il divino. La conclusione è che Dio non esiste. -La tua conclusione mi sembra un azzardo, un abile sofisma. Dio è una realtà innegabile, la ragione stessa ce lo dice. -Non ricorro a sofismi, il mio è un argomentare che si fonda sulla pura ragione. Piuttosto è la tua posizione che è criticabile perché dogmatica, non fondata su una dimostrazione, esposta al principio di non contraddizione. -I principi primi sono di per sé evidenti, non hanno bisogno di dimostrazione alcuna. -Ma se non reggono all’esame della ragione mostrano tutta la loro inconsistenza. Aggiungo un altro problema: secondo la dottrina che tu abbracci, esistente è solo ciò che è corporeo. -Certo, l’universo-Dio è una realtà concreta, vivente, non una fantasia. È tutto quello che ti sta di fronte agli occhi, è il reale vero e innegabile. -Allora anche questa affermazione si espone alla critica. Possiamo concordare sul fatto che Dio non può essere incorporeo, poiché in questo caso sarebbe un niente, non potrebbe agire, provvedere e fare nulla. -Sì, su questo sono d’accordo sicuramente. -Va bene, adesso proviamo ad esaminare l’altra soluzione: Dio è corporeo. E allora ci sono due possibilità: è un essere semplice o composto. Se è composto è un insieme di parti che possono sempre disunirsi disgregando la totalità. Se è semplice è uno dei quattro elementi, terra, acqua, fuoco o aria, ma, essendo ogni elemento particolare e limitato, Dio non può essere completo e perfetto. In entrambi i casi sembra impossibile pensare il divino come logos e provvidenza universale. E dunque dobbiamo ribadire la stessa conclusione: Dio non esiste. -Non posso accettare queste sciocchezze! Mi sembrano elucubrazioni bizzarre di un filosofo che corre con la fantasia a briglie sciolte. -Aggiungo al resto ancora una domanda: pensi che l’uomo è speciale perché dotato di ragione? E che questo è un dono elargito da Dio? -Non ho dubbi, lo dicono poeti e filosofi e anche la gente comune. E almeno questo penso me lo concederai. Ma dimmi dove vuoi arrivare… -A questo ragionamento: se la ragione è per gli uomini un dono divino, come mai gli uomini sono capaci di orribili delitti? Il mondo e la storia sono pieni di tremende ingiustizie e perversioni compiute con la lucida ragione. Pensa alla Medea della tragedia. Pensa alle orrende azioni che gli uomini compiono ogni giorno, in ogni dove. Dio non è colpevole di questo? -No, cosa dici, mi sembra un’assurdità bella e buona! Gli uomini sono liberi di usare l’intelletto e di fare il bene o il male. Cosa c’entra il divino con gli errori umani? -Ma dimmi allora, perché il dio perfetto non ha donato agli uomini una ragione capace di tenerli lontano dall’errore, dalle efferatezze, dall’infamia? Non era meglio non l’avesse data del tutto? -Gli uomini hanno avuto in dono la ragione, devono solo saperla usare bene. Sono loro i soli responsabili di quello che fanno. -No, se proviamo a ragionare senza pregiudizi: Dio doveva dare a tutti gli umani la capacità di discernere il bene e il male, invece sembra aver elargito quel dono a pochi, la maggioranza degli uomini continua a usare la ragione in modo indegno e vizioso, con effetti rovinosi. In questo senso la divinità è colpevole di aver concesso la ragione a chi sapeva ne avrebbe fatto cattivo uso. A meno che non pensiamo che Dio fosse inconsapevole di quello che poi sarebbe stato. Accetteresti mai un dio del genere? -Quindi, alla fine del tuo discorso, Carneade, pensi di aver dimostrato che la divinità non esiste? È questo che davvero pensi? -Niente affatto, forse non hai colto il punto. Dio può esistere, non sono per nulla contro questa possibilità. Oggetto della mia critica è il modo dogmatico in cui il divino viene affermato. Le prove addotte mi sembrano inconsistenti e prive di senso, non reggono all’esame della ragione. È la ragione stessa a pretendere che ogni dimostrazione sia non contraddittoria e convincente. E comunque, se la divinità esiste, probabilmente non è affatto quello che crediamo e ci raffiguriamo. -Non è giusto interrogarsi sul primo principio? Non dobbiamo usare l’intelletto per capire le prime cause del mondo? È un così grande errore affermare che Dio esiste e siamo convinti che sia un essere perfetto? -Tutto è lecito, noi uomini siamo fatti così, non possiamo non interrogarci sulle cause del mondo. Ma quando pronunciamo verità assolute che sono solo credenze dogmatiche finiamo per tradire proprio quel principio di razionalità che consideriamo pilastro della conoscenza. E infine, forse dobbiamo accettare che non è in nostro potere svelare del tutto il mistero di Dio, perché il nostro intelletto, lo dice l’esperienza, è fallibile e limitato… -(dopo una lunga pausa) Devo dire che, dopo questo dialogo, mi sento un po’ scosso e confuso… -Non è mia intenzione mettere in crisi le tue certezze, Basilide. Io stesso sono pieno di dubbi. Molte volte mi sono rifugiato in credenze che ritenevo la verità definitiva e incontrovertibile. Mi sentivo rassicurato, ogni cosa sembrava andare al suo posto, tutto era spiegato e giustificato. Poi è stata la realtà concreta a disilludermi, allora ho ricominciato e approfondito la mia ricerca. Ora sono fatto così: quello che mi appare contraddittorio o infondato lo metto da parte, ho imparato ad esercitare una sana epochè. -Credo che dovrò ripensare a fondo le mie certezze, è giusto riportarle alla luce della ragione evitando pregiudizi e facili scorciatoie. Non so sinceramente quale sarà il risultato, magari confermerò di nuovo la mia visione del mondo. Però mi sembra giusto mantenere un atteggiamento di apertura e di ascolto. Per questo lo farò… -Sì, perché sei una persona seria e onesta, sei un vero ricercatore. Però ora non fare di me un altro maestro di sapienza, perché non lo sono, se hai avuto questa impressione ti prego di abbandonarla. Anch’io rimango un semplice ricercatore, un amante della filosofia. Cerchiamo tutti nella ragione la luce della chiarezza. Non possiamo fermarci e rintanarci nel bozzolo di credenze definitive. Lo spirito del vero filosofo è essere sempre in cammino. 20 marzo 2025