Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Perché sono qui nel mondo? Sono qui perché un desiderio mi chiama a tessere il filo che unisce il finito all’infinito e cercare nel silenzio il mistero dell’essere. Sono qui per scoprire i confini dell’anima e andare a vedere cosa c’è oltre le forme. Sono qui per porre impellenti domande che nessuna risposta potrà mai soddisfare, pronto ad abitare il territorio dell’incerto dove ogni certezza svanisce e mi libera. Sono qui per dar voce a ciò che è oltre le parole, per tessere pensieri che non siano catene ma ali. Sono qui per conoscere e abbracciare il limite, comprendere che esso dischiude nuovi orizzonti e di là ci fa scorgere un disegno più grande. Sono qui per vedere nello sguardo dell’Altro quello che ancora devo ritrovare in me. Sono qui perché la vita è una grande domanda, ogni istante un enigma da risolvere. Sono qui per rendere conto del tempo che fugge, per dare memoria dell’attimo che si consuma. Sono qui per testimoniare la bellezza del semplice fatto di vivere nel mondo. E forse il senso ultimo del mio esserci non è da cercare altrove, in complicati luoghi, ma nel semplice fatto di essere presente, di lasciarmi attraversare dal nulla e dal tutto. E riconoscere in questo oscillare il dono di vivere. 6 ottobre 2025
-Discepolo: Maestro, cos’è la bellezza? -Plotino: Non posso parlare del bello se non nel linguaggio della poesia. Ascolta dunque Eufrasio e cerca di cogliere ciò che è al di là delle parole:
La bellezza non è ornamento esteriore. Non è grazia della forma sensibile. È un richiamo, un varco, un passaggio. È luce immateriale che filtra dall’Uno. È riflesso dell’armonia eterna che dal divino discende su noi.
Ogni cosa bella custodisce un segreto, non brilla da sé di propria luce, riflette un ordine più alto e perfetto, partecipa di una Idea che la trascende. La rosa è bella ed emana la sua luce perché manifesta l’Idea che le dà vita. Un volto, un suono, un gesto, un colore: tutto può diventare simbolo del bello che incanta, toglie il peso del mondo, apre lo sguardo e purifica il cuore.
Vivere il bello è compiere un viaggio. L’anima innocente contempla rapita, vola nell’Oltre sulle ali della nostalgia e risvegliata ricorda le sue origini. È un’ascesa interiore verso l’eterno, una liberazione dai vincoli del tempo, il ritorno alla patria mai dimenticata.
Bello e amore sono fedeli compagni. Amare è accogliere la luce superna, quell’intelligibile che si rivela a noi e traspare nelle forme sensibili come un filo che unisce terra e cielo.
L’essere è bellezza e la bellezza è essere. Noi siamo belli quando siamo ciò che siamo, quando rimaniamo fedeli al nostro essere, all’invisibile Idea che abita in ogni cosa.
Ascolta queste parole, caro Eufrasio, falle tue, medita, cerca sempre la bellezza. Vivi la silenziosa attesa del ritorno all’Uno, scopri quell’unità che abita già nel cuore. Vivi le virtù che rendono luminosa la vita. Non c’è al mondo altra cosa più degna. 4 ottobre 2025
-Discepolo: Cos’è questa legge dei sette anni che insegni nella tua dottrina? -Maestro Pitagorico: Secondo noi Pitagorici ogni sette anni comincia un nuovo ciclo della nostra vita. Una legge infallibile governa il tempo dell’uomo e lo porta a un costante rinnovamento. Dopo un settennio la vita compie una svolta, come se un invisibile architetto ridisegnasse a fondo le nostre forme interiori. -Discepolo: È perché noi cresciamo e ci trasformiamo? È il cambiamento della nostra forma corporea? -Maestro Pitagorico: Non si tratta soltanto del corpo, che lentamente muta, ma dei pensieri, dei desideri, dei modi di vivere. Ciò che appariva incrollabile improvvisamente perde la sua presa e lascia spazio ad altro. È come un sipario che cala per aprirsi su un nuovo capitolo dell’esistenza. -Discepolo: In che modo avete scoperto la scansione settennale? Con un calcolo matematico? -Maestro Pitagorico: Il numero sette nella nostra visione non è un semplice calcolo: è un ritmo universale della vita che scandisce i suoi cicli. La legge dei sette anni è scritta nei numeri, ma soprattutto nelle pieghe della nostra esperienza. È l’espressione di un profondo principio cosmologico e simbolico. Essa ci ricorda che non siamo una realtà statica, bensì un flusso. Dopo sette anni non siamo più chi eravamo: se ci osserviamo da lontano spesso stentiamo a riconoscerci. -Discepolo: Quindi cambiamo il nostro essere? Diventiamo qualcun altro? -Maestro Pitagorico: In un certo senso sì. Prova a chiederti: dove e cosa ero sette anni fa? Come era il mio corpo? Come era la mia mente? -Discepolo: Sì, ammetto che sono molto diverso rispetto ad allora, quando ero poco più di un bambino. Ma mi sento comunque sempre “io”… -Maestro Pitagorico: Allora adesso interrogati su quell’io che senti di essere. -Discepolo: Beh, è ciò che fondamentalmente sono, la mia identità costante e immutabile… -Maestro Pitagorico: Vediamo più da vicino l’insegnamento. Secondo noi Pitagorici ogni sette anni ogni minima parte del corpo si è rinnovata. È un’osservazione che fa parte della nostra scienza segreta, di cui non parlerò ora. Il corpo che avevamo sette anni fa non c’è più. E questo fatto è importante perché ci fa capire che noi non siamo il corpo… -Discepolo: Certo, altrimenti saremmo scomparsi nel niente per poi riapparire miracolosamente dal nulla… -Maestro Pitagorico: Sì, e in più non siamo la nostra mente, perché idee e pensieri di sette anni fa non li ricordiamo e non sono più quelli che abbiamo ora. Anche i pensieri di ieri sera non sono più quelli che abbiamo adesso. Questo basta per comprendere che noi non siamo la nostra mente, perché essa cambia continuamente, non è mai la stessa. -Discepolo: Dunque, se non siamo corpo e mente che vanno e vengono, cosa siamo? -Maestro Pitagorico: Siamo un’anima immortale. Quella è la nostra reale essenza. -Discepolo: Siamo esseri immortali? -Maestro Pitagorico: È ciò che noi pitagorici insegniamo, perché lo abbiamo visto e sperimentato. Segui questa intuizione e rimani con quello che in te è costante e immutabile. Quello è il vero “te stesso”. -Discepolo: Ma i cicli di sette anni si concludono prima o poi? -Maestro Pitagorico: L’infanzia, la gioventù, l’adolescenza, la prima e seconda maturità e la prima e seconda vecchiaia si susseguono in un ciclo che rispetta la scansione. Arrivati alla fine del ciclo ai settant’anni il giro ricomincia, ma ormai ripete solo il passato e difficilmente aggiunge qualcosa di nuovo alla personalità, al pensiero e a quello che siamo e sappiamo di essere. -Discepolo: La vita è dunque un cammino graduale di crescita e perfezionamento… -Maestro Pitagorico: Sì, ogni settennio è un ciclo di maturazione e di distacco. In quei passaggi lasciamo la vecchia pelle, abbandoniamo abitudini, desideri e paure che ci tenevano prigionieri, apriamo nuove prospettive. -Discepolo: Però il processo di maturazione non è sempre facile… -Maestro Pitagorico: Sì, è vero, talvolta è doloroso perché il cambiamento chiede tanto, ma alla fine si scopre che il soffrire aveva un senso. Accettare la legge dei sette anni vuol dire riconoscere che ogni fase ed esperienza vissuta era necessaria. Ciò che siamo oggi è il frutto delle nostre metamorfosi. La vita ci chiede di muoverci, di non restare uguali, perché il non cambiare è morte. Così, ogni sette anni, l’uomo si ritrova rinnovato, eppure fedele al suo destino: essere un cammino che mai si arresta. -Discepolo: Si può fermare questo processo? -Maestro Pitagorico: Ogni settennio siamo davanti a una soglia. La nostra identità si rivela più fragile e mobile di quanto crediamo. Ciò che sembrava solido diventa liquido, ciò che ci sembrava eterno si trasforma, nuove forme di pensiero e desideri emergono. Ogni settennio porta con sé una prova: un distacco, una nuova consapevolezza, un cambiamento inevitabile. Se opponiamo resistenza, il cambiamento ci appare doloroso e ingiusto; se lo accogliamo, possiamo riconoscerlo come via di maturazione. Chi rifiuta il movimento resta prigioniero di un’illusione, perché tenta di fermare ciò che è scritto nel suo destino. -Discepolo: Però ammetto di fare fatica a distaccarmi dal mio passato, una parte di me se ne va e io lo vivo come una dolorosa perdita… -Maestro Pitagorico: Capisco, accade a tutti. Ma ricorda, il tempo va visto come alleato, non come nemico. L’uomo che accetta la ciclicità comprende che ogni perdita è una trasformazione, che ogni fine è un nuovo inizio. Ciò che è passato ha svolto il suo compito, ha preparato la nascita di ciò che deve venire. E va bene così, è nella logica delle cose, nella matematica del vivere. Non dobbiamo giudicare il passato come errore, ma come una fase necessaria e superata. E il futuro va visto non come minaccia, ma come opportunità e promessa dell’inaspettato. -Discepolo: Dovrò meditare a lungo su questo. La legge dei sette anni cambia la mia visione di vita, offre nuove comprensioni, mi costringe a ripensare me stesso… -Maestro Pitagorico: Riconoscere quella legge significa accettare che come uomo non sei mai concluso, mai definitivo. Noi siamo esseri di passaggio, tessuti dal tempo, pellegrini che attraversano forme sempre nuove di sé. -Discepolo: Sento che questo insegnamento è giusto e vero. Ma dovrò lavorare a fondo su di me per superare la paura del cambiamento, che comunque avverrà in ogni caso… -Maestro Pitagorico: La vita ci chiede di non aggrapparci a ciò che è stato e accettare l’insicurezza. La saggezza consiste proprio in questo: imparare a camminare dentro il mutamento senza timore, sapendo che la vita ci offre volti diversi, ma sempre fedeli al nostro essere profondo, all’anima immortale che siamo. Ogni ciclo è un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando. La trasformazione non ci allontana dalla nostra essenza, ma la rivela in modi nuovi. Impariamo a lasciarci condurre da questo ritmo, riconciliandoci con il tempo e con le sue metamorfosi. Così, vivendo sul crinale del tempo che passa la nostra anima rinnova i suoi confini invisibili. 3 ottobre 2025
Un alito che sfugge alla trama del tempo, un momento sospeso nelle radici dell’essere, un punto nell’universo, un infimo nulla che si interroga e scruta la notte cosmica alla ricerca di un senso… Questo io sono. Ogni stella è uno sguardo e una domanda: “Chi sono?”… “Perché?”… “Verso dove?” In quell’immenso spazio oscuro e luminoso il grande mistero si innalza all’eterno. La mia identità si dissolve e si ricompone come un labile soffio di polvere cosmica nel vortice di energia che tutto muove, nella forza primigenia che plasma i mondi. In quell’abisso di infinito vive il mio “io”, segnato dai limiti della sua finitudine, perso nelle acque agitate del dubbio, percorso da un profondo senso di nullità.
Ma proprio lì, nell’abisso della finitezza, germoglia la domanda sull’ultimo destino. La coscienza rompe il ciclo delle cause, il piccolo “me” assorbe in sé quell’infinito, lo vede, lo comprende, lo ama, lo rende vivo. Sa che la domanda non rimarrà inevasa, lo spettacolo del mondo è già la risposta. Ogni stella che scompare rivela la verità, ricorda che ogni nascere è già un morire, che in ogni inizio è già scritta la parola fine. E che questo vale per tutte le cose.
Tutto ciò che appare ha un’eco dentro di me, perché io non sono un semplice spettatore. Spinto dal bisogno di capire vado cercando nel cosmo che mi accoglie e mi abbraccia. Voglio abitare la domanda, voglio camminare sul confine tra il conosciuto e l’ignoto.
Sospeso tra l’ombra e la luce delle stelle sento che la mia caducità diventa un ponte: cade ogni distanza tra il cielo e l’anima: ogni astro lontano è un riflesso del mio essere, ogni bagliore remoto una promessa di senso. Contemplando in silenzio la volta stellata mi riconosco compagno di questo universo. E la ricerca del perché nascosto nelle cose diventa la più grande e gloriosa avventura. È il segreto custodito nell’”io sono”. Solo chi sa di essere polvere e lo accetta può avvicinarsi al mistero dell’infinito. 1 ottobre 2025
-Si dice che il Primo principio, il divino Uno, sia infinito. L’infinito è il senza-limiti. Vuol dire che l’Assoluto esiste in un tempo senza fine e in uno spazio illimitato? -No, l’Assoluto esiste in un non-tempo e in un non-spazio. Un tempo che va avanti senza fine non potrà mai completarsi, perché ci sarà sempre un “dopo” che rimane, rimarrà sempre ancora un’infinità da percorrere. Anche miliardi di miliardi di anni non saranno mai un infinito, ma un perpetuo tendere senza mai giungere a un termine. Il tempo come noi lo conosciamo, quello dell’orologio, è per sua natura progressivo, limitato e inconcluso. Non può essere il tempo dell’Assoluto che è l’eterno immobile. -Quindi il divino non conosce il trascorrere del tempo, quello che chiamiamo “divenire”, perché lo trascende. Ma lo spazio? -Lo stesso vale per lo spazio. Lo spazio deve sempre contenere un qualcosa che lo fa esistere altrimenti è nulla. Ma ogni “qualcosa” è una dimensione finita, relativa, dunque è in sé un confinamento, una limitazione. Lo spazio non può essere perciò il “luogo” dell’Uno senza limiti. -Allora l’eterno infinito cosa è? Dove e come vive l’Assoluto? -È da nessuna parte e in nessun tempo, come si è detto. Ma essendo senza limiti contiene in sé infinite realtà, compresi il tempo e lo spazio. E le manifesta senza per questo uscire dalla sua unità e immutabilità. -Come si può pensare l’Assoluto? Contiene tutto ma appare più come un nulla. Se togliamo tempo e spazio non lo si può neppure immaginare: non è un qualcosa, non è un processo o una realtà che diviene, sfugge ad ogni comprensione e definizione. È come una dimensione oscura, silenziosa e senza limiti dove nulla accade, una realtà immobile e vuota, inquietante e quasi spaventosa… -Se cerchiamo di raffigurarci l’Assoluto in termini spazio-temporali può apparire così. La nostra mente limitata non è in grado di afferrare una realtà che la trascende, annaspa nel buio. È come per una persona non vedente: come può farsi un’idea dei colori se non li ha mai visti? Per lei giallo, verde e rosso saranno solo parole vuote, un buco nero. -Dicevamo che il divino è eterno, non soggiace al divenire e permane uguale a sé stesso. Ma come si concilia con il fatto che contiene in sé spazio, tempo e un’infinità di cose? Non si rompe così la sua unità? Non diventa molteplice, frammentato e limitato? -L’Assoluto è immutabile e insieme il creatore di tutta la molteplicità del divenire nel tempo e nello spazio. È un paradosso estremo, per noi inconcepibile: la coincidentia oppositorum di unità e molteplicità, essere e divenire, tutto e nulla. -È una cosa per me difficile da comprendere, soprattutto la coincidenza di movimento e immobilità… -Allora pensala così: all’interno di sé l’Assoluto si muove, ma appare immobile perché lo fa a una velocità infinita che fa coincidere la quiete e il movimento, il nulla e il tutto. Poiché si muove ad una velocità infinita è presente ovunque, in ogni tempo, in ogni luogo e direzione, in un solo istante di non-tempo. E in quel non-tempo c’è tutta l’infinità di ogni realtà possibile. In quell’apparente nulla c’è il tutto. -Puoi farmi capire meglio con un esempio concreto? -Immagina di far ruotare una corda con un piccolo oggetto al suo estremo. Se l’oggetto raggiungerà una velocità infinita sarà ogni istante in ogni punto della circonferenza. Tu vedrai un cerchio immobile e solido che in realtà sarà un’illusione creata dal movimento infinitamente veloce. Un’apparenza ingannevole, come accade quando le ruote girano a gran velocità e i suoi raggi sembrano fermi. -Dici che il movimento del piccolo oggetto rotante attaccato alla corda produce un cerchio, ma che questo è un’illusione, un miraggio. È così anche per il mondo? -Esattamente. Gli oggetti che vedi intorno a te appaiono solidi per la velocità di movimento e rotazione della materia, degli atomi che la compongono. Parliamo comunque sempre di velocità finite, anche se relativistiche e difficilmente immaginabili. Ogni realtà materiale si muove e vibra a vari livelli di frequenza. E da questa derivano le sue caratteristiche, il suo colore, la consistenza, il suono, ecc. -E se io potessi cambiare la frequenza di vibrazione di un oggetto elevandola a un livello superiore? Cosa accadrebbe? -Semplice, l’oggetto cambierebbe le sue qualità e magari sparirebbe alla tua vista, anch’essa un processo vibratorio materiale, perché non ci sarebbe più possibilità di sintonizzazione e comunicazione. -Mi domando però del nostro mondo, l’universo in cui viviamo: esiste da sempre e per sempre? -Se il tempo e lo spazio sono finiti tutto ciò che è contenuto nel tempo e nello spazio è limitato e finito, che sia oggetto, fenomeno, realtà o processo. Ora, ciò che è diveniente e limitato non può essersi autocreato. E per la sua finitezza è impermanente, è nato e morirà. Solo ciò che è un Principio assoluto, autocreato ed eterno può creare in un istante Singolare lo spazio e il tempo e tutte le realtà e i fenomeni che in essi sono contenuti. -Dunque il mondo che vediamo è stato creato da un Essere infinito e perfetto. Si può dimostrare con i mezzi della ragione? -Torniamo al principio-cardine che già gli Antichi ponevano come assioma: nulla può venire dal nulla. Il nulla assoluto non può produrre qualcosa. E poiché noi vediamo che qualcosa esiste, dobbiamo concludere che la realtà finita, ovvero il mondo, non può essersi creata da sé, deve provenire da un Primo principio infinito, eterno, perfetto, autosussistente e atemporale, non diveniente e indistruttibile. -Prima dicevamo che l’Assoluto è insieme tutto e nulla. Allora cosa si intende qui per “nulla”? -Il Nulla qui non è il niente assoluto. È un’infinita intelligenza immateriale, senza confini, illimitata e immutabile che ci appare come “nulla” perché è pura potenzialità, pensiero non ancora in atto, creatività sconfinata e imperscrutabile. -E noi umani? Quale è la differenza con l’intelligenza dell’Assoluto? -La nostra è un’intelligenza legata allo spazio-tempo, limitata nelle sue possibilità e nella creatività. Rispecchia come frammento quella divina, ma rimane confinata al mondo materiale, è localizzata e meccanica, è solo un sofisticato sistema di calcolo finalizzato alla sopravvivenza dell’individuo. -Questo spiega perché l’Assoluto non lo possiamo comprendere… -Certo, almeno finché rimaniamo confinati nel nostro intelletto legato alla materia. Non possiamo concepire il trascendente, il pensiero non può superare i suoi limiti. -C’è una possibilità di andare oltre? -Sì, si possono aprire le porte dell’intuizione, l’intelligenza superiore che permette di sintonizzarsi col Primo principio. Ma questo è un discorso complesso che non possiamo affrontare oggi. Lo riprenderemo dopo che avrai riflettuto a fondo su questi temi. -Queste considerazioni mi affascinano, ma alla fine mi chiedo: come renderle concrete e farle ricadere nella mia vita? -Sono riflessioni che servono ad aprire la mente. Non pretendono di diventare per te una conoscenza o un’esperienza. Sono solo un invito alla ricerca, un sasso lanciato nello stagno, uno stimolo perché si attivi la tua immaginazione creativa. Il resto verrà col tempo, senza fretta, sarà un progressivo cammino di conoscenza. -E questo può aiutarmi a vivere meglio? A essere più sereno e felice? -Noi cerchiamo in primo luogo la verità, a questo dedichiamo la nostra vita. Quanto più si approfondirà la nostra comprensione tanto più forse ci sentiremo sereni e felici. Ma questo sarà solo un effetto secondario, un sottoprodotto della ricerca, non il fine di essa. -Capisco… Ma sento che la mia mente vacilla, brancola nel buio. Mi sento un nulla, impotente di fronte alla grandezza di un infinito incommensurabile e incomprensibile… -Tu, come ogni altra cosa, non vivi fuori da quell’infinito. Pur nel tuo piccolo, sei un frammento di quell’Intero. Sei l’Assoluto che guarda sé stesso da uno dei suoi infiniti punti di individuazione. Accetta l’idea di essere l’Assoluto e coltivala come un ricordo che riemerge da un’atavica memoria. Prima sarà soltanto una mera convinzione, poi col tempo diventerà una precisa sensazione nel corpo e nella mente, un’esperienza di apertura. Il sentimento di espansione psico-fisica sarà prima una cosa solo immaginata, poi pian piano diventerà un fatto, la cosa più reale. E non dubiterai più della sua verità. Nascerà un’intuizione che ti rivelerà quello che sei nella tua ultima essenza. Un profondo sentimento ti invaderà ricordandoti quello che da sempre sapevi, una verità sempre presente che disperso nelle cose del mondo avevi dimenticato. 6 settembre 2025
Salivamo la collina in quella grigia sera di novembre. Una pesante pioggia ci aveva sorpresi in cammino e stanchi e affamati cercavamo rifugio per la notte. Bagnato dalla testa ai piedi guardavo Francesco che procedeva con passo lento ma risoluto, incurante del diluvio e della grande fatica. Di lontano occhieggiavano le prime luci del paese, ma la strada era ancora lunga per le nostre gambe e il desiderio di un riparo sovrastava ogni sentimento.
Mentre il buio si faceva più fitto Francesco parlò. Lo faceva spesso per ricordarci il nostro voto e spronarci a dedicare ogni momento allo spirito: “Dimmi Leo, chi è colui che è un vero santo?” Camminavo in silenzio, piegato dalla stanchezza, ma subito sentii che la mia anima si risvegliava: “Colui che fa miracoli e dona la vista ai ciechi?” “No Leo, non è questo per noi il vero santo…” Un lungo silenzio scandito solo dai nostri passi… Mi sentivo confuso e perplesso, la testa china. Poi Francesco con un dolce sorriso riprese: “Nemmeno chi ha grandi conoscenze è un santo, dovesse anche sapere tutti i segreti dell’universo!” “Allora -dissi- è forse colui che ammansisce il lupo e parla con gli uccelli e gli alberi e le stelle?” “No, caro Leo, neppure questo fa di lui un santo…” Cercavo di trovare dentro di me una risposta, dimentico ormai dei miei piedi doloranti, mentre un vento freddo spazzava la collina e il sentiero bagnato si faceva più insidioso. “Chi è dunque un santo?” riprese Francesco “Dammi la tua risposta, Leo, la sto aspettando…”
L’amore di Francesco arrivava come un’onda, ci sommergeva fino a toccare la nostra anima era come il fuoco che riscalda e rischiara la notte. Quando ci rivolgeva la parola e ci guardava qualcosa in noi si scioglieva e prendeva il volo… La notte adesso era diventata buia e fredda, ma non ascoltavo più il disagio e la stanchezza, la cosa importante era rispondere a Francesco, accogliere le sue parole che erano un invito a volgere sempre lo sguardo all’Altissimo. “Forse -dissi- santo è colui che ha rinunciato e vive in totale povertà, come i primi apostoli…” Francesco si fermò e sussurrò con voce gentile: “No, neppure questo basta per essere santo!” A questo punto non fui capace di trattenermi, l’ardore giovanile mi fece diventare irruente: “Ti prego, Francesco, dammi tu la risposta, il mio cuore è inquieto, la mia mente confusa, credo di non sapere più cosa sia la santità!” Lui mi sorrise ma non aggiunse una parola. Riprendemmo il nostro cammino in silenzio. La pioggia non ci dava tregua e il buio era fitto, io trascinavo un corpo ormai sfinito e dolorante.
Ma ora si intravedevano le prime luci del paese, tornava il desiderio di una zuppa e un giaciglio. Francesco si fermò alle prime case del borgo: “Guarda con attenzione, forse avrai la risposta!” “Finalmente saprò cosa vuol dire essere santo?” “Ora batterò alla porta di quella locanda laggiù. Dirò al locandiere che siamo due frati pellegrini e chiederò accoglienza e un riparo per la notte. Forse il padrone della taverna ci caccerà dicendo: ‘Andatevene vagabondi, qui non c’è posto per voi!’ Ma noi insisteremo e batteremo di nuovo alla porta e se stavolta uscirà col bastone gridando ‘Via!’ quello sarà per noi il momento più importante, lì saremo messi alla prova dalla grazia divina. Dovremo essere capaci di guardare quell’uomo con gli occhi dell’anima e vedere in lui il divino!” “Lo faremo, Francesco, anche se ci maltratterà? Anche se ci manderà via senza alcuna pietà?” “Dio è dappertutto e in ogni cosa, mio caro Leo, nella sua Creazione tutto è buono, bello e giusto. Forse quel fratello non lo sa o l’ha dimenticato, ma noi che seguiamo la regola lo sappiamo, dunque tocca a noi ricordarglielo con gentilezza e mostrare cosa sono la carità e la compassione…” Le parole di Francesco mi toccavano il cuore, ma sembravano un messaggio troppo alto per me, -io che ero un povero frate, giovane e inesperto. “Non è facile -dissi- seguire la via della santità. Temendo il locandiere e le sue minacce, con la stanchezza e questo freddo e il buio per un momento mi ha preso lo sconforto…” Questa volta Francesco mi guardò fisso, i suoi occhi brillavano, mi leggevano dentro. “Ricorda, Leo, che Dio è sempre con noi, ci accompagna e ci accudisce ogni momento, dobbiamo ringraziarlo e lodarlo a ogni respiro e rimanere lieti e in pace in ogni circostanza. Dio è anche questa pioggia e questo buio, è questo vento che soffia e ci gela le ossa, è questa stanchezza e la fame che ci divora.” La mia anima assetata beveva ogni sua parola… “Tutto accade sempre e solo per Sua volontà. Non solo la bellezza, la gioia e la buona fortuna, anche il dolore e la morte fanno parte del gioco. Non dobbiamo rifiutare nulla di quello che viene, ogni cosa ha il suo posto nella poesia del Creato, tutto è buono nel grande Cantico dell’esistenza!” Ci fu un breve silenzio, poi Francesco riprese: “Sei pronto a seguire questa via di santità, Leo? A vivere in pace vedendo ovunque solo il divino?” Questa volta le parole non erano necessarie, dal mio cuore la risposta, un solo, grande “Sì”.
E in quel momento la Provvidenza divina… Una vecchina si affacciò alla porta di casa e ci fece un gesto, invitandoci ad entrare. Ci offrì una scodella calda e un giaciglio asciutto, ci fece ristorare davanti al camino e ci ospitò, in quella notte così fredda, senza dire una parola. Poi fu di nuovo giorno e ripartimmo per Assisi… 28 giugno 2025
-Dunque ti ripropongo la domanda di ieri: da dove viene quella “voce” nella testa che continuamente parla e commenta ogni cosa che facciamo? Se è vero che io non sono la mia mente, se non sono il mio pensiero, allora “chi” pensa? -Ti sembra troppo scandaloso se ti dico che esiste il pensare, ma non c’è nessun “pensatore”? -Mi sembra un’affermazione assurda: è come dire che c’è un’azione senza colui che agisce, un parlare senza colui che parla… Non è un modo per non rispondere? -Allora ti rispondo così: è il Tutto che agisce e pensa e parla, è l’Esistenza nella sua totalità, non “qualcuno” nel senso di un ente individuale, non un “chi” collocato nello spazio e nel tempo o un “qualcosa” che ha una sua indipendenza e realtà autonoma. In effetti non ce n’è bisogno, la vita va avanti da sé, spontaneamente e liberamente, perché complicare le cose? -Quindi tutto quello che succede è un agire e un pensare impersonale? Come questa pioggia che sta cadendo sui tetti? Come questo vento che soffia tra gli alberi? -Noi diciamo senza problemi che “piove” o “fa freddo” e non ci poniamo la domanda “chi sta piovendo?” o “chi fa freddo?”. Dunque perché non possiamo accettare che tutta la vita sia un qualcosa che accade, senza che si debba cercare qualcuno che fa? -È un discorso strano che non mi convince, va contro la percezione immediata delle cose e l’intuizione che abbiamo del mondo… -Va bene, allora rimane solo una cosa da fare, andare alla ricerca di questo famoso “chi”, il soggetto, e vedere com’è e dov’è. -Partiamo dalla nostra esperienza? -Certo, come sempre. Degli altri individui non possiamo sapere nulla perché li vediamo dall’esterno, possiamo solo inferire o ipotizzare la loro esistenza e il loro sentire. Dobbiamo partire per forza da noi stessi, dalla nostra certezza di esistere, dalla nostra esperienza diretta. -Va bene, accetto la sfida… Da dove si comincia? -Tutti noi conosciamo la “voce interna” che ci accompagna in ogni momento della giornata commentando, riflettendo e giudicando ogni situazione… -Sì, è un continuo chiacchierare che va avanti da sé con rare pause e disturba la nostra quiete. Ieri tu mi dicevi di lasciare scorrere i pensieri senza trattenerli, affermando che noi non ne siamo gli autori, siamo solo gli osservatori del processo di pensiero. Però la domanda è inevitabile: se non siamo noi a farlo, allora chi pensa? -Per rispondere dobbiamo tornare alla questione della nostra identità. Noi siamo convinti di essere un soggetto pensante, lo diamo per scontato, ma quando cerchiamo il “pensatore” non riusciamo a trovarlo. -Questo mi sembra esagerato, non riesco ad accettarlo, la nostra esperienza dice il contrario… -Allora proviamo a vedere come stanno le cose partendo proprio da lì, dalla nostra personale esperienza e comprensione. Ti suggerisco una tecnica che è semplicissima, ma illuminante. -Va bene, cosa devo fare? -Fermati per qualche secondo e prova a prevedere quale sarà il tuo prossimo pensiero… -Ok, mmh… -(dopo una breve pausa) Allora, ci sei riuscito? -Non so, si è creato un vuoto, poi è spuntata l’idea che ho fallito l’esperimento… -No, non hai fallito, hai solo constatato come stanno le cose in realtà. L’hai detto tu stesso che “un’idea è spuntata”… I pensieri appaiono spontaneamente, al di là di ogni decisione e volontà. È sempre quella “voce interna” che parla e va avanti per conto suo, in modo automatico. Se lo ripeti più volte l’esperimento ti dimostrerà che non c’è un pensatore separato che sta “dietro” il pensare. -Dunque cade la questione del “chi”? -Sì, i pensieri sono come onde del mare che vanno e vengono. In realtà tutta la vita che vedi intorno è un divenire spontaneo, creativo, un infinito e imprevedibile gioco di forme. -Ma i pensieri non sorgono dal nulla, ieri dicevamo che hanno sempre una causa dettata da situazioni e circostanze… -Certo, è così, sono legati perlopiù alle memorie del passato e alle proiezioni nel futuro. Ma noi ora stiamo rimarcando il fatto che dietro l’accadere delle cose -pensieri compresi- non c’è un “qualcuno” che agisce, pensa, decide e dispone, non un soggetto individuale, non una singola volontà. È la totalità del reale che agisce e pensa. -Non ho capito bene… -Il Tutto, l’Esistenza, è manifestazione di un’unica Coscienza onnicreativa. Che ci siano coscienze e menti individuali è un’illusione. -Puoi spiegarti ancora meglio? -Provo in parole semplici, sapendo che il linguaggio è sempre limitato. L’infinito oceano della coscienza si manifesta in innumerevoli forme, percezioni, sensazioni e pensieri. Col pensiero però nasce un fenomeno nuovo: la coscienza si riflette in esso creando, come in uno specchio, la sensazione di un “io” separato. In realtà il soggetto individuale autonomo è una illusione olografica, una mera apparenza. Oppure si può dire anche così: c’è un unico Soggetto, un’unica Mente, un unico Essere dietro tutto ciò che esiste. Questo Uno si manifesta apparentemente in forme, individui, menti e fenomeni che sembrano molteplici e separati, ma sono in realtà i riflessi di un unico Tutto indiviso. -L’Uno è per caso quello che chiamiamo Dio? -Puoi chiamarlo così, se ti aiuta a capire meglio. Noi e tutte le cose esistenti siamo come le onde dell’oceano, prodotte da esso e solo in apparenza dotate di una propria realtà individuale. Ma è l’insieme della massa oceanica col suo movimento e la sua energia che le produce, in una catena di eventi interrelati dove cause ed effetti si confondono. Le onde nel loro apparire e sparire sono semplicemente “ciò che accade”. Ed è così anche per la vita in ogni sua manifestazione, ogni fenomeno è come un’onda sulla sua superficie. -E in questo panorama quello che si intende di solito come “io” che fine fa? -L’io semplicemente si rivela per quello che è: un pensiero tra gli altri, un fantasma, una costruzione immaginaria, un sogno. Alla fine il tuo io non è altro che il pensiero stesso, un suo sottoprodotto che appare come un “me”, una chimera, per quanto possa sembrare solido e reale. Ma questo lo puoi vedere solo mettendoti dal punto di vista dell’osservatore, fissandoti nella coscienza impersonale. -La coscienza è sempre impersonale? Non è mai un fenomeno individuale? -È di natura impersonale, perché essendo al di là del pensiero non ha un’identità e una storia, trascende lo spazio e il tempo, non ha caratteristiche riconoscibili né particolarità che la definiscono. Non è divisa, non ha confini, non va e non viene, non dipende e non è condizionata. È pura consapevolezza. Si manifesta come mondo, quel grande gioco di illusioni che è la vita, ma non muta e rimane inviolata. È lo Spettatore imparziale, l’Osservatore universale della sua stessa manifestazione. -Questa prospettiva mi destabilizza non poco, ho bisogno di tempo per ripensarla e approfondirla. Ma ripeterò l’esperimento che mi hai suggerito, voglio andare a fondo e indagare la mia realtà, tornando sempre alla domanda cruciale: “Chi pensa?”… -Bravo, questo è l’atteggiamento giusto del vero ricercatore. Non devi credere a quello che dico, devi sperimentare in prima persona. Come si usa dire, le mie parole sono un dito che indica la luna, non sono la luna, quindi non confondere le due cose. Procedi libero e senza pregiudizi, ascolta gli altri ma poi fai le tue esperienze, conquista la visione della pura coscienza, vai avanti senza timore, la ricompensa potrebbe essere grande… 26 giugno 2025
-Desidero approfondire la mia meditazione e per questo cerco la quiete. Non è difficile trovare un posto tranquillo, ma dentro di me la situazione è più agitata. Non riesco a fermare il flusso disturbante dei miei pensieri… -I tuoi pensieri? Sono un problema? -Sì, se riuscissi a farli tacere sono sicuro che sarebbe molto più facile meditare, ma più tento di scacciarli o eliminarli, più mi trovo invischiato nella loro trama. Hai un consiglio da darmi? -Cominciamo così… Cosa hai qui ai piedi? -Lo vedi anche tu, i miei sandali… -Come fai a sapere che sono i tuoi sandali? -So per certo che mi appartengono, li ho comprati e indossati, su questo non ho dubbi… -Ma diresti mai che tu sei i tuoi sandali? -No, sarebbe ridicolo affermarlo. Siamo due cose diverse… -Come fai a capire di non essere i tuoi sandali? -Che strana domanda! Mi sembra che non ci sia bisogno di spiegarlo, è ovvio: vedo i sandali come qualcosa di altro da me, tra noi c’è una distanza, una separazione. Io sono qui e i sandali sono lì ai miei piedi… -Bene, adesso applica questo discernimento ai tuoi pensieri. Non li vedi anch’essi come “altro” da te? -Mi sembra che la situazione sia differente: i pensieri sono miei, li ho prodotti io quindi sono parte di me, anzi sono me, mi pare una cosa facile da capire… -E invece proprio qui sta il punto, prova a seguirmi… Se tu puoi vedere i tuoi pensieri vuol dire che fra te e loro c’è una distanza, quindi, come per i sandali, non siete la stessa cosa. I pensieri sono oggetti che si presentano alla tua coscienza, sono là e semplicemente ti appaiono. Tra te e i tuoi pensieri c’è una diversità, una separazione, uno iato, c’è una distanza tra “quelli là” e il “te stesso”. -No, un momento, io so con certezza di essere la causa dei miei pensieri, sono io che penso, decido, rifletto e voglio… -È così solo in apparenza. Se guardi a fondo vedi che i pensieri appaiono nello spazio della tua coscienza, senza che tu li abbia voluti, costruiti o chiamati… -Direi di no e insisto: sono sempre io che penso e voglio, è una certezza assoluta per me. Io sono l’artefice dei miei pensieri, tant’è vero che posso farli e disfarli, modellarli e inventarli, insomma posso farne quello che voglio… -Allora non capisco più il problema che mi presentavi… Se è vero che sei tu a creare liberamente i tuoi pensieri, perché non li fai sempre belli e positivi? Perché non puoi cambiarli e controllarli a tuo piacimento? Perché mi dici che ne sei succube e non sai come fare a fermarli? -Mmh… -Se non sbaglio è proprio per questo che sei venuto da me… -Stai dicendo che ogni mio pensiero non è frutto della mia volontà, non dipende da me, quindi ha una causa esterna, è dettato dalle circostanze o da non so cosa… Però, guarda: se io ora decido di pensare a un cavallo, chi può impedirmelo? Non è un mio libero atto di volontà? Quale potrebbe essere la causa esterna che ora mi costringe? -La causa è questa situazione che stai vivendo: stai cercando di dimostrarmi di essere padrone dei tuoi pensieri ed è per questo che salta fuori la sfida del cavallo. I tuoi pensieri e anche i miei sono sempre determinati da qualche causa, spesso da più cause intrecciate e difficili da decifrare, per cui possiamo solo constatare il loro comparire. Si tratta di meccanismi mentali condizionati, associazioni, reazioni automatiche, catene logiche che, come mi hai detto, non è possibile governare. -Ma se io cerco di bloccare un pensiero, perché non funziona? -Se cerchi di farlo vedi che il pensare non si arresta, anzi il processo si rafforza sempre più perché è alimentato dal conflitto di istanze opposte dentro di te. -Certo, capisco, diventa una lotta interna. L’affermazione “voglio smettere di pensare” è assurda, è volere di non volere pensare, è il pensiero che vuole sconfiggere sé stesso, una contraddizione senza via d’uscita… -È il classico gatto che si morde la coda. Un pensiero potrà forse scacciarne un altro, ma non interromperà il dialogo interiore della mente, anzi lo perpetuerà all’infinito. -Dunque è una battaglia persa, dobbiamo arrenderci all’idea che i nostri pensieri saranno sempre lì a disturbare la nostra quiete meditativa… -No, anche qui forse possiamo cambiare la prospettiva. Perché i pensieri devono essere visti come un disturbo? Abbiamo detto che sono “altro” da te, sono un meccanismo automatico agganciato al sistema corpo-mente e messo in moto dalle circostanze. Tu non sei i tuoi pensieri, non sei il corpo, non sei la mente, sei solo la coscienza che osserva e si gode lo spettacolo. -Se le cose stanno così, cosa cambia per il problema dei pensieri disturbanti? -Puoi lasciarli andare, lasciarli scorrere, farli scivolare via, cosa che faranno comunque da soli, mentre rimani saldo nella coscienza, che non si muove e non cambia. Se cerchi la quiete è lì che devi cercarla, nel tuo essere che è al di là del processo mentale, che rimane imperturbabile e da nulla dipende. -E se io sto meditando e nella mia mente compare l’immagine di un cavallo che mi porta via l’attenzione? -Lascia che il cavallo trotti qua e là per i fatti suoi, prima o poi se ne andrà. E comunque ricorda che la tua coscienza, la consapevolezza, può accogliere infinite cose, è uno spazio illimitato, può contenere milioni di cavalli senza esserne toccata. Ricorda che il tuo vero “te” è quello, la coscienza. Un pensiero può cambiare, trasmutare o svanire, ma la coscienza è sempre lì, immobile, uguale a sé, incondizionata. È al di là dello spazio e del tempo perché in realtà li contiene. Fissati lì sulla consapevolezza e lascia andare tutto il resto. -Uhm, c’è una cosa che faccio ogni tanto, andare sulla riva del fiume a guardare lo scorrere delle acque. Potrei rimanere delle ore a vedere quello spettacolo. Nel fiume passano pesci, foglie, ramoscelli, i riflessi e i colori e i suoni sono sempre diversi. Alla fine mi sento pervaso da una calma profonda. È così che dovrei pormi anche di fronte ai miei pensieri? -Sì, esattamente. Hai notato al fiume che, nonostante il movimento davanti a te, la tua attenzione rimane viva e la tua mente silenziosa. Colori, suoni, profumi e il divenire delle cose non toccano la tua quiete se sai dove trovarla. Dunque devi focalizzarti sul tuo “vedere”, non sui fenomeni che vanno e vengono. E questo vale anche per pensieri ed emozioni. Quando mediti cerca quel luogo di pace dentro di te, lascia che i pensieri si muovano, sono anch’essi fenomeni momentanei che appaiono e scompaiono. Ricorda che nulla può toccare o turbare il tuo vero essere. -Proverò a seguire questo cammino. Rimane però una domanda importante: se io sono coscienza oltre ogni divenire fenomenico, se sono puro essere, da dove viene la mia mente pensante? Da dove quella voce nella testa che continuamente parla, commenta, riflette, interpreta e giudica ogni cosa? Se non sono io, “chi” è? -È una domanda fondamentale, hai ragione. Ma una risposta approfondita richiede di spenderci del tempo, dunque se vuoi riprenderemo il discorso domani. -Sì, intanto voglio mettermi alla prova, devo scendere giù al fiume dentro di me e cercare il silenzio meditativo lasciando che i pensieri vadano per conto loro. Devo riprodurre in me l’esperienza del fiume, dove guardo con distacco le onde e i riflessi dell’acqua… -… e anche pesci, foglie e ramoscelli. Lascia che ci sia tutto quello che vuole apparire, non resistere a nulla, non rifiutare, non giudicare, goditi solo lo spettacolo. È il grande miracolo dell’esistenza: l’essere che si manifesta in infinite forme partecipando al misterioso gioco della coscienza. 24 giugno 2025
-Trattando la filosofia di Kierkegaard abbiamo visto due esempi di esistenza, la vita estetica di Don Giovanni e la vita etica del giudice Wilhelm. Abbiamo capito che i due personaggi sono destinati entrambi alla sconfitta, perché i loro sono modi di esistere limitati, incapaci di interrogarsi sulla condizione umana. Adesso vorrei sapere qualcosa della terza possibilità di esistenza, quello che il filosofo chiama “stadio religioso”… -Per capire bene l’ultima parte della filosofia di Søren Kierkegaard è necessario dire prima qualcosa della sua vita. Le sue vicende esteriori sono scarne e banali, ma vengono vissute in modo drammatico dalla sua anima tormentata, afflitta da una profonda sensibilità e un costante senso di colpa. Nato in una famiglia di rigida religiosità luterana, Søren vivrà tutta la vita interrogandosi continuamente sulla sua condizione di uomo e sul rapporto con Dio. Una volta attraversate le esperienze della vita estetica ed etica, approderà alla vita religiosa come possibilità di avvicinarsi al mistero divino. -Anche Kierkegaard ha conosciuto i primi due stadi di esistenza? -Certo, una gioventù spensierata come tante, poi un fidanzamento con Regine Olsen fino alla rottura, questi sono stati i passi e le esperienze che hanno preceduto il “salto” nella vita religiosa. Non si può evitare nessun gradino nell’evoluzione del proprio spirito, ogni livello di vita deve essere sperimentato e poi trasceso. -È giusto, come posso superare uno stadio di vita se non l’ho conosciuto a fondo fino a vederne i limiti? Solo così posso aprirmi a nuove possibilità e andare oltre… -Sì, e la possibilità più alta per un uomo è quella di cercare l’incontro con il divino. Noi non possiamo sapere dell’esperienza religiosa di Kierkegaard, che rimane personale e non comunicabile. Possiamo però capire qualcosa attraverso i personaggi che sceglie per rappresentare lo stadio religioso. La figura che incarna la più alta forma di spiritualità è secondo lui quella di Abramo. -Sì, tutti conosciamo la vicenda drammatica di Abramo e Isacco raccontata nella Bibbia. È una storia che mi ha sempre turbato, perché sembra sfidare la nostra comprensione. Dio chiede ad Abramo di sacrificare il proprio amatissimo figlio, Isacco. Abramo ha il cuore spezzato, ma sta per eseguire il comando quando un angelo lo ferma e gli dice che ha superato la prova, ha dimostrato la sua fede assoluta. Certo, non è facile capire il senso di questo evento… -Dobbiamo ricordare che Abramo è un uomo che parla con Dio. Questa è per lui un’esperienza, una certezza assoluta che gli fa vincere ogni timore e superare ogni dubbio. -Capisco che questa è la potenza della fede, il suo tratto distintivo e la sua bellezza. Ma vista da fuori la situazione appare assurda: Dio che ordina a un padre di uccidere il proprio figlio… -Qui entriamo nel mistero divino, ma anche nel vivo del discorso di Kierkegaard, che critica aspramente quella che definisce “la religione della domenica”: non basta andare a messa e fare opere pie per essere un buon cristiano, questa è la religiosità della vita etica, del giudice Wilhelm per intenderci. Nella visione kierkegaardiana il rapporto uomo/Dio è vissuto in modo angoscioso e drammatico. La vera religione non è mai facile e accomodante, scuote la coscienza nel profondo, non è una pratica pacificatrice, è un impegno in cui tutto il nostro essere è coinvolto, in ogni attimo di vita. -La fede può arrivare anche a degli estremi come nel caso di Abramo e Isacco? -Sì, per Kierkegaard la vera religione è sempre paradosso e scandalo. Il principio religioso va contro la morale comune, ne è l’antitesi più radicale, perché non riguarda il generale, le regole che valgono per tutti, ma è un rapporto diretto, unico e personale con Dio, con sola guida ispiratrice la fede. E la fede può chiedere prove apparentemente assurde e incomprensibili. Questo è il senso della religione come “scandalo”. Ecco perché “da fuori” non si può capire Abramo. La ragione è impotente a penetrare questo territorio. Qui inizia un cammino fatto in solitudine, dove si assume la completa responsabilità delle proprie scelte. -La fede non può essere anch’essa una via comoda? Basta credere alle Scritture e pregare e rispettare i comandamenti, sarà poi la volontà di Dio a decidere ciò che è buono e giusto per noi… -No, abbiamo capito che non è questa la concezione di Kierkegaard. La fede per lui è un’esperienza angosciosa, sempre esposta agli assalti del dubbio, è interrogarsi e mettersi a nudo, è un travaglio dell’anima fatto di “timore e tremore”. Non è vivere tranquilli la propria fede, con la certezza di essere già sulla via della salvezza. -Qui riconosco chiaramente un tratto fondamentale del luteranesimo… -Sì, in questa vita l’uomo non può mai avere la certezza di essere salvo, sarà Dio a giudicarlo un giorno. Questo richiede un impegno costante e profondo per combattere la tendenza al peccato insita nella natura umana. -Ma aggiungevi che la vera religione è anche “paradosso”… -Sì, perché presenta una contraddizione insanabile e incomprensibile per la ragione. La scelta fondamentale è tra credere e non credere, avere o non avere fede. Ma il paradosso è che la vera fede può derivare solo da Dio, è un suo dono, non può essere una conquista dell’uomo, che è limitato, peccatore e fallibile per sua natura. -Certo, capisco la contraddizione: l’uomo è costretto a scegliere la fede senza poterla davvero scegliere, perché tutto il bene viene da Dio, è una grazia che viene dalla sua volontà imperscrutabile. Questo spiega l’angoscia che percorre tutta la sua vita. -L’angoscia è il sentimento che più ci caratterizza come umani. L’animale non è angosciato, perché non vive la nostra libertà. È Adamo, il primo uomo, dice Kierkegaard, a scoprire il sentimento della libertà, il potere di scegliere. -Che cosa lo spinge a fare questo salto? -Il divieto divino, che risveglia in lui un sentimento nuovo, quello del possibile. Adamo trasgredisce il comando divino, con il peccato originale conquista la sua libertà, ma la paga a caro prezzo, perché ora nella sua innocenza si è insinuato anche il sentimento dell’angoscia, l’esperienza dolorosa e tormentosa della “possibilità”. Da qui il cammino di ogni uomo tra disperazione e fede, tra mondo materiale e realtà spirituale, tra il tempo e l’eterno. -L’uomo può ricongiungersi a Dio? Può sperare di comprenderlo, vederlo, comunicare con lui? -Kierkegaard ribadisce che tra umano e divino rimane sempre una “differenza assoluta”. Dio si può rivelare nell’istante, ma rimane fuori dalla portata di ogni ricerca umana, non può essere compreso nella sua verità e realtà assoluta. Questo spiega ancora una volta il paradosso della religione. Quando Dio si manifesta nel mondo l’eternità si inserisce nel tempo, il divino tocca l’umano, la verità illumina il mondo della non-verità… non c’è paradosso più grande e incomprensibile di questo. -Capisco che da questo punto in poi si può solo tacere. Rimane l’esperienza religiosa, che è una dimensione tutta interiore e personale, della quale nulla si può dire, se non per metafore e simboli… -Ecco, direi che questo è il modo giusto di approcciare la filosofia di Søren Kierkegaard: una grande metafora dell’umano, un racconto dell’esperienza religiosa come culmine della ricerca, uno sguardo all’esistenza come la più grande avventura e la possibilità di inventarsi, di essere anche quello che non si pensava di diventare. 19 giugno 2025
-Ho fatto un sogno stanotte: Don Giovanni non finisce tra le fiamme dell’inferno, si pente, cambia vita e sposa una brava ragazza… -Una scena piuttosto inverosimile, ma la vita è strana e impredicibile. Kierkegaard direbbe che in questo caso Don Giovanni ha fatto il “salto”. -Il salto in che cosa, verso dove? -Nello stadio successivo, quello che Søren Kierkegaard chiama “stadio etico”. -Già, mi spiegavi, per il filosofo è il secondo livello dopo lo stadio estetico, una nuova possibilità di esistenza… -Dunque, secondo il tuo sogno, Don Giovanni è diventato un pantofolaio, un bravo marito che lava i piatti attorniato da un nugolo di marmocchi urlanti. Ti piace questa sua nuova immagine? -Mah… non so, così non è più lui. Diventa il buon Giovannone, marito esemplare che pota le rose e va a lavorare in ufficio. Un uomo inserito nella società, ma sicuramente più grigio e noioso. Prima era un personaggio fuori dai ranghi, stravagante, ma almeno era imprevedibile, più interessante… -Vedi? Hai spiegato perfettamente qual è il fascino della vita estetica. E comunque, conoscendo il soggetto, mi pare del tutto improbabile che questa trasformazione possa avvenire. Infatti Kierkegaard non si sogna di prospettare questa mutazione antropologica di Don Giovanni. Per descrivere il mondo della vita etica propone altri personaggi. -Me ne dici uno rappresentativo? -Il giudice Wilhelm. Uomo tutto d’un pezzo, integerrimo, stimato, anche temuto. È un perfetto rappresentante della dimensione etica, prova a spiegarmi tu il perché, non è difficile. -È un giudice, quindi lo immagino come un uomo serio, responsabile, di saldi principi, ben inserito nella società e rispettato da tutti. -Certo, la persona che deve giudicare gli altri deve essere un esempio di integrità, osservanza delle regole, equilibrio e ponderatezza. Non ci aspettiamo che si comporti in maniera eccentrica, è un personaggio pubblico, conosciuto, inquadrato nel suo ruolo. La vita etica ha una sua stabilità e continuità, non cerca come l’estetica la sensazione goduta nell’attimo, costruisce la sua identità nel tempo, si realizza nella società e nelle istituzioni, cura le relazioni sociali, il lavoro, il matrimonio, la politica, la legge, ecc. -Dunque una vita da ammirare, il modello perfetto di uomo civile, virtuoso, responsabile delle sue azioni… e quindi immagino anche felice. -Sì, ma solo apparentemente, dice Kierkegaard. L’uomo estetico va incontro prima o poi a un senso di noia e vuoto esistenziale. Ma anche l’uomo etico non ha vita facile, sperimenta ben presto quello che Kierkegaard chiama “pentimento”. -Pentimento? Pentito di che? -Della sua vita, non così bella e perfetta come sembra in apparenza. Wilhelm si rende conto che il peccato, l’errore, la caduta sono sempre dietro l’angolo. -Anche il bravo e rispettato giudice è un peccatore? Possibile? -Sì, un cattivo pensiero, una tentazione, un vizio, un atto egoistico, un gesto impulsivo… sono cose che accadono a tutti, per quanto si tenti di reprimerle per lucidare la patina di perbenismo che fa da biglietto da visita. Il problema, dice Kierkegaard, è che nessuno stato di perfezione può essere realizzato dall’uomo, che è strutturalmente fragile, fallibile, esposto agli impulsi, alle tempeste dei sentimenti, gettato nel mare della vita dove ogni cosa è mutevole e ingovernabile. -Anche noi dunque siamo mutevoli e ingovernabili? -Sì, per questo mettiamo una maschera e fingiamo di essere perfetti, splendidi, sempre padroni di noi stessi. Immagina Wilhelm che in tribunale giudica Don Giovanni: quello del seduttore è un modo di vivere che lui non può capire, che disprezza e condanna nel modo più assoluto. Il giudice non vede l’ora di portare alla sbarra il reprobo per fare giustizia come vuole la collettività. Ma la sua è anche una vendetta personale, che forse nasconde un desiderio, una segreta invidia. -Un’invidia per la vita dissoluta di Don Giovanni? Per la sua libertà licenziosa? -Certo, per quello che Wilhelm vorrebbe ma reprime. Egli odia il seduttore perché vede in lui quello che gli manca: una parte di sé che è negata, soffocata, quella che conosceva prima di diventare così serio e importante, quella che amava il gioco, la gratuità, la leggerezza, l’immaginazione e la poesia, quella che non si curava dell’immagine esteriore e sapeva godersi la vita. -Povero Wilhelm, sembra vivere in una condizione peggiore di Don Giovanni. Non lo stiamo criticando un po’ troppo? -No, ricorda che alla fine la vita etica è uno stadio superiore a quello estetico, perché è la scelta di una libertà più matura, dove la consapevolezza delle proprie limitazioni e insufficienze comincia ad affiorare. Si fa più acuto il sentimento del possibile che accompagna la vita dell’uomo in tutti gli stadi di esistenza e che qui prende la forma di pentimento: l’angoscia. -Quindi Wilhelm… Ma Don Giovanni è angosciato? -Sì, anche se non lo sa, perché vive in uno stato di coscienza limitato, crepuscolare. L’angoscia tende ad affiorare come noia, senso di nullità e disperazione, ma non è ancora manifesta come lo sarà nello stato etico. L’uomo estetico, col passare del tempo, può maturare e uscire dall’incoscienza diventando un “io”, ma perché questo accada ci vuole un evento traumatico che crei la svolta. Di regola però le persone raggiungono uno stadio di esistenza e lì rimangono per tutta la vita. -Ma alla fine, chi vive la vera libertà? Don Giovanni l’esteta libertino o Wilhelm, il serioso giudice difensore della moralità pubblica? -Il seduttore non conosce la vera libertà, perché non sceglie e non dà una continuità alla sua vita. Sono le occasioni che incontra a “sceglierlo”, poi tutto si esaurisce lì, nella sensazione subito svanita che lascia un vuoto disperato. Il giudice vive una libertà più alta e matura, ma proprio per questo è costretto a ripensare i suoi comportamenti e i suoi errori e alla fine si trova “colpevole”. Questo è lo scacco finale della vita etica e da qui il pentimento che, in alcuni casi, può portare al salto verso la vita religiosa. Questo è l’ultimo stadio possibile dell’esistenza umana, il più impegnativo, perché l’angoscia si presenta nel modo più lacerante. Qui si apre il mondo della fede. -Dopo quello che abbiamo detto mi trovo comunque ancora a parteggiare per il giudice Wilhelm. Per quanto tormentato mi appare in fondo un uomo onesto e giusto… -Certo, Wilhelm è un buon marito e padre di famiglia, va a messa tutte le domeniche, fa la carità ai poveri, morirà onorato e rimpianto da tutti. Ma ciò non toglie, secondo Kierkegaard, che la sua vita sarà stata un totale fallimento. -Non è un giudizio troppo spietato? Povero giudice, stavolta è lui ad essere giudicato! -Per capire bisogna conoscere il filosofo Søren Kierkegaard e la sua storia, cosa che faremo una prossima volta. La sua posizione è di una radicalità assoluta. Non a caso, la sua opera più importante si intitola “Aut-Aut”. Nessun compromesso, nessuna via di fuga, l’uomo guarda a sé stesso con totale sincerità, si mette a nudo. E soprattutto si interroga sul suo destino in questo mondo e sul suo rapporto con il Dio. -Credo di capire quale sarà il punto di arrivo. Ma insisto: una vita onesta come quella dell’uomo etico, diciamo il buon marito o la brava moglie, per quanto segnata da errori e peccati e da tutti i limiti dell’umano, non può essere un’esistenza comunque degna e completa? -Kierkegaard risponderebbe di no, perché è mancata la cosa più importante, la ricerca dell’Assoluto. E ti direbbe: va bene, sei un uomo onesto, e poi? Sei un bravo marito, e dunque? Sei rispettato da tutti, e allora? E così via… puoi essere famoso, ricco, istruito, caritatevole, buono, affidabile, competente, bravo a giocare a scacchi, ecc. ecc. Ma poi? Se non riconosci i limiti della tua condizione umana, se non arrivi a farti le grandi domande che contano, se non vai al di là di te stesso, tutto quello che hai fatto è una bolla di sapone e un giorno la disillusione sarà amara, capirai che la tua vita è stata sprecata. -Allora non sprechiamola, diamoci da fare! Su questo sono d’accordo con Kierkegaard. Abbiamo una sola esistenza da giocare, non perdiamoci in cose futili, occupiamoci di quello che conta davvero. Se abbiamo la possibilità di vivere un’esperienza più alta mettendoci al servizio della verità, perché accontentarci di una vita grigia e scolorita? Questo mi sembra il richiamo e il leitmotiv di tutte le grandi filosofie… -Sì, Søren Kierkegaard sarebbe d’accordo, è il punto in cui la filosofia e la vita si incontrano… 18 giugno 2025