Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Un giorno uno sconosciuto venne dal Buddha e cominciò ad insultarlo violentemente. L’illuminato rimase quieto e silente, ascoltò la persona senza rispondere. Quando l’uomo alla fine se ne fu andato un discepolo chiese al Maestro perché non avesse reagito all’ingiusto attacco. Il Buddha rispose: “Se io ti faccio un dono e tu non lo accetti, a chi appartiene il dono?” “Ciò che volevi dare a me rimane ancora tuo…” “Ebbene, io ho rifiutato quelle ingiuste parole, a chi appartiene ora ciò che mi veniva offerto?” Quando giudichiamo gli altri lo facciamo attraverso il filtro della nostra personalità. I nostri giudizi non sono mai innocenti, riflettono quello che siamo e i nostri problemi. Giudicare non è altro che parlare di sé stessi, mostrando la qualità della propria persona. In particolare l’insulto, specialmente se ingiusto, rivela immediatamente il nostro disordine interiore, il carico di infelicità e i drammi che ci affliggono, la frustrazione che ci spinge a trovare un ‘colpevole’ per nascondere e giustificare le nostre mancanze. È la via che ci allontana dal lavoro su noi stessi, un inganno che lascia solo il vuoto esistenziale. Ecco allora l’insegnamento del Buddha che vogliamo comprendere e fare nostro: L’insulto è una violenza frutto dell’ignoranza Offendere gli altri è sempre un atto distruttivo La rabbia rivela la propria sofferenza interiore Sostieni sempre le tue ragioni con gentilezza Nei tuoi rapporti metti al centro la compassione Non incolpare il mondo per quello che sei Non rovesciare sugli altri la tua infelicità Non mentire a te stesso, conosciti e trasformati… L’esempio del Buddha è per noi una guida: non farti trascinare nel fango di chi insulta, non scendere nel gorgo delle basse emozioni, altrimenti non sarai migliore di colui che attacca. Chi aggredisce gli altri offende solo sé stesso, non risolverà così nessuno dei suoi problemi, anzi le sue emozioni negative lo sviliranno perché abbasseranno il suo livello di coscienza. Non reagire è un modo gentile di aiutare l’altro, è un nobile atto di ascolto e di compassione, è fare da specchio per donare consapevolezza a chi offende perché ha dimenticato sé stesso. Nessuno può sapere con certezza le motivazioni che spingono le persone ad agire in un certo modo, quindi ogni giudizio ritorna inevitabilmente indietro tra le mani di colui che l’ha pronunciato, come un dono rifiutato che resta al suo donatore. Ma l’insulto è anche una richiesta di aiuto, un grido di dolore rivolto al mondo e agli altri, un gesto di impotenza che va capito e raccolto con la gentilezza e lo sguardo compassionevole che accompagnano sempre il prendersi cura. Non sappiamo nient’altro di quell’uomo smarrito che andò via con la stessa rabbia con cui era venuto. Egli avrà ripensato tante volte a quell’episodio, alle sue ingiurie e alla risposta dell’Illuminato. E forse avrà cominciato a comprendere la lezione impartita dal Maestro con l’esempio, senza teorie: la persona saggia, felice e compassionevole non ha bisogno di aggredire e offendere gli altri, perché gode di una vita piena e appagante. Volere il bene di tutti gli esseri senzienti, non fare del male e non creare sofferenza è la via maestra per essere sempre in pace. Non accettare un dono quando è un’offesa, fare dono di comprensione e amorevole cura è la via di liberazione e di realizzazione di sé. 18 gennaio 2023
Secondo l’antica tradizione cinese l’espressione ‘tagliare le corde dell’arpa’ è il segno di una grande e profonda amicizia. Una storia semplice e bella lo spiega: C’erano due amici uniti dalla musica, uno era bravo a suonare, l’altro ad ascoltare. Il primo toccava le corde e tesseva melodie per raccontare il mondo e la sua anima. Il secondo ascoltava con totale attenzione assorbito dai suoni e dalle vivide immagini che si creavano nella mente. E vedeva: montagne, nuvole, ruscelli e verdi boschi, tramonti dorati, notti, case e focolari accesi… La musica era per loro un momento sacro che svelava il mondo nella sua bellezza e celebrava la loro grande e bella amicizia. Il tempo passava, non l’amore per la musica. Ma un giorno l’amico ascoltatore morì. Allora l’amico suonatore tagliò le corde dell’arpa e da quel giorno non suonò mai più. La vera amicizia oltrepassa la morte, sfida il tempo, non è toccata dal destino, rimane eterna come tutto ciò che è sacro nella vita terrena di un essere umano. È sentire l’altro come una parte di sé, finché l’io e il tu si sciolgono in un ‘noi’. La vera amicizia è risonanza, sintonia, è vivere la stessa vibrazione dell’anima. Come la musica che ci risuona dentro con un linguaggio che va oltre le parole, così l’amicizia crea una comunicazione dove basta solo un gesto o uno sguardo. È simile a quel fenomeno degli elettroni che, anche se separati e posti a distanza, agiscono e si muovono sempre in sincronia, come se fossero un’unica cosa indivisibile. La vera amicizia nasce sempre spontanea, come un fiore di campo che spunta nel verde inconsapevole di sé e per questo prezioso. Nessuno sceglie l’amico, accade da sé come per tutte le cose belle nel mondo. La vera amicizia è come la natura e l’arte, è creazione innocente e senza causa che ha ogni fine e ragione in sé stessa. Priva della brama del famelico Eros, essa è un legame puro e autentico, scevro da desideri, pretese e aspettative, che rende pronti a dare tutto di sé senza chiedere nulla, nemmeno un ‘grazie’. Amicizia è stare insieme e condividere senza giochi di potere, plagio o dominio, è rapporto alla pari tra due esseri umani che vogliono specchiarsi l’uno nell’altro per aiutarsi a conoscere meglio sé stessi. Tagliare le corde dell’arpa che si fa muta significa aprire una nuova dimensione che sconfigge la morte col ricordo. La musica continua ancora, è diventata il suono senza suono di una melodia che va oltre i limiti della vita umana. Ora è il silenzio a parlare, a dire l’indicibile, a dipingere immagini di questo mondo e di quell’Oltre che la musica sempre sfiora e fa intravedere tra le note e le armonie. Quella vecchia arpa ora è immobile e muta, ma canta ancora e racconta infinite storie per colui che sa ascoltare la voce del silenzio, per l’anima che ha conosciuto la vera amicizia. 20 gennaio 2023
Siamo spiriti immortali in cammino, un viaggio senza fine né principio emerso dal non-tempo dell’assoluto. Ora incarnati nella forma umana noi viviamo nel tempo relativo, quello di tutte le cose e i viventi che nascono, vivono e muoiono. Essere un ente implica una limitazione, è uscire dall’eden dell’atemporalità per intraprendere negli universi un viaggio destinato a continuare all’infinito. Muovendosi lungo le linee del tempo ogni spirito vive una miriade di incontri con le altre singolarità in cammino, intrecciando storie, vicende e drammi, perché ogni esperienza deve essere fatta, ogni aspetto dell’infinito deve manifestarsi come vita che sperimenta tutte le possibilità. Ed ecco allora i grandi Regni dell’esistente. Prima il regno minerale della materia bruta dove già in una quantità di fenomeni si può intravedere un barlume di volontà: gli elementi si attraggono e si respingono, si mescolano, si fondono e si separano, spinti da poderose forze primordiali. A questo livello di esistenza materiale compaiono spazi, grandezze e distanze, intervalli che misurano il prima e il dopo -l’ambiente primigenio che accoglierà la vita. È poi col regno vegetale che appare il vivente, infiniti esseri crescono, sentono e si muovono, spinti da una coscienza larvale ma liberata, in una straordinaria festa di colori e di forme che celebrano la bellezza dei cicli naturali e il prezioso nutrimento che viene dalla luce. Il regno degli animali è un salto degli esseri a un nuovo livello di intelligenza e autonomia. L’affinamento dei sensi e il libero movimento sono chiari segni di una prima volontà cosciente, di un’individualità, benché ancora inconsapevole, legata al corpo e al governo dell’istinto. Il viaggio dello spirito eterno si fa glorioso solo con il raggiungimento della forma umana. Dopo innumerevoli vite negli altri regni inferiori, una volta accumulate le esperienze necessarie, l’individualità giunge alla dimensione dell’uomo. Ciò che prima era solo abbozzato negli altri regni ora può fiorire nell’umano fino alle più alte vette: intelligenza e sensibilità, coscienza e autonomia, sentimenti, genio creativo, spirito indagatore, ricerca su sé stessi e sul proprio destino… Ma con quelle possibilità e quella libertà l’uomo è investito da responsabilità enormi nei confronti degli altri ordini della natura. Negli incontri con il regno minerale deve guardarsi dallo sfruttare oltre il limite la natura che per potenza sempre lo sovrasta. Gli incontri con il regno vegetale devono essere improntati al massimo rispetto per le piante che ricevono e trasformano la luce, rendendone fruibile l’energia negli alimenti. La natura offre poi un’incredibile bellezza: tutti sanno che una vita senza un fiore, senza i suoi colori e il suo profumo, è più povera. Gli animali sono insostituibili alleati dell’uomo, spesso amici fedeli nell’avventura del vivere. Con loro si può imparare molto del mondo: i cicli naturali, la varietà delle specie, la forza, l’astuzia, l’intelligenza e la grazia del movimento. L’animale porta con sé simboli, significati e misteri, come vediamo nelle antiche culture sciamaniche, è il tramite più importante fra l’uomo e la natura, fra l’umanità e gli altri regni della creazione. Ma è nel quarto regno del vivente che gli incontri assumono un significato e una bellezza impareggiabili. Il mondo umano è abitato da esseri consapevoli di sé, capaci di determinare la propria vita e il proprio volere. Il livello di complessità e di raffinatezza delle relazioni, la varietà illimitata di modi e situazioni esistenziali, le possibilità infinite di creare rapporti e scambi sono la gloria dello spirito eterno rinato come uomo. Ma il viaggio non è finito, è appena cominciato. Negli sterminati mondi che appaiono e scompaiono l’esperienza della singolarità si farà più ampia, fino a livelli inconcepibili, dentro realtà inimmaginabili. La manifestazione di un principio assoluto e infinito non può che essere infinita e senza limiti. E così sarà anche per le singole individuazioni, -eterne espressioni di quello stesso assoluto – che continueranno ad attraversare i regni viventi del visibile e dell’invisibile in infinite forme, frequentando e soggiornando in ogni luogo, errando nello spazio-tempo alla ricerca di sé, ritornando e ripartendo da qualsiasi punto della Ruota dell’esistenza che gira senza fine. 24 gennaio 2023
-Sto leggendo gli aforismi del Tao-Te-Ching e devo ammettere di essere un po’ confuso. Sembra il grande libro dei paradossi. -È un’opera millenaria che raccoglie i detti sapienziali del maestro Lao-Tzu, da cui proviene la tradizione del Taoismo, una delle grandi scuole della spiritualità antica. Lo stile aforistico e la logica che abbraccia il paradosso sono una scelta precisa: delle grandi realizzazioni interiori nulla si può dire, perché le parole non possono sostituire l’esperienza diretta. Si può solo indicare con frasi poetiche e metafore ciò che sta oltre il livello ordinario della mente. -Il libro si apre così: Il Tao che può essere detto / non è l’eterno Tao. / Il nome che può essere nominato / non è l’eterno nome. / Senza nome è il principio / del Cielo e della Terra, / quando ha nome è la madre delle diecimila creature… Devo dire che non è facile entrare in questi concetti che appaiono contraddittori. -Se vogliamo capire la vita, dice Lao-Tzu, dobbiamo accettarla in tutti i suoi aspetti e quindi incontrare una totalità che contempla la convivenza degli opposti. Seguire il principio di non contraddizione vuol dire rimanere nella logica dualistica che divide e frammenta. La logica della vita è invece quella che riunisce in un tutt’uno i pezzi sparsi del mondo, che in realtà non sono mai separati, se non in apparenza. -In effetti quello degli opposti è un tema ricorrente nella via del Tao, ben rappresentato nel famoso simbolo che vede due sinuose forme speculari avviluppate in un abbraccio cosmico. -C’è un aforisma che esprime in modo semplice e immediato l’interdipendenza degli opposti: Chi dice: bello / crea al tempo stesso: brutto. / Chi dice: buono / crea al tempo stesso: cattivo. / Esistere condiziona il non esistere, / la confusione condiziona l’ordine, / l’alto condizioni il basso, / ciò che è rumoroso /condiziona ciò che lieve, / ciò che è condizionato / dipende da ciò che non lo è, / l’adesso condiziona una volta. -Quindi noi non possiamo vivere una situazione senza che questa trascini con sé l’altro lato della medaglia, l’opposto che crea il conflitto ma non si può espungere perché il gioco sarebbe finito in partenza. -Proprio così, cadrebbe la tensione che mette in movimento le cose e le intreccia esaltandone le peculiarità e le diversità. È in questa comprensione che può fiorire la vera saggezza. -Leggo qui le belle parole con cui Lao-Tzu descrive l’atteggiamento dell’uomo saggio di fronte alla vita: L’illuminato / dice senza parlare, / agisce senza operare. / gli porta tutte le cose in sé / rivolte all’Unità. / Egli genera, / ma non possiede niente, / egli porta a compimento la vita, / ma non pretende successo. / E poiché non pretende nulla, / non subisce mai perdite. -Anche qui troviamo il linguaggio del paradosso, l’unico che può descrivere il wu-wei, l’azione senza azione, il ‘non-fare’ della via del Tao. -Sì, Lao-Tzu indica nel ‘non-fare’ la vera sapienza: Senza uscire dalla porta / conosci il mondo / Senza guardare dalla finestra / scorgi la Via del Cielo. / Più lungi te ne vai / meno conosci. / Per questo il santo / non va d’attorno eppur conosce, / non vede eppur discerne, / non agisce eppur porta a compimento. -L’attenzione del saggio si volge dal mondo esteriore a quello interiore, alla conoscenza di sé che richiede quiete, silenzio e meditazione, lontano dal clamore del mondo. È questo il significato del Tao, la ‘via’ che porta a realizzare la verità più alta concessa agli uomini. -Quindi il ‘non-fare’ non va inteso come non agire, non occuparsi delle cose ordinarie, rimanere inerti di fronte ai nostri doveri… -No, la vita quotidiana va avanti come prima, ma con una spontaneità, una leggerezza e un distacco che sono le qualità essenziali dell’uomo saggio. In altri passi Lao-Tzu torna ancora alla via dell’Illuminato: vivere in semplicità con pochi desideri, ridurre l’egoismo, non cercare di governare il mondo e gli altri, non cercare gli onori, non mettersi in competizione… -Ho qui le parole del Tao-Te-Ching su questo punto: Astieniti dal competere e resterai impeccabile. / il saggio non si mette in mostra e perciò risplende. / È perché non compete che nessuno può competere con lui… / Chi sa vincere non ha bisogno di dare battaglia. / Questa è la virtù del non competere. -Ancora un bel paradosso, ma se ci pensi tutte le arti marziali dell’Oriente si basano su questo principio: fare in modo che l’avversario sia sconfitto dalla sua stessa irruenza, con una ‘lotta senza lotta’ che va impostata e combattuta prima dentro di sé. Per Lao-Tzu ciò che conta non è il dominio del mondo, ma il dominio di sé, la saggezza che porta equilibrio, armonia e pace. -È la via della meditazione che tutte le filosofie orientali raccomandano. Mi è rimasta impressa in particolare questa sentenza di Lao-Tzu: Di fronte a ogni meraviglia, resta imperturbato nel tuo centro. E ancora: Conosci il sublime, ma attieniti all’umile. Il Tao è stato definito “la via dell’acqua che scorre” perché il saggio si comporta come l’acqua, pura e fresca, umile e forte, capace di adattarsi con flessibilità ad ogni situazione, pronta a servire senza chiedere nulla. -Sì, perché leggiamo ancora: La semplicità è assenza di desideri / e l’assenza di desideri è la pace… Che non vuol dire ascetismo e rinuncia al mondo, ma gesto di equilibrio e senso del limite: Conoscere la misura di ciò che è abbastanza / è la vera ricchezza. / Chi conosce la misura di ciò che è abbastanza / ha sempre abbastanza. -È una visione del mondo semplice, profonda e affascinante. Ma riguardo al sublime cui prima si accennava, che ruolo ha nella via del Tao? -È difficile parlare della Realtà ultima rappresentata dal Tao, perché qui in particolare mancano le parole per descrivere ciò che può essere solo vissuto. Possiamo parlare di verità suprema, di misteri e segreti che solo il saggio illuminato può raggiungere, ma le parole rimangono sempre povere e inadeguate. Per questo i grandi maestri del Tao evitano di parlare della realizzazione finale che è l’incontro tra l’uomo e il Sublime, paradosso di tutti i paradossi, indescrivibile e ineffabile esperienza che supera totalmente la capacità di dire della parola. -In effetti Lao-Tzu lo dice chiaramente: Colui che sa non parla, / colui che parla non sa… -Noi stiamo parlando per avvicinarci al messaggio di questo maestro, ma non pretendiamo di averlo già realizzato. Per ora la nostra è solo una comprensione intellettuale, accompagnata da qualche lampo di intuizione. -Possiamo tentare comunque una sintesi per concludere, pur consapevoli dei limiti del nostro linguaggio? -Credo che Lao-Tzu lo direbbe in modo semplice: quando hai compreso il gioco degli opposti e vivi in modo umile, meditando e praticando la saggezza e il wu-wei, allora puoi diventare come un recipiente vuoto, pronto a ricevere il Divino. È quello il vero fine della ricerca che spinge l’uomo sulla Via del Tao. 27 gennaio 2023
Una storia Zen: Un uomo inseguito da una tigre giunse in prossimità di un dirupo, dove si rifugiò afferrandosi alla radice di una vite selvatica. Guardando in giù, si accorse che una seconda tigre lo aspettava pronta a divorarlo. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare la vite che presto avrebbe ceduto. L’uomo allora vide accanto a sé una bella fragola rossa. Mentre si teneva con una mano, con l’altra colse la fragola. Com’era dolce!
Sospesi sempre fra passato e futuro, possiamo gioire dell’istante presente? Noi viviamo braccati da due tigri: quella del passato ci insegue minacciosa, quella del futuro ci attende famelica. Entrambe osservano le nostre mosse con sguardo freddo e inesorabile. Nella vita irrompe poi il caso, come un furetto comparso all’improvviso che viene a mettere tutto a soqquadro. Il corso degli eventi è imprevedibile, tutto è appeso al girare di una ruota dove può uscire il bianco oppure il nero, colori che si alternano e convivono. Il nostro destino si decide in un attimo, ma proprio quell’istante è prezioso, in esso c’è il vero significato della vita che esiste tutta solo nel momento, perché passato e futuro sono illusioni della memoria e dell’immaginazione. E le due tigri terribili e minacciose alla fine sono solo nostri fantasmi. Cogliere e assaporare la fragola è dunque vivere il momento che viene come pieno e dolce istante di vita. È la capacità di stare nel presente, sciolti dal rimpianto per ciò che fu, liberi dall’angoscia per ciò che sarà. La vita contiene già in sé il suo opposto, la morte, la grande Signora con la falce, che ci attende là in fondo al dirupo, come un felino acquattato nell’ombra. La scorgiamo nel tempo che scivola via e sgretola il terreno dietro i nostri passi, la vediamo nel trapassare delle cose che scompaiono nel nulla da cui vennero, perché ogni morire è un nuovo vivere. Noi sempre sospesi tra la vita e l’Oltre, nel nostro breve tragitto d’esistenza, siamo sempre di fronte ad una scelta: possiamo godere del momento presente, oppure vivere nella paura e nel rimorso. Non c’è attimo di vita che non porti con sé il suo dolore e la sua gioia, inseparabilmente, perché gli opposti si muovono sempre insieme. L’uomo che riesce a vedere il bene nel male, la gioia nell’afflizione, la serenità nel dolore, ha trovato le chiavi della vita e della morte. Ora può apprezzare ogni istante vissuto perché ha fatto suo il più grande segreto. 30 gennaio 2023
-Da dove viene la realtà, questo universo che noi conosciamo e abitiamo? -Tu cosa dici? Da dove si può partire per una riflessione filosofica sulle origini del cosmo? -Io partirei da qui: il pensiero greco ci ha lasciato un assioma che sembra assolutamente irrefutabile: “nulla viene dal nulla”. -Sì, certo, purché il “nulla” sia inteso in senso assoluto, come il niente totale e permanente. Parmenide diceva che il nulla non può essere pensato né predicato. E noi aggiungiamo: non può essere neppure immaginato come un semplice vuoto, perché altrimenti sarebbe un “qualcosa”, una dimensione dello spazio concreta e definibile. -Noi comunque vediamo che c’è un universo – è un fatto immediato e innegabile -e non possiamo fare a meno di interrogarci sulla sua origine. Ma se è vero che il cosmo non può essere spuntato dal nulla, allora ci sono due possibilità: esiste da sempre così com’è oppure è derivato da altro… -La realtà del mondo fisico non è assoluta e perfetta, altrimenti non muterebbe e non presenterebbe tante contraddizioni, imperfezioni e limiti… -… quindi non potendo derivare dal nulla e non potendo essersi creata da sola per le sue intrinseche limitazioni deve avere avuto una prima Causa, un Assoluto che non soggiace ai vincoli dello spazio e del tempo. -Sì, noi sappiamo che lo spazio e la materia sono finiti, relativi, sempre in movimento. La realtà fisica è meccanica, misurabile, quantitativa. I Greci usavano il termine “divenire”: tutto muta e si trasforma e non sta mai fermo. Ma questo è un segno di imperfezione. -La finitezza vale anche per il tempo? -Certo, poiché dipende dallo spazio e dal movimento, il tempo è anch’esso relativo e meccanico. -E quindi…? -Di conseguenza tutto ciò che esiste nella realtà spazio-temporale deve essere necessariamente derivato da un Principio primo che non ha le limitazioni del finito. -E quindi è infinito e da sempre e per sempre esistente… -Sì, un principio eterno che si pone come Realtà assoluta creatrice e senza limiti. Però dobbiamo chiarire il concetto di eternità, perché l’ Assoluto non vive in un tempo che va avanti senza fine, ma ‘è’ in un tempo infinito da intendere come non-tempo, assenza di divenire, ‘tempo’ dove tutto è già accaduto e compiuto. La sua ‘esistenza’ è puro essere non relativo, non limitato né dipendente da altro. -Dunque l’Assoluto è infinito, perfetto, indivisibile, immutabile… è la descrizione che ci ha lasciato proprio Parmenide. -Se concepiamo l’Essere come eterno, ingenerato, perfetto e indistruttibile, siamo in sintonia con gli Eleati, ma anche con altri filosofi, tra cui il grande Spinoza. -Sì, ricordo che nella sua Ethica Spinoza procede more geometrico dal Primo principio dicendo che esso comprende tutte le infinite possibilità del finito, ma è una totalità, è Uno, indivisibile ed eterno. Non essendo limitato o ostacolato da altro, l’Assoluto è infinito in tutti i suoi attributi e manifestazioni, è la sorgente di illimitate possibilità di esistenza. -Il cosmo finito deve essere derivato dunque necessariamente da un Principio infinito, da sempre e per sempre esistente, onnipotente, sorgente di tutto ciò che è. Ma da ciò deriva anche che il nostro è solo uno degli innumerevoli universi possibili che furono, sono e saranno… -Mi sembra di sentire qui le parole di Giordano Bruno, ebbro di infinito, che parla di un’illimitata creazione di mondi e di esseri, una visione eretica per i suoi tempi, rivoluzionaria ed entusiasmante ancora oggi. -Nella filosofia di Bruno l’Assoluto è trascendente e al tempo stesso immanente in tutto ciò che esiste: enti, intelligenze, situazioni, storie, vite. -Rimane però una grande domanda: come pensare, pur nei nostri limiti umani, un Assoluto che non è nel tempo e nello spazio, dove insomma non ci sono accadimenti e distinzioni? Non sembra più un Nulla che un Essere? -In effetti l’Assoluto in sé si può pensare solo come un Nulla, una totale assenza di materia, luce, movimento, divenire, trasformazione. Ma quando si manifesta diventa un Tutto, le ‘diecimila cose’ che vediamo nel mondo. Tieni presente però che qui il Nulla non è il nulla assoluto di cui parlavamo all’inizio, qui qualcosa c’è e questo Qualcosa è la fonte di tutta la realtà proiettata nello spazio e nel tempo. -Può essere un’intelligenza? -Sì, in quel ‘vuoto’ c’è una Coscienza/Intelligenza infinita, immateriale, che tutto conosce e crea in un ‘tempo senza tempo’ che è l’eternità. -Dunque l’Assoluto è Tutto e Nulla al tempo stesso. Ma com’è possibile questa coincidenza degli opposti? Come si può pensare questa contraddizione? -È possibile se il Tutto viene concepito esso stesso come fatto di contraddizioni e opposizioni che si sommano e si bilanciano lasciando il Nulla immutato, con il risultato finale che è sempre Zero. Ti faccio un esempio con la matematica : +2-2 +5-5 +7-7 +9-9 +33-33 … ecc. all’infinito… (Tutto) = 0 (Nulla) L’universo è fatto di opposizioni e dualismi che si integrano e si annullano dando come risultante zero, cioè il nulla. Il cosmo viene dal Nulla che è un Infinito con illimitate potenzialità, fatto di contraddizioni che si manifestano, lottano, si alternano nel gioco della vita, ma che alla fine si neutralizzano a vicenda sommando zero… -Questo mi fa pensare al cammino del nostro cosmo, dal Big Bang iniziale all’entropia di un universo morto… Dal nulla sorge un cosmo brulicante di eventi che pian piano si spegnerà nel buio e nel silenzio… -Il tuo paragone in qualche misura può aiutarci a pensare il rapporto tra il Principio immateriale e la realtà manifesta: da un primo punto-nulla iniziale al tutto e poi al nulla finale. Ma rimane una differenza decisiva: la realtà cosmica generata dall’Assoluto è un viaggio che non avrà mai fine, perché, come già Bruno aveva intuito, ciò che deriva da un principio infinito è anch’esso infinito, anche se manifestato nel tempo e nello spazio. -In questo caso ‘infinito’ nel senso di ‘senza fine’, divenire perpetuo. Comunque capisco la vertigine e l’entusiasmo di chi arriva a ‘vedere’ la realtà come un viaggio inesauribile. -Per chi vive nell’illusione del tempo tutto appare così, come una realtà concreta dove non c’è mai fine al nuovo e alle possibili esperienze. Attraverso gli esseri senzienti l’Assoluto conosce sé stesso, fa esperienza di sé in ogni forma possibile, si ama in ogni sua manifestazione e illumina ogni angolo del suo essere. Naturalmente queste mie espressioni sono del tutto inadeguate a esprimere ciò che non si può descrivere. -Ma perché per l’Assoluto c’è questa necessità? Perché le cose vanno così? -Per il Principio la necessità coincide con la totale libertà. Possiamo dire che è la sua natura, la sua volontà, il suo fiat, la sua essenza… Oltre non è possibile andare. -Dunque l’Uno deve diventare i molti e, per così dire, sdoppiarsi in Nulla e Tutto per manifestarsi coscientemente, per essere pienamente quello che è… -Ci rendiamo conto che le nostre parole sono un pallido tentativo di comprendere un mistero insondabile. Ma dobbiamo ogni tanto sollevare lo sguardo al di sopra delle piccolezze del mondo per tentare di approdare ad una visione più alta… -Un’ultima domanda: oggi abbiamo riflettuto sul cosmo e così siamo arrivati a parlare del Primo principio… Come facciamo a sapere tante cose dell’Assoluto? -Noi sappiamo perché lo siamo… 5 febbraio 2023
Nei vortici c’è tutta la realtà dell’uomo secondo la scienza sacra dello Yoga. L’energia scorre attraverso sette porte, centri rotanti dove la forza vitale fluisce definendo i caratteri dell’individualità. Dall’equilibrio armonico di quei vortici dipendono la vita, la salute e la serenità, la qualità delle relazioni e l’autonomia, la lucidità e l’elevazione della coscienza, la consapevolezza del destino spirituale. L’energia si muove verso l’alto a spirale dal greve materiale al puro immateriale, si affina e si purifica nell’alchimia interiore, crea un equilibrio tra corpo, mente e spirito. Se non viene bloccata, deviata o interrotta dona all’individuo armonia e chiarezza, altrimenti si tramuta in forza distruttiva. Troviamo nel rosso del primo vortice la sorgente di tutta l’energia vitale. Da lì la prima sensazione “io esisto”, l’atavica originaria volontà di essere, legata all’elemento terra che nutre e procura la stabilità del radicamento sul piano della sicurezza materiale. Solo il demone della paura può impedire il farsi del bozzolo di una prima identità. È nel secondo vortice il regno del sentire. Emozioni e sensazioni si muovono fluide richiamando la natura dell’elemento acqua. È la sfera del desiderio e del piacere, la fonte della creatività e dell’intimità. Se non subentra il senso di colpa a inibire il piacere creativo dei sensi l’individuo conosce un mondo più pieno, arricchito di percezioni ed emozioni. Nel terzo vortice si ha la nascita dell’ego. È l’affermazione della volontà del singolo, del potere personale in azione nel mondo che trova nell’elemento fuoco il suo simbolo. Qui fioriscono i talenti e l’autonomia, la capacità di operare con determinazione. Se l’energia non è bloccata dalla vergogna, se non deborda in atteggiamenti di orgoglio, l’individuo rafforza la sua personalità ponendo e realizzando i suoi obiettivi. Il quarto vortice è il luogo della relazione. Solo nel rapporto con altri esseri umani possono fiorire i sentimenti più elevati, le emozioni più belle e profonde. Da qui gli ideali di amicizia e fratellanza con cui l’individuo va oltre sé stesso per riconoscersi in una comunità di eguali. È l’aria il simbolo di questa sottile energia che rende la persona leggera e armonica. Quando la coscienza può espandersi non bloccata da emozioni negative o dall’ansia della competizione sociale, allora con il risveglio e la fioritura del cuore si compie il cammino dei primi quattro vortici legati alla natura e alla realtà del visibile. Il quinto vortice è la dimora del linguaggio. Oltre il piano terreno dei quattro elementi si apre quello dell’invisibile e dell’immateriale. L’elemento etere percorre lo spazio infinito dove la comunicazione si muove libera nei territori esoterici della realtà spirituale. La ricerca del vero si fa urgenza ineludibile in un mondo dove la parola si smarrisce e la mente naviga nella confusione. Se l’ipocrisia della non verità è superata la comunicazione purificata e autentica dona grande chiarezza e consapevolezza. Il sesto vortice è il regno dell’intuizione. Ora la visione spazia nell’immateriale toccando nuove vette di comprensione. L’occhio spirituale vede oltre le apparenze svelando le più intime trame del reale. È la luce della coscienza che si proietta a illuminare l’interno con l’introspezione, l’esterno con l’immaginazione creativa. Un mondo di simboli e archetipi si forma a segnare la via che conduce al risveglio. Il settimo vortice, il “loto dai mille petali”, è la suprema fioritura dell’essere umano. La consapevolezza si apre al divino collegando l’uomo all’assoluto infinito. È il momento del risveglio spirituale, la realizzazione del destino ultimo: l’energia si muove totalmente libera, i centri operano in perfetta armonia, le migliori qualità interiori sbocciano, la conoscenza apre realtà inesplorate, la saggezza si fa azione spontanea, l’intuizione creativa tocca il suo apice. Secondo la scienza sacra dello Yoga sette sono le dimensioni dell’essere che descrivono la complessità umana, sette sono i vortici della realtà interiore che l’uomo deve saper attraversare per conoscere e realizzare sé stesso. 21 settembre 2023
Lacrime di venerazione tingono le foglie rosse che cadono. (Matsuo Basho)
Dall’albero grondano stille di rugiada, lacrime lucenti sulle rosse foglie che silenziose cadono volteggiando in un’estrema danza di morte. Nella bella immagine che sgorga dal sentimento poetico di Basho lacrime di venerazione scendono ad accompagnare la vita che se ne va. Ogni accadimento del mondo, quando osservato in profondità, mostra sempre la vita e la morte abbracciate in un circolo eterno. La pianta vive un momento sacro. Nelle sue lacrime tristezza e gioia, rimpianto e speranza si intrecciano. Il tempo fugge con le sue creature, pronto a tornare con nuovi colori, con il rosso della foglia appassita che sarà poi di gemma che spunta e di fiore impaziente avido di vita. L’albero sa da tempo immemorabile che la morte non è mai davvero tale, è sempre il preludio a una rinascita, basta saper attendere la primavera. L’esistenza cambia le sue forme. Dal senza-forma dell’immateriale un’energia prorompe e si muove a disegnare il volto di nuovi esseri. Ma le forme che da lì scaturiscono non sono destinate a permanere, né possono impedire ad altre realtà di affacciarsi sulla scena del mondo. Ogni ente deve accettare il suo destino e fare spazio nel suo declinare a ciò che deve venire ad esistere. È un morire solo apparente che apre le porte a un nuovo vivere. Lo spogliarsi del verde è per l’albero il sacrificio più alto e più bello. In ogni foglia che si stacca dal ramo c’è tutto lo spirito dell’essere arboreo che parla con le sue lacrime per dire di ciò che è inesprimibile. È l’unica vera preghiera che conta: venerare il miracolo dell’esistenza che si rinnova in ogni momento in un generoso slancio pieno di vita, anche nella rossa foglia che cade. 15 settembre 2023
Orfeo non lo aveva compreso: Euridice non poteva essere posseduta, doveva solo essere riconosciuta e amata come una parte di sé. Euridice ammaliata dal suo canto e di lui follemente innamorata, morta innocente per infausto destino, era caduta nel freddo e buio Averno. Era il Femminile lasciato da Orfeo nella separazione e nell’abbandono, nel luogo oscuro della dimenticanza. Accade con l’amore ancora immaturo, intriso di ego e di brama del possesso. Accade quando l’uomo smarrisce la parte di sé che lo rende completo: la donna interiore che vive in lui. Allora la perdita si fa gorgo di dolore e comincia una ricerca angosciosa per riunire ciò che si era separato. Si racconta di un Orfeo disperato per aver perduto la donna amata che ricorreva alla sua arte del canto, capace di sciogliere ogni cuore, per scendere da umano negli Inferi e riportare alla luce del vivente la sua Euridice sepolta nell’oblio. La grazia era dagli dei concessa. Ma per ricondurre l’amata alla luce la magia della lira non bastava, né lo poteva la bellezza dei carmi. Un’ultima condizione era imposta, un atto di fiducia senza riserve, la prova decisiva per ogni uomo: confidare nel proprio Femminile per riguadagnare insieme la luce, di nuovo riuniti nell’Uomo intero. È la via della consapevolezza, della piena coscienza dell’alterità. Ciò che appare riflesso al di fuori è ciò che avviene nell’interiorità, nella coscienza dell’essere umano che deve sapersi e volersi Uno. Gettare sull’altro lo sguardo dell’avere è ridurre la persona a proprietà, disconoscendo quella Presenza che può vivere solo nella libertà. Il Femminile visto come altro da sé non può integrarsi e completare l’uomo egoico diviso in sé stesso. Cade nel buio dell’incoscienza ciò che non è amato senza condizioni, perché l’attaccamento e il desiderio creano un’insuperabile distanza, incatenano e privano di ogni libertà. Orfeo smanioso di riprendersi Euridice falliva dunque nel momento decisivo: impaziente di riavere la sua amata si voltava per vederla e assicurarsi di possedere il suo oggetto d’amore, rompendo così il patto e l’incantesimo. La perdita irrimediabile dell’alterità significava anche per Orfeo la fine: dilaniato da oscure forze demoniche precipitava in una morte interiore. Rimaneva di lui solo il canto solitario, sempre più lontano e malinconico, velato dal rimpianto e dal rimorso.
Ma Euridice non è ancora perduta. Ci sarà per Orfeo un’altra possibilità. Nulla muore nell’essenza dell’uomo perché ogni fine è sempre un inizio, tutto torna nel ciclo di morte e rinascita come avviene sempre nell’eterna natura. Orfeo incontrerà ancora una Euridice che risveglierà in lui la donna interiore e riproporrà la grande sfida dell’Unione, la conquista più importante e decisiva: l’incontro di Maschile e Femminile che solo all’interno di sé può avvenire. Se imparerà l’amore senza possesso Orfeo potrà diffondere il suo canto non più per sedurre e rapire i sensi, ma per liberare le anime dai lacci, per dare linfa allo spirito affamato, per ricongiungere ciò che si era diviso. Il compito per lui più alto e più degno. 31 agosto 2023
C’è tutto un mondo in queste parole che Basho ci lascia per descrivere un suo momento di illuminazione: la quiete silente del vecchio pozzo, il balzo improvviso della rana, il suono gentile del moto dell’acqua, l’aprirsi di quell’attimo e il chiudersi in un silenzio ancora più profondo. Tutto è perfezione, pura bellezza, nulla manca in quell’istante di vita pennellato da una mano sapiente. Ogni senso è aperto sul mondo, la coscienza è limpida e attenta, tutto accade in modo naturale. Un evento semplice e spontaneo ha dato una scossa all’esistenza, ha rivelato una meraviglia pura, non contaminata dal giudizio, eterna e sacra oltre ogni parola.
Ogni momento di vita è così, è un salto nel vecchio pozzo, un tuffo nelle acque del tempo per mescolarle e rinnovarle. Là dove erano quiete e silenzio qualcosa irrompe all’improvviso. Sembra l’infrangersi di un’armonia, l’uscire da un piccolo eden già perfetto in sé e compiuto. Ma la vita non ascolta ragioni, è innocente, folle e imprevedibile, ama la novità, ricombina i pezzi come il bambino che gioca e non sa di ri-creare il mondo. Alla vecchia armonia segue una nuova, ancora più intrigante e stupefacente, ma prima deve rompersi un equilibrio: cerchi si formano e si allargano in quelle acque prima immobili, suoni ed echi si diffondono ad annunciare una nuova nascita. Anche la nostra coscienza si increspa, risponde all’accadere del momento, esce dalla quiete per godere il mistero e alla fine riconquistare la pace. Basho sa che l’accadere di ogni evento, anche quello più umile e ordinario, porta con sé il significato del Tutto. Cos’altro ci vuole per sentirsi a casa, per abitare una coscienza illuminata, oltre a ciò che è vissuto nell’adesso? Di cos’altro abbiamo bisogno noi per sentirci un tutt’uno con il mondo? Vecchio pozzo rana salta plop! … 27 agosto 2023