Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Perché c’è la realtà? Perché c’è il mondo? È la questione che ha tormentato le menti degli esseri umani da sempre nei millenni. Ma per l’esistenza concepita nella sua totalità questa è una domanda che non si può porre. Finché si è all’interno della realtà stessa si rimane in un dilemma senza uscita o comunque in un circolo vizioso irrisolvibile, come un gatto che vuole mordersi la coda. La domanda ‘perché’ ha senso in un mondo dove tutto è basato sulla legge di causalità, per cui ogni cosa dipende sempre da un’altra. Possiamo chiederci il perché di un fenomeno solo se partiamo dall’idea che comunque ci sia una interdipendenza di tutte le cose e i fatti. Ma rimanendo nella prospettiva del relativo troveremo solo catene di causa-effetto senza fine, perché ogni evento rimanda sempre ad un ‘prima’. Solo da un punto di vista assoluto, svincolato da tutto, posto al di sopra della realtà e da essa indipendente saremmo nello sguardo che abbraccia l’intero in grado di sciogliere il mistero della vita e del cosmo. Ma allora per l’assoluto non varrebbe più la causalità che implica dualismo, tempo, rapporto e dipendenza, movimento assoggettato al comando di una legge. Il Principio primo non potrebbe essere condizionato o costretto da ragioni o rapporti di ordine causale essendo suprema Realtà libera e autofondante, quindi la questione del ‘perché’ risulterebbe assurda. La domanda sulla realtà ha certamente senso per noi, dato che lo scire per causas è sempre il nostro modo di spiegare e dare un significato a cose ed eventi, ma questo approccio è valido solo per il particolare, perché quando vogliamo indagare sulle cause prime un limite invalicabile preclude ogni via alla ragione La domanda sul mondo risulta quindi impossibile quando si riferisce alla globalità di tutto ciò che esiste, non potendo vigere e operare la legge di causalità in una dimensione che non la contempla e la trascende.
Viviamo dunque in un cosmo senza causa conoscibile, dove si può rendere ragione del fenomeno particolare, non però del senso ultimo dell’esistenza in quanto tale. Ciò significa che il mondo manifesta una illimitata libertà e che l’essere delle cose è assoluto e incondizionato, non riducibile ad alcuna dimostrazione razionale. Per questo le Sapienze dell’India indicavano con Lila il divenire cosmico nella grande Ruota dell’Essere. Lila è il gioco divino di Maya che manifesta gli universi in una creazione spontanea di innumerevoli mondi senza che si possa umanamente vederne un fine. Leggiamo nelle scritture degli antichi Veda: «Egli non ha motivo di essere. Allo stesso modo il mondo è semplicemente un suo gioco.» (Brahmasūtra II) Il Principio divino manifesta infiniti universi come un gioco, incanta i sensi e l’intelletto proiettando un mondo apparente, ma rimanendo inviolato, del tutto indipendente e inconcepibile. Maya è la grande danzatrice cosmica che seduce l’uomo, lo incanta con i colori, i suoni e le forme infinite del vivente, senza però che tutto questo abbia un perché o una causa. Tutto è solo una danza delle cose e degli esseri nel tempo in una libertà sconfinata che è creazione sempre nuova e insieme illusione, apparenza, oblio e disvelamento. Di fronte al divenire del mondo scompare ogni perché, non c’è tempo né modo di investigare sulle cause ultime, la totalità vive e gode di sé stessa, come anche noi uomini, meravigliati di fronte alla sovrabbondanza di ciò che è, spiriti eternamente in viaggio sulle misteriose vie dell’essere. 8 dicembre 2022
Vi devo raccontare l’epico scontro tra Socrate e Callicle, una lotta fra titani seguita da noi presenti col fiato sospeso. La venerazione per il vecchio maestro e la sua saggezza creavano nel gruppo uno spirito comune di rispettosa concordia, mentre il dialogare si dipanava e apriva nuove vie al pensiero. E alla fine erano sempre le parole di lui a suggellare l’incontro, nel momento in cui l’idea si imponeva ormai chiara e luminosa, pacificando i cuori e le menti in una conclusione da tutti condivisa. Questa era la magia di quegli incontri con Socrate, che sornione sorrideva e ci trafiggeva con il suo sguardo e intanto scriveva nelle nostre anime e imprimeva in esse un insaziabile, ardente desiderio di ricerca del vero. Ma quel giorno accadde qualcosa che ci lasciò sconcertati. Noi che per Socrate nutrivamo un’ammirazione senza limiti, noi che amavamo sempre concludere gli incontri nell’accordo dovemmo assistere al duro scontro tra due mondi opposti, due modi di pensare l’uomo e la vita stridenti e inconciliabili. Fu il giovane sofista Callicle ad accendere la discussione e a scontrarsi con Socrate sui temi della politica e della giustizia, un giorno in cui ci aveva ospitati nella sua sontuosa dimora. Dotato di parola abile e veloce, con piglio sfrontato e irridente -così almeno parve a noi di vedere quel giovane ateniese – Callicle sfidava gli insegnamenti del maestro e della tradizione esponendo senza timore la propria concezione della giustizia: nella società, come nella natura, vige il diritto del più forte; solo ai forti e ai coraggiosi spetta il governo della città; non potranno mai le leggi volute dai tanti frenare i migliori, perché esse nascono dal timore e dall’impotenza dei deboli, di coloro che vivono senza passioni, arresi e morti come pietre; la polis non può essere governata dai paurosi e dai mediocri, incapaci di vedere e apprezzare la forza e la fierezza del genio; solo le passioni lasciate libere e senza freni danno la felicità; solo la licenza di dominare concede fama, potere e una vita piena… Queste idee così lontane dal nostro sentire ci inquietavano, perciò guardavamo Il maestro preoccupati, attendendo la sua risposta. Ma Socrate appariva tranquillo come sempre e ascoltava attento, osservando il giovane con sguardo intenso e insieme divertito. La sua risposta volse subito la discussione sul tema del ‘dominare’: le parole vanno sempre definite ed esaminate nei loro vari sensi e non è raro scoprire un significato profondo che prima sfuggiva. Quando si parla di governo della città e degli altri, disse Socrate, non dobbiamo dimenticare l’importanza del governo di sé stessi, perché chi non sa dominare i propri impulsi è ancora immaturo, quindi non può essere una guida giusta e saggia per i cittadini. Le passioni senza freni, la dissolutezza e la smania di potere non portano mai alla felicità che invece richiede un animo quieto, temperanza, equilibrio, capacità di accontentarsi di ciò che si ha. Ascoltando la risposta di Socrate ci sentivamo sollevati, riconoscevamo nelle sue parole gli insegnamenti di vita che sentivamo nostri e che sempre ci avevano ispirato. Ma Callicle non si arrendeva, anzi riaffermava le sue idee con maggior veemenza, ergendosi davanti a Socrate in un atteggiamento di orgogliosa sfida al maestro, ribadendo che è la natura a decretare la legge del più forte e che nessun diritto umano cambierà ciò che è così da sempre. Chi predica la temperanza e la virtù vuole solo tarpare le ali e impedire ai migliori di perseguire liberamente la propria felicità. Callicle concluse il suo discorso definendo buffonate senza valore la filosofia, la morale, i costumi e le convenzioni sociali della città. Socrate allora fece un lungo discorso per approfondire la questione. Pur apprezzando la franchezza del giovane e la sua esuberanza, con le sue riflessioni egli tornava alla fonte originaria del mito orfico per recuperare un’immagine capace di mettere a fuoco il problema: nella visione dei Misteri l’anima aspira a riconquistare quella Realtà che per bellezza e perfezione supera ogni immaginazione umana, ma per farlo deve spogliarsi dei desideri che la legano al mondo e la intrappolano nelle sabbie dell’egoismo e della tracotanza. Compito dell’uomo saggio è quindi vivere quieto e distaccato, libero dalle folli passioni che lo incatenano alla realtà sensibile. L’immagine orfica che descrive l’uomo schiavo dei desideri è quella dell’orcio forato – diceva Socrate – un pozzo senza fondo che non potrà mai essere riempito per quanto liquido si versi. Ogni tentativo sarà solo fonte di frustrazione e recherà sofferenza, perché il nostro più profondo desiderio, l’unico che davvero conta, è quello dell’anima che vuole ricongiungersi all’immortale Essere, il mondo superiore delle Idee che è il regno della vera beatitudine. Di fronte al discorso di Socrate ci sentivamo tutti rassicurati, eravamo certi che la saggezza delle sue parole avrebbe colpito e fatto breccia nella mente e nel cuore del giovane Callicle, portandolo a meditare su quale sia la giusta battaglia che vale la pena di combattere per ogni essere umano: quella che aspira alla libertà interiore, ad una vita ordinata, alla sapienza e alla saggezza che nutrono l’anima e la elevano, almeno per quanto è concesso a noi esseri mortali. Ma con nostro disappunto Callicle terminò bruscamente il dialogo dicendo a Socrate di non essere affatto persuaso dal suo discorso e di rimanere più che mai fermo e convinto sulla sua posizione, perché vivere in modo saggio e quieto toglie ogni dolore e gioia, mentre il piacere della vita è proprio “nel suo continuo e grande fluire”. Così dicendo Callicle volse le spalle a Socrate e se ne andò e il loro dialogo ebbe fine nella maniera più aspra e disarmonica…
Sono passati anni da quell’episodio, ma la mia memoria è intatta e ora che mi accingo a scriverne nel dialogo che chiamerò Gorgia mi rendo conto che anche per me fu un momento molto importante. Ora vedo con la chiarezza che è data solo dalla distanza nel tempo che noi discepoli di Socrate vivevamo frenati dalle nostre paure, timorosi del disaccordo e dello scontro, aggrappati al nostro maestro bisognosi di rifugio e conforto, incapaci ancora di essere autonomi, sgomenti di fronte alla libertà che egli stesso ci offriva e dimostrava. La libertà di pensare e scegliere da soli per la propria vita fa paura, ma è la sola che ci trasforma da studenti a nostra volta in maestri. E paradossalmente lo stesso Callicle ci aveva aiutati a crescere, mostrando un coraggio che ci faceva apparire docili e pavidi discepoli attaccati alla tunica di Socrate per difendere una presunta nostra ‘verità’. Col tempo penso di aver compreso davvero il sottile gioco del maestro che sfruttava ogni situazione per aiutare noi a conoscere noi stessi. Oggi ringrazio Socrate e Callicle per aver interpretato in modo superbo una scena di quella grande commedia che è il nostro mondo di umani. Non c’è esperienza che non possa essere un’occasione di crescita se siamo capaci di vivere con consapevolezza quello che accade. Osservando gli altri vediamo noi stessi riflessi nei ruoli del mondo, così scaviamo nel profondo dell’anima per capire il nostro destino, intraprendendo il viaggio verso l’Eterno che l’anima già conosce. E questo senza paura di trovarci imperfetti come un orcio forato, perché anche l’esperienza delle umane passioni fa parte del gioco che dall’ignoranza, gradino dopo gradino, porta alla vera sapienza. 15 dicembre 2022
Un piccolo punto si muove nello spazio tracciando infinite linee in ogni direzione. Lo spazio è illimitato e senza confini. Il movimento è libero e imprevedibile. Quel punto è l’unica realtà esistente in un immenso vuoto che lo accoglie. La velocità di quel punto intelligente è infinita, inconcepibile per la mente. Essendo il moto infinitamente veloce non serve il tempo perché tutto accada, ogni spostamento è immediatamente dato in un senza-tempo dove tutto è presente. Ciò che per noi è la definizione dell’Eternità. Quel punto si trova ovunque nello spazio, è simultaneamente qui e là, sopra e sotto, in ogni luogo degli infiniti luoghi possibili. È Onnipresente in tutto, quindi è il Tutto. Al tempo stesso non è in nessun luogo, è anche nel nulla, quindi è il Nulla. È Presenza e Assenza, Realtà e Vuoto, Tutto e Nulla, è coincidentia oppositorum. Quel misterioso punto è inoltre cosciente, tutto conosce di sé non essendoci altro che gli sia estraneo, quindi è Onnisciente. Essendo l’essere che esiste come Tutto è anche l’unico agente non avendo altro che possa limitarlo, quindi è Onnipotente. È la realtà prima, perfetta e inconoscibile, ciò che possiamo chiamare l’Assoluto. Come dal seme nasce una pianta rigogliosa, così da un granello di essere le ‘diecimila cose’. L’origine del mondo in tutta la sua molteplicità è in quel primo Tutto-Nulla che diventa cosmo quando limita – apparentemente – sé stesso nella percezione soggettiva di enti individuali che lo rifrangono in infiniti punti-mente separati. Così si manifesta il sogno della creazione: la velocità infinita del primo Principio degrada dividendosi in innumerevoli livelli di movimento, frequenze vibrazionali, onde ritmiche e fluttuazioni che diventano tempi e luoghi, colori suoni e forme, dunque tutte le cose e tutte le realtà concepibili. La percezione, la sensazione e le forme-pensiero che creano l’illusione di una realtà esperienziale sono una visione parziale e distorta di quel Tutto, che continua a permanere inviolato nel suo essere. Ciò che chiamiamo mondo reale è solo apparenza che si forma nella mente limitata della singolarità. Nel suo movimento infinito il punto primordiale ha già percorso tutte le possibili vie dell’essere in un istante senza tempo, in uno spazio senza luogo, in un’illimitata libertà che è creazione senza confini. Nella pellicola di un film la storia è già tutta compiuta, se essa scorre lentamente vediamo le singole scene, se invece passa tutta in un attimo non vediamo nulla. Allo stesso modo nel Tutto ogni possibilità è già data, ogni evento accade perché è già avvenuto da sempre, compreso in un non-attimo eterno che è l’Intero in sé, dove l’infinita velocità coincide con la totale immobilità. Solo quando il movimento rallenta sorge il ‘pensare’, ovvero il distinguere, il percepire e il definire le cose, allora appare la realtà come noi la conosciamo. È nella natura del Tutto-Nulla creare universi di vita dove ciò che si manifesta ‘è’ e al tempo stesso ‘non è’, in un infinito divenire che non tocca l’Unità originaria. Non c’è ragione che possa spiegare questo mistero, ogni tentativo di comprendere appartiene al frammento, è dunque inevitabilmente destinato al fallimento. Il finito non può in nessun modo concepire l’infinito. La natura del puro Essere rimane imperscrutabile come l’esistenza del mondo, impenetrabile arcano. Solo quando il livello di coscienza-consapevolezza si eleva in frequenza a sfiorare la soglia dell’infinito, -senza mai poter varcare l’ultimo insuperabile confine – riluce un primo estatico barlume di intuizione di Ciò che è. 17 dicembre 2022
Vedo accadere qualcosa e subito mi accorgo che già è scattato un giudizio nella mia mente. In modo fulmineo un processo si è messo in moto a classificare, definire e valutare le cose. Questo libro qui davanti non ha alcun significato se non quello che io scorgo e proietto su di esso. È il soggetto pensante che dà senso all’oggetto, perché vuole specchiarsi in ciò che lo circonda per comprendere il suo rapporto con la realtà. Noi proiettiamo all’esterno il nostro mondo, i valori, le idee e i principi che ci costituiscono. Ma è così che comincia la conoscenza di sé, osservando il modo in cui giudichiamo le cose. Il libro dunque può avere un significato o nessuno a seconda della persona o del luogo e situazione. Forze istintive, istanze razionali, moti dell’animo entrano in gioco in un intreccio vario e complesso che non è un mero giudicare ciò che è esperito, ma è una via maestra di autoconoscenza. La relazione con l’oggetto ci fa vedere chi siamo, ci mostra cosa cerchiamo, quali brame e speranze orientano il nostro modo di affrontare la vita. Ma se ci ritroviamo riflessi sempre e dovunque, negli accadimenti e nelle relazioni con le cose, più ancora ci specchiamo negli altri esseri umani, ci confrontiamo con le loro reazioni e le loro idee. Ed è lì che alla fine si svela il nostro volto più reale.
Ma il giudicare è ancora lo strato più superficiale del nostro manifestarci come esseri umani. Se portiamo l’attenzione ad un livello più profondo scopriamo che, prima ancora del pensare e giudicare, ogni fatto è già stato accolto dalla nostra coscienza che è spontanea apertura a tutto ciò che accade. Una cosa è degna di esistere per il solo fatto che è, non ha bisogno di un esame o di un’approvazione. La coscienza non giudica, essendo ‘dietro’ la mente, al livello più profondo della pura consapevolezza, dove il giudizio razionale non è ancora comparso. Ciò che si presenta alla coscienza, positivo o negativo, è immediatamente accolto in modo incondizionato. Solo in seguito sopraggiungono i giudizi e i confronti, quando il pensiero discriminante entra in gioco al servizio della propria autoconservazione, per riconoscere e valutare ciò che si presenta e affrontare le situazioni per intervenire su di esse. Rimane tuttavia la lezione della nostra coscienza: per agire sulle cose con una chiarezza di visione dobbiamo prima accettarle, fare spazio al loro esistere, lasciare che possano esprimersi per quello che sono. Ogni giudizio su di sé o sul mondo deve partire dall’accettazione incondizionata di ciò che è. Se non accettiamo che una persona sia diversa da noi e partiamo dalla resistenza e dal rifiuto del suo essere non possiamo comunicare con lei perché è già giudicata da un confuso coacervo di impulsi, idee e preconcetti. Lo stesso vale per tutto ciò che incontriamo nella vita: accoglierlo così com’è è certo solo il primo passo, ma è un atto di intelligenza, di sensibilità e coraggio, significa porsi di fronte alla realtà in modo umile, in un atteggiamento di ascolto e spontanea apertura. Da lì viene la chiarezza del pensare e dell’agire che si fanno responsabili, compassionevoli e giusti. Il mondo allora non appare più come un luogo ostile, è invece un campo di esperienze dove costruire senso, in un peregrinare che è realizzare la propria meta, guidati da una consapevolezza lucida, vigile e profonda. 24 dicembre 2022
In un istante vuoto di intenzione, mentre l’ultima stella moriva all’orizzonte qualcosa svanì anche dentro di lui e il giovane Siddharta divenne il Buddha. Aveva rinunciato ad ogni legame col mondo e per anni aveva meditato e cercato fino alle radici del proprio essere. Ma prima aveva conosciuto la vita in ogni suo aspetto, nel bene e nel male. Il mondo gli appariva come una grande ruota dove tutto torna sempre al punto di partenza, ripetendosi in un gioco già visto infinite volte sulla nota costante della sofferenza universale. Un salto dalla circonferenza al centro dove tutto è immobile, silenzioso e sereno, solo a questo aspirava, con tutte le sue forze. Era ciò che da sempre si chiamava illuminazione, liberazione definitiva dal dolore del mondo, risveglio alla vera vita dal grande sogno di Maya. Ma la sua storia non era cominciata così… Nato principe in un ricco regno dell’India era fuggito in una notte senza luna dal suo palazzo dove viveva prigioniero tra lussi, svaghi e piaceri, tenuto lontano dai dolori e dalle miserie del mondo perché nessun segno di pena o tristezza potesse macchiare la sua felice sorte di predestinato. Ma anche la vita dorata di un principe, stretta tra vincoli, ritualità e opulenza esteriore, può alla fine risultare insopportabile e vuota se manca ciò che è davvero essenziale. Circondato da tutti gli agi e le ricchezze possibili ma sottratto alla vista del mondo di fuori, Siddharta aveva preso la fatidica decisione: saltare oltre le mura per vedere la realtà e conoscerla com’è davvero, in prima persona. Fu così che il principe Siddharta uscì nel mondo finalmente libero. E con i propri occhi ‘vide’: La dura realtà del dolore La cruda realtà della morte La sofferenza universale L’impermanenza di tutte le cose… Vedeva soprattutto Il ripetersi degli errori e l’ignoranza delle cause della sofferenza negli esseri umani che vivevano e lottavano senza che un barlume di coscienza li guidasse a rivelare il senso ultimo del loro esistere. Quando prendiamo la ferma decisione di procedere da soli nella nostra ricerca uno spazio nuovo di coscienza si apre. E così avvenne per il giovane Siddharta. Fuori dalle mura protettive dell’ignoranza vide la verità del mondo e il suo dolore, comprese il destino che tocca ad ogni uomo tra nascita, vecchiaia, malattia e morte. Lo spettacolo della sofferenza universale lo riempiva di lacrime e di un dolore vero che non aveva mai conosciuto in passato. E per la prima volta sentì la compassione che lo lacerava e gli donava una nuova luce. Da lì la decisione assoluta di meditare e di trovare la via di liberazione interiore che conduce al sereno distacco del saggio. Siddharta si spogliò di tutto e divenne un sadhu, un asceta itinerante che ha rinunciato al mondo. Non tornò più nella gabbia dorata del suo regno e da allora dedicò tutto sé stesso alla meditazione. E dopo un lungo cammino e ardue lotte interiori, dopo una nera notte popolata da angosciosi incubi, finalmente accadde ciò che da sempre cercava: l’ego si dissolse come una fiammella che si spegne, lasciando solo spazio, silenzio e una pace sconfinata . L’ultima battaglia interna era stata la più difficile: le catene di Maya assumono la veste del desiderio che è l’estremo ostacolo alla realizzazione di sé, perché è il desiderare che ci tiene aggrappati al mondo nel ciclo eterno di morte e rinascita e sofferenza. Siddharta aveva lasciato tutto ciò che possedeva, ma non aveva rinunciato al desiderio di illuminarsi ed era proprio questo l’ultimo laccio che lo teneva fissato al mondo, al passato e al suo vecchio sé. Il risveglio è perdere sé stessi per diventare il Tutto. Solo la totale estinzione di ogni brama egoistica può preparare l’accadere di un momento di luce in cui il Tutto si rivela nella sua inviolata perfezione. Il vecchio Siddharta era ormai scomparso, ma la coscienza risplendeva più viva che mai, in un indescrivibile stato di beatitudine. Ora le potenze delle tenebre non potevano più toccarlo, essendosi rivelate solo frutto dell’immaginazione. Nessun desiderio poteva più intrappolarlo. Nulla lo legava al mondo se non la compassione per tutto ciò che vive, unita ad un sereno distacco. Quando l’ultima stella del mattino svanì all’orizzonte, mentre l’alba rischiarava in lontananza il cielo, anche il vecchio uomo scomparve per sempre e con esso tutta la confusione e il dolore. E Siddharta si ritrovò ad essere il Buddha, il Risvegliato. 28 dicembre 2022
Si librò sulle ali nell’ebbrezza di un volo che nessun umano aveva mai conosciuto. Furono quelle fragili penne e piume di cera a mostrargli il mondo da una prospettiva che rendeva tutto piccolo e distante, le cose e gli uomini e gli spazi terreni, mentre il tempo sembrava rallentare, sospeso in una dimensione di quiete. Anche i desideri, le cure e gli affanni che riempiono le vite di noi umani sembravano sciogliersi e svanire come rugiada al primo sole del mattino. E un grido di gioia e liberazione si levava accompagnando Icaro nella sua ascesa. Forse quello era lo sguardo degli dei, da sempre interdetto agli uomini, che vede il mondo come un transito dove ogni cosa passa e va e si dissolve, destinata all’impermanenza e all’oblio. Ma proprio quel volo onirico e folle che gettava ogni cosa nell’insignificanza si rivelava essere l’esperienza suprema che è per ogni uomo brama e tormento. Nulla è così importante nella nostra vita quanto il sollevarsi al di sopra del noto per scoprire la dimensione dell’indicibile. Ma si deve saper alzare lo sguardo al di sopra delle piccole umane vicende per spiccare il volo e superare il limite e carpire i segreti della vita e della morte. È un volo dell’anima quello che si compie sulle ali dell’entusiasmo e del coraggio, è un salto nell’ignoto senza vie tracciate, dove il percorso si scrive sul filo dell’Idea. Si può fare affidamento solo su sé stessi, sulla capacità di sostenere una vista che consuma l’io nella luce dell’eterno, là dove perdersi è ritrovarsi trasmutati. Cadde Icaro con le piume disciolte nell’ardore di quell’incredibile impresa e la morte lo accolse tra le sue braccia. Ma nulla importava se non l’avere visto, avere strappato alla divinità l’ultimo segreto, avere conosciuto e offerto tutto sé stesso a quella verità che sola dà senso all’esistere. 4 gennaio 2023
Era un fiero cavaliere di nobile stirpe sempre pronto alle armi e alla battaglia. Ogni giorno sfidava il nemico sul campo schivando i colpi mortali della spada, percorso da un brivido di euforia mentre la sua vita palpitava appesa tra il filo della lama e la falce della morte. La vita gli appariva bella e generosa, era quella di un eroe senza macchia che lotta impavido sull’orlo dell’abisso nel nome di una gloria tutta terrena. Ma un desiderio sempre lo tormentava, quello di diventare immortale come un dio per vivere nell’eternità di un tempo infinito le grandi battaglie e le gesta degli eroi. E accadde un giorno al prode cavaliere di trovare, chissà come chissà dove, il sospirato elisir dell’immortalità, prodigioso farmaco per la vita eterna che bevve d’un fiato, senza esitare… Una sensazione di forza lo pervase, una baldanza e un ardimento nuovi infondevano un senso di invincibilità nel furore di una selvaggia ebbrezza. Si prospettava per lui un tempo infinito come per gli dei immortali dell’empireo, un’esistenza dalle illimitate possibilità. Ogni uomo cerca di allontanare la morte spinto dal desiderio di una vita senza fine, ma quando la saggezza riesce a prevalere si avvede del pericolo che si nasconde: l’immortalità può essere il più grande premio, ma anche la più grande disgrazia per l’uomo, una prigione da cui è impossibile evadere, una condanna definitiva e senza appello. Ma il cavaliere illuso non vide il rischio. Dopo aver bevuto la pozione, folle di gioia, fece una furiosa galoppata a cavallo, ma disarcionato cadde in modo rovinoso. Ora si trovava storpio e invalido per sempre, non avrebbe più potuto fare alcunché di quello che può essere fatto da un cavaliere. La sua vita sarebbe stata grama e infelice. Ormai seduto immobile su una stuoia, le armi mute e impolverate in un angolo, ogni gloria sarebbe stata solo un ricordo. La vita era diventata d’un tratto grigia, insensata, dolorosa e insopportabile, una storia dove non sarebbero più contati la forza, il coraggio e l’intraprendenza. Ma ancor più terribile era che quella vita sarebbe continuata così per l’eternità, in una condizione di totale impotenza, senza possibilità di riscatto e liberazione. Adesso era la morte ad apparire desiderabile, il trapasso era la più grande aspirazione. Non potendo più sfidare la morte che era ormai fuori dal suo orizzonte, la vita perdeva ogni gusto e ogni colore. Perché è proprio il giocare tra vita e morte che dà quel brivido irripetibile e unico all’uomo che inscrive il proprio destino nel gesto coraggioso e tragico dell’eroe. E allora il cavaliere con umile preghiera si rivolse agli dei implorando un regalo, quello più prezioso per un essere umano, il dono sublime della mortalità. Un dio benevolo accolse la sua supplica e gli concesse di tornare ad essere mortale tra i mortali, secondo la Legge. Di fronte a quella immensa grazia divina il cavaliere pianse di gioia e commozione. Ora poteva morire oppure ancora vivere, ma scegliendo in libertà la propria sorte, senza sentirsi condannato per l’eternità al giogo funesto di un’esistenza infinita. Perché per l’uomo saggio e consapevole essere mortale è la cosa più bella. La coscienza della morte eleva alla dignità e alla gloria che è solo degli esseri umani quando abbracciano il proprio destino, amando l’esistenza e ogni istante di vita, accettando la morte come il dono più grande. 7 gennaio 2023
Nell’universo materiale dell’Atomismo greco infiniti atomi cadono nel vuoto in modo rettilineo muovendosi per pura legge meccanica del peso, senza alcuna intelligenza che ne diriga il corso. Sarebbero destinati a non incontrarsi mai come rette parallele che non possono toccarsi, secondo le perfette geometrie della matematica e la logica inesorabile della pura ragione. Ma ecco che compare un fenomeno inatteso che sarà poi chiamato dai Latini Clinamen: alcuni atomi escono dalla propria traiettoria e si scontrano, si mescolano e si aggregano in un caotico e rapido movimento di particelle. L’ordine e la simmetria che regnavano sono perduti, ora tutto si fa incerto, confuso e imprevedibile. Quella deviazione che vìola le regole del numero crea la novità, la disarmonia, la contraddizione, in una parola tutta l’immensa vita del cosmo. Dalla confusione del mescolarsi degli atomi qualcosa prende forma, si definisce e si anima. Gli indivisibili privi di coscienza e intelligenza si accorpano in fenomeni ed esseri viventi, in ciò che sente, agisce, vuole e pensa. Ed ecco apparire cose, piante, animali e uomini in un gioco di frammenti che si uniscono e si separano ruotando in un ciclo continuo di vita e di morte. Il fenomeno del clinamen è incredibile e affascinante, perché appare del tutto misterioso e inspiegabile, almeno finché si rimane nell’orizzonte materiale. Come per il big bang della fisica astronomica moderna, che parla di un punto originario da cui tutto è scaturito, anche qui sorge la tremenda ineludibile domanda: Perché? Perché è accaduto? Come si spiega? Perché un primo atomo ha deviato la sua corsa? Quale necessità ha fatto sì che il perfetto ordine si incrinasse per dare spazio a un caos creativo? Chi o che cosa è stata la causa di tutto ciò? In effetti anche la geniale teoria degli antichi atomisti non riesce a sfuggire alla radicale obiezione: in un mondo meccanico non può nascere il ‘nuovo’, non ci sono sorprese, paradossi e aleatorietà; ciò che sottostà alla necessità del determinismo non può uscire dai binari della causalità materiale. Un atomo non può “volere” o decidere di essere qualcosa di diverso da quello che è e fa per natura, esso subisce urti e attrazioni e si muove e si aggrega come oggetto passivo e mai come soggetto cosciente. Quindi la vita del cosmo deve avere un’altra causa, deve essere scaturita da un’illimitata intelligenza supremamente libera, prima e pura volontà creatrice. Quando guardiamo all’infinita diversità del mondo e ne apprezziamo le forme, i suoni e i colori non possiamo evitare di vedere in azione il pensiero di una Mente assoluta che non si mostra mai in sé, ma si palesa indirettamente nella sua manifestazione,, nella libertà creatrice della sua magnificente Opera. L’intelligenza si muove sempre oltre la meccanicità, è dunque quel clinamen che scompagina le cose e rimescola e combina gli elementi per creare la vita. È principio di libertà che può venire solo dalla coscienza come progetto consapevole, invenzione e scoperta, mai dal cieco moto che tende inevitabilmente all’entropia. L’atto creatore è sempre un deviare dal conosciuto, non come azione inconscia che distrugge e separa, ma come volontà libera che costruisce nuove realtà. È il principio che vediamo in azione nella natura, da cui bellezza, varietà e armonia di un ordine superiore. Per noi uomini il clinamen ha un significato profondo, è il principio di libertà che deve guidarci nel pensare, è lo spirito creativo che deve illuminarci nell’agire. Clinamen è quando ci rifiutiamo di essere atomi sottoposti alla fatalità di un ferreo determinismo affermando con forza la libertà di soggetti autonomi. In quella declinazione che apre nuove possibilità c’è tutta l’essenza della vita del cosmo e dell’uomo, sempre in cammino verso nuove realizzazioni, tra ricerca di senso, nascita, morte, trasformazione. 9 gennaio 2023
-Ancora una volta la domanda sulla felicità? -Sì, vale sempre la pena di riproporla, anche perché se è antica come il mondo significa che ha una portata universale ed è urgente per tutti noi. -Il fatto è che la definizione di felicità ha avuto nei secoli una miriade di risposte diverse: ciò che fa felice me non rende felice te… Sembra impossibile uscire dalle secche del soggettivismo e trovare un filo interpretativo convincente. -Forse l’approccio filosofico ci aiuterà a scavare più a fondo. Anche se non risolveremo il problema avremo comunque chiarito a noi stessi cosa intendiamo con questa parola così semplice e così impegnativa. -Io comincerei da una constatazione banale: tutti gli uomini ricercano la felicità, sia nella forma di sensazioni ed emozioni sia come possesso di cose, oggetti, idee. Possiamo essere felici per un viaggio, un’amicizia, una musica, un’esperienza, un sentimento… è un universo vastissimo fatto di infiniti livelli e modi di vivere. -Sì, ma per cominciare proporrei di fare una distinzione tra il piacere e la felicità. È una schematizzazione che semplifica e non rende ragione di tutte le sfumature, ma la prendiamo solo come un punto di partenza. -Il piacere mi sembra legato strettamente al corpo e alle sensazioni fisiche, ma anche a livello dell’intelletto ci sono forme di piacere che derivano dal soddisfare un desiderio: possiamo apprezzare un buon pasto, ma anche un’opera d’arte, un paesaggio, il successo in quello che facciamo… -Certo, osserviamo però che questi tipi di soddisfazione sono sempre causati da qualcosa di esterno, quindi dipendono sempre dagli altri, dalle circostanze, dall’aleatorietà delle situazioni. -Gli antichi filosofi dicevano che i piaceri del corpo sono quelli più bassi perché radicati nella nostra animalità, ma esortavano ad evitare anche le forme di piacere che seducono e traviano la mente, quali la fama, il potere, la ricchezza smodata. -Se ad esempio hai l’ossessione del potere sarai dipendente dalle situazioni che lo implicano nelle loro dinamiche. Il mondo ti apparirà come un luogo di lotta senza fine, di competizione sfrenata, dappertutto vedrai solo insidie e nemici… -… e imparerai a diventare un uomo cinico, astuto e calcolatore, manifestando le peggiori qualità di un essere umano. -Il piacere che deriva dal dominare gli altri sarà come una droga che pretenderà dosi sempre maggiori e finirà prima o poi col distruggere anche te. -E quindi invece di essere padrone delle situazioni ti troverai ad essere schiavo del meccanismo infernale che tu stesso hai messo in moto. -I piaceri sono fuggevoli e ingannevoli, si presentano come dolce miele per l’ego, poi si rivelano una pozione venefica. Nascono da desideri che si riproducono all’infinito e che, anche se soddisfatti, lasciano una sensazione di vuoto e di incompletezza. -Ecco perché siamo spesso irrequieti e aggressivi, oppure frustrati e depressi. Anche se nessuno ci ha fatto nulla ci piace interpretare la parte della vittima che leva il suo lamento contro un mondo infame e ingiusto. -Ovviamente i piaceri non sono di per sé un male se gestiti con misura, equilibrio e saggezza. Hanno il loro ruolo nella vita e ricercarli è una tendenza naturale. Ognuno di noi deve solo trovare il limite giusto, il confine oltre il quale essi diventano distruttivi. Se ci dà piacere maltrattare gli altri o usarli come mezzi per raggiungere i nostri scopi degradiamo l’essere umano e noi stessi, creiamo un mondo spietato dove non possono fiorire le qualità dell’uomo felice che sono il rispetto, la condivisione, la fiducia e l’amore. -Dunque coltivare solo i piaceri egoistici ci fa rimanere ad un livello primitivo di umanità, ci tiene incatenati all’istinto di sopravvivenza. -Sì, anche se può manifestarsi in modi apparentemente raffinati e civili, la ricerca del puro piacere egoistico è un meccanismo di autoconservazione che opera solo nella logica del vantaggio personale, del profitto a tutti i costi, dell’”io” e del “mio”. -E quindi la felicità? -Comincia proprio da qui, dal superamento dell’istinto egoistico che spinge all’appropriazione. Ci deve essere una conversione della ricerca dall’esterno all’interno, dalle cose che vogliamo avere a quello che vogliamo essere. -Credo che essere meno legati al possesso di cose e persone ci renda più indipendenti e liberi, ci faccia apprezzare di più la bellezza della natura e delle relazioni umane. -Proprio così, più ci si preoccupa di ciò che si ha, meno si è. È ovvio che ci sono bisogni ineludibili, naturali e assolutamente legittimi. Ma non dobbiamo cadere nell’errore di pensare che possedere di più ci faccia essere soddisfatti, realizzati e più felici. -Quindi capisco che la vera felicità è uno stato di serenità, di pace, di quiete interiore… -…di fiducia, di rispetto per tutto ciò che esiste, di amore e amicizia. È vivere tranquilli e sorridenti, pronti a condividere la ricchezza del mondo guardando al bene di tutte le persone, senza esclusioni. -È dunque uno stato del nostro essere che non cambia con le situazioni, ma che permane stabile al di là delle circostanze. -E questa è la vera libertà di un essere umano completo e padrone di sé, di colui che ha capito che possedere oltre un limite ragionevole non rende felici. Invece di cercare di avere sempre di più entrando in un’estenuante guerra contro tutti, la felicità è all’opposto in questo paradosso: non possedere nulla e avere tutto. -Questo mi è difficile da capire, sembra una contraddizione… -Il paradosso descrive un atteggiamento interiore che prescinde da ciò che davvero si possiede. Non si tratta di diventare asceti, ma di vivere tutto con distacco, con animo leggero, riducendo le pretese di un io sempre pronto ad afferrare e dominare. -Forse ho capito: se non cerchi di possedere sei libero di apprezzare la vita in tutte le sue espressioni, ringraziando per quello che hai senza desiderare il superfluo. -Per vivere bene e felici basta poco, non è necessario essere imperatori del mondo, che sarebbe un vivere nell’ansia e nella paura. Quando non posseggo nulla, ecco il paradosso, tutto mi appartiene, non nel senso del dominio, ma perché posso godere ogni cosa per quello che è, nel suo venire e andare, senza farne una preda da mettere fra i trofei. -Sì, non dobbiamo trattenere la ricchezza del mondo ma condividerla e offrirla a tutti, non dobbiamo possedere le persone ma lasciarle libere di essere e di esprimersi per quello che sono, non dobbiamo attaccarci alle cose che vanno e vengono perché altrimenti soffriremo. -Dobbiamo comprendere che non possiamo possedere nulla nel mondo, perché niente è nostro, tutto cambia, trascorre e va: la ruota della Fortuna gira senza fermarsi. Possiamo però godere di ciò che esiste se lo facciamo senza attaccamento, con lo spirito del gioco, con curiosità e innocenza. -E quanto alle qualità che definiamo interiori… -Quelle rimangono sempre con noi perché non soggiacciono al tempo e agli eventi. La gentilezza ad esempio è una qualità che dà felicità a sé e agli altri, richiede un lungo lavoro di affinamento, ma una volta acquisita ci appartiene per sempre come modalità esistenziale. Oppure se dai aiuto agli altri non lo fai pensando che sia un merito o un sacrificio, lo fai semplicemente perché è una cosa che ti sembra bella e che ti rende felice. -È chiaro quindi che la felicità si può condividere ed espandere, ma solo con lo scambio reciproco, superando le barriere dell’egocentrismo. -Alla fine capiamo di essere tutti connessi in un’unica umanità, non siamo monadi isolate, non siamo qui per fare del mondo un campo di battaglia. La felicità è un diritto di tutti, è il fine ultimo di ogni ricerca, è il modo di stare nel mondo e con gli altri che dà senso e pienezza ad ogni istante vissuto. 12 gennaio 2023
Immagina di avere di fronte un grande puzzle composto da milioni e milioni di tasselli, ma di non poterlo osservare come intero, di poter vedere solamente i singoli pezzi di quell’immensa e articolata composizione. Un piccolo tassello separato dall’insieme sembra non avere senso né ragion d’essere. Si può esaminare ogni sua caratteristica, si possono studiare forma, colore e linee, elaborando ipotesi, definizioni e teorie. Ma alla fine, mancando una visione totale, non potendo capire le cause e gli scopi, quel frammento isolato da ogni contesto rimane un enigma per noi indecifrabile. Come infinitesima parte di una totalità quel tassello non può spiegare il suo perché, almeno finché viene visto come ente separato. Se poi lo possiamo confrontare con altri tasselli troviamo subito differenze e opposizioni, vuoi per il colore, vuoi per forma o grandezza, e il mistero si fa ancora più fitto e intrigante. Allora cominciamo a dividere i pezzi in categorie, stabiliamo ordini, gerarchie e scale di valore, separiamo le particelle e le classifichiamo in termini di bene e male, giusto e sbagliato. E questo per creare dal caos un cosmo, una realtà ordinata e razionalmente comprensibile. Capiamo però che la comprensione del frammento richiede una visione più ampia e panoramica con il suo inserimento in una trama di relazioni. In effetti molti pezzi si collegano fra di loro in una figura più articolata e complessa, rivelando un significato di livello superiore. Vedendo una porzione più ampia del puzzle tutto comincia ad avere un senso più preciso, i colori, i contorni e le forme si armonizzano in un’immagine che pian piano si definisce, includendo tutte le opposizioni e le diversità. Tuttavia, anche in una prospettiva più vasta capace di offrire una comprensione più profonda siamo ancora lontani dalla visione dell’intero. Non solo, se il puzzle è di una grandezza infinita lo sguardo sulla totalità è del tutto impossibile. Ciò che è senza limiti viene da noi osservato da un angolo visuale limitato e particolare cui sfugge il disegno ultimo che dà senso a tutto. Solo l’infinito può vedere sé stesso come infinito.
La realtà è anch’essa come un grande Puzzle, è un infinito che si manifesta nella sua totalità, ma che può essere percepito solo frammentato, in una prospettiva limitata, angusta e parziale. La sproporzione tra finito e infinito è il confine che preclude la visione diretta di ciò che è. Solo chi trascende il livello dell’individualità può diventare quell’infinito che guarda sé stesso, come le antiche Sapienze ci insegnano da millenni. Abbandonata la propria piccola identità personale, ampliata la coscienza e la consapevolezza, liberato lo sguardo dalla ragione discriminante, non vediamo più pezzi di realtà isolati e slegati. Ora l’immagine del mondo ci appare per intero, ogni cosa si trova magicamente al suo posto mostrando la sua ragione d’essere, la sua verità, rivelando la sua assoluta necessità. Perché anche un Puzzle infinito e illimitato non può mancare del tassello più piccolo se vuole essere un tutto completo e perfetto. Ciò significa che ogni atomo, ogni frammento dà all’infinito la possibilità di essere ciò che è, porta già con sé tutta l’essenza di quella totalità. Per conoscere il Tutto dobbiamo diventare il Tutto. L’impresa sembra impossibile finché non scopriamo una verità che ci illumina e ci guida nella ricerca: essendo tasselli necessari del grande Puzzle, noi siamo sempre nell’intero, siamo noi stessi l’Intero. 15 gennaio 2023