Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
È il momento delle scelte difficili quello che i Greci chiamavano κρίσις. Quando tutto sembra crollare intorno nel turbine della vita che si rigenera inizia una profonda trasformazione che riscrive il rapporto tra io e mondo. Krisis demolisce le vecchie strutture, crea nuovi paradigmi esistenziali, apre a nuove scale di valori. Krisis non è una divinità o un destino, nel conflitto tra l’individuo e la realtà è la potenza creatrice del divenire e insieme la capacità di giudicare, la volontà di operare una scelta, l’intelligenza che cerca un equilibrio nella situazione che si presenta. La legge universale del mutamento è un fatto naturale e ineludibile. È vano il tentativo di bloccare o evitare ciò che viene dalla fonte dell’essere, la vita non può mai fermarsi e ristagnare, deve scorrere libera come un torrente. Mille paure trattengono nel bozzolo del rassicurante mondo conosciuto, ma la vita è un continuo sviluppo volto a liberare le infinite potenzialità che sono l’essenza dell’essere umano. Quando le strutture dell’io si cristallizzano e tutto diventa statico e ripetitivo è l’esistenza stessa a dare uno scossone nei modi più impensati e imprevedibili. Se l’individuo si oppone al cambiamento, se non sa allinearsi e scorrere fluido con gli eventi e con i nuovi scenari, arriva krisis a portare sconvolgimento. Come una tempesta si abbatte sull’io travolgendo abitudini, barriere e difese, costringendo a rimettere tutto in gioco, identità, convinzioni e modi di vita. La metamorfosi è spesso dolorosa, ma se l’individuo non si sottrae, se accetta di affrontare i suoi problemi liberandosi da falsità, contraddizioni, emozioni e comportamenti distruttivi, allora si crea un nuovo equilibrio. Krisis porta sempre con sé un messaggio, un significato profondo da decifrare. Se la coscienza risvegliata lo comprende la crescita interiore si fa più armoniosa, ciò che accade rivela un senso nuovo, la prospettiva si fa più ampia e integrata. Krisis è per l’uomo una forza amica: è distruzione di tutto ciò che è vecchio e superato dalle nuove sensibilità; è apertura alla possibilità di riprogettarsi rinnovando il proprio mondo interiore; è il sentirsi responsabili di ciò che si è accettando con fiducia il cambiamento; è battere nuove vie cercando soluzioni senza aspettare la fortuna o il destino. È un lavoro personale di introspezione che prepara a nuove e più alte sfide e offre una chiave per affrontarle: nuotare nella corrente della vita forti della nuova comprensione; non resistere a ciò che si presenta perché la resistenza è il problema; non temere l’arrivo della tempesta, ma preparare la nave, i remi e le vele per far fronte ai marosi più severi, sapendo che di là attende un approdo. 19 ottobre 2023
-“Conosci te stesso”… Faccio mio questo antico motto, ma il problema è: come e cosa devo fare? -Devi solo fermarti e guardare. Vedere te stesso è conoscere te stesso. Non devi “fare” nulla, perché il fare è tensione, è puntare a un risultato. Fare è sempre un movimento per qualcosa, diretto a un ‘dopo’. E se tu ti proietti in un futuro non sei qui ora e non puoi vedere quello che sei. Rimani rilassato e silenzioso, non muoverti da qui sporgendoti in un altrove, osserva con totale attenzione. Questa è la via. -Quindi devo rinunciare a ogni tipo di azione… -Non fare non vuol dire solo non agire. È anche rimanere al di qua di pensieri ed emozioni. In uno spazio vuoto dove solo l’attenzione consapevole rimane. -Spiegami meglio… -Dallo strato esterno più superficiale ti muovi verso l’interno. Dai sensi e dalle sensazioni distraenti ti ritiri in te stesso. Nello spazio interiore c’è quiete, ma ancora non basta. Devi ritirarti da tutto: dalle emozioni, osservandole come non tue, poiché vanno e vengono e quindi non ti appartengono; dai pensieri, osservandoli come non tuoi, poiché vanno e vengono e quindi anch’essi non ti appartengono. -I pensieri e le emozioni che provo non sono miei? -Guarda da dove vengono, scava a fondo e vedrai che è proprio così. Sono abitudini acquisite, moti istintivi, meccanismi inconsci, idee che vengono dall’educazione e da una particolare cultura. Pensiamo pensieri già pensati dall’umanità infinite volte. Anche quelli che sembrano nuovi nascono da quelli precedenti in una catena senza fine. -E poi, una volta che ne hai preso le distanze? -Devi arrivare al centro di te dove semplicemente esisti, dove la coscienza-consapevolezza è pura e luminosa. Lì hai la prima percezione chiara di ciò che sei veramente. -Che tecnica si deve usare? -Il senso di esistere non può essere insegnato, non è una tecnica, una pratica, non è un metodo. Io so di esistere… punto. Chi me lo deve dimostrare? È la cosa più naturale del mondo, quindi non ha bisogno di essere appresa. Al tempo stesso, proprio perché è la cosa più ovvia e immediata, è molto difficile da realizzare. -È vero, accade spesso che ti sfugga la cosa che hai sotto gli occhi. Cerchi affannato gli occhiali che hai sul naso… -Siamo condizionati fin da piccoli a guardare fuori, non sappiamo più guardare dentro. -È quello che viene chiamato meditazione? -Se vogliamo proprio darle un nome… Ma detto così sembra una tecnica, quindi di nuovo un fare… e siamo daccapo nella contraddizione. -Non riesco a capire come si può meditare senza che ci sia un “fare qualcosa”… -La vera meditazione non è un aggiungere, è un togliere tutto, spogliarsi di ogni cosa. È come lo sfogliarsi di una cipolla. -Sì, ma alla fine al centro della cipolla non c’è nulla, ciò significa che non rimane più niente di noi… -Non rimane più niente a livello di forma, qualità e descrizioni. Rimane uno stato dell’essere. In realtà non è neanche esatto dire che rimane, è uno stato che c’era già, era da sempre lì, non si raggiunge e non si conquista. -Una sorta di vuoto comunque simile al nulla. -La nuda coscienza come tale può apparire vuota, ma non lo è in realtà. È l’essere puro senza qualificazioni, cioè senza limitazioni. È come lo schermo vuoto su cui può apparire qualsiasi immagine. È un assoluto che non dipende, non ha causa o scopi, è non condizionato, non generato, libero e cosciente di sé. -Ehi, questa mi sembra la definizione dell’essere divino! -Lasciamo anche qui categorie ed etichette che ci riportano nel mondo del fare. Puntiamo al puro e semplice esistere. Il resto si rivelerà da sé, senza sforzo. -Ma come faccio a non fare se devo fare qualcosa per… -Capisco la difficoltà di addentrarti in questo cammino. Comincia a osservarti quando fai o senti o pensi e lascia cadere il tutto, come un castello di carte. E riportati qui di nuovo e di nuovo, senza arrenderti, finché ti sarai liberato di tutto… Non sarà un processo breve perché dovrai sciogliere vecchie incrostazioni fatte di abitudini, paure, desideri, circuiti emotivi e di pensiero. -E che ne sarà delle mie facoltà? E delle mie capacità di raziocinio? -Non preoccuparti, non perderai affatto la capacità di pensare, anzi avrai maggiore chiarezza perché diminuirà la confusione mentale. Non ci sarà l’ansia di fare, conoscere, conquistare, ottenere, che è ciò che ti allontana da te. -Spiegami ancora questo punto… -Cosa succede se un soldato è convinto di essere la sua armatura? -Beh, direi che guarda alla superficie di se stesso, crede di essere ciò che non è. -Appunto, e se si toglie l’armatura? Si conoscerà meglio, giusto? Ma per togliere il vestito con cui ti sei identificato non è necessaria l’azione concreta. Basta la comprensione di non essere il vestito. -Dunque, arrivato al nucleo di te hai scoperto chi sei… ma così non sei più tu, non hai più nulla che ti distingua come individuo… -Infatti, in quel centro di coscienza sei oltre l’individualità. Sei anche oltre lo spazio e il tempo, eppure sei tu, un “io” più grande, non limitato da nulla e pienamente consapevole di sé. -E gli altri io esistenti nel mondo che fine fanno? -Quando arrivano a realizzare se stessi si trovano anche loro lì, nello stesso stato di consapevolezza, nell’essere vero, unico e reale. -Ancora non capisco… -È chiaro che stiamo usando un linguaggio figurato e limitato, perché quando si parla di coscienza non ci sono un qui o un lì, un realizzare o un raggiungere, né qualità o quantità. Per noi è come cercare di descrivere i colori dell’ultravioletto di cui non abbiamo alcuna percezione. -Le parole non sono mai l’esperienza reale, lo sappiamo… -Ma dobbiamo provare comunque a dire qualcosa: chi raggiunge quello stato non è un’altra coscienza, ma la medesima, unica Coscienza che si riconosce in un’altra forma. Non ci sono mai state in realtà due o più coscienze. -Questo mi sconvolge… allora è vero che in essenza siamo tutti Uno? -Non è quello che dicono tutte le vie della meditazione? Non si tratta solo di una metafora poetica. È il fatto più vero, reale e direi davvero… sconvolgente. -Ma per il Realizzato che ha conosciuto sé stesso la forma esteriore rimane comunque… -Sì, sarà ancora il suo veicolo per vivere nel mondo e comunicare. Ma le forme esteriori non potranno più ingannarlo. E in quello stato di esistenza sarà in contatto con gli altri oltre la forma, oltre le parole, oltre ogni barriera fisica e mentale. -Una sorta di comunione… -Se vogliamo usare questa parola impegnativa… È come per due amanti che diventano uno nello spazio interiore dove possono incontrarsi e fondersi. -Conoscere se stessi e amare il mondo sono quindi la stessa cosa? -Non può essere altrimenti, si diventa amanti del mondo, amanti di tutto ciò che esiste. -E si ama anche se stessi… -Certo, abbiamo detto che cadono tutti i confini, quindi tutte le distinzioni tra sé e l’altro si dissolvono. -Allora il Realizzato non potrà mai far del male, essendo consapevole di essere ogni cosa. -Come tratti questa mano se sai con certezza che è la tua? -Capisco, in questa comprensione ogni violenza è eliminata alla radice… -Sì, così vive il Realizzato. Quando agisce, il suo è un “fare” spontaneo, più simile a un non-fare e all’amare senza condizioni, che nasce dalla consapevolezza di essere il tutto. È un vivere in pace, in equilibrio, in armonia con ogni cosa, in unità con tutta l’esistenza. -Voglio concludere il nostro dialogo con una provocazione… Se noi siamo tutti uno, perché siamo qui a parlare in due? -(Ridendo) Questo è quello che appare a te… perché guardi quello che accade dal punto di vista del fare, che ti proietta subito nella mente e porta a separare le cose. -Ma in questo momento non stai anche tu usando la mente? -Proprio così, l’hai detto, sto usando la mia mente, ma so di non essere la mia mente. Se non mi identifico in ciò che non sono e guardo a ciò che accade dallo stato di pura coscienza non vedo più due persone qui… È solo così che posso dire di conoscere me stesso. 16 ottobre 2023
Comincia da lontano il cammino di Psiche. Per i Greci è il soffio vitale che anima il corpo e da esso non si può mai disgiungere. È il doppio che viaggia nei mondi del sogno, nelle visioni della mantica e del delirio. È il fantasma che va peregrinando alle porte dell’Ade quando il tempo è finito. Per i primi sapienti della Grecia antica l’anima è strettamente legata alla terra, alla dimensione naturale del divenire. È poi l’Orfismo a darle una nuova libertà nella nuova visione sacrale dei Misteri che sarà di Pitagora, Socrate e Platone. Ormai pensata indipendente dal corpo, smaniosa di sciogliersi dalla materia, Psiche vede per sé un più alto destino, la dimensione superiore dell’immateriale, una Realtà perfetta oltre il sensibile in cui ritrova le sue lontane origini. Là anela di tornare con un colpo d’ala, pervasa da una profonda nostalgia. Il corpo ora è solo una buia prigione: schiavo delle ingannevoli sensazioni, preda dei desideri più bassi e meschini, trascina Psiche nel gorgo della materia dove l’originario splendore è oscurato. L’anima, attratta per un momento dal mondo di quaggiù, ha perso le ali ed è caduta nel soma, obliosa di sé. Da qui comincia il cammino di ritorno, il volo del carro verso la luce dell’Idea, la riconquista della memoria dell’eterno che da sempre porta nella sua essenza. Saranno le esperienze nel mondo a risvegliare il ricordo e l’intuizione. Quando saprà di essere altro dal corpo, Psiche potrà volgersi di nuovo verso l’alto con le vie di purificazione e conoscenza. E ricorderà la sua natura incorruttibile, la propria immortalità e trascendenza, l’appartenenza ad una dimensione atemporale, ingenerata e imperitura, dove tutto è perfezione e bellezza. 14 ottobre 2023
Racconto un vivido sogno di stanotte. In un lento movimento a spirale un Mandala, il ‘Cerchio sacro’ vedico, si espande ruotando su se stesso a manifestare tutte le cose dell’universo. La vita appare come un’energia pulsante che muove dall’interno verso l’esterno, dallo spazio dell’interiorità verso il mondo, per tornare dopo un immenso circolo al centro immobile della grande Ruota. In quel punto tutte le cose diventano Uno. Molti sensi si rivelano nella visione: nel Mandala vedo gli archetipi del mondo, la natura e il destino di infinite esistenze, i cicli inesorabili degli eventi cosmici, l’essenza di ciò che noi umani siamo. Per chi sa vedere più in profondità, per gli spiriti inquieti votati alla ricerca, il Mandala è un rito di arte sacra, uno sguardo sulla realtà oltre il velo, uno straordinario viaggio dentro di sé. Il processo di evoluzione del cosmo è rappresentato in simboli semplici: punti, triangoli, cerchi e quadrati tracciano la grammatica del mondo; colori in infinite sfumature riproducono le energie e l’armonia dell’universo. I colori, le linee, le forme geometriche sono simboli della potenza della vita colta in un particolare ‘ora’ cosmico, là dove tempo ed eternità si toccano. L’architettura complessa del Mandala racconta anche la verità del nostro io, i luoghi del cosmo segreto di noi umani sempre in intima relazione con l’infinito. Nel Mandala c’è tutto l’essere dell’uomo, stratificato e differenziato in molti livelli. Nel primo strato più esterno un quadrato ci ricorda lo stretto rapporto col mondo, la realtà concreta dei quattro elementi, i limiti della nostra corporeità materiale e l’epilogo con il ritorno finale alla terra. Poi un cerchio che racchiude ogni cosa in un infinito intreccio di nodi e relazioni. E ancora una miriade di elementi e segni, splendide forme mimetiche e cangianti, colori mescolati in un gioco sapiente. Le cornici e gli intrecci rappresentano le varie stratificazioni della personalità, risonanti con le forze macrocosmiche, convergenti al centro della Ruota sacra, la sorgente di ogni luce e consapevolezza. Il sogno poi proietta una festa di colori: in alcuni vedo la forza e la passione, in altri la serenità, la pace e la gioia. Ci sono colori che sembrano aprire le più profonde dimensioni dello spirito, altri che ricordano la purezza della luce, la forza della creatività e delle emozioni. Il Mandala è una realtà piena di vita dove la chiave è il costante mutamento. Non c’è tempo e modo di fermare le cose che sfuggono e si dileguano ai sensi, subito dimenticate nel ‘dopo’ che arriva. Nel sogno ora vedo un monaco intento, concentrato nell’arte sacra del mandala. Il lavoro appena finito viene subito distrutto con un solo gesto, senza alcuna esitazione. È questo il più importante insegnamento: in un mondo dove tutto è impermanente ogni attaccamento deve essere superato. La vita è un circolo che ruota incessante, una spirale che si espande senza fine. Anche noi dobbiamo rimanere in cammino, c’è tanto da scoprire nel grande Mandala, simbolo dell’Assoluto che genera il Tutto, il mistero cosmico, il segreto più grande. 12 ottobre 2023
Noi che ci sentivamo dei grandi uomini non volevamo vivere come dei bruti. La sete di conoscenza ci faceva smaniare e ardere di un sacro fuoco inestinguibile. Non potevamo più rimanere nell’ignoranza, nella calda culla dei nostri antenati, protetti e al riparo dal mondo là fuori, dovevamo dispiegare le vele e il coraggio e prendere il mare verso l’ignoto. Cosa c’era di là del confine? Quali popoli, persone, mondi e costumi? La nostra mente e il nostro cuore erano infiammati dal desiderio di sapere, e l’avremmo fatto contro ogni ostacolo, anche a costo della nostra stessa vita. Tutti sanno poi come la storia sia andata: navigazioni, approdi, avventure eroiche, drammi e illusioni, incontri, lotte e magie, fughe rovinose, sortilegi, amori e abbandoni. Tutte le esperienze sopportabili da un uomo furono per me l’aprirsi ad una conoscenza dolce e amara, affascinante e terribile. Ma questo dava un altro sapore alla vita, dava forza alle passioni, acume e intuito. Era vivere con una maggiore intensità, senza sprecare i momenti e le occasioni. Pensavo d’aver toccato il vertice dell’umano, il mito realizzato di un uomo superiore. Ma ora che da tempo ogni cosa è compiuta e la mia barba si imbianca come la mia anima ripenso a tutta la mia vita e vedo i miei errori. Il prezzo pagato per quell’empito di libertà è stato troppo alto e per me insopportabile. Non fu solo per gli eccessi e la sfrontatezza, per gli amori traditi e le meschine astuzie, per le ospitalità mal ricambiate e gli inganni… Tornai a Itaca per una terribile vendetta, per reclamare e riottenere ciò che era mio, ma anche per lordarmi le mani di sangue. Affrontai i Proci trasgredendo la legge sacra che dice che non devi mai uccidere un uomo solo per rivendicare ciò che è un tuo possesso. Fu un gesto per nulla eroico, privo di gloria, un marchio indelebile di infamia e ignominia di cui oggi mi pento con profonda angustia. Il grande afflato che mi aveva ispirato facendomi vivere grandiose esperienze, -diecimila vite in una, molteplici identità, fino a diventare un Nessuno, eroe impavido, conquistatore del mondo e dei suoi segreti- si spegneva nel lago di sangue dei Proci. Anche Penelope, da loro ingiuriata e vilipesa, rimase sconvolta da quell’estremo epilogo e mi donò una prima luce di consapevolezza. Lei mi aveva aspettato, aveva confidato in me, attendeva i sorrisi e le dolci parole d’amore che suggellano l’unione sacra di due anime. Nella sua tela era ricamata tutta la pazienza, la forza impareggiabile del cuore femminile che nutre e cura ma giammai toglie la vita e sa con certezza che l’amore vince sull’odio. Invece Penelope ora si ritrovava smarrita davanti a un uomo che ricordava fiero, ma capace di vincere senza offendere, usando l’intelligenza invece della spada. Oggi un’ombra cupa si leva sulla mia storia. Le scoperte e i successi si ridimensionano e diventano le bramosie di un piccolo uomo. Ma è anche il tempo delle vere domande: Ci voleva tutto questo per diventare grandi? Era il prezzo che richiedeva la conoscenza? Cosa mi muoveva alla conquista del mondo, perché navigavo verso territori sconosciuti, solo per curiosità e per il mio ego smisurato? Valeva la pena di seminare dolore e infelicità, ferendo anche chi mi amava e mi ospitava? Nei tempi futuri, sono sicuro, si parlerà di me, di colui che insegnò la conquista del sapere e che da umano volle eguagliarsi al divino tornando incoronato nella gloria dell’eroe. Questo fu certamente uno dei miei volti, un’eredità che lascio alle prossime generazioni. Ma ascoltate…c’è anche l’ Ulisse pentito, un Ulisse punito dai suoi stessi errori, che vorrebbe tornare indietro nel tempo a perdonare, a risanare, a comprendere, a superare l’egoismo e la voglia di dominio. Un Ulisse capace di imparare le piccole cose, spesso più preziose delle imprese eclatanti che lasciano una scia di dolori e vendette. Se dunque vecchio e stanco nell’animo ho ancora qualcosa da insegnarvi, vi dico: cercate l’amore per una conoscenza che non sia solo un peregrinare fuori di sé, ma soprattutto un viaggio dentro di sé, un conoscere che rifiuti ogni violenza, che si ponga sempre al servizio della vita, che voglia la pace, l’amore e l’amicizia. Vi rivelo che furono le lacrime di Penelope di fronte al sanguinoso massacro dei Proci, il suo viso sgomento di fronte a quel furore, il suo sguardo su di me che mai dimenticherò, ad aprirmi gli occhi su quello che ancora non ero. Furono poi le mie stesse lacrime di dolore, un pianto di consapevolezza e pentimento per aver ferito anche la mia donna amata, a scavare nella mia carne e nella mia anima e demolendo per sempre la maschera dell’eroe a trasformarmi finalmente in un vero uomo. 9 novembre 2023
Sedeva all’ombra di un albero frondoso, immerso nel silenzio, il monaco Subhuti. Il canto delle cicale e il ronzio delle api accompagnavano la sua meditazione, mentre il sole del meriggio risplendeva e una dolce brezza mitigava la calura. Non era famoso come altri discepoli. Schivo della folla e di poche parole, passava inosservato nella comunità. Lo si vedeva seduto sotto il banyan assorto in silente concentrazione, il volto sempre sereno e distaccato, solo la luce profonda dello sguardo a tradire un’intensa ricerca interiore. Praticando la meditazione del vuoto Subhuti era divenuto un bambù cavo, uno strumento nelle mani del divino, un flauto che intonava una melodia, quella più antica, il suono del silenzio. Sì, perché anche il silenzio parla agli uomini capaci di ascoltare le voci della natura e della quiete, l’armonia e il canto dell’esistenza. E un giorno avvenne l’incredibile: una meravigliosa pioggia di fiori, chissà come, chissà da dove, cadeva sul vecchio monaco Subhuti concentrato nella sua meditazione e lo ricopriva di un manto bianco come una sontuosa veste di luce. L’intera comunità si era risvegliata e ora tutti osservavano il miracolo in un misto di stupore e turbamento. E non erano pochi a chiedersi perché proprio quel vecchio monaco taciturno fosse tra i tanti eletto dalla divinità per l’esperienza del trascendente. Dopo una lunga vita di meditazione Subhuti aveva dimenticato se stesso, aveva compreso la potenza del vuoto, ora viveva come un semplice nessuno. Sapeva che tutto passa e si trasforma, niente permane, fuori e dentro di noi, ogni cosa viene e scompare nel nulla. Realizzato lo stato di vuoto sublime a Subhuti rimaneva solo di esistere senza nome né identità né storia, liberato da desideri e aspettative. E in quel vuoto piovevano fiori. 6 ottobre 2023
-Chi siamo noi? Qual è la nostra vera identità? -Siamo uno nessuno e centomila. Nella vita assumiamo tante maschere e ruoli. Ed è un bene perché così possiamo sperimentare una miriade di possibilità. -In effetti a seconda dei momenti e delle situazioni mi vedo interpretare parti sempre diverse. Mi sento tanti personaggi che partecipano a una grande recita umana. -Certo, però si può partecipare al gioco rimanendo distaccati, sapendo che si tratta solo di una finzione e che prima o poi ogni maschera dovrà essere dismessa. -Già, per gli antichi ‘persona’ significava proprio maschera, falso sembiante, gioco e inganno. Ma assumere tanti ruoli diversi nella vita può avere qualche valore o è solo un’inutile sceneggiata? -Può essere molto utile per capire che nessun ruolo ci definisce davvero per quello che siamo. Ogni identità manca sempre di qualche cosa, non è mai un intero, è solo una prospettiva parziale. Al tempo stesso è una nuova esperienza che si aggiunge alle altre e ci arricchisce. Un ruolo è poi sempre un impegno, una responsabilità. Ma è importante saper giocare con i ruoli che interpretiamo senza essere totalmente identificati, ricordando che sono solo funzioni e finzioni, vestiti che dobbiamo essere capaci di mettere e togliere quando vogliamo. -Altrimenti è come fare il cuoco e pensare di essere un cuoco… -Bravo, proprio così! Anche il soldato prima o poi deve togliersi l’armatura e guardarsi allo specchio, per scoprire di essere solo un semplice uomo in pantofole! -Quindi, se ho capito, il fatto di interpretare una parte nella recita collettiva dimostra che noi non siamo un ruolo o una maschera, ma ciò che sta dietro quell’apparenza. -Sì, noi siamo una quantità di cose nella vita: ora il bambino ora l’adulto, ora l’intelligente ora lo stupido, e poi il cuoco, il musicista, la vittima, l’eroe, il folle, il cittadino, il ribelle, lo studente, l’amante, il figlio, l’amico, la guida, il giudice… la lista potrebbe continuare all’infinito. Ma in fondo sappiamo di non essere nessuno di questi personaggi che si mescolano e si succedono continuamente nella nostra esistenza. -Quindi cosa impariamo da questo carosello confuso di identità? -L’esperienza di passare attraverso molti ruoli ci rende più tolleranti con gli altri, perché possiamo capirne i drammi, le situazioni e i limiti, avendoli anche noi vissuti in prima persona. Chi ha conosciuto la guerra, la fame, la malattia di solito ha una comprensione degli altri più profonda ed empatica. -Può quindi cambiare radicalmente il nostro modo di vedere il mondo e le persone… -Sì, ma la cosa più importante è che impariamo a relazionarci col prossimo prescindendo dal ruolo che ciascuno incarna. Guardiamo l’altro al di là del vestito che indossa. E andiamo oltre. -E se uno si aggrappa al suo personaggio perché ama recitare solo quella parte? -L’attaccamento a un ruolo prima o poi crea infelicità e dolore, perché lo perdiamo o ne rimaniamo disillusi o ci stufiamo di recitarlo. L’essere umano per sua natura è cangiante e multidimensionale, quando si blocca e non fluisce con l’esistenza soffre e vive un senso di vuoto. -Ma una volta spogliati di tutti i ruoli, di tutte le maschere e i vestiti che ci camuffano, cosa rimane di noi? -Rimane la parte più nuda e più vera, quella che viene prima di ogni recita, quella che non dipende dagli altri e non fa dipendere gli altri da una funzione, dalla divisa o posizione sociale o dal successo. -Un’operazione di verità e di autenticità! -Sì, siamo tutti consapevoli di partecipare ad un grande spettacolo e quindi ad una finzione. E quando le maschere sono tolte ci guardiamo in faccia senza nasconderci. Così scopriamo una dimensione del nostro essere dove siamo tutti uguali e dove possiamo comunicare in una sorta di risonanza o se vuoi di comunione. -E che ne è della vita quotidiana? -Le maschere non scompaiono del tutto. Continuiamo ad assumere ruoli per necessità o per scelta. Da quelli traiamo gli aspetti migliori da fare nostri, ad esempio la pazienza, la forza, il coraggio, l’autonomia, l’intelligenza, la gentilezza, ecc. Ma non crediamo di essere quello che mostriamo all’esterno. Siamo capaci di assumere l’identità e il ruolo giusto nella situazione che si presenta, non per ingannare o per plagiare, ma col fine di servire gli altri, per rimanere in sintonia e dialogare da veri esseri umani. -E anche per salvaguardare la libertà di ciascuno… -Sì, capiamo che il destino di una maschera è quello di cadere e che al di là dei compiti assunti ciascuno è uno spirito libero, un’individualità unica da rispettare per quello che è. -Quindi dobbiamo mantenere sempre uno sguardo che vede oltre la superficie delle cose e delle persone. -Se ci fermiamo lì non capiamo che gli esseri umani sono sempre in un processo di trasformazione di sé, di cambiamento da un ruolo all’altro, da un cammino all’altro. Vanno perciò ascoltati, difesi e accompagnati nel difficile compito del vivere. Questo è per tutti noi vivere in libertà. -Alla fine del nostro dialogo, quali e quanti ruoli abbiamo interpretato in questa conversazione? -Più di quelli che possiamo pensare. Spero non quello di maestro e discepolo, piuttosto quello di due amici che dialogano, o ancora meglio di due esseri umani che si interrogano insieme sulla loro vita. 4 ottobre 2023
Troviamo sempre un matto del villaggio, lo sciocco dileggiato nell’ilarità generale, il fuori di senno che sembra incapace di intendere il linguaggio dell’umano. È sempre così quando vediamo in altri il riflesso di ciò che non accettiamo in noi. E la risata che insegue lo sventurato non è altro che un maldestro tentativo di esorcizzare ciò che più ci inquieta: la nostra duplice natura di uomini in cui follia e saggezza convivono e nella vita non raramente si toccano. Nella storia il matto è spesso il saggio che dietro quella maschera vive in libertà. Affrancato dai vincoli e dai ruoli sociali è sempre in cammino in cerca del nuovo. La carta dell’arcano maggiore dei Tarocchi lo rappresenta come un povero viandante vestito di stracci che cammina senza meta. La cifra che lo identifica è il numero zero. È un Nessuno, ma può essere chiunque. Come lo zero che è anche l’infinito può recitare qualsiasi parte nel mondo, di buffone o sapiente, di genio o di folle, può giocare con i volti e i travestimenti, libero dall’autorità del ‘dover essere’, incurante del giudizio e del riso altrui. Il matto vive nell’ora, senza ieri o domani, camminando sempre sull’orlo del precipizio, in un’avventura che è viaggio iniziatico. In passato molti filosofi e spirito liberi sceglievano la vita dei ‘cani randagi’ per fuggire lontano dal chiasso della folla e praticare una solitaria via di saggezza. La maschera della pazzia permetteva di nascondersi al mondo, di appartarsi, ma anche di mostrarsi in pubblico dicendo la verità sull’essere umano, senza abbellimenti e compromessi. Oggi sappiamo che molti di quei ‘folli’ erano le menti più eccelse dell’umanità, nel distacco dagli interessi materiali sapevano coltivare un’intensa spiritualità. E la maschera della follia era usata non per ingannare, ma per risvegliare: anche nel rapporto maestro-discepolo serviva per un sottile gioco dialettico. Il matto è spesso un uomo Risvegliato che riconosce il mondo come un sogno e vive nel mondo ma non è del mondo. È insieme follia e suprema saggezza, caos e disordine, innocenza e arguzia, vita senza attaccamenti e identità. Al di là degli stereotipi che lo dipingono il matto del villaggio ci fa interrogare su che cosa siano apparenza e verità, normalità e pazzia, sapere e ignoranza. E ci lascia una lezione fondamentale: l’amore per l’autonomia e la libertà. Diventare nessuno, uno zero-infinito, può essere una via di liberazione, un gesto di coraggio e forza interiore, una visione di dissennata saggezza che dispone alla ricerca del nuovo in territori inesplorati oltre il conosciuto. 2 ottobre 2023
134 Lo spazio della meditazione -Cosa vuol dire meditare? -Meditare significa vedere la realtà con coscienza pienamente risvegliata. -Non è pensare o riflettere su qualcosa? -Quelle sono attività della mente che non hanno nulla a che vedere con la vera meditazione. Non devi confondere i processi del pensiero con la coscienza, perché sono due cose completamente diverse. -Spiegami meglio questo punto. -Il fatto di poter osservare tutto ciò che passa sullo schermo della mente dimostra che noi non siamo i nostri pensieri… -…che sono come oggetti posti davanti a noi… -Esatto, noi come soggetti possiamo avere idee, immagini, memorie, ecc., ma non siamo nulla di tutto questo. Così come possiamo avere un braccio o non averlo, senza per questo sentirci menomati nel nostro ‘io’. I pensieri vanno e vengono, perlopiù in modo involontario, la coscienza rimane ed è quello che noi siamo, è ciò che ci caratterizza come esseri umani. -Però anche un animale è cosciente, si accorge di ciò che accade intorno. -È cosciente ma, almeno per quello che ne sappiamo, non è consapevole di sé. Non è cosciente di essere cosciente. -Non sa di esistere, quindi non sa neanche di meditazione… -Chi lo sa, in caso contrario dovrebbe essere riscritta la storia dell’umanità. -In effetti ho qualche sospetto che il mio gatto sia un contemplativo. È sempre quieto e fa una vita semplice, così nessuno va a importunarlo e vive felice. Tanto per noi rimane solo un povero gatto! -Un ottimo espediente per levare di torno gli scocciatori. Molti uomini di sapienza nei secoli hanno fatto lo stesso, fingendosi gli scemi del villaggio. Ma questo discorso ora ci porterebbe lontano… -Allora veniamo al punto che mi interessa di più: come si fa a meditare? -La meditazione punta alla pura consapevolezza, ad uno sguardo lucido e cosciente sul mondo e su noi stessi. È la via della Conoscenza e della Sapienza, così la chiamavano gli antichi. -Quali sono le tecniche per arrivare a tutto questo? -Molte tecniche sono nate tra Oriente e Occidente, ma in realtà la vera meditazione non ha bisogno di una pratica fatta di regole, è semplicemente coscienza aperta al momento presente, consapevolezza totale di ciò che è. -Credo di aver capito…forse. -Non basta comprendere con l’intelletto, è necessario farne un’esperienza esistenziale, allora tutto si chiarisce e diventa ovvio. Se ad esempio vuoi conoscere te stesso, da dove cominci? -Beh, esamino la mia vita attuale, il mio passato, l’immagine che ho di me, il mio carattere, i miei obiettivi, i principi e le convinzioni, ecc. -Un cammino senza fine nella memoria e nella mente che non ti porterà mai davvero al nucleo di te stesso. -Perché? -Tu sei adesso. La mente è tutta costruita sulla memoria che è il passato, qualcosa di morto che non vive mai nel presente. Il pensiero non può mai dire ‘ora’, non può afferrare la realtà vivente dell’adesso. La mente è un processo meccanico basato su schemi, concetti, calcoli e pregiudizi. Arriva sempre dopo a inquadrare e a giudicare gli eventi sulla base delle passate esperienze. -Quindi pensare la realtà non è vedere la realtà così com’è ora. È in un certo senso farsene un’idea. -Certo. È ovvio che il mondo concettualizzato nel pensiero non è il mondo reale. -È quello che dicono oggi anche le neuroscienze e la fisica quantistica. Il pensiero non è la realtà. La realtà appresa nel pensiero è solo…pensiero. -Dobbiamo accettare che la nostra mente è come una macchina, per quanto straordinariamente sofisticata ed efficiente. -Questo è un po’ difficile da accettare. La nostra mente sembra un meccanismo come un algoritmo dell’Intelligenza Artificiale! Ma se noi siamo esseri meccanici allora che ne è della nostra libertà? -La libertà dell’essere umano non devi cercarla lì, non nell’attività del pensiero. -Ah, ho capito. Devo spostarmi su qualcosa di un livello diverso, la coscienza. -Sì, più precisamente sulla consapevolezza, è ciò che essenzialmente siamo. -In effetti un essere meccanico non può essere cosciente, né decidere o volere, né sentire o provare emozioni, né sapere di sé, né agire in modo disinteressato, né creare il nuovo, perché una macchina per definizione non ha libertà di scegliere cosa essere. -Mentre la coscienza è per definizione sempre libera, è il luogo interiore inviolabile della nostra vera realtà. Naturalmente qui non ci riferiamo ad una ‘coscienza’ politica, religiosa, ad una appartenenza sociale o culturale… -…Che sarebbero sempre e solo un prodotto del pensiero… -Sì, intese in questo contesto e in questo senso sarebbero solo forme di condizionamento derivate dalla collettività, per quanto nobili e apprezzabili in sé. -Da quello che abbiamo detto credo di capire che la domanda sui vantaggi della meditazione sia del tutto impropria. -Non è questione di trovare un utile. Questo è ancora il modo di pensare ordinario di chi si identifica con la mente calcolante. Noi, spinti dal sincero desiderio di conoscere noi stessi, vogliamo solo capire chi siamo. Niente di più. -In effetti sembra incomprensibile che molte persone possano vivere senza mai chiederselo. La domanda è subito sul vantaggio dell’indagare su di sé. Povero Socrate che ha cercato di insegnarci il ‘conosci te stesso’! -Tranquillo, Socrate se la cavava benissimo. Io sarei più preoccupato per noi, uomini della contemporaneità smarriti e addormentati. -Però molti ti direbbero che vivere senza pensare sarebbe come essere dei vegetali. -È ovvio che si deve usare il pensiero nella vita ordinaria e non è necessario spiegare il perché. Ma per ciò che riguarda la conoscenza di sé la via della meditazione e della consapevolezza è l’unica che può condurci alla meta. -E una volta che hai conosciuto te stesso cosa ti accade? -Provaci e vedrai da solo! Coloro che sono giunti alla meta sono chiamati i Risvegliati. Già questo dovrebbe suggerirti qualcosa. -Ti risvegli dal sogno della mente? -Certo, è uscire dalla meccanicità per vivere nella libertà come esseri umani completi, per la prima volta. -Capisco che qui il discorso sarebbe lungo. Allora vediamo da dove si può cominciare per meditare. -Al di là delle diverse tecniche, che puoi comunque sperimentare, andiamo subito all’essenziale: devi disporti in un atteggiamento di ascolto e di massima vigilanza e osservare con distacco finché la mente comincerà ad acquietarsi e la folla dei pensieri a diradarsi. Allora la consapevolezza si farà più nitida. Il resto verrà da sé con il tempo. È un cammino nell’introspezione che richiede impegno, serietà e costanza. La cosa più difficile è non cercare un risultato, non aspettarsi nulla, perché questo, prefigurando col pensiero un futuro, farà perdere subito la coscienza del presente. -Un ultimo dubbio. Noi abbiamo ragionato a lungo e quindi abbiamo utilizzato la mente pensante che, se ho capito bene, è il principale ostacolo quando vogliamo meditare. -L’intelletto va usato come un trampolino verso la meditazione. Il pensiero deve arrivare ai suoi limiti perché possa aprirsi lo spazio della presenza consapevole. Dopo la parola il silenzio, dopo il concetto la chiarezza del puro vedere. 1 ottobre 2023
Furono Luna Bianca e Occhio di Falco, due giovani indiani della tribù Wakepa, nel turbine di eventi scritti nel destino, i testimoni del Grande Cambiamento. La prateria si estendeva sterminata allo sguardo che spaziava libero percorrendo i sentieri del sogno. Non c’era barriera a tracciare i confini di quel grandioso mondo degli umani se non l’orizzonte, soglia dell’infinito. La vita di giorno brulicava intensa tra il villaggio e la caccia al bisonte. La notte poi stendeva un manto di stelle mentre un coyote ululava in lontananza e la quiete scendeva col fruscio dell’erba a riscaldare i cuori e invitare al silenzio. Intorno al fuoco si raccontavano storie. Era il momento più bello per i giovani incantati dai racconti dei grandi vecchi che dispensavano parole di saggezza. Così rimaneva viva la lunga tradizione di un mondo compiuto e fiero di sé. I giovani Wakepa ascoltavano gli anziani e con i loro racconti tempravano l’anima volando sulle ali delle più ardite visioni. Le parole dei saggi erano profonde, un’iniziazione al vivere nel mondo. Anche Occhio di Falco veniva istruito con le storie e i valori della comunità. E ascoltava con tutto sé stesso: La Creazione è il mistero più grande. L’uomo è solamente una parte del tutto, non è stato creato per dominare la terra, ma per amministrarla e proteggerla. Nascere uomo sulla terra è un dono e insieme un compito sacro che impone di prendersi cura di tutte le creature. Il vero guerriero non é chi combatte, perché nessuno ha il diritto di uccidere, ma è chi si sacrifica per il bene degli altri. Non è come si nasce, ma come si muore che rivela a quale popolo si appartiene. La donna è sacra e va sempre rispettata perché dà la vita e nutre e insegna… È così che il giovane diventava uomo. Anche Luna Bianca veniva istruita con le storie e i valori della comunità. E ascoltava con tutta sé stessa: Al risveglio mattutino ringrazia il tuo Dio per la luce dell’aurora e per essere viva, c’è sempre un motivo per una preghiera. Sii grata di vivere nella tua terra nativa così meravigliosa e sovrabbondante. Non criticare o deridere un tuo simile per le sue credenze se sono diverse, rispetta gli altri e sarai sempre rispettata. Tu che possiedi il giorno fallo più bello con tutti i colori del tuo arcobaleno e prega il Grande Spirito perché conservi il tuo popolo e dia prosperità e pace… È così che la giovane diventava donna. Ma nessuna realtà può durare in eterno, il destino doveva irrompere sulle pianure a distruggere per sempre quel mondo. Venne il fatidico giorno del Cambiamento. Dall’alto della collina i due giovani Wakepa videro molti uomini bianchi al lavoro su una lunga e minacciosa strada di ferro. La ferrovia veniva a segnare i confini, a dividere il mondo, a portare la guerra, a sconvolgere, riscrivere e cancellare tutta la storia di un popolo glorioso. Furono Luna Bianca e Occhio di Falco i testimoni sgomenti di quella catastrofe. Ma mentre intorno a loro tutto crollava le parole dei saggi ancora risuonavano a lenire il dolore e a mantenere vive la memoria e la cultura di un popolo: Cos’è la vita? È la scintilla di una lucciola nella notte È lo sbuffare di un bisonte nell’inverno È la breve ombra che scorre sull’erba e si perde nel sole del tramonto 28 settembre 2023