Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Fu con grande emozione ed entusiasmo che Ficino si chinò su quelle carte ingiallite. Un’antica sapienza affiorava dai fogli vergati nei caratteri dell’idioma ellenico. E mentre l’occhio correva anelante a frugare tra i sensi delle parole, una Conoscenza di tempi lontani veniva ad accendere la mente curiosa. Si favoleggiava da lunghe età della perduta tradizione di Ermete, il Trismegisto “tre volte grandissimo”, padre di ogni religione e filosofia, mitico custode degli antichi Misteri. Come lo scrigno di un prezioso tesoro scoperto dopo una inesausta ricerca gli scritti di Ermete erano alla fine lì, pronti per essere tradotti e studiati. Le dita di Ficino toccavano le pagine con la delicatezza di un cuore riverente, mentre l’antica dottrina si dischiudeva e illuminava la mente avida di sapere.
Ermete parlava da un luogo lontano, dalla leggendaria civiltà dell’Egitto, con parole di un sapere originario, arduo ed enigmatico, ma fascinoso per l’anima consacrata alla ricerca. Così si pronunciava il Sapiente ricordando le parole del Pimandro: l’Essere supremo, eterno e illimitato, al di là di spazio, tempo e pensiero, generò da sé un divino Creatore e da quello tutto l’universo conosciuto, confinato nell’ordine della causalità. Fu poi generato un figlio, l’Uomo, un androgino dotato di intelligenza, racchiuso in un corpo materiale, diviso per la sua duplice natura nei due generi di maschio e femmina. L’uomo aveva una straordinaria facoltà, possedeva una viva intelligenza ed era un essere dotato di coscienza, capace dunque di indagare su se stesso e riconoscere la propria vera natura. Al termine di un lungo percorso spirituale, superati i desideri per le cose materiali, risvegliato il ricordo delle proprie origini, l’Iniziato giungeva alla meta agognata: il mondo e il corpo non lo incatenavano più, ora era un’anima liberata, una con l’Uno, cosciente di essere la Mente universale, la stessa consapevolezza del Supremo. La via di Ermete era quella del Risvegliato, di chi vede il cosmo come un’illusione e vive in uno stato che non conosce la morte perché sa di essere sempre uno con il divino.
Furono i grandi umanisti del Rinascimento a riportare alla luce quella sapienza antica. Essi capirono l’importanza di rinvenire la radice originaria di tutte le filosofie e la trovarono nel pensiero di Ermete, in un favoloso passato intriso di mito. La Sapienza era vista come un fiume diviso in mille rami ma di un’unica fonte, una sorgente prima, pura e inesauribile, nata nelle brume della notte dei tempi. All’uomo era assegnato un compito, il più arduo, il più nobile e glorioso: essere la scintilla divina che conosce e vive nel mondo in piena coscienza, destinata ad apprezzare la Bellezza e vedere la magnificenza ovunque. Era il destino del microcosmo umano dotato di intelligenza e di libera volontà: essere il mediatore tra il cielo e la terra, “copula mundi” tra le sostanze del Creato, essere il figlio creatore di un dio creatore, artefice di se stesso e della propria salvezza. 7 marzo 2024
Fu nella notte di festa per Afrodite, divinità di sublime bellezza e incanto, mentre gli dei ne celebravano la nascita, che avvenne quel fatto straordinario. Lì fu concepito Eros, il grande demone, sempre votato alla ricerca del Bello, messaggero ai mortali di quell’Amore che è fonte di gioia e piacere e tormento. Fu l’ebbrezza dei sensi di Poros e Penia, fu l’intima unione di Ingegno e Povertà nel più stridente connubio di opposti a dare la nascita a quell’essere demonico che vive a metà tra gli uomini e gli dei. Era nel suo destino un compito gravoso: portare nel mondo degli uomini Amore, la terribile potenza che tutto travolge con l’impeto della sua forza irresistibile.
Platone ce lo descrive nel Convito: Eros è il mago, il grande incantatore, è il desiderio e la potenza dei sensi, è la cieca passione nella sua follia, è l’onda che sconvolge l’esistenza e in un attimo può trascinare al delirio, oppure innalzare alla più alta estasi, a un picco che solo l’umano conosce. Amore da sempre cantato dagli uomini, da tutti desiderato e così tanto temuto, porta le sembianze di miseria e ingegno, in una perenne irrimediabile contraddizione. Amore è desiderio di ciò che manca, è dunque sempre spoglio e bisognoso e vive girovago in un’eterna indigenza. Ma è anche ricco di risorse e inventiva, è coraggioso e audace oltre ogni limite, sa creare situazioni e inventare trappole e ama travestirsi di molte maschere per ordire tranelli da abile cacciatore. Eros vive sul confine tra due mondi, non è del tutto umano né divino, ma con l’ambiguità della sua doppia natura fa da mediatore tra gli dei e gli uomini, colmando la distanza fra la terra e il cielo. E nulla e nessuno potrà mai sconfiggerlo, perché è nella sua essenza demonica la capacità di morire e rinascere infinite volte, sempre nuovo e antico a un tempo. Nessuno può sfuggire al fascino di Amore e chi non ha giocato con i suoi mille volti, chi non ha gioito e sofferto i suoi incantesimi nulla può conoscere di ciò che è il mondo e di ciò che conta nella vita di un mortale. Un’esistenza senza il desiderio della bellezza, senza l’amore che di essa si inebria e si nutre, è una pallida ombra di ciò che è l’umano. Perché dall’ammirazione per le cose belle, sotto la spinta dell’irrefrenabile forza di Eros, volti alla ricerca di una Bellezza superiore, i mortali possono salire i gradini della scala che porta alla conquista della Conoscenza, a rendere la vita la più grande avventura.
Platone ci racconta di Eros che si fa filosofo alla ricerca del Bello e della Sapienza e ci dona un importante insegnamento: non si dà comprensione della Verità se non attraverso la forza di Amore, perché solo l’amore per la Bellezza ha la capacità di illuminare il Logos. Eros portò il gioco e la luce nel mondo. Nulla sarebbe bastato a rendere la vita così gloriosa e degna di essere vissuta. Tra le sponde di Sapienza e Amore, là dove Eros celebra il suo trionfo, noi viviamo il tempo dei mortali, anche noi combattuti tra due mondi. Come Eros moriamo e rinasciamo. Lì scriviamo tutto il nostro destino. 4 marzo 2024
-Nelle Enneadi Plotino elabora una grande metafisica dell’Uno: tutto l’esistente sgorga dalla sovrabbondanza del Primo Principio che origina il mondo e la coscienza in un immenso ciclo cosmico di discesa dall’essere perfetto al piano materiale, quello che per noi è l’universo con tutta la vita che contiene. -Ne abbiamo parlato. E arrivati a questo punto, come prosegue l’indagine filosofica? -Plotino parla del ritorno all’Uno, una grandiosa conversione dal mondo materiale alla realtà spirituale che vede protagonista la coscienza singola. Il grande filosofo descrive la via della meditazione che conduce il ricercatore spirituale all’esperienza mistica della riunione col trascendente. -È la teoria filosofica che diventa pratica di vita… -Sì, un cammino di crescita interiore, di evoluzione della coscienza che si affranca dagli interessi materiali e risale alla sfera immateriale della Luce intelligibile. -Da dove si parte per intraprendere questo cammino? -Per le anime più mature che sono pronte a esplorare le supreme dimensioni dell’essere il primo passo è l’affinamento delle facoltà più elevate della mente, prima con la matematica, poi con l’arte e la ricerca della bellezza nelle cose del mondo. In seguito lo sguardo si volge alla teoria, alla visione dell’occhio della mente, ai concetti astratti e alla vita interiore. Le cose esterne perdono ogni attrattiva e significato, l’individuo cerca la bellezza che va oltre la materia, il ‘bello in sé’ come insegnava Platone. La vita si spiritualizza e le qualità dell’anima si palesano aprendo un nuovo livello dell’esistenza umana. -Ci sono indicazioni più concrete su come si debba praticare la meditazione? -Ti porto un esempio dalle Enneadi: devi visualizzare di fronte a te il cosmo con le stelle e i pianeti e tutti i viventi che lo popolano. Il tuo sguardo deve cogliere la totalità delle cose come un insieme e al tempo stesso ogni suo dettaglio. -Devo quindi sentirmi come un grande Spettatore dell’intero universo… -Sì, devi usare la tua immaginazione, vedi l’universo come se fosse tutto in una sfera luminosa e trasparente. Poi quando l’immagine nella tua mente è nitida devi rovesciare il rapporto con essa. Il cosmo devi vederlo non come una realtà esterna, ma come un universo dentro di te. Devi pensare, anzi devi sentire, di essere il creatore del cosmo, la fonte infinita e libera da cui ogni cosa scaturisce. Prova a farlo in questo momento… -Sì… È una sensazione particolare, mi dà un senso di espansione e di potenza. Essere una divinità che crea e governa il mondo mi sembra una bella esperienza, per quanto sia solo frutto di immaginazione… -Ecco, ora rimani in quella coscienza che comprende in sé tutto ciò che esiste. Sei nello spazio di una consapevolezza profonda e ampliata del senso di essere. Ammira la grandiosità, la bellezza e la perfezione di tutte le cose… -Mi sento il Divino che contempla la sua creazione e la vede perfetta, fatta a sua immagine… -Bene, ora il passo successivo è quello di lasciar svanire a poco a poco la visione dell’universo e concentrarsi sulla pura presenza, lasciando solo la coscienza, nuda e semplice. Dalla visualizzazione consapevole alla consapevolezza in sé, come presenza trascendente e incondizionata. -Mmh, è come essere in un vuoto, di fronte al nulla… -Ma in realtà non è il nulla, perché la coscienza rimane sulla scena, lucida e autoconsapevole, onnipotente e indistruttibile, senza limiti perché altro non c’è fuori di essa… -…E quindi è anche oltre lo spazio e il tempo, completa e piena di ogni qualità… -Meglio dire che è priva di forma, quantità, qualità e relazione. Riesci a spiegare perché? -Perché queste sarebbero delle determinazioni, cioè delle limitazioni per una coscienza che è un assoluto Uno. -Proprio così, la Coscienza (con la maiuscola per distinguerla dalle coscienze individuali e limitate dei singoli enti) è la manifestazione dell’Uno, che in sé rimane la suprema Realtà, inconcepibile e indescrivibile, al di là di forma e tempo, di azione e pensiero, di essere e non essere. Va precisato poi che per Plotino l’Uno non “crea” il mondo dal nulla, ma genera da se stesso per sovrabbondanza di essere, in modo spontaneo, rimanendo nella sua perfezione assoluta, immobile e inviolato. -Quindi, se ho capito, con questa meditazione la nostra coscienza individuale cerca di allinearsi alla Coscienza universale per avvicinarsi all’esperienza dell’Uno… -Sì, è la via per superare ogni dualità e ‘tornare a casa’, al Primo Principio. Non è semplice però parlare di unio mystica, la realizzazione estatica che oltrepassa ogni possibilità di descrizione. Le parole sono sempre misere e incapaci di dare significato al trascendente. Qui si entra in un mondo di tali paradossi e impossibilità che ogni tentativo di spiegare cade nel vuoto. Per questo l’ultimo volo secondo Plotino deve avvenire nel distacco e nel silenzio più radicali. -L’ultimo volo? Cosa significa questa metafora? -Troviamo nell’ultima pagina delle Enneadi uno dei passi più belli. Plotino descrive con queste parole il “volo” finale verso l’illuminazione: “Fuga di solo a solo – pònou pròspònon“. È l’esperienza di spogliarsi di tutto, abbandonando ogni desiderio, attaccamento e senso di separazione per ricongiungersi con l’Uno. Un “volo” nell’estasi della trascendenza che non lascia memoria o traccia del mondo dietro di sé. -Immagino che più di questo non si possa dire e raccontare… -Ci siamo avventurati sul terreno di una grandiosa metafisica dell’Essere che la ragione può solo intravedere da lontano. Il ricercatore serio sa che le parole e i concetti sono solo un punto di partenza, il resto è un cammino di realizzazione interiore che ciascuno deve compiere in solitudine: Fuga di solo a solo – pònou pròs pònon 29 febbraio 2024
Così rifletteva il ricercatore del vero di fronte alla maestà del cielo stellato: Se posso vedere solo un frammento di questo universo che mi circonda, l’interminabile volta celeste che come un manto abbraccia ogni cosa, cosa sarebbe vedere la totalità del cosmo in un singolo sguardo onnisciente? Se posso vedere solo un frammento di questa mia vita nella sua storia, il continuo peregrinare nel mondo con il suo carico di gioie e dolori, cosa sarebbe vederne la totalità dispiegata dall’inizio senza causa verso una fine senza un perché?
E in quella profonda meditazione la visione giunse improvvisa: in una lunga serie di esistenze, vita dopo vita, nel corso del tempo, la scintilla divina svelava la sua luce. Nata nel luogo dell’eterno essere, discesa poi nell’abisso del divenire per sua imperscrutabile volontà, la luminosità si rivestiva di forma, assumeva le linee e i colori del mondo alla ricerca dell’esperienza dell’io. Ma non sapeva ancora di essere la coscienza perfetta dell’Intero, doveva ancora specchiarsi nell’altro per costruirsi come individualità. Così la ricerca dell’io creava un “sè”, una fittizia proiezione del pensiero, un’apparente doppio della coscienza peregrinante per le vie del mondo. E nel sogno a vita seguiva altra vita, in un intreccio di storie e vicende legate saldamente al piolo del sé, percorse da una crescente nostalgia per qualcosa di più grande. Era proprio l’esperienza del mondo a risvegliare il sentimento originale dell’io primigenio e incontaminato: il sé era visto come mera invenzione di un pensiero smanioso e immaturo e cadeva come un castello di carte con la pesante catena del suo passato. La scintilla si riconosceva come “io” oltre ogni maschera dell’illusione, riconquistando l’incrollabile certezza della verità ultima del suo essere. Un io che tornava soggetto assoluto, luce che si riconosceva come Luce.
Questo vedeva il ricercatore del vero con l’occhio liberato dalle apparenze. E allora lo sguardo poteva spaziare in quella totalità prima sfuggente a contemplare lo sterminato cielo e comprendere il mistero della vita. Visione di una Realtà senza limiti che non soggiace a cause o perché e non risponde al desiderio di un fine. Innocente creazione senza scopo dove ogni frammento è l’intero, dove ogni vita è tutte le vite. 28 febbraio 2024
Essere o non essere? Era la domanda che lo tormentava, il dilemma che lo dilaniava da sempre. Finché un giorno giunse la risposta. Osservando la natura delle cose tutto gli fu improvvisamente chiaro. Una comprensione balenò nella mente mentre contemplava nella luce del tramonto il lento appassire delle linee e dei colori: tutte le forme vanno e vengono, appaiono dal nulla e nel nulla scompaiono e non si può fermare questo infinito gioco che appartiene alla vita nella sua essenza. Venne dunque la risposta, ma non a lui, perché in quel momento ogni “io” era sparito. Era il Tutto che osservava se stesso attraverso la sua mente risvegliata e si riconosceva nella propria verità: l’esistenza è un’onda in movimento tra le sponde dell’essere e del non essere; ogni ente è un’infinitesima parte di una Realtà che si manifesta in innumerevoli forme che vivono e precipitano tra l’essere e il nulla. Come umani siamo parte del gioco, viviamo sospesi tra due mondi, anche noi siamo e non siamo. Come partecipi dell’esistente siamo quel Tutto che si manifesta e che è la sola vera ultima Realtà; come individui, parti di un intero, piccoli frammenti privi di autonomia, enti transeunti ed effimeri, in senso reale noi non siamo. Questa è la nostra natura, ci trasformiamo ogni istante lasciando alle spalle spazio e tempo, il fuoco e la cenere di ciò che è stato. Questo è il destino di uomini e cose, sempre in bilico fra esistenza e non, fra tutto e nulla, tra essere e non essere, sempre alla ricerca di ciò che manca. Un esistere segnato dall’incompletezza che però contiene immense potenzialità, perché solo ciò che non è perfetto ha mille modi di trasformarsi e rinascere. Solo ciò che è imperfetto può divenire, come creazione perennemente in atto, pur mantenendo la propria essenza, perché è sempre il Tutto la sua sorgente.
Mentre dunque osservava le cose svanire nella dorata luce del tramonto il dilemma di essere e non essere si scioglieva nel più grande paradosso, in quella incomprensibile contraddizione che è il fondamento di ogni realtà: l’Intero si differenzia ma senza separarsi, l’Uno diventa i Molti senza però dividersi. L’impossibile diventa il reale possibile nel ciclo eterno di essere e non essere che è il gioco senza fine della creazione. È quello che vediamo ogni momento accadere davanti ai nostri occhi nelle forme mutevoli dell’apparire, nel fuggente attimo dell’essere-nulla. Nel tramonto i caldi colori sfumano, le linee si sfocano e si fanno incerte, ma non c’è rammarico o rimpianto, non c’è solo la fine di ciò che e stato, ci aspettano le luci e i colori dell’alba. 23 febbraio 2024
-Ho trovato un’interessante metafora: la mente è come un albero dai folti rami che produce una miriade di foglie, fiori e frutti… Mi sembra un chiaro riferimento ai nostri pensieri… -Sì, la mente produce incessantemente idee, immagini e sensazioni. È come una prolifica pianta che si ramifica e si amplia senza posa. Sono innumerevoli i pensieri che si susseguono in un solo minuto, a una velocità sorprendente. -Ma noi non riusciamo a stare dietro a tutti, molti rimangono in secondo piano, sullo sfondo. -Infatti osserva, in questo momento non c’è solo il pensiero di quello che stiamo dicendo o ascoltando, ce ne sono molti altri che appaiono sul limite della coscienza e che con un po’ di sforzo possiamo anche recuperare. -Quali, ad esempio? -Pensieri relativi alla collocazione nello spazio e nel tempo, percezioni, sensazioni fisiche ed emozioni, immagini del futuro e del passato, commenti tra sé, paure e desideri, ecc. Eri consapevole mentre pochi minuti fa si sentiva suonare da lontano la campana della sera? -Ora che ci ripenso, sì e no… È curioso, io in quel momento la udivo ma non la ascoltavo, ero presente e anche no, cioè… -Ecco, questo accade per un’infinità di pensieri e sensazioni che si accavallano e si sovrappongono e si mescolano nella mente… uno zibaldone o meglio un gran carnevale. -Cioè una grande confusione o caos. Come mettere un po’ di ordine dentro di noi? -Bisogna partire dalla consapevolezza che i pensieri sono cose, sono un fatto che ha un potere creativo e ha sempre delle conseguenze. -l pensieri creano la nostra realtà? -Sì, l’avrai sentito dire tante volte. Noi siamo quello che pensiamo. La nostra mente modella la nostra realtà e il modo in cui la percepiamo e la viviamo. -Quindi tornando all’immagine dell’albero? -Guarda, c’è proprio una parabola per noi che viene dalla tradizione tantrica dell’antica India. È quella che ci racconta dell’”albero dei desideri”. Immagina di scoprire un albero miracoloso sotto il quale quando ti siedi puoi realizzare immediatamente qualsiasi cosa ti passi per la mente, qualsiasi capriccio o desiderio… -Bellissimo, è come il potere di un mago! Dove si trova questo albero? Ci vado subito! -Meglio non essere precipitoso nelle cose. Bisogna sempre agire con attenzione e considerare tutti gli aspetti. -Beh, chi non vorrebbe una bacchetta magica che realizza immediatamente ogni desiderio? -Prima ti racconto come va a finire la storia… Un giorno un uomo si imbatte in quell’albero, si siede lì sotto e, siccome è affamato, pensa che sarebbe bello avere qualcosa da mangiare. Immediatamente il suo desiderio si realizza, da chissà dove si materializza un cibo prelibato. Soddisfatta la fame l’uomo pensa a qualcosa da bere e d’incanto compare la sua bevanda preferita. E così succede ancora con tutto ciò che gli passa per la mente. -Una meraviglia, è il sogno di ogni essere umano! Come un re Mida! Poter avere tutto ciò che si vuole, soddisfare ogni più folle desiderio! -Beh, se fosse qui quell’uomo non sarebbe affatto d’accordo con te. Tornando alla sua storia, presto lui scopre che non sono solamente i pensieri consci a realizzarsi, ma anche i desideri e i pensieri inconsci. Tutto quello che ribolle nella mente e che non si riesce a vedere con chiarezza e a controllare. -Ah, forse comincio a capire… -Vedendo tutte quelle apparizioni miracolose, a un certo punto l’uomo teme che sia un diabolico sortilegio, l’azione di qualche fantasma o spirito maligno. E appena questo pensiero emerge nella sua mente ecco che, come in un sabba demoniaco, si materializzano tutt’intorno fantasmi e mostri spaventosi. Il povero sventurato allora è colto dalla paura di essere assalito e torturato. E naturalmente subito questo accade, tutto ciò che è pensato si realizza infallibilmente. -Se vuoi, puoi anche non continuare la storia. Ho già capito come va a finire… -Ormai andiamo fino in fondo. In quella drammatica situazione un ultimo pensiero si fa strada nel più assoluto terrore, la possibilità di essere ucciso, di morire. Ed è quello che immediatamente si verifica. -Non è proprio quella che definiremmo una storia a lieto fine… Forse quell’uomo doveva capire che stava proiettando i suoi pensieri nella realtà, avrebbe cercato di controllarli… -È accaduto semplicemente quello che lui ha desiderato o pensato grazie al potere creativo della sua mente. Avere paura di qualcosa ad esempio diventa immaginare, evocare e quindi provocare quell’esperienza. -È vero, se ho paura di provare angoscia vivo già nell’angoscia… -Però tieni presente che questo accade a tutti noi, anche se non in modo così estremo e istantaneo. La mente è la radice delle nostre vicende personali, della nostra storia in questo mondo. -Ma desiderare la propria morte? Questo mi sembra esagerato. Chi lo vorrebbe mai? -Può accadere di cercarla inconsciamente e di provocarla, magari non con un gesto improvviso e drammatico, piuttosto con una lenta rovina di sé. Già Freud parlava del fascino dell’inorganico, diventare polvere per non soffrire più… Ma questo discorso ci porterebbe lontano, lo affronteremo in un’altra occasione. -Dunque il nostro pensiero crea la realtà… Perché è così difficile comprenderlo? -Appunto perché i risultati non sono sempre immediati. I semi sono gettati da un pensiero o da un desiderio o paura, ma spesso passa del tempo prima che arrivi l’effetto. Un’emozione negativa come l’odio può farmi stare male subito, oppure, se diventa abituale, portare col tempo ad azioni dissennate, relazioni sbagliate, comportamenti distruttivi. -Ma controllare il proprio pensiero non è facile come dirlo… -La mente fugge qua e là come una scimmia che salta da un ramo all’altro senza sosta. Per cominciare allora osservati e cerca le radici dei tuoi comportamenti ripetitivi, vedi da quali semi cioè da quali pensieri sorgono. Non si tratta di abbattere la pianta, ma di coltivarla e curarla. La mente non ti è nemica, però deve essere un fedele servitore, non un padrone tirannico. Osserva cosa accade dentro di te, governare i pensieri non vuol dire reprimere o censurare, ma comprendere e diventare consapevole di ciò che in te si muove e crea le situazioni di vita. Da una meditazione incessante verranno l’equilibrio, la saggezza, il governo del proprio mondo interiore con tutti i suoi pensieri ed emozioni. Come si fa dovrai capirlo da solo con l’esperienza, nessuno può spiegartelo in parole, anche le mie sono solo indicazioni… -…cioè sono il dito che indica la luna, non la luna… -Ecco, proprio così, la luna te la conquisterai da solo, se non ti fermerai al dito che la indica. -Perché a volte il proprio pensiero diventa un creatore di infelicità e si vive in un inferno? -Pensare come un piccolo sé è l’inferno. Se sei identificato con il tuo io e con l’egoismo dei tuoi impulsi non potrai mai davvero governare la mente, sarà lei con gli istinti del corpo a prendere il sopravvento. Sarà la scimmia a dirigere i giochi e quindi immagina con quali risultati… -Come uscire dalle maglie strette del nostro piccolo io? -Se ti identifichi con la tua mente in disordine è finita. Se invece ti identifichi con qualcosa di più grande e, per così dire, ti sintonizzi con la coscienza collettiva, la visione si amplia e porta la chiarezza del vedere, la capacità di capire cosa accade intorno a te e l’azione appropriata. Allora sono le istanze più alte e unificanti a dettare i ritmi della vita, pur tra incertezze, errori e cadute. Non diventare il ragno che tesse la tela e ne rimane intrappolato, diventa l’ape che passa di fiore in fiore per il bene dell’alveare, cioè di tutta la comunità. Questo modo di vivere richiede un sacrificio del tuo io per l’unità del tutto, lasciando in secondo piano le istanze personali e rifuggendo dal superfluo, dall’inutile, da ciò che distrugge e arreca dolore. -Dunque io devo impegnarmi a governare la mia mente se voglio creare un paradiso, un mondo bello per me e per gli altri… -Si, ma ci riuscirai solo se tu non sarai al centro della scena e se il progetto di un nuovo mondo, l’Albero dei Desideri, sarà il frutto del nuovo modo di pensare di un io più grande. 15 febbraio 2024
Sorge nella penombra dell’indefinito quel particolare sentimento: quando la bellezza trapela dalle cose e si mostra e si sottrae allo sguardo velata nel suo profondo mistero, quando la grazia nascosta del mondo affiora ed elude ogni comprensione, quello è allora il momento di yugen. Yugen è il sentimento più antico, è la vista delle cose nella loro verità, nelle loro forme fragili e sfuggenti. Yugen è lo sguardo che accoglie una sensazione, una visione, un’idea, è il fascino del bello vestito d’ombra. Le cose che toccano i nostri sensi parlano per segni e allusioni, custodiscono i riposti segreti dietro il velo del crepuscolare. La loro natura è indecifrabile, non può essere del tutto compresa, muove a una ricerca senza fine. Come in una scena del teatro No la natura si maschera e si svela, assume i lineamenti della forma per dischiudere i reami dell’Oltre. È la bellezza dell’indefinito insondabile, dell’incompiuto che attrae e seduce, della grazia che ammanta il bello in ogni sua specie ed espressione. Quell’indefinito che è anche in-finito rispecchia la nostra umana natura anch’essa indefinita e mutevole, pura creazione in atto e in-finita. E quando ci accettiamo come umani si desta in noi il sentimento di yugen, un sentire che trasfigura le cose e apre la mente all’inconoscibile. Chi mai toglierebbe dal mondo il mistero e l’incanto dell’occulto? Chi mai vorrebbe trascorrere una vita dove tutto è risaputo e prevedibile? Chi potrebbe accettare di vivere senza il brivido dell’indescrivibile? È nel lampo di intuizione di yugen ciò che nessuna parola può esprimere, ciò che solo il sentimento può sfiorare. Un particolare contiene tutto l’universo, tutti i sensi e i significati del mondo, non è dunque possibile conoscere ciò che da sempre non ha fine né inizio, possiamo solo arrenderci al mistero. Lasciamo che yugen ci indichi la via e ci accompagni nel nostro cammino, nell’imperscrutabile si cela un segno, nella incerta penombra c’è la chiave. 12 febbraio 2024
-Ogni realtà ha lo stesso destino, Filandro: nascita, maturazione, declino e morte. Il ciclo della vita procede inesorabile a stabilire i tempi del nostro passaggio, come un’onda che si espande e si ritrae, segnando i confini del nostro esistere. -Come il movimento ritmico del respiro… -Sì, un respiro cosmico muove ogni cosa con l’eleganza di una sacra geometria dove ogni numero trova il suo posto, finché il grande disegno è compiuto. -Il numero è la forma del movimento, ma lo zero è non-forma, cioè il nulla, è quindi negazione del moto e del ritmo? -Il valore dello zero non è un assoluto, dipende dalla sua posizione e relazione. È il numero che ha una possibilità unica, una natura straordinaria e plurima, il potere di essere e di non essere. -Essere o non essere? È un problema? Sembra una sfida insuperabile per il logos! -La contraddizione non è un problema, nel creato è la prima legge del vivente, solo il logos la considera inaccettabile, perché il pensiero sempre divide e separa. Separare vuol dire escludere, chiudere, rigettare ciò che sembra illogico e assurdo. Ma è lo zero a portare il divenire nel mondo, nel suo combinarsi con tutti gli altri numeri. È il vuoto che infine dà forma alla forma. -Ma allora non dobbiamo aborrire il nulla? Se la realtà è la negazione del vuoto non dobbiamo tenerci attaccati ad essa come naufraghi aggrappati alla tavola? -Non temere la contraddizione Filandro. Senza il contrasto tra l’essere e il nulla la realtà sarebbe statica e morta, non ci sarebbero vita e conoscenza, né saggezza né amore e bellezza. -…E non ci sarebbe il mutare delle cose né la volubilità amabile dei sentimenti, non il ciclo delle stagioni e la natura, non la possibilità di attendere il nuovo… Io voglio che non ci siano mai questi “non”! -È per questo che sei qui nel mondo, per imparare ad abbracciare ogni cosa senza però mai aggrapparti a niente. Allora, quando non possiedi nulla tutto è lì per te e puoi riempirti i sensi. -Credo di avere compreso il messaggio: devo saper cavalcare l’onda che viene senza rimanere abbarbicato a una tavola, paralizzato dalla paura di vivere. Devo cogliere il senso di ciò che accade tuffandomi con coraggio nel grande mare. -Sì, è il grande spettacolo della creazione: forma e non-forma creano infinite realtà mescolate nel conflitto e nella quiete, partecipi di un infinito gioco dell’apparire, attori di una storia che si viene svelando nell’architettura di un supremo disegno. Nel movimento vita e morte si alternano, creazione e distruzione si susseguono nelle cose più grandi e in quelle più piccole, perché la staticità sarebbe la fine eterna che preclude la rinascita nel nuovo. -Già, cavalcare l’onda… ma come spiegarlo? -Le cose importanti non si possono spiegare, si può solo viverle e afferrarle d’un colpo, nel lampo di intuizione dell’occhio interiore. -Ho timore dell’onda perché è un fluttuare, è un oscillare tra bene e male, gioia e dolore, è vedere nascere e spegnersi le cose più care e questo suscita un sentimento intollerabile. Il divenire con il suo movimento a pendolo dà un senso di instabilità e di precarietà, è come cavalcare un cavallo selvaggio rischiando in ogni momento la caduta. -Cavalcare il divenire è l’arte suprema, richiede abilità e forza d’animo e pazienza. Chi non la conosce dovrà soccombere, sarà travolto dalla potenza degli eventi che segnano le vie di questo mondo. -Se fluisco con le cose mi perdo in esse, le onde mi sballottano di qua e di là, mi trovo ora sulla cresta, ora nella valle, non mi sento padrone di me stesso, tantomeno padrone delle cose del mondo. -Questo accade a tutti, è il prezzo da pagare se si vive pienamente come esseri umani. Ricorda però che la nostra intelligenza apre una possibilità che è solo dell’umano: se impariamo a seguire l’onda della vita senza opporci alla realtà di ciò che è alla fine diventiamo l’onda stessa, cioè la vita come è nella sua essenza. Allora ci solleviamo in una posizione al di sopra di ogni oscillazione duale osservando imperturbati gli accadimenti, in una equanimità che non sente scosse, nella profonda quiete della saggezza. -È questa la vera libertà dell’uomo? -Sì, è l’affrancarsi dal ciclo dell’onda superando la schiavitù delle influenze. È elevarsi sulla meccanicità del tempo, è essere capaci di essere e di volere non condizionati dalla forza di gravità. Vita che chiama vita, cioè pura libertà. -Dunque, se io posso diventare l’onda sono la vita stessa che si presenta nella sua pienezza e bellezza… -…E sono anche qualcosa di più: sono il mistero che permea ogni cosa, sono lo zero e tutti gli infiniti numeri, sono l’essere e il non essere, sono la creazione e la distruzione. E sono anche ciò che è indistruttibile perché al di sopra delle cose del mondo, pronto a cavalcare le vie dell’esistenza per diventare l’esistenza stessa, senza un pensiero per ciò che sarà… -E poi? C’è infine una conclusione? -Poi nell’azzurro l’onda si guarda intorno, distende lo sguardo oltre se stessa abbagliata da un’intuizione improvvisa e si rende conto di essere l’intero mare… 10 febbraio 2024
Lingue di fuoco accendono la coscienza quando dalla proiezione nel mondo spoglia del sapere si ritrae in se stessa, facendo cenere di ogni immagine e delle seducenti forme dell’oblio. È luce di un’energia senza limiti, raggio purificatore che illumina e si alimenta via via come un’onda, creazione pura che solo può nascere nell’irrimediabile sacrificio del sé. Nel nudo spazio del non-sapere dove nessuna conoscenza ha accesso lo specchio attende un primo brillio di quella coscienza che si fa vivida. Lo specchio non vede mai se stesso, può solo riflettere all’infinito una luce che si offre come un timido raggio a portare un primo chiarore nel buio. Allora non c’è più immagine riflessa, l’io-coscienza liberato risplende di sé come consapevolezza onnicomprensiva in un vasto non-luogo della quiete ove il tempo cessa di divorare le cose. È una inconcepibile ultima realtà che a nulla e nessuno appartiene, ma che è tutto e molto più di quello, una presenza che nella non-azione custodisce la sacralità del suo potere. Per accedere a quel fuoco interiore si deve calcare le vie del paradosso nel reame della contraddizione, oltre i muri dell’arida logica calcolante che restringe lo sguardo al conosciuto. Ciò che esula dai limiti del pensiero può essere solo indicato per negazioni, mai afferrato o posseduto dalla mente che si dibatte tra le sponde degli opposti e non può elevarsi alla visione dell’intero, là dove ogni contraddizione si scioglie perché nessuna opposizione è mai esistita se non nell’illusione di un piccolo io. Alla fine lo specchio non rimanda più nulla, consapevole che non vi è altro da sé si fonde nella coscienza che tutto abbraccia. Il gioco delle illusioni è finito per sempre perché ciò che non è mai stato si dilegua: riconosciuto nella sua totale inconsistenza si dissolve alla luce del vero di ciò che è. 8 febbraio 2024
Nelle limpide notti saliva su quel colle dove l’immensità si apre allo sguardo e muto ammirava miriadi di stelle punteggiare tremolanti il firmamento. Sospeso in un silenzio profondo, di là dei suoni e delle luci del borgo, osservava gli immensi spazi neri mentre indecifrabili parole dal nulla tracciavano segni nella sua anima. E come goccia si scioglieva nel tutto, perduto in quella vastità senza nome dove l’incontaminato essere si rivela oltre i limiti di ogni umano intendere. Era un dolce naufragare nell’infinito che non conosce causa e fine e non pretende ragioni o scopi, interminato spazio senza origine dove tutto e ogni cosa nasce e vive in un eterno peregrinare nella luce. Là il Poeta aveva trovato l’eden perduto, dove ebbe i suoi natali il primo uomo. In quel luogo c’è solo innocenza perché bene e male non si conoscono, non giudizio o pensiero che divide, solo pura coscienza di ciò che è. Il pensiero errava in sovrumani silenzi oltre la siepe e il colle dell’infinito, poi lo sguardo diventava più acuto e contemplava l’ultimo orizzonte nella quiete, tra lo stormir di fronde. Una visione oltre lo spazio e il tempo che è presenza del tutto in ogni cosa, consapevolezza che tutto abbraccia, coscienza che frange i limiti del sé. 4 gennaio 2024