Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Caro Meneceo, persevera nel filosofare e custodisci il cuore della nostra dottrina. Considera la tua realtà di essere umano con un’incessante e profonda meditazione. Vedi d’esser composto di anima e corpo: l’una è la tua mente pensante e il raziocinio, l’altro il veicolo materiale delle sensazioni. Ma ricorda, non dividere mai corpo e anima, non pensarli tra loro estranei e in conflitto, gravi travagli agli umani sono sopraggiunti da quella stolta e perniciosa separazione. Non ascoltare chi ti conduce agli estremi, rimani saldo sulla retta via dell’equilibrio, non rifiutare nulla di ciò che ti si approssima, non c’è niente di inferiore in questo mondo. Gli imperituri atomi creano tutte le apparenze, gli infiniti mondi e la vita di innumerevoli esseri, tutti i fenomeni che da umano puoi conoscere e tra questi la tua stessa esistenza mortale. L’anima e il corpo partecipano di quel gioco come aggregati privi di propria sussistenza, al loro nascere seguirà l’inesorabile morte, l’estinzione della loro impermanente realtà. Ma non c’è motivo di rifiutarli o disprezzarli, ogni cosa è buona già solo perché esiste, non c’è un dio che detta le regole del cosmo, tutto è perfetto anche nella sua imperfezione. Tuttavia permane in alcune nostre tradizioni l’idea del corpo come buia prigione carnale per un’anima che vuole da esso liberarsi. Si dice che un mondo superiore ci attende alla fine del transito nella landa terrestre, quell’Empireo cantato come dimora degli dei. Ma io ti parlo dall’esperienza che ho vissuto, ti dico che tutta la realtà è qui in questo mondo. Gli atomi indistruttibili si uniscono e si separano e danno origine al grande spettacolo della vita, ma nulla resta quando i loro legami si sciolgono, non uomo o pensiero, né suono o palpito di vita. Saranno le leggi eterne di affinità e contrasto a muovere ancora gli atomi nello spazio illimitato per generare nuove e stupefacenti realtà. Dunque ricordiamoci di godere il momento e apprezzare il nostro esistere finché dura. E tornando all’insegnamento più importante: non pensare il corpo come un carcere per l’anima, soma e psiche sono due realtà dell’essere umano indissolubili, indivisibili, legate nel loro destino, cooperanti a creare una vita bella e felice. Osserva con attenzione quali sono i loro compiti, quali le prerogative, le possibilità e i limiti. Non rinnegare i desideri e i piaceri del corpo, solo trova la giusta misura tra gli eccessi. Non credere di essere un puro spirito alato, l’anima è un corpo sottile ma destinato a perire come tutto ciò che è composto da parti minori, secondo la legge che regola tutto l’universo. Ricorda che il tuo corpo è un tempio sacro, è la fonte inesauribile dei piaceri dei sensi, nulla di ciò che lo riguarda va disprezzato, nulla di ciò che manifesta può esserti nemico, abbine cura come faresti per la persona amata. Ricorda che l’anima è la luce dell’intelligenza, fanne la guida suprema nel tuo vivere quotidiano, ti indicherà la giusta misura in ogni circostanza, ti farà conoscere la gioia di una vita armoniosa e la serenità imperturbabile dell’uomo saggio. Ma soprattutto devi ricordare che sei un’unità, non ci sono divisioni in te, non c’è alto o basso, quello che sei è un meraviglioso gioco di atomi che portano dentro di sé il sapore dell’eternità. Un giorno sarai come una fiamma che si spegne, la morte arriverà a dissolvere il tuo simulacro, ma se avrai vissuto in modo saggio lo accetterai, te ne andrai senza un lamento, ringraziando. Sarai stato anima e corpo e un qualcosa di più che con le nude parole non si può esprimere. E avrai scoperto il segreto di una vita beata: comprendere la legge degli atomi e del vuoto, indagare il mistero del tempo e dell’eterno, conoscere te stesso oltre ogni illusione. E da questo il miracolo per noi più grande: avere tutto dalla vita senza aver chiesto nulla, trovare la felicità senza neppure averla cercata. 31 maggio 2024
-Ci sono religioni e filosofie che descrivono la vita come un grande gioco… -È vero, in Oriente ad esempio la vita dell’universo è Lila, il gioco divino. Ma sono davvero tanti i sistemi di pensiero che utilizzano la stessa metafora. -Però a me non sembra che la vita sia sempre un gioco, spesso è piena di sofferenza. Vivere è un piacere, ma anche fonte di inquietudine, disagio, angoscia… -Non possiamo negarlo. Ma vedi, dipende da come si intende il gioco e come vi si partecipa. Guarda i giochi che facciamo come passatempo. Si possono fare in maniera ordinata seguendo le regole, ma a volte ci si diverte di più a violare quelle regole, ribaltandole, riscrivendole, accettando un maggiore rischio. Questo implica timore e ansia perché infrangere la norma vuol dire avventurarsi in una direzione inesplorata. È quello che sanno fare con animo leggero i bambini, che trasformano i giochi e ne inventano sempre di nuovi. -Beh, in effetti devo dire che un gioco piatto, ripetitivo e banale dà poche emozioni. E allora si cerca l’avventura, si va oltre il limite alla ricerca di un brivido più intenso… -Una persona che va a fare una scalata e la vive come un divertimento sa di esporsi al pericolo. Ma perché lo fa? Perché questo per lui è un modo di vivere più eccitante. Sa benissimo di correre un rischio, ma lo fa per quelle emozioni uniche che poi lo ripagheranno della fatica e del pericolo corso. Le esperienze più alte hanno il loro prezzo. -Sì, anch’io credo che cerchiamo il rischio per provare sensazioni più forti, per rinnovare l’entusiasmo, altrimenti la vita sarebbe troppo ordinata e monotona, priva del sale che la rende interessante. Ma c’è il gioco come piacere e poi c’è il gioco della vita che è altra cosa, perché lì sono in ballo pericoli maggiori e affanni che si vorrebbe evitare… -Allora diamo un’occhiata più da vicino al gioco della vita che possiamo chiamare il Grande Gioco. Non è più quello ordinario dei piccoli e dei grandi, ma quello dell’esistenza che mette in palio premi più alti e in proporzione insidie, rischi e dolori maggiori. Consideriamo che in ogni gioco ci sono sempre delle regole precise, altrimenti sarebbe il caos. Ma nel giocare ci deve essere la libertà di agire e anche di seguire o non seguire le regole. Le leggi del gioco di solito le stabiliamo noi, non cadono dall’alto come un destino, quindi si possono anche violare, migliorare e stravolgere. E qui tocchiamo un punto molto importante, quello della libertà di creare, di essere artefici della propria vita. -Certamente essere creatori è per noi qualcosa di irrinunciabile. Non vogliamo chiuderci in una cella come un monaco e vivere una vita in cui non accade nulla… -Non so se la vita di un monaco sia davvero così grigia e priva di emozioni. Però come stavamo dicendo per essere creatori nella nostra vita dobbiamo innanzitutto essere liberi. Se non c’è libertà allora il gioco è guidato, condizionato, manovrato. Ci sentiamo delle marionette in mano a un potere superiore che decide, dispone, fa e disfa attraverso di noi. Invece noi vogliamo essere artefici della nostra destino e della nostra esistenza, vogliamo la libertà come presupposto fondamentale. -Beh, un gioco dove tutto è già deciso non è divertente, non ci sono imprevisti né cadute o errori, non ci sono vinti e vincitori, non c’è come dici tu la capacità di riscrivere le regole e tracciare nuovi percorsi. -Proprio così, il bello del gioco è giocare, come il bello della creatività è creare e il bello della libertà è essere liberi… Molto semplice vero? La libertà implica sempre dei rischi, però apre nuove vie e in questo si accorda con lo slancio della vita. Il gioco si può ampliare e rinnovare, può diventare anche un’altra cosa, deve permetterci di esplorare tutte le sue possibilità per capirne la bellezza. Trasgredire le regole non è detto che sia un male, spesso significa migliorarle, varcare un limite, inventare un nuovo modo di essere e di vivere. -Hai ragione, nessuno vuole un guardiano che dirige il gioco. I bambini sono insofferenti con gli allenatori che li spingono solo al risultato. -Certo, se poni il successo come obiettivo non giochi e non ti diverti più, stai facendo qualcosa che è un calcolo, un agire per un fine estrinseco. Il gioco invece ha di bello che è libero e gratuito, non è fatto in vista di uno scopo ma per il puro e semplice piacere di parteciparvi. -Ma allora, tornando alla domanda iniziale sul soffrire che troviamo nel Grande Gioco della vita? -Tutto dipende da te e dal punto fin dove vuoi spingerti. Sta a te scegliere, ma non devi fare del male agli altri e la sofferenza devi assumerla pienamente. Se ne vale la pena, se quel gioco diventa davvero interessante, se senti che ti fa crescere, allora sei disposto ad accettare la sofferenza e l’errore. Questo ti può portare a livelli di esperienza inaspettati. -Dicono che Einstein ebbe l’intuizione della relatività mentre si trastullava con delle bolle di sapone. E così è capitato a tanti geni e scopritori che mentre si divertivano spensierati hanno avuto un’intuizione importante. -Dobbiamo ringraziare coloro che hanno il coraggio di infrangere le regole aprendo nuove prospettive con la magica leggerezza del gioco. Comunque deviare dalla strada battuta non è facile perché non ci sono garanzie, il nuovo sentiero può essere pieno di insidie e portare anche a perdersi. -Sì, hai ragione, è questa la paura che ci frena quando giochiamo con gli altri. È chiaro che il Grande Gioco è la nostra relazione con il mondo, con gli altri, con la natura, con tutto ciò che accade e tutto ciò che è… -Certo. E sappiamo che a volte il gioco può diventare terribilmente serio. Però cerchiamo di vederne il lato positivo: il gioco è avventura, scoperta, invenzione, fantasia. Può essere rischioso, ma se il rischio non è incoscienza e ci conduce ad un’altezza diversa, ad una consapevolezza maggiore, allora vale la sofferenza che ci impone. -Sì, è vero, c’è sempre in noi la tendenza a vedere “cosa accade se…” -Le regole pur necessarie rendono la vita statica, ma l’onda della vita deve sempre andare avanti, non può fermarsi in nessun modo. La vita è un processo di espansione continua, un impulso che inventa e produce sempre il nuovo. Non potrà mai diventare una pozza stagnante, altrimenti sarebbe la morte, un deserto sterile. -Dunque vivere è come creare il film della nostra esistenza… -Sì, allora andiamo fino in fondo, vediamo questo film dove va a finire, vediamo se possiamo intervenire sui personaggi, sulle scene e sul suo finale. -Quindi noi siamo gli attori del film e anche i registi e gli autori della trama… -Sì certo, noi scriviamo il film della nostra vita e lo facciamo insieme agli altri. Se poi è vero che questo è il nostro Grande Gioco allora cerchiamo di renderlo interessante, facciamo in modo che la trama non sia banale e che non ci sia da pentirsi per avere rinunciato a occasioni e situazioni, per non avere avuto il coraggio di vivere. -Mi sembra che non ci sia nulla di più triste di essere immersi nel Grande Gioco e non parteciparvi e ritirarsi, aspettare e morire prima del tempo. -Se la vita è un moto di continua espansione, allora quando giochiamo assecondiamo l’onda del vivente in quella sensazione profonda che ci muove e ci fa guardare le cose con amore e senso di appartenenza. Se sai davvero giocare puoi vedere le cose in modo più limpido, puoi accogliere gli altri e partecipare a una partita dove non importa chi vince e chi perde. Ciò che conta è che il gioco sia vario e interessante, intrigante e sorprendente. -Vorrei anch’io essere come lo scalatore della montagna che, giocando con il pericolo e l’imprevisto, scopre nuovi sentieri e apre a nuove prospettive… -Vivere è proprio questo, altrimenti è solo un vivacchiare con quello che già si conosce. Qualcosa esiste più in là e ci chiede di andare a curiosare oltrepassando il confine. In fondo, se ci pensi, il Grande Gioco non è altro che il cammino per conoscere noi stessi. Questo lo si può fare solamente quando la relazione col mondo e con gli altri diventa profonda e siamo pronti ad affrontare anche pericoli, cadute e il dolore di perdere a volte la partita. Se partecipi a un gioco con l’idea che devi sempre vincere non stai giocando affatto. Se invece accetti le sconfitte come le vittorie perché l’importante è esserci e partecipare con tutto te stesso, nel bene e nel male, allora sì, questo è il Grande Gioco che la vita ti chiede. 30 maggio 2024
L’allodola canta per tutto il giorno, ed il giorno non è lungo abbastanza. (Basho)
Volare fino a esaurire ogni goccia di sé, come l’allodola che canta tutto il giorno, e non serba mai nulla nel ricordo. Il giorno non è mai abbastanza lungo, ma chi non ha desideri lo rende infinito, perché desiderare è attendere il futuro, è fuggire via dal presente nel tempo. Se ti aggrappi allo scorrere delle cose osservi con angoscia il loro finire, vedi i tuoi progetti svanire nel nulla. Il non-desiderio rende eterno il momento, tutto allora è completo, colmo di sé e tu sei pago di quello che c’è nell’istante. La sera giunge prima che te ne accorga, la notte ti avvolge senza annunciarsi, ma se hai cantato tutto il giorno, se hai riempito di suoni il tuo mondo, se lo hai fatto rimanendo nell’adesso, sei pronto ogni momento per ciò che sarà. Vivere di progetti è vivere nel ‘dopo’, è dipendere da uno scopo e dal risultato. Vivere nell’ora è assaporare la libertà, è volteggiare leggeri come l’allodola. Certo la vita avrà sempre i suoi intenti, l’esistenza è progettare e abitare il mondo. Ma non servono piani per il nostro essere, il nostro nucleo interiore non vive nel tempo, è il luogo di una essenza che non muta. Per l’allodola il giorno è sempre breve, ma per lei il tempo non è una realtà, non vede la sera stendere il suo manto, non si cura dell’approssimarsi del buio. Ogni cosa ha la sua fine, ma lei non lo sa, non vive il tempo né può pensarlo. Essere e non essere nel mondo è la sfida. Essere e non essere nel tempo è la chiave. Solo l’uomo può vivere questa duplicità. Cercare un equilibrio sul filo del paradosso non è impossibile per chi è quel paradosso. L’allodola non sa di vivere, non sa di cantare e perciò non porta alcuna pena con sé. Noi viviamo sempre sospesi tra due mondi, cantiamo la canzone della nostra esistenza, ma sappiamo che tutto passa e se ne va. Non sempre riusciamo a ricordare chi siamo, dimentichiamo il nostro centro interiore e la coscienza del tempo ci travolge. Allora una pena segreta affiora in noi, lottiamo contro il tempo che fugge nel vano tentativo di trattenere l’attimo. Voliamo incerti nel turbine dei desideri. Cerchiamo un’eco per il nostro canto. Ma il giorno non è lungo abbastanza. 22 maggio 2024
Il Mistero greco viveva negli spiriti di Orfeo e Dioniso. Dalla Tracia Orfeo portava la forza della musica, arte psicagogica suprema, dono della divina Calliope. In essa dimorava la magia che lo faceva maestro: il canto della poesia e la forza soggiogante dei suoni potevano avvincere nell’incantesimo uomini e animali e condurre alla pace le inquiete anime dei trapassati. Orfeo conoscitore delle oscure dimensioni degli inferi insegnava la diversità tra l’anima immortale e il corpo, lo iato tra il divino pneuma e la sua prigione carnale. Con i Misteri orfici nasceva un mito della salvezza: la ricerca della superna dimensione dell’immortale era compito dell’uomo che riconoscendosi anima si preparava al transito nei regni dell’oltretomba. Trasformare la forza selvaggia delle pulsioni ferine, rifuggire dal corpo incatenato alla ruota dei desideri, superare la materia con una vita misurata e ascetica, partecipare ai rituali e conformarsi all’orphìkos bìos: ecco la via di liberazione dischiusa da Orfeo. Con lui nasceva in Grecia una religione misterica basata sulla purificazione e sulla contemplazione, un cammino sapienziale legato a una pratica di vita che avrebbe affascinato Pitagora, Platone e Plotino.
Dalla Tracia Dioniso portava la potenza della natura, la corrente vitale che percorre tutto l’universo. Dioniso era il dio ancestrale della vegetazione, la divinità del caos, dell’ebbrezza e dell’estasi. Con quel “dio notturno” enigmatico e multiforme la vita si celebrava nel suo furore libero e selvaggio infrangendo ogni legame, ogni regola e convenzione. Nei riti dionisiaci l’uomo si scioglieva dai lacci dell’identità, attraversava la follia per tornare a quel luogo originario dove bene e male perdono i loro confini e si fanno uno. Vivere pienamente la forza delle pulsioni animali, accettare le passioni del corpo liberando il desiderio, accogliere il mondo e fluire con la sua potenza smisurata, partecipare ai culti orgiastici per trascendere l’umano: ecco la via di liberazione che Dioniso apriva agli uomini. Con lui nasceva in Grecia una nuova religione dei Misteri basata sull’eccesso e sulla totale liberazione dei sensi, una sapienza legata a pratiche mistiche ed estatiche che avrebbe affascinato nei secoli tanti spiriti ribelli.
Noi umani siamo sempre alla ricerca del Mistero. Cerchiamo nelle cose un significato che le oltrepassi e ci porti ad afferrare il loro senso più profondo. Gli spiriti di Orfeo e Dioniso vivono ancora in noi, svelano il Mistero dell’armonia e della disarmonia. Orfeo ci insegna l’incanto della musica e dei suoni che riflettono la bellezza e la perfezione dell’anima. Quando siamo in sintonia con la nostra essenza un sentire superiore si risveglia e ci guida nella vita. Allora non dimentichiamo mai di essere spiriti eterni, sappiamo di avere un destino oltre la materialità, cerchiamo la concordia, la misura e l’equilibrio. Dioniso ci insegna la ricerca dell’unione mistica da realizzare abbracciando la forza vitale del cosmo. Ci chiede però di accettare le contraddizioni del vivente, la disarmonia fra anima e corpo, fra uomo e mondo. L’euforia e l’ebbrezza dei sensi sono il primo passo di un cammino che conduce all’unione con il Tutto. Noi umani siamo ora con Orfeo ora con Dioniso, vestiamo le loro maschere, ne viviamo lo spirito, riconosciamo in essi la nostra essenziale duplicità. Pur essendo prospettive profondamente diverse le due vie spirituali condividono la stessa meta: il superamento dei limiti della condizione umana, l’apertura a una vita superiore oltre la corporeità. Orfeo e Dioniso ci ricordano la ricerca del Mistero quando smarriti nel mondo l’abbiamo dimenticato, con una musica armoniosa, con una danza sfrenata, con la contemplazione, con il rapimento estatico. 20 maggio 2024
La farfalla vola senza alcun desiderio in questo mondo
(Issa Kobayashi)
Puoi volare solo se sei leggero, se puoi dispiegare le tue ali e nessuna brama le appesantisce. Come la farfalla, senza un pensiero, percorri i confini del creato, nessuno ti chiede dove vai e perché, nulla frena il tuo vagabondare. Tutto quell’infinito ti appartiene, spazio, tempo e colori della natura, la realtà risplende nella bellezza, il mondo si dischiude a chi lo ama. Ogni fiore dà un’emozione nuova, ogni luogo nasconde un segreto e non c’è fine a questo viaggio. E tu voli alto, non lasci traccia, non ti fermi ai piedi di un desiderio, non rimpiangi ciò che è lasciato, nessuna memoria ti può trattenere. Un’innata sapienza ti insegna ad avere senza possedere nulla, un’innata saggezza ti guida a essere libero senza lottare. I desideri trascinano in basso come la gravità che inchioda le ali, vivere senza attaccarsi alle cose dona leggerezza e libertà. Tu sai che puoi godere il mondo se sei distaccato e nulla vuoi, se la mente è sgombra dal giudizio, se non rifiuti nulla di ciò che viene, se ti allontani sempre col sorriso. Come la farfalla voli e non fai ombra, il tuo occhio innocente vede il mondo sempre come se fosse la prima volta. Con sguardo delicato sfiori le cose: le contempli senza toccarle, lasci che ognuna si mostri com’è, nella sacralità che la avvolge. Non c’è tempo per cambiare il mondo, la vita è troppo fragile ed effimera. Ma ogni giorno è un giorno nuovo, non un istante è sprecato, non un fiore. Questo è vivere nell’ora. Questo e vivere nell’eternità. 2 maggio 2024
-A volte vorrei vivere una vita ritirata e monacale, di rinuncia, lontano dal frastuono di un mondo precipitato nell’insensatezza. -Ti capisco, ma forse non è il frastuono il problema. Proviamo a esaminare più da vicino la questione. Noi siamo attratti dall’idea di rinuncia quando la vita si fa difficile, allora vorremmo dare un calcio al mondo e voltare le spalle a tutto per vivere in totale semplicità, liberi da obblighi e costrizioni, solitari come eremiti, magari in una grotta sull’Himalaya. -È un’idea che mi affascina. Via da tutto, in totale libertà… -Tutti prima o poi agogniamo a un gesto radicale di liberazione, a vivere senza i lacci che ci chiudono nella gabbia sociale, lontani dalla lotta che ci trasforma in aridi competitori, per trovare un luogo di quiete e la pace imperturbabile del saggio. -Non è questa una vita desiderabile? È meglio quella frenetica della città? Che senso ha correre senza sosta, senza sapere perché e verso dove? -Certo, una vita fatta solo di obblighi e fatica non è degna di un essere umano. Liberare se stessi è quindi un’idea giusta, ma non dobbiamo dimenticare gli altri. Ritirarsi dal mondo e isolarsi non deve essere un gesto egoistico. Uno spazio silenzioso di meditazione deve servire a capire chi siamo e cosa vogliamo, pronti però a ritornare nella giostra del mondo per dare una mano a chi ne ha bisogno. -Quindi sei contro l’idea di sparire, ritirarsi e rinunciare a tutto? -Non sono contro nulla, ciascuno fa le sue scelte e queste sono sempre personali e rispettabili. Mi limito ad alcune osservazioni che provengono dalla mia esperienza. Vivere in quella semplicità originaria, nudi come siamo venuti al mondo, si può rivelare un sogno chimerico. L’abito sociale è ormai incollato su di noi, ci lega alle convenzioni del vivere comune e ci condiziona, anche se siamo in un ritiro monacale. Alla fine il mondo te lo porti dentro. Puoi fuggire lontano mille miglia, ma le abitudini ti seguono come un’ombra e non è facile liberarsi dai problemi e dai meccanismi psicologici. -Quindi l’idea di rinuncia è sciocca e velleitaria… -No, non correre, diciamo che va rimodulata, ripensata per un mondo profondamente cambiato. E rimane valida anche la scelta della grotta sull’Himalaya, per chi la ritiene desiderabile. -Come sempre succede, sento il bisogno di chiarire un po’ meglio il concetto di rinuncia… -Sì, dobbiamo domandarci quale sia la vera rinuncia, perché ci sono molti modi di intenderla. -È rinunciare a tutto quello che si ha? È fare come Diogene che viveva nudo in una botte? -Non è difficile rinunciare alle cose esteriori, perché in fondo non ci appartengono, alla fine dei nostri giorni tutto ci sarà portato via, almeno tutto ciò che è provvisorio, non nostro. Diogene gettò la sua ciotola quando un bambino gli mostrò che si può bere con le mani. Ma non è questa la rinuncia più difficile, si può andare oltre, come lo stesso Diogene certamente sapeva. -A cosa altro si può rinunciare? -Non c’è solo la rinuncia alle cose esteriori, c’è anche la rinuncia alla proprietà interiore, a quello che ci identifica ed è fatto di memorie del passato, proiezioni nel futuro, brame e idiosincrasie, aspetti caratteriali, manie e circuiti nevrotici. -Uhm, in effetti, se non si fa un po’ di pulizia, non si è rinunciato a granché. C’è tutto un mondo dentro di noi da cui liberarci… -Sì, se il mondo esterno te lo porti dietro, quale isola deserta ti salverà? Sarà un cercare di fuggire da te stesso, dai problemi che sono incarnati nella tua personalità. -Quindi anche gli eremiti che si ritirano sulle montagne possono portare con sé i propri problemi e magari non vivono così in pace come possiamo pensare… -La pace è uno stato interiore stabile che non deriva dal togliere le cose esteriori. Queste forme di rinuncia sono illusorie. Se anche elimini i mobili, la televisione e il pappagallo impagliato rimani quello che sei. E con quello ti devi confrontare. -Quindi è quella interiore la vera rinuncia? -Sì, e se vuoi si può fare un passo ulteriore. Vera rinuncia è quella a ciò che ci appartiene più intimamente: il nostro io. -Rinunciare all’io? Come faccio a rinunciare a me stesso? Capisco di dover abbandonare il mio passato, le mie passioni e i miei desideri, ma l’io è la mia identità fondamentale, toglierlo sarebbe come annullarsi. -Certo, l’io non può essere facilmente eliminato dalla scena. Ma dobbiamo intenderci: qui non ci riferiamo all’io-coscienza che è ciò che noi veramente siamo, ma a quella sovrastruttura costruita nel tempo dalle abitudini e dalle memorie, che noi più propriamente chiamiamo “ego”. -Eliminare l’ego vuol dire rinunciare all’ egoismo? È la rinuncia più radicale e profonda? -Sì, è abbandonare ogni egocentrismo e ogni riferimento a sé. È rinunciare a quel mondo confuso e insensato che manteniamo dentro di noi. È lasciar cadere la maschera che ci siamo costruiti per difenderci nel mondo. -Vivere nell’assenza di io è il modo di vivere del saggio? È la rinuncia finale? -L’ego è una falsa costruzione, un coacervo di contraddizioni, ma è molto difficile abbandonarlo, perché bisogna innanzitutto riconoscerne l’esistenza. Quell’ego-io è la barriera tra noi e gli altri, tra noi e tutto ciò che esiste. È soprattutto la barriera che ci separa dalla nostra vera essenza. -E una volta arrivati a questo, che ne sarà della nostra vita nel mondo? Perché dicevi che bisogna tornare lì di nuovo… -Pensa, essere dei monaci nel bel mezzo della piazza del mercato, che cosa fantastica! Sarebbe un’esperienza unica, vivere in pace nell’occhio del ciclone, essere soli in mezzo alla folla, essere nel mondo senza appartenervi. In effetti noi siamo qui di passaggio, nulla rimarrà di ciò che avremo costruito, porteremo via solo ciò che saremo stati, il resto sarà polvere che vola. -E le altre persone? Noteranno qualcosa e capiranno? -Credo che nessuno se ne accorgerebbe, tranne qualche Diogene capitato da quelle parti. I segni della vera rinuncia sono la quiete interiore, la compostezza, la gentilezza, l’intelligenza, la saggezza e l’equilibrio. Le persone ancora prigioniere nel caos del mondo non avrebbero il tempo né la capacità di riconoscere chi ha fatto quella scelta. -Dicevi all’inizio che non è il frastuono del mondo il problema… -È il frastuono dentro di noi il problema reale. Se riusciamo a eliminare quello il rumore esterno non ci tocca più, il mondo diventa un gioco cui partecipare con animo lieto. E alla fine non rinunciamo a nulla di quello che conta, lasciamo cadere solo l’inutile e il superfluo. In questo senso, paradossalmente, non stiamo nemmeno rinunciando, perché tutto ciò che non ha valore non ci interessa più, non ci costa abbandonarlo. La pace che viviamo allora diventa pura saggezza, una conquista di inestimabile valore. -Qual è la prima cosa cui potrei rinunciare? -Questa nostra discussione. Non farne un peso da portarti dietro. Dopo avermi ascoltato rifletti e decidi per conto tuo. Rinuncia è anche questo: non aggrapparsi a un’autorità, avere fiducia in sé, far diventare tutto quello che si è una propria conquista. 30 aprile 2024
Con quel gesto rovesciò il banco e la mia vita. L’Uomo della Provvidenza apparve in un lampo e nulla fu per me quello che era prima. Gli affari nel tempio andavano a gonfie vele, il mio banco di cambiavalute era affollato, era frequentato da una moltitudine di persone spinte dal bisogno o dalla brama di lucro. Non mi ero mai domandato se fosse giusto portare in un luogo sacro la più profana delle arti, lo scambio di denaro per l’utile e il guadagno. Il tempio era diventato un chiassoso mercato, ma la consuetudine ci toglieva ogni scrupolo. Poi comparve all’improvviso quello Sconosciuto. Con furia rovesciò le nostre bancarelle di mercanti, liberò gli animali in gabbia, gettò bilance e monete, spazzò via tutto quel mondo come una tempesta. Eravamo sorpresi e arrabbiati con lo Straniero, il suo ci appariva un gesto violento di aggressione nei confronti di noi onesti e incolpevoli venditori. Ma nella confusione generale guardai quell’Uomo, nei suoi occhi non leggevo rabbia e indignazione, vedevo solo un sacro fuoco di passione e giustizia esprimersi in un gesto radicale e definitivo. Mentre la gente intorno rumoreggiava e inveiva io guardavo le mie monete cadute sul pavimento e per la prima volta le vidi per quello che erano: simboli illusori di un potere e una felicità terreni, falsi idoli di possesso del mondo materiale. Le colonne del tempio ora mi incutevano timore, le immagini sacre mi parlavano un’altra lingua. Io frequentatore del tempio per i miei affari sentivo di aver tradito la sacralità di quel luogo prostituendo per denaro la mia fede religiosa. Quando si è pronti tutto può cambiare in un attimo e forse la mia coscienza era preparata al salto. Fu la forza di quella Presenza a trasformarmi, bastò incrociare per un attimo il Suo sguardo per capire quello che ancora mi mancava. Non sapevo allora che si chiamasse Gesù quello Straniero apparso nel nostro mondo a salvare un’umanità dimentica di sé.
Oggi comprendo che il suo fu un atto d’amore per noi che non avremmo capito in altro modo. In quel gesto estremo c’era un insegnamento: Non sono le cose materiali che contano, non il denaro, l’utile e l’interesse privato. Siamo nel mondo per qualcosa di più alto, per vivere in modo generoso e autentico. Siamo anime in cammino per la salvezza, non c’è cosa più importante di questa. Aiutarsi a vicenda è giusto e necessario, nessun uomo è un’isola, siamo tutti fratelli. Dobbiamo rispettare la sacralità del tempio, ma ricordare che anche il mondo degli uomini, la natura e tutti gli esseri viventi del Creato sono da venerare come un tempio sacro.
Sì, Gesù mi insegnò una cosa molto importante: trasformare la mia esistenza in una preghiera. Da allora entro nel tempio e prego a capo chino. Sono ancora un mercante, ora vendo pane e farina, la gente viene a comprarli nella piazza del paese. Ma adesso guardo agli altri in modo nuovo, vedo la persona prima della cosa che mi chiede. E a volte mi capita di offrire a uno sconosciuto ciò di cui ha bisogno, senza chiedere nulla in cambio. Questa è per me la religione più vera e più grande, ringrazio Gesù per questo amore che mi ha insegnato.
Se stai ascoltando le mie parole, ti prego, ricorda: non farti ingannare dalle apparenze, vai sempre a fondo, non fermarti al gesto esteriore, alla superficie dei fatti, guarda sempre il fuoco interiore che li muove. E accogli con benevolenza chiunque ti si avvicini, non puoi mai sapere chi è davvero quello Sconosciuto. 28 aprile 2024
Dal Tao-Te-Ching di Lao Tzu: Il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao, il nome che si può pronunciare non è l’eterno nome
Nel famoso incipit del Tao Te Ching troviamo il paradosso di ogni verità, la contraddizione di ogni ricercatore: se la vita scorre libera nel momento come rinchiuderla dentro le parole che sono rigide e approssimative? Vogliamo comunicare un’esperienza per renderne partecipi gli altri, ma alla fine ci dobbiamo arrendere: la verità non si può catturare né esprimere nel linguaggio umano, perché non è idea, concetto o ragione, non immagine, calcolo o definizione. La verità è uno stato dell’essere, qualcosa che può essere vissuto, non però raccontato e trasmesso.
È ciò che accade per ogni esperienza che vogliamo comunicare: La vista sublime del cielo stellato La profondità di un sentimento Il mistero di una creazione artistica Il colore delicato di un filo d’erba Il volo maestoso di un pellicano Il profumo intenso di un gelsomino Il sapore di una memoria cara Il calore di un’antica amicizia… Non c’è limite ultimo per il possibile, i colori del mondo sono infiniti, le esperienze uniche e irripetibili. Il pensiero logico e meccanico non riesce a contenere la vita che è sempre aperta, libera e folle. L’ossessione di dare un significato è la malattia della mente immatura. Qual è il significato del cielo stellato? Qual è il significato di un gelsomino? Se cerchiamo di dare una risposta il tentativo cade inane su se stesso. Vivere il rapporto con una cosa è già tutto il suo significato, è sentire di quell’unicità l’essenza, la bellezza e il mistero che racchiude. Noi stessi in fondo siamo un mistero: come spiegare la nostra esistenza? Quale ragione può dimostrarla? Quale parola può dire il significato? Quale libro può darci la risposta?
Leggiamo il Tao-Te-Ching di Lao Tzu e capiamo che qui le parole mostrano il loro ultimo limite, oltre quelle c’è solo il silenzio. Un silenzio gravido di esperienze, un vuoto interiore vivo e palpitante, un ineffabile stato dell’essere: questo è il canto del Realizzato, voce senza parola e senza suono, gesto che indica, suggerisce e invita. 26 aprile 2024
-Leggo questa frase del Buddha: “Tenersi aggrappati alla rabbia è come tenere in mano un tizzone ardente con l’intento di scagliarlo sugli altri. Ma l’unico che viene bruciato sei tu”. Puoi spiegarmi il significato di queste parole? -È un’esperienza che facciamo tutti: un nostro desiderio viene ostacolato e da lì frustrazione, risentimento e rabbia. Allora siamo pronti a scagliarci contro chiunque passi nei dintorni. Se non siamo persone mature ce la prendiamo con gli altri, facendo le vittime e aggredendo il primo malcapitato. -Già, magari lo accusiamo di averci calpestato l’ombra… -Non è difficile trovare un pretesto per sfogare la propria rabbia all’esterno. È davvero come tenere in mano un tizzone ardente di cui ci vogliamo liberare, un fuoco che però è prodotto da noi e su di noi si ritorcerà. -Non si può spegnere quel fuoco? -Sì, ma non è facile. Bisogna innanzitutto chiedersi: “Di chi è questa rabbia? Perché è sorta dentro di me? E cosa c’entrano gli altri?”. Dobbiamo sempre assumerci la responsabilità di quello che sentiamo e facciamo, giudicare in modo onesto senza fuggire e giustificarci. -È una riflessione su di sé, un percorso di autoconoscenza… -Sì, un passaggio obbligato per chiunque voglia conoscere se stesso. Vale per la rabbia e per qualsiasi altra reazione emotiva. -Ma se la rabbia ti travolge come un’onda e tu non riesci a trattenerla? -Be’, innanzitutto non dobbiamo pensarla come una forza estranea che ci assale e contro cui non possiamo fare niente. Quella è la nostra rabbia, una realtà che ci appartiene, un aspetto del nostro essere. Tocca a noi farcene carico e gestirla. Accettare questa evidenza è solo il primo passo, ma è il più importante. -Però in quel momento, quando la passione si scatena, non si ha la lucidità necessaria per vedere e capire ciò che accade… -Certo, è una pratica da fare per gradi, una meditazione da portare nella quotidianità. E di occasioni ne abbiamo tante, quasi ogni giorno sperimentiamo la rabbia, a vari livelli e in modi diversi. -È vero, la rabbia si può esprimere in forma eclatante, oppure viene repressa e si manifesta come fastidio, insofferenza, critica, disprezzo, insolenza, cinismo, ecc. -Vedo che il lavoro di auto-osservazione per te è già cominciato. Distinguere con finezza le proprie emozioni è fondamentale per dare voce al nostro sentire. È un primo passo per riconoscere un sentimento e dargli un volto. Chi non sa dare un nome alle proprie emozioni è più esposto a passioni scomposte e reazioni inconsulte. -Quindi la rabbia si può trasformare? -Sì, come ogni nostra passione può essere trasmutata. Tieni presente che la rabbia è semplicemente un’energia che ha come scopo la difesa e la sopravvivenza. Nei momenti di pericolo una forte reazione può salvarci la vita. Ma quando oltrepassa il limite, quando è un aggredire determinato dalla frustrazione diventa come un tizzone ardente che può far del male agli altri, ma soprattutto a noi. -È come il fuoco che può servire per scaldarci davanti al camino o può bruciarci la casa… -E così con tutte le energie dell’essere umano. Bisogna saperle usare con cautela e maestria, allora sono al nostro servizio e non contro di noi. -E quando noi reprimiamo la rabbia? -Anche trattenerla e occultarla non serve, prima o poi quell’energia ti brucerà dall’interno o esploderà all’esterno distruggendo gli altri. Devi piuttosto andare alla radice del problema, ai desideri che la alimentano e all’inconsapevolezza che non ti permette di governarla. Se hai capito che è un’energia, allora puoi indirizzarla diversamente, puoi usarla per scopi positivi. -E quindi per trasformarla da dove si comincia? -Dobbiamo renderci conto che riversare la rabbia sugli altri è ingiusto e inutile, che degrada e fa star male noi per primi e che esprimerla in modo inconsapevole fa perpetuare il suo meccanismo. -Perché hai sottolineato con enfasi “in modo inconsapevole”? -Vivere un’emozione in modo consapevole è una cosa completamente diversa. È vedere con chiarezza cosa sta accadendo dentro di noi, in una prospettiva più ampia. Qui si pongono le basi per la trasmutazione. Devi vedere le passioni come espressione della tua parte inconscia, animale, quella guidata dall’istinto di sopravvivenza. Rabbia, gelosia, odio, avidità, ecc. sono meccanismi che riguardano ogni essere umano, tutti noi li conosciamo. Non identificarti con queste passioni, vedi che passano attraverso di te e capisci che non possono essere eliminate, semmai trasformate. Devi fare una sorta di operazione alchemica. -Un’alchimia? La trasformazione del vile piombo in oro? -Sì, se vogliamo rimanere nella metafora. Invece di negare, reprimere o manifestare la rabbia, tienila lì in piena coscienza, osservala come pura energia, lasciala essere, usa il gioco e l’ironia, rilassati e vedi che niente è così importante, nulla deve essere preso troppo sul serio. Trasformare le energie è trasformare te stesso. Naturalmente il “come si fa” devi capirlo tu col tempo, un’intuizione interiore ti deve guidare. Come ogni processo di liberazione non può essere indotto dall’esterno, deve essere fatto autonomamente, in piena coscienza e libertà. -E quando la trasformazione avviene? -Allora la rabbia diventa energia creatrice, luce che illumina i tuoi angoli oscuri invece di alimentare i tuoi mostri interiori. Quell’energia da distruttiva si tramuta in voglia di vivere, gioia di essere, entusiasmo, forza di cambiamento. Col tizzone ardente invece di bruciare gli altri accendi un fuoco in te che è come quello del camino che dona luce e calore. Quando l’energia-rabbia cambia di segno può trasformarsi nei sentimenti più amorevoli: amicizia, cura, comprensione, calore umano. -Dunque il tizzone ardente non si spegne, da energia negativa diventa forza positiva… -Sì, è la stessa energia della vita che ritrova il suo flusso naturale e ora scorre libera. Il tizzone ardente, nella tradizione indiana, esprime l’attaccamento dell’ego al mondo materiale. Se non superi questa illusione rimani intrappolato nelle emozioni negative, quelle al servizio della personalità egoistica, capace solo di possedere e distruggere. Ma quando ti liberi di un’emozione negativa diventa più facile liberarti anche delle altre, perché in fondo il meccanismo che le produce è lo stesso. -E come cambia il tuo rapporto col mondo? -Impari ad accettare che le cose non vanno sempre come vorresti, che tu non sei il centro dell’universo, che anche gli altri sono un groviglio di passioni e desideri e a volte ti tagliano la strada, come tu stesso fai con loro. Uscire dalla prospettiva ristretta dell’io è un grande sollievo, è svegliarsi da un’illusione che crea infelicità. Allora, quando accade, la rabbia non ha più ragione di esistere e lo stesso vale per tutte le altre emozioni negative e disturbanti. -Si diventa quindi uomini perfetti? -No, magari non perfetti, ma profondamente umani sì. Il punto non è cercare una perfezione che sarebbe un vivere monotono e senza colori, ma essere consapevoli di quello che si è e di ciò che si può essere e agire di conseguenza. Conoscere se stessi in fondo non è altro che questo. 24 aprile 2024
Quando la particella comincia a ruotare con il suo moto rapido e vorticoso anche la gemella lontana nello spazio inizia subito l’identico movimento. I due corpuscoli danzano insieme, come riflessi in uno specchio, vivono una misteriosa sincronicità che li unisce in un magnetico abbraccio. Conosciamo da tempo il fenomeno degli elettroni che una volta separati e allontanati a enorme distanza restano ancora in intima connessione muovendosi alla medesima velocità, con uguali polarità, spin e direzione. Chissà se quelle particelle sono due e comunicano oltre lo spazio e il tempo o se è uno stesso elettrone che appare simultaneamente in luoghi diversi. La Fisica quantistica studia eventi che sfidano le leggi della logica. La realtà dell’infinitamente piccolo è un campo di fenomeni paradossali che aprono gli scenari più sconcertanti e arrivano a interrogare noi umani. Troviamo già nelle grandi Sapienze l’analogia tra micro e macrocosmo: “Come in alto così in basso, come in basso così in alto” sentenziano antiche filosofie. Le leggi di risonanza e sincronicità, i principi del ritmo e del mutamento, i legami di attrazione e opposizione governano ogni evento e luogo nella grande danza dell’universo.
Anche noi siamo parte di quel mondo dove tutto è sempre interconnesso e nella sincronia delle relazioni cerchiamo il magnetico abbraccio. Come gli elettroni ci muoviamo creando flussi e campi di energia, costruendo legami e simpatie. È destino di ogni essere umano oscillare tra unione e separazione lottando, cadendo e rinascendo per ritrovare la vitalità e lo slancio. Come quegli atomi microscopici che si combinano in infinite forme anche noi entriamo in risonanza creando infiniti mondi di senso, attraverso l’amore e l’amicizia con il pensiero, l’azione e la parola. Lì c’è tutta l’esperienza dell’umano: nello sguardo la sintonia con l’altro, nei sentimenti il gioco dei contrasti, negli istinti l’attrazione e l’energia, nel gesto la creazione e la cura, nella coscienza la qualità dell’essere. Siamo sempre alla ricerca dell’unità in ogni esperienza del nostro vivere. Quando il sentire travalica i limiti dell’io e riconduce il frammento dissonante allo stato di completezza e armonia il cammino dell’uomo è compiuto. Ciò che nel mondo fisico era meccanico, movimento automatico privo di coscienza, nel mondo umano diviene atto volontario, desiderio, progetto e scelta consapevole. Allora la nostra coscienza si espande e viviamo nell’unità con tutto l’esistente. In quel momento siamo l’anima dell’universo che si ricorda e si risveglia a se stessa. 22 aprile 2024