Filosofia Oltre il Confine perché la mente ragionante deve incontrare il suo limite per poter gettare uno sguardo su ciò che è Oltre Nel superamento del confine del noto nuovi orizzonti di senso si schiudono laddove nessuna parola può dire né raccontare di Ciò che è visto
Finché vivi come una macchina non sei ancora diventato un uomo. Trascinato dalle abitudini di vita, condizionato dai pensieri ripetitivi, costretto da impulsi, brame e bisogni come umano ti riduci a meccanismo, a funzionare come una rotella dentata nella matrix sociale che tutto pervade. Finché non vedi di essere una macchina, finché non lo hai davvero compreso, non hai ancora scoperto chi sei in verità. Fai parte di una grande scena teatrale di cui altri hanno scritto il copione, inconsapevole pedina di quel gioco, ingenuo interprete di un canovaccio dove il finale della vicenda è la morte, la fine di una triste storia senza storia. Se non ti accorgi di vivere una non-vita, ghermito dal meccanismo del sistema, non puoi aspirare a una vera libertà. Lo schiavo può sognare di essere libero o sperare che lo diventerà un domani, ma se non sa come spezzare i ceppi il suo rimane un pensiero consolatorio, un inganno e la condanna più atroce. Tu nasci come essere umano potenziale, con la possibilità di realizzarti in essenza, ma questo non basta per diventare uomo, serve un cammino lungo e appassionato, un arduo percorso nel labirinto sociale. La prima necessità è la difesa del corpo, segue lo sviluppo di una mente razionale per l’acquisizione di conoscenze e capacità e l’inserimento nella vita della collettività. Quindi le scienze, le morali e religioni, lo studio di arti, metodi e sistemi di pensiero per la struttura di una società complessa che richiede disciplina e specializzazione. È un processo necessario e obbligato, ma per diventare te stesso non basta. Rimanere al livello del corpo e della mente è vivere una vita limitata e meccanica, quella di un essere umano incompiuto che resta una promessa mancata. Devi fare il salto in una nuova dimensione, risvegliarti a una nuova consapevolezza, solo così puoi trascendere la meccanicità. Se capisci di vivere come una macchina hai già fatto il primo passo fuori dal gioco. La coscienza non è mai un fatto meccanico, svincolata dalla materialità e dal bisogno ti può illuminare con uno sguardo profondo a demolire le maschere dei ruoli sociali, svelando gli automatismi inconsapevoli, dissolvendo sogni, inganni e illusioni, restituendoti al tuo essere autentico. Non c’è nulla di male nelle macchine se rimangono al servizio dell’umano, ma se l’uomo vive come una macchina si degrada e viene meno al suo compito: diventare l’essere che conosce la libertà. Per dare dignità e gloria alla tua esistenza devi volgere la coscienza a te stesso: indaga con costante attenzione chi sei; osserva tutto quello che fai, senti e pensi; riconosci ciò che non è una tua scelta ma solo frutto di abitudini e condizionamenti; prendi le distanze da ciò che non approvi anche se devi navigare controcorrente; rimani comprensivo e umano nel gioco sociale; vivi da individuo sveglio e autonomo, sarà il miglior contributo alla società e l’azione appropriata seguirà da sé… Non c’è bisogno di spiegare oltre, le parole possono solo indicare e invitare, tocca poi a ciascuno intraprendere il cammino. E non fare di queste parole un comandamento, tieniti sempre saldo nella tua consapevolezza, essa è già tutto quello che serve per vivere, è la fonte di ogni reale vera comprensione, è il principio di libertà che illumina e trasforma e fa sì che l’essere incompiuto diventi uomo. 4 novembre 2024
Nell’intervallo tra essere e dover essere si cela tutta la miseria dell’umano. L’essere è la nostra natura più vera, la realtà della nostra essenza primigenia, ma non c’è bisogno che essa sia realizzata, non deve essere raggiunta in un altrove, perché è da sempre già viva e presente, così vicina da sfuggire allo sguardo, così luminosa da abbagliare la mente -la realtà di noi ultima, vera e insondabile. Nell’intervallo tra essere e dover essere domina la forza irresistibile del desiderio. Nulla può rimanere mai quello che è nel mondo tumultuoso del divenire, tutto appare in costante cambiamento. Il fiume scende impetuoso a valle spinto dalla gravità che cerca il basso, inesorabile voglia di vita che arde di sé nella frenesia dell’attesa di un dopo. Le cose del mondo si trasformano, ma non possono vedere e non sanno del loro mutare nel reame dell’apparenza, vivono l’istante nel cieco desiderio, trascinate qua e là dalla corrente, in un’inconsapevole dimenticanza, senza memoria, rimpianto o pena. Ma l’essere umano è lo strano ente che sa e può pensare il suo esistere. In quella coscienza sorge la mente e con essa lo sdoppiarsi della realtà in un inarrestabile gioco di opposti. Da lì lo scarto tra essere e dover essere che diventa per l’uomo fonte di angustia. Il desiderio adesso non è solo istinto, diventa una propria scelta consapevole che porta con sé il carico del dubbio e il senso di una penosa mancanza e il dolore di una volontà frustrata e il tormento della sete non placata o l’effimera gioia che presto svanisce lasciando cenere là dove era piacere. Riposare nel proprio essere primevo è la fine di tutti i giochi del desiderio, visto ormai come tensione e conflitto, svelato come essenza del divenire. Quando l’uomo dimentica il suo essere e si lascia ammaliare dal transeunte vive nel divario tra il presente e il futuro, tra ciò che è e ciò che è immaginato, abita un luogo illusorio di finzioni, il mondo dell’apparire e della irrealtà. Con il tormento del desiderio cosciente la vita diventa ciò che deve ancora venire, mentre l’essere si oscura e rimane obliato. Vivere nel futuro è vivere nell’illusione, è non accettare la realtà di quello che si è, è aspettare invano ciò che dovrà arrivare, vivendo nel sogno che distoglie dall’ora. Nell’intervallo tra l’essere il dover essere la vita umana cade nell’inconsapevolezza. Non puoi riconoscere ciò che sei da sempre se pensi di dover ancora diventare te stesso. 1 novembre 2024
Fu posando gli occhi sui colori del mondo che scoprì per la prima volta la bellezza. La grande pianura si offriva allo sguardo sfumando nel folto dei boschi sui declivi mentre un cielo di un intenso azzurro rifiniva il quadro di un eden vivente. E là, in mezzo al verde più tenero, una fantasmagoria di fiori e di colori che si offrivano come dono e sacrificio agli occhi di un risvegliato sentimento. Tutto sembrava vibrante e trasfigurato, ogni cosa si mostrava in una nuova luce, carica di un significato prima sfuggito, rivelando la propria anima nascosta. In quella visione si dileguava ogni parola.
Tante volte aveva visto quello scenario, ma gli assilli del mondo lo avevano distratto velando la visione della mente e del cuore. Ma quel giorno lo sguardo era innocente, la percezione si era fatta acuta e limpida, non segnata dalla brama o dal bisogno, non assoggettata al rapinoso sentimento che solo nell’utile trova lo scopo di esistere. E la bellezza apparve come una rivelazione. Si può riconoscere il bello solo nella libertà, quando per un attimo si sciolgono le catene e non più avvinto alla pressione dei desideri l’animo è imperturbato e libero nel sentire. Allora si produce il miracolo della bellezza e una nuova possibilità si apre all’umano: contemplare la forma delle cose nel mondo, ammirandone l’armonia e la proporzione, la composta misura, la grazia e la leggiadria, le qualità che destano il piacere dei sensi.
E dopo aver frequentato le vie del mondo e avere assaporato a lungo le sue delizie apparve all’uomo un altro tipo di bellezza che solo un animo sensibile può cogliere. L’occhio pago di aver conosciuto la forma scopriva la sottile bellezza della non-forma, là dove non operano i sensi nella dualità e svanisce ogni separazione dall’oggetto, dove restano solo l’unità e la completezza e lo splendore sublime di una luce incorporea. Il bello che prima era visto fuori nel mondo ora era compreso come un riflesso di sé. Quando il bello va al di là del conosciuto l’uomo si libra sulle ali dell’intuizione a esplorare ciò che i sensi non vedono fino a farsi uno con la bellezza stessa. 12 luglio 2024
-Quando ascolto un brano musicale nella mia mente si formano vivide immagini e le sensazioni si aprono a una dimensione meditativa… -Ascoltare un brano musicale può essere sì una meditazione, se siamo capaci di entrare con tutto noi stessi in quel misterioso mondo di suoni. -È come assistere a scene di vita, a una rappresentazione tra il reale e il fantastico… -La musica ci racconta il mondo. Non c’è più grande metafora dell’umano vivere in ogni suo aspetto. Avrai notato che nella musica ci sono armonie e disarmonie, contrasti ritmici e melodici, proprio come nella vita dove si alternano luce e buio, gioie e affanni. -È vero e forse nessun altro linguaggio è così efficace nel descrivere il nostro mondo. Stavo ascoltando il Secondo movimento della Nona Sinfonia di Beethoven: il travaglio interiore dell’uomo e le sue passioni sono narrate in un crescendo e in un gioco di chiaroscuri che lasciano senza fiato… -Se la musica vuole raccontare il mondo ci devono essere tutti gli ingredienti della vita, le contraddizioni e le riconciliazioni, il pathos e la quiete, il dolore e la redenzione. Beethoven crea disarmonie e dissonanze per raggiungere un’armonia più alta e complessa. Le sue note cercano strade impervie per aprire a nuove esperienze e sfide. Quanto più la vicenda narrata è complicata e piena di contrasti, tanto più la musica si fa interessante e coinvolgente. Come accade nella vita. -Ma alla fine tutti i drammi vengono superati e l’armonia è ristabilita… -Il linguaggio musicale cerca sempre di uscire dagli schemi, vuole rompere gli equilibri per ricrearne di nuovi, a un livello superiore. Nel caso del Secondo movimento di Beethoven l’incipit melodico si sviluppa e si espande come un essere vivente, la complessità ritmica e la varietà armonica raccontano le più profonde dimensioni dell’umano. È vita in atto che anche noi sentiamo sulla nostra pelle. E quando alla fine, dopo un accidentato percorso, l’equilibrio si ristabilisce il Caos è ridiventato Cosmo, non però quello ingenuo e semplice dell’inizio, ma quello carico di esperienze vissute, conquistato attraverso il dramma, la tragedia e infine la riconquista della pace. -Non pensavo che la musica potesse insegnarci tante cose! -Potremmo dire che la musica ci insegna a vivere musicalmente. Noi tutti cerchiamo l’equilibrio, la serenità e un’armonia superiore, li intravediamo grazie a quest’arte meravigliosa, spesso unita a poesia e danza, un vero dono delle Muse. -Forse per questo mi piace la musica, sento che mi aiuta a trovare un equilibrio… -La musica ci insegna che l’equilibrio non può essere indotto dall’esterno. Il brano musicale deve trovare un bilanciamento al suo interno, contando sulle sue risorse, giocando con i suoi elementi e sviluppando le potenzialità latenti. Così anche noi nella vita dobbiamo trovare la giusta armonia con un continuo, profondo lavoro interiore. -Amo molto anche la musica jazz. Ascoltavo ieri un brano di be-bop con Charlie Parker e Dizzy Gillespie, un incredibile ed entusiasmante profluvio di note con ritmi vertiginosi, armonie complesse, dissonanze… -È un linguaggio musicale moderno che ci dà un’altra intuizione importante: se ci fermiamo alla prima dissonanza perché temiamo ciò che non rientra negli schemi armonici del passato il nostro gusto musicale rimane povero e noi rinunciamo a una possibilità di espressione nuova e originale. Così è anche nella vita, se rifuggiamo dai contrasti e dai problemi per aggrapparci a ciò che conosciamo per avere sicurezza la nostra vita si impoverisce. -…E di solito succede che i problemi ci saltano addosso comunque… -Sì, si tratta quindi di scegliere tra una vita tiepida e segnata dal timore e una vita coraggiosa che non fugge via dai contrasti. Alla fine dovremmo dire: affrontiamo quello che si presenta e vediamo che succede… -E se i contrasti e le disarmonie non si risolvono? -Allora, se possiamo, cambiamo lo spartito e suoniamo un’altra musica. Se ad esempio la relazione con una persona proprio non funziona è inutile continuare a farsi del male. È meglio chiudere e volgersi da qualche altra parte. Il mondo è incredibilmente grande e vario, c’è posto per tutti. Le possibilità di variazioni musicali sul tema sono infinite. -Mi chiedo spesso se quello che “leggo” in un brano musicale è solo una mia invenzione, una mia fantasticheria. Magari l’artista nel comporre aveva tutt’altra idea e intenzione… -Può essere benissimo così. Spesso non sappiamo cosa l’artista volesse esprimere. Ma non importa, conta quello che noi sentiamo in quella musica, quale viaggio ci fa fare dentro, quale idea di mondo ci suggerisce, che cosa ci insegna, anche al di là delle intenzioni dell’autore. Molti musicisti rimangono stupiti e divertiti dalle recensioni delle loro opere: non pensavano di averci messo tutti quei significati che gli altri trovano! -Mi piace molto l’improvvisazione dal vivo. Mi sembra che lì ogni musicista possa esprimere il meglio di sé, è musica che nasce nel momento, fresca, originale, imprevedibile… -Sono d’accordo, con buona pace di Beethoven che non prevede l’improvvisazione nelle sue sinfonie, ma è comunque un gigante! Nell’improvvisare si inventa sul momento, si parte dall’esperienza ma cercando la frase, il riff melodico, lo spunto originale che rendano quel momento pura creazione in atto. La vita, se ci pensi, è proprio questo, anche noi scriviamo in ogni momento il nostro spartito musicale, a volte più a volte meno riuscito. -Mi piace l’idea di fare della propria vita un’opera musicale, come artisti del vivere… -Questo è il compito più importante per noi. Musica non è solamente la ricerca del piacere e della bellezza, è anche ricerca di una verità che si esprime nei suoni e che non necessita di filtri razionali per raggiungerci. I suoni agiscono su di noi e ci trasformano, se siamo pronti ad accoglierli e siamo sensibili alla loro magia. In questo senso la musica è meditazione, riflessione profonda, visione. È una linfa che sgorga dalla misteriosa sorgente della vita a nutrire il nostro spirito. È l’arte sublime che più si avvicina al nostro vivere e sa raccontarlo in tutte le sue espressioni, con i colori dei suoni, con i timbri degli strumenti, con la bellezza delle voci, con le armonie e le dissonanze, con le pause e i silenzi. La musica è il linguaggio dell’anima. 25 giugno 2024
D. Mi par udir cosa molto nuova: volete forse che non solo la forma dell’universo, ma tutte quante le forme di cose naturali siano anima? T. Sì. D. Sono dunque tutte le cose animate? T. Sì… D. È comune senso che non tutte le cose vivono… T. Il senso più comune non è il più vero. Sia pur cosa quanto piccola e minima si voglia, ha in sé parte di sostanza spirituale… perché quello spirito si trova in tutte le cose. (Giordano Bruno)
Le parole di Bruno sono della più alta sapienza. Se usciamo dalla prigionia del senso comune e ci affidiamo alla nostra intuizione interiore riusciamo a liberarci e a contemplare il mondo non solo con gli angusti mezzi dell’intelletto, ma con una visione interiore che ci illumina, uno slancio dell’anima che sa cogliere il vero senza che un dubbio possa frenarne il volo. Uno sguardo profondo si volge alle cose e le scopre tutte animate e piene di vita. La sostanza spirituale dell’inconcepibile Uno percorre tutto il reame dell’esistente come materia-forma che vivifica e crea, popolando di innumerevoli esseri l’universo. Il panteismo bruniano ci ispira e ci affascina, è una sapienza che non conosce il tempo e da cui possiamo imparare molte cose. Se tutto l’universo è un solo grande Essere ogni esistente ha un assoluto valore e dignità, nulla è da considerarsi inferiore o indegno, anche nel più piccolo granello dimora il divino. Se l’universo è infinito come il Primo Principio allora nel Tutto non c’è centro né periferia, il grande cosmo è aperto in ogni direzione, esclude qualsiasi confine, limite o gerarchia. L’infinità dell’Uno come Mens super omnia si rivela nella produzione di infiniti mondi: la materia ha una sua vitalità intrinseca, è la matrice divina che opera nel fenomenico manifestandosi in tutta la sua forza creativa. E se in tutte le cose vibra un’unica coscienza allora ogni cosa ha una sua ragion d’essere, in accordo con il principio dell’Uno-Sapienza che permea tutto della sua sostanza spirituale. Le cose che vediamo sono “ombre delle idee”, sono il pensiero divino attuato nell’immanenza, nei limiti della necessità dei fenomeni naturali, non ci sono quindi sostanze ma solo apparenze, forme mutevoli dell’unica materia vivente. Tutte le cose del mondo sono vive e animate, non solo le piante, gli animali e gli uomini, pure la terra e le rocce si trasformano anche se ciò avviene in tempi lunghissimi ed è difficile vedere il loro movimento. In questo cosmo vivente si compie il viaggio che l’uomo intraprende per esplorare l’infinito. E l’ultima comprensione per Bruno decisiva: se come ogni cosa noi siamo l’infinito-Uno per trovarlo non dobbiamo andare altrove, basta cercare e scavare dentro noi stessi, nel nostro spazio più intimo Esso è presente. È poi lo slancio d’amore dell’Eros filosofico a condurci nell’ultimo tratto del cammino: nel sacro fuoco della passione amorosa bruciamo come una falena sulla fiamma, ogni tratto dell’individualità si dissolve, rimane solo Quello, l’Uno-Tutto Inviolato, l’Innominabile Perfetto, Luce di Luce. 24 giugno 2024
Gli allegri paperi sono tornati ad allietare le nostre giornate. Da tempo li aspettavamo per apprezzarne la compagnia. Ma oggi si offre un inopinato, sconcertante spettacolo, i paperi sono impegnati ciascuno in una performance: il primo saltella su una zampa, il secondo intona uno yodel, il terzo dipinge con il becco, il quarto si rotola nel fango, il quinto sventola bandierine, il sesto siede in posizione di loto, il settimo e l’ottavo raccontano barzellette da taverna, il nono e il decimo fingono di darsele di santa ragione… E appena finito, firmano autografi a una folla plaudente! Cosa mai è successo? I paperi sono cambiati, irriconoscibili. Perché tutto questo attivismo, questa smania di apparire? La risposta è semplice: i palmipedi hanno imparato dagli umani, frequentando la società degli uomini e studiando i loro gesti si sono trasformati, hanno perso la loro naturale simpatia, diventando degli astuti, egoisti, goffi e cinici pennuti. E non bastano le loro esibizioni ad occultare la tragedia: diventando ridicoli replicanti dell’uomo si sono snaturati, hanno perso la grazia che il loro istinto magicamente donava. Nel tentativo di essere altro da ciò che sono si sono smarriti, hanno imparato tutte le ipocrisie e gli inganni del mondo, hanno tradito se stessi dimenticando la propria bellezza, allontanandosi da quell’Eden senza macchia che li ospitava. La loro innocenza, la spontaneità, la loro innata eleganza erano il dono che offrivano agli altri semplicemente vivendo. Dopo essere stati per qualche tempo a contatto con gli uomini hanno imparato il piacere del successo e della fama, hanno imparato a fingere, perdendo la fiducia in se stessi, abbandonando il loro cuore di piume e la gioia di esistere.
È ciò che accade a tutti noi uomini nel processo di crescita: la gioia e la purezza dell’infanzia devono incontrare il mondo, il bambino deve lasciare il suo Eden per l’autocoscienza, deve diventare uomo, secondo l’ordine naturale delle cose. Accade poi che da adulto debba inserirsi negli schemi sociali, sviluppando l’intelletto e interpretando diversi ruoli e identità, intrecciando relazioni e scambi sul palcoscenico del mondo. E accade anche che la convenienza e il calcolo prevalgano, che l’innocenza perduta lasci il posto alla contesa sociale, alle basse pulsioni, alla separazione e al conflitto con gli altri. Obliata la propria natura, la gioia infantile è dimenticata, rimane solo qualche fugace piacere in una vita monocorde. Si pone allora il problema di recuperare il proprio essere, l’essenza originaria che è la cifra della propria umanità. Come ritrovare la gioia semplice di essere ciò che si è? Come tornare all’innocenza senza ritornare bambini? Come ricostruire il legame con la propria vera natura? E così si cerca un’ispirazione, un’intuizione, un’utopia…
Ma adesso, cosa accade? I paperi si sono radunati insieme. Dopo avere incontrato un anziano e con lui a lungo parlato, illuminati forse da una saggezza che ancora mancava, hanno gettato via tutti i trucchi, i giochi e le maschere, hanno chiuso per sempre il Carrozzone delle Meraviglie congedando gli spettatori, loro sì rimasti a becco asciutto. I paperi si sono semplicemente ricordati di essere paperi, gli occhi si sono aperti e con essi la consapevolezza di sé. La loro comunità ha recuperato lo spirito di un tempo e ora sguazzano felici e starnazzanti nello stagno. È bastato un gesto di liberazione coraggioso e radicale per recuperare la propria dignità e l’orgoglio perduto.
Tutto nel mondo è uno specchio per la nostra coscienza. Anche un semplice pennuto può insegnarci a vivere, ricordandoci che tradire se stessi è il più grande delitto e che non è necessario fare grandi cose per essere felici, basta essere ciò che si è in accordo con la propria natura, confidando nell’innata saggezza che da sempre ci appartiene. 22 giugno 2024
Non è nulla di ciò che noi o qualche altro degli esseri conosce, e non è nessuna delle cose che non sono e delle cose che sono; né gli esseri la conoscono secondo ciò che ella è, né Ella conosce gli esseri nel modo in cui essi esistono. (Dionysios)
La Prima Causa di tutto non è conoscibile, nessun termine o concetto può definirla, nessun attributo, sia esso positivo o negativo. Ogni affermazione implica una negazione: se diciamo che il Primo Principio è luce subito è richiamato il concetto di oscurità, se diciamo dell’Uno che è vita nell’eternità subito sono contemplati la morte e il tempo. L’Essere perfetto è al di là di tutti gli opposti, al di sopra di tutte le cose che sono e non sono. Possiamo vedere un oggetto illuminato, ma non conoscere la Luce nella sua essenza. Possiamo vedere ovunque la Prima Causa sempre in atto nella sua manifestazione, ma non conoscere quel Primo Principio che elude ogni movimento del pensiero. Secondo Dionigi il vero Essere è ineffabile, la povertà e la limitatezza del linguaggio ci impediscono di rapirlo nel concetto, resta solo la possibilità di accennare, lasciando all’intuizione dello spirito il presentimento della Trascendenza.
Ma se noi non possiamo attingere all’Uno, l’Assoluto non può conoscere il relativo. Il Tutto non può confinarsi in una sua parte restringendosi in un particolare limitato, riducendo il suo essere allo spazio-tempo o a una forma-pensiero condizionata. La Prima Causa è pura coscienza di sé, inconsapevole di ciò che da essa procede. Da essa tutto scaturisce senza un perché, come manifestazione di una Fonte eterna, Causa Prima che origina senza intento, Primo Immobile che nulla sa del mondo, nulla sa del suo essere causa dell’infinito.
Ma ciò significa che ogni ente dell’universo vive di una sua propria inviolabile libertà, una libertà nel relativo, nel non-permanente, illusoria come lo è il mondo del divenire, ma concreta, reale per l’essere che la vive. Nella necessità dell’Uno che non trascorre si manifesta e vive la libertà dei Molti, una libertà che però ha il suo prezzo: ogni azione, ogni sentimento e pensiero avrà conseguenze, nel bene e nel male, la volontà del singolo traccerà la direzione.
Per l’ascesa al divino l’uomo ha due strade, la via dell’affermazione o della negazione. La via negativa è la più diretta all’Assoluto: la sottrazione di ogni attributo dell’Uno porta l’anima a ritirarsi sola nel silenzio, nella contemplazione del Principio ineffabile. Non sarà mai conoscenza della Prima Causa, perché il Limite non può concepire l’Illimitato, ma slancio di uno spirito affamato del Vero che nel trascendimento di sé stesso vuole intravedere un barlume di Quello. Dionigi ci offre la sua “teologia negativa” come via di liberazione e illuminazione, ma ci ricorda altresì con parole potenti il confine invalicabile tra uomo e Trascendente: Se uno, avendo visto Dio, ha capito ciò che ha visto, non ha visto Dio… 21 giugno 2024
-Ho letto il brano Le tre Metamorfosi dallo Zarathustra. Mi sembra che Nietzsche con le immagini del cammello, del leone e del fanciullo riesca a rappresentare in modo efficace le tappe fondamentali dell’evoluzione umana. -Le tre figure possono essere viste come modalità esistenziali legate al tempo: passato, futuro e presente. Cominciamo da quella che rappresenta il passato. -Beh, mi sembra evidente che l’uomo-cammello sia la figura orientata al passato, perché conosce solo l’obbedienza e la sottomissione, sopporta umilmente i pesi, non sa opporsi e dire di no, fa solo quello che gli è stato comandato, soprattutto non riesce a concepire un altro modo di vivere… -Sì, nel significato che il filosofo propone il cammello è il servo fedele che accetta il “tu devi” senza ribellarsi e porta il suo carico nel deserto arido e desolato. -Siamo a volte tutti un po’ cammelli, non è vero? -Certamente, è una realtà che tutti conosciamo. Lo siamo quando viviamo nella paura, quando siamo privi di autonomia e di coraggio, dipendiamo dagli altri, vogliamo essere guidati e non siamo capaci di reagire all’ingiustizia. -Ma di cosa abbiamo paura? Di vivere? -Abbiamo paura di essere liberi, di assumerci delle responsabilità. Le regole della tradizione in fondo ci rassicurano, meglio quelle piuttosto che il salto nel buio che un gesto di libertà comporta. Essere schiavi a volte è la posizione più comoda, basta obbedire ed eseguire gli ordini, alla fine potremo sempre dire di non essere noi i responsabili di torti ed errori. -Un modo di vivere limitato e misero, mi sembra… -Sì, ma guarda che questo accade ed è accaduto a tutti noi. Per mancanza di coraggio o di volontà preferiamo soffrire piuttosto che affrontare una situazione che richiede una scelta. A volte ci illudiamo che accettare e dire sempre di sì sia un merito e magari ci sentiamo uno spirito superiore. In realtà quel “sì” è solo un gesto di impotenza, indica scarsa consapevolezza e mancanza di immaginazione. -Non è comunque necessario a volte farsi carico di un peso e sopportarlo per il bene nostro e di tutti? -Sì, certo, dobbiamo darci da fare, lavorare e a volte sacrificarci per qualche situazione. Ma non è questo il punto. Nietzsche in realtà vuole stigmatizzare lo spirito di dipendenza e di sottomissione, la paura di vivere liberi e fieri. Tutto questo si riassume nella figura emblematica del cammello che è la prima metamorfosi. -Però il cammello è un animale buono, paziente, affidabile… -Sì, lo riconosciamo, ma noi vogliamo che anche lui un giorno possa liberare la sua anima prigioniera. Non ci piace vivere in un mondo di schiavi, perché se qualcuno è ridotto a schiavo ci sentiamo anche noi oppressi e sconfitti. -Quindi, perché il cammello possa emanciparsi deve trasmutarsi e diventare un leone… -Questa è in effetti la seconda metamorfosi. Secondo Nietzsche il leone rappresenta il futuro. Mosso da un’incrollabile brama di libertà trova nel motto “io voglio” la sua vera essenza. È la figura del ribelle che vive fiero e indipendente, in un indomabile spirito di libertà. -L’immagine tradizionale del leone è quella della forza e dell’orgoglio, quella del dominatore del territorio che non teme nessuno e non si arrende mai… l’opposto del cammello, direi… A volte anche noi siamo dei leoni e tiriamo fuori insperate energie… -Accade quando siamo capaci di dire di no, assumendoci tutte le responsabilità e le conseguenze del gesto. Succede quando vogliamo liberarci da vincoli e prigionie, quando vogliamo fare piazza pulita del passato per immaginare un nuovo futuro. È quando rivendichiamo la nostra dignità di esseri umani, quando ci ribelliamo ad ogni schiavitù, nostra o degli altri. -È una scelta di vita che però ha i suoi rischi… -La libertà comporta sempre dei rischi, laggiù ci aspetta l’ignoto e le cose possono anche andare storte, si possono creare conflitti di volontà per una fierezza che diventa orgoglio smisurato, senso di onnipotenza. -Dunque il cammello e il leone sono due polarità estreme, due possibilità esistenziali completamente differenti, una rivolta al passato, l’altra al futuro. -Sì, ma Nietzsche preferisce la figura del leone perché è dinamica, forte e volitiva, è capace di spazzare via tutto il ciarpame del passato con un gesto imperioso. È la vita dell’uomo che non sopporta le ipocrisie e agisce senza paura. Risoluto e incurante delle regole della tradizione l’uomo-leone disprezza i deboli che chinano sempre il capo. -Ma questa non è l’ultima metamorfosi, c’è ancora quella del fanciullo, la più intrigante e direi la più difficile da capire… Perché essere un leone non basta? -Nella metafora nicciana il leone è capace di distruggere il passato e guardare al futuro, ma non sa costruire nel presente, manca di quell’immaginazione che permette di edificare il nuovo, manca di quella forza creativa che è solo di un essere nello stato primigenio. È dunque il fanciullo ad incarnare la figura dell’uomo che vive totalmente nel presente e costruisce il mondo con la sua fantasia. -Come terza metamorfosi mi aspettavo l’avvento dell’Oltreuomo… -È proprio questo l’Oltreuomo, l’uomo che è andato oltre se stesso. Il fanciullo è un sacro dire di sì, un sì alla vita e a tutto quello che offre, al di là del bene e del male. Il fanciullo non si preoccupa di distruggere le regole come fa il leone perché non le conosce, viene prima di ogni norma, prima di ogni considerazione e obbligo sociale, prima di ogni vincolo materiale o morale. Da qui la sua innocenza e il suo fascino. -Il fanciullo è anche gioco e immaginazione, tutti noi lo sappiamo perché l’abbiamo vissuto, abbiamo costruito castelli sulla sabbia… -Sì, il bambino è un piccolo dio che crea. Il gioco è creazione della vita e di modi di esistenza, è apertura al nuovo, è assoluta fiducia in ciò che è. È un inizio, è invenzione, è utopia, ma rimane sempre ancorato al presente, all’istante, perché solo questo momento per lui esiste. Guarda i bambini come sono concentrati in quello che fanno, nell’attimo assoluto del vivere. Nel fanciullo non troviamo la sottomissione triste del cammello né il velleitarismo esasperato del leone, troviamo invece la gioia e la purezza di un’anima libera che vive la vita mentre la sta modellando con la sua potenza creativa. Questo secondo Nietzsche è la vetta più alta che lo spirito umano può raggiungere nel suo cammino in questo mondo. -Sento dire spesso che dovremmo essere capaci di tornare ad essere come dei bambini… -Sappiamo che diversi testi sacri e poetici usano questa metafora. Ma naturalmente non si intende il ritornare ad un modo di vivere infantile. Anche per Nietzsche l’immagine dell’uomo-fanciullo non è quello di un bambino inconsapevole, ma quello di un uomo che, giunto al più alto vertice della coscienza umana, sa conservare l’autenticità, la purezza e la voglia di vivere ed esplorare che è del bambino. -Certo, una meta affascinante, ma per ora sono attratto di più dalla figura del leone, dalla sua forza e dal suo coraggio impavido… -La forza del fanciullo è di un tipo superiore, è una forza spirituale, interiore, quella che nasce dalla purezza dell’intento, da una mente sgombra del passato e libera dalle insidie dell’ego. Non è la libertà di chi recalcitra, si oppone e lotta contro le regole o gli altri, ma la libertà che non conosce il bene e il male e quindi è sempre fresca, spontanea, totalmente aperta alla vita. -Volevo chiederti se le tre metamorfosi di Nietzsche ti convincono… -Quella di Nietzsche è una pagina affascinante, piena di suggestioni e intuizioni preziose. Ma visto che stiamo giocando anche noi con il pensiero filosofico, che ne dici di proporre una “quarta metamorfosi” che troviamo nelle filosofie dell’Oriente? -Interessante, qual è allora la prossima figura? -Nessuna figura, la quarta metamorfosi è il passaggio dalla forma alla non-forma. È uno stato dell’essere ineffabile e indescrivibile, è quando la forma si dissolve e rimane solo una pura coscienza senza qualità, oltre ogni definizione e caratteristica. È Turiya, il “quarto stato” di colui che è andato definitivamente oltre il relativo e sperimenta la verità ultima dell’assoluto. -E le prime tre metamorfosi che fine fanno? -Sono superate e assorbite nel quarto stato dell’essere. Ogni forma è sempre per definizione limitata, ha precise caratteristiche che diventano vincoli e barriere insuperabili. Il cammello e il leone sono vecchie pelli ormai abbandonate, il fanciullo è cresciuto e sperimenta una libertà piena e consapevole. Solo trascendendo ogni limitazione la coscienza si fa pura e incondizionata e la vita può diventare libera creazione. 17 giugno 2024
-La vita a volte sembra ricca di gioie e prodiga di promesse, a volte un deserto arido e vuoto… -Sì, capita spesso di sentirsi in un deserto, ma non è detto che sia sempre un male. La traversata nel deserto è un’antica e profonda metafora della vita umana e ha significati importanti… -I deserti non mi piacciono, mi danno un senso di desolazione e di abbandono… -In effetti la parola deserto viene dal latino desertum cioè “luogo abbandonato”. Ma aspettiamo a giudicarlo in modo negativo, proviamo a farne uno spunto di riflessione, forse scopriremo qualcosa di interessante. Cominciamo col distinguere il deserto fuori di noi fatto di sabbie e spazi vuoti e l’esperienza del “deserto interiore”. Se di questa hai già preso coscienza sei fortunato, probabilmente non sarai tentato di fuggire da lì per rifugiarti nel conosciuto. -Non ho capito cosa intendi, spiegami meglio… -Cominciamo con l’immagine tipica del deserto come spazio vuoto, arido, fatto di solitudine e di silenzio. Cosa accade se ti trovi solo in quel vuoto? -Beh, lì non puoi contare sugli altri, non ti puoi aggrappare a nulla… -Giusto, sei solo con te stesso, devi trovare le risorse per vivere in quella natura impervia. Rimanendo in questa immagine, il deserto è il luogo estremo dove puoi capire quali sono le tue risorse, le tue abilità, la tua capacità di farcela da solo. Ma è chiaro che il vero desertum che ci interessa ora non è il Sahara, ma quell’esperienza interiore di cui parlavo prima. Arriva per tutti prima o poi il momento del “passaggio nel deserto”. Ogni essere umano conosce quell’esperienza, anche se pochi cercano di comprenderne il significato. -Dunque il “passaggio nel deserto” è un viaggio dentro di sé… -Un viaggio iniziatico che ha profondità proprio perché avviene in un panorama vuoto, arido, senza punti di riferimento. Lì possiamo cercare le risposte ai nostri interrogativi, in quel silenzio e in quella solitudine ci vediamo allo specchio. È un momento importante, un punto di svolta, se però resistiamo alla tentazione di fuggire. -Il deserto, la tentazione… mi ricorda qualcosa… -Ci sono molte tradizioni religiose che parlano del deserto come luogo di ritiro spirituale ed eremitaggio, dove il ricercatore deve spesso ingaggiare un’aspra battaglia con le tentazioni di esseri demoniaci. In quel luogo di desolazione e di abbandono l’uomo deve rivelare la sua forza e innalzarsi al divino con la purezza del suo intento. Ma scendendo a un livello più accessibile per noi: l’esperienza del deserto è una formidabile esperienza di vita che può trasformarci. Come tutti i viaggi compiuti in piena coscienza, se ci si mette in gioco davvero non si torna indietro come si era prima. -Ma alla fine cosa puoi cercare in un deserto? Cosa ti può attrarre in quel luogo dove c’è il nulla? -Chi fa la traversata del deserto può fare l’esperienza di una libertà conquistata. La libertà comporta sempre dei rischi, ma offre incredibili opportunità. -Qual è la più importante? -La possibilità di andare oltre i propri limiti. È questo il fascino del deserto, luogo di incontro con se stessi, luogo di introspezione e sconfinata libertà. -In effetti, il deserto non ha confini definiti, è uno spazio aperto… -…aperto a tutto ciò che può essere. In quel luogo senza barriere l’orizzonte non può mai essere raggiunto perché si sposta continuamente. Nel deserto vedi il vuoto, il nulla, non c’è direzione né via obbligata o costrizione nel tuo peregrinare. Senti la libertà più assoluta e insieme il brivido di decidere quale direzione intraprendere. Puoi anche fare un passo falso e perderti, puoi smarrirti, dimenticare perché sei lì. -Certo, si può provare una tremenda solitudine in quel luogo dove non c’è nulla e nessuno, la paura dell’ignoto… -Se la solitudine viene abbracciata ogni paura scompare. Nel deserto si torna al centro di sé, al centro della propria ricerca. Come dicevamo prima, a nulla ti puoi aggrappare, nulla ti può salvare, niente può sottrarti alla visione di te stesso. Ed è vero, nel deserto c’è sempre una grande tentazione, quella di fuggire e tornare nel mondo conosciuto, nel paese dei balocchi dove tutto è più facile, semplice, scontato. E dove perso nella folla dimentichi te stesso, ti crogioli nella banalità quotidiana e puoi anche raccontarti di essere felice. -Credo di capire cosa vuol dire deserto interiore, a volte ci si sente soli in mezzo alla folla, ci si sente abbandonati nel bel mezzo di una festa dove tutti ridono e apparentemente si godono la vita. Ma in senso positivo stare nel deserto può essere una propria scelta, la volontà di non farsi intrappolare nella banalità del quotidiano. -Naturalmente noi non condanniamo chi preferisce vivere una vita che cerca il piacere immediato e l’oblio di sé. Non siamo dei fustigatori di costumi, comprendiamo gli altri perché anche noi siamo passati per quelle esperienze. Ma la metafora del passaggio nel deserto per noi ha un significato importante proprio perché possiamo scegliere volontariamente quell’esperienza. Quando vediamo che le cose intorno sono futili e che i desideri sono una scatola vuota, allora viene l’impulso a indagare più in profondità la nostra esistenza. Nella realtà sociale è facile distrarsi e fuggire, ci sono mille occasioni e siamo in buona compagnia, deve essere un atto di volontà che ci fa decidere di vivere come “eremiti nel deserto”. Il deserto è sempre qui con noi, può essere per molti solitudine e sentimento di abbandono, per noi invece è l’azzeramento di tutto ciò che porta all’inconsapevolezza. Prima o poi tutti capiscono che quel deserto deve essere attraversato. -Una scelta radicale per niente facile che può fare davvero paura… -Forse, ma quando la si accetta si scopre che il deserto non è così vuoto e morto come si pensava, c’è vita anche lì, animali e piante e il vento che soffia e la sabbia che si muove e le notti e i giorni e le stelle del firmamento e il sole e la luna: tutto fa parte di un grande gioco che anima il deserto e lo riempie di vita. Prova a spostare un sasso, prova a incontrare un’oasi e vedrai la vita ovunque. Questo fa del deserto un luogo sacro. -Quindi il passaggio nel deserto non è da intendere per forza come un momento buio, di crisi, di sofferenza… -Può essere l’approssimarsi di una nuova alba, il riscatto della propria libertà, il risveglio della coscienza di quello che siamo. E questo porta con sé una felicità diversa, profonda, stabile, inalterabile. Alla fine gli unici confini che ci bloccano sono quelli che noi pensiamo tali. È come sentirsi in gabbia quando intorno non ci sono muri e non c’è nessuno che ci trattiene e fa la guardia. Si può credere di essere in schiavitù quando in realtà si è liberi. Gli unici ostacoli che possono frenare l’espansione della coscienza sono quelli che noi riteniamo tali, quelli che immaginiamo. L’immaginazione creduta vera diventa sempre la realtà. -Lo spazio dell’anima libero e aperto è quindi il vero deserto interiore? -Sì, se lo vogliamo e lo scegliamo così sarà. In quel vuoto scopriremo la maggiore ricchezza e riposeremo nella nostra verità. Se invece lo pensiamo come un inferno sarà un doloroso cammino nel buio. Ma anche questo fa parte della crescita interiore, come ogni esperienza significativa ti porterà a interrogarti su te stesso. -È un discorso complesso, ma sento che mi attrae. Mi sembra un percorso che apre le porte a una spiritualità senza dogmi, una ricerca fatta in piena libertà… -Facciamo un ultimo passo, il più impegnativo. Noi cerchiamo sempre un Assoluto che è oltre i confini del relativo. Ma poiché l’Assoluto è il senza-limite, sciolto da ogni vincolo, quando siamo oltre i limiti del relativo siamo di fatto nell’Assoluto. E inoltre poiché l’unico limite è solo quello che noi pensiamo, esistere confinati nel relativo è un’illusione creata dal pensiero. In verità noi siamo sempre e da sempre nell’Assoluto, anche quando pensiamo di non esserlo. Comunque anche l’illusione fa parte dell’Eterno Essere che rimane inesplicabile, insondabile, indescrivibile per il pensiero dualistico. -Che meta lontana e affascinante! Ed eravamo partiti dal deserto… -La meta è in realtà la cosa più vicina, è già qui con noi, ora. Ma non c’è fretta nell’eternità, prepariamoci al viaggio. Ecco dove la traversata del deserto può portare, se solo si ha il coraggio di spingersi oltre e andare fino in fondo. 8 giugno 2024
-Si dice che “vedere” è il nostro primo rapporto con le cose, il più immediato e importante. -È vero, di solito è il nostro sguardo che coglie la realtà in prima istanza. -Allora ci si può interrogare su una cosa per noi così ovvia e quotidiana? -È un argomento molto ampio e complesso. Per cominciare diciamo che vedere è un termine di significato universale. La radice indoeuropea vid è una delle parole più antiche, da essa derivano verbi greci e latini come video, per indicare il vedere in tutte le sue espressioni. Ma troviamo anche in Oriente termini derivati, ad esempio Veda, dove però è palese il riferimento a un “vedere” che non è solo quello ordinario. -Quindi la parola si presenta in molte accezioni… -Ci sono vari modi di intenderla e a vari livelli. Già gli antichi distinguevano il vedere semplice dal “vedere” come conoscenza, immaginazione, intuizione, illuminazione, visione, atto metafisico… Platone usa l’espressione “occhio dell’anima”e varie tradizioni religiose parlano di Terzo occhio per indicare la coscienza superiore che permette l’accesso al Vero e all’ultima Realtà. -Capisco che il tema è davvero complesso. Io parto da una domanda più banale: la capacità di vedere è un dono o si può sviluppare? -È una capacità che si può educare e sviluppare in vari gradi. Si può vedere senza guardare, si può guardare senza osservare, si può osservare senza contemplare. C’è un vedere immediato ed ingenuo che si ferma alla superficie delle cose, c’è un vedere in profondità, la capacità di penetrare la cosa nei suoi vari strati fino a coglierne il significato più vero, almeno quello che noi riteniamo tale. -Noi vediamo sempre le cose così come sono? Vediamo la “realtà reale” o un suo simulacro? Se è vero che vedere è percepire con gli occhi e formare una rappresentazione nella mente, allora quella che chiamiamo realtà è una nostra costruzione? -È chiaro che è così, qualsiasi scienziato te lo può spiegare meglio di me. Aggiungiamo poi che quello che vediamo passa sempre attraverso il filtro dei nostri pregiudizi, conoscenze, convinzioni, ecc. Nel vedere la realtà là fuori noi mescoliamo anche la realtà dentro di noi. E spesso confondiamo i due piani del soggettivo e dell’oggettivo. Bisogna liberare la visione da questo intrico per renderla limpida e chiara. È un lavoro su di sé che deve diventare quotidiano. -Ma esiste un vedere puro, non condizionato, che colga l’oggetto nella sua verità? -Varie vie di meditazione offrono insegnamenti per imparare a vedere la realtà nei suoi vari strati, togliendo via via i veli che annebbiano la comprensione. Il vedere ingenuo deve diventare un conoscere che va oltre le apparenze. Non conta tanto avere una vista da aquila, quanto una consapevolezza pronta e lucida. Quando si scopre che vedere è innanzitutto un atto della nostra coscienza che “intenziona” la cosa per trovarne il senso, allora si accede a un livello superiore, il vedere non è più quello ordinario che si ferma al dato. L’attenzione che si focalizza su un oggetto particolare deve diventare una consapevolezza globale, panoramica, che include tutto in un “vedere” totale. Allora la folla di pregiudizi e preconcetti che oscurano la visione comincia a diradarsi. Alla luce di una coscienza più acuta gli ostacoli al “vedere” cadono uno ad uno, la polvere sullo specchio vola via e lo lascia più limpido. -Il discorso si fa impegnativo, forse un po’ troppo difficile per me… -Allora possiamo fare alcune osservazioni, solo per avviare una riflessione che farai per conto tuo con calma. Lasciamo l’occhio dell’anima di Platone e la visione delle essenze, ci concentriamo su un tema più definito: sei interessato alle opere d’arte di tipo visivo come dipinti, affreschi, ecc.? -Certo, l’arte pittorica mi sembra un luogo privilegiato del vedere, inferiore solo agli spettacoli della natura, che sono insuperabili… -Sono d’accordo. Ma anche chi guarda un’opera d’arte lo fa sempre in base alle proprie capacità, educazione, preparazione e intelligenza… -E in base soprattutto alla propria sensibilità… Dunque anche in questo caso non è mai un vedere senza filtri e condizionamenti, per quanto positivi possano essere. -Certo, ognuno vede quello che può vedere. In questo senso nell’opera d’arte ci sei sempre anche tu, ti rispecchi, vedi anche colui che vede, non solo l’intenzione dell’artista e il soggetto rappresentato. È un’alchimia complessa e misteriosa, ma intrigante come poche. -Quello che vedi lì dentro quindi è sempre anche in qualche modo tuo. È un mondo nel mondo, un senso nel senso, come un gioco di matrioske… -Guarda, è quello che accade anche nei rapporti con le persone, nel rapporto con il mondo e le cose. È sempre un gioco su diversi piani che si intersecano, dove una cosa è vera ma lo è anche l’altra e il suo opposto e tutto è vero e falso a un tempo… -Sono un po’ confuso da questo paradosso, ma mi sembra comunque di intuire qualcosa, perlomeno la ricchezza e l’importanza che l’arte ha per noi… -Prova a togliere l’arte dal mondo e vivrai in un arido deserto, ti priverai di una linfa vitale che nutre gli occhi, il cuore e la mente. Ciò che ci eleva dallo stato ferino, ciò che ci fa stare meglio, ciò che è una meraviglia alla nostra vista è già di per sé bellezza artistica. Come dicevi tu prima, la natura ci insegna, è l’Artista per eccellenza, noi uomini proviamo in qualche misura a riprodurre quell’incanto. -Però non tutte le persone sanno apprezzare un dipinto o uno scenario naturale come si dovrebbe… -Non c’è nessun “devo”, nessuna colpa, siamo sempre liberi di gradire o non gradire. Non è una cosa che si può forzare, la sensibilità si sviluppa pian piano. Chi non ci trova niente di interessante forse si è fermato a una prima impressione superficiale o non è abbastanza educato a osservare oppure è impedito da limiti personali. È riuscito a “vedere” l’opera d’arte fino ad un certo livello e non è stato capace di andare oltre. Oppure semplicemente apprezza altre cose, è contento così ed è tutta lì la faccenda. -Dunque, qual è l’opera d’arte che ha valore? -Quella che sa mettere in sintonia il tuo mondo con quello dell’artista. Questo vale per tutte le arti, perché con “vedere” intendiamo un “sentire” più vasto, fatto con tutto sé stessi, più simile a un momento di illuminazione della coscienza che a una riflessione sull’opera. Se l’artista è bravo riesce ad elevarti al suo livello di consapevolezza, fa in modo che il tuo sentire risuoni col suo, esattamente come accade quando due diapason della stessa frequenza si “rispondono”. -Stiamo forse parlando di contemplazione, visione del trascendente? -Non importa quali termini usiamo, basta chiarire il loro significato. Se con “trascendente” intendiamo la capacità di andare oltre l’aspetto puramente fisico ed esteriore della cosa per cogliere un senso più profondo, nascosto, immateriale, allora il suo uso è legittimo. Il movimento di trascendenza è tipico dell’umano, noi vogliamo sempre andare oltre il conosciuto, non possiamo fermarci a una descrizione intellettuale, per quanto sottile e ingegnosa. Vogliamo “vedere” nella cosa ciò che va oltre la cosa stessa. -È questo il significato più profondo della parola vedere su cui ci stiamo interrogando? -Come sempre qui entriamo in un campo dove le parole non sono più sufficienti a descrivere. Diciamo che questo è il significato di “vedere” che ci permette di ampliare la comprensione di una fondamentale esperienza di vita. Oltre questo c’è il misterioso fenomeno per cui noi siamo capaci di “vedere di vedere”, siamo consapevoli di percepire creando una distanza tra noi e il percepire stesso. Potremmo aggiungere che a un livello ancora più alto il vedere diventa senza centro, un vedere puro senza un “qualcuno” che vede. Ma non complichiamo oltre, questo è il capitolo per una prossima volta. -Per oggi ho “visto” così tante cose che devo darmi tempo per assimilarle e capirle meglio. Ma toglimi una curiosità, in questo momento, tu cosa vedi? –Vedo un dialogo che accade da sé tra due apparenti soggetti che cominciano pian piano a realizzare che il vedente e il visto alla fine sono una stessa, unica cosa. 2 giugno 2024