Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


pag.8

71 Atteone cacciatore del Vero
Quando vedesti la dea nelle acque del fiume
fosti pervaso da una grande meraviglia, Atteone.
La contemplazione di quella innocente nudità
fu lo svelarsi del Vero che si offre solo agli occhi di chi
ha saputo affrontare un periglioso cammino di ricerca.
Non fu l’intelletto a condurti a quell’ultima meta,
perché la ragione può portarti al limite del pensare,
poi solo un furore eroico può aiutarti ad andare oltre
entrando nell’ignoto con la volontà unita al sentimento.
Eri un cacciatore ardito e abile nel conquistare la preda,
ma accadde quel giorno che ti addentrasti nella selva
e andasti incontro ad un paradossale destino:
diventare tu stesso preda della divinità della natura
che la caccia conosce per innata ed eterna sapienza
e non perdona ai mortali di superare la linea di fuoco
che separa il mondo superiore dalla realtà umana.
Ti aggirasti in labirinti e luoghi sconosciuti di quel bosco
come quando si vaga nei meandri oscuri dell’intelletto,
senza sapere cosa avresti trovato in quella natura vergine.
Un profondo e inesplicabile impulso ti guidò alla pura fonte
dove la dea Artemide circondata dalle sue ninfe si bagnava,
luogo di verità che raramente allo sguardo mortale si concede,
disvelamento del Vero in un’ineffabile visione del Bello in sé.
La sapienza divina è una trappola mortale per l’ego,
toccarne la soglia comporta l’estinzione dell’individualità,
è immergersi nel tutto per scomparire e diventare quel Tutto
che è sorgente creativa e manifestazione di ogni cosa.
In quella contemplazione moristi e rinascesti, Atteone,
e non ci fu mai fine più bella e gloriosa per un uomo,
con lo sguardo della dea che diventava bacio mortale,
veleno per il tuo io ed elisir di rinascita a nuova vita.
Contemplare la natura e coglierne la segreta essenza
è abbattere quella barriera che ci separa da essa,
diventando la natura stessa con la sua forza dirompente,
nell’impareggiabile bellezza della sua segreta anima.
Può capitare che ci catturi l’amore per una realtà più alta
fino al punto di dimenticare noi stessi e diventare quella,
ma tale esperienza richiede di pagare un alto prezzo.
La condanna per te, Atteone, fu di trasformarti in cervo
per essere alla fine cacciato e divorato dai mastini,
figli della natura madre crudele e innocente a un tempo.
Ma solo così ti fu dato di poter trascendere te stesso,
trasmutandoti da uomo mortale in sapienza divina.
Il filosofo Giordano Bruno ci ha aiutato a comprendere
la tua storia di appassionata ricerca dell’inviolato Vero.
Quella era anche la sua storia, votata all’eros platonico,
percorsa da un anelito di verità senza fughe e compromessi.
Con l’animo del cacciatore che procede audace e impavido
Bruno ci ha mostrato che si può combattere per ciò che vale
anche quando il prezzo di quell’impresa è il più estremo.
Non poterono le fiamme del rogo estinguere il fuoco dell’eros,
la forza di quella passione che ci eleva alle vette più alte,
dove ogni parola è insufficiente a descrivere la Luce in sé.
Le ceneri alla fine si disperdono e scompaiono nel nulla,
come accade a tutto ciò che non è destinato a durare.
Il fuoco filosofico invece arde in eterno ad illuminare la via
per chi, nella ricerca del Vero, non teme di perdere sé stesso.
31 ottobre 2022


72 Oltre il principio di polarità
L’uno non sarebbe l’uno se non ci fosse anche il due.
Una realtà si definisce solo se c’è la possibilità di un rapporto.
Se immaginiamo l’uno come un punto dobbiamo pensarlo inesteso,
né disco né sfera, perciò una realtà priva di qualsivoglia grandezza,
un concetto contraddittorio se riferito al mondo concreto dei sensi.
L’uno è un ente reale solo quando viene immaginato in una spazialità,
dove è concepibile una differenza che ne stabilisce posizione e confini.
Solo quando il primo numero si rapporta e si distingue da un secondo
si determina una prima distanza tra diversi, uno spazio degli eventi,
un luogo dove qualcosa può accadere nel movimento tra opposti.
Dalla prima dualità seguiranno poi altri numeri e grandezze,
calcoli e operazioni di moltiplicazione e divisione, all’infinito.
Questo è il principio della polarità che vediamo in azione nel mondo,
da cui si generano tutti i fenomeni in una variazione inesauribile.
Osservando il gioco degli opposti che ovunque si manifesta,
tenendo presente che la radice di ogni cosa è l’unità originaria,
capiamo però che nella separazione tra opposti c’è un problema:
la dualità implica frammentazione, limitazione, parzialità e non verità.
Nulla di ciò che è incompleto può avere forza, bellezza e autonomia,
nessuna parte può rappresentare il senso dell’intero cui appartiene.
Una realtà viene ad essere solo grazie alla presenza del suo opposto:
se c’è il vero è perché l’esistenza del falso glielo permette e viceversa,
Ciò significa anche che le istanze in opposizione sono un’unica cosa,
un intero che nella dicotomia dualistica si mette in movimento e si articola,
ma che solo in apparenza si sdoppia in fenomeni dai caratteri incompatibili.
Ogni coppia di opposti inoltre può sempre produrre una realtà nuova.
I due poli di una batteria si respingono, si oppongono e si combattono,
ma al tempo stesso concorrono al fenomeno della corrente elettrica.
Non potendo esistere e operare indipendentemente l’uno dall’altro
gli opposti devono comporsi in un accordo più profondo e dialettico,
dando vita ad una realtà che non era prima in essi contenuta,
sintesi e trascendimento delle limitazioni di entrambe le parti.
Gli antichi definivano ‘diabolico’ tutto ciò che divide e separa,
ma sapevano che il principio diadico della suddivisione
moltiplica, svolge e mette in movimento la primitiva unità
che altrimenti rimarrebbe statica e chiusa in sé stessa.
Il negativo e il positivo sono realtà interdipendenti,
due approcci e due modi diversi di osservare le cose,
entrambi necessari perché sia colta la verità del reale.
Da tutto questo discende anche il nostro compito di uomini:
cercare l’unità che si nasconde in tutto ciò che accade.
Collegare, riconciliare, rimettere insieme le realtà separate
è qualcosa che può essere fatto solo dalla coscienza umana.
Trovare l’unità dietro l’apparente divisione è un mettere ordine
sia fuori sia dentro di noi per dare senso al nostro vivere,
è un passare dal caos al cosmo, un vero atto di creazione.
Il mondo della dualità va conosciuto in ogni suo aspetto,
perché può essere trasceso solo ciò che è stato vissuto.
Poi deve essere intrapreso il cammino per superare la polarità
che sempre inganna e vela la comprensione dell’intero.
Qui possiamo tornare ancora una volta all’antica sapienza greca
riprendendo il famoso enigma che la Sfinge pone ad Edipo,
mito che simbolicamente descrive il percorso di vita dell’uomo.
Ogni individuo vive tre età che sono altrettanti livelli di coscienza:
l’essere umano costituito dapprima dai quattro elementi come corpo
diventa poi conscio del mondo della dualità usando il suo intelletto
per ricomporre tutta la sua realtà in unità consapevole come spirito.
L’uomo saggio muove sempre alla riconquista dell’intero,
non essendo più ingannato dal divenire delle cose nel mondo.
Il frammento individuale ha compreso il gioco degli opposti,
ne vede la bellezza, la complessità e il profondo significato,
ha capito il senso del proprio vivere e il cammino che lo aspetta,
ora sa come ritornare all’unità che tutto abbraccia e trascende.
3 novembre 2022


73 Da burattino a spirito libero
Nato dalla materia informe della natura,
plasmato dall’intelligenza di un padre demiurgo
venivi alla luce come un semplice burattino
ansioso di conoscere il mondo e i suoi segreti.
Ogni essere umano è dotato della visione
dell’occhio interiore che conduce alla sapienza,
ma il primo sguardo non cade mai su sé stessi.
Il mondo è troppo bello, vario, ricco di sorprese
e da ciò l’irrefrenabile desiderio di percorrerlo
facendo esperienze, incontrando cose e persone.
La vera conoscenza di sé arriva solo più tardi,
culmine di una ricerca che prima indaga la realtà
per poi giungere alla scoperta dell’io perduto.
Il cammino è lungo e difficile, pieno di ostacoli,
segnato da continue cadute, morti e rinascite.
È il percorso della coscienza individuale
che conduce dall’essere meccanico all’uomo
e non sempre è coronato da successo.
Fu quindi l’esperienza del mondo materiale
la prima forma di coscienza del tuo io.
Correvi qua e là come burattino scatenato,
innamorato della vita e incurante del domani.
Tra entusiasmi infantili, ingenuità ed errori
venivi a conoscere la verità del mondo,
con le sue gioie e dolori, rivelazioni e divieti.
L’uomo-burattino non è ancora padrone di sé,
si muove dominato dagli impulsi e dalle emozioni,
vive nell’attimo senza una meta o un progetto.
È il momento esaltante di una libertà immatura
che deve essere ancora forgiata dalle esperienze.
La vera libertà potrà essere col tempo conquistata,
ma solo nella piena coscienza e ad alto prezzo.
Le vicende della tua storia furono tante e strane,
sarebbe lungo e inutile raccontarne i particolari
perché in fondo esse ricalcano quelle di tutti noi
e alla fine ciò che conta è la meta di quel viaggio.
Le tue mutazioni interiori si rivestivano di forme,
entità reali o immaginarie, oniriche o fiabesche.
Ecco la fata dal colore turchino, la tua anima pura,
che amorevole doveva attendere mille accadimenti
prima che tu potessi intendere le sue parole di saggezza.
Nelle vesti di un molesto insetto ecco invece la tua ragione,
pronta a redarguire, indifferente alla tua gioia di vivere,
impegnata a ricondurti all’ordine per vivere nel timore.
Poi le emozioni, le sensazioni, i desideri e i sogni,
troppo volubili e ingannevoli per ascoltarne i consigli.
Nel travestimento di astuti felini le passioni ti traviavano,
ti portavano a vedere i bassifondi delle relazioni umane,
ti mostravano le insidiose trappole e le miserie del mondo.
Ma questo era al tempo stesso un’importante lezione di vita:
qualcosa può farci del male solo se noi glielo permettiamo
rimanendo succubi del groviglio di passioni scomposte.
E intanto avveniva che le incolte e acerbe emozioni
pian piano diventassero profondi e maturi sentimenti.
Fu poi un inafferrabile, intrigante essere luciferino
a muovere in te le brame che più ci allontanano dall’anima.
Ti trovasti in un paese luccicante che offriva infiniti piaceri
oltre ogni regola freno e misura, la più tremenda non libertà
che solo la schiavitù del corpo può insegnarci con dolore.
Alla fine eri precipitato nello stato di incoscienza animale
che non è mai la via di chi aspira a diventare uomo.
Toccato il fondo rimaneva solo l’annichilimento o la risalita
e qui un primo barlume di coscienza ti preparava al risveglio.
Riemergendo dal buio degli inferi tornavi di nuovo alla luce
in un’ultima rinascita frutto della volontà ormai consapevole:
nel ventre del grande pesce incontravi morte e vita insieme,
tornando rigenerato come figliol prodigo dal padre in attesa.
L’anima redenta gettava un nuovo sguardo sul mondo
mentre la tua vecchia identità cadeva a pezzi nella polvere.
Tu uomo liberato dall’abito meccanico, non più folle burattino,
figlio di una seconda nascita in una realtà spirituale superiore,
cominciavi un nuovo e più consapevole viaggio nel mondo.
La tua storia Pinocchio non è che la storia di ciascuno di noi,
simbolo universale del percorso di vita oltre la meccanicità
che fa nascere sulle spoglie di un burattino abbandonato
lo spirito libero dell’uomo che ha riconquistato sé stesso.
9 novembre 2022


74 Dialogare senza giudicare
Ricordo quel giorno nell’agorà quando incontrai per la prima volta
quell’uomo singolare e inafferrabile che si chiamava Socrate.
Quello che vidi mentre parlava fitto con alcuni interlocutori
che si erano raccolti curiosi e interessati intorno a lui
fu che non giudicava nessuno, non pronunciava sentenze,
non si atteggiava a maestro dispensatore di dottrine e verità,
a differenza di molti retori della Sofistica che giravano in Atene.
Socrate poneva una pungente domanda e invitava a rispondere
senza imporre una conclusione già pronta e predestinata,
perché lui stesso con passione prendeva parte alla ricerca.
È difficile spiegare come il suo dialogare suonasse nuovo
e quale senso di libertà e fiducia quella situazione ispirasse.
Io mi ero avvicinato pieno di timori a quell’uomo misterioso
che molti descrivevano come un sofista abile e ingannatore.
Ne vedevo la forza dirompente, l’intelligenza pronta e l’ironia sottile,
ma questo all’inizio mi dava un senso di disagio e spaesamento,
mi costringeva ad uscire dal rassicurante orticello delle certezze
nel quale conservavo con cura i valori coltivati dalla comunità.
Fu frequentando quell’uomo più volte che cominciai a capire
che per conoscere davvero una persona devi lasciare da parte
i tuoi pregiudizi, le tue paure e quello che gli altri ti hanno raccontato.
Vale per ogni realtà ed esperienza che per comprendere a fondo
devi avvicinarti a ciò che osservi con occhio puro e mente libera,
altrimenti incontri solo il groviglio delle tue incrostate convinzioni.
Imparavo poi che non si deve mai temere il confronto con gli altri,
perché solo dal ragionare in comune può scaturire una verità più alta.
E se qualcuno controbatte la tua opinione in modo fermo e puntuale
devi solo rallegrarti perché vuol dire che lui ti sta davvero ascoltando,
ti offre il suo tempo e la sua intelligenza, entra in gioco con te nell’agone.
Non sono mai diventato un discepolo di Socrate eppure lo sono lo stesso.
Lui mi ha insegnato una cosa fondamentale che porterò sempre con me:
la capacità di ragionare insieme senza giudicare l’altro.
Certo noi formuliamo dei giudizi ogni volta che affermiamo qualcosa,
ci esprimiamo su ciò che ci sembra buono o cattivo, giusto o sbagliato.
Ma se una persona per addolcire il latte usa il sale invece del miele
e noi le diciamo che sbaglia stiamo solo constatando un fatto oggettivo,
stiamo giudicando errata l’azione, non la persona che la compie.
È una lezione importante per chi voglia costruire relazioni umane
non distorte da presunzione, violenza e denigrazione degli altri.
Socrate poteva utilizzare l’ironia per far capire meglio un concetto,
per sdrammatizzare un fatto, per porre all’attenzione un problema,
ma non disprezzava nessuno e ascoltava tutti senza giudicare,
accogliendo l’ingenuità, la contraddizione e l’ignoranza altrui,
con l’idea che tutti siamo più o meno ignoranti e irragionevoli.
La sapienza è solo del dio – diceva -, a noi rimane di costruire
un sapere tutto umano, coscienti di avere dei limiti non superabili.
Dobbiamo tuttavia dedicare ogni energia alla ricerca del vero,
perché la nostra vita possa essere degna di essere vissuta.
Parlando con Socrate ti sentivi sciolto dai pesanti ceppi del giudizio
e imparavi a tua volta a rispettare gli altri in tutte le loro espressioni.
È importante che la relazione sia orizzontale, che non ci siano maestri
che salgono in cattedra e discepoli che sono solo schiavi indottrinati.
Sono l’amicizia, la comunanza, la partecipazione ad un progetto comune
le chiavi di uno arricchimento reciproco senza paura e sottomissione.
Pensare che alla fine non c’è chi ha ragione e chi ha torto in assoluto
è liberatorio, permette di accogliere e apprezzare ogni modo di essere,
previene di diventare i carcerieri del pensiero di chi discorda da noi.
Socrate mi insegnò queste cose senza che mai gli rivolgessi la parola.
Mi limitavo ad ascoltare e per timidezza mi nascondevo nel gruppo,
ma intanto imparavo da discorsi e situazioni e cambiavo interiormente.
Tante mie granitiche certezze cadevano come un castello di carte,
ma non c’era afflizione, al contrario provavo un entusiasmo nuovo,
la sensazione di essere libero di esplorare ogni aspetto della vita
senza dottrine, tavole della legge, divieti e guardiani della verità.
Ho imparato così tante cose che è come aver vissuto più vite.
Qui posso parlare solo per brevi cenni di alcuni lampi di intuizione
che conservo nello scrigno prezioso della memoria:
La lezione arriva a te solo se sei pronto a riceverla con cuore aperto,
mente curiosa e desiderio di vivere per la verità.
Insegnare e imparare procedono sempre insieme, perché alla fine
tutti siamo maestri e discepoli allo stesso tempo.
Se una parola è parola di verità non conta chi la pronuncia.
Il dialogo è ponte fra diversità e incontro dei portatori di pace.
Tutti cambiamo le vite degli altri con le parole, spesso senza saperlo.
Intelligenza è giudicare le idee, non le persone che le manifestano.
Saggezza è arrendersi a ciò che è vero, senza aggrapparsi al conosciuto.
Sapienza è sapere che il non sapere è il primo passo per sapere.
11 novembre 2022


75 La parola dell’essere
Abbiamo smarrito la parola che sa dire l’essere.
Fu il Mito a offrire alla Filosofia il suo primo linguaggio,
fornendo un ricco mondo di immagini, storie e simboli.
Da lì la nascita del logos filosofico che indagava l’essere
mantenendo in stretto rapporto la parola e l’esistenza.
Per gli antichi era naturale che la verità fosse raccontata,
la parola era sempre pregnante, viva, legata alla realtà.
Mythos era dunque il racconto che rivelava l’essere,
come nella tragedia, rito collettivo che metteva in scena
le storie, i simboli e i valori ancestrali dell’identità ellenica.
L’uomo antico non separava pensare ed essere,
il suo era un pensiero concreto, ricco di immagini,
la parola era costitutiva della realtà, era sostanza.
Oggi invece il dualismo che informa il nostro pensiero
ci dà una parola impoverita e staccata dalla vita,
un logos vuoto, incapace di dire l’essere delle cose.
La pregnanza della comunicazione degli antichi
incarnava l’idea di un logos che non è solo concetto.
Nel mondo mitico e filosofico la parola era la cosa,
non era ancora diventata semplice strumento del fare,
recava con sé tutto un mondo di intuizioni e rivelazioni,
una sacralità e una pienezza che ne fondavano la verità.
Oggi invece diamo valore alla fredda parola che descrive,
vogliamo definire ogni cosa con l’esattezza del calcolo
e così rendiamo l’essere e il pensare momenti separati,
con l’esistenza sottomessa agli schemi della ragione
e un linguaggio che ha dimenticato la via dell’essere.
Parmenide dà inizio a una nuova filosofia che si impernia
sull’éinai, l’essere inteso come l’atto assoluto di esistere.
C’è un’ “ingenuità” che ancora non divide essere e pensare,
L’éinai è un fatto assolutamente evidente e necessario,
che si impone alla ragione come pienezza dell’esistere.
La sola via valida è dunque quella che afferma l’essere,
non avendo il non essere e la doxa alcuna credibilità.
Nel suo Poema Parmenide ricorre al linguaggio mitico,
ma la sostanza delle sue parole è puramente filosofica.
Dominano figure femminili di cavalle, fanciulle e deità,
simboli di palingenesi e rinascita, di iniziazione al vero.
Anche la verità è femminile, è il non nascondersi dell’essere,
lo svelarsi a colui che con animo ha intrapreso il viaggio.
È un cammino verso la luce raccontato nei termini del mito,
nella forma comunicativa che gli antichi sentivano naturale.
Tuttavia l’essere non può esser visto in quanto tale.
Pur offrendosi come il fatto più ovvio, certo e innegabile
si nasconde, si offre, si sottrae e si mostra in un gioco infinito
di segni, indizi, sensazioni e percezioni dove tutto è reale
e al tempo stesso è solo apparenza seducente e ingannevole.
Tocca alla ragione vedere in quella complessità oltre il velo
ciò che è comune a tutto e rimane stabile oltre le apparenze,
ciò che è sempre presente in ogni movimento del pensiero.
Qualcosa lega in una trama essenziale le innumerevoli forme
continuamente cangianti allo sguardo che vede solo il divenire.
È l’atto immediato e assoluto con cui l’essere a noi si rivela.
Quello è il principio ingenerato, imperituro, perfetto e compiuto,
l’éinai che la parola umana cerca sempre di dire e raccontare
con un linguaggio che oltrepassi la mera funzione di strumento
e si faccia capace di catturare la realtà ultima di ciò che è.
12 novembre 2022


76 Amor fati
Amor fati. Posso amare il mio destino?
Posso accettare semplicemente ciò che è?
Posso vivere pensando che quello che accade
è stato da me voluto e desiderato e creato,
vedendo in me stesso l’autore dell’opera?
In un suo celebre aforisma Friedrich Nietzsche
riprende un problema profondo e inquietante
che definisce come il più abissale dei pensieri:
la concezione del tempo degli antichi Stoici,
conosciuta come ‘eterno ritorno dell’uguale’.
Nella visione panteistica stoica il Logos-Dio
si manifesta infinite volte come mondo,
ma ritornando sempre uguale a sé stesso
perché essendo perfetto non può mutare.
Non una foglia o un granello di polvere
potranno mai esistere in un modo diverso
da come è da sempre nell’eterno Logos.
E così anche l’uomo e la storia e gli eventi
dovranno necessariamente ripetersi uguali
in ogni nuova manifestazione del divino,
nel ciclo cosmico di creazione e distruzione,
senza possibilità di variazioni o capricci del caso.
È la verità, scrive Nietzsche, che un demone,
strisciando furtivo nella notte, rivela all’uomo
come il segreto più grande e tremendo.
Tutto ritorna e anche questo attimo tornerà,
nel medesimo modo e in ogni minimo dettaglio,
nella ruota del tempo che gira senza fine.
Un fato implacabile governa un cosmo
dominato dalla necessità e dalla legge dell’ordine
e nulla potrà mai cambiare questo stato di cose.
L’annuncio del demone toglie per sempre la pace,
è come aver aperto un vaso di Pandora
e aver svelato il volto più tragico della vita.
Se tutto si ripete in circolo non c’è più uno scopo,
non essendoci più direzione scompare ogni senso.
Il nulla che ci sta di fronte preclude ogni possibilità
e con essa la nostra singolarità e autonomia.
Le parole del demone diventano per l’umanità
una irrimediabile, nichilistica condanna finale,
un mortale colpo ai miti di libertà e progresso.
Ma questa rivelazione che turba e sconvolge
per Nietzsche deve diventare l’occasione
per la nascita di un uomo nuovo sulla terra.
Proprio il momento della più cupa tragedia
può essere la prima luce dell’alba di un risveglio.
Con un rovesciamento di prospettiva sulla vita
l’uomo deve arrivare a trascendere sé stesso,
nella metamorfosi da uomo a oltreuomo.
Dalla sconvolgente visione del nulla incombente
si può trarre il coraggio per un salto di coscienza,
assumendo la totale responsabilità del proprio destino,
perché non c’è nessun dio o fato a dirigere il mondo,
nessuna ragione superiore determina la nostra vita.
Ciò che viviamo è frutto solo della nostra volontà
che lotta nel mondo con l’innocenza del divenire.
Di fronte alla mancanza di significato delle cose
dobbiamo diventare noi stesso i creatori di senso,
uomini di un nuovo sentire che incarna l’amor fati:
vivere l’attimo nella massima pienezza e gioia;
dire di sì alla vita accettando tutto ciò che viene;
accogliere il bene e il male con forza e fierezza;
amare il destino di cui noi stessi siamo creatori;
rendere eterno l’attimo con il fiat lux della volontà;
vincere la tragedia del vivere con il riso del liberato.
L’Amor fati getta una luce sull’enigma dell’esistenza.
Distrutte le certezze delle morali e della scienza,
abbattuto il mito di una divinità che regge il mondo,
rimane sulla scena un superuomo che crea, vuole,
abbraccia il suo destino in modo incondizionato.
Ed è il riso che accompagna la gioiosa accettazione
di ciò che è. Un cammino senza fine nell’eterno ora.
16 novembre 2022


77 L’Uno al di là dell’essere
-Lo splendore della luce rischiara le anime confuse e perse negli abissi della materia quando una profonda nostalgia le assale e un fuoco sacro le ispira volgendole alla ricerca dell’Uno… Parole simili si dice che il filosofo rivolgesse ai suoi discepoli per descrivere con il povero linguaggio umano la visione del glorioso ritorno dell’uomo al Primo immortale.
-Sappiamo qualcosa di particolare della vita di questo singolare pensatore?
-Plotino non voleva ci fosse di sé alcun ritratto o biografia, perciò noi rispettiamo la sua volontà e ci concentriamo sulle sue idee.
-Sì, ma perché voleva essere una sorta di uomo “senza storia”?
-Rifiutava di sé ogni immagine e racconto per vivere nella più assoluta semplicità, cosa che considerava la più desiderabile forma di vita per un uomo, la più vicina all’Uno.
-Ho letto qualcosa della filosofia plotiniana, ma la trovo difficile, mi sembra troppo distante dai problemi e dalla sensibilità del mondo contemporaneo.
-È sicuramente una metafisica impervia e complessa, ma, proprio perché è un pensiero “altro” rispetto a quello omologato che oggi prevale nella nostra società, può avere una sua forza dirompente…
-…e quindi può apparire paradossalmente attualissimo.
-Sì, il pensiero che cerca la verità è sempre nuovo e antico ad un tempo, non invecchia e non passa di moda, è una sfida che percorre i secoli e si rinnova ogni volta che un’intelligenza la accoglie.
-Qual è il concetto più originale delle Enneadi?
-È certamente quello dell’Uno. Il mondo greco ha sempre cercato di spiegare la molteplicità e per questo ha costruito una grandiosa metafisica dell’essere. I molti si possono spiegare solo riconducendoli ad uno o più principi che li unificano. Plotino porta avanti la riflessione di Platone e Aristotele con quella che chiamiamo la metafisica dell’Uno.
-In effetti, di fronte ad ogni realtà ci chiediamo che cosa le dà l’unità, qual è il principio unificatore – come l’idea, la forma, la sostanza, ecc. – che ad esempio fa essere ‘albero’ quell’ente composto da tronco, radici, foglie, rami, gemme, frutti, linfa, ecc.
-…Come accade per un’orchestra, una famiglia, un esercito o un corpo vivente, qualcosa unifica le parti e le compone creando una realtà di livello superiore. Ciò che dà unità a una molteplicità, dice Plotino, è propriamente ciò che dà l’essere e genera. Una cosa riceve l’essere dal principio unificatore che le conferisce il suo stato ontologico e le permette di definire se stessa.
-Quindi l’unità viene prima dell’essere, lo supera e ne è la causa generatrice.
-È proprio così per Il nostro filosofo. Se risaliamo all’Uno-Tutto come suprema Causa di ciò che è possiamo dire che l’Uno viene prima dell’Essere, è il vero primo Principio, è la Realtà ultima che fonda ogni altra realtà transeunte del sensibile e dell’intelligibile..
-Ma se l’Uno è Prima causa di tutto ciò che esiste, è quindi Dio?
-Possiamo certo usare questa parola tenendo presente però che quella plotiniana è una ‘gnosi’ filosofica, non una gnosi religiosa e che egli non intende assolutamente l’Uno-Dio come persona. Il suo è un sistema filosofico in cui non sono contemplati la fede e il credere come nelle religioni, ciò che conta è comprendere, capire la realtà dell’Uno per ciò che è possibile nei limiti della ragione umana.
-Qui però c’è un punto che mi confonde: se l’Uno è al di sopra dell’essere, che cosa è? O meglio, come fa ad ‘essere’ qualcosa se si pone oltre l’essere? È o non è? Essere o non essere?
-In effetti questo è uno dei concetti più ardui della filosofia di Plotino che apre la via a quella che in seguito sarà chiamata “teologia negativa”.
-Ho presente molti mistici che hanno affermato la stessa cosa: di Dio non puoi dire ciò che è, puoi dire solo ciò che non è…
-Dell’essere puoi dire ciò che è perché si determina e si definisce, si differenzia e si particolarizza nell’ambito del molteplice. Dell’Uno non si può predicare nulla perché essendo al di là dell’essere non rientra in nessuna categoria del sensibile e dell’intelligibile. In questo senso dell’Uno non si può dire né che è né che non è. È oltre ogni oltre senza essere oltre e senza essere l’essere. Come vedi le parole sono impotenti a definire l’indefinibile che sfugge a ogni tentativo del pensiero. Un enigma che trascende le possibilità umane di comprendere.
-E quindi, poiché il pensiero pensa sempre qualcosa, cioè l’essere, se il Primo principio è al di là dell’essere non lo si può in nessun modo concepire e pensare. Si può solo usare un linguaggio ‘negativo’.
-Esattamente. Vedo che ti sei già posto nella visione plotiniana. Aggiungiamo che il pensiero non può cogliere l’Uno anche perché il pensare richiede sempre lo sdoppiamento tra soggetto e oggetto, tra pensante e pensato, una dualità che non è compatibile con il Principio di Unità.
-Una filosofia davvero profonda e raffinata. Ma qual è il vantaggio di pensare il Primo principio come qualcosa che è più simile al nulla che all’essere come noi lo concepiamo?
-Il concetto di Uno è ovviamente il frutto di un’alta e sottile speculazione filosofica, contiene una necessità connessa ad un rigoroso ragionamento: ciò che ha una forma si mantiene nella sua identità e diventa causa solo in senso relativo, in base al suo essere particolare; solo ciò che è senza forma può essere causa di sé e di qualsiasi determinazione. Solo dall’Informe Assoluto possono nascere infinite realtà in una creatività senza limiti.
-So che Plotino cerca comunque di “descrivere” l’Uno, usando espressioni e parole di un fascino straordinario…
-… e toccando davvero i limiti del pensiero umano che non può spingersi oltre perché condannato a muoversi solo entro il recinto dell’essere. Le Enneadi sono piene di riferimenti e “definizioni” dell’Uno: Dio, Primo principio infinito, illimitato, privo di forma ed essenza; Causa prima inesauribile, impensabile e inconcepibile, al di là dell’essere e di ogni determinazione. L’Uno è Principio di unità che pone sé stesso senza causa, non dipendendo da spazio, tempo, condizioni e categorie. È il Primo senza secondo, l’assolutamente Altro, il Senza-forma ineffabile di cui si può dire solo ciò che non è, fonte senza limiti di ogni realtà, mistero che oltrepassa e rende inane la parola…
-C’è davvero qualcosa che affascina in queste espressioni che nelle opere del filosofo assumono il carattere di un volo lirico e poetico di incredibile potenza e bellezza…
-Ecco, vedo che anche tu cominci a sentire un poco quella nostalgia di cui parlavo all’inizio cercando di imitare il linguaggio plotiniano. Perché il concetto di Uno di questo maestro è solo il primo passo di un lungo cammino filosofico. Ma questa è un’altra pagina che merita di essere approfondita in una prossima occasione.
-Una nuova puntata come in una specie di serial filosofico? Sono d’accordo! Ormai catturato dalle grinfie di Plotino voglio coraggiosamente andare fino in fondo e vedere dove ci porta questo sorprendente itinerario del pensiero…
23 novembre 2022


78 Perché
La nostra intelligenza si libera e diventa autonoma
quando cominciamo a chiedere delle cose il ‘perché’.
Il nostro pensiero prende forma su un terreno mitico
fatto di narrazioni, favole e storie che raccontano
immagini, personaggi e vicende, creando un teatro
animato dalla potente forza di un linguaggio
che è il primo “dire” con cui interpretiamo il mondo.
È un primo sapere che proviene da fuori di noi,
carico di idee e significati assunti in modo irriflesso.
Ma viene un momento nella vita di ogni individuo
in cui spunta la fatidica domanda, il primo “perché”.
Quello è l’inizio della ricerca e dell’autentica libertà.
Ora io non accetto più solo di ascoltare e ripetere,
ogni cosa deve passare al vaglio del mio giudizio,
deve confrontarsi con la mia intelligenza e sensibilità.
Adesso voglio entrare in prima persona nell’agone,
con la mia esperienza e le armi affilate della logica.
È un passo decisivo che apre ad una via senza ritorno:
nulla può fermare colui che ha assaporato la libertà
del pensare, del domandare, del volere, del sentire.
Così nacque il pensiero filosofico nell’antica Grecia.
Con un gesto rivoluzionario fu posto quel primo “perché”,
voce di un uomo nuovo che ormai senza soggezione
voleva indagare la realtà per intenderla con la propria ragione.
Omero ed Esiodo avevano raccontato il mondo nei loro carmi,
avevano tramandato un patrimonio di valori e di sapienza.
Ma, pur nel rispetto di quei grandi poeti e maestri di vita,
il nuovo Perché scavava come un tarlo e reclamava risposte.
Le parole del poeta possono essere un nettare benefico,
ma io devo poter spiegare perché le ritengo giuste e vere.
Solo io posso fondare la loro autorità, non la tradizione.
E che esse abbiano o no un significato per la mia vita,
nessun altro può saperlo e giudicarlo, tranne me.
Questa è da sempre la forza creatrice della Domanda
che si incarna nella semplice e potente parola ‘Perché’.
Il Perché ci libera dalle catene del facile conformismo,
ci sottrae alla soggettività volubile di sensi ed emozioni
per liberare una ragione che si confronta apertamente.
Il Perché frequenta e dischiude nuovi mondi di senso,
è una scossa salutare nelle acque stagnanti del sapere
quando ci si rifugia nel conosciuto per non affrontare il nuovo.
Ponendo quella Domanda diventiamo pienamente umani:
riconosciamo la nostra ignoranza e la nostra finitudine,
al tempo stesso proclamiamo la nostra libertà di pensare
che è la cosa più preziosa, il retaggio della nostra progenie.
Non è mai una colpa il non sapere, lo è il non domandare,
vivere la vita senza quel Perché che la rende giusta e degna.
Dal primo Perché che la filosofia antica ci ha insegnato
sono fiorite nei secoli innumerevoli arti, tecniche e scienze.
Come un grande fiume che si dirama in molti rivoli
la Domanda ha intrapreso un cammino interminabile,
aprendo nuove vie di indagine per infinite questioni.
Il Perché è diventato scientifico, matematico e tecnico,
col passare del tempo si è profondamente trasformato,
emarginando il mondo mitico e poetico delle origini
per una realtà del disincanto, della ragione calcolante.
Ma se oggi il ‘perché’ tecnico appare onnipervadente
non dobbiamo mai smarrire il Perché esistenziale
che è il solo a cercare sempre il senso delle cose
e al quale siamo destinati inevitabilmente a ritornare.
È ancora quel Perché degli antichi che ci fa interrogare
sulle cose e le esperienze, sulle idee e i valori e i misteri,
su ciò che pensiamo e facciamo e sui nostri fini ultimi,
con la radicalità e l’universalità che sono proprie della filosofia
quando essa si pone al servizio dell’uomo e della verità.
28 novembre 2022


79 La caverna dell’ego
Dobbiamo sempre tornare alla caverna di Platone,
perché il suo mito è una delle più belle metafore
che siano state concepite dal pensiero filosofico.
Platone riprende dall’antica tradizione dell’Orfismo
l’idea di un’anima immortale caduta per una colpa
giù nel mondo sensibile, nella prigione del corpo.
La materia è regno di oscurità, errore e confusione,
luogo infero senza possibilità di virtù e di riscatto.
Il corpo è dominato dal desiderio e dall’impulso,
sordo ai richiami della ragione diventa un velo
che offusca lo sguardo dell’anima e la incatena.
Nel mito platonico il corpo è proprio quella caverna
che tiene gli uomini nella prigionia dell’illusione.
Solo un gesto di libertà può essere la via salvifica
che scioglie dai ceppi e ridona la vista della luce.
La caverna è quindi allegoria del mondo sensibile,
del corpo, dell’opacità dei sensi e del pensiero,
di ciò che fatalmente ci vincola alla materialità.
Ma la forza dei miti è che la loro interpretazione
offre una pluralità di prospettive e significati
che si adattano ai tempi e alle nuove sensibilità
Possiamo dunque reinterpretare la caverna
con un linguaggio più vicino al nostro sentire,
facendone simbolo del nostro ‘ego’, il falso io,
che distorce la realtà e la chiara visione del sé.
Uscire dalla prigione sotterranea significa liberarsi
dall’ignoranza e dal miraggio di un’identità fittizia,
quella di un ego irreale costruito dal pensiero
su un cumulo di desideri, sogni, speranze e follie,
per ritrovare l’io perduto, la nostra vera essenza,
la coscienza di sé che si offre limpida e luminosa
La struttura egoica rivela la sua inconsistenza
quando ne vediamo il costruirsi e il mutare nel tempo,
perché ciò che è acquisito è destinato a non durare,
mentre ciò che è da sempre permane nel suo essere.
È una costante auto-osservazione a spazzare via
false idee e pregiudizi, paure e inibizioni, sogni e chimere,
per ritornare al vero io, consapevolezza sempre-presente,
pura visione di una realtà personale chiara e semplice.
L’ego è una formazione psichica che deriva dal passato,
è la stratificazione di esperienze, idee e concetti
che costruiscono quella che chiamiamo personalità,
la maschera esteriore della nostra identità sociale.
Noi siamo coscienza – questa è l’unica assoluta certezza -,
siamo la realtà prima e indubitabile che chiamiamo ‘Io’.
L’intuizione della nostra essenza è una verità
che non ha bisogno di spiegazioni o dimostrazioni,
è il fatto esistenziale più immediato e innegabile.
Oltre il confine dell’io tutto si fa incerto e confuso,
ad esso si sovrappone un ego che prende il comando
e si smarrisce nel mondo con i suoi giochi e drammi.
Il nostro essere decade dalla consapevolezza di sé,
perde le ali e precipita nel fondo oscuro dell’ignoranza.
Qui ci è di grande aiuto l’immagine del mito di Platone,
con la caverna simbolo universale del buio dell’incoscienza
e insieme metafora della rinascita ad una luce riconquistata.
2 dicembre 2022

80 Perché il mondo
Perché c’è la realtà? Perché c’è il mondo?
È la questione che ha tormentato le menti
degli esseri umani da sempre nei millenni.
Ma per l’esistenza concepita nella sua totalità
questa è una domanda che non si può porre.
Finché si è all’interno della realtà stessa
si rimane in un dilemma senza uscita
o comunque in un circolo vizioso irrisolvibile,
come un gatto che vuole mordersi la coda.
La domanda ‘perché’ ha senso in un mondo
dove tutto è basato sulla legge di causalità,
per cui ogni cosa dipende sempre da un’altra.
Possiamo chiederci il perché di un fenomeno
solo se partiamo dall’idea che comunque ci sia
una interdipendenza di tutte le cose e i fatti.
Ma rimanendo nella prospettiva del relativo
troveremo solo catene di causa-effetto senza fine,
perché ogni evento rimanda sempre ad un ‘prima’.
Solo da un punto di vista assoluto, svincolato da tutto,
posto al di sopra della realtà e da essa indipendente
saremmo nello sguardo che abbraccia l’intero
in grado di sciogliere il mistero della vita e del cosmo.
Ma allora per l’assoluto non varrebbe più la causalità
che implica dualismo, tempo, rapporto e dipendenza,
movimento assoggettato al comando di una legge.
Il Principio primo non potrebbe essere condizionato
o costretto da ragioni o rapporti di ordine causale
essendo suprema Realtà libera e autofondante,
quindi la questione del ‘perché’ risulterebbe assurda.
La domanda sulla realtà ha certamente senso per noi,
dato che lo scire per causas è sempre il nostro modo
di spiegare e dare un significato a cose ed eventi,
ma questo approccio è valido solo per il particolare,
perché quando vogliamo indagare sulle cause prime
un limite invalicabile preclude ogni via alla ragione
La domanda sul mondo risulta quindi impossibile
quando si riferisce alla globalità di tutto ciò che esiste,
non potendo vigere e operare la legge di causalità
in una dimensione che non la contempla e la trascende.

Viviamo dunque in un cosmo senza causa conoscibile,
dove si può rendere ragione del fenomeno particolare,
non però del senso ultimo dell’esistenza in quanto tale.
Ciò significa che il mondo manifesta una illimitata libertà
e che l’essere delle cose è assoluto e incondizionato,
non riducibile ad alcuna dimostrazione razionale.
Per questo le Sapienze dell’India indicavano con Lila
il divenire cosmico nella grande Ruota dell’Essere.
Lila è il gioco divino di Maya che manifesta gli universi
in una creazione spontanea di innumerevoli mondi
senza che si possa umanamente vederne un fine.
Leggiamo nelle scritture degli antichi Veda:
«Egli non ha motivo di essere.
Allo stesso modo il mondo
è semplicemente un suo gioco

(Brahmasūtra II)
Il Principio divino manifesta infiniti universi come un gioco,
incanta i sensi e l’intelletto proiettando un mondo apparente,
ma rimanendo inviolato, del tutto indipendente e inconcepibile.
Maya è la grande danzatrice cosmica che seduce l’uomo,
lo incanta con i colori, i suoni e le forme infinite del vivente,
senza però che tutto questo abbia un perché o una causa.
Tutto è solo una danza delle cose e degli esseri nel tempo
in una libertà sconfinata che è creazione sempre nuova
e insieme illusione, apparenza, oblio e disvelamento.
Di fronte al divenire del mondo scompare ogni perché,
non c’è tempo né modo di investigare sulle cause ultime,
la totalità vive e gode di sé stessa, come anche noi uomini,
meravigliati di fronte alla sovrabbondanza di ciò che è,
spiriti eternamente in viaggio sulle misteriose vie dell’essere.
8 dicembre 2022

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