Filosofia oltre il Confine

Per gli amanti della Filosofia


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61 L’Homo faber
L’uomo è un essere che produce, è Homo faber.
Come afferma il filosofo Pico della Mirandola
nella sua famosa Orazione, manifesto dell’Umanesimo,
la capacità di “fare” rappresenta la dignità dell’uomo,
è il segno inequivocabile della sua identità e libertà.
Nella storia del pensiero molti filosofi hanno celebrato
questa peculiarità unica e distintiva dell’essere umano
che si manifesta in arti, tecniche, lavoro e cultura.
Agire e fare sono espressioni della creatività dell’uomo
che deve sempre esplorare, inventare, progettare, costruire.
Come un piccolo demiurgo ciascuno di noi produce,
esprimendo la libertà e l’autonomia che sono la nostra essenza.
Con il lavoro l’uomo provvede alla sua sopravvivenza,
un’ineludibile necessità che si origina nel corpo e negli istinti.
Poi però ci sono i bisogni della mente e dello spirito
che richiedono anch’essi di essere considerati e soddisfatti
e che si radicano in istanze interiori slegate dalla corporeità.
Dunque si possono distinguere due tipi di creatività:
quella rivolta alle cose e alla concreta realtà materiale;
quella che si volge all’immateriale e alla realtà spirituale.
La produzione materiale non ci eleva al di sopra degli animali.
Per quanto raffinate possano essere le tecniche e le arti,
ciò che muove l’individuo è la ricerca di cibo e sicurezza,
l’agire nasce dalle esigenze legate alla realtà del corpo.
È un aspetto della vita del tutto necessario e naturale,
che però diventando l’unico fine preclude altre possibilità.
La creatività immateriale o spirituale invece ci potenzia,
ci innalza al di sopra di tutte le altre specie viventi.
Qui, come ci ricorda Pico con le sue ispirate parole,
si manifesta la forza creativa della nostra libertà.
Quando l’uomo diventa davvero Homo faber e crea
si eleva con il suo spirito al di sopra della materia,
assurge ad una dimensione che va oltre la corporeità.
I bisogni materiali hanno una loro precisa funzione,
non vanno negati ma soddisfatti nella giusta misura.
Ma i bisogni di tipo spirituale oltrepassano il livello fisico,
non rispondono ad alcun istinto di sopravvivenza,
non sono strumenti al servizio dell’autoconservazione.
Qui si aprono le porte di un altro mondo che è solo dell’uomo:
creatività libera e disinteressata, volontà e azione incondizionate,
ricerca della pura bellezza nell’arte, nella musica e nella poesia,
amore per la saggezza, la sapienza e i più alti e nobili valori,
lavoro su di sé e cammino interiore per la propria crescita spirituale,
espansione della coscienza e affinamento della consapevolezza,
altruismo, gentilezza e senso di unità con tutti gli esseri viventi…
Sono solo alcuni esempi delle infinite possibilità della libera scelta
quando essa non è subordinata alle basse tendenze della corporeità.
La creatività materiale ha bisogno di un bilanciamento,
deve sempre accompagnarsi alla creatività immateriale
per sventare il rischio di giungere ad un estremo distruttivo.
L’istinto di autoconservazione spinge alla paura e alla difesa,
tende all’egoismo, all’appropriazione, alla sopraffazione,
sia nell’individuo sia nelle collettività sociali e politiche.
Da qui la necessità delle attività che definiamo spirituali,
artistiche, poetiche, legate alle religioni e alle filosofie.
Da qui l’agire disinteressato, non centrato sull’io e sul mio,
la visione panoramica che include tutto e tutti nel gioco,
l’attenzione al bene comune e alla felicità collettiva.
La creatività immateriale è il vero segno dell’Homo faber,
è un ponte che collega anima e corpo e ne fa un tutt’uno,
dove nulla viene disprezzato essendo comunque parte dell’intero.
La libera creatività risponde ad una profonda esigenza dell’uomo
che vuole rivendicare la propria identità spirituale.
Svincolato infine dalla pressione e dalla forza degli istinti
l’uomo come libero artefice può scegliere di forgiare sé stesso,
trasmutando interiormente il proprio sentire ed elevandolo
per inseguire un più alto e glorioso destino di trascendenza.
1 ottobre 2022

62 Sentieri senza mappe
Nella ricerca della verità ciascuno deve tracciare il proprio sentiero.
Non ci sono mappe o guide già pronte per il cammino interiore.
Sì tratta di esplorare un nuovo territorio che ci pone una sfida,
che ci attrae e ci spaventa ad un tempo, come tutto ciò che è ignoto.
Le grandi filosofie del passato danno grande risalto a questo fatto:
la via del ‘conosci te stesso’ è per sua natura personale e singolare,
non ci sono scorciatoie o espedienti che possano facilitare il compito,
la scelta e la responsabilità sono sempre della coscienza dell’individuo.
La verità è unica e immutabile, la meta ultima è la stessa per tutti,
ma le vie e i modi di raggiungerla sono di un’infinita diversità.
Le testimonianze di innumerevoli cercatori del vero lo confermano:
ogni cammino è sempre particolare, genuino e imprevedibile.
Ma se la ricerca è un’esperienza del tutto personale e soggettiva,
allora nessun sistema di pensiero o di credenze può essere d’aiuto,
nulla può condurre come un automatismo alle soglie della verità.
Ciascuno di noi vive in una società con peculiari caratteristiche
che definiscono i lineamenti della sua identità e i valori comuni.
Dobbiamo fare i conti con una tradizione che ci dà le coordinate,
i punti di riferimento e gli strumenti per interpretare il mondo.
Da qui i sistemi di pensiero e le credenze che ogni società elabora
con la finalità di educare e formare al meglio l’uomo e il cittadino.
Da qui il fiorire di morali, filosofie e religioni che si assumono questo compito
e sono in un primo momento indispensabili per lo sviluppo della persona.
La coscienza individuale si amplia nel contesto delle relazioni sociali,
col tempo si irrobustisce esplorando idee, valori e modi di vivere.
È una fase che però, per il vero cercatore, non può durare a lungo.
Viene il momento in cui l’amante del vero deve fare un salto
mettendo in discussione tutto ciò che gli è stato insegnato,
un gesto di libertà con cui comincia l’autentica ricerca.
Il sentiero della verità è solo per colui che ha abbandonato ogni credo,
lasciando alle spalle ogni sistema di pensiero, dogma e pregiudizio.
Solo una coscienza libera dal fardello delle cose apprese dagli altri
può avere quella libertà di esplorare che è essenziale per la ricerca.
Solo una mente e un cuore liberi possono detenere le chiavi del sapere
e lasciare fluidi i punti di vista sul mondo senza attaccarsi a nulla,
rinnovando continuamente lo sguardo sulla realtà oltre il conosciuto,
perché nulla deve diventare una gabbia per lo spirito libero che indaga.
La via della conoscenza è sempre unica e individuale,
è più un togliere e un liberarsi dai vincoli che un aggiungere lacci,
è sciogliere ciò che ci tiene aggrappati alle credenze del passato
per cercare una verità che deve essere assolutamente nostra.
Il cercatore che ha abbandonato ogni rassicurante certezza
alla fine è solo con sé stesso, totalmente responsabile di sé.
Senza aderire a nulla, senza mappe, volando libero e leggero
egli può investigare scavando nei misteriosi reami dell’interiorità.
Ora conosce il sentiero della vera rinuncia: spogliato di tutto,
tornato al punto zero dove conta solo ciò che è essenziale,
come nuda vigile coscienza adesso può vedere Ciò che rimane…
3 ottobre 2022

63 La musica delle sfere
Mentre ascoltava le note che si levavano dalla cetra,
osservando il musico che suonava con maestria,
Pitagora ebbe d’improvviso una grande intuizione.
Da allora anch’egli prese a sperimentare su un cordofono
misurando le linee, gli spazi e i punti di appoggio delle dita,
studiando le corrispondenze fra la lunghezza delle corde e i suoni
e il combinarsi di accordi e melodie con il ritmo scandito.
Tutto era regolato da perfette geometrie e rapporti matematici,
in un’armonia che non era solo quella della musica,
ma era la forma razionale e regolare dell’intero universo.
La corda premuta nel punto equidistante dagli estremi
produce un suono che sale esattamente di un’ottava,
la quinta nota rispetta sempre la proporzione dei due terzi,
tutti gli altri suoni e i loro armonici compongono una scala
dove ogni nota ha il suo posto e una relazione con tutte le altre.
Grande meraviglia destava poi il mistero dell’armonia:
il primo, il terzo e il quinto suono si uniscono armoniosamente,
altre note invece si accostano stridendo in modo disarmonico,
rifiutando per la loro natura ogni connubio e combinazione.
La melodia che sale e scende sembra rappresentare il mondo
dove tutto si muove come un’onda che ha il picco e la valle,
la tensione e il riposo, l’alto e il basso, in un moto sinusoidale.
E poi il ritmo che riproduce il battito del nostro cuore,
come la pulsazione di vita che vediamo vibrare in ogni cosa
e ci rassicura con il suo procedere uguale e misurato.
Per Pitagora la relazione fra suoni, spazi e tempi era una chiave,
egli aveva trovato finalmente la congiunzione tra numero e mondo,
tra il principio immutabile che governa ogni cosa e la realtà diveniente.
La quantità e la qualità, il corporeo e l’incorporeo si univano
nel fenomeno della musica che svelava l’essenza ultima di tutto:
geometria di numeri e misura nella realtà visibile dei corpi,
proporzione e armonia nella realtà invisibile dell’incorporeo.
La musica era il legame tra l’altro il basso, fra l’umano e il divino,
offriva la visione di un universo ordinato nei suoi movimenti ciclici
dai quali la celestiale sinfonia della grande Orchestra del Cosmo,
sublime musica delle sfere che ci accompagna nella nostra vita.
Fu proprio l’idea di armonia a guidare lo sguardo del Filosofo
quando si volse a scandagliare l’essenza dell’umano mortale.
L’armonia dell’anima e l’armonia musicale hanno la stessa origine,
procedono dal principio della giusta e ordinata disposizione delle parti.
Dike e la Bellezza si incontrano là, nelle simmetrie del numero,
celebrando la divinità dell’anima che, memore del suo ultimo destino,
impaziente cerca di sciogliere i legami con il corpo e con gli elementi
per preparare il ritorno nel Luogo immortale che fu cantato da Orfeo.
Tutto questo era la musica per Pitagora e per i suoi discepoli,
non solo sapiente combinazione di suoni per incantare gli animi,
ma disvelamento delle trame del reale e del ciclo degli eventi,
canto di vita e di bellezza nella forma del calcolo razionale,
visione di un cosmo armonico retto dall’infallibile legge del Numero.
5 ottobre 2022

64 Il potere della parola
Nell’Encomio di Elena il grande sofista Gorgia
ci dà un saggio della sua maestria oratoria
mostrando con raffinate tecniche del discorso
il potere incomparabile della parola.
Con un sottile e sapiente gioco retorico,
impegnato in apparenza a scagionare Elena
dall’accusa di aver provocato la guerra di Troia,
Gorgia in realtà punta ad un più alto obiettivo:
svelare il segreto della potenza della parola.
È strano che a darci questa chiave sia proprio un Sofista,
uno di quei personaggi considerati venditori di parole,
additati come falsi maestri nell’Atene del V secolo.
Sotto la veste retorica della brillante orazione,
mentre il discorso si snoda nel suo argomentare,
si rivela presto il problema che sta al centro:
indagare sull’arte della parola nel mondo umano,
chiarendo il meccanismo della sua grande forza persuasiva.
Sappiamo quale ruolo abbiano le parole nella nostra vita:
possono essere un veleno che crea contrasti, guerre e lutti,
oppure essere un farmaco che cura, conforta e risana.
Il discorso può essere ingannevole e creare illusioni,
o essere all’opposto strumento di verità e di giustizia.
Da qui la decisiva questione sulla forza della parola
cui Gorgia dà una risposta fondata sulla sua esperienza.
All’interno dell’Encomio c’è un passo molto importante
nel quale il filosofo ci porta a svelare l’arcano:
La parola è una grande dominatrice,
che con piccolissimo e invisibile corpo
sa compiere grandi cose; riesce,infatti,
a calmare la paura, a eliminare il dolore,
a suscitare la gioia e ad aumentare la pietà
”…
Nemmeno il fato, la violenza e l’amore possono tanto…
Gorgia spiega in che modo il discorso agisce sull’uomo:
non sono le ragioni e le argomentazioni a contare,
l’effetto delle parole è più simile a quello dell’incantesimo,
è come una magia che trasforma colui che ascolta.
Quando il parlare diventa un’arte tocca l’animo dell’uomo
e ne modella con facilità i sentimenti e le passioni.
La parola domina senza bisogno di usare violenza,
si impadronisce dei cuori con una forza dolce e sicura,
vince ogni difesa agendo come una sostanza che inebria.
I sofisti avevano capito che così accade per gli uomini:
l’intelletto viene scavalcato da suggestioni ed emozioni
quando viene toccato il nostro lato irrazionale
che non ascolta ragioni perché segue gli impulsi profondi.
È così che si possono indurre nell’uomo la paura, la pietà,
la tristezza e la gioia, l’entusiasmo e l’afflizione.
È così che un individuo può essere dominato dagli altri
se non si rende conto di questo meccanismo inconsapevole.
Gorgia ci sta mettendo in guardia dal credere ingenuo,
ci esorta a non farci irretire e ammaliare dai bei discorsi,
sta dunque offrendo una chiave, uno strumento di libertà.
Solo chi conosce l’azione e gli inganni della parola
può difendersi dagli imbonitori e dai falsi maestri,
conquistando la propria indipendenza di pensiero.
Non si deve mai credere agli altri con fede cieca,
né farsi sedurre dalla bellezza dei discorsi,
perché la parola può spingere a cose nefande
e dobbiamo proteggerci dal suo potere incantatorio.
È un insegnamento di inestimabile valore anche oggi
per noi che viviamo immersi in un fiume di chiacchiere
in cui si smarrisce ogni credibilità e verità di ciò che è detto.
E di questo dono dobbiamo ringraziare Gorgia il Sofista.
La parola liberata, svelata e compresa nel suo occulto potere
non può più tenere prigioniero colui che ne ha visto l’essenza,
ora essa può mettersi al servizio di ciò che è più degno e nobile.
Proprio alla fine della sua orazione, nelle ultime righe dell’Encomio,
Gorgia ci lascia una conclusione sorprendente e illuminante:
Ho voluto scrivere questo discorso, che fosse a Elena di encomio,
a me di gioco dialettico
.”
Il gioco è quindi svelato fino in fondo, con onestà e senza riserve,
con il tocco di ironia che serve a ridimensionare ogni pretesa di verità,
con l’intelligenza che deve sempre accompagnarci nella nostra vita,
con l’attenzione e la cura che devono sempre guidarci nel mondo delle parole.
7 ottobre 2022


65 Nel labirinto
Mi trovai all’improvviso nel labirinto
senza capire come ci ero arrivato.
Si diceva là dentro ci fossero mostri
che si aggiravano inquieti e affamati.
Ma, superata la porta dell’antro segreto,
era ormai impossibile tornare sui passi.
Allora decisi di andare avanti comunque,
per mettermi alla prova e vedere
fino a che punto sapevo affrontare l’ignoto.
Come le spire di un grande serpente
il labirinto si snoda in cunicoli e angoli,
secondo la sacra geometria universale
di ogni discesa nel mondo degli inferi.
Un intricato corridoio con una sola uscita,
un dedalo di vie pieno di insidie e pericoli
si presenta a colui che osa varcare la soglia.
Molti si affacciano a quel luogo oscuro e fuggono,
altri accettano la sfida ma poi là dentro si perdono.
Io sono uscito da quel groviglio che mi avviluppava
e adesso posso raccontare quello che ho visto.
Posso dirvi che il labirinto non è un luogo reale,
quella via tortuosa e oscura è un simbolo antico
del viaggio più folle che possiamo immaginare,
quello che ci conduce dentro noi stessi.
Sì, questo l’ho imparato proprio laggiù
mentre affrontavo le mie paure, i miei mostri,
annidati minacciosi nei meandri della psiche.
Lì ho capito come possiamo vincerli:
ciò che ci fa paura può essere sconfitto
portandolo semplicemente alla luce del sole.
Come l’ombra è un non essere, non ha consistenza,
così anche il mondo dei minotauri interiori
alla luce della coscienza si dissolve nel nulla,
si rivela solo una nostra costruzione immaginaria.
Non dirò i particolari di ciò che è accaduto laggiù,
ognuno deve fare da solo il suo personale viaggio,
deve incontrare i fantasmi del proprio mondo inferiore
e sconfiggerli semplicemente guardandoli in faccia,
senza un tremito, vedendoli come ombre evanescenti.
Il filo che ti riporta indietro è la consapevolezza
che ciò che trovi dentro di te è una tua creazione,
che nulla può farti del male se non glielo permetti.
Qualcosa può avere potere su di te e dominarti
solo se tu da sconfitto gli concedi quell’autorità.
Quando si è conosciuta la verità di tutto questo
si può uscire dal labirinto rigenerati e più maturi.
Il viaggio al centro di sé stessi è alla fine compiuto,
ha lasciato una nuova comprensione di sé e del mondo.
Forse altri viaggi seguiranno, sempre più intensi e profondi.
La spirale interiore si aggira su sé stessa e si avvolge
per condurre il coraggioso al luogo nascosto della sapienza.
Il mistero dell’io però si svela solo con un cammino individuale
fatto di prove, esperienze e lotte contro formidabili ostacoli.
Entrare in quel mondo di verità e poi tornare dal buio alla luce
è una profonda iniziazione ai misteri della vita e della morte.
Non temere dunque la discesa nel tuo labirinto,
la sua forma perfetta a spirale è quella dell’intero universo,
dai boccioli dei fiori che crescono alle galassie che ruotano,
è il movimento della vita che si manifesta in infiniti modi.
Labirinto è tutto ciò che ci attrae e ci mette alla prova,
è il momento di crisi che risveglia le energie migliori,
è ogni singolo irripetibile itinerario nella ricerca di sé.
Sappiamo che il Labirinto non è un pozzo senza fondo,
se non siamo noi a perderci offre sempre la via di uscita.
9 ottobre 2022

66 Comunicare oltre la doxa
Viviamo nella società dell’informazione
ma non sappiamo più come comunicare.
Un fiume di parole ci travolge ogni giorno,
invade inesorabile il nostro spazio personale
con una babele di notizie che ci frastorna.
Gli antichi Greci già vedevano questo problema
e tracciavano un netto confine tra doxa e verità.
L’opinione non dice la realtà, è sempre soggettiva,
ogni interpretazione è una visione parziale delle cose.
Con le nostre forze non possiamo cogliere l’intero,
ciascuno racconta solo un frammento del mondo,
che è troppo vasto perché possiamo davvero capirlo.
Le idee sono sempre condizionate da variabili personali,
sono l’aspetto più superficiale della nostra identità
perché volubili, emotive, spesso fragili e contraddittorie.
Se quindi vogliamo conoscere la vera comunicazione,
quella che crea una risonanza tra due esseri umani,
dobbiamo cercare una via che vada oltre la doxa.
Compreso che la battaglia di opinioni non porta risultati,
una volta abbandonata ogni sterile contesa intellettuale,
possiamo approdare ad un altro linguaggio universale,
quello che tutti gli uomini per loro natura conoscono:
la comunicazione che non nasce dall’intelletto,
ma è il linguaggio della nostra realtà più profonda.
Le persone entrano in sintonia, in un contatto empatico,
solo quando tutte le opinioni sono lasciate cadere
o comunque messe da parte come irrilevanti
e con esse le polemiche, le divisioni e i circuiti egoici.
Superate le trappole della doxa, c’è solo spontaneità:
un gesto o uno sguardo, parole intense o il silenzio,
azioni che nascono in modo naturale e innocente.
Ora c’è spazio per l’intuizione e i sentimenti profondi,
importano solo il legame, l’armonia, l’apertura,
il non giudizio, lo spirito di finezza e l’accoglienza.
Le idee e le convinzioni rimarranno ancora necessarie
nella vita pubblica dove noi interpretiamo dei ruoli sociali,
ma per il linguaggio profondo dell’anima saranno vuote.
In una vera relazione umana la doxa è solo un primo passo,
poi la via è quella di togliere tutto ciò che oppone e divide
per arrivare al nucleo dell’umanità dove ci ritroviamo uguali.
Quando resta la pura coscienza spogliata da ogni opinione
tra le persone si crea un nuovo spazio comunicativo
in cui possono fiorire parole e dialoghi di una diversa qualità.
La verità non è in nessuna opinione, non è un fatto mentale,
è un’esperienza esistenziale, è essere al centro di sé stessi,
dove il legame empatico è più importante dell’essere d’accordo.
Le nostre idee mutano continuamente, rimangono alla periferia,
appartengono ad un mondo che segue la logica della doxa.
Se comprendiamo che non siamo le nostre credenze e giudizi,
che la verità è al di là di ogni schema e gioco intellettuale,
allora possiamo far sì che la comunicazione diventi comunione.
L’essere umano che abbiamo di fronte è la cosa più preziosa,
è la verità che si manifesta e richiama la nostra stessa verità.
Gli esseri umani si riconoscono nel loro valore essenziale,
lasciano da parte tutti i conflitti di opinioni come giochi infantili,
guardano a ciò che unisce in modo indissolubile le loro coscienze
e così vivono una delle realtà più belle ed esaltanti per l’uomo.
Da quell’esperienza si può ripartire per ritornare nel mondo,
portando nelle relazioni di tutti i giorni la qualità della comunicazione
conquistata al centro di sé stessi, che esprime ciò che davvero siamo.
Una doxa finalmente purificata, liberata e messa al servizio del Vero.
12 ottobre 2022

67 Rispondere non reagire
Dobbiamo imparare a rispondere, non a reagire.
Azione e reazione sono i poli di un meccanismo
che presiede ai fenomeni del mondo fisico e naturale.
È il modo in cui piante e animali vivono e si difendono,
spinti da un infallibile istinto che li guida
ad azioni rigidamente determinate e prevedibili.
Anche l’uomo nella sua esistenza è mosso da impulsi
volti a proteggere la sua integrità fisica e biologica.
Il movimento istintivo è una risposta immediata,
una reazione finalizzata alla pura sopravvivenza,
un programma che opera secondo rigide istruzioni.
Ma reagire richiede un basso o nullo grado di coscienza,
è un automatismo che funziona senza consapevolezza,
non può quindi essere il modo di vivere dell’essere umano
che nei rapporti con gli altri deve agire in piena coscienza.
Noi dobbiamo essere capaci di rispondere alle situazioni
con scelte che siano frutto di un processo consapevole.
Reagire è un atto aggressivo che tende allo scontro
in un mondo considerato luogo ostile di lotta e di pericolo.
Rispondere invece nasce dalla propria totalità cosciente,
è agire in un modo non centrato sul proprio io personale,
è dare spazio a chi sta di fronte per capirne le ragioni,
lasciando che l’azione giusta nasca libera e spontanea.
Lo scatto di rabbia impulsivo appartiene ancora all’animalità,
è segno di un livello di coscienza sotto la soglia di attenzione,
è una reazione che proviene da una parte di sé non cresciuta,
non dall’insieme armonioso di pensiero, sentimento e intuizione.
Nella risposta invece c’è sempre anche l’altro con il suo mondo,
offriamo il nostro tempo per osservare e capire la sua situazione,
ci prendiamo cura di lui e ci immedesimiamo nella sua realtà
perché la nostra azione possa creare un ponte tra diversi,
un dialogo tra vite che devono conoscersi e integrarsi.
Nella reazione è assente ogni comprensione per gli altri,
vissuti attraverso emozioni negative quali ira, disprezzo e paura.
Nella risposta che nasce dalla cura e dal riconoscimento reciproco
fioriscono invece i sentimenti positivi di fiducia, solidarietà e amore.
Dal latino respondere viene anche la bella parola ‘responsabilità’,
il farsi carico pienamente delle conseguenze delle proprie azioni,
la capacità di scegliere e far fronte a quello che il momento richiede.
Rispondere è agire muovendo dalla situazione presente
che è sempre una sfida, un’avventura e un evento unico,
cercando soluzioni e spesso aprendo strade non ancora battute.
Non partiamo più dal passato per ripetere tutto in modo uguale,
non accettiamo più di muoverci in modo meccanico e inconsapevole,
vogliamo invece capire i dettagli, le sfumature e i particolari minuti
che sono proprio ciò che dà ad ogni istante la sua preziosa unicità.
Saper rispondere con piena coscienza ad ogni situazione di vita
è ciò che ci fa essere uomini liberi, dignitosi, padroni di noi stessi.
È un’arte che vale la pena di imparare se vogliamo un mondo migliore,
un agire che sarà spesso imprevedibile e fuori dagli schemi,
ma sempre attento ai bisogni delle persone e rispettoso dei loro tempi,
al di là delle reazioni primitive che non ci qualificano ancora come uomini.
15 ottobre 2022

68 Non fare ombra
La figura a cavallo si stagliava fiera e imponente
di fronte a Diogene il Cinico sdraiato sulla nuda terra.
Lo chiamavano Alessandro il Grande, il Macedone,
l’uomo più potente e temuto di tutto il mondo antico.
Si era messo a capo di un formidabile esercito,
per andare alla conquista delle terre ad Est.
L’invincibile Alessandro non conosceva nulla dell’Oriente.
Avesse saputo che là era la fonte della più antica saggezza
avrebbe forse capito di preparare la sua inesorabile sconfitta
e che non sarebbe più tornato indietro da quel viaggio,
perché ci si può bruciare anche al fuoco della sapienza
quando non se ne conosce la potenza annichilente.
L’incontro con Diogene fu il primo avvertimento
che la sua immagine di vincitore sarebbe presto crollata.
L’aveva portato lì la curiosità di vedere quell’uomo
ritenuto un grande saggio ancorché fuori da ogni schema.
Il Cinico ama vivere come un cane randagio senza patria,
sciolto da ogni legame vive nel momento e lo assapora,
rinunciando ad ogni teoria per una vita pratica di saggezza.
Una botte come abito e dimora, un cane come compagnia,
una vita semplice e ascetica, fatta di nulla ma piena di tutto,
questo era ciò che il saggio Diogene insegnava agli altri,
senza pensarsi maestro perché ciò diventava un’altra prigione.
I due uomini si guardarono negli occhi quel giorno fatidico.
Era l’incontro tra il mondo della guerra e quello della filosofia,
tra una vita consumata alle conquista del mondo esteriore
e una vita tutta votata alla conoscenza del mondo interiore.
Alessandro con la sua brama e il furore delle armi,
Diogene con la serenità di chi è in pace con sé stesso.
Dicono che fu il grande Alessandro a venire dal filosofo -come sempre accade tra allievo e maestro-
che ebbe da lui alcuni brevi e profondi insegnamenti
e che rimase turbato da quell’uomo che non pareva temere
il suo nome, né la sua fama, né il suo tremendo potere.
Possiamo immaginare che Alessandro vide in Diogene
una serenità e una quiete che lui non aveva mai conosciuto.
La fascinazione del vecchio saggio fu così profonda
che -dicono- per un istante anche il Macedone si fermò
e pensò di congedare l’esercito e sdraiarsi in riva al fiume
per godere di quella magnifica giornata di sole,
cominciando una nuova vita da essere umano libero.
Ma subito l’identità del conquistatore riprese il comando.
Alessandro non era ancora pronto per un salto di coscienza,
doveva compiere grandi gesta, la gloria del mondo lo attendeva,
non era ancora il momento di fermarsi lì, presso sé stesso.
Ma la scena che si racconta fu davvero straordinaria.
Per ringraziarlo dei suoi insegnamenti Alessandro promise
a Diogene che avrebbe esaudito qualsiasi suo desiderio.
Ma la risposta del vecchio saggio non sfiorò nulla di quello
che per lui era importante: non il denaro, non la fama o il potere.
L’unica richiesta fu di poter godere appieno di quel giorno
e così Diogene, rivolgendosi all’uomo che gli si ergeva di fronte:
“Per favore, spostati un poco dal mio sole, non farmi ombra!”
La frase doveva apparire temeraria e offensiva per il sovrano,
ma Alessandro sicuramente capì la lezione e non si adirò.
Per un istante la sua verità gli era apparsa con chiarezza:
egli tentava di oscurare il sole con la sua immagine di potenza,
voleva diventare un invincibile dio mortale sulla terra,
impresa che ogni vera saggezza ha sempre visto come follia.
Facendo ombra egli copriva con un velo la parola di Diogene
e così oscurava anche la luce della propria intelligenza,
tornando nelle tenebre delle grevi passioni umane.
Con un solo gesto Diogene aveva distrutto l’immagine di potere
che Alessandro aveva costruito e coltivato per tutta la vita.
Quell’uomo semplice e randagio era stato il solo a smascherarlo,
ma gli aveva anche indicato il cammino che porta dall’ombra alla luce.
Quell’insegnamento del Cinico Diogene vale ancora per noi oggi:
‘non fare ombra’ è lasciare che la luce della coscienza risplenda,
sia negli altri sia in noi stessi, come un sole che illumina e dà vita.
Allora il potere della saggezza comincia ad operare
dissolvendo i sogni di grandezza e gli imperi costruiti sul nulla,
le false immagini di sé e gli errori di un ego ancora immaturo,
restituendo all’essere umano la sua dignità e la sua bellezza.
La luce del sole è la stessa della famosa lampada di Diogene
che cerca l’uomo e lo trova anche là dove sembra impossibile,
nella figura di Alessandro il Macedone, il grande conquistatore.
18 ottobre 2022

69 Il fiume del passato
Una bella storia Zen:
Due monaci in viaggio incontrarono una giovane donna
in difficoltà perché non riusciva ad attraversare il fiume.
Il vecchio monaco allora la prese in braccio e la portò sull’altra riva.
Il cammino dei due proseguì per ore, finché il giovane monaco sbottò:
“Sai bene che secondo la regola non dobbiamo mai toccare una donna!”
“Quella donna l’ho lasciata giù al fiume, tu la stai portando ancora con te?”
Ci sono tante cose che dobbiamo lasciare giù al fiume,
perché se le portiamo con noi sono un inutile fardello.
Il passato deve andarsene e con esso le recriminazioni,
i sensi di colpa, le lamentele e le accuse vittimistiche.
Sappiamo che ciò che è stato non si può più cambiare,
possiamo però cambiare noi stessi imparando da quello.
Libertà è spezzare il legame interiore con ciò che è accaduto,
è uscire dalla prigione psicologica che ci rinchiude nello ieri,
fatta di memorie ed emozioni negative non rielaborate.
Questa storia però ci lascia anche un altro insegnamento:
un’azione fatta con innocenza non lascia residui e rimpianti,
se vissuta con animo impeccabile è compiuta e perfetta in sé.
il monaco può anche toccare una donna contro la sua regola
perché se lo fa con cuore puro non ci può essere errore.
Il bene o il male, la lussuria o la gentilezza prima che nell’azione
sono nella coscienza di colui che fa, anche violando le regole
se la cura per l’altro richiede una scelta personale più alta e libera.
Colui che invece giudica e accusa per una parola o un gesto
sta proiettando sé stesso nella situazione e si immedesima.
Il suo rimprovero denuncia un desiderio nascosto e represso,
un problema non ancora superato, una coscienza immatura.
Ogni vera via di ricerca non chiede di condannare il mondo,
richiama sempre all’osservazione e alla conoscenza di sé.
Quando giudichiamo gli altri in realtà raccontiamo solo noi stessi,
i nostri problemi, le manie e le follie, le brame e le frustrazioni.
Gli altri sono solo uno specchio della nostra realtà interiore,
negli incontri e scontri della quotidianità ci aiutano a conoscerci,
a capire chi siamo e dove andiamo, le nostre capacità e i nostri limiti.

Non sappiamo se la saggia risposta del vecchio monaco
fu per il giovane un momento di illuminazione, un ‘satori’ dello Zen.
Ci piace pensare che una nuova comprensione sia sbocciata in lui,
come momento di risveglio a una nuova consapevolezza di sé.
Forse il monaco anziano aveva colto l’occasione per il compagno,
per portarlo a osservarsi e a confrontarsi su un problema spinoso,
un aspetto ancora non trasceso nella sua giovane vita di monaco.

Ci piacerebbe concludere la storia Zen aggiungendo un’ultima scena:
Gli anni sono passati e il giovane monaco è anch’egli diventato anziano.
Nel suo cammino con un novizio si ritrova di nuovo allo stesso fiume
con una giovane donna in difficoltà perché non riesce ad attraversarlo.
Il giovane monaco vorrebbe intervenire in aiuto, ma esita… La regola dice…
Allora il vecchio lo guarda negli occhi, sorride e gli fa un cenno col capo.
20 ottobre 2022

70 Spontaneità senza regole
Se sei spontaneo non hai bisogno di regole.
Norme e divieti sono per coloro che non sanno agire
confidando in sé stessi e nella propria autonomia.
Nella spontaneità c’è l’intuizione di ciò che va fatto,
la percezione immediata dell’azione giusta e armoniosa.
Un sentire profondo traccia la via superando ogni regola,
non però come un agire istintivo che asseconda l’impulso,
ma come limpida coscienza che si traduce in volontà.
Nella risposta immediata non illuminata dall’attenzione
si può confondere la spontaneità con la rozza reazione.
Il gesto dettato dai meccanismi di autodifesa e aggressività
è in gran parte inconscio e cieco, divisivo e distruttivo.
Seguire le regole in modo rigido può rendere chiusi e intolleranti:
nell’eccesso di zelo non si vedono più le persone reali,
la libertà altrui è vista come un pericolo per le proprie certezze.
Nella consapevolezza che vede e abbraccia l’intera situazione
si manifesta invece il principio dell’unità di tutti e di tutto,
valore che è anche il fondamento dell’autentica libertà
fatta di responsabilità, saggezza e personale autonomia.
Possiamo certo ascoltare una voce esterna che ci istruisce,
ma alla fine la guida esteriore deve farsi intuizione interiore,
deve accordarsi con quello che profondamente sentiamo.
Spontaneità vuol dire essere capaci di comunicare con gli altri
senza costruire un sé fittizio che è l’ennesima maschera dell’ego,
è ciò che permette di giocare con la vita e le esperienze
senza imporre l’idea di come gli altri e la vita dovrebbero essere.
Osservando la bellezza della natura, dell’arte, della poesia
vediamo una genuina creatività che non ha bisogno di regole
e perciò è sempre nuova, fresca, imprevedibile e sorprendente.
Questo può accadere anche nei momenti della vita d’ogni giorno,
nei gesti e nelle parole, nelle domande, nei sentimenti e negli sguardi.
Se impariamo quest’arte non abbiamo bisogno di nessun istruttore,
diventiamo maestri di noi stessi e creiamo le regole del gioco della vita.
La norma comune può avere solo una funzione provvisoria e preparatoria,
poi viene lasciata da parte per una libertà nuova e un superiore sentire,
nell’apertura ad uno spazio di creatività profondamente umano.
Allora siamo a nostro agio ovunque e in ogni situazione,
ci muoviamo e comunichiamo in modo semplice e naturale,
costruiamo le relazioni insieme agli altri senza imporre dogmi,
impariamo a fluire con la vita e con la verità del momento.
Perché in ogni cosa possiamo scoprire una profonda saggezza
che è la naturalezza dell’essere nella sua primeva espressione,
realtà che solo la nostra spontaneità ci permette di riconoscere.
29 ottobre 2022

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