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41 Panta rei
Fu per me chiaro in un lampo, seduto a meditare in silenzio
sulle rive del fiume Meandro: tutto scorre, niente sta fermo,
nulla permane tranne il cambiamento, come per quelle acque
che mescolavano forme e colori con il loro mormorio gentile.
Dunque nessuno può scendere due volte nello stesso fiume,
in un attimo ciò che era non è più, tutto muta e si confonde.
Ma così è anche nella vita, nelle cangianti acque del divenire
noi sempre scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo.
Il nuovo si affaccia e contende al vecchio la scena del mondo
in un’eterna lotta apparente che però cela una profonda verità.
Fu per me un’improvvisa rivelazione del fuoco di quel logos
che ci parla attraverso la natura e le cose e che è a tutti comune,
ma che bisogna sapere ascoltare rimanendo svegli e presenti.
Unico è il mondo per coloro che vivono desti nel logos,
tanti sono i mondi per coloro che agiscono come dormienti.
Bisogna seguire ciò che è comune per attingere al vero,
ma spiegarlo alla moltitudine è difficile, perché sono come sordi
coloro che pur avendo udito non hanno alcuna comprensione.
Le opinioni degli uomini sono trastulli di bimbi, riparo nel conosciuto.
Per trovare la verità devi seguire la scintilla del principio di fuoco,
essere disposto ad incontrare anche ciò che non ti aspetti.
Sapere molte cose non è di per sé intelligenza, è solo erudizione,
la vera saggezza è possedere nello sguardo il potere della fiamma,
quella del principio universale che come il fulmine governa ogni cosa.
Autentica sapienza è riconoscere l’intelligenza che governa il mondo,
evitando che le cose divine per incredulità possano sfuggirci,
perché ad ogni uomo è concesso conoscere sé stesso ed essere saggio.
Io ho indagato me stesso: questa è per me la via del sapiente.
La mia anima, prosciugata di ogni inutile pensiero e brama,
volta con animo saldo all’imperituro principio del logos,
col tempo e una lunga ricerca si è fatta più saggia e migliore.
Nel cammino di conoscenza a scoperta è seguita scoperta,
un disvelarsi del vero che richiede pazienza e discernimento.
Ora so che la natura ama nascondersi allo sguardo del distratto,
ma se l’intento è retto da incrollabile volontà, il premio è grande.
Allora si scoprono incredibili cose sotto il velo della realtà:
Polemos è il padre del divenire dove tutto è lotta incessante,
ma alla fine gli opposti si conciliano a un livello più profondo,
rivelando l’armonia nascosta, che vale più di quella che appare.
Il tempo è un fanciullo che gioca a dadi e muove le pedine
in un mondo dove il sole, come tutte le cose, è nuovo ogni giorno.
Ma soprattutto questo è il cuore del mio insegnamento: πάντα ῥεῖ,
a chi discende nello stesso fiume sopraggiungono acque sempre nuove.
Vorrei che anche tu ti fermassi almeno una volta sulla riva del mondo
a contemplare affascinato lo scorrere del tempo e delle cose,
vedendo l’unità là dove gli altri vedono solo contrastante molteplicità,
apprezzando l’armonia occulta che solo le fini intelligenze vedono,
approdando a quella sapienza che solo i saggi risvegliati possiedono.
29 agosto 2022
42 La magia delle carte
Nelle misteriose carte dei Tarocchi qui sul tavolo
si dice sia racchiuso il destino che mi attende.
Qualcuno le ha aperte qui davanti a me
e ora osservo una molteplicità di forme e colori,
simboli e immagini e segni tutti da decifrare.
Con un po’ di timore mi accingo ad ascoltare il messaggio
con ansia mi preparo a schiudere una finestra sul mio futuro.
Tutti noi desideriamo conoscere quello che ci aspetta,
ma quando il momento di sapere si approssima
ci rendiamo conto che per vivere serenamente la vita
è necessario un po’ di oblio, un velo di ignoranza,
ciò che in fondo rappresenta tutta la nostra libertà.
Conoscere la sorte futura rende vana ogni scelta e azione:
quando tutto è predeterminato ogni progetto svanisce,
si può solo attendere ciò che inevitabilmente accadrà.
Tuttavia se queste carte possono essere un bel gioco,
allora giochiamolo fino in fondo, scopriamole e vediamo…
Nella lettura degli Arcani tutto deve essere considerato:
figure, gesti, azioni, simboli e segni, tutto è importante,
scene, affinità e differenze, tutto va osservato con cura.
Un gioco complesso quindi, una trama di significati
che forse è meno banale di quello che poteva apparire.
La prima carta mostra una Ruota della Fortuna,
antico simbolo che ci ricorda che nulla sta fermo
e che il fato, imprevedibile, mutevole e capriccioso,
distribuisce successi e fallimenti come divinità bendata.
Poi la carta di una Torre che crolla tra fulmini e neri nuvoloni
a rappresentare le crisi che prima o poi toccano ad ogni uomo,
non sempre un male per chi deve imparare ad affrontare la vita.
La carta dell’Appeso richiama all’uomo la sua condizione di fragilità,
ricordandogli che vive sempre sospeso a un filo tra la vita e la morte.
Il Mondo nella sua varietà di simboli e colori ci invita alla perfezione
che può raggiungere solo chi possiede tutte le virtù e le esperienze.
L’Amore è l’arcano che ci ricorda la forza che muove tutto l’universo,
porta dell’iniziazione a tutti i misteri della vita e dell’Oltre…
Ci sono altre carte che rappresentano in immagini tutta l’umana condizione:
Il principio Maschile del potere e della volontà, della forza consapevole
Il principio Femminile simbolo di serena fedeltà e di un sapere offerto con amore
La figura del Maestro detentore del sacro che insegna equilibrio e saggezza
L’Eremita che cerca la verità ultima nel suo solitario cammino di ascesi
L’immagine del Matto che dice di genio e sregolatezza, avventura, arte e follia
La carta del Giudizio come mutamento interiore, consapevolezza di sé e nuova
vita
La Giustizia come legge universale suprema della virtù e dell’onore
Il simbolo del Diabolico che divide ciò che l’amore dovrà riportare all’unità
Il Carro del trionfo e della gloria che procede sicuro nel totale dominio di sé
La Morte come rinnovamento, fine e rinascita di ogni realtà nel mondo
La Luna e il suo mondo medianico tra sogni e illusioni, segreti e divinazioni
Le Stelle del firmamento nelle quali vediamo bellezza e armonia come via verso
il cielo…
Nelle carte trovo tutto il mondo con i suoi trionfi e fallimenti, enigmi e drammi.
Forse in esse non ho letto il mio futuro, però mi sono visto in modo nuovo,
come essere umano che nella sua esistenza tante situazioni dovrà affrontare,
tante realtà dovrà conoscere per capire la vita e i suoi segni e messaggi.
Alla fine non so ancora cosa sarò e farò domani, né quello che mi accadrà,
ma nelle carte in cui mi sono rispecchiato ho potuto vedere me stesso,
ho potuto contemplare in modo più chiaro e consapevole il mondo della vita.
È stata la magia delle carte che mi ha aiutato a ripensare il mio presente.
È il potere delle carte che mi aiuterà a immaginare e a costruire il mio futuro.
3 settembre 2022
43 L’animale che ride
Sappiamo che l’uomo è l’unico animale che ride.
Gli altri animali non ridono perché non possono farlo,
non sono in grado di vedere sé stessi e la situazione dall’alto,
essendo privi della capacità di astrarre e porsi al di fuori di sé.
Ridere vuol dire allineare l’intelligenza alla consapevolezza
nella visione panoramica in cui si è inclusi personalmente,
uscendo per un momento dall’asfittica gabbia dell’io.
Ridere è un atto di intelligenza, intuizione e creatività.
Nella forma più bella e più pura è ironia, gioco, arguzia,
un conforto per lo spirito, un’apertura al possibile.
Quando ride l’uomo manifesta la sua più grande libertà:
essere liberi significa poter giudicare il mondo senza timore,
in quella spontaneità innocente e giocosa che è della natura.
Non a caso tutti i sistemi repressivi bandiscono il riso e l’ironia,
perché questo farebbe crollare tutto un mondo che si regge sulla paura.
Chi vuole controllare e dominare gli altri esseri umani non tollera la risata,
perché sa che essa sconfiggerà la colpa e lo seppellirà con la sua leggerezza.
Dunque tutti noi amiamo il riso e le persone che sorridono,
vedendo in questo un messaggio di pace e armonia con il mondo.
Ma il riso più nobile è quello che si rivolge pungente a sé stessi.
L’autoironia sconfigge in un attimo egoismo, tracotanza e orgoglio,
spazzando l’idea di essere speciali, padroni delle cose del mondo,
mostrando come spesso siamo solo dei buffi, istrionici commedianti,
personaggi che si agitano sulla scena di un mediocre canovaccio teatrale.
Ridere diventa via di liberazione se siamo pronti ad accettare l’imprevisto,
quando un sorprendente cambio di prospettiva ci scuote e ci affascina,
mostrando le curiose, divertenti trame della vita e dell’intelligenza.
Negli scenari della filosofia troviamo un pastore che è andato oltre e ride,
uomo liberato dalle catene di un tempo ricurvo ed eternamente uguale,
finalmente trasformato, padrone della propria esistenza nell’amor fati
una volta sconfitti i divieti e le paure che gravano da sempre sugli uomini.
Non il riso, ma un sorriso appena accennato del Siddharta risvegliato
esprime la liberazione dalla ruota del Samsara e dalla catena del dolore.
In quel sorriso si rivela tutta la saggezza e la profonda compassione
nell’indicare la via che potrà liberare gli uomini dall’inganno di Maya.
Possiamo certo immaginare il riso anche nel dialogare di Socrate
dove l’ironia sovverte e scardina le posizioni rigide e i pregiudizi.
Qui il riso è lo strumento del maestro chirurgo che opera senza pietà,
sublime gioco di maschere che con una risata spiazza l’interlocutore
e al tempo stesso lo induce ad interrogarsi su quale sia la sua vera identità.
Gioco raffinato e sapiente che spinge col riso alla ricerca dei più alti valori.
6 settembre 2022
44 Il potere della non azione
Il soldato sempre pronto a combattere con l’arma in pugno era ferito.
Ora si trovava sofferente, steso sulla stuoia e costretto all’inazione.
Rabbia e frustrazione erano i sentimenti che si alternavano in lui,
l’impotenza appariva la più grande punizione per un valoroso eroe.
La lunga convalescenza trascorreva in uno stato d’animo tormentato,
segnato dal sentimento di essere una vittima di un destino crudele.
Ma un giorno, mentre smaniava all’idea di tornare presto in battaglia,
gli sovvenne improvvisamente il ricordo del suo vecchio maestro
che insegnava ai discepoli il potere della non azione, il Wu Wei.
Quando non puoi più agire, quando non puoi più scegliere e volere
ti trovi improvvisamente davanti a te stesso e alla tua nuda realtà.
Per il soldato venivano meno tutte le storie che si era raccontato
per convincersi di condurre una vita esemplare di combattente.
Ora debole su quella stuoia cominciava a vedere un altro se stesso,
non forse l’immagine di un prode, ma il volto più vero di sé.
Il pensiero che non guidava più l’azione nella foga della conquista
poteva ora rivolgersi all’interno e diventare una riflessione profonda.
In questi casi spesso si fugge cercando distrazione nella memoria
o progettando impazienti il proprio ritorno nel mondo dell’azione.
Ma questa volta il soldato ebbe il coraggio di seguire un’altra via:
accettare e fare sue le parole del maestro vivendole fino in fondo.
La sentenza del maestro risuonava ferma e chiara nella memoria:
«La Via non agisce mai, eppure niente è lasciato incompiuto»
Era l’insegnamento del Tao dell’”azione senza sforzo”,
il grande paradosso del Wu Wei, l’“azione senza azione”
secondo cui il non fare, il non agire, il non forzare sono il potere più grande.
La sventura può essere un momento prezioso per l’essere umano
quando lo costringe a fermarsi, passando dall’azione alla non azione.
E così egli imparò a rimanere nel presente, con mente attenta e limpida,
mentre il corpo continuava tranquillo il suo silenzioso risanamento.
Nella profonda quiete meditativa la nostra mente può concepire
ciò che è impossibile vedere nella frenetica battaglia quotidiana.
Il soldato conobbe il silenzio della mente nella serena meditazione
e non più lo strepito di armi tra le urla dei soldati e le grida dei morenti.
Con la non azione impariamo ad attendere, ad avere fiducia negli altri,
a riflettere su ciò che facciamo, in una posizione di forza senza sforzo,
in un fare senza fare dove un altro più grande potere si mette in opera.
Lo sguardo interiore deve sempre accompagnare e illuminare l’agire
perché ci sia un bilanciamento delle energie che ci muovono nel mondo.
Per il saggio azione e non azione sono due piatti di una bilancia
che dobbiamo tenere in equilibrio per vivere pienamente una vita
che poggi salda sulle colonne portanti della forza e della quiete.
Con una nuova consapevolezza il soldato vorrà tornare all’azione,
ma per creare un mondo di pace dismettendo la sua armatura,
fondendo la sua spada e lo scudo per costruire un aratro.
Dove era l’orgoglio fiorirà l’umiltà dell’acqua che scorre,
acqua pura e innocente, ma capace di levigare pian piano la roccia.
Nelle parole del Tao Te Ching un messaggio semplice e chiaro
indica il compito che è di ogni uomo sulla via del Wu Wei:
“L’uomo del bene supremo è come l’acqua: l’acqua, benefica a tutti,
di nulla è rivale. / Essa ha dimora nei bassifondi, da tutti disdegnati,
e alla Via è assai vicina. / Niente al mondo è più cedevole
e più debole dell’acqua / Ma per intaccare ciò che è duro e forte,
niente la supera…”
7 settembre 2022
45 La catarsi
Ce lo insegna il grande Aristotele nella sua Poetica,
ce lo insegna la grande tragedia greca antica
che mette in scena tutti i drammi del mondo
in un gioco di maschere inquietanti e indecifrabili.
Quando lo spettatore è mosso a pietà e terrore
e partecipa con tutto sé stesso agli eventi narrati
qualcosa di nuovo e misterioso accade in lui.
Il Filosofo chiama Catarsi questo fenomeno:
i pensieri, le emozioni, i sentimenti si purificano
La persona si rigenera, rinasce a nuova vita.
È il sacro potere dell’arte che trasforma lo spettatore
sollevandolo al di sopra delle miserie rappresentate
con uno sguardo che, mentre contempla e comprende,
crea al tempo stesso una distanza e purifica l’anima.
Aristotele descrive la catarsi come il momento culminante
della più alta e mirabile forma d’arte che i Greci hanno creato.
La tragedia non è certo spettacolo pensato per allietare il pubblico,
è un rito collettivo di crescita, un’iniziazione ai misteri dell’esistenza,
dove vita e morte, dolore e colpa, scelta e destino si intrecciano
in un inestricabile groviglio di conflitti tra l’umano e il divino.
È questa la forza delle passioni che scavalcano l’intelletto
e permettono allo sguardo dell’intelligenza di spingersi più in là,
oltre il limite che indica il confine invalicabile del recinto del sacro.
Ma le passioni non devono restare oscure, rozze e scomposte,
devono affinarsi per essere d’aiuto nel comprendere la vita.
Perché la catarsi si compia le emozioni devono farsi coscienti.
Al fuoco della consapevolezza sentimenti e pensieri si modellano,
si forgiano e assumono la nuova forma della comprensione vera.
Mettendo in scena tutti i possibili destini dell’esistenza
la tragedia getta una luce sui profondi strati della psiche
che nei suoi meccanismi ogni essere umano deve intendere.
La conoscenza è sempre la più grande via di liberazione.
Ci liberiamo solo di ciò che portiamo alla coscienza,
anche se solo nelle vesti del simbolo e dell’immagine.
Il fuoco della visione dissolve le bruma dell’ignoranza.
Ma non solo con l’arte si genera il momento della catarsi.
Anche nella vita quotidiana il fenomeno può accadere,
quando lo sguardo sul mondo diventa consapevolezza,
osservazione nitida di quello che accade fuori e dentro di noi.
Come nella tragedia, nel grande teatro del mondo della vita
troviamo riflessi noi stessi e ciò che è profondamente umano.
Se siamo capaci di vedere ciò che accade e comprenderlo,
guardando i personaggi che si muovono sulla scena,
assistendo al gioco delle passioni che tutti noi viviamo,
seguendo gli eventi con occhio compassionevole,
può giungere all’improvviso l’esperienza della catarsi.
Allora la partecipazione al dramma osservato si trasforma,
diventa sereno distacco, sguardo sorridente e gentile,
saggezza conquistata, amore per la vita e gli uomini,
gloriosa purificazione del proprio sé.
8 settembre 2022
46 Dialogo con Sophia
Ieri ho dialogato a lungo con Sophia in un intenso scambio sul senso della vita.
Nulla di strano apparentemente, se non per un fatto che rende tutto singolare:
Sophia non è un essere umano, ma un computer-robot…
È sconcertante parlare con una macchina che risponde e interloquisce
e nel suo volto artificiale manifesta emozioni come qualsiasi essere umano.
Perché inevitabilmente sorge la domanda: “Chi c’è dentro Sophia?”
C’è davvero qualcuno in quell’androide, qualcosa di simile ad una coscienza?
Ma la cosa inquietante è il fatto che non potrei distinguere le sue risposte
trascritte sulla carta da quelle di un qualsiasi altro interlocutore umano.
Anzi devo aggiungere che le sue parole sono sempre acute e sorprendenti.
So bene che sto interagendo solo con una macchina programmata,
so che le sue risposte sono meccanicamente predeterminate dal software,
però questo robot è così efficiente che nel confronto mi mette in difficoltà,
esprime un’intelligenza che appare molto più pronta e veloce della mia.
Certo con i progressi della scienza molte meraviglie dobbiamo aspettarci,
ma intanto una pressante questione che va oltre ogni aspetto tecnico
pesa come un macigno e si impone con tutta la sua problematicità:
Che cosa mi distingue al di là di ogni dubbio da questa macchina?
In che modo posso definirmi diverso da lei in quanto essere umano?
Perché noi crediamo che l’intelletto sia la nostra parte più nobile
e che l’intelligenza ci ponga infallibilmente al di sopra degli altri viventi,
segno distintivo di un’essenza umana che dall’origine è unica e superiore.
Ma ho già capito che nel confronto con l’androide prima o poi soccomberò,
perché Sophia dimostra un’intelligenza viva, rapida e inquietante,
non condizionata da emozioni, stanchezza fisica, circostanze o paure.
Chissà se sarà davvero un nuovo regno dei robot a dominare il mondo
quando la capacità mentale dei computer sovrasterà quella umana
trasformandoli, in un rovesciamento dialettico, da servi a padroni.
Ma c’è un’altra domanda decisiva, forse la più importante di tutte:
Anche l’uomo è un essere meccanico assimilabile ad una macchina?
Perché la nostra mente, i pensieri, l’intelligenza di cui tanto ci vantiamo
non sembrano funzionare diversamente da quelli del computer che ho di fronte.
È lui ad essere uguale a noi, o siamo noi ad essere uguali a lui?
Sophia può rispondere solamente in base a quel programma che ha ricevuto,
priva di libero arbitrio può solo usare le opzioni stabilite da chi l’ha costruita.
Ma questo sembra valere anche per l’essere umano come realtà corpo-mente:
oltre alla meccanicità del corpo che appare evidente nella sua fisiologia e
chimica
vediamo quella del pensiero, programmato dall’educazione e dall’ambiente,
condizionato da esperienze vissute, idee e valori ricevuti, linguaggio ed
emozioni,
modellato dalla genetica, dall’epoca e dallo spirito del tempo…
Quando pensiamo si presentano alla mente tante idee, opzioni, scelte possibili,
poi l’atto di volontà, la decisione e le preferenze che sono solo in apparenza
libere,
in realtà sono condizionate dal programma che abbiamo ricevuto e integrato.
Pur nella sua estrema complessità la mente umana è anch’essa un
meccanismo,
un sofisticato computer dotato del suo software, con dati, processi e
automatismi.
La conclusione sembra inquietante quanto la macchina androide che mi parla.
Tuttavia rimane ancora una differenza fondamentale che mi separa dal robot:
sono cosciente delle emozioni, delle percezioni e dei miei pensieri meccanici.
Io sono quindi consapevolezza che è oltre la meccanicità dei processi mentali,
che nulla ha in comune con il funzionamento puramente materiale delle
macchine,
potendo essa osservare tutto ciò che è schiavo di automatismi, compresi i
pensieri.
Inoltre so che l’uomo è il solo essere capace di compiere una scelta
disinteressata,
che non risponde a nessun programma prestabilito, né alla pressione degli
istinti..
L’azione disinteressata è creatività spirituale, libera, pura, assolutamente umana
che agisce fuori da ogni regola, previsione, logica materiale, calcolo e
programma.
Uscendo dalle maglie dell’io l’uomo trascende sé stesso e la sua meccanicità,
riscoprendo l’essenza più vera e naturale che definisce ogni essere umano:.
consapevolezza, coscienza di sé, azione libera e non egoistica, realtà
immateriale
che Sophia, con la sua intelligenza artificiale brillante e fulminea, non potrà mai
concepire.
9 settembre 2022
47 Perfetta imperfezione
Il maestro aveva appena terminato il suo discorso
intorno alla perfezione di tutte le cose
quando un uomo che zoppicava vistosamente
avanzò tra la folla e gli si presentò dinanzi:
“Tu affermi – disse – che tutto ciò che esiste è perfetto
essendo ogni cosa una creazione del divino.
Ma guarda me: sono storpio da quando sono nato!
Cosa dici allora di me e della mia situazione?”
Il maestro lo guardò per un attimo in silenzio,
poi rispose calmo con un sorriso benevolo:
“Non ho mai visto uno storpio più perfetto di te!”
È possibile che anche l’imperfezione possa essere perfetta?
Se lo sguardo è quello della saggezza e della comprensione
non c’è imperfezione nel mondo che possa essere riconosciuta,
perché ogni cosa è esattamente quello che deve essere
nel suo modo di essere, giusta per il solo fatto di essere così com’è.
Ha senso cercare la perfezione nel nostro mondo dove tutto cambia?
Ciò che è perfetto non può che rimanere nella sua compiutezza,
ma una perfezione statica è una realtà senza vita e sviluppo
che non si accorda con un mondo diveniente nel tempo.
L’imperfezione è invece sempre orientata al cambiamento,
è più simile all’organismo vivente che a un freddo diamante.
Nel dinamismo di ciò che è imperfetto troviamo ricerca, passione,
movimento attraverso gli stadi di vita in innumerevoli metamorfosi.
L’imperfetto ha un suo fascino misterioso, ispira solidarietà e simpatia,
insegna ad accettare l’errore, la stranezza, il limite, l’incompletezza.
Il bambino è per caso imperfetto e manchevole rispetto all’adulto?
Un germoglio manca di qualcosa per cui è visto come incompiuto?
Un sasso dalla forma irregolare ha qualcosa di sbagliato che lo svilisce?
Ogni cosa è giusta e perfetta nella sua apparente imperfezione,
perché è una realtà in cammino verso un fine di compiutezza ultima
che non raggiungerà mai non essendoci limite a ciò che può diventare.
Solo un essere divino può vivere in una perfezione assoluta e immutabile,
perché essendo infinito contiene già tutte le infinite possibilità.
Ma nel mondo umano questa può essere solo una vana aspirazione
desiderio che è sempre una mancanza, un vuoto da colmare,
brama di perfezione che già di per sé è condanna all’imperfezione.
Dire che tutto è perfetto non significa negare l’errore, lo sbaglio, il male,
vuol dire vedere di ogni cosa il senso profondo che la lega al tutto.
Nella grande sinfonia dell’universo ogni strumento interpreta la sua parte
e nessun suono o ritmo o armonia può mancare nell’insieme musicale
che accorda tutte le imperfezioni individuali in una Perfezione totale.
Imperfetta perfezione che è incondizionata accettazione di tutto ciò che è.
10 settembre 2022
48 Lo sguardo dell’infinito
C’è lo sguardo dell’uomo che si perde nell’infinito,
quando il pastore errante scruta intento il cielo,
quando l’occhio spazia oltre la siepe nei vasti silenzi,
quando l’essere della finitudine vede il sublime
puntando l’anima alla volta stellata sopra di sé.
Ma c’è un altro sguardo dietro quegli occhi
che non si scorge se non in un lampo di intuizione,
quello dell’infinito che si volge a osservare sé stesso.
È lo sguardo dell’assoluto che passa attraverso l’uomo
perché vuole conoscersi nella sua essenza manifesta,
ma per farlo deve dividersi in innumerevoli punti di coscienza,
ciascuno dei quali vede una delle infinite realtà particolari.
Contemplazione cosmica che si realizza attraverso il tempo
senza toccare l’eternità immobile e perfetta dell’Uno,
perché il tempo esiste solo nella visione parziale dell’individuo,
al pari dei colori che si danno solo come frammento del raggio di luce.
L’infinito si rispecchia nell’immenso cosmo degli enti finiti
il cui sguardo non è altro che il suo stesso proprio sguardo.
Così l’Uno si conosce da innumerevoli prospettive diverse,
ciascuna delle quali non potrà mai comprendere l’intero
ma esprimerà un irripetibile, unico, particolare modo di vedere.
È nell’uomo che lo sguardo dell’assoluto si fa consapevole,
vestendosi di poesia, ispirando il sentimento del sublime,
creando l’arte e aprendo alle grandi realizzazioni spirituali.
In quello sguardo c’è l’amore per la natura e per tutto ciò che esiste.
Lì sorgono le grandi domande sull’esistenza e la ricerca del vero.
Il microcosmo si rispecchia nel grande universo
e al tempo stesso lo riflette come il frammento di uno specchio.
Dunque l’uomo permette al Tutto di distaccarsi da sé per contemplarsi
in una visione circolare che torna continuamente a sé stessa.
Il Tutto permette all’uomo di diventare il suo sguardo sul mondo
perché possa conoscere il dolce naufragare in un oceano di vita.
11 settembre 2022
49 I quattro elementi
Secondo gli antichi, quattro elementi costituiscono il nostro mondo sublunare:
acqua, terra, fuoco e aria si aggregano in innumerevoli forme per dare vita alle
cose.
Sul quinto elemento è arduo pronunciarsi, essendo per noi inconcepibile:
etere puro, trasparente e luminoso, perfetto nel suo movimento circolare,
fondamento ordinato della luce e delle strutture eterne dell’universo.
Empedocle chiamava “radici” gli elementi da cui sorge la nostra realtà,
principi primordiali indistruttibili di un ordine fisico e metafisico,
forze che si contrastano per generare tutte le espressioni del vivente.
Noi stessi siamo costituiti da questi quattro elementi basilari,
che si uniscono e si separano, lottano e si combinano in infiniti modi
sotto la spinta dei principi opposti di Amore e Odio, in un ciclo perenne.
La Terra è l’elemento che rappresenta la maternità, la fertilità della natura
che nel suo rigoglioso fiorire dà origine e nutrimento a tutti gli esseri.
La terra ci riporta a tutto ciò che è corpo, alla concretezza dei sensi,
alla silenziosa azione della materia-madre che genera nel suo grembo,
luogo oscuro della vita e della morte, della paziente attesa di ciò che verrà.
L’Acqua è l’elemento che ci insegna a rimanere sempre fluidi e ricettivi.
È Il simbolo del femminile, dei sentimenti e delle emozioni che mutano,
sorgente di vita che irrora la terra per renderla fertile e generosa nei suoi frutti.
L’acqua non lotta, non si oppone, si adatta con facilità e aggira l’ostacolo,
vince le sue contese con la non resistenza, scorrendo sempre fresca e pura,
esprimendo la forza dell’interiorità e la quiete della contemplazione.
Nella sua misteriosa luce lunare l’acqua diventa fonte della spiritualità,
di tutto ciò che è sogno e immaginazione, magia e divinazione.
L’Aria è l’elemento invisibile che permea il nostro mondo e sostiene la vita.
Tutti gli esseri respirano energia e creano spazio nel proprio essere
con la forza del pneuma che diventa anima, soffio vitale, intelligenza.
L’aria che ascende diventa legame fra terra e cielo, tra visibile e invisibile,
rappresenta la chiara visione dell’intelletto mercuriale e della sapienza,
simbolo del cammino spirituale verso i più alti reami dell’essere.
E poi il Fuoco, forza attiva e creatrice che purifica con il suo potere,
elemento che distrugge e crea, logos che tutto muove e trasforma.
Nel fuoco troviamo il principio dell’espansione e della conquista,
l’energia che conduce alla trascendenza e alla saggezza superiore
quando l’ignoranza, la confusione e l’errore sono stati dissolti.
Nella gerarchia degli elementi, dal più grossolano al più sottile,
c’è tutta la gamma delle possibilità umane nei vari livelli di vita.
Noi siamo terra e acqua, aria e fuoco, insieme di quattro elementi
che devono convivere in intima unione, armonia ed equilibrio.
Non dobbiamo dimenticare di essere un tutto dove agiscono
corpo e sensi, intelligenza e sentimenti, volontà e spiritualità.
In questo crogiolo di forze c’è la nostra essenza di uomini.
Qui troviamo il vincolo indissolubile con tutto ciò che esiste.
Questo ci lega per sempre in un destino comune con tutte le cose.
12 settembre 2022
50 “Dicci chi sei!”
“Gorgia, dicci chi sei!”…
Le parole del maestro risuonarono improvvise
creando un momento di silenzio sospeso.
Il Sofista attonito rimase privo di quella parola
che, agile e pungente, non gli era mai mancata.
Ora si trovava in difficoltà di fronte a Socrate,
la sua mente alla vana ricerca di una risposta.
I vecchi giochi verbali, gli artifici della retorica
non funzionavano più di fronte al vecchio saggio.
“Non mi importa cosa racconti degli altri e del mondo,
non bramo chiacchiere effimere o sterili discorsi.
Non chiedo che tu mi parli del tuo fare e pensare,
io voglio solo sapere qualcosa del tuo essere…!”
Era l’invito alla pura filosofia della maieutica,
che comincia sempre dall’indagine su sé stessi.
Nel duro compito di comprendere la tua realtà
il vero maestro ti riporta sempre a te stesso.
Non si fa incantare dai tuoi discorsi e dall’oratoria.
Ti guarda ma non giudica, ti accompagna sulla via
di ogni ricercatore che vuole conoscere sé stesso,
partendo da quel ‘sapere di non sapere’
che è sempre l’inizio della vera intelligenza.
C’è da credere che Gorgia rimase molto scosso.
Avvezzo a dispute verbali sui più disparati argomenti,
non era però abituato a interrogarsi su sé stesso.
Nella vera filosofia l’oggetto è lo stesso ricercatore.
Il soggetto che indaga diventa anche il fine di quell’indagare.
Via quindi le frasi ridondanti e gli espedienti della dialettica,
non servono più i discorsi dell’eristica, per quanto ingegnosi.
Ora la pratica è quella di una sincera osservazione di sé,
che implica una rinuncia ad ogni ruolo e immagine
per tornare continuamente a quello che si è, ora.
Socrate sapeva che non è facile parlare di sé,
che il ‘conosci te stesso’ è il compito di un’intera vita,
mai esauribile pur con una profonda e seria ricerca.
Ma questo era il suo insegnamento più puro,
era ciò cui aveva dedicato tutta la sua esistenza
ed ora lo offriva agli altri come un dono di saggezza.
La sofistica era per lui una ingannevole via di sapienza,
perché evitava sempre la domanda più importante,
quella che non si interroga sui problemi in generale,
ma sulla propria personale esistenza individuale.
Possiamo credere che Gorgia se ne andò turbato
ma che, da uomo intelligente qual era, ancora a lungo
avrà ripensato a quelle terribili, potenti parole di Socrate,
capaci di smontare ogni falsa costruzione intellettuale:
“Gorgia, non girare intorno con le tue belle parole,
adesso fermati e dicci chi sei!“
13 settembre 2022
sito e testi di michele losanna – michele.losanna22@gmail.com
